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Racconto in musica 80: Il centro della sfera (Yawning Man – Perpetual oyster)

Il bello dei festival musicali è che tu vai lì per ascoltare questo o quel gruppo e poi, quasi sempre, torni a casa che ne conosci almeno uno in più che non avevi mai sentito nominare. Mi è capitato spesso al Balla coi cinghiali, festival storico nato a Bardineto nel savonese e trasferitosi poi nel Forte Albertino di Vinadio, in provincia di Cuneo, uno di quei luoghi che da soli valgono già metà dell’esperienza: attività in ogni nicchia del forte, tre palchi, area tende e pure un laghetto dove rinfrescarsi. Al Balla puoi vederci Tricky e gli Zen Circus sull’enorme palco principale, per poi scoprire gli Eugenio In Via Di Gioia in tempi non sospetti o quella perla nascosta dei Ronny Taylor: puoi anche andare a goderti i concerti più intimi del palco gestito dal Raindogs House di Savona, una sorta di baretto ricostruito all’interno di una nicchia del forte solo per i giorni del festival, dove i volumi non per forza sono più bassi e può capitare di veder suonare vere e proprie leggende come gli Yawning Man.

Sapete cosa sono i generator party? Non farò finta di saperne vita, morte e miracoli, perché il nome l’ho scoperto solo mentre scrivevo questo articolo: sono delle feste in mezzo al deserto californiano, organizzate in maniera molto improvvisata da gruppi di persone che hanno un generatore a disposizione e tanta voglia di suonare e far suonare altra gente, e sono praticamente ciò che più si avvicina alla mia idea di paradiso. Volete un esempio? Guardatevi i Kyuss (ok, audio e video sono pessimi, ma era il cazzo di 1995), con Alfredo Hernández alla batteria, mentre suonano attorniati dal pubblico nel mezzo del nulla come avevano visto fare anni prima da band come gli Yawning Man già citati, di cui Hernández era stato uno dei fondatori. Attivi sin dal 1986, ispiratori della scena desert rock californiana che ha poi sparato verso il successo internazionale Josh Homme con i Queens Of The Stone Age (ed Hernández era pure qui, almeno nel primo album) oltre ad ispirare miriadi di band minori, gli Yawning Man sono rimasti la bellezza di diciannove anni senza registrare una nota se non all’interno di due demo, uscite solo nel 2009 in via ufficiale: la band fondata da Gary Arce (chitarra), Mario Lalli (basso), Larry Lalli (chitarra, basso) e il pluricitato Alfredo Hernández (batteria) si era barcamenata in quegli anni fra periodi di attività e momenti di pausa dovuti al contemporaneo impegno in uno o più gruppi, come i Fatso Jetson dei cugini Lalli, permettendosi anche il lusso di mutare forma e cambiare nome: i The Sort Of Quartet, band che pubblicò quattro album fra il jazz e la psichedelia nella seconda metà degli anni novanta, erano sempre loro.

Lisergici come pochi, lanciati verso gli stati più alterati della mente dai fraseggi infiniti di Arce, gli Yawning Man negli anni 2000 hanno passato più tempo in studio di registrazione, pubblicando cinque album fra il 2005 (Rock formations) e il 2019 (Macedonian lines), con minimi cambi nella formazione (Bill Stinson subentrò a Hernández poco dopo l’uscita del secondo disco, Nomadic pursuits) e la voglia inalterata di perdersi nella musica, magari in compagnia di band amiche (è del 2009 l’album Ceremony to the sunset, registrato con i britannici Sons Of Alpha Centauri sotto il nome di Yawning Sons). Ricordo il live del Balla coi cinghiali, nel 2018, come uno di quei concerti dove chiudi gli occhi e ti lasci trasportare, seguendo la chitarra per i suoi ipnotici percorsi punteggiati da un basso cavernoso e dalla batteria che, nel pieno stile stoner che hanno contribuito a creare, “tira indietro” e rallenta tutto mantenendo inalterata l’energia. Curioso il caso legato alla loro Catamaran: uscita nel 1995 all’interno dell’ultimo album dei Kyuss, …and the circus leaves town, la canzone non è mai apparsa in un disco degli Yawning Man prima del 2018, quando è stata finalmente inserita in The revolt against tired noises.

Perpetual oyster è la seconda traccia di Rock formations, ed è uno di quei brani per cui sembra essere stato creato il termine “ciclicità”. Tutto basato su tre movimenti che si ripetono con minime variazioni lungo i cinque minuti della sua durata, riesce a catturarti e portarti in un altrove luminoso dove sai che tutto andrà come deve andare: ho cercato un’idea che catturasse l’essenza della canzone per mesi, il risultato probabilmente non gli renderà giustizia ma è quanto di meglio mi sento di poter fare di fronte a un monumento della musica che amo e che mi ha influenzato nel corso degli anni. Potete valutare da voi se l’esperimento è riuscito ascoltando il brano e leggendo il racconto, magari cercando di accordare le due narrazioni: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Il centro della sfera

Ed eccolo, finalmente, l’approdo a lungo cercato, la spiaggia dei miei sogni bagnata dalle onde dell’oceano. Mi getto oltre il ponte, mi inzuppo nelle acque chiare dell’isola, arranco con gli abiti bagnati a farmi da zavorra fino alla sabbia fine, lascio che ogni singolo granello si stampi nella memoria tattile dei miei piedi ed elevi il mio spirito, rasserenato e non più piagato dalle innumerevoli lotte combattute per arrivare fino a qui, alla casa che mi aspettava e in cui non ero mai stato.

Guardo le palme svettare davanti ai miei occhi, sento il sole asciugare la mia pelle, annuso l’odore pungente della salsedine, odo lo scalpicciare di mille forme di vita con cui corro, nuoto, esploro ogni anfratto, le buche più oscure, le barriere coralline splendenti, le cime impervie dove l’aria si fa così rarefatta da mozzarmi il respiro per l’emozione.

Quanti anni ho passato alla ricerca? La sofferenza provata nel sentirmi fuori luogo ovunque è placata, il dolore che ho provocato non mi piega più l’anima, sento il concetto di tempo farsi lontano, indecifrabile, qualcosa che una volta aveva il potere di incatenarmi nei suoi ingranaggi e che ora sfugge alla comprensione. Sono sempre stato qui, nel profondo, non c’è una vita precedente che non sia sogno o forse il sogno è ora, ma non mi sveglierò. Le ferite sanguineranno e si rimargineranno in eterno, ma non faranno più male.

Odo il canto delle profondità chiamarmi per nome, sento l’acqua accogliermi nel suo abbraccio, scruto nel buio alla ricerca della mia meta e vedo le ostriche adagiate sul fondale che mi attirano, guidano le mie mani, si fanno sottrarre alla loro casa e intorno a me turbinano i pesci, sfilano le meduse mentre risalgo alla superficie con il fiato che non viene mai a mancarmi.

Dispongo i tesori che l’isola dona di fronte a me, rimirando la lucida armatura bianca che presto scassinerò. Non c’è bramosia nel gesto, il desiderio mi è diventato estraneo: i miei atti sono liberi eppure è destino che vengano compiuti, perché ciò che faccio e ciò che deve essere fatto coincidono. La lama di un coltello scintilla nella mia mano mentre mi appresto ad agire.

Il sole cala all’orizzonte, la luce rossa inonda la spiaggia, le ombre si allungano alle mie spalle, le foglie restano immote, gli animali siedono in attesa, mi brillano gli occhi mentre con forza scoperchio le ostriche, allungo le dita, tasto all’interno alla ricerca di una rotondità perfetta, dell’oggetto che con la sua conformazione mi sussurra l’ultimo segreto, la formula definitiva per la libertà.

Non sono giunto qui per caso. Non ci sono arrivato con un piano. Lascia andare, mi dice la perla, lascia andare, ripete. Mi troverai in ogni ostrica che aprirai, dice, ora che sei il centro della sfera e non vaghi all’infinito lungo i suoi bordi, ora che sei giunto qui, finalmente, all’approdo a lungo cercato…

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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