Scissione, o di come la Apple mi ha rubato un’idea grazie all’inconscio collettivo

Antefatto

Qualche anno fa mi è venuta l’idea per un racconto. Non ricordo esattamente come arrivò, perciò romanzerò il contesto associandolo al germe iniziale della trama: ero moderatamente brillo in quel della Cooperativa Portalupi di Vigevano, e qualcuno che non conosco mi ha chiesto cosa faccio di lavoro. Da lì sono partito con la fantasia immaginandomi un impiego in cui non è possibile sapere cosa si fa esattamente, perché appena entrati in azienda la mente viene come messa in standby e ricollegata solo all’uscita: una giornata di lavoro che passa alla velocità di un battito di ciglia, una situazione che gli amici del protagonista definiscono ideale. Sarà che non ho mai fatto lavori così stimolanti dal punto di vista creativo (e a volte, fortunatamente per brevissimi periodi, veramente di merda), ma l’idea di bypassare l’intera giornata lavorativa, ritrovandosi all’uscita subito dopo aver iniziato, l’ho sempre associata alla felicità.

Quel germe di idea è rimasto lì buono buono per anni, non riuscivo a (o non avevo abbastanza voglia di) trovare uno sviluppo. Poi è venuta la pandemia, la fabbrica dove lavoro ha chiuso per un paio di mesi come tutte le aziende non strettamente necessarie e io, con un sacco di tempo a disposizione, ho deciso che era venuto il momento di completare una raccolta di racconti: era venuto il momento di affrontare quel germe di idea e dargli una forma concreta. Siccome vengo da anni di letture di Philip Dick e ho introiettato il concetto per cui la tecnologia, come i djinn con cui devi stare bene attento a come esprimi i desideri, finisce sempre per incularti, ho aggiunto un’ulteriore livello a quello semplicistico del “che figata, anche se è inquietante, fare un lavoro dove bypassi tutto lo stress del lavoro”: la questione sociale e morale, riassumibile nel “sei disposto a non fare domande su cosa fai, se quel che fai ti dà sicurezza economica e zero sbattimenti?” Ne è venuto fuori il racconto più lungo che abbia mai scritto, una trentina di pagine buttate giù in due-tre giorni (lo stesso lasso di tempo in cui Dick ha scritto alcuni suoi romanzi sotto anfetamine, o in cui Stephen King alcolizzato e cocainomane ha buttato giù Cujo senza ricordarsene: io sono meno un fulmine di guerra, ma almeno non ho ancora sviluppato delle dipendenze): Un antidoto alla precarietà, scritto nella primavera 2020, è ancora oggi inedito, perché l’ho proposto a una rivista che non mi ha ancora risposto (dopo sei mesi penso di poter tradurre il silenzio in “ci dispiace ma non ci interessa”: ci sta) e la mia raccolta non ha ancora trovato un editore (ho giusto ieri ricevuto un rifiuto: parliamo dei nostri fallimenti, esistono anche quelli). La mia fidanzata e alcuni amici l’hanno letto, ma non ha mai viaggiato al di fuori di Milano.

Siri però ci è arrivata lo stesso.

Apple TV l’ha già fatto

Me = Butters

Io e la mia fidanzata ci siamo abbonat* a Il Post, e voi starete dicendo “e sticazzi!”, ma seguitemi un attimo. L’abbonamento dà modo di ascoltare alcuni podcast fra cui Tienimi Bordone, una breve striscia giornaliera (si potrà usare striscia per un contenuto audio? Facciamo di sì) in cui il giornalista Matteo Bordone parla di svariate cose connesse o meno con l’attualità, tipo parlare di Mark Lanegan a qualche giorno della morte (sigh), di una balena spiaggiatasi in Olanda qualche secolo fa o di qualche film/serie Tv. Qualche settimana fa la mia fidanzata mi consiglia l’ascolto di una specifica puntata, dicendomi che mi piacerà, io l’ascolto e scopro che mi hanno inculato l’idea.

Ben Stiller alla regia: non compreso col mio racconto

Scissione (Severance in lingua originale) è una serie tv iniziata da poco su Apple TV, basata sull’idea dell’esordiente Dan Erickson. Il suo germe di idea, come ha affermato in questa intervista, è molto simile al mio: anche lui, piagato da alcuni lavori d’ufficio ad alto livello di stress, si è ritrovato a pensare a quanto sarebbe stato bello poter passare direttamente alla fine della giornata lavorativa; anche lui si è posto domande su questo desiderio (tipo “non dovremmo volere più ore a disposizione, invece che sperare di farcele sottrarre?”); anche lui, a un certo punto, ha affrontato quel germe e lo ha ampliato.

Ne è venuta fuori la storia di Mark Scout (Adam Scott), un dipendente della Lumon Industries che non sprizza esattamente gioia da tutti i pori: lo incontriamo nelle prime scene mentre piange in macchina prima di recarsi a lavoro, e nella prima puntata scopriamo già che ha perso la moglie e sembra avere qualche problema con l’alcol. Mark però si trasforma quando entra alla Lumon: non è che diventi l’anima della festa, ma le interazioni nel suo ufficio non sono caratterizzate dalla tristezza che lo affligge al di fuori. Non è che Mark riesca a lasciare i problemi fuori dal lavoro, è il sé stesso della vita di tutti i giorni a rimanere fuori.

Qui è dove la tua vita entra in standby

In Un antidoto alla precarietà immagino che l’azienda in cui il protagonista inizia a lavorare abbia una originale politica sulla privacy: per non far uscire informazioni su ciò che viene fatto all’interno, i dipendenti non possono conservare ricordi delle azioni che compiono durante le otto ore lavorative. Nel racconto non spiego la tecnologia che rende possibile tutto questo, Erickson invece lo ha fatto: alla Lumon Industries ogni nuov* dipendente deve sottoporsi a un intervento chirurgico chiamato, guarda un po’, Scissione, che consiste nell’inserimento all’interno del cervello di un dispositivo che impedisce di sapere ciò che si fa in azienda una volta usciti (e viceversa: una volta dentro, non ci si ricorda nemmeno il proprio nome). È una situazione potenzialmente alienante, ma ci si fa l’abitudine, o almeno così sembra dimostrare la flemma con cui Mark e i suoi colleghi Dylan (Zach Cherry) e Irving (John Turturro) accolgono la sconvolta Helly (Britt Lower), nuova assunta alla Lumon e decisamente incline a fuggirsene via il più presto possibile… Se non fosse che la sua personalità esterna non è d’accordo.

“Ecco è semplice: i ricordi vengono biforcati, così quando non si è al lavoro non si ha memoria di cosa si sia fatto lì. Ho ragione, Mark?”

Scissione

«Quindi come funziona esattamente? Tu entri lì e?»

«E subito dopo sono fuori. Otto ore passate, nove contando la pausa pranzo».

Un antidoto alla precarietà

Affinanze/ divergenze fra il compagno Dan Erickson e me

Ci sono altre similitudini fra come Erickson ed io abbiamo sviluppato quel germe di idea nato dallo stress lavorativo. In entrambe le nostre storie ci sono delle proteste, nate da comitati spontanei nel caso della serie e sorte fra i dipendenti nel mio caso, Mark e il mio protagonista sono ben contenti di poter cedere all’oblio le ore lavorative (anche se, nel caso di Mark, è più una fuga di otto ore dal ricordo della moglie morta) e il modo in cui Helly si ritrova spaesata al di fuori della Lumon dopo il primo giorno di lavoro ha analogie inquietanti con la reazione del protagonista senza nome (eh sì, ho questa fissa di non mettere i nomi ai personaggi) di Un antidoto alla precarietà, quando visita per la prima volta l’azienda in seguito al colloquio.

“Vogliamo un provvedimento che impedisca alle corporation, come la Lumon, di imporre la scissione legalizzata nel nostro stato”.

Scissione

Iniziarono i primi assembramenti davanti ai cancelli. Non ci furono scioperi, ma alla fine dell’orario di lavoro si formarono cortei spontanei di dipendenti che esigevano informazioni, spalleggiati da esponenti dei sindacati e di alcune associazioni no profit.

Un antidoto alla precarietà

Va da sé, però, che il mio è un racconto di trenta pagine, mentre Scissione è una serie Tv con episodi di un’ora, ed è dunque inevitabile che ci siano anche molte differenze. Erickson infatti analizza in maniera originale il luogo di lavoro, un dedalo di corridoi e uffici dove i dipendenti sembrano quasi dei prigionieri e dove la loro vita è caratterizzata solo dalla loro mansione (uno strano processo di catalogazione di gruppi di numeri basato sulle sensazioni) e dai rapporti interpersonali fra collegh* e superiori, perché così come gli “esterni” non hanno ricordi della vita lavorativa anche gli “interni” non sanno cosa siano il weekend e le serate fuori: inoltre alimenta il mistero riguardo ciò che effettivamente fanno i dipendenti della Lumon, principalmente attraverso i personaggi di Petey (Yul Vazquez), ex collega di Mark che è riuscito a bypassare l’intervento di scissione, e di Harmony Cobel (Patricia Arquette), diretta superiore di Mark a lavoro e sua vicina di casa nella vita reale, con funzioni che lasciano supporre un controllo attivo anche al di fuori della Lumon.

Fino a qui tutto male

La differenza principale è però nelle intenzioni: se entrambe le nostre storie puntano il dito contro la spersonalizzazione sul luogo di lavoro, Erickson propende per una trama in cui un dipendente ligio al dovere apre gli occhi e cerca di cambiare le cose (o così lasciano supporre i primi due episodi), io invece ho preferito concentrarmi su un uomo comune più interessato a conservare il proprio stipendio in una congiunzione lavorativa sfavorevole (pur avendo un contratto a tempo indeterminato da vent’anni, al netto di crisi e casse integrazione, se mi guardo attorno vedo un esercito di lavoratori precari) che a salvare il mondo dai capitalisti brutti e cattivi. Nell’amarezza, insomma, io penso di aver fatto il passo più lungo rispetto a Scissione: sarà per questo che il mio racconto è ancora inedito mentre la sua idea è stata finanziata dal colosso di Cupertino?

Conclusione

Per quanto ci siano delle differenze, per quanto tecnologia alla base del mio racconto assomigli più a un reset che a una biforcazione di personalità, l’idea di fondo in Scissione e Un antidoto alla precarietà resta comunque la stessa: se ne so abbastanza di “vendibilità” di un progetto, il fatto che Erickson sia arrivato a realizzarlo prima di me indica che la mia idea ormai è bruciata. Non è che faccia i balzi di gioia, ma metabolizzando la sorpresa iniziale mi sono ritrovato a pensare a una scena di quel piccolo capolavoro di Richard Linklater che risponde al nome di Waking Life: in quella scena del film Julie Delpy e Ethan Hawke discutono di reincarnazione e inconscio collettivo, e rimuginando su quei concetti sono sceso a patti col fatto che quella era evidentemente un’idea che “girava” e che ha trovato casa in più di una mente. Ulteriore casualità vuole che la serie sia uscita con la prima puntata (almeno in Italia) proprio il giorno del mio compleanno, come a sancire un’affinità ulteriore fra me e Dan Erickson, che non per questo immagino mi regalerà un po’ dei soldi che si è fatto.

“Siamo con te fratello”

È sempre meglio che pensare a Siri, nell’Iphone della mia fidanzata, che ascolta tutto quel che diciamo e ruba le idee migliori per farle scrivere a sceneggiatori ombra conniventi col sistema, ma anche in quel caso il mio naturale ottimismo mi fa pensare che poteva andare peggio: potevo firmare un contratto vincolante con la Apple che, in cambio della mia idea, mi avrebbe fatto diventare una cavia umana per lo sviluppo dello HumancentIpad.

(Comunque guardatela, questa serie sembra veramente una figata. E c’è pure Christopher Walken!)

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

4 pensieri riguardo “Scissione, o di come la Apple mi ha rubato un’idea grazie all’inconscio collettivo

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