“È necessario che tutti gli schizzi si evolvano in un quadro? Si deve comporre una sinfonia per ogni tema?” Queste domande vengono poste nel libro Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon (consigliatissimo), e nel corso degli anni mi hanno portato a fare varie riflessioni. Ho la tendenza a essere piuttosto puntiglioso e completista, a seguire regole autofissate anche se poi, avendole fissate io e non avendo questo terribile impatto sul mondo (per dirla in maniera più terra terra: non gliene frega niente a nessuno) potrei tranquillamente trasgredire. Contando che questo blog si basa però su un delicato equilibrio fra voglia di parlarvi di cose che ritengo interessanti, condivisione di bella musica, interesse ad ospitare autor* emergenti (e non) e la sacrosanta voglia di stendermi sul divano a leggere, guardare un film o dormire dopo uno spritz assassino (il ghiaccio per me annacqua e basta, uccidetemi pure barman di tutto il mondo), so che se trasgredisco troppo quell’equilibrio potrebbe spezzarsi. Questa settimana invece lo schizzo non si evolve in un quadro, il tema non andrà a comporre una sinfonia, non farò il mio lunghissimo sproloquio sulla carriera dell’artista in questione (forse avrei potuto evitare anche questo preambolo? Scusate, sono logorroico su carta/schermata) perché l’artista in questione, ovvero Daniela Pes, l’abbiamo già ampiamente introdotta pochi mesi fa (precisamente qui): non amo ripetermi ma vuoi dire di no a Franco Santucci, che Spira l’ha consumato di ascolti, nel momento in cui mi ha proposto un racconto ispirato a una sua canzone?
Franco ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, essendo come me milanese d’adozione, ed è un piacere doppio poterlo ospitare su queste pagine. Per lui l’unica biografia possibile risiede in una poesia di Pessoa (“Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei.”), quindi qualsiasi informazione sulla sua vita potrebbe non essere corretta. Qualcuno col suo stesso nome (un omonimo eteronimo?) ha pubblicato con Wojtek Edizioni una raccolta di racconti dal titolo Bestiario del sogno e altri racconti sparsi su CrapulaClub e Fillide. Si deducono probabili sue incursioni nella poesia e nella drammaturgia teatrale, mentre sembra appurata la sua passione per la musica e soprattutto per il Progressive. Apprezza la brevità e la sintesi, quindi difficilmente sapremo altro.
Che dire d’altro invece di Pes, che già non sia stato detto altrove e meglio? Concentriamoci allora sulla musica, e sul brano specifico scelto da Franco per il suo racconto: Carme, terza traccia del suo disco d’esordio, è caratterizzata da un lento perpetuarsi di ipnotica liquidità elettronica su cui poggia la voce piena di enfasi drammatica di Pes, un intrico di idiomi che nel finale lasciano spazio all’ascendere esoterico dei synth. Franco, abile tessitore di suggestioni oniriche e di correlazioni sinestetiche, è riuscito a condensare in una storia dai contorni sfumati ciò che le note e la voce suggeriscono, ambientandola su una spiaggia deserta prima della tempesta mentre una donna si appresta a compiere un rituale dagli scopi sconosciuti, osservata da una figura misteriosa a lei correlata da un reciproco bisogno di salvezza: potete lasciarvi trascinare in questa ambientazione dai tratti esoterici scendendo un poco più in basso, subito dopo il brano da cui si è originata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Il rito, di Franco Santucci
Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno: lo sussurravo, bisbigliavo, cantilenavo, fino a proferirlo con voce sostenuta. Lei non sentiva, avanzava sulla riva, vestiti neri come lo struggimento delle nuvole, piedi nudi e scarpe abbandonate tra l’asfalto sollevato e la sabbia.
Il vento, carico di pioggia, era tutto nei suoi capelli lunghi, segnali elettrici in movimento. Li inseguivo in una forma che lei non avrebbe potuto scorgere, così come io ignoravo se la sua natura fosse reale o, come la mia, di inseguitrice che sa per certo di essere seguita. Tra le molte donne non potevo vedere che lei: quando si è nello stesso stato si può camminare in un tempo che è spazio, e che era la spiaggia, coi suoi metri di sabbia e tuoni distanziati dal vento umido. Quell’indistinta malinconia che avanza a linee oblique era il segnale reciproco, lo stesso che mi aveva portata fino a questo luogo, mio unico ricordo o atto stesso della mia creazione.
«Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno».
Lo ripetevo per farci forza. Ogni presenza umana si era ormai dispersa, e la costa si stava avvolgendo di scuro e presagi e voli di uccelli alla ricerca di un riparo.
Non so se lei sapesse quale fosse il rito, le miriadi di voci che mi parlano in testa sostenevano che, una volta raggiunto il punto, tutte avremmo saputo cosa fare. Ci speravo, mentre una goccia di pioggia si arrotolava morbida nella rena: non ero io. Un’altra si stava affusolando alla mia destra, raccogliendo sale e quarzo in una perlina sghemba: ero ancora salva, ancora in quella speranza indagatoria che tiene sospesa, mentre il temporale, polverizzato nelle sue innumerevoli parti, emanava tanta forza da non permettermi più di pensare.
Finché la vedevo potevo essere liberata, mi ripetevo, anche se fosse stata lei a inseguire un’altra donna e con lei la sua salvezza: si parte da un sentimento comune per forgiare un’àncora. Nel frattempo, non distante dalla battigia, venne forte il boato di un fulmine che unì cielo e spiaggia. La vidi tremare, pensare di tornare indietro, perdere quello stato di estasi. Ne ero anch’io molto scossa e temevo per la sua vita, ma raccolsi le voci:
«Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno».
Si girò dalla mia parte, come mi avesse sentita, e pensai che se non era lei a essere viva allora era più difficile poter essere liberata. Non so bene come funzionasse il rituale, ma sentivo di doverle trasmettere quella mia specie di iridescenza: può darsi fossi io a doverla salvare e non viceversa.
Con mia gioia, lei riprese a respirare e ad avanzare nella pioggia, conscia della mia compagnia: io e lei e un’altra donna e l’altra che ci seguiva e un’altra ancora e i fulmini come colori a intermittenza, rossi, verdi, gialli, blu e suoni (mio dio i suoni!), e gocce d’acqua, in una tavolozza di nuvole e onde, quella che ci saremmo portate dentro ogni volta in cui il tempo si fosse fatto spazio e materia, prima di divenire un’unica forma, un unico rito, un unico, breve, stato d’essere.
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Come molt* (presumo, non voglio fare il sociologo che non sono) lo sviluppo dei miei gusti musicali è passato per fasi assolutistiche: mi piace questo, ascolto solo questo. Non mi sono mai direzionato verso un solo genere alla volta, espandendomi anche in territori affini (grunge -> alternative rock italiano, punk -> ska), ma i territori che affini non erano li guardavo con diffidenza. Uno dei generi di cui mi sono perso così completamente l’evoluzione è il trip hop, nato quando io ascoltavo ancora le truzzate della Deejay Parade e giunto ai passaggi su Mtv quando io aspettavo ancora che passassero video dei Soundgarden, la cui intenzione sonora non era proprio la stessa. C’erano vie italiane a quel genere come i 99 Posse che non riuscivo a inquadrare (qualcosa mi piaceva, qualcosa no), passavano i Massive Attack di Banks… Ah no, scusate, comunque passavano con video iconici come quello di Karmacoma prima e Teardrop poi, che però non mi facevano venire voglia di recuperare i loro album, tant’è che non l’ho fatto ancora nemmeno oggi (va detto che allora o me lo compravo, ed era un investimento da valutare bene, o me lo facevo registrare, e all’interno delle mie cerchie scolastiche prima e amicali poi penso che nessuno avesse un disco dei Massive Attack: i gusti del me giovane si sono direzionati anche così). Poi c’era una band con una voce femminile che aveva questo suono antico, usurato, il cui primo singolo (almeno che io ricordi) condivideva la base musicale con un’altra canzone dello stesso periodo (Hell is round the corner di Tricky) e che… Mi stava sul cazzo a pelle. Non so se cambiavo addirittura canale come potevo fare che so, coi Backstreet Boys, ma di certo non smaniavo perché passassero proprio quella canzone, che era poi Glory box dei Portishead. A differenza dei concittadini Massive Attack la band di Beth Gibbons e Geoff Barrow me la sono ascoltata parecchio pochi anni fa, facendomi la classica domanda retorica “ma perché non l’ho fatto prima?”: non mi era venuto in mente però di vedere cosa stavano facendo oggi i due, visto che i Portishead non pubblicano dischi dal 2008 (Wikipedia li considera ancora in attività, sarà), e così fino a poco tempo fa mi ero perso pure i Beak>.
I Beak>, formatisi nel 2009 su spinta dello stesso Barrow con Billy Fuller (attivo nei Sensational Spece Shifters di Robert Plant) e Matt Williams (MXLX, Fairhorns), sembrano a posteriori il classico progetto/sfogo, un qualcosa di diverso con cui giocare per provare a fare qualcosa di diverso da ciò che si è fatto prima. Ovviamente questa è la mia limitata percezione, data da immagini promozionali come quella che trovate in alto e dal fatto che il primo disco, omonimo, viene registrato in soli dodici giorni in una stanza. Chiedetevi: cosa avrei combinato io in dodici giorni? Nel mio caso forse avrei finito di montare bene i microfoni (è un forse bello grosso), loro invece registrano un disco che, come già detto pochi giorni fa, viene pubblicato dalla Invada dello stesso Barrow. Nel primo disco il trio ficca dentro al calderone tastierine storte, ritmi narcotici, distorsioni granitiche, evoluzioni atmosferiche e reiterazioni vagamente ballabili di canovacci minimali, un tutto e il contrario di tutto compreso in uno steccato abbastanza ampio (se vogliamo fissarne due poli opposti forse, ma forse, possono funzionare la musica da rave al fianco del bianconiglio di I know e il bassosissimo doom marcito di Dundry Hill) in cui chitarra, basso, batteria, tastiere e synth possono giocare liberamente a ricreare un mondo sonoro a suo modo fiabesco, che delle fiabe prende però sia la componente solare che quella cupa e distorta (oserei dire anche drogata).
Che i Beak> non siano un divertissement estemporaneo (eh sì, con “divertissement estemporaneo” punto al Pulitzer) lo dimostra il fatto che tre anni dopo tornano sul luogo del delitto (non inteso come la stessa stanza, o almeno non che io sappia) e sparano fuori >>, il primo dei dischi che, a furia di frecce in avanti, ci porta velocemente e attraverso altri due album (nel 2016 la colonna sonora del film Couple in a hole di Tom Geens, che dal trailer ha esattamente il tipo di ambientazione con cui la musica dei Beak> si sposa magnificamente, e ovviamente >>> nel 2018), una galassia di Ep (l’ultimo, del 2022, è KOSMIK MUSIK), singoli, compilation e grafiche sempre più assurde ci porta al 2024 e a >>>>, il disco di cui vi abbiamo parlato pochi giorni fa. Nell’avanti veloce è stato risucchiato un cambio di formazione (nel 2016 esce Williams ed entra Will Young, già attivo nei Moon Gangs e infaustamente omonimo di un ex vincitore di un talent britannico, motivo per il quale faticherete a trovare sue informazioni sull’Internet) che non incide comunque sull’evoluzione anarchica eppure tangibile del suono dei Beak>, che in quell’immaginario bosco fatato/maledetto ci si addentrano sempre più riverberando voci, alterando i suoni, organizzandoci dentro un free party che alla luce del sole si concluderà con un sacrificio (umano? Animale? Animistico?) accompagnato da rullate tribali e distorsioni annichilenti. Con una veloce ricerca sulla pagina di Bandsintown a loro dedicata non solo non c’è notizia di un approdo a breve della band in Italia, ma scopro pure che sulla nostra penisola non ci hanno mai messo piede (correggetemi se sbaglio): sono aperto a proposte per fare una gita in Europa di Tremila Battute, così da vederceli e perderci insieme.
Allé sauvage è la quinta traccia di >>>, un brano che sembra la sigla di un programma alla Superquark: in mancanza di Piero Angela per sopraggiunti limiti di morte, e in mancanza del figlio Alberto per mancanza di budget, facendoci ispirare dalla musica dei Beak> ci siamo affidati alla buonanima dell’inesistente Joseph M. Füllkrug per stilare le tre fasi evolutive del Kromenu, animale dalle caratteristiche peculiari estrapolate da fonti perlomeno discutibili. Quali siano queste caratteristiche e a quali fonti abbia attinto l’esimio studioso potete scoprirlo più in basso, subito dopo la canzone che ci ha suggerito questo delirio: buon ascolto e buona lettura.
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Tre fasi
Nella sua vita, o meglio nel suo ciclo esistenziale, il Kromenu attraversa tre distinte fasi, Il primo a stabilirne la sequenzialità fu Joseph M. Füllkrug, ricercatore all’epoca ottuagenario talvolta erroneamente confuso con un calciatore dal talento divisivo. In un testo accademico del 1999 Füllkrug divide il cammino verso la perfezione (il ricercatore non utilizza mai la parola “perfezione”, frutto delle elucubrazioni mentali dell’autore del presente articolo ndr) del Kromenu nelle seguenti fasi.
Vita edenica. Il Kromenu nasce e cresce all’interno di una struttura sociale volta sia a proteggerlo che a sviluppare le sue potenzialità. Il giovane Kromenu assapora le possibilità che la vita offre, ma allo stesso tempo viene frenato nelle sua velleità da un invisibile codice morale che ne direziona le scelte. Il Bene è preponderante nella società che avviluppa i giovani Kromenu, ma al di fuori della cerchia ristretta che li educa si avvertono distorsioni nascoste sotto la sabbia. Il Kromenu nella sua fase edenica vive e muore senza conoscere altro che ciò che è giusto, sviluppa il suo potenziale solo entro i limiti di quel che è definito lecito.
Vita depravata. (La denominazione di questa fase non è ascrivibile al testo fondante di Füllkrug, che anzi si scagliò contro questa scelta lessicale poco prima di venire misteriosamente investito da un’automobile guidata da pagliacci ndr). Il Kromenu vissuto nella cosiddetta bambagia (termine più vicino alle scelte lessicali atipiche di Füllkrug ndr) muore e viene sepolto in territorio appositamente sconsacrato: da qui nasce a nuova vita, distorto negli intenti e nella morale, adeguando il suo stile di vita a pratiche quali il cannibalismo e la violenza immotivata. Alcuni studiosi hanno associato questa pratica a uno sviluppo non conforme del cervello rispetto alla scatola cranica, ma Füllkrug dissente e porta come prove nel suo iconico testo alcuni pittogrammi sbiaditi in una caverna in Alsazia e il video mosso di un noto alcolista svizzero. Alla fine del suo percorso di amoralità, sostiene Füllkrug il Kromenu rimuore e ascende allo stesso tempo.
Vita ascetica. Il Kromenu torna a nuova vita memore dei suoi eccessi in ogni direzione consentita. Sa distinguere il bene dal male, e agisce di conseguenza. I Kromenu arrivati alla terza fase, secondo Füllkrug, conoscono l’equilibrio e le sue molte facce, sanno che non esiste una scelta giusta e una sbagliata e agiscono consapevoli di questa dicotomia. Sono i difensori della comunità, coloro che permettono ai giovani Kromenu di distinguersi e di vivere in un eden fatato; sono gli infiltrati, coloro che permettono alle razzie dei Kromenu resuscitati la prima volta di compiersi; sono ciò che permette alla società dei Kromenu di perpetuarsi ed essere sempre tesa verso un ideale.
Né Füllkrug né gli altri studiosi interessati alla questione hanno mai spiegato quale fase attraversino i Kromenu sacrificati alla foga estatica dei Kromenu della seconda evoluzione.
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Scrivere di musica è come ballare di architettura, diceva qualcuno il cui nome ora non è importante andare a cercare su Google (davvero, potete farlo dopo. Non fatelo. Vi ho visto!), scrivere di musica senza avere il giusto bagaglio di conoscenze è come ballare di architettura senza avere né il senso del ritmo né la minima conoscenza di cosa sia un edificio. Ho già confessato più volte la mia scarsa conoscenza della strumentazione utilizzata da chi fa musica elettronica (ma torno comunque sul luogo del delitto, come se bastasse dire “non posso smettere” per non farsi incarcerare dopo aver rapinato la ventesima banca), ma la verità è che ho una scarsa conoscenza di tutto (o quasi) ciò che esula dall’armamentario rock classico. Che suono fa un oboe? Fatemelo ascoltare, aspettate due giorni, suonatelo mentre io non vedo e probabilmente vi chiederò che strumento è. A livello sonoro so cosa mi piace, so cosa non mi piace, ma la mia memoria di ciò che sento solamente poche volte è più simile a quello della pesciolina Dory che a quella eidetica: so anche però che quando non capisco qualcosa mi sale la curiosità.
I Beak> li ho scoperti per caso tramite Spotify, in una delle playlist ad hoc che l’algoritmo crea pensando di intercettare i miei gusti mentre io, rebel without a cause, faccio di tutto per impedirgli di capire quali siano. Con questa canzone però ci avevano azzeccato in Svezia, perché la prima traccia di >>>, il disco precedente del trio di Bristol (Billy Fuller, Matt Williams e l’ex Portishead Geoff Barrow, sotto la cui etichetta Invada escono tutti i loro dischi), aveva sia una certa potenza trattenuta che un andamento sghembo e imprevedibile: il primo incontro mi ha portato a flirtare un po’ con quel disco, ascoltato un paio di volte prima di accorgermi che qualcosa era scattato ma non il classico colpo di fulmine, poi io e i Beak> ci siamo lasciati da buoni amici e ci siamo detti alla prossima, che è la classica cosa che dici quando pensi che non vi rivedrete mai. Infatti non ci siamo rivisti, almeno fino a quando non è uscito >>>>.
Non ho seguito tutta la carriera del trio di Bristol, ma ad un ascolto distratto dei precedenti album la loro carriera mi pare la continua affinazione di un sound che frulla dentro il rock della tradizione più lisergica e una componente elettronica a suo modo hauntologica, figlia del presente ma ancorata all’illusione di un passato edenico o di un retrofuturo irrealizzato, più un tot di altre cose che vanno dal post punk alle colonne sonore degli anni 70. >>>> è il punto esatto in cui tutte queste influenze arrivano alla loro amalgama migliore, ridefinendosi in maniera apparentemente caotica nella forma di nove brani fra cui non troverete un solo doppione ma la sensazione, quella sì vivissima, di trovarvi in un posto che non pensavate di voler raggiungere ma che, una volta passatoci un po’ di tempo, rivela la magia dietro al brivido che continua imperterrito a corrervi lungo il collo.
Non ci tengono a gettarci velocemente nel loro mondo i Beak>, anzi lo fanno con tutta la calma del mondo. In un disco dove i brani durano mediamente oltre cinque minuti Strawberry line ci accoglie con un organo ecclesiastico che per metà degli otto minuti del percorso sonoro predica nel deserto con la sola flebile voce di Barrow a fargli compagnia: poi entrano basso e batteria dal sapore vintage e solo tastiere e synth nel finale ci ricordano che non siamo negli anni 60 ma nel loro riflesso distorto, una parodia si direbbe se non fosse che qui c’è amore per la fonte e non il semplice scimmiottamento di qualcuno che la utilizza solo per fare tutt’altro. Se la Summer of love non ti è entrata un po’ dentro, tanto nel cuore quanto nel cervello, non ti esce il bucolico viaggio introspettivo di Hungry are we, un brano che avrebbero potuto benissimo suonare a Woodstock con la gente davanti beatamente seduta nella posizione del loto senza che nessuno si accorgesse del loro provenire da un’altra epoca se non quando sul finale si lasciano andare a un ritmo più concitato. La cosa strana è che brani simili, già distanti parecchio l’uno dall’altro, si amalgamano perfettamente all’interno del costrutto sonoro architettato (ma non ballato) dal trio, che spande quella bizzarra atmosfera atemporale su tutto e fa sembrare ovvie le derive più imprevedibili, solo non abbastanza da non riuscire a stupirci ogni volta.
Ma vogliamo parlare di questa cover? Vogliamo parlare di quanto è fuori questa cover?
Perché poi non finisce qui eh? Mentre ci trasportano in un mondo malinconicamente fatato i Beak> non si dimenticano della componente weird che ho messo nel titolo dell’articolo, e basta andare a Windmill Hill per fare il pieno di inquietudine, ritrovandosi nella colonna sonora di un film horror drogato fino alla punta dei capelli (e di colonne sonore Barrow se ne intende, andate a vedervi i film in cui ha lavorato). I suoni della terza traccia hanno una grezzaggine allucinata che grattugia il già labile confine con la realtà, fra le fuzzate del basso, gli accordi obliqui della chitarra e un maelstrom di suoni elettronici che provengono da un’altra dimensione, forse quella da dove la voce riverberata salmodia acuta per poi acquietarsi e farsi narcotica nella seguente Denim, un lento viaggio iniziatico dove le storture sono appannaggio dei synth e di qualche sporadico accordo ubriaco ma la furia, una delle poche volte che si scatena, è tutta distorta e vicina allo sludge, il che non è niente male per un pezzo iniziato nella parte più in ombra del bosco fatato.
Ho parlato a inizio articolo della mia difficoltà a riconoscere gli elementi sonori in un disco: ho parzialmente mentito. Il motivo della premessa ha a che fare col fascino che >>>> ha su di me, la sua capacità di variare all’interno di un’atmosfera sonora stabilita e rispettata con la coerenza di chi ha raggiunto la stabilità. L’ultimo disco dei Beak> non prevede l’utilizzo di mille strumenti ma quello accorto e spesso spiazzante degli stessi, un riutilizzo creativo che passa anche solo per la capacità di ottenere il massimo risultato dal minimo cambiamento, evidenziandolo con la lente d’ingrandimento in modo da farlo diventare l’elemento preponderante, Prendiamo il basso di Fuller, timido e pronto a farsi tappeto in alcuni punti per poi esplodere rimbombante a metà di Bloody miles, lo scontro che non sapevate di volere fra l’esoterismo dei Boards of Canada e la bucolicità tutta tastierosa di un film di Miyazaki, o ad unirsi ad una batteria da Love Parade nel post-punk ipnotico e acido di Secrets (parentesi sinestetica: Secrets è verde acido, chiudete gli occhi e vedrete tutto verde acido coi miei occhi); prendiamo la batteria stessa, che coadiuvata dalle percussioni in Ah yeh ci raduna attorno al fuoco a ballare spiritati ed estatici; prendiamo la voce, che invece resta sempre dimessa e tranquilla, una guida della normalità in un mondo sonoro che fa solo finta di essere normale.
La chiusura con Cellophane arriva a giustificare le influenze stoner che wikipedia attribuisce al trio, ma è uno stoner di lentezza narcotica che si intrattiene in una lisergia pura come non la sentivo dall’esordio dei dimenticati Notorious Hi-Fi Killers (sentite qua) prima di virare, o meglio naufragare, verso uno scoglio di distorsioni che sembrano essere lo sfascio finale per cui abbiamo pagato il biglietto e invece no, si mangiano tutto di nuovo tastiere e synth malaticci. Nell’imprescindibile, almeno se siete appassionati di critica musicale (quella dei balli e dell’architettura), Exmachina di Valerio Mattioli l’autore parla della musica dei già citati Boards of Canada in questi termini: “Alla percezione del suono digitale preferiscono antiquate strumentazioni analogiche che sembrano ripescate dal magazzino di un radioamatore in pensione […] Trasmettono lo stesso calore più che umano di una polaroid sbiadita dal passare degli anni”: in >>>> c’è questo e molto altro, c’è l’immagine di un altrove in cui è tanto facile aspettarsi una pace estatica quanto temere di ritrovarsi invischiati in una setta dalle dubbie intenzioni, il tutto condito da una fantasia e da una lucidità invidiabili. Ascoltate l’ultimo disco dei Beak>, sprofondate e ascendete al tempo stesso nel loro mondo: noi vi promettiamo di tornare sul pezzo molto presto.
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Mi è capitato spesso di iniziare delle nuove avventure senza quasi rendermene conto. Nel lontano 2014 (era il 2014?) partecipai a un concorso letterario e di lì a meno di un anno finii per far parte dell’associazione Asap – As Simple As Passion che lo organizzava e a ritrovarmi, per qualche anno, a smontare il salotto di casa mia per far spazio a piccoli concerti (fra cui quello di Musicaperbambini, come ho raccontato anche qui); a febbraio 2020 decisi che valeva la pena impegnare del tempo in un blog/aspirante rivista letteraria basato su racconti ispirati a canzoni del panorama musicale indipendente e vabbè, se state leggendo queste righe avete già capito dove sto andando a parare; pochi mesi dopo, curiosando online, scopro l’esistenza di un sito che ritengo molto affine a Tremila Battute e intervisto il suo creatore, ritrovandomi di lì a poco a collaborare con lui e ad entrare nella grande famiglia di Read And Play, di cui faccio parte ancora oggi. Proprio Read And Play è la causa scatenante dello sproloquio amarcord sopra esposto, perché a donare un racconto alla causa della musica bella che fa la fame oggi è Davide Morresi, ovvero colui che mi ha accolto in quella grande famiglia e che oggi ci introduce alla musica di And The Bear.
Davide è una di quelle persone che se stai a guardare tutte le cose che fa ti chiedi com’è possibile che le sue giornate siano composte da sole ventiquattro ore. Classe 1978, psicologo di formazione, nella vita si divide fra il suo lavoro nelle risorse umane e lo sviluppo di progetti culturali, musicali e letterari. La scintilla che ci ha fatto conoscere è stata questo suo racconto apparso sulla vegetante rivista Split di Pidgin Edizioni, uno dei tanti che Davide ha sparso qua e là (leggetevi en passant questo, uscito su Il Loggione Letterario) prima di passare anche dall’altra parte della barricata e curare antologie per Arcana Edizioni (Live! Racconti di vita e concerti) e Le Mezzelane Casa Editrice (Note d’inchiostro, nata dall’omonimo concorso co-organizzato con Read And Play). Instancabile divulgatore di cose belle inerenti la musica e la letteratura, Davide è anche autore radiofonico, di podcast (qui la pagina in cui potete trovarli) e di narrazioni musicali, oltre che organizzatore di eventi e rassegne musicali/teatrali/letterarie (l’anno scorso insieme agli impagabili Bagni Elsa N°3 ci ha ospitati a parlare di musica indipendente e calcio). Fra le mille cose in cui è coinvolto ci fa piacere segnalarvi, anche per le comuni radici musicali, Alive – Storia del grunge, un recital teatrale su quella che lui stesso definisce nella presentazione “l’ultima rivoluzione rock”.
Da un marchigiano DOC come Davide a un marchigiano d’adozione come Alexandre Manuel, musicista francese che fin dal 1998 è di stanza nel nostro paese. Polistrumentista attivo negli anni in svariate formazioni musicali fra art rock, shoegaze e indietronica (Hourplug, Am I Right, The Quite Collective), dal 2016 Manuel ha associato la sua musica al cinema collaborando col regista Jonathan Soverchia in veri e propri cine-concerti, musicando dal vivo i corti di quest’ultimo Poco prima del caffè (2016) e Irene (2017). Il moniker And The Bear nasce invece nel 2018, un progetto musicale che non abbandona la componente visuale (ad opera del visual artist Marco Di Battista) e che si compone di elementi digitali ed elettronici uniti all’essenza più scarna data da chitarra e voce. Per ascoltare la prima canzone, Quiet bodies, bisogna attendere il 2019, ma l’attesa è ripagata da un brano che si infila nel solco di band come i Sigur Rós e che, da tradizione ormai consolidata di commistione musical-cinematografica, è associata a un lavoro della regista Federica Biondi.
And The Bear comincia a macinare i primi live ma Manuel non si concentra solo sulla carriera solista. Con il fratello Grégoire scrive la sceneggiatura del corto The guide swap (di cui compone anche la musica) con cui i due vincono il Festival Cineconcerto 2018, con la compagnia Teatrique (in cui è compositore e attore) mette in scena lo spettacolo teatrale Motori di carta, poi vira verso la videodanza in collaborazione con la compagnia Motus Project e ottiene riconoscimenti nazionali e internazionali: con l’opera Fraintendimenti vince il Premio del Pubblico al Cinematica Festival di Ancona ed è finalista al Fifth Wall Fest nelle Filippine, partecipando a varie altre selezioni fra Germania, Canada e Stati Uniti. Nel 2020 come And The Bear vince la quattordicesima edizione dell’Homeless Fest di Macerata e, giusto per non farsi mancare niente, compone le musiche per uno spot del marchio di cosmetici londinese The wild togheter, poi decide finalmente di chiudersi in uno studio di registrazione (il Maui Garage Studio di Maurizio Sellani) per fissare su disco alcune delle composizioni che stavo già portando live. È da lì che prende forma This is the darkness I used to tape (2021, Valvolare Records), un disco in cui Manuel spazia dall’elettronica al folk, attingendo da tutta la strumentazione accumulata negli anni. Il primo album di And The Bear è vario e suggestivo, unisce il ritmo sincopato di Are you in time out there e Lost beleviers alle atmosfere minimali e riflessive di Misunderstandings, il gusto fra il post punk e i Depeche Mode di Broken words e della title track con quello più affine al folk di Fray of stone, unendo al mix musicale testi che parlano della paura nel senso più ampio possibile: “il buio che si sceglie di non guardare, l’incapacità di appropriarsi del proprio respiro, la scelta della violenza e della prepotenza sono tutti demoni che cerco di svelare con le mie parole”, per utilizzare la sua stessa presentazione sulla pagina Bandcamp.
Last goodnight è la canzone che chiude il disco con leggerezza e malinconia, un brano in cui, coadiuvato dalla voce di Elisa C., con pochi elementi riesce a tratteggiare il bisogno universale di amore che soggiace in tutt* noi. Davide ha reso un po’ più plumbea l’atmosfera della canzone, rendendo il “goodnight” un “goodbye” che la coppia protagonista del suo racconto cerca di dire definitivamente, dialogando insieme sui modi di lasciarsi alle spalle insieme una vita che sta stretta a entramb*. Potete trovare le loro riflessioni più in basso, subito dopo il brano che le ha ispirate: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
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L’ultimo addio, di Davide Morresi
Un lampo illuminò la stanza. Da otto piani più in basso il rumore di marmitte li raggiungeva attutito, abbastanza da non disturbare la musica.
Lei raggiunse la finestra e, nel momento preciso in cui girò la maniglia, arrivò il tuono. Il boato oltrepassò i doppi vetri, lei tornò veloce tra le braccia di lui. Faceva caldo, ma l’idea della pioggia le fece venire un brivido. Lui la strinse a sé e tirò su il lenzuolo.
“Voglio andarmene”.
“Lo so”.
Il vetro iniziò a graffiarsi di acqua.
“Non è qui il mio posto”.
“Nemmeno il mio”.
Un altro bagliore. Si girarono verso la finestra, quasi simultaneamente. Il tuono stavolta arrivò presto e fece tintinnare i vetri. I graffi diventarono rivoli che scendevano come in un percorso a ostacoli.
“Come ci siamo finiti qui?”.
“Era quanto potevamo permetterci”.
“Intendo qui, in questa città”.
“È lo stesso”.
La fiamma della candela tremò.
Lui si voltò a guardarla in viso.
“Dove vorresti essere?”.
“Ovunque, tranne che qui”.
“Ci andremo”.
“Diremo addio a questa città”.
“Diremo addio a tutti”.
“E con che soldi?”.
“L’addio è gratis”.
“Quello che viene dopo l’addio però no”.
“Un passo alla volta”.
“Di addii ne abbiamo già detti molti”.
“Ma erano addii di prova”.
“Esiste l’addio di prova?”
“Esistono tanti tipi di addii”.
“Quali?”
“Esistono gli addii veri e quelli falsi”.
“Come ogni cosa a questo mondo”.
“Esistono gli addii sussurrati, che non li sente nessuno e allora fanno fatica a farsi notare. Ed esistono quelli urlati, esagerati, magari esplosi in un momento di rabbia, che poi uno ci ripensa e fa finta di non averli detti”.
“E poi?”
“Poi ci sono gli addii premeditati. Quelli sono pericolosi, perché uno non dice nulla e ragiona, ragiona, e se non passa all’addio agito poi succede un casino, perché certi addii rischiano di logorarti dentro”.
“E se invece l’addio premeditato diventa addio agito?”
“Allora tutto ok”.
“Ah”.
“Ce ne sono tanti di addii. Sono infiniti gli addii”.
“I nostri erano di prova”.
“Esatto. Ora siamo pronti per passare all’addio che viene dopo”.
“Cosa viene dopo?”
“Dipende…”
“Da cosa?”
“Se gli addii di prova sono stati abbastanza o no”.
“Basta addii di prova”.
“Allora andiamocene”.
“Dove?”
“Ovunque tranne che qui”.
“E come facciamo?”.
“Diciamo l’ultimo addio”.
“E come facciamo a sapere che è l’ultimo?”.
“Non puoi saperlo. Lo sai solo dopo averlo detto. Quando lo dici non sai nemmeno che tipo di addio è. Magari tu pensi che sia un addio di prova e invece è l’ultimo. Oppure il contrario: credi di dire l’ultimo addio e invece ti rendi conto che era solo un altro addio di prova”.
“E allora?”
“Allora cosa…”
“Allora siamo sempre qui”.
“Sì, ma il prossimo sarà l’ultimo addio. Vuoi?”
“Sì”.
“Il prossimo sarà l’ultimo addio”.
“Il prossimo sarà l’ultimo addio”.
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Penso di essermi posto molte volte in questi articoli introduttivi la domanda “perché ci si innamora di un determinato disco/artista”? Non è infatti sempre motivabile con il genere che seguiamo in quel momento, con l’affetto che proviamo per un* determinat* artista, con un’estetica che ci attrae o con chissà quale altro canonico motivo per identificare ciò che ci piace o, normalmente, dovrebbe piacerci. A volte è l’inaspettato a conquistarci, quel mix di elementi che combinati insieme ci scuotono dalla nostra comfort zone e ci aprono nuove vie; a volte, ed è il caso delle Hyper Gal, è il fatto che siano la cosa più respingente e caotica con cui sono entrato in contatto da un bel po’ di tempo a questa parte… Ma posso capire che possa funzionare solo per me il connubio fastidio/amore.
La band formata da Koharu Ishida (voce) e Kurumi Kadoya (batteria e casino vario) l’ho scoperta grazie a un concerto che si deve ancora svolgere. Il duo formatosi a Osaka nel 2018 arriverà infatti a Milano a novembre, ho intercettato per caso la data sulla pagina Facebook dell’Arci Bellezza e, affascinato da qualunque cosa venga dal Giappone da prima di riuscire ad andarci l’anno scorso, mi sono detto “sentiamo cosa fanno”.
Casino. Le Hyper Gal fanno casino.
Ok, ma che casino? So dirvi poco del primo disco A song for xxx del 2019 (Mizuiro Records), perché non si trova online da nessuna parte e pure le copie fisiche sono esaurite (ma su YouTube trovate una loro performance live del 2018, guardando la quale potete aiutarmi a capire la differenza fra le canzoni 09 e 09 for men), ma a marzo è uscito il loro secondo disco Pure per la prestigiosa Skin Graft Records (non farò finta di conoscere vita, morte e miracoli di questa etichetta, ma il nome l’ho già sentito più volte e produce altri pazzi giapponesi come i Melt-Banana) e quello me lo sono ascoltato parecchio dopo aver passato indenne il primo approccio. La musica delle Hyper Gal è definibile come la registrazione grossolana di uno scontro fra la musica noise, il pop e le tamarrate che escono dai rythm game di una sala giochi di Akihabara, il tutto accompagnato dalla voce cantilenante di Ishida che ripete in continuazione le stesse frasi (che ovviamente, non capendo una parola di giapponese, ignoro quali argomenti trattino). Come dite? Non vi ho invogliato ad ascoltarle? Brav*, immagino che siate fra quell* che non gettano nemmeno uno sguardo dall’altra parte della carreggiata quando c’è un incidente in autostrada e vi capisco, sono come voi, ma quando si tratta di musica gli incidenti mi affascinano molto e dopo la prima sensazione di stordimento ho cominciato a sentirmi coinvolto da questo vortice di suoni aggressivi e invadenti, dall’aggiunta continua di synth in loop dell’iniziale charm, dall’epicità tamarra di Tropical (sarebbe la colonna sonora perfetta per un delirio cinematografico di Takashi Miike o per uno videoludico di Suda51, giusto per rimanere in tema di stereotipi a volte veritieri sull* giapponesi pazz*), dal romanticismo extra lo-fi di Wedding ring e dalle mille altre forme (in realtà sono otto, come le canzoni del disco) che prende la loro musica uscita da un frullatore di cose fastidiose che fanno il giro e divengono adorabili. Io lunedì 4 novembre sarò a sfasciarmi il sistema nervoso di fronte al palco, se volete farmi compagnia sapete dove trovarmi.
In un disco di canzoni fuori di testa Domestic utopia spicca per il modo originale in cui mette alla prova la resistenza dell’ascoltatore: un charlie suonato a velocità ossessiva (e ovviamente registrato con microfoni trovati nelle merendine), con tanto di cali fisiologici di ritmo che le Hyper Gal del clic non se ne fanno niente, alternato a momenti in cui Kadoya aggiunge cassa e rullante marziali e Ishida ci recita sopra con tono monocorde la sua filastrocca. Batteria e voce, fine, anche nel delirio conclusivo di gracchiate urticanti creato dai piatti registrati peggio nella storia della musica: il risultato letterario non poteva che essere altrettanto disturbante, costruito attorno a poche immagini che illustrano due estremi di utopia domestica, nei quali potete ritrovarvi o meno… E spero sinceramente che non vi ci ritroviate. Fate un salto al di fuori della vostra comfort zone e andate più in basso, a me non resta che augurarvi (lo spero) buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Utopia domestica
Il coltello a destra del piatto.
Le foto del matrimonio nella vetrinetta.
La bottiglia con l’etichetta rivolta verso l’alto.
Le tende ben stirate.
Le scarpe riposte fuori dall’uscio.
Le lenzuola ripiegate di trenta centimetri.
I gladioli nel vaso di fronte alla finestra.
La camicia ripiegata all’interno dei pantaloni.
(Crrr)
La crepa sul bordo del bicchiere.
La ditata sul vetro della finestra.
L’angolo della libreria ricoperto di polvere.
La barba non fatta.
Lo smalto smangiato sull’unghia dell’anulare.
(…)
I pavimenti lucidi.
I libri ordinati per colore.
La tovaglia ricamata della nonna.
Il cuscino a forma di cuore sul divano.
(Crrr)
Il quadro appeso storto.
L’odore di marcio in cucina.
La macchia rossa sul taschino.
Lo specchietto crepato in bagno.
La ragnatela all’ingresso.
La cacca nel bicchiere.
(…………..)
Il prato alto tre centimetri.
La cera sull’auto.
Il canestro sopra la porta del garage.
La scritta Welcome home sullo zerbino.
La casetta per uccelli in veranda.
La maniglia della porta che splende.
Il rolex sopra il polsino.
La cavigliera in oro grigio.
(CRRR)
La katana conficcata nella parete.
La porta che pende da un cardine.
Gli occhi nel portaoggetti.
La poltrona bruciata.
I bossoli sul pavimento.
I denti nel lavandino.
Le schegge di vetro in salotto.
Il sangue che cola dall’abat-jour.
(………………)
Il nostro sorriso.
(CRRRRRRRRRR)
IL NOSTRO SORRISO.
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La vita è difficile, si ha sempre meno tempo di quello che si vorrebbe e, nel caso specifico di me (che pure sto scrivendo di lunedì mattina da casa, “godendomi” la cassa integrazione), finisco per avere un sacco di cose da dire e spesso mi tocca decidere se dirle oppure guardarmi un film, uscire a bere una birra, portare avanti il romanzo che sto cercando di scrivere e, qualsiasi sia la decisione, poi mi sento in colpa. Sono vittima della sindrome della performance? Sono in realtà un terribile fancazzista che si crogiola nella supposizione di essere vittima della sindrome della performance? E al popolo, di tutte ste fregnacce, che gliene frega? Niente, sicuramente, ma tutto sto pippone è solo per spiegare perché tante volte parlo di due cose alla volta, che siano dischi, film, serie tv o un mischione di tutto ciò: ebbene sì, lo sto facendo di nuovo, ma stavolta parlo di tre dischi.
In fondo ho trovato legami molto più arzigogolati di quelli che uniscono Niglio, The Hunting Dogs e Outblinker: tutte e tre le band giocano infatti in modi diversi con la musica elettronica e tutte sono all’esordio sulla lunga distanza, dopo una gavetta più o meno lunga. Bando alle ciance quindi, e sotto a chi tocca.
Ritmi danzerecci per giovani ombrosi
Sono due fratelli i Niglio, Pierdomenico (voce, elettronica, pianoforte, percussioni e chitarra elettrica) e Damiano (basso, contrabbasso, cori e sintetizzatore), lucani di Matera trasferitisi a Roma per continuare a inseguire il sogno di fare musica. Il loro obiettivo in Penombra (uscito il 10 maggio per Pluma Dischi e IRMA Records) è quello di mescolare le suggestioni elettroniche di fine anni ’90 e inizi anni ’00 alle tradizioni della terra natia, unendo a una strumentazione già di per sé variegata anche l’utilizzo, in un paio di brani (75100 e la title track), del cucù, fischietto in terracotta tipico di Matera.
Emerge sinceramente molto di più l’anima danzereccia nei nove brani del disco, pur se filtrata da chiaroscuri che giustificano in pieno la scelta del titolo. Penombra rimanda l’atmosfera di un party organizzato fra strutture in disuso, non un rave ma una situazione in cui la testa e le membra si agitano al ritmo di pulsioni ammorbidite, affogate in arrangiamenti che ne smorzano la tensione. Di per sé la scelta è azzeccata perché la varietà è uno dei pregi dell’album: Bersagli e Illusi rappresentano i lati più liberi e disincantati, quelli in cui si balla senza far troppo caso alle rovine tutto attorno mentre resiste ancora un po’ di luce, Tormenti con i suoi arpeggi di chitarra appoggiati a synth che fingono l’aggressività accoglie il buio, Amaranto vi si arrende con una lenta ascesa elettronica che dimentica in un angolo l’anima percussiva del duo, Essere aspira all’alba fra malinconia e ritmi che si fanno più trascinanti lungo i tre minuti scarsi del percorso. Potrei usare i termini 2-step e drum’n’bass per definire i confini elettronici della loro musica, così come fa il comunicato stampa, ma me ne intendo troppo poco per mettermeli in bocca senza citare la fonte: di sicuro i fratelli Niglio sono bravi a creare un mondo sonoro sfruttando svariati elementi (anche gli archi nell’intro della title track) che, ahimè, vengono però sminuiti dal cantato.
Non ho ascoltato molto la musica di Cosmo negli ultimi anni, eppure il suo influsso mi è sembrato chiaro prima ancora di scoprire che era effettivamente una delle tante influenze citate dai fratelli Niglio. Più che nella musica è nel modo di cantare di Pierdomenico (autore anche dei testi) che si sente, in quell’alternare citazionismo e malessere esistenziale che, sebbene ben calato nella contemporaneità, appare più esposto che percepito e finisce per far calare una patina di scazzataggine su tutto. Nel party notturno organizzato dai Niglio si fa così caso prima ai partecipanti che si annoiano ai margini della pista, intenti a discorrere senza troppa enfasi dei fatti loro con un drink in mano, e serve del tempo per scaldarsi e lasciarsi andare: il mio consiglio è di concedere a Penombra più ascolti, senza fermarsi alla prima impressione, anche se nel mio caso nemmeno al decimo ascolto sono riuscito a levarmi di dosso l’impressione che il risultato finale sarebbe sembrato meno artificioso con un diverso utilizzo dell’elemento vocale.
Il connubio fra electro-pop e art-rock che non sapevate di aspettare
Sono un duo anche The Hunting Dogs, ma le atmosfere che ricreano con la loro musica sono completamente diverse da quelle dei Niglio. Alba Nacinovich (voce, harmonizer, chitarra, percussioni, beatbox) e Marco Germini (tastiere, synth, drum machines, vibrafono, percussioni) con We are (uscito il 10 maggio per Alka Record Label) puntano a un sound più allegro e scanzonato, provvisto di un sapore pop sconfessato sia dalla durata dei brani (spesso oltre i cinque minuti) che dagli arrangiamenti. Basta ascoltare Click clack, la terza traccia, per accorgersi di questa tendenza: un brano all’apparenza semplice, incalzante nel suo affidarsi al cassa-rullante più basico possibile e ad un riff di chitarra semplice e trascinante, cui si appoggiano tastiere e synth a comporre un quadro di pura leggerezza gioiosa, che a metà parte per una divagazione strumentale con tanto di assolo distorto inaspettata ma perfettamente amalgamata col resto.
È uno schema che replicano anche nella successiva White sheets i The Hunting Dogs, salvo che salta fuori in tutta la sua esplosività l’elemento “art” citato nel cappello introduttivo, affidato anche, ma non solo, alla voce caleidoscopica di Nacinovich. Un po’ Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista, un po’ Courtney Swain dei Bent Knee, la voce dei The Hunting Dogs riesce a catalizzare sia gli aspetti più pop che quelli più bizzarri della musica del duo, senza mai strafare ma adattandosi anzi ad un contesto sonoro che già di suo cerca di essere il più mutevole possibile. Svariare nello stesso disco dalle fumose atmosfere jazz (genere che entramb* l* componenti della band hanno studiato a fondo) con tanto di sax della circolare Less yellow al pop elettronico dai ritornelli adorabilmente sghembi di Hunting dogs (su cui Nacinovich declama come se fosse la voce registrata vagamente schizoide di un treno senza ritorno) sarebbe già lodevole, ma il duo si permette incursioni in territori trip-hop (The dentist) e vira persino verso uno scarno e delicato episodio a base di piano, archi e voce (Voodoo wood, canzone inserita nella colonna sonora del film Il confine è un bosco di Giorgio Milocco).
È difficile al primo disco (pur se anticipato nel lontano 2015 da un Ep, Out to hunt, che testimonia della lunga militanza del duo) avere già un suono riconoscibile e una spiccata personalità: i The Hunting Dogs con il loro autodefinito Electro-shocked pop ci riescono in pieno, e all’interno delle nove tracce di We are troverete altre sorprese ad attendervi.
Synthwave-kraut.post-rock con attitudine DIY
Oltre che con le mie inutili premesse infarcite di parentesi c’è un’altra cosa con cui presumo di aver ammorbato gli affezionati quattro gatti che ancora popolano questo blog/aspirante rivista letteraria: i Fuck Buttons. Aspetto da un decennio buono un disco che arrivi alla magnificenza esagerata e fieramente tamarra di Slow focus, l’ultimo disco di Andrew Hung e Benjamin Power, ma i due hanno preso carriere separate e all’orizzonte di album del genere non ne ho visti avvicinarsi: quando però mi è arrivato il comunicato stampa di Outblinker, disco omonimo della band scozzese, e ho visto il nome di Power alla produzione mi sono brillati gli occhi. Quando poi ho ascoltato la prima traccia Walter Peck gli occhi hanno smesso di brillare e sono diventati definitivamente a cuore, perché nella canzone che apre il disco d’esordio degli Outblinker (uscito il 31 maggio per la francese Araki Records, la britannica GoldMold Records e l’italiana Bloody Sound) c’è tutta quella capacità di affastellamento di suoni equilibrata ed esagerata allo stesso tempo che non ho più ritrovato nei singoli progetti dei due Fuck Buttons.
Come i The Hunting Dogs la band di Glasgow è in giro dal 2015, e negli anni ha prodotto una manciata di Ep prima di affrontare con una certa difficoltà (ma chi non lo ha fatto) il periodo della pandemia. Nove anni sono comunque un tempo più che rispettabile per delineare un proprio suono (e una propria filosofia, orgogliosamente impostata sul Do It Yourself) che, a dispetto della prima canzone, è molto più sfaccettato di quanto mi potessi aspettare. Più si avanza nell’ascolto di Outblinker più emerge l’amore per il post-rock del gruppo, un post-rock fortemente elettronico in cui i synth la fanno da padroni ma che assembla attorno a questo impianto una batteria sempre più presente, arrangiamenti che smettono già dalla seconda traccia Techno viking di basarsi esclusivamente sull’accumulo e che sfruttano una voce fortemente robotizzata come ulteriore elemento sonoro. La band composta da Fraser McPhail, Luigi Pasquini, Chris Cusack e David Ian Warner muta nell’arco di sei sole tracce in un mix di elementi che mescola suggestioni orientaleggianti (la già citata Techno viking, affine e allo stesso tempo distante anni luce da questa figura) al rock sintetico dei Mutiny On The Bounty (Cerimor e alcuni momenti di Grimey, che si apre con un riff monolitico che farebbe la felicità di qualsiasi gruppo e invece lo molla per avviarsi con dinamica ondeggiante verso il paradiso dei synth: la palma di miglior brano del lotto è assegnata) per poi lanciarsi nello spazio con le synthate siderali di DDDavid e chiudere in bellezza, in un percorso coerente nella sua amplificazione di orizzonti, con gli otto minuti abbondanti della mutevole Cargo 200, trascinata da una chitarra fuzzosa che a tratti alterni detta legge in un mare di suoni elettronici.
Sapevo di volere un disco che battagliasse ad armi pari con Slow focus, ma non sapevo che potesse essere un disco così diverso da quel capolavoro. Gli Outblinker vanno a riempire un vuoto personale e sono consapevole di essere di parte nel giudicare questo disco, ma penso di riuscire anche a mantenere un certo margine di oggettività nel definirli qualcosa di diverso e più ampio rispetto ai Fuck Buttons, qualcosa che può piacere tanto agli appassionati di una certa elettronica che accumula synth su synth quanto agli ascoltatori di post-rock dalla mente aperta, più un sacco di gente nel mezzo: non aspettatevi solo qualcosa di sobrio, qui le orecchie vengono prese amorevolmente a randellate.
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Quando ancora avevo una band e potevo definirmi un musicista uno dei miei più grandi sogni era quello di esibirmi in una situazione simile a questa: i Kyuss che suonano nel deserto in mezzo a un sacco di gente. Davvero in mezzo eh! Una roba che puoi fare solo a un certo livello di popolarità, abbastanza alta da attirare gente (mica che ti ritrovi, come gli Skruigners a inizio carriera, con sei persone davanti di cui tre pogano e le altre tre gli saltano in testa dal palco) ma non abbastanza da attirarne un fiume, che poi a livello di sicurezza diventa complicato… Ed è meglio non averla, la sicurezza, se vuoi rendere tutto spontaneo e magnifico come me lo immaginavo io.
Negli anni situazioni del genere le ho vissute, nel mio strapiccolo. Non nel deserto ovviamente, che la pianura padana a tutto assomiglia tranne che al Joshua Tree, e non con in mano uno strumento, ma col palco improvvisato fra il pubblico ho visto i Mood, i bustesi Fuyumeku, ho sperato di vederci anche i rumorosissimi Lightning Bolt al Leoncavallo qualche anno fa perché avevo letto che così facevano i loro concerti e invece no, quella sera erano su un palco normale staccati dalla folla (c’erano notizie peggiori nell’aria, visto che era la stessa sera dell’attentato al Bataclan di Parigi). La prima volta in cui però mi è capitato di trovarmi in una situazione simile è stato al primo, mitico MiOdi, il contraltare distorto del MiAmi che negli anni sarebbe diventato il Solomacello Fest: fra un concerto e l’altro, senza nessuna avvisaglia, un duo chitarra e batteria iniziò a suonare in mezzo allo spiazzo cementificato del Magnolia e ad attrarre gente intorno a sé, coinvolgendo anche solo per quanto era bizzarra e improvvisata la performance. Quel duo erano i Nurse!Nurse!Nurse! (che ancora oggi ritengo un nome fighissimo), e alla batteria c’era Johnny Mox.
Gianluca Taraborelli l’ho conosciuto come batterista, ma negli anni è diventato reverendo e stregone, rimanendo sempre uno sperimentatore. La sua trasformazione nel Reverendo Johnny Mox avviene nel 2012 con l’uscita di We=Trouble (Musica per Organi Caldi, Whosbrain Records), disco dove Taraborelli inizia a sperimentare con loop vocali e suoni che pescano dagli ambiti più disparati, dal noise al rap, creando una versione postmoderna del gospel che ne mantiene inalterata la carica spirituale e sociale (la terza traccia All We ever wanted was Everything è stata registrata a Nairobi, un dettaglio importante per ciò che avverrà più avanti nella sua carriera). Passa solo un anno e il suo nome si avvicina alle mie orecchie con l’Ep Lord Only Knows how many times I cursed these Walls, uscito ancora con l’aiuto di Musica per Organi Caldi più Sons of Vesta, Escape from Today e Solomacello, ne passa un altro e mi si ficca in testa con ancora più insistenza visto che il Reverendo esce con uno split in compagnia dei Gazebo Penguins (cui avevamo dedicato uno dei primi racconti del blog), Santa Massenza. Di stare fermo Mox non ne ha proprio voglia, e il 2015 è l’anno in cui mi arriva in mano Obstinate sermons, prodotto da talmente tante etichette, a guardare il suo Bandcamp, che citiamo per sintesi Woodworm, To Lose La Track (che gli resterà al fianco per il resto della carriera) e la V4V di Mike Montagano (per il cui blog StorDisco scrivevo ai tempi): mi si apre un mondo, mi si stacca la testa dal collo a furia di fare headbang su They told me to have faith and all I got was the sacred dirt of my empty hands, mi si inquieta l’anima di fronte alla spettralità lancinante di The long drape e mi si riempie il cuore di ammirazione quando mi rendo conto che la batteria è fatta con la voce. Il rap citato in partenza infatti non è un orpello messo lì senza saperne, perché Mox della scena ne sa e sa anche fare beatbox, cosa che, come mi è capitato di vedere un paio di volte, nei suoi live insegna al pubblico (provate a dire sempre più velocemente “puzza di cazzo” e vedete l’effetto che fa, ma fatelo sotto la doccia se non volete ritrovarvi la casa piena di sputi).
Passano alcuni anni prima che il Reverendo torni a farsi vivo e me ne accorgo al Lato B di Finale Emilia, durante la quinta Festa del ringraziamento organizzata dal circolo, dove il nostro si esibisce con tanto di band alle spalle, i The Moxsters of the Universe. È appena uscito Future is not coming… But you will, che dal vivo con la band mostra tutto il blues che sta nell’animo del Reverendo, ma in quei tre anni Taraborelli non ha solo progettato quel disco, anzi: in coppia con il chitarrista e manipolatore di suoni Marco Bernacchia, meglio conosciuto col moniker Above The Tree, ha fatto partire il progetto Stregoni. Partire nel vero senso della parola perché il duo in tre anni suona dovunque in Italia e all’estero, e non suona da solo: Stregoni è infatti un progetto a metà fra il live e il workshop, si propone di attirare e far suonare richiedenti asilo di ogni nazionalità e si esibisce ogni volta con una formazione diversa, in un caleidoscopio di influenze e di apertura diametralmente opposta ai diktat sull’immigrazione dell’UE tutta e del governo gialloverde in quello specifico momento storico. Riassumere quell’esperienza è difficile, soprattutto non avendo potuto essere presente, ma vi consiglio di informarvi a partire da questa intervista su Sentire Ascoltare per farvi un’idea di come la musica possa farsi promotrice di un miglioramento nella società.
Sperimentatore sempre, dicevo all’inizio, e Mox lo dimostra ancora nel 2019 con Spiritual Void, album composto da un’unica traccia di sedici minuti registrata fra i boschi del Trentino da cui proviene e che, nomen omen, si manifesta come esperienza spirituale oltre che musicale. Nel 2020 approccia per la prima volta l’italiano nell’Ep di due tracce Hyper Gospel. 1, poi fa il salto quantico e torna sul finire del 2023 con Anni Venti, un disco in italiano nel quale la matrice hip hop che ha sempre fatto parte del suo percorso artistico si fa preponderante, amplificando ancora di più la componente sociale che sta dietro alla sua musica. “Scaricare i costi delle crisi sulla pelle della gente è una forma di violenza che oramai chiamiamo tutti resilienza”, canta Mox in Pensiero collettivo, e fra una frecciatina al Massimo Pericolo di Sette miliardi in Non si torna più indietro e l’esplicitazione sarcastica dello stigma della povertà ne I poveri il reverendo che si è fatto stregone incanta ancora, sempre con la sua fidata cassa su cui salire a fare sermoni davanti al pubblico… e chissà se è la stessa con cui ha suonato quella volta al Magnolia?
Ho esplicitato più volte la mia ignoranza linguistica riguardo all’inglese (non che con l’italiano sia messo meglio, visto come ho formulato la frase che precede questa parentesi), motivo per cui fin dalla fondazione di questo blog ho immaginato dietro alle parole di The long drape una storia che volevo raccontare ma che, non riuscendo a capire il testo, non sapevo raccontare efficacemente. Johnny Mox stesso mi è venuto in soccorso inviandomi il testo della canzone e così questo racconto ha infine trovato vita, facendosi fotografia sbiadita di un matrimonio meno felice di quel che dovrebbe essere: il perché potete scoprirlo andando a leggerlo subito dopo aver ascoltato la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che ringraziare Gialuca per il dono e augurare a tutt* voi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Bellezza
Tutti i soldi del mondo non faranno mai tornare il vestito come prima. Lui era convinto di poterle donare tutto, il mondo intero in cambio della sua bellezza, e invece guarda.
Era davvero radiosa, mentre camminava verso l’altare. Lui non aveva mai pensato che potesse esserlo così tanto, anche se l’aveva sposata contro il parere di tutti, anche se aveva visto qualcosa nella sguattera che altri avrebbero preso solo come amante, lasciandole al massimo un figlio bastardo e qualche minaccia a intimarle il silenzio prima di essere cacciata. Lui no, lui aveva capito a cosa serviva davvero la ricchezza.
Ma la ricchezza non può rimediare a tutto quel sangue. Nemmeno la miglior sarta del mondo saprà ricucire abbastanza bene da nascondere la violenza. Non se l’aspettava così la prima notte di nozze, quando ancora piccola ne parlava con la madre, giocando con un asciugamano a farle da velo mentre dalla stanza accanto suo fratello tossiva l’anima e i sorrisi si spegnevano all’istante. Lui non sarebbe riuscito ad accompagnarla all’altare, nessuno dei suoi fratelli ci sarebbe riuscito.
A quel tempo suo padre se n’era andato già da un bel pezzo, litaniando bestemmie che l’avrebbero portato molto più in basso della miniera in cui aveva lasciato i polmoni.
Con tutti i soldi del mondo, pensa, bisognerebbe inventare un sapone che sappia pulire ogni cosa. I vestiti, i pensieri, le anime. Pulire i giorni, smacchiarli dal rancore, renderli lindi e scintillanti come appaiono in superficie. E invece.
Verso l’altare della chiesa si può imparare a camminare con grazia in ogni situazione. Col vestito bianco, con quello nero. Quando seppellisci tutti i tuoi fratelli, tutte le tue sorelle, tuo padre, tua madre per ultima, col cuore spezzato dai troppi lutti, impari a fingere che sia tutto normale. Impari a fingere che si possa amare la morte, perché la morte ha un nome e un indirizzo.
Puoi decidere che il giorno più bello della tua vita non ha a che fare con l’amore, ma con la vendetta.
Continua a strofinare, ma le macchie di sangue resistono. Non che serva a granché nascondere, ma sarebbe così bello, qualcosa di davvero bello, poterne uscire pulita. Guarda il velo candido gettato in un angolo, l’unica parte del vestito ancora intonsa, l’unica parte a cui lui non si è aggrappato per evitare di andare a fare compagnia a suo padre, una coltellata alla volta: una morte fin troppo veloce.
Prende in mano il velo, saggia la consistenza della stoffa, pensa ai soldi che è costato, alle vite buttate per poterlo acquistare. Lo posa sul proprio capo: quando verranno a prenderla sarà la sua corona, regina per una sola notte.
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Sono un vecchio videogiocatore, e come tale ho visto cose che… no dai, basta con le citazioni da Blade Runner. Però ho fatto in tempo, guarda un po’, a giocare anche al videogioco di Blade Runner, un videogioco che pur avendo una produzione costosissima non aveva comunque i diritti del film: niente Harrison Ford, niente nomi dei protagonisti (alcuni erano mutuati da quelli di Ubik, il capolavoro di Philip K. Dick che pure ebbe una trasposizione videoludica, mentre per quella cinematografica stiamo ancora attendendo), ma tanta tecnica che ai tempi sembrava miracolosa. Fra la fine degli anni 90 e i primi anni 2000 c’erano continui passi avanti nella grafica, il fotorealismo sembrava a un passo (che poi, a riguardarli oggi, certi di quei videogiochi di passi ne dovevano fare ancora molti, ma si arrivava da pixel grossi come la mia testa che ora, guarda un po’, passano per “pixel art”) e l’industria videoludica, allargandosi, stava iniziando a lasciarsi indietro la nomea di corruttrice di giovani menti per ripulirsi l’immagine in quanto fabbrica di soldi.
Sono un vecchio videogiocatore, quindi ricordo anche i momenti in cui si era già tentato di sfruttare i videogiochi per farci dei soldi, anche al di fuori del contesto videoludico in sé. Non ho mai visto Super Mario Bros, quello in cui Bob Hoskins si è dato all’alcol per non essere costretto a pensare alla merda che stava girando, ma di trasposizioni videoludiche terribili è pieno il mare della cinematografia. Molte sono state realizzate dal famigerato Uwe Boll, regista tedesco su cui andrebbe scritto un articolo a parte (e chissà che non lo faremo) che per anni ha preso dei videogiochi e non gli ha reso giustizia con cose terribili, che chiamarli film è forse troppo, come House of the dead e Alone in the dark (dal peggiore di questi, lo scorrettissimo Postal, riuscì però a tirar fuori qualcosa di divertente), ma per anni il meglio che si poteva trovare, a parte rare perle come Silent Hill, era quella tamarrata della saga di Resident Evil. Poi qualcosa è cambiato, non totalmente ma un po’ sì.
Ecco, ora Uwe Boll vuole sfidare anche noi a un incontro di boxe
Il punto di svolta, o almeno quello in cui se ne sono accort* tutt*, è stato The last of us, forse perché già pescava da un videogioco che faceva della trama il suo punto di forza (ho visto trame migliori comunque), ma in generale l’equazione “film/serie tv tratta da un videogioco = merda” sta venendo sfatata: la serie su Fallout, saga videoludica il cui capostipite è uscito nel 1997 (solo per PC, ai tempi le console dovevano ancora prendere il sopravvento), ne è la dimostrazione.
Back to 1997, with isometric visual
Sono un vecchio videogiocatore, quindi ricordo le anteprime sulla rivista The Games Machine in cui si parlava dei diritti di sfruttamento a cui gli sviluppatori di Interplay Entertainment è stato dapprima concesso e poi negato l’utilizzo. Il primo Fallout era un gioco di ruolo che avrebbe dovuto basarsi su G.U.R.P.S., un set di regole molto meno famoso di Dungeons & Dragons ma con un’ambientazione futuristica e ironica che gli aveva garantito una comunità di appassionati, poi non se ne fece niente e gli sviluppatori dovettero camuffare quel set di regole e modificare anche dettagli dell’ambientazione: certe idee geniali nascono anche così, tipo il look retrofuturistico da società anni 50 andata avanti ben oltre il limite consentito, o il Vault Boy che spiega col suo sorrisone fiducioso quali caratteristiche sviluppare per fare un headshot come si deve a un super mutante. Sono dettagli che un videogiocatore porta nel cuore, le prime cose a cui pensa quando scava nella memoria, e per anni sono state le prime a venire sacrificate sull’altare del “va be’, abbiamo il titolo del videogioco scritto in grosso, che vogliono di più se non darci i soldi?” (ora ci vorrebbe il meme di Fry, facciamo come se l’avessi messo): Jonathan Nolan e Lisa Joy per fortuna non sono di quella scuola.
Precedenti illustri
La coppia, sia sul lavoro che nella vita, si era già meritata l’affetto di molti appassionati di fantascienza con la prima stagione di Westworld, serie che richiedeva un certo impegno a livello di attenzione (diciamo che non saprei riassumere tutti i passaggi della trama) ma che ricambiava con uno sviluppo appassionante, personaggi credibili (e che cast, basti citare Ed Harris e Anthony Hopkins), temi profondi e un finale che se non è perfetto poco ci manca. Westworld era la classica serie che sarebbe dovuta finire così, invece Joy e Nolan hanno fatto la mossa Lost e ci hanno ricamato su, hanno complicato ulteriormente il loro canovaccio sulla coscienza e l’intelligenza artificiale e allargato la prospettiva: io ho perso interesse dopo due puntate della seconda stagione, le opinioni generali non sono state molto generose e alla fine la serie è stata cancellata dopo la terza stagione. In Fallout l* due si limitano a produrre (ideator* della serie sono Graham Wagner e Geneva Robertson-Dworet, quest’ultima già sceneggiatrice dell’ultimo film dedicato alla saga di Tomb Raider), anche se alcune caratteristiche del loro precedente lavoro rimangono nel tono spesso sopra le righe degli eventi, qui più sul fronte violenza che non su quello sessuale (avere un bordello fra le ambientazioni è stato l’escamotage con cui Westworld si concedeva una quota di nudità piuttosto alta, perché come recita il motto “It’s not porn, it’s HBO!”).
Ovviamente la trasposizione cinematografica perfetta di un videogioco non consiste nel filmare tutto in soggettiva se stai facendo un film su uno sparatutto (cosa che nell’altrimenti dimenticabile Doom veniva fatta, in una sequenza che come omaggio era piuttosto riuscito), ma nel riuscire a restituire lo stesso spirito. Per fare questo Fallout doveva restituire alcune caratteristiche ben note ai cultori della saga, che hanno a che fare con l’ambientazione geografica, l’ironia di fondo e una cura per le sottotrame, oltre a investire come ogni serie che si rispetti (anche non tratta da un videogioco) in una trama appassionante e personaggi ben scritti. E partiamo proprio da questi ultimi allora.
Ci sono un ghoul, un soldato e una sopravvissuta…
A far fare il salto di qualità alla saga videoludica di Fallout è stata la software house Bethesda, che nel 2008 sviluppò Fallout 3 portando il gioco nella “nuova generazione”: non più grafica isometrica, ma una soggettiva figlia dell’altra famosa saga dello studio, Elder Scrolls (scusate la parentesi nerd, ma magari avete anche voi sentito parlare di Skyrim), e un sistema di gioco che univa le logiche di un first person shooter a quello del gioco di ruolo. Va da sé che il personaggio principale era un semplice specchio muto del giocatore, ma tutto attorno a lui l’ambientazione postapocalittica ricreata da Bethesda pullulava di personaggi bizzarri e unici, da compagn* che potevano unirsi a te (non più di uno alla volta) a sceriffi robot, ghoul amichevoli e affaristi senza scrupoli. Wagner e Robertson-Dworet hanno avuto la buona idea di valorizzare questa diversità, sviluppando la trama attorno a tre personaggi che si ritrovano costretti a interagire fra loro: Lucy MacLean (Ella Purnell), una giovane donna che ha vissuto la sua intera esistenza nel Vault 33 (uno dei rifugi antiatomici autosufficienti costruiti due secoli prima e ancora isolati dalla superficie) e ne fugge per ritrovare il padre rapito da alcuni predoni, il soldato Maximus (Aaron Moten), recluta della Confraternità d’Acciaio che aspira a diventare cavaliere, e il Ghoul (Walton Goggins), un cacciatore di taglie mezzo scarnificato dalle radiazioni che pare in giro da secoli e ha imparato a cavarsela in ogni situazione, con poco interesse per le vite che calpesta nel percorso.
Che bella compagnia!
Tutt* loro si ritrovano coinvolt* nella ricerca di un misterioso artefatto, rubato in un laboratorio segreto da uno scienziato che lo deve consegnare alla fantomatica Lee Moldaver (Sarita Choudhury), e i vari passaggi di mano del prezioso congegno (di cui nessuno conosce la natura) portano l* tre ad allearsi, rincorrersi, cooperare e cercare di uccidersi a seconda della situazione, ognuno coi propri obiettivi da perseguire: costruiti su una caratterizzazione piuttosto marcata (ingenua e ottimista Lucy, ombroso e arrivista Maximus, cinico e sempre a suo agio il Ghoul), i personaggi se ne distaccheranno parzialmente con l’avanzare delle puntate, sfuggendo al pericolo macchietta e assumendo anche grazie ad alcuni flashback (particolarmente importanti per il Ghoul, ex star di Hollywood quando ancora si chiamava Cooper Howard) maggiore profondità. Attorno a loro il mondo della California nuclearizzata è pieno di gente bizzarra di cui è difficile fidarsi, dal “dottore” che cerca di vendere sottobanco i propri rimedi miracolosi ai predoni che gestiscono tramite robot medici un giro di compravendita di organi passando per comunità di mutanti dalle dubbie motivazioni, queste sì macchiette ma funzionali a rendere vivida e palpabile la mancanza totale di legge che vige nella Zona contaminata.
… che vagavano in mezzo alle macerie…
Una cartolina dalla Zona contaminata
Avete visto Mad Max: Fury Road? Se avete risposto “no” recuperatelo prima di ieri, perché è un’esperienza cinematografica incredibile, un miracolo di azione spasmodica corroborato da un world building essenziale ma tutt’altro che sobrio. La sobrietà non è di casa nemmeno in Fallout, che alla rassicurante patina anni 50 del mondo pre-guerra nucleare affianca edifici ridotti a scheletri, deserti mortali, strutture automatizzate che hanno smarrito la loro funzione e bidonville putride: l’unica parvenza di ordine sembra resistere nei Vault, ma anche gli angusti corridoi sotterranei ci metteranno poco a sembrare meno sicuri di quanto sembri. Fallout la serie riesce a replicare i Fallout videoludici nel senso di meraviglia di fronte a questo mondo alieno, donando all’ambientazione un carattere che non si limita al “postapocalittico standard” e lo rende vivo, unico. A questo contribuisce sicuramente il look retrofuturistico, dove accanto alle tute avanzatissime dei Cavalieri della Confraternità d’Acciaio convivono le pubblicità zuccherose di prodotti come la Nuka Cola, i cui tappi sono ormai moneta corrente nella Zona contaminata: una buona ambientazione la si (ri)crea anche così, attraverso piccoli dettagli che fanno il mondo, e certo il farmaco che toglie le radiazioni non può rivaleggiare con il chitarrista fiammeggiante del già citato Fury Road, ma quando scopri che quel farmaco si chiama “Rad-Away” ti viene da sorridere riguardo alla lapalissiana qualità di quel nome, e quel sorriso ti ha catturato ancora un po’.
… con una battuta sempre pronta sulla punta della lingua…
Ok, non stiamo parlando de L’ultimo boyscout, ma non è (solo) coi dialoghi che Fallout manifesta tutta la sua carica ironica. Il primo videogioco della saga iniziava col protagonista costretto a uscire dal suo Vault per salvare la propria comunità da un malfunzionamento, e la soluzione consisteva nel procurarsi un G.E.C.K., altrimenti detto in maniera estesa “Garden of Eden Creation Kit”. Come lo mettiamo a posto questo problema? Ma che domande, col kit di creazione del Giardino dell’Eden! Ribadiamolo: Fallout non se n’è mai fatto niente della sobrietà, e la sua trasposizione seriale questo spirito lo abbraccia in pieno, calcando la mano sull’ingenuità degli abitanti dei Vault, caratterizzando in maniera ambigua ogni fazione (la Confraternita d’Acciaio, emblema di ordine e civiltà, assume sempre più un’immagine pseudo-fascista con l’avanzare della trama) e facendo ringraziare i poveri abitanti della Zona contaminata quando qualcuno evita di ucciderli per partito preso. È un mondo malato quello uscito dalla guerra nucleare ma questo non significa che non si possa riderci sopra, anche solo vedendo un orso mutante che gioca all’apriscatole con un’armatura atomica.
Alle bestie mutanti le armature atomiche piacciono un sacco!
… mentre cercano di salvare il mondo.
Una delle cose che ricordo di più all’interno della saga videoludica di Fallout è l’esplorazione di un Vault abbandonato. Era un Vault trovato per caso, raggiunto svicolando dal percorso imposto dalla trama, lasciato dall* abitant* alla viglia di bizzarre elezioni: ogni candidat*, invece di fare campagna contro l* avversar*, tentava di minare la propria candidatura. Addentrandomi sempre più in profondità nei cunicoli scoprii che la struttura, completamente automatizzata, precedeva il sacrificio di un membro della comunità ogni tot tempo (questa la funzione delle “elezioni”), pena la mancanza di beni di sostentamento: arrivare alla camera di esecuzione (e sopravviverci) permetteva di scoprire che l’ultimo “sindaco” si era rifiutato di sottostare alla legge, scoprendo così che… non era davvero necessario, e anzi quel sacrificio continuo era una prova da superare per dimostrare di essere evoluti come società. In quella piccola storia, facilmente evitabile, ho riconosciuto l’abilità di Bethesda di portare avanti una narrazione che, nonostante l’ironia di fondo, sapeva anche coinvolgere ed assestare buoni pugni nello stomaco.
Fallout la serie non ha per forza la trama più originale del mondo, ma sa come raccontare una storia e lo dimostra ad ogni puntata. Mentre seguiamo la ricerca di Lucy, Maximus e Cooper veniamo messi a parte anche della situazione nel Vault 33, dove il fratello di Lucy Norman (Moisés Arias) scopre che la comunità idilliaca in cui è cresciuto nasconde strani segreti, e i vari flashback sulla vita di Cooper ci mostrano che la Vault-Tec, l’azienda creatrice dei Vault, ha interessi che vanno al di là della salvaguardia dei cittadini, in un clima di paranoia anticomunista che estremizza il Maccartismo reale. Joy e Nolan hanno già sfruttato efficacemente le sottotrame in Westworld, lasciando che lo spettatore si facesse domande a ogni svolta della narrazione, e altrettante domande ne lascia Fallout quando si arriva alla fine della decima puntata: speriamo che nella prossima stagione non si giochi troppo al rilancio, finendo nel macciocapatondiano “lì c’è un mistero più misterioso”, perché quanto fatto finora è quanto di meglio si possa augurare un vecchio videogiocatore quando fanno la trasposizione di una saga che ha amato.
Prossima fermata: New Vegas!
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Sembra l’altroieri che vi parlavamo di traumi (e in effetti lo era), e guarda un po’ oggi siamo qui a parlare di morte. Di rockstar morte. Fuori splende il sole (almeno qui a Milano) e io vi parlo delle mie rockstar morte, in maniera meno originale e folle di quanto facesse Bill Hicks qualche decennio fa.
È sempre bello vederlo impazzire
Ho 45 anni e ho già capito che, a meno che non voglia appassionarmi alla trap e a Taylor Swift dimenticando tutto il mio passato, molt* artist* che adoro moriranno prima di me. Ho già avuto il mio quantitativo di lutti inaspettati (nonostante lo stile di vita non esattamente morigerato), quasi tutti concentrati nel grunge e dintorni: Laine Staley, Scott Weiland, Chris Cornell soprattutto visto che sono stato per anni fan sfegatato dei Soundgarden (e dire che si erano appena riformati…), anche se quello per cui ci sono rimasto peggio è stato decisamente Mark Lanegan, colui che considero tuttora la miglior voce della musica in assoluto. Tutti in giro da una bella fetta di tempo eh, che si sono fatti la loro carriera, anche se ti viene da pensare che se Keith Richards sopravvive a una caduta da una palma e Ozzy Osborne a un incidente col tagliaerba (lo so, sembra la gara a chi cerca di morire nella maniera più stupida) pure loro potevano diventare anziani nonostante gli eccessi. Peggio è quando qualcuno se ne va nel pieno del successo (almeno per un fan): l* var* Kurt Cobain, Jim Morrison, Amy Winehouse e compagnia cantante (e suonante) sono entrati nel mito anche per quello e difficilmente si affiancherà un Club 85 al famigerato Club 27 delle rockstar morte troppo presto.
Poi ci sono le morti che fanno meno rumore, quelle di chi non vende milioni di dischi. Puoi essere nel giro da decenni, aver suonato in gruppi influenti per il tuo genere di riferimento e aver prodotto dischi strafamosi tipo In utero dei Nirvana, ma quanti si ricorderanno di SteveAlbini dopo la sbornia attuale di articoli? Io nemmeno mi ricordavo di Mark Linkous, l’uomo che ha fondato ed era, a tutti gli effetti, la band Sparklehorse, e meno male che è arrivato Lorenzo Santangeli a ricordarmi di berne una anche alla sua memoria, che a Tremila Battute ci piace commemorare così.
Lorenzo è uno che da queste parti abbiamo già visto e che contiamo di rivedere spesso, perché la sua passione per la scrittura e per la musica lo rendono il collaboratore che tutt* vorrebbero. Aveva già parlato per noi, associandovi i suoi racconti, di Eiko Ishibashi e della Gilla Band, mentre altri racconti e la novella Kernel li potete trovare cliccando su questo comodissimo link. Presto si metterà in proprio con un blog di approfondimento su musica e dintorni che si chiama Il Cerchio Perfetto, che vi esortiamo a seguire: se poi vi venisse la voglia anche di collaborare contattate direttamente Lorenzo al suo profilo Instagram, il blog è aperto ai contributi esterni e anche noi di Tremila Battute ci impegniamo a dargli una mano.
Non avrei potuto scrivere parole più sentite e calde di quelle scritte da Lorenzo su Mark Linkous e i suoi Sparklehorse, quindi la smetto di intasare questo spazio di chiacchiere inutili e lascio a lui il metaforico microfono.
“Questa presentazione sarà non ortodossa, sarà inaccettabile, sarà una mera pagina di diario. Quando Mark Linkous si spara al cuore con un fucile è il 6 Marzo del 2010 e io quattro giorni dopo lasciavo Roma e partivo per Londra con vaghissimi progetti di gloria musicale. Non credevo ai cosiddetti segni, ma di certo con una visione più chiara dell’assurdo avrei forse compreso che tutto aveva inizio sotto il peggiore degli auspici. Da due o tre anni ascoltavo Sparklehorse insieme a quelli con cui avevo un piccolo gruppo. Sparklehorse me lo aveva consigliato un altro amico con simili velleità e una passione sicura per i Radiohead. Il gruppo inglese ha un bel ruolo in questa storia, ma ci torno fra poco. Mi innamoro di Sparklehorse senza troppa difficoltà. Lo vado a vedere dal vivo. Ricordo che si portava via il suo amplificatore. Che ha suonato quasi ogni canzone dieci bpm sotto. Che a fine concerto ho cercato di fargli autografare (autografare!) un demo, stava talmente fuori e io talmente dentro che non ci siamo capiti neanche sulla prima lettera del nome del gruppo. Stava appoggiato al muro, sul punto di cascare dentro il muro. Nel ricordo sono una bambina col sorriso idiota. Nella sua musica però c’era tutto quello che già mi ascoltavo, ma fatto con uno stile particolare e soprattutto sostenuto dai testi più belli che io avessi mai letto. In quegli anni ancora non avevo trovato la mia vena, continuavo a bucarmi a vuoto, e quelli intorno a me mi guardavano come i cani quando gli dici biscotto e non glielo dai. Non ho mai avuto né lo spirito di mandarli a cuccia, né la disperazione per ignorarli, l’assurdo era ancora solo un’iperbole che mi piaceva tantissimo senza sapere bene perché.
Per Mark Linkous invece erano già passati molti anni dal primo tentativo di suicidio. Per Mark Linkous c’era già stata la partita a scacchi con la morte, che aveva vinto all’ultima mossa, con suo grande dispiacere. Era il 1996. Qualche tempo prima era tornato da New York e da Los Angeles, dove aveva fallito (così si dice se non ti fai tanti clienti), si rintana nella sua città natale dove da giovane andava in motocicletta, si drogava, cresceva insieme ad altri ragazzi disadattati. È tornato per fare solo musica fantastica. La registra con l’aiuto dell’ex Camper van Beethoven, Lowery. Fin dalla copertina Mark Linkous non vuole funzionare più per la gente, prende ispirazione dal grottesco della sua terra, dalla letteratura locale (tra l’altro gente molto amata anche in Italia). Un bel cielo azzurro è monopolizzato dal volto del pagliaccio a molla. Una canzone ascoltata in sogno, suonata in un sottomarino e distorta dall’acqua, di un gruppo con un generale, gli suggerisce il titolo. Fin dalla prima canzone, Homecoming Queen, Mark Linkous dice a tutti che lui ora guarda alla nicchia e parla lunare, la lingua in cui si viaggia nel tempo. Ruba il primo verso a Shakespeare e poi va da solo. A horse, canta, a horse, my kingdom for a horse, rattling on magnetic fields. Entrambi, lui e Riccardo III, a invocare un cavallo, entrambi per fuggire la morte, ma lui attraverso il tempo, perché fin dalla prima canzone Sparklehorse annuncia che Mark Linkous è già coi piedi nell’oblio. What once grew straight and tall toward the sun is absorbing back down to dirt like a sponge. Il disco si muove sulle tracce di Tom Waits, ma con voce gentile e un immaginario gotico caldo. Qualcuno lo aveva definito un Faulkner con la Rickenbacker, in un articolo intitolato Too good to be famous: troppo bello/buono per essere famoso.
Ma qui entrano in gioco i Radiohead. Stanno già diventando uno dei gruppi più popolari. Hanno sentito il disco e decidono di portarsi Sparklehorse in tour. Improvvisamente l’obiettivo tanto inseguito sembra a portata di mano, proprio quando la rinuncia è stata firmata fino all’ultimo foglio. Bisogna festeggiare. Mark Linkous lo fa con un cocktail di medicinali che lo stende e lo uccide per due minuti. Quando torna dal viaggio cosmico, dopo la vittoria a scacchi in orbita, il dubbio che tutto sia stato un grande sogno è la certezza che la realtà non esiste, il via libera per andare avanti. Altri dischi, collaborazioni eccellenti, una modestissima schiera di devoti che rispondono presente alla sua chiamata minore. Non sarà mai baciato dal penoso successo. Neanche quando collabora con David Lynch (collaborazione che comunque gli garantisce un nutrito gruppo di affezionati in Italia). Parliamoci chiaro, è un bene. I musicisti fantastici non sanno che farsene del successo. Mark Linkous in fondo ha scelto la musica per sfuggire la vita mostruosa tutta lavoro e fatica che aveva intorno nel paese natale. Ha visto Johnny Cash, ingenuamente si è detto this is a cool way to live, e non ci ha pensato più due volte.
L’anno scorso sono tornato dal mio esilio per ristabilirmi in questo paese che mi sembra il più straniero di tutti, non per fare musica fantastica, ma per continuare a scrivere le mie prose eccentriche, per vedere dove mi portano. Poco tempo dopo gira la notizia che un disco postumo di Sparklehorse verrà pubblicato a breve, si chiama Bird Machine. Il materiale è stato registrato tutto nel 2009, sembra che il fratello ne abbia ritrovato una traccia per caso e che per il prodotto finale non abbia dovuto fare nient’altro che mettere in pratica le esperienze accumulate quando già suonava con lui. Come ho detto prima, non credevo ai segni e non ci credo neanche adesso (forse solo alle chiusure di parentesi), eppure ho pensato che potesse essere di buon auspicio, ma con un unico problema, che dopo aver messo la testa dentro l’assurdo non so proprio di buon auspicio per cosa.”
A chiusura del cerchio (perfetto) a parte delle canzoni di Bird machine ha lavorato anni fa proprio quell’Albini che commemoravamo all’inizio. Non Kind ghosts però, il brano a cui Lorenzo si è ispirato, una canzone che fra glitch elettronici e chitarre riverberate nasconde sotto la delicatezza della voce di Linkous la malinconia e il dolore. C’è dolore anche nel racconto di Lorenzo, un dramma che si riverbera a distanza di anni e attorno al quale, senza premeditazione, si riuniscono due vecchi amici: cosa li ha accomunati e cosa si diranno sta a voi scoprirlo, andando a leggerlo subito dopo il brano che ha ispirato la storia, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Colpo di fucile, di Lorenzo Santangeli
Uno di noi ha detto «vado via, vado nella Capitale della musica», e quando curiosi, già un po’ invidiosi, forse addirittura tristi, gli abbiamo chiesto perché, lui non ha saputo darci una vera risposta. Lo abbiamo visto andare, risoluto, noi pieni di amarezza, e due ore dopo ci è arrivata la notizia che dall’altra parte del mondo il nostro Maestro, l’uomo per cui tutti noi eravamo nella musica, si era sparato un colpo di fucile in testa. In quegli anni, e di certo anche per via di quel colpo di fucile, il destino è stato un argomento molto discusso tra di noi praticanti della musica. Aveva scelto di spararsi o era inevitabile a prescindere dalla sua volontà? E volontà cosa significava? La volontà di spararsi un colpo di fucile in testa, cosa significava? Delle domande in progressione abbiamo sempre apprezzato la qualità musicale, il suggerimento di un ritmo, l’arrangiamento piano dell’assurdità.
Molto tempo è passato, e il suono di quelle domande si è disperso tra i rumori in sottofondo. Un pomeriggio, al supermercato, precisamente al reparto dei vini, ho incontrato lui, il vecchio amico musicista. «Che ci fai qui?» gli ho chiesto senza alcuna traccia di felicità. «Sono tornato» mi ha risposto, «la Capitale per me è finita.» Abbiamo camminato per un po’ e ci siamo lasciati organizzando una rimpatriata per la sera. Al tavolo del pub lui ci ha raccontato frammenti di una storia forse per noi impossibile da condividere e forse impossibile per lui da riconciliare. Quanti anni erano passati? Dodici? Tredici? Aveva vagato per anni nel tentativo di ingannare l’oblio. Due giorni dopo, verso le tre del pomeriggio, io sono stato il primo a leggere la notizia diffusa dalla sorella del nostro Maestro. Su una delle più importanti riviste musicali in circolazione annunciava che alle sette di sera, su ogni piattaforma digitale, sarebbe uscito il disco postumo di suo fratello, scritto in quei mesi prima della fucilata, scoperto per caso nelle memorie e lasciato quasi intatto dal momento in cui i vicini hanno sentito lo sparo.
Io e il mio vecchio amico musicista lo abbiamo ascoltato insieme, una volta a casa mia, poi una seconda volta nell’appartamento che lui aveva preso da poco in affitto. Non so bene cosa mi è passato per la testa, ma ancora meno so cosa è passato per la testa a lui. Io posso dire di aver sentito una voglia irrefrenabile di mettermi a suonare; lui invece si è alzato e da un angolo ha preso il suo zaino. «Devo andare», ha detto, «devo ritornare». Da quel giorno non l’ho più sentito.
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Non potevo esimermi dal citare e ribaltare il motto “stranger than fiction”, anche perché è incidentalmente il titolo di un ottimo album dei Bad Religion e di un bel film con Will Ferrell, per parlare di Baby reindeer, serie creata da Richard Gadd da poco uscita su Netflix, e di May December, film di Todd Haynes da poco invece uscito dalle sale cinematografiche dopo una permanenza troppo breve. Entrambe le opere infatti traggono spunto da eventi reali (dalla propria vicenda personale nel caso della serie di Gadd e da uno scandalo sessuale scoppiato sul finire degli anni 90 negli Stati Uniti per quanto riguarda il film) ed entrambe giocano con la metacinematografia, visto che Gadd interpreta sé stesso mentre May December opera l’escamotage del film nel film. Entrambe le opere sono accomunate anche dal trattare temi molto sensibili problematizzandoli in maniera originale e curata (le molestie sessuali e lo stalking nel primo caso, l’abuso di minori nel secondo), ma dove si discostano è nel modo che hanno di affrontare un elemento molto caldo nella narrazione odierna, sia cinematografica che editoriale: signore e signori, ecco a voi il Trauma.
Peggio di così puoi ancora scavare
Fino a qui tutto bene?
Non mi ritengo così intelligente da arrivare a fare un’analisi dei media moderni sulla base di un elemento, ma che ci fosse qualcosa di strano in atto nel mondo dell’editoria lo percepivo: molta autofiction, più del solito, e incentrata su esperienze tutt’altro che positive. Ci è voluto questo articolo de Il Post (che ne riprende uno del New Yorker) però a farmi ragionare sull’amplificazione, che ossessione magari è troppo, delle storie che hanno il trauma come motore trainante delle vicende e della costruzione dei personaggi. L’esempio più lampante che viene fatto è Una vita come tante di Hanya Yanagihara, in cui la personalità del protagonista viene influenzata dalle terribili esperienze acccadutegli, dall’abbandono appena nato a un lungo campionario di violenze e torture subite: non avendo letto il libro non posso né concordare né dissentire con questa lettura, di certo però la vita del Jude di Hanagihara assomiglia, in quanto a emblema della sfiga, a quella di Richard Gadd.
Baby reindeer si basa su un monologo di stand-up di Gadd stesso, e parla di come la vita piuttosto anonima del suo alter ego Donny viene sconvolta dall’incontro con Martha (Jessica Gunning), una donna solitaria che un giorno entra nel pub dove l’uomo lavora e inizia a sviluppare per lui un’ossessione morbosa, alimentata dalla tenerezza con cui lui la tratta ma condita da comportamenti di stalking sempre più eccessivi. La storia ci viene raccontata dal punto di vista di Donny, sentiamo i suoi pensieri e le sue rimuginazioni sugli eventi, veniamo messi a parte delle sue recriminazioni e di ciò che lo porta a prendere decisioni che si rivelano essere, nella stragrande maggioranza dei casi, a dir poco pessime.
Cosa potrà mai andare storto?
La serie ha l’innegabile capacità di trattare un tema come quello delle molestie e dello stalking, in maniera preponderante agito dagli uomini contro le donne, ribaltando la questione senza cadere nella trappola dell’ideologia al contrario. Donny non è né viene mai dipinto come il simbolo della violenza delle donne sugli uomini, è solo una persona apparentemente comune che alla sfiga di avere ambizioni da comico pur mancando di senso dell’umorismo (ambizioni per cui è disposto a tenere la propria vita in standby, fra il lavoro senza prospettive da barista e la strana convivenza con la madre della sua ex) aggiunge il ritrovarsi gli spazi vitali invasi progressivamente da Martha, una donna che ad una vulnerabilità che emerge a tratti aggiunge sempre più livelli di follia, ansia di possesso, manipolazione e violenza. Dalle centinaia di mail giornaliere alla presenza costante al pub Martha (interpretata in maniera inquietantemente efficace da Gunning) passa all’intrufolarsi persino in casa di Donny le cui reazioni, dettate dall’empatia come da una strana forma di gratificazione per quelle “attenzioni”, sono poco efficaci, tese a sminuire comportamenti che rendono la sua vita sempre meno vivibile.
Empatia malriposta
Se di Martha scopriamo il malessere mentale attraverso le azioni, a qualche dettaglio della sua vita e, soprattutto, delle sue pendenze con la legge, senza avvicinarci mai alle cause dei disturbi ossessivi che la caratterizzano, di Donny scopriamo pian piano che le sue decisioni, che ti fanno venire spesso la voglia di dargli una scrollata forte urlandogli nelle orecchie “ooooooohhhh ma ce la fai?”, sono dettate da un quadro psicologico molto più complesso di quanto potesse apparire inizialmente. Baby reindeer è una serie che delinea con meticolosità e sensibilità problemi psicologici difficili da trattare, e lo fa alternando il più che comprensibile tono drammatico con quello della commedia, strappando risate a denti stretti (le performance del Donny stand-up comedian fanno venire voglia di nascondersi per interposta persona) fra un pugno nello stomaco e l’altro. Mentre la polizia, una volta coinvolta, si dimostra inefficace nel trovare soluzioni definitive alla persecuzione, fa specie che una soluzione psicologica al monte di problemi che l* due protagonist* assommano non venga mai cercata attivamente, giusto accennata flebilmente con il personaggio di Teri (Nava Mau), psicoterapeuta trans che Donny conosce grazie ad una app di incontri e con la quale ha una relazione complicata dalla sua confusa sessualità oltre che, ovviamente, dalla presenza costante di Martha.
Andata a denunciare, dicevano…
È impossibile seguire l’emersione continua di traumi nella vicenda di Donny/Gadd senza chiedersi “è tutto reale?” L’aver modificato i nomi dell* protagonist* pare non abbia impedito a qualcun* di risalire alla vera identità della stalker, e anche a fronte di questo avvenimento ho evitato di cercare dettagli biografici che avvalorassero la mia prima, e sbagliata, reazione: quella della colpevolizzazione della vittima, non riferito alle sue azioni verso la controparte reale di Martha ma verso un’altra figura, non menzionabile per evitare spoiler, le cui colpe non possono essere spiegate con la presenza di un disordine mentale e la cui pericolosità, se una controparte reale esiste, è anche maggiore. Baby reindeer ha un ritmo vertiginoso, ma è innegabile che ci sia una componente di morbosità nel suo calamitare l’attenzione, nel farci vedere l’abisso che si apre sotto i piedi di Gadd/Donny portandoci a pensare a come dev’essere stato rivivere quelle situazioni, anche se romanzate. Il continuo gioco al rialzo di eventi e traumi trasforma lo spettatore in voyeur, un gioco che regge grazie a una buona scrittura dei personaggi (che dovrebbe essere ovvia, vista la fonte autobiografica, ma se sapessimo tutt* raccontare bene le nostre sfighe ci sarebbero molti più libri che valga la pena leggere al mondo) ma che lascia una domanda in testa: sarei stato così coinvolto se fosse stato tutto finto?
Dacci oggi il nostro disagio quotidiano
Again: fino a qui tutto bene?
Il campionato metacinematografico in cui gioca May December è più canonico rispetto a quello di Baby reindeer, ma non per questo meno interessante. Liberamente ispirato alla storia di Mary Kay Letorneau, insegnante statunitense finita in prigione a causa di una relazione con un alunno dodicenne divenuto suo marito in seguito alla scarcerazione, la pellicola si svolge nel breve periodo che l’attrice Elizabeth Barry (Natalie Portman) passa in compagnia di Gracie Atherton (alter ego di Letorneau, interpretata da Julianne Moore), del di lei marito Joe Yoo (Charles Melton) e della loro famiglia apparentemente perfetta. L’attrice ha accettato di interpretare Gracie in una pellicola che rievoca la storia del caso giudiziario, e col suo riluttante beneplacito studia la vita della donna e parla con i suoi amici e conoscenti, sforzandosi di comprendere le dinamiche più nascoste della vicenda per entrare meglio nel ruolo.
Qualcuno sta per parlare di specchi?
È un gioco di specchi quello operato da Haynes e dalla sceneggiatrice Samy Burch (meritatamente candidata agli Oscar), ostentatamente evidenziato dalla presenza continua di superfici riflettenti. La Elizabeth interpretata da Portman non sembra davvero interessata a cogliere le sfumature più recondite dell’animo di Gracie, sembra più una persona che dal suo piedistallo cerca conferme di qualcosa che già sa, indizi che sgretolino un quadro di rispettabilità e convivenza pacifica che le sembra falso sin dal principio. Non ci vuole in effetti molto prima che emerga qualche crepa, dalle torte sfornate a ripetizione da Gracie che nessuno mangia veramente al rapporto col figlio maggiore Georgie (un viscido Cory Michael Smith), avuto dal primo marito e coetaneo del suo patrigno Joe, ma ogni rivelazione non sembra minare veramente lo status quo quanto svelarne uno nuovo, uno in cui nessuno vuole realmente affrontare la realtà.
MVP delle facce di merda
Non succede molto in May December, eppure si seguono le vicende con un senso di disagio persistente. L’ho visto in un pomeriggio infrasettimanale con una sola persona in sala oltre a me, e anche lei ne è uscita con la stessa sensazione (anche se meno entusiasta di me): quasi tutt* l* protagonist* vivono una situazione in cui preferirebbero non essere e l* poch* che invece accettano con entusiasmo la presenza di Elisabeth, come la figlia di Gracie e Joe Mary (Elizabeth Yu), ci mettono poco a cambiare idea. Haynes gioca con questa situazione che è sempre lì lì per esplodere centellinando le emozioni, gli sfoghi, mostrandoci il teatrino che cerca di reggere nonostante emerga sempre più la sua falsità mentre lo spettatore si aspetta continuamente che la corda si spezzi. Ma il gioco di specchi è molto più complicato, i riflessi più profondi, e avvicinarsi alla fine della pellicola non significa avvicinarsi alla verità.
Altri specchi, altre stanze
Il film di Haynes parla di traumi in maniera completamente diversa dalla serie di Gadd: qui sono già tutti sul piatto, esposti al sole della Savannah in cui si svolgono le vicende, eppure tutt* continuano la loro vita come se niente fosse, senza affrontarli apertamente. Questo aspetto è fondamentale nel rapporto palesemente morboso fra Gracie e Joe (ci sono momenti in cui lei lo redarguisce come si fa coi bambini che lasciano in giro i loro giochi, nello specificodei contenitori in cui lui fa crescere farfalle di una specie da preservare), una relazione in cui il ruolo di elemento fragile della coppia continua a scambiarsi fra i due e il cui equilibrio sembra reggersi sul non farsi domande a cui sarebbe troppo doloroso dare delle risposte (Joe è una vittima o ha ottenuto ciòche voleva dalla vita? Si può essere in grado di decidere quando ti capita una cosa del genere nella vita?), anche in una situazione in cui quelle domande diventano impossibili da ignorare. Da quel quadro sbiadito (efficacemente filmato con un effetto sgranato che sa di tv di una volta) riescono a uscire solo il figlio e le figlie della coppia, due in procinto di diplomarsi e una, l’unica capace di parlare senza ipocrisie, già scappata altrove: per chi resta non c’è che una parte da continuare a recitare, anche quando prende consapevolezza di quanto è stretta.
1-2-3 prova
In un film dalla trama semplice ma dai contorni degli eventi sfumati a risaltare particolarmente è Natalie Portman. Alla sua Elizabeth non dona particolare carisma né scene memorabili e in una gara di espressività perde nettamente il confronto con Moore, eppure resta l’impressione che è proprio così che andava interpretato quel personaggio, quello di una donna arrivata che pensa di sapere già tutto, interessata solo a ciò che le serve e indifferente ai danni che la sua presenza causa (la scena in cui va ospite nella classe di Mary evidenzia bene questo suo disinteresse per chi le sta attorno). Nell’efficacissimo finale (non è un vero spoiler, ma evitate di leggere se pensate di rovinarvi la visione) si ritrova a interpretare una scena madre del film nel film senza sapere bene cosa fare, incapace di trovare la giusta chiave di lettura per interpretare una donna molto più complessa di quanto pensasse, finendo per darne niente più che una versione lussuriosa e ammiccante ovvero la stessa, giusto per complicare ancora un po’ il gioco di specchi, del film tv sensazionalistico già girato anni prima sulla figura di Gracie: senza un trauma bello esposto Elizabeth brancola nel buio e noi con lei, storditi e a disagio senza capire neanche bene perché.
Ad una lunghissima lista di pessime decisioni prese da Donny/Gadd May December risponde con un solo errore, ma che fa porre in continuazione la stessa domanda: perché accettare la proposta di Elizabeth? Perché sottoporsi a questo strazio? Come poteva pensare Gracie di ottenere qualcosa di positivo? Mi sono chiesto per tutto il film anche come avranno vissuto la situazione Letorneau e suo marito Vill Faulaau, ma ho scoperto nell’unica ricerca fatta he sono morti da tempo, e nel momento in cui scrivo, cercando immagini a corredo dell’articolo, sono incappato anche nella notizia che la vera Martha di Baby reindeer domani rilascerà un’intervista: dubito che dall’interno di una bolla in cui tutt* o quasi hanno visto la serie riuscirò ad evitare di sentirne qualcosa, ma finché posso resto ancora in questo magico mondo di voyeuristica finzione, un magico mondo in cui non ho appena scoperto che è morto Steve Albini.
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