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Possiamo vincere La scommessa psichedelica? Qualche pensiero sulla raccolta di saggi curata da Federico di Vita

(Foto di cottonbro da Pexels)

Provate a formarvi in mente quattro immagini: la classica visione che abbiamo dello studio di psicanalisi, psicoterapeuta alle spalle di qualcun* sdraiato su una poltrona; la folla al concerto di Woodstock nel 1969; persone che ballano di notte all’interno della struttura multicolore di un Festival Goa; l* programmator* di un’azienda hi-tech della Silicon Valley davanti al suo computer.

Cosa unisce tutte queste immagini? Le sostanze psichedeliche.

Non solo questo, insomma (Foto di KoolShooters da Pexels)

Questa è già una limitazione, perché riflette solo una parte (recente e occidentale) dell’immaginario che ruota attorno alle sostanze psichedeliche, ma possiamo già moderatamente festeggiare che si stia allargando il campo a narrazioni che vadano oltre l’hyppie strafatto e il raver impasticcato. Se tutto questo è possibile lo si deve a un’onda di riscoperta dell’utilità delle sostanze psichedeliche, messe al bando dagli Stati Uniti (seguiti a ruota da tutti gli altri paesi occidentali) dopo la Summer of Love e rimaste nell’illegalità fino ai primi anni duemila, quando la ricerca ha potuto ricominciare in alcuni paesi portando fino al Simposio mondiale sull’LSD di Basilea del 2006, inaugurato il 13 gennaio in occasione del centenario del “padre” dell’acido lisergico Albert Hofmann. Come si è arrivati sino a lì, cosa si è sviluppato da quel momento e cosa questo potrà voler dire per il nostro futuro sono gli interrogativi a cui Federico di Vita cerca di rispondere in La scommessa psichedelica, una raccolta di saggi curata dall’autore per Quodlibet Studio.

Il libro inizia con una ricostruzione storica della psichedelia, a partire dalle prime testimonianze al riguardo, databili a 7000 anni fa in Algeria grazie a delle pitture rupestri rinvenute in una grotta del Tassili n’Ajjer, fino all’iniziativa di coming out psichedelico Thank You Plant Medicine. Lose the Stigma (organizzata fra gli altri dal visionario regista britannico Jonathan Glazer e volta a sensibilizzare, attraverso testimonianze dirette, sugli effetti benefici di piante ancora oggi vietate), concentrandosi particolarmente sul ‘900 e sulle tappe che hanno portato sostanze come LSD, psilocibina, ketamina, peyote, MDMA e compagnia a essere viste dalla società, a seconda del contesto storico, come mezzi di liberazione individuale, farmaci o droghe. È un’introduzione necessaria ed efficace, capace di proiettarci nel contesto che poi i singoli saggi approfondiscono da molteplici punti di vista, ampliando enormemente l’immaginario legato alla psichedelia.

Medicina per il mondo…O per i mercati?

Rubo il titolo al saggio di Vanni Santoni, contenuto all’interno del volume, perché è capace di riassumere molte delle contraddizioni riguardo il rinascimento psichedelico. Testi come quelli di Francesca Matteoni (Piante sacre: ayahuasca, sciamanesimo e coscienza ecologica) e Ilaria Giannini (Rompere gli schemi: la cura psichedelica alla depressione), posti all’inizio della raccolta, aiutano a smontare vari preconcetti che legano le sostanze psichedeliche allo sballo fine a sé stesso, mostrando gli effetti benefici sia a livello fisico che sociale dell’ayahuasca o l’utilità di LSD e psilocibina nella cura della depressione, ma le criticità non tardano a essere messe in evidenza già da Agnese Codignola, che nel saggio L’antidepressivo di Donald Trump mostra come l’ex Presidente degli Stati Uniti abbia spinto per far approvare un farmaco psichedelico (lo Spravato, prodotto dalla Johnson & Johnson e basato su un derivato della ketamina) da somministrare ai veterani vittime di depressione, il tutto senza che i protocolli tradizionali fossero rispettati. Uno dei primi pericoli riguardo alla rinascita dell’interesse per le sostanze psichedeliche è proprio dovuto al loro potenziale economico: se la comunità scientifica, nei tempi e nei modi in cui ha potuto agire, ha sempre cercato di fare ricerca con uno spirito inclusivo, ben diversa è l’intenzione delle grandi multinazionali farmaceutiche che, come dimostrato dalla Johnson & Johnson, sono pronte a passare sopra la salute dei loro stessi consumatori pur di prendere al volo il treno economico della psichedelia.

Il vero nemico dell’opportunità di un ritorno degli psichedelici come catalizzatori politici ed ecologici potrebbe allora essere proprio quel capitalismo che sta cominciando a fiutare l’affare: sia chi si è già arricchito con la canapa, sia la cosiddetta “big pharma”, sia grossi investitori lontani da questo mondo […] Hanno cominciato a scommettere sugli psichedelici, e al di là del rischio che questi possano diventare una commodity per le élite, o che si arrivi al paradosso degli “psichedelici non-visionari” (c’è già chi è al lavoro per “togliere la psichedelia” dalla psilocibina nel tentativo di farne un farmaco ordinario).

Vanni Santoni, Medicina per il mondo… O per i mercati?

Sembra paradossale come una sostanza che negli anni ’60 era assunta per risvegliare la coscienza ora possa essere autosomministrata per diventare più performanti al lavoro, ma il paradosso è doppio: a portare a questa diversa visione è stata proprio l’opera di diffusione propugnata da Timothy Leary, arrivata sino ai programmatori visionari che nel corso dei decenni avrebbero creato dal nulla la Silicon Valley. Molti dei saggi che compongono La scommessa psichedelica puntano allora il dito su una questione fondamentale, cioè che non siano state le sostanze psichedeliche a innestare le idee che hanno mosso le proteste per i diritti civili degli anni ’60, ma che siano state semplicemente il carburante che ha alimentato un immaginario preesistente, un sentire comune che guardava alla liberazione individuale e sociale. In una società radicalmente differente come quella in cui viviamo non si può che ripartire da un’analisi attenta dei mezzi e degli scopi, perché per ogni depresso guarito a colpi di LSD e psicoterapia rischiamo di non indagare le cause sociali che hanno provocato il disagio mentale, per ogni psiconauta consapevole che cerca l’illuminazione ci sarà un consumatore interessato a far “performare” meglio il suo cervello (magari ispirato da Come cambiare la tua mente di Michael Pollan, uno dei testi cardine del crescente interesse verso gli psichedelici, etichettato nel volume con una gamma di giudizi che va da “utile” a “ingenuo e potenzialmente dannoso”) o semplicemente felice di farsi sedare e sfruttare come una pedina intercambiabile.

Abbiamo ormai prove su prove di ciò che è già ovvio a chiunque l’approccio aneddotico l’abbia arrischiato: funzionano, sono “antibiotici psichiatrici” (così li chiama Ben Sessa), ansiolitici sul lungo periodo, antinfiammatori, aiutano a superare dipendenze e paure, accrescono apertura, connettività, senso di comunione, innescano esperienze estatiche, morte dell’ego.

Funzionano, ma non si sa su cosa. Infatti modificano la coscienza, ma noi non sappiamo cos’è, la coscienza. Come possiamo allora capire veramente cos’è uno psichedelico?

Gregorio Magini, Pseudoglossario

Psichedelia e letteratura

L’immagine di un mondo di drogati “di stato”, sereni e sfruttati nel migliore dei mondi possibili, per dirla con le parole del Candido di Voltaire, è stata evocata dallo scrittore Aldous Huxley nel suo Il mondo nuovo, distopia creata nel 1932 e che ha saputo prefigurare le derive a cui la nostra società potrebbe arrivare: un altro paradosso sulle sostanze psichedeliche vuole che però lo stesso Huxley sia stato uno dei primi promotori dell’LSD dopo averne sperimentato gli effetti, narrando la sua esperienza in un saggio, Le porte della percezione, talmente influente da suggerire il nome ai The Doors. Il rapporto della letteratura con la psichedelia è lungo e affascinante, ed è soprattutto Carlo Mazza Galanti a occuparsi di mettere in (relativo) ordine un vasto catalogo che comprende le visioni di Philip K. Dick e quelle di William Burroughs mischiate ai contributi di scrittori e saggisti meno noti alle masse, tra un Roma senza Papa di Guido Morselli e gli scritti dedicati alle esperienze con mescalina e psilocibina dello scrittore e saggista francese Henry Michaux.

Altri però si infilano in questo spazio, portando all’attenzione il modo in cui un Antonin Artaud, psiconauta della prima ora e uno dei primi occidentali a partecipare al rito del peyote fra i Tarahumara, viene snobbato quando si parla di cultura psichedelica (lo fa Andrea Betti in Perché un rinascimento non si faccia restaurazione), come se ad oggi fosse solo la parte medica delle sostanze a dover essere messa in luce, relegando in un angolo tutte le narrazioni che possono mettere in “imbarazzo”. Un simile dilemma aveva diviso Huxley e Al Hubbard da Timothy Leary, coi primi interessati a veicolare una lenta scoperta degli psichedelici da parte della popolazione guidata da “saggi illuminati” e il secondo impegnato a innervare il più possibile l’LSD nella società americana: dicotomie su dicotomie, come quella sottolineata da Galanti (e giunta fino a noi dal Fedro di Platone attraverso Jacques Derrida) del pharmakon come cura e veleno, o quella che vuole l’utilizzo medico più giusto di quello che ne fa un raver.

Musica e sostanze per una rinascita spirituale

Certo, per quanto azzardato possa sembrare paragonare i festival moderni a fenomeni religiosi nati in contesti culturali lontani, i nostri festival potrebbero in ogni caso essere visti come un’eco di quei fenomeni, una loro versione forse radicalmente trasformata, snaturata e distorta, ma anche modernizzata, riadattata e aggiornata. D’altronde le feste psytrance sono scaturite dalle esperienze di persone occidentali rifugiatesi in India a partire dagli anni ’60, proprio per ritrovare quella spiritualità che nell’Occidente secolare – come notò giustamente lo zio – era andata perduta. Certo, né i praticanti della cultura di Dioniso, né i primi Goa freaks si sarebbero potuti immaginare che questa nuova pratica spirituale si sarebbe reinventata in forma di rave parties, conditi da molecole psicotrope prodotte in laboratorio e scanditi dal martellare incessante di suoni digitali, in templi eretti per una settimana in onore di ciò che non muta mai: il fatto che siamo ancora figli della Grande Madre.

Chiara Baldini, Tramonto al tempio

Se l’idea che ci siamo fatti della musica psichedelica ha molto a che fare con la Summer of Love, è pur vero che a mantenere vivo il ricordo di quella stagione è stato, in epoca più recente e in contesti e modi completamente differenti, la cultura rave. Lo fa notare già Federico di Vita nell’introduzione storica, citando anche un estratto del Muro di casse di Vanni Santoni che, insieme agli scritti di Mark Fisher, mi ha aperto gli occhi su una realtà che da giovane imberbe avevo liquidato come “roba da truzzi”, lo esplicita pienamente poi Chiara Baldini, nel suo saggio Tramonto al tempio, dove analizza le connessioni fra pratiche spirituali come i culti misterici e i moderni festival psytrance come il Boom Festival portoghese. Più che luoghi dove lo sballo è il fine viene fuori l’immagine di un contesto creato ad arte per veicolare la funzione delle sostanze psichedeliche verso una riscoperta spirituale, come un vero e proprio rituale dove le persone, la musica (diversa per ogni ora della notte e del giorno) e l’ambiente aiutano a riconnettersi con gli altri e col mondo: l’ego dissolution, che negli studi psicanalitici aiuta a liberarsi da dipendenze croniche come quella dell’alcol, ma raggiunta attraverso pratiche estatiche. L’ambiente che viene creato in questi contesti ha un ruolo fondamentale, capace attraverso le sostanze di portare a esperienze non dissimili dalla Sindrome di Stendhal (come fa notare ancora di Vita nel suo saggio La sindrome di Stendhal nell’era della sua riproducibilità tecnica) ma totalmente diversa dal ritrovarsi, rimanendo in tema artistico, a osservare le opere di un museo sotto effetto delle stesse sostanze, esperienza riportata dallo scrittore statunitense Daniel Tumbleweed nel suo volumetto The Museum Dose.

Mi affascina l’ipotesi di una specie di polismo, approccio metafisico che starebbe al monismo (la metafisica del “tutto è uno”) come il politeismo sta al monoteismo: non esiste una realtà, ne esistono molte reciprocamente incompatibili; a seconda del tipo di esperienza in campo, alcune prendono il sopravvento, altre retrocedono. Non c’è alcuna tavola della legge che obbliga a tifare per l’una o per l’altra; ciascuno è libero di indossare i propri amuleti.

… E se stai pensando “ma non possono avere tutti ragione, non può essere tutto vero, la realtà oggettiva è una e le altre sono fantasie oppure errori, punti di vista soggettivi”, rimando con maggiore insistenza alla Enquête (Enquête sur les modes d’existence di Bruno Latour, ndr), in particolar modo alla discussione sul demonietto razionalista Doppio Click – che Latour chiama così proprio perché è ossessionato dalla necessità di sdoppiare tutto ciò che esiste in una parte oggettiva e in una soggettiva.

Gregorio Magini, Pseudoglossario

C’è molto altro all’interno del volume, dall’analisi delle connessioni fra cultura psichedelica e comunità dei meme nel saggio Oltre la realtà: Internet e memetica tra magia, estasi e distruzione, curato da Silvia Dal Dosso e Noel Nicolaus alla raccolta di esperienze dirette catalogate da Peppe Fiore in Il trip report come sottogenere della letteratura di viaggio, tanto che è impossibile riassumerne il contenuto senza citarlo quasi in toto. Se v’interessano le ripercussioni che questa rivoluzione potrà avere sulla nostra vita come società, o più “semplicemente” aprire gli occhi su una realtà molto più sfaccettata di come ci è stata da sempre proposta, La scommessa psichedelica è una lettura incredibilmente approfondita sul tema e che vi aiuterà a capire da quale parte stare, ammesso che nel frattempo non abbiate zittito il demonietto razionalista Doppio Click che limita la vostra visione del mondo.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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