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Racconto in musica 49: Verso l’infinito (Valerian Swing – Spazio)

Sarà capitato anche a voi di conoscere dei gruppi solo di nome, senza troppa voglia di approfondire per ragioni varie. Magari vi sarà anche capitato, in un secondo momento, di riscoprirli e chiedervi “ma perché non li ho ascoltati per tutto questo tempo?” A me è successo con la band di questa settimana (e non solo con loro, si avesse tempo di ascoltare per bene tutta la musica del mondo…), i Valerian Swing, un nome che ogni tanto rimbalzava sulla mia bacheca di Facebook e che ho finalmente ascoltato solo quando mi sono autoassegnato il loro disco A U R O R A a scopo recensione, al grido di “e ora vediamo cosa fanno”. E quel che fanno, ho scoperto, è spettacolare.

Li ho citati più volte, almeno a memoria (di certo parlando dei Mutiny on the Bounty), perché da allora sono state svariate le occasioni in cui li ho incrociati dal vivo. Un piacere per le orecchie e per il cuore, perché grazie ad un’intervista fatta ormai anni fa ho potuto scoprire delle persone straordinarie con cui è sempre bello poter scambiare quattro chiacchiere prima o dopo un concerto. Originari di Correggio, zona magica visto che da lì arrivano anche i Gazebo Penguins (e non solo, pensate che le due band anni fa condividevano una sala prove in mezzo alla campagna anche con Death of Anna Karina e Ornaments), attraggono l’attenzione di pubblico e critica già dal secondo album A sailor lost around the Earth del 2011 (prodotto da Matt Bayles, un guru del settore già attivo con band del calibro di Mastodon, Isis, Botch e Russian Circles), disco che mette in luce le caratteristiche che affineranno col tempo: arrangiamenti eclettici, suoni di chitarra fantasiosi e batteria indiavolata, oltre ad una coesione micidiale nei momenti in cui tutti remano all’unisono verso la creazione di un muro sonoro d’impatto. Math-rock, certo, ma virato in maniera personale e difficilmente paragonabile a qualcun altro: Stefano “Steve” Villani alla chitarra, Alan Ferioli al basso e Davìd Ferretti alla batteria sperimentano, osano, disegnano fuori dai bordi e si divertono un sacco a farlo. Con il già citato A U R O R A, sempre al lavoro con Bayles, affinano la miscela esplosiva, dandole una direzione più precisa ma senza sminuire il carico d’inventiva che sta alla base della loro musica: il disco convince, il mondo si accorge sempre più di loro e per la band, che già se la gira per l’Europa da tempo, arriva la consacrazione della chiamata all’edizione 2015 dell’ArcTanGent Festival di Bristol (qui un assaggio della loro esibizione), uno dei più importanti festival dedicati al rock sperimentale (facendo da apripista per gli anni successivi a ZEUS! e Zu).

Nel 2017 esce Nights, album che sancisce un cambio di formazione già avvenuto da tempo in sede di live (Alan lascia il posto a Francesco Giovannetti) e che si riverbera anche nell’approccio musicale: chitarra baritona al posto del basso, sperimentazione che si spinge verso atmosfere più dilatate e synth che rivendicano spazio. Ennesimo centro in un’evoluzione continua, con questo disco la band riesce a valicare anche i confini continentali, sbarcando in Giappone per un tour di quattro date nel novembre 2018. Ora sono al lavoro su un nuovo disco e, non serve neanche dirlo, aspetto ansiosamente di capire dove li porterà il loro cammino musicale.

Non poteva che portarmi invece che fra le stelle la loro Spazio, sesta traccia di A U R O R A, anche se la musica mi ci ha spinto prima del titolo. Per rendere onore con le parole ai saliscendi emozionali del pezzo ho cercato di immaginare le reazioni al lancio di uno shuttle, descrivendo le varie fasi con una perizia tecnica che probabilmente alla NASA farà sanguinare gli occhi. Per conoscere l’esito del lancio non vi resta che scorrere un po’ più in basso, subito dopo aver ascoltato la canzone: a me non resta che augurarvi buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Verso l’infinito

Sono tutti incollati agli schermi, a pendere dalle labbra dell’inviato dalla sala comandi, in attesa del conto alla rovescia a partire da dieci, nove, otto, accensione dei motori, sette, sei, la luce che illumina i retrorazzi, cinque, quattro, tre, il fumo che comincia a fuoriuscire, due, uno.

Zero. È il momento.

La navicella comincia a sollevarsi, una nuvola di fumo la copre alla vista ma è un attimo, il tempo di permettere alla telecamera di allargare il campo e vederla schizzare su, nel cielo, verso nuove conquiste.

I bambini la indicano stupiti, gli adulti stappano bottiglie, qualcuno cerca di frenare gli entusiasmi ma viene zittito da chi già brinda ed esulta, persino nella sala comandi ci si stringe la mano e l’inviato si lascia andare ad un Partiti che sa di liberatorio. Urla dalle finestre, clacson per le strade, petardi nelle piazze, abbracci e baci nelle case per sfogare la tensione trattenuta fino a poco prima.

E intanto la navicella vola, nel cielo calmo e azzurro, sprigiona fiamme avvolta dalle speranze di un popolo intero. Arriva alle nuvole, le supera di slancio, sparisce alla vista della folla che la accompagna col cuore e festeggia convinta che ormai è fatta, è proprio così, stiamo andando a esplorare lo spazio.

La voce dell’inviato riporta tutti coi piedi per terra. È il momento del distacco dei moduli. I secondi sembrano durare un’eternità. Le telecamere sulla navicella inquadrano la terra che si allontana, il bianco delle nuvole. Tutti attendono che i razzi vengano lasciati indietro, farsi piccoli mentre la navicella li abbandona. È una fase importantissima per il successo della missione, ricorda l’inviato, come se ognuno in cuor suo non stesse già pregando affinché vada tutto per il verso giusto.

Ed ecco che si staccano. Planano mollemente, attratti dalla forza di gravità da cui hanno liberato la navicella che prosegue nella sua traiettoria curva ed ascendente. Ogni minuto che passa porta un nuovo traguardo, stratosfera raggiunta, urrà nelle case e nelle strade, mesosfera raggiunta, cori preghiere canzoni bestemmie, termosfera raggiunta, pianti risate urla dita incrociate, esosfera raggiunta e poi fuori.

L’orbita terrestre abbandonata, il buio dello spazio profondo davanti. L’inviato parla di problemi di comunicazione, torna la paura. La quiete nelle case assomiglia a quella oltre l’atmosfera, dove ogni suono è annullato. Tutti attendono che da lassù qualcuno li tranquillizzi.

Arrivano brusii, scariche elettrostatiche. Ci sentite, chiedono dalla base, ancora scariche, interferenze, qualche parola disturbata e poi forte finalmente Mi sentite, la voce dell’astronauta, gli applausi in sala comando che possono finalmente deflagrare mentre dalla navicella festeggiano, con loro, con tutti. Prima che il collegamento si interrompa si possono sentire le voci di chi dall’alto guarda giù, verso il pianeta che stanno lasciando, colme dell’ansia di fare ritorno.

Non ho mai visto mai niente di così bello, dicono, prima di volgere gli occhi oltre.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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