Qualche domanda sulla scrittura, parte tre: Giulia Sara Miori e Alessandro Busi

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo terzo appuntamento abbiamo contattato Giulia Sara Miori e Alessandro Busi, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

GSM – A tempo perso, dal 2018. Seriamente, dal 2020: durante il covid non sapevo che fare, e così ho deciso di scrivere un paio di racconti e di inviarli alle riviste che mi parevano più interessanti. Se non rispondono entro una settimana lascio perdere, mi sono detta. E invece mi hanno risposto subito.

AB – Stavo per rispondere che scrivo dal 2003, quando partecipai a un concorso di racconti indetto da un paese della provincia in cui sono cresciuto.
Stavo rispondendo così per vergogna. Perché, se ammettere di scrivere è di per sé qualcosa che si accompagna all’esclamazione Chi ti credi di essere!, ammettere di aver speso gli anni dell’adolescenza scrivendo poesie, porta l’imbarazzo a livelli ancora più alti.
Ma sarebbe ingiusto ometterlo. Peraltro, più scrivo, più mi rendo conto di quanto quel periodo così ingenuo sia stato significativo. In quegli anni ho capito che mi interessava raccontare storie e non scrivere poesie. E poi ho imparato il ritmo, ne ho accolto la sovranità per la costruzione della frase.
La mia strategia era mettere una canzone in cuffia (Footsteps dei Pearl Jam era la più inflazionata), ignorare il testo e scriverne uno io, mantenendo la metrica.
Da lì sono arrivati i testi per i gruppi nei quali cantavo e solo dopo, appunto in quel 2003, l’approdo alla narrativa, amore esclusivo da cui non mi sono più staccato.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

GSM – L’ho sempre saputo, ma di scrivere non me ne importava niente. Era qualcosa che mi riusciva senza fatica, e a me era stata inculcata la retorica del duro lavoro.

AB – Da adolescente ed è stata colpa di mio padre.
Io scrivevo di pomeriggio. Alla sera, quando lui preparava la cena, lo raggiungevo in cucina per aiutarlo, gli portavo il quaderno e lui leggeva. Difficilmente mi diceva che ero bravo, ma mi chiedeva il perché di quella storia – le mie poesie erano racconti brevi, alla fin fine -, mi diceva cosa lo faceva pensare. Ero colpito da quanto seriamente prendesse quello che gli proponevo.
Ancora oggi mi preme poco (talvolta mi irrita proprio) sentirmi dire o dirmi che sono bravo. Mi piace, invece, vedere qualcuno che si emoziona, che si offende, che si infastidisce, che gioisce, che vuole parlarmi di quello che ho scritto. Mi piace quando scrivo e mi commuovo, oppure mi arrabbio, oppure quando – dopo una sessione di scrittura lunga – faccio fatica a uscire dagli occhi dei personaggi.
Allora direi così: la prima volta in cui ho pensato “Quello che scrivo influisce nelle emozioni di chi legge e nelle mie” è stato da adolescente, mentre io e mio padre apparecchiavamo il tavolo.

Hai un metodo di scrittura?

GSM – No, e se ce l’ho non è qualcosa di cui sono consapevole. Non mi piace scrivere la sera, preferisco la prima parte della giornata, quando la mente è fresca. Non ho taccuini, non vado in giro a prendere appunti. Però riesco a scrivere più o meno ovunque, e a volte l’ho fatto anche in situazioni improbabili. Ho una grande capacità di isolarmi, se necessario. Quando lavoro a un romanzo tendo a chiudermi in casa, mangio quando capita, sono in uno stato di eccitazione perenne, fumo troppo, non vedo nessuno. Convivevo con un uomo, ci siamo lasciati perché diceva che ero completamente assente, che lo trattavo come una pianta o un soprammobile. Non m’interessava più nulla della casa, non riordinavo, c’erano libri sparsi ovunque, vestiti ammonticchiati sul divano, mi alzavo a mezzogiorno e andavo a letto alle quattro. Insomma, la scrittura ha cannibalizzato tutto il resto.

AB – Non ho mai pianificato un metodo, ma negli anni ho riconosciuto delle ricorrenze.
Tutto inizia con una fase di elaborazione sottotraccia in cui, grazie alle suggestioni più varie – dalle letture alle mostre, dai dialoghi origliati alle pubblicità a lato strada – ronzo attorno a un tema che mi sta a cuore. Questa elaborazione sfocia nella possibilità di scrivere quando ho in mente un* protagonista che possa portare sulle proprie spalle la storia che voglio raccontare.
La costruzione psicologica dei personaggi è il mio velo svelato. Mi serve che i protagonist* siano sistemi di senso sufficientemente complessi in modo da poter stare nelle loro teste per tutto il tempo di cui ho bisogno.
Il resto – voce, stile, ritmo, dialoghi, architettura, trama… – è conseguenza.
Fra i personaggi che esploro ci sono anche io-autore, per comprendere come mai voglio dedicarmi proprio a quella storia in quel momento della mia vita, per sentire se mi emoziona.
Questo aspetto è rilevante perché, dopo una prima stesura generalmente precoce e non troppo dilatata nel tempo, mi dedico a un lungo lavoro di revisione e riscrittura, che può durare anni. Capisci che ho bisogno di sentire forte l’investimento verso quella determinata storia.
Ti direi quindi che la struttura è: elaborazione più o meno consapevole, costruzione dei personaggi, scrittura operativa e revisione.
Dentro a questa struttura, le cose cambiano. Un esempio: per il romanzo che sto scrivendo ho sperimentato la scrittura a mano, che fino a un anno fa avrei semplicemente definito non-mia.
Lo stesso vale per il luogo in cui scrivo. Le stanze di casa, nelle diverse case in cui ho abitato, le ho usate tutte. In questo periodo prediligo una biblioteca in centro.
Due costanti sono: la lettura ad alta voce (non in biblioteca, certo) e l’aiuto che chiedo ad alcune persone fidate.
Ti direi quindi che ho sviluppato una struttura ricorrente, nella quale posso fare diversi esperimenti di metodo.

Ti è capitato di avere il blocco dello scrittore e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

GSM – Può capitare di trovarsi a corto di idee. Di solito a me succede dopo aver terminato di lavorare alla stesura di un romanzo. È normale, ci vuole un po’ di tempo per riprendersi. In quel caso, secondo me bisogna uscire, distrarsi, frequentare gente strana, andare a qualche festa, ubriacarsi. Oppure avere una storia d’amore travagliata… le storie d’amore travagliate aiutano. Poi però vanno interrotte, altrimenti può essere pericoloso per la scrittura. L’amore e la scrittura per me sono inconciliabili. Ovviamente non è una regola, dipende dal carattere. Io tendo a vivere tutto in maniera estrema, per cui… o scrivo o raccolgo materiale, diciamo. Anche leggere aiuta, ma dipende da quanto è grave il blocco. Però ecco, non avere più un cazzo da dire mi sembrerebbe strano. C’è sempre qualcosa da dire: basta vivere, osservare.

AB – Per me blocco e non ho più un cazzo da dire sono due momenti diversi.
Il non ho più un cazzo da dire mi succede soprattutto alla fine dei romanzi, è immediato. La sensazione liberatoria e spaventosa di essere un silos svuotato.
Il blocco è successivo e più logorante.
Nel blocco certe volte non riesco proprio a scrivere, certe altre mi sembra di fare allenamento e di continuare a riscrivere la stessa storia, di girare attorno allo stesso punto, con personaggi e ambientazioni diversi.
Mi sono fatto l’idea che sia una fase di latenza in cui solo apparentemente non succede nulla, ma corrisponde al tempo in cui quel silos, fuori dalla mia consapevolezza, si sta riempiendo della nuova storia.
Nei periodi di blocco mi ripeto questa ipotesi esplicativa e mi dico che non c’è niente di cui preoccuparsi, ma la frustrazione è così forte che è difficile credere di tornare a vivere una nuova fase di creatività operativa. Eppure, fino a ora, è sempre successo.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

GSM – Non mi interessano i rifiuti: preferisco concentrarmi sui progetti che vanno in porto. Ricevere qualche rifiuto fa parte del mestiere, non bisogna fissarsi. Può essere che un certo testo abbia dei problemi o che non vada bene per quell’editore in quel momento. Le ragioni possono essere tante, ma se il libro è buono prima o poi troverà una collocazione, e se non lo è basta accantonarlo e scriverne un altro. Devo dire che finora di rifiuti ne ho ricevuti pochissimi, sono stata fortunata, ho sempre trovato persone che hanno creduto nel mio lavoro.

AB – La mia compagna dice: «Dei romanzi che scrivi, ne esce uno su due.» È ottimista, perché in verità ne è uscito uno su tre.
I non-usciti non corrispondono a un rifiuto, ma a svariati tentativi con editori, agenti e via dicendo. Un mucchio di no.
Ho vissuto spesso questa esperienza: racconti o romanzi che piacciono moltissimo a qualcuno e che qualcun altro trova non pubblicabili. Grandi speranze e grandi delusioni. Questa condizione mi ha permesso di incontrare no e sì argomentati in modo puntuale, per cui riconoscevo la differenza fra la stima verso la mia scrittura e la valutazione del testo specifico. Questo per me è di grande aiuto per mantenere i giudizi circostanziati.
Quindi, non so quanti no e sì ho ricevuto, ma, se tengo insieme tutte le pubblicazioni, credo di dover dare ragione alla mia compagna, più o meno ho visto pubblicato un 50% di quello che ho proposto a editori e riviste.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

GSM – L’ho pensato leggendo Nemirovsky. Un talento incredibile, non oso immaginare a cos’altro avrebbe potuto scrivere se non fosse stata deportata ad Auschwitz.

AB – Torno al discorso di prima. Per me la bravura è un discrimine marginale. Piuttosto penso “io non sarò mai così”. Alle volte, è uno stimolo per provare a sperimentare nuovi modi di scrivere; altre volte, l’ho pensato in termini di accettazione delle differenze e delle scelte individuali; altre ancora di ammirazione.
Un processo lungo è stato ed è quello di legittimare la mia scrittura, che sia sì il frutto di tutte le imitazioni che ho fatto e faccio e anche specifica. Per questo, mi ci sono voluti anni per accettare (come vedi dalla lunghezza delle mie risposte) che io sono molto più verboso di Raymond Carver, più emotivo di Don DeLillo, più pudico di Anais Nïn e via dicendo.
Da lettore-scrittore mi capita di meravigliarmi di fronte alla capacità di alcun* di ragionare in modo letterario – ovvero con un ottimo compromesso fra chiarezza e sospensione, coerenza e allentamento dei legami causali. Solo per fare alcuni nomi, Roth, Cusk, Carrère, Smith (Zadie)…
Con quest*, quindi, ti direi che sperimento l’ammirazione verso modi di pensare e scrivere che sento essermi inaccessibili o accessibili solo in parte. Forse questo lo possiamo mettere sotto il cappello io non sarò mai così bravo.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

GSM – Amsterdamsestraatweg, un racconto uscito su minima&moralia nel 2023. Il finale lo trovo particolarmente riuscito.

AB – Il testo di cui sono più orgoglioso è uscito a ottobre del 2024 nell’antologia L’ora senza ombre, curata dalla rivista In allarmata radura ed edita da Pidgin. Si intitola Rubacuori.
Come da vincoli che ci erano stati dati, è un testo di autofiction che coniuga narrativa e saggistica.
Devi pensare che, per anni, io ho ritenuto incompatibili il mio essere psicologo e scrittore; poi ho cercato, provato, rinnegato, cercato di nuovo modi possibili per far coabitare queste due parti di me.
Rubacuori lo ritengo, per ora, l’esempio meglio riuscito. Per quanto mi riguarda, è un testo che ha fissato la nuova asticella stilistica ed emotiva che cerco in quello che scrivo.
In più, è dove racconto (e quindi rigenero) un po’ della mia vita dopo il suicidio di un mio caro amico. Quel suicidio è avvenuto nei giorni in cui editavo un altro racconto (Pit: appunti sulla solitudine e sui modi per sopravviverle), proprio con In allarmata radura. Da quel momento ho capito che questa rivista è un posto sicuro e severo, come sono le case scelte, quelle in cui si cresce. Per questo mi sono sentito di sperimentare con loro quel mentire per dire la verità che spesso viene citato per definire la letteratura.

Giulia Sara Miori vive a Milano. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste italiane (minima&moralia, nazione indiana, l’indiscreto, altri animali). Nel 2021 ha pubblicato la raccolta Neroconfetto (Racconti edizioni). Nel 2024 è uscito il suo romanzo d’esordio, La ragazza unicorno (Marsilio). 

Alessandro Busi è psicologo e scrittore. Per la casa editrice Pièdimosca ha pubblicato nel 2021 il romanzo Fino all’inizio e, nel 2022, il racconto Niente di niente di me nell’antologia Multiperso. Nel 2024 il suo saggio narrativo Rubacuori è stato inserito nell’antologia L’ora senza ombre edita da Pidgin. Suoi racconti sono usciti per varie riviste letterarie.

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Racconto in musica 198: Forte (Fine Before You Came – Distanze)

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, si chiedeva il buon vecchio Raymond Carver (se lo chiede anche Gabriele Palumbo, autore già passato da queste parti, nel podcast nato come estensione della sua interessantissima newsletter Capibara), e me lo chiedo anche io ogni volta che ascolto una canzone d’amore. O meglio, quello che mi chiedo è: se la fa questa domanda chi le scrive? Perché sarò magari più cinico di quel che credo, ma io a un Nek, forse per quella faccia da belloccio che sembra volersele scopare tutte, proprio non riesco a credere; o dovrei credere a Olly, fresco vincitore a Sanremo, quando canta che gli bastava “ridere, piangere, fare l’amore e poi stare in silenzio per ore fino ad addormentarsi sul divano con il telecomando in mano” (Olly, mi sa che ti accontenti di troppo poco, anche se c’è da dire che pure io alla tua età mi sarei probabilmente accontentato di stare in silenzio con qualcuna: va a tuo onore che almeno lasci andare senza ansie di possesso patriarcale)? L’unico a cui riesco a credere, in questa selva di amatori seriali (non faccio altri esempi solo perché questa è l’introduzione e le regole della buona scrittura, che troppo spesso ignoro, indicano che dovrebbe essere breve) che scrivono con in mente una donna che o non esiste o è un patchwork di esperienze utili alla bisogna, è Jovanotti, perché le sue canzoni d’amore sono talmente ingenue e strambe che mi paiono oneste, e perché non si fa problemi ad ammettere quando una canzone la scrive solo per far cantare la gente allo stadio (Gli immortali): caro Lorenzo Cherubini, un po’ ti voglio bene, anche se le tue canzoni mi fanno comunque perlopiù l’effetto di una grattugia sul timpano.

Ma perché iniziare così se poi in alto (spoiler) avete già visto che oggi si parla dei Fine Before You Came? Perché al fondo di tutto questo discorso c’è la parola onestà, e io potrei sentire mille canzoni della band milanese in cui Jacopo Lietti urla del dolore suo o altrui senza mai mettere in discussione quel sentimento.

A farmi parlare di nuovo dei FBYC è Francesca Bertagna, che nel momento in cui pubblichiamo questo racconto ci legge dal Madagascar, alla scoperta di lemuri e tartarughe marine. Classe ’90, educatrice in una comunità genitoriale in provincia di Lodi, Francesca ama molto la pizza e, da brava ligure, crede nell’unica e vera focaccia unta genovese (diffidate dalle pallide imitazioni). Una volta tornata in Italia ha già in animo di affrontare i sentieri dei boschi bergamaschi, mentre fra le note stonate della sua vita inserisce, ahilei, l’aver avuto un fidanzato livornese.

Dei FBYC che dire invece, dopo che abbiamo scandagliato cronologicamente la loro carriera (e, per quanto riguarda Lietti, anche quella dei Verme)? Forse possiamo addentrarci un po’ di più nei testi, spiegare come quel dolore veicolato da chitarre, basso e batteria sempre in maniera partecipe ma non arresa riesca a sembrare autentico ad ogni iterazione, mai la semplice copia di un qualcosa già sondato in precedenza. In Fede (s f o r t u n a, 2009) risalta ciò che viene detto, la cancellazione di ogni dettaglio di una storia finita male (“ho regalato il tuo vecchio spazzolino a un povero senza una mano/ mi ha chiesto ‘capo è sicuro?’/ gli ho detto ‘io non la amo’”), quanto ciò che non viene detto, ovvero quanto quell’amore ripudiato faccia ancora soffrire; l’incomunicabilità in Alcune certezze (Come fare a non tornare, 2013) si fa forza della ripetizione, perché bastano poche righe per creare un quadro e la reiterazione di quel “ci sono un paio di cose che non tornano/ nonostante questo/ non cambieremo mai” certifica una sconfitta meglio di ogni lungo approfondimento; il dittico Come pecore Come alberi (Il numero sette, 2017), si allarga a un sentimento collettivo, un’analisi filosofica sui casini che stiamo combinando su questo pianeta e la ricerca di una realtà unica che ci doni la pace dei sassi, degli alberi, che ci doni dopo aver “studiato infiniti modi” quello giusto “per addormentarci e svegliarci ancora accanto”; c’è poi la fatica nel trovare una direzione di Piano impreciso (Forme complesse, 2021), nel battersi per una giusta causa chiedendosi “dove eravamo quando il superfluo era all’ordine del giorno”, per poi arrendersi (ma non ancora, solo per un momento) riflettendo “che era tanto ormai che mi chiedevo ma tutto questo agitarsi alla fine a che pro”. Perché mi sembra onesto tutto questo, al contrario che so, di Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari, coi suoi esempi che sembrano ipergenerici e quel messaggio di fondo (che magari colgo solo io) che sembra uno “spero che mi rimpiangerai quando le cose andranno male”? Perché a differenza di questa canzone Lietti non cerca di fare bella figura, tira fuori tutto sé stesso con una musica ad accompagnarlo che non cerca di essere consolatoria e proprio per questo ci riesce: è la musica che ascoltiamo non per trovare qualcuno che ci dia una via d’uscita, ma quella che ascoltiamo per capire che non siamo gli unici a soffrire al mondo e, tramite quell’energia che ogni disco dei FBYC ha al suo interno, trovare il modo per andare avanti ancora un po’.

Distanze è la seconda e ultima traccia dell’Ep Quassù c’è quasi tutto, uscito nel 2014: un testo breve, caratterizzato nella sua prima parte dalla ripetizione continua del mantra “questa cosa qui o la buttiamo via o la teniamo rotta” e nella conclusione, musicalmente più energica e meno atmosferica, dalla frase “quassù c’è quasi tutto”, che nella sua cripticità sembra esortarci all’abbandono, una fuga non dalla realtà ma verso un’altra realtà, quella stessa evocata più in alto che possa tenere tutto insieme. La protagonista del racconto di Francesca riflette, nella sua sofferenza, sugli stessi concetti che animano la canzone, cercando nella natura che la circonda una risposta ai suoi dubbi su cosa voglia dire forza e se sia davvero necessario essere forti: se troverà una risposta sta a voi scoprirlo, andando più in basso a leggere il racconto mentre ascoltate la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Forte, di Francesca Bertagna

Devi essere forte mi hanno detto, mentre gridavo a pieni polmoni tutto il mio dolore.
Forte come? Come questa quercia davanti a me, così alta e maestosa? Eppure anche lei si piega al vento gelido d’inizio inverno. Quante volte i suoi rami hanno tremato per la paura di staccarsi dalla madre terra?
Oppure forte come i cipressi, dritti come soldatini? Eppure basta una nevicata per mandarli giù e rovinarli per sempre.
O forte come i fari in mezzo al mare, che con la loro luce salvano vite nelle notti di burrasca? O come le montagne, ferme e indomite, che sopportano per anni l’aggressività della natura?

Io non voglio essere forte. Non sono un albero, né una montagna, né un faro. Sono stanca di esserlo, di essere il faro degli altri. Sono il ramo che si spezza al primo colpo di vento, il cipresso che si china sotto la neve. Sono quell’albero che ha retto per tanto, ma che alla fine si arrende nel bel mezzo di un temporale.
Non posso più essere forte. Tu non sei più qui, sei lontano anni luce, e io mi sento persa.
Ho combattuto, ho corso, ho gridato. Niente è servito. E qui, nella nebbia mattutina, capisco di volermi perdere come mai prima d’ora.
Tu parli di guarigione, di tempo, di pazienza, mentre io mi sento come una soldata distesa su un lettino di guerra, con gli occhi rivolti al soffitto e una domanda che non trova risposta: domani vedrò il sole?

A casa ho un olivo. È vecchio. Ha subito violenza da noi bambini, dal caldo, dal freddo, dal tempo. Ma è ancora vivo. Si è spezzato quasi a metà, ma resiste.
Allora mi chiedo: è questa la risposta al dolore? Resistere? O forse spezzarsi?
Come essere umano, continuo a interrogarmi, e forse non troverò mai una vera risposta. Ma continuerò a voltare lo sguardo verso la natura, che da sola può darmi una lezione e insegnarmi a stare al mondo. Forse, un giorno, uscirò da questo buio che ogni notte mi abbraccia.
La natura è la risposta. Ora lo so.
Sii forte come la natura, mutevole in ogni tempo e in ogni luogo.

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Due ritorni in nome dello shoegaze: i dischi di Glazyhaze e Cowards

Il secondo album è sempre il più difficile diceva Caparezza, talmente difficile che io con le mie band non ci sono mai arrivato. Con una, dopo un primo disco registrato in maniera terribile, registrammo un Ep molto migliore sotto ogni punto di vista ma che tecnicamente non si può considerare il secondo disco, pure in tempi in cui gli album hanno perso di importanza; con l’altra uscimmo giusto con un Ep di tre brani, “distribuito” su chiavetta, poi la band cambiò forma e una breve malattia si portò via il nostro cantante e chitarrista (ciao Giulio) prima che potesse registrare altro. A differenza mia i Glazyhaze e i Cowards invece al fatidico momento ci sono arrivati, i primi con l’autoprodotto Sonic, i secondi grazie all’etichetta Bloody Sound per il quale esce God hates cowards, e questo è il momento dell’articolo in cui un ex musicista fallito vi dice dal basso della sua esperienza cosa ne pensa.

La tenue differenza fra padronanza del genere e personalità

I Glazyhaze sono in quattro (Francesco Giacomin alla batteria, Seva Prokhorov al basso, Lorenzo Dall’Armellina alla chitarra e Irene Moretuzzo, autrice anche dei testi, a voce e chitarra), vengono da Venezia e con il disco d’esordio Just fade away, uscito nel 2023, si sono già tolti qualche soddisfazione, suonando in giro per l’Europa laddove io non mi sembra abbia mai messo la chitarra fuori da Lombardia e Piemonte. Ci arrivano bell* carich* al fatidico secondo disco, e c’è da dire che i dieci brani di Sonic hanno le loro frecce nella faretra: riverberi, atmosfere leggiadre e una certa fantasia compositiva, che contamina lo shoegaze d’elezione con ritmi più serrati e qualche spruzzo di post punk, rendono l’ascolto piacevole e scorrevole. Tutto ok quindi? Non proprio.

La fantasia compositiva della band emerge dalle differenti atmosfere che riescono a creare fra un brano e l’altro, con la dolcezza di canzoni come Forgive me che si alterna ai toni più cupi di Slap e Not tonight (quest’ultima in zona simil Cure, con basso e batteria a trascinare il carrozzone) e alla rincorsa a base di chitarre distorte dell’iniziale What a feeling, ma se la cornice è interessante è all’interno dei singoli brani che si avvertono delle mancanze. La pur bella voce di Moretuzzo fatica a cambiare registro, stabilizzandosi su un tono etereo che non riesce però a instillare potenza quando i ritmi si fanno più serrati, e da questo punto di vista l’aggiunta della voce di Prokhorov nel dream pop di Nirvana è un esperimento che meritava di essere replicato altrove: sono però gli arrangiamenti a mancare di sviluppi particolarmente degni di nota, stabilizzandosi su canovacci che sembrano seguire la corrente senza sorprese.

Prendiamo Stardust, che in un paio di punti sembra voglia deviare dalla semplice spinta impressa dai riverberi vorticosi delle chitarre, ma che invece lì ritorna per poi spegnersi nel finale come se fosse finita l’energia; prendiamo la già citata Slap, che dà sempre l’impressione di voler esplodere e quando finalmente lo fa la batteria di Giacomin, fin lì impeccabile, invece di seguire il flusso e lanciarsi a rotta di collo giù per la collina preferisce tirare indietro, negandoci lo sfogo punk (detto coi crismi del caso) che il brano avrebbe meritato. Sono difetti che non pregiudicano l’ascolto, perché Sonic fila dritto per la sua mezz’ora di durata senza infastidire mai: dopo svariati ascolti però i brani continuavano a faticare a entrarmi in testa, segno che i Glazyhaze hanno padronanza del genere ma gli manca ancora quel pizzico di personalità e, forse, anche di attitudine al rischio necessarie a fare la differenza fra un buon disco e uno che ti rimane impresso.

Codardi di nome, non di fatto

I Cowards al secondo disco ci arrivano per una strada molto più tortuosa e drammatica. Formatisi a Recanati nel 2019, il trio riceve una battuta d’arresto dopo soli due anni, ed è di quelle che lascia il segno: il batterista Peppe Carella muore prematuramente, lasciando Luca Piccinini (voce e chitarra) e Giulia Tanoni (voce e basso) con un grande dolore da elaborare e un altrettanto grande punto di domanda sul futuro. Dopo la pubblicazione nel 2022 di un disco omonimo per la Araghost Records, che raccoglie i primi brani registrati nella formazione di partenza, la voglia di suonare insieme e dare un seguito alla storia della band si concretizza con l’ingresso di Michele Prosperi, ex batterista dei Jesus Franco & The Drogas (band che al momento vince il mio personale premio per il nome più figo sentito quest’anno): seguono nuovi brani, il contatto con la Bloody Sound e l’uscita, a febbraio, di quello che può essere considerato un disco “1.5”, seguendo un canovaccio sonoro già esplorato ma con una formazione diversa e la consapevolezza di avere qualcosa in più da dire.

La scomparsa di Carella ha lasciato un segno nella realizzazione di God hates cowards, che si riflette in testi che parlano di rabbia, stordimento, mancanza, chiarissimi nella dolce About a friend come nella grintosa e cupa I hate you, brano apripista in cui la band se la prende direttamente col divino: la cassetta degli attrezzi dei Cowards comprende infatti vari strumenti, unendo post punk, shoegaze e abrasioni noise che, mischiate per bene, riescono a rendere i nove brani un’esperienza sonora degna di nota. È soprattutto nei dettagli che le capacità del trio emergono, perché sarebbe stato facile in Barefoot walking in head limitarsi al gioco strofa calma/ ritornello distorto mentre loro, con una durata esasperata degli ultimi e il basso che ci aggiunge dentro un giro armonico, riescono con poco a rendere il brano originale e accattivante, un’attenzione che emerge anche nei fragori metallici che in Dystopian city rendono l’atmosfera davvero simile a quella di una città futuristica degradata (e in territori vicini ai White Hills) o nello spoken word con cui Tanoni apre Stay away, aggiungendo spessore al già interessante mix di melodia e rumore.

Funzionano meglio quando accelerano e danno sfogo alle distorsioni i Cowards, come nella corsa forsennata di WTF? e della seguente 3020, perché pur nella semplicità degli arrangiamenti inseriscono suoni allucinati e una dose di energia tale che fa venire voglia di pogare contro le pareti della propria casa. Meno bene gli riescono invece i brani più lenti, come Storm e la conclusiva Scream! (il cui lieve oscuramento sul finale arriva troppo tardi), non pregiudicando comunque l’ottimo lavoro svolto e dando varietà a un suono che, con i dovuti accorgimenti, può renderli ancora più interessanti di così: li aspetto al varco, per ora non posso che fargli i miei complimenti per come sono riusciti a sublimare le terribili sfighe della vita nell’arte.

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Racconto in musica 197: Ticchete tacchete (O’funk’illo – Nos vamos pa’l keli)

Mi ritengo un viaggiatore mediamente avventuroso. Mi piace andare a cercare cose che siano il più possibile fuori dalle rotte turistiche abituali, fare piani serrati in cui vedere il più possibile e in autonomia, ma allo stesso tempo so di non avere lo spirito adatto ad immergermi completamente nella cultura locale e di non avere il coraggio di girare con la stessa baldanza in nazioni in cui, a torto o a ragione, non mi sento abbastanza sicuro. Sto in quella via di mezzo fra il turista da villaggio vacanze e quello da zaino in spalla e via, forse un po’ più spostato verso il secondo anche se in fondo io la mia vacanza a piedi di duecento e passa chilometri l’ho fatta in Belgio, mica in India.

Nel mezzo di questo modo di intendere la vacanza fra svago puro e semplice ed esperienza che ti cambia la vita capita che, musicalmente, mi ritrovi in una sala prove giapponese a vedere una band strumentale thailandese come che faccia l’esperienza più a livello turistico medio e basilare del flamenco in un locale con posto prenotato su GetYorGuide, bello e intenso ma probabilmente meno autentico di quello che si balla e si suona nelle cuevas sul sacro monte di Granada: non me ne pento, mi è piaciuto molto, ma se mi fossi trovato sotto un palco ad ascoltare il crossover andaluso degli O’funk’illo penso che mi sarei sentito più parte del posto invece che un semplice turista, curioso ma non troppo.

A farmi scoprire la band di Siviglia è stata Guendalina Bruni, autrice che abbiamo coinvolto dopo aver letto alcuni suoi racconti su Narrandom, rivista che non smettiamo di consigliarvi di cui è anche redattrice. Nata in Umbria e marchigiana d’adozione, nel 2004 Guendalina inizia ad ampliare i suoi confini girovagando fra Europa e America per studio e lavoro, fermandosi infine in Francia nel 2014, dove tuttora risiede occupandosi di gestione delle risorse idriche. La passione per la scrittura la coltiva fra un modello idrogeologico e l’altro e di notte, sfiorando l’insonnia: tante ore di sonno perse sono però ben ripagate quando ti escono racconti come quelli pubblicati su Rivista Blam!, Piegàmi, inutile, Crack, Grande kalma e Risme, che ovviamente vi esortiamo a leggere tutti.

Ascoltare gli O’funk’illo è stato come tornare parzialmente indietro nel tempo ai miei 18/20 anni, fra la fine delle scuole superiori e il servizio civile, quando il crossover andava per la maggiore e non si era ancora trasformato quasi esclusivamente in nu metal: il periodo dei migliori dischi degli Incubus, quello in cui i Red Hot Chili Peppers non si erano ancora persi definitivamente in nenie terribili e quello in cui la band di Siviglia, appunto, muove i primi passi, trasformandosi nel 1997 da cover band (col nome Motherfunkers) a formazione dedita alla contaminazione fra funk e metal, con una punta di flamenco, rap e reggae a condire il tutto. Il primo disco, omonimo, lo pubblicano nel 2000, in una formazione che contiene ancora tutti i fondatori: Andreas Lutz alla voce, Pepe Bao al basso, Javi Lynch Marssiano alla chitarra e Joaquín Migallón alla batteria, più una miriade di collaboratori e coriste che rendono le esibizioni sul palco una festa scatenata, trascinata dal basso iperveloce di Bao e dal carisma di Lutz, animale da palco come pochi. Il nucleo fondatore della band resisterà fino al 2006, periodo nel quale fanno in tempo a pubblicare altri due dischi (… en el Planeta Aseituna, 2003, e No te cabe na’, 2005, entrambi prodotti dalla band stessa e pubblicati sotto major, la EMI tanto odiata dai Sex Pistols), apparire nei principali festival della penisola iberica e guadagnarsi il premio come miglior band e miglior album di rock alternativo ai Premios de la música del 2006: poi un litigio fra Bao e Lutz mette a lungo in standby il progetto, portando alcuni membri a proseguire con un nome diverso (Pa’l keli: tributo a O’funk’illo, che sembra il modo in cui i Kyuss avevano cercato di riformarsi come Kyuss Lives prima che Josh Homme rompesse ulteriormente il cazzo sui diritti e costringesse tutti gli altri a cambiare completamente nome), altri a formare nuove band e nessuno a mediare fino almeno a cinque anni dopo, quando Lutz, Bao e Marssiano (gli ultimi due nel frattempo avevano fondato i Cusha!) rimettono in piedi il progetto ed escono con un nuovo disco, Sesión golfa, pubblicato dalla Maldito Records nel 2011.

Marssiano esce di nuovo dalla band subito dopo, dando il via a un periodo frammentato in cui escono 5Mentatario (2014, Rock Estatal Records), con i soli Bao e Lutz della formazione originaria, un doppio disco-reunion con un sacco di ospiti per celebrare i vent’anni di carriera (20 años ajierro e 30 amigos embruterrio, 2018 per la Spyro Music) e di nuovo un disco a formazione “ristretta” nel 2020, O’funk’illoterapia, in cui Lutz certifica anche l’uscita da un lungo periodo di abuso di alcool e droga. Il presente, dopo un altro breve periodo di stop, vedrà la band festeggiare i venticinque anni di carriera con un tour che li porterà negli Stati Uniti e in America latina, e i due singoli usciti a pochi mesi di distanza El tato Bootsy (dedicata al mago del basso Bootsy Collins) e Huele a funk presagiscono l’uscita di un nuovo disco: con quale formazione e quanti dei membri originari difficile capirlo, ma in fondo l’importante è che il carrozzone sia ancora in piedi e continui a macinare musica perdendo poco della carica originaria, cosa rara in un mondo musicale dove inizi con un sacco di energia e finisci a fare le ballad che magari ti eri ripromesso di non fare mai in vita tua.

Nos vamos pa’l keli è la quarta traccia del disco d’esordio degli O’funk’illo, nonché uno dei loro cavalli di battaglia, riproposto addirittura in versione jungle nell’ultimo disco. Festaiola e scatenata, la canzone non ha altro scopo che invogliare a lasciarsi andare, godere e festeggiare, anche se Lutz ci tiene a specificare che “si nos invitas a tu casa os comportamos educadamente”: meno educatamente si comportano i vicini della protagonista del racconto, colpevoli di un ticchete tacchete continuo di bottiglie ogni sera che la esaspera e le fa sentire al contempo la nostalgia di un periodo più libero e semplice, “quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana”. Guendalina riesce a traslare in parole tutto quel ritmo e quelle sensazioni in una prosa densa e serrata, vagamente allucinatoria, in cui potete entrare andando un po’ più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Ticchete tacchete, di Guendalina Bruni


Rincaso, loro sono lì. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Pausa. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Puntuali ogni sera, si agitano, sbattono, spargono tonfi tra le stanze, corridoio, cucina, salone, e tacchete, daccapo. Che modi. Non li ho sentiti quando Oliver mi ha mostrato l’appartamento: “eccolo qui signora, mi ha chiesto tre stanze, e io tre stanze le ho trovato”. Bravo Oliver. Solo che, Oliviero mio, qui non ci sono tre stanze, ce ne sono almeno il doppio. O il triplo, contando pure i vicini di pianerottolo. Era meglio il tram, un ronzio continuo che sparisce dopo le dieci, per fare posto al vociare di strada che sfuma man mano che le bottiglie di rum si svuotano. Mentre cerco frenetica la cassa per amplificare Ley de gravedad e tutta la playlist che il buon vecchio Spotify mi ripropone sistematico, rifletto sul sacrosanto potere terapeutico della musica: non tanto per sciogliere le tensioni muscolari ammassatesi durante la giornata, ma anche solo per coprire i ticchete tacchete che mi infiammano i nervi cranici fino al collasso. La cassa è scarica, alzo il volume del cellulare mentre imbastisco un’altra crociata alla ricerca del cavo di alimentazione. Nel frattempo mi chiama Giovanna, cazzo Giovanna, l’articolo, l’aggiornamento calendario e compagnia bella che le avevo promesso. Col telefono tra guancia e spalla, tra i “sì, non ti preoccupare” e i “certo che mi ricordo”, riesco ad estrarre lo stendi biancheria incastrato tra il frigo e l’asciugatrice: Oliviero, mi hai dato tre stanze ma ti sei preso indietro quei quindici centimetri di corridoio che servivano a non sbattere quell’arnese metallico tra suolo e pareti. Dimenandomi tra lo stipite della porta della cucina e l’angolo angusto tra corridoio e salone, riesco ad aprirlo, sfregiando il bianco candido della parete. Saluto Giovanna e il suo incalzare a mitraglietta e mi dirigo verso la lavatrice; mi imbambolo davanti al cestello, al crescendo dei suoi volteggi, preludio andante della centrifuga: il concerto è animato dal tintinnare delle bottiglie di alcolici depositate ai suoi piedi, che vibrano contro la parete laterale, abbastanza vigorosamente da creare un effetto cajon degno di una buleria del Camaron. Mi infiammo nel ricordo delle scappate andaluse che ci concedevamo quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana. Ma sì, vaffanculo, un bicchierino, che sarà mai. Mi chino e sfilo una bottiglia a caso, tiè, il mirto di Arbatax, la estraggo pensandola piena e invece la ritrovo leggera, qualcuno dev’essere già passato di lì, deduco, un instante prima di sbatterla contro la parete alle mie spalle e di fracassarmi il timpano con il rumore dei suoi frammenti. Schizzano dappertutto: sulla credenza in acciaio, su per il foro di areazione, giù dal lucernario aperto, per terra sul cotto da lì fino a quasi la porta d’ingresso. E ticchete ticchete e ticchete tacchete, loro continuano imperterriti, che modi.

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Il punto di congiunzione fra musica lo-fi e pessimo cinema: Bassa fedeltà di Enrico Monacelli e Film brutti di Andrea Carobbio

Ricordo abbastanza bene quando è avvenuto il mio primo incontro con la musica lo-fi. Era il 2009, collaboravo con Indie-zone e ricevere i dischi significava, se il disco era estero, ricevere nella stragrande maggioranza dei casi un file piratato: mi capitò in questa maniera di ascoltare e recensire il secondo album degli Wavves, ovvero Wavvves, che ascoltai chiedendomi continuamente “ma perché l’hanno registrato così di merda?” Lo stroncai, ignaro che quel modo di fare musica aveva già basi solide e storiche: dopo anni densi di altre esperienze sonore (e la sorpresa di trovare una canzone degli Wavves stessi, registrata decisamente meglio, all’interno del videogioco GTA V) oggi forse (forse) lo rivaluterei.

Non ricordo invece quale è stata la mia porta di ingresso nel mondo dei film brutti. Negli anni ne ho “collezionati” parecchi, dagli storici capolavori di Ed Wood a perle meno note (perlopiù carpite dal fornitissimo, ma ahinoi non aggiornato, archivio del sito FilmBrutti.com) come Il bosco 1 o Van Helsing – Dracula’s revenge, quest’ultimo “nobilitato” dalla partecipazione di un Coolio (sì, quello di Gangsta’s paradise) fattone in versione normale e sessuomane in versione vampiro, e potrei andare avanti ore a citarne perché il fascino dell’orrido, una volta che ti prende, diventa una droga.

Pur uniti da mezzi di produzione limitati, e da budget quasi sempre risicati, non avevo mai pensato che i due mondi potessero avere molto in comune, almeno prima di leggere Bassa fedeltà- Musica lo-fi e fuga dal capitalismo, scritto da Enrico Monacelli e pubblicato da Nero, e il didascalico Film brutti, scritto da Andrea Carobbio e pubblicato da Mimesis. Pur partendo da basi e ambizioni completamente diverse, i due libri si parlano attraverso quella che è una caratteristica imprescindibile sia per la buona riuscita di un album lo-fi che per la pessima riuscita di un film brutto: la sincerità dell* autor*.

Filosofia e sociologia del registrare “male”

A differenza mia, quando Monacelli ha ascoltato per la prima volta un disco lo-fi non se n’è allontanato con ribrezzo. Il periodo era lo stesso, giusto un anno più tardi (le età, invece, decisamente differenti: lui diciassette anni, io avevo appena scavallato la trentina), ma il disco invece era un po’ più vecchiotto: Knock knock, settimo album di Smog (moniker dietro cui si cela dietro qui si cela Bill Callahan), uscito nel 1999. Per Monacelli è in particolare la canzone Teenage spaceship a rappresentare un’illuminazione, sia per il testo che riusciva a racchiudere il disorientamento adolescenziale con cui lui stesso faceva i conti, sia per i suoni che accompagnavano quelle parole.

E c’era un’altra cosa che mi aveva colto alla sprovvista: la canzone suonava cruda e povera. Naturalmente avevo già ascoltato delle demo registrate male o di qualche gruppo punk scadente, ma c’era dell’altro. Il brano suonava grezzo in un modo incantevole e premeditato. La chitarra girava intorno a quei pochi accordi, tesi e disadorni, che sembravano rimbalzare sulle pareti di una piccola camera da letto. Era affilata e metallica, di fronte a tutto il resto della canzone, e ne usciva meravigliosamente maciullata. I sintetizzatori, subito sotto la chitarra, suonavano come un ossimoro davvero bizzarro: svettanti ma scadenti e impolverati. La voce di Callahan si adagiava su questo mucchio di detriti dorati mentre entrava in scena la batteria, con il suono di piccoli barattoli di latta recuperati in qualche angolo di una landa deserta. La cosa più sorprendente di tutto ciò era sicuramente che non si trattava di una fortunata coincidenza emersa da circostanze casuali o di una bellezza nata dalla morsa della pura necessità: si trattava di uno stile consapevole, una sorta di registrazione magicamente messa a punto da Callahan e dal suo produttore, Jim O’Rourke. La canzone non finisce semplicemente così. Era un’opera di rovina virtuosistica, fatta apposta per esplorare le potenzialità dei suoni in bassa fedeltà. Era bellissima.

L’ascolto di quella canzone è per l’autore il punto di ingresso per un genere/non genere sfaccettato e multiforme come il lo-fi, interpretato in mille maniere diverse ma accomunate dal rifiuto verso le produzioni ad alto budget per altrettante ragioni diverse, da quelle estetiche a quelle di libertà creativa. A queste ultime Monacelli aggiunge motivazioni sociali, consapevoli o meno, analizzando la carriera e i dischi di determinati artisti (e di una sola band di artiste, perché purtroppo anche questa storia musicale è perlopiù una questione maschile) attraverso le riflessioni di gente come Félix Guattari, Herbert Marcuse, Franco “Bifo” Berardi e l’immancabile Mark Fisher, sviluppando nell’arco di poco meno di duecento pagine non tanto una storia cronologica della musica lo-fi (per quanto ci tenga a fissare un punto iniziale, opinabile per sua stessa ammissione, nel disco Smiley smile dei Beach Boys) quanto un manifesto politico che vede in questo tipo di produzione artistica una critica alla società capitalistica.

R. Stevie Moore ha pubblicato più di quattrocento dischi nella sua vita. Il numero varia a seconda della fonte che si prende in considerazione. Probabilmente nemmeno lo stesso Moore è sicuro di quanti siano. E probabilmente ce ne saranno molti di più il giorno in cui lascerà questa terra. Ha realizzato così tanti album e progetti bizzarri che nessuno avrà mai il tempo di ascoltarli tutti, ma lo scopo non è mai stato quello di consumarli o venderli: sono stati realizzati al di fuori di qualsiasi logica di mercato, per godere della loro esistenza come la documentazione di un momento molto specifico di una vita molto specifica. Non esistono per diventare merce da scaffale, ma per la gioia di esistere e per amore dell’esistenza, quasi come fossero figli di una compulsione

Uno dei pregi di Bassa fedeltà è quello di non limitarsi ai “grossi” nomi della scena, perché per un Daniel Johnston che è stato toccato per un breve periodo dalla luce dei riflettori (anche grazie, lo scopro qui, ai miei adorati Butthole Surfers) ci sono molti altri nomi che invece sono rimasti nell’ombra, seguiti da un piccolo gruppo di accolit* affascinat* dai loro mondi bizzarri e totalmente fuori mercato. Nomi come R. Stevie Moore, wannabe rockstar dalla carriera ultradecennale e alfiere del “do it yourself”, le algide Marine Girls, la cui carriera è durata solo fra il 1980 e il 1983, Phil “Mount Eerie” Elverum (uno che da queste parti apprezziamo molto) e Mike “Perfume Genius” Hadreas e le loro sofferte parabole esistenziali e Ariel Pink con il suo suono che si alimenta di nostalgia e paranoia. Per ognuna delle loro estetiche Monacelli trova una porta di accesso sociologica tutt’altro che scontata, persino avventata, ma innegabilmente affascinante: ecco allora che la musica delle Marine Girls viene associata alle ricerche sulla fobia degli spazi oceanici dei Freikorps che portarono Hitler al potere (secondo il controverso studio di Klaus Theweleit Fantasie virili, pubblicato nel 1977, l’acqua rappresentava il duplice terrore della penetrazione e di tutte quelle persone che desiderano essere penetrate), il bizzarro mondo mistico di Johnston si collega al comunismo acido che Mark Fisher stava teorizzando prima del suo suicidio e il ritiro in mezzo alla natura norvegese attraverso cui Elverum ha realizzato il disco Dawn, affine a prima vista alla genesi del Walden di Henry David Thoreau, viene associato più  a Walter Benjamin.

Il catastrofista marxista Walter Benjamin ha scritto che《Marx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia. Ma forse le cose stanno diversamente, forse le rivoluzioni sono un tentativo da parte dei passeggeri di questo treno – cioè la razza umana – di azionare il freno》, e per Elverum la musica era, su scala minore, proprio questo: un freno di emergenza che attiviamo per bloccare l’esistenza di una realtà ingiusta. Autoprodurre un album significava, per Elverum, essere fedele a un’interzona selvaggia, sia psichica che fisica, in cui un’uscita dalle costrizioni e dai vincoli è ancora possibile e auspicabile. Uno spazio in cui, attraverso una critica pratica e spietata dell’esistente, si possono esprimere e praticare nuovi modi di vivere, amare e morire, anche se senza garanzie o forme fisse a cui aggrapparsi. La gioia e il terrore della critica.

È anche una storia di contraddizioni quella del lo-fi, fatta di paradossali aspettative di successo, inquietanti  amori oltre il limite dello stalkeraggio e, nel caso di Ariel Pink, un viaggio contro tutto e tutti nel mondo del complottismo. Forse le associazioni di Monacelli sono esagerate, forse l* artist* di cui sono narrate le gesta non si ritroverebbero in queste analisi, ma il lavoro compiuto in Bassa fedeltà fa riflettere sui modi in cui possiamo tentare una fuga dal capitalismo perlomeno ideologica, magari guardando anche verso le nuove leve della musica lo-fi che l’autore, attento alle nuove forme di espressione, elenca nell’ultimo capitolo del suo saggio che certifica una volta di più le capacità della casa editrice Nero di intercettare quella linea di congiunzione che ancora resiste fra musica e politica.

La bruttezza come forma di sincerità

Nel suo Film brutti (sottotitolo: Ma così brutti da diventare bellissimi) Carobbio ha ambizioni sicuramente minori. Folgorato sulla via di Damasco dalla visione di The room, il capolavoro trash di Tommy Wiseau sulla cui lavorazione James Franco ha basato The disaster artist (che, a differenza della pellicola ispiratrice, si è portato a casa anche qualche premio prestigioso: ne avevamo parlato qui), l’autore del libro è stato risucchiato dal fascino dell’orrido nella sua più pura essenza, quella stessa che portava me, mio fratello e un nostro amico a organizzare saltuarie visioni collettive dei “capolavori” recensiti peggio dal già citato FilmBrutti.com: quella dove la bruttura è totalmente involontaria, e pertanto soffusa di una sorta di ingenua e stramba genialità.

Ciò che rende davvero affascinanti queste pellicole è che rappresentano un viaggio di sola andata nella psiche dei loro creatori. Aprono uno squarcio sulle vite di persone senza talento e perlopiù senza alcuna preparazione che, nonostante i palesi limiti imposti dalle proprie capacità e da budget spesso risicatissimi, semplicemente se ne fregano. Ma che vengano mossi da un’ambizione sfrenata e infantile, o da un egocentrismo esasperato o ancora da un’ottusità che rasenta l’idiozia, non possiamo che ammirarli. I loro film sono monumenti alla resistenza. All’ambizione sconsiderata. Alla frustrazione. Al fallimento. All’amore incondizionato e illogico per l’arte cinematografica. Ci raccontano di quanto sia dannatamente difficile riuscire a fare, a essere ciò che si vuole nella vita. Ed è per questo che è impossibile non amarli.

Il libro è composto da un elenco di schede su alcune delle peggiori pellicole prodotte negli ultimi cinquant’anni di cinema, soprattutto megli Stati Uniti ma sconfinando anche in Italia e persino in Turchia, con il delirante 3 Dev Adam che mette in scena, in barba a una ancora notevolmente fallace politica di protezione del copyright, uno Spiderman apocrifo e psicopatico che lotta contro un Capitan America di poco più realistico e… Il luchador messicano El Santo. Nessuna analisi sociologica, ma una linea ben precisa: evitare i nomi più famosi del panorama trash, come i già citati Wood e Wiseau, e concentrarsi sulle pellicole involontariamente brutte, escludendo dal novero le produzioni volutamente trash della Asylium (quella di Sharknado, per intenderci) e della capostipite di questo “genere”, la benemerita e immarcescibile Troma.

Non gli eroi che meritavamo, ma quelli di cui avevamo bisogno per farci quattro risate

Il fascino di un libro del genere è quello di scoprire aneddoti gustosissimi sul dietro le quinte dei disastri annunciati mentre si andavano formando. Il misconosciuto (e italianissimo) Alien 2 – Sulla terra (non denunciatelo alla 20th Century Fox: nel 1980 Alien non era ancora un marchio registrato, e il regista e produttore Ciro Ippolito ha vinto la causa intentatagli), con i soldi del budget spesi in auto costose e col suo mostro fatto con la trippa, lo scippo di una catenina a Napoli da cui la vittima prende spunto per creare il delirante La croce dalle sette pietre (sottotitolo non ufficiale: L’uomo lupo contro la camorra), il volontario schianto di Carnosaur nell’uscire un mese prima di Jurassic Park (unica concessione alla bruttura consapevole: a produrre c’era Roger Corman, re mida delle pellicole a basso budget che nella sua carriera ha tenuto a battesimo gente come Joe Dante, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Jack Nicholson) e l’incredibile motivazione per cui il protagonista di Samurai cop ha i capelli lunghi in alcune scene e un’imbarazzante parrucca da donna in altre (spoiler: il regista Amir Shervan aveva dimenticato di girare un buon cinquanta per cento del film, e nel frattempo l’attore Matt Hannon si era tagliato i capelli). Ciò che invece non può riuscire a fare Carobbio, con consapevolezza dell’autore stesso, è restituire su carta la bruttezza di certe scene, come quando gli orribili gallinacci in computer grafica di Birdemic: Shock and terror entrano in scena dopo quarantacinque minuti di noiosissima povertà creativa e di mezzi (il regista James Nguyen, totalmente immerso nel suo culto per Alfred Hitchcock, faticherà molto nel capire perché la gente ridesse invece di essere terrorizzata dal suo film), o come quando cerca di restituire l’improbabilità di alcuni scambi di battute di Megaforce, un film dalle ambizioni non meglio specificate che uscì al cinema nello stesso giorno di La cosa e Blade runner e floppò come loro a causa dello strabordante successo di E.T. pur divenendo, come gli altri due ma per motivi diametralmente opposti, un cult.

Uccellacci in pessima computer grafica affrontati con delle grucce: ok

Ci sarebbe da parlare anche di Neil Breen, una sorta di involontario David Lynch dei poveri (su cui anche I 400 Calci hanno realizzato una retrospettiva), del flop imbarazzante di Dreamland – La terra dei sogni (guardatevi il trailer e ditemi se non sembra fatto da Maccio Capatonda), dell’eccezione (meritevole?) rappresentata dalla serie The lady di Lory Del Santo, ma non voglio togliervi la sorpresa di scoprire tutte le chicche (dis)gustose contenute nel libro. Carobbio ha la penna ironica al punto giusto per affascinare col suo racconto, anche se la conclusione delle sue retrospettive sembra spesso troppo veloce: trova però il perfetto anello di congiunzione con il saggio di Monacelli a pagina 90, attraverso il pensiero del già citato Roger Corman, che è la citazione con chiudo questo articolo sperando di avervi invogliato ad entrare almeno un poco nel mondo della musica registrata male e dei film girati peggio.

Corman credeva fermamente che la creatività non dipendesse dai soldi. Lavorare con pochi mezzi, secondo lui, stimolava l’ingegno e la capacità di trovare soluzioni innovative. Per Corman, in sostanza, il basso budget era molto più di una strategia finanziaria: rappresentava una scelta quasi ideologica. I suoi film sono dichiarazioni di indipendenza creativa, con i quali intendeva promuovere la democratizzazione del cinema, l’innovazione attraverso la limitazione dei mezzi e una ribellione contro l’industria hollywoodiana tradizionale.

Insomma, fanculo il capitalismo, anche se ci siamo dentro.

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Racconto in musica 196: L’ipotesi (Giorgio Poi – Giorni felici)

“I maestri sbagliati li ho seguiti tutti” cantavano un bel po’ di anni fa i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io ci ho messo un certo impegno nella mia vita per adeguarmi, almeno musicalmente, a quell’adagio, ancora prima di conoscere la canzone da cui è tratta la frase oltretutto. I miei avevano in casa quasi solo cassette di Sanremo, alle elementari ho cominciato ad ascoltare i Queen e Vasco Rossi, una cassetta di Zucchero e una di Eros Ramazzotti erano arrivate “grazie” a mio fratello (sulla seconda sono sicuro, sulla prima un po’ meno) e alle medie ho fatto il salto verso la Deejay Parade: potevo essere come tutt* l* altr*, invece poi ho virato verso il grunge proprio mentre il Grest del mio paesino voleva inculcarmi in testa Lucio Battisti a colpi de La canzone del sole cantata in circolo ogni santa sera (e faceva uscire definitivamente di scena anche Vasco a botte altrettanto tenaci di Albachiara). La mia epopea di bastian contrario (fino a un certo punto, che i Nirvana guardati su Mtv non erano mica i Negazione pogati in un centro sociale) è iniziata lì, e fedele a quella linea che ovviamente non c’era mi sono tenuto lontano da ciò che percepivo come la norma in musica, soprattutto quella italiana: così, a parte un recupero tardivo di Fabrizio De André, mi sono perso pure tutti i cantautori (qui il maschile sovraesteso è purtroppo voluto) dell’epoca d’oro della musica italiana, dai Guccini ai De Gregori e figuriamoci i Venditti, che io sentivo Alta marea e mi veniva l’orticaria e non mi sarei mai sognato di pensare che anche lui aveva fatto cose buone (che comunque, mea culpa, sto ignorando pure ora, troppo impegnato a seguire la solita linea sghemba che mi ha portato l’altroieri ad ascoltare una band sperimentale formata da un burkinabé, un belga e un francese, consiglio di un amico). Ovviamente non ho mai recuperato neanche il sopracitato Battisti, diffidando di chiunque negli anni mi suggeriva che magari anche solo un Anima latina poteva valere la pena ascoltarlo, perché i “traumi” infantili subiti in un paesino del novarese si riverberano a lungo: non so se Giorgio Poi ha avuto di simili esperienze, ma scommetto che l’artista della settimana di Tremila Battute invece il Lucio nazionale (no, non quello che parteciperà all’Eurovision) se lo è ascoltato approfonditamente, così come tante altre cose che io mi sono perso perché ero troppo occupato a ficcarmi orgogliosamente nella nicchia della nicchia.

A permetterci di parlare di lui è Felicia Buonomo. Giornalista a Mediaset, Felicia ha un lungo curriculum lavorativo e ne ha uno altrettanto lungo letterario che spazia fra saggistica (Pasolini profeta, Mucchi Editore 2011), reportage giornalistico (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, Aut Aut Edizioni 2020) poesia (Cara catastrofe, Miraggi Edizioni 2020, Sangue corrotto, Interno Libri 2021) e narrativa breve (La giusta dose, Scrivere Poesia 2023). Non mancano nemmeno sue incursioni su riviste varie, e fra gli altri vi segnaliamo i suoi testi su Nazione Indiana, Racconticon, Crunched e inutile, quest’ultimo ascoltabile all’interno del podcast di audioracconti curato dalla redazione della rivista.

Ognun* di noi vive in una bolla, e all’interno della mia c’è stato un momento in cui sembrava impossibile non accorgersi di Giorgio Poti, rinominatosi Giorgio Poi una volta iniziata la carriera solista: quel momento era il 2017, anno di pubblicazione del suo disco d’esordio Fa niente per Bomba Dischi, e sono sicuro di averlo incrociato in tre diversi festival nell’arco di una sola estate senza mai andarmelo a cercare e, lo ammetto, anche snobbandolo un po’. C’era proprio quel non so che di battistiano all’interno della sua musica che, forse per i suddetti “traumi” infantili, mi faceva tenere lontano, anche se pure da lontano potevo apprezzare il modo in cui alcuni suoi brani venivano prolungati in improvvisazioni che mostravano a me, chitarrista autodidatta, come cazzo si suona. Non per niente Poti, classe 1986 nato a Novara (ma guarda un po’!) con un’infanzia vissuta anche fra Lucca e Roma, si laureava in chitarra jazz alla Guildhall Music School of Music and Drama negli stessi anni in cui io imparavo a fare (male) Rebel rebel di David Bowie in una band con cui avremmo dovuto fare inediti e invece siamo finiti a fare cover prima che me ne estromettessero per manifesta inferiorità (via mail, al di là delle ragioni ci sono metodi migliori: se fosse già esistito Whatsapp magari avrebbero mandato un vocale), e mentre io cercavo con la mia nuova band posti dove suonare al di fuori di Vigevano lui faceva tour in Europa e negli Stati Uniti con i Vadoinmessico, band con cui pubblica il disco Archaeology of the future (2012, PIAS Recordings) per poi cambiare nome, ritornare cinque anni dopo come Cairobi e pubblicare un omonimo disco di “musica folk per un popolo che non esiste” per la Some Other Planet Records proprio all’inizio di quel 2017 in cui, dopo qualche anno passato a Berlino, Poti torna in Italia.

Fa niente esce un mese dopo rispetto al disco dei Cairobi ed è debitore del percorso musicale intrapreso con la/le band di cui ha fatto parte, o semplicemente Giorgio Poi era già sé stesso da anni e, svestitosi di influenze di world music che gli appartenevano meno, ha cominciato a fare musica che appare pop senza esserlo, leggera nel modo in cui è in grado di entrarti in testa con facilità ma tutt’altro che semplice come costruzione (come cazzo suona bene il basso in questo disco?). Il suo primo singolo Niente di strano esce già nel 2016 e il successo comincia a montare da lì, con quel mix strano eppure godibile di pop e psichedelia, frequenze alte come la sua voce in primo piano e riverberi ad ammantare di una nostalgia 70/80 il risultato generale. Passano solo due anni prima che esca il secondo capitolo della sua storia solista, ma in quei due anni succedono un sacco di cose: collaborazioni con Frah Quintale e Carl Brave, tour mondiali di supporto ai Phoenix, un brano scritto per Luca Carboni e la produzione del disco solista di Francesco De Leo de L’Officina Della Camomilla, tutti segnali che di Poti non si sono accorti solo i piccoli festival in cui andavo a bivaccare nell’estate 2017.

Smog (2019) è all’apparenza un “more of the same” delle atmosfere già esplorate nel precedente disco, un poco più morbido e con le tastiere che si prendono più spazio, ma se vale il termine “personale” per qualcosa sicuramente lo è per il secondo album di Giorgio Poi: registrato nel proprio studio casalingo, suonato (batteria esclusa) interamente da lui, Poti Smog lo ha perfino illustrato, creando l’immagine di copertina e realizzando disegni a tema per ogni traccia anche all’interno del booklet. Nei testi continua a esplorare un mondo di quotidiane disperazioni ed epifanie, in cui le stelle si rivelano essere “un pezzo di ferro con su scritto EasyJet (Stella) e di un amore finito si ricordano vagamente solo particolari banali come la mozzarella tolta dalla pizza (Ruga fantasma), aggiungendo un po’ di bislacca autoironia nella traccia finale La musica italiana dove duetta con Calcutta, compagno d’etichetta con cui già aveva collaborato suonando le chitarre nel disco dell’artista romano Evergreen (li accomuna anche l’aver collaborato con Takagi & Ketra, ma su questo meglio glissare). Passano altri due anni, una collaborazione con Francesca Michielin, la composizione della colonna sonora della serie tv Summertime e una pandemia prima che Giorgio Poi esca con il terzo album, Gommapiuma (2021), dove il tono si ammorbidisce ancora: l’album è più acustico, più arioso grazie agli archi, più intimo in qualche maniera e probabilmente è esattamente ciò che voleva ricercare un artista che ha dichiarato “se non sono andato in frantumi è anche grazie a queste canzoni”. Per i successivi quattro anni Poti, se si esclude il singolo Ossesso uscito a giugno 2022, sembra occuparsi più della musica dell* altr* che della sua, apparendo qua e là in veste di collaboratore (la canzone Haute saison del duo francese Rob & Jack Lahana, il cui clip è diretto da Natalie Portman e certifica un legame col cinema alto per Poti, visto che nel video del suo primo singolo appariva un Luca Marinelli fresco reduce dei successi di Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo), produttore (la canzone Mare Malinconia di Franco126 e Loredana Bertè, il disco Relax di Calcutta) e autore (la canzone L’inizio di Biagio Antonacci, giuro che non pensavo che avrei mai scritto in due righe vicine Loredana Berté e Biagio Antonacci su questo blog). Poi all’improvviso, senza che questo sia stato organizzato attraverso i potenti mezzi di Tremila Battute, proprio due giorni fa è uscito Uomini contro insetti, il singolo che certifica il suo ritorno sulle scene. Coincidenze?

Giorni felici è la quinta traccia di Gommapiuma, una canzone dove l’amore è intriso di nostalgia e distanza e non viene mai chiarita l’intensità di quel sentimento, ristretto alla sola richiesta di un’ora da passare insieme fra sorrisi e felicità, “senza nasconderti/ armata fino ai denti per difenderti”. Non conosciamo nemmeno cosa abbia scatenato il malessere che ogni anno prima di Natale colpisce la protagonista del racconto di Felicia, ma non ne abbiamo bisogno per riuscire a sentirlo vividamente, tratteggiato attraverso pochi e precisi dettagli dalla penna dell’autrice: potete immergervi nella sua storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’ipotesi, di Felicia Buonomo

«Non potrai mai capire cosa significhi convivere con la maledizione del Natale», scrivo ad A., raccontandole che quest’anno è arrivata inaspettatamente in anticipo. Non ha atteso i due-tre giorni che precedono la più inattendibile delle feste rosse in calendario. Da settimane la pelle mi si scortica, una trafittura mi invade gli occhi, mi getta sul petto il battito accelerato che impedisce il respiro.

«Devi mettere in conto l’ipotesi della fine», aggiungo, lucida e spietata.

«Metto in conto che andrà bene», risponde A.

Un pesante attacco di cefalea mi devasta già da 48 ore, provocandomi il pianto gutturale tipico dei bambini. Ma lascerò credere alla mia maledizione del Natale che sia per lui che divento un cervo abbagliato dai fari. Tanto, che lui ci sia o non ci sia, ormai è la stessa cosa.

Sento un cane abbaiare in lontananza. La furia del suo ringhio mi è evidente fin quassù. Porto una mano alla fronte cercando di scorgerlo. Abbasso lo sguardo in direzione del selciato, prima a destra e poi a sinistra, stringo gli occhi in cerca di una risposta che non trovo. A questa altezza la visuale è ampia, ma lontana dal concetto di nitidezza che ho smarrito poco più di tre anni fa. Il battito scandito dalla rabbia animale mi sovrasta, ma non riesco a vederlo. Deglutisco angoscia e accettazione, fedeli compagne notturne, quando nemmeno il riscaldamento a pavimento dei 24 metri quadrati di prigionia che mi ospitano riesce a placare il tremolio del mio corpo.

Sono a 30 metri di distanza dal suolo, l’aria è densa, mi entra nelle narici insieme all’inquinamento della città. Ho un capogiro mentre penso che potrei decidere di rispondere al messaggio di K. per azzerare di colpo la sospensione della verità.

In ascensore, diretta qui, nel terrazzo del palazzo che ospita anche il monolocale in cui vivo, ho pensato al custode a mezza giornata dell’edificio, un nordafricano che si fa chiamare Luca. Da mesi mi auguro di non incontrarlo, per non dover subire il suo sguardo interrogativo mentre si domanda come mai la cassetta della posta che porta il mio nome stia straripando di lettere. Ogni sera, al rientro, mi volto nella direzione del cassettone sospeso abitato dai cognomi dei condomini, rimandando la decisione di fare pulizia. Come potrei sperare nel miracolo della comprensione nel raccontargli dell’abilità acquisita nel tempo a selezionare i pesi? Di come ho imparato a eludere ogni non-necessità?

Oggi ho mentito a M. per la prima volta. Gli ho detto che ero tranquilla, ma ero inquieta all’idea di arrivare qui. Sono tre anni che tento di salire su questo terrazzo. M. mi ha dato la spinta.

Sento l’abbaiare sempre più insistente. Mi volto e mi trovo di fronte un rabbioso molosso. Non è vero che il cane che abbaia non morde, lui vuole farlo. Mentre agguanto il coraggio che mi è mancato in questi tre anni, si appresta ad azzannarmi. Mi manca per un pelo. Continua ad abbaiarmi contro, mentre a braccia larghe raggiungo il piano asfaltato.

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Qualche domanda sulla scrittura,  parte due: Ilaria Petrarca e Mattia Grigolo

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo secondo appuntamento abbiamo contattato Ilaria Petrarca e Mattia Grigolo, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

IP – Qualche anno.

MG – Tecnicamente mi sono messo a scrivere narrativa a sedici anni. Tenevo un diario su cui scrivevo racconti. Di ciò che mi accadeva in quel periodo non mi andava di scrivere. Preferivo alterare la realtà. Il primissimo racconto che ho scritto me lo ricordo ancora: c’era un castello e della gente che ci fumava dentro dell’erba. Ho iniziato a scrivere con più costanza a vent’anni, ho pubblicato su qualche rivista: Daemon Magazine, Frenulo a Mano, ho vinto un concorso di Minimum Fax, sono andato a ritirare il premio che ero ubriaco, avevo passato la notte provando a dormire su un pavimento di una cucina a Torino. Poi non ho mandato più nulla in giro. Ho fatto giornalismo per tanti anni. Nel 2020, in piena pandemia, ho mandato un racconto a te, per Tremila Battute, s’intitola Io e Franchino, come la canzone di Riccardo Sinigallia. Da lì è cominciata tutta un’altra storia. Sei stato l’inizio di un grande cambiamento.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

IP – Scena: corso finesettimanale di scrittura di racconti. Giro di presentazioni dei partecipanti, ciao mi chiamo Petrarca ma non sono parente di, lavoro coi numeri, non so chi è Gordon Lish. Il docente mi bolla subito come “comparsa pagante”… come dargli torto? Be’, l’istinto è di alzarmi e fuggire, ma siccome ho pagato in anticipo faccio la parte della sansevieria che si ingolfa di sostanze tossiche restando comunque dritta e verde. Per tutta la durata delle lezioni muoio dentro in silenzio, finché arriviamo alla parte pratica. Ci viene chiesto di riscrivere il finale di un racconto di Tobias Wolff, un nevrotico litigio coniugale in stile minimalista. Imbastisco un finale ambiguo, butto fuori un tot di ricordi tossici miei personali, il docente lo legge e: “quasi mi piace più dell’originale” dice. In quel momento da comparsa mi sono sentita protagonista.

MG – Penso di essere bravo a fare questa cosa, ma è una montagna russa. Non sono tra le persone con più autostima che conosco. Faccio una gran fatica. Invecchiando, però, ho maturato anche una sorta di menefreghismo che mi aiuta molto: un tempo non avrei mai indossato i cappelli che indosso ora. Comunque: è una montagna russa, oppure una risacca.

Hai un metodo di scrittura?

IP – Sì. Pianifico la trama per mesi mentre i personaggi mi si rivelano a poco a poco: cosa desiderano, in cosa difettano, come parlano e quali abitudini hanno. Nel frattempo, scrivo a seconda dell’ispirazione finché, come in uno stereogramma, dai frammenti emerge una figura. Allora mi siedo e inizio a fare sul serio.

MG – Onestamente no. Non so cosa significhi avere un metodo di scrittura. Scrivo ovunque, ma mi trovo meglio alla mia scrivania. Scrivo se ci sono persone intorno a me, mio figlio che gioca o che guarda la tv. Scrivo con la musica oppure senza. Forse questo è un metodo di scrittura. A volte cambio font e rileggo tutto, a volte cambio il livello dello zoom nella cartella. Mi aiuta, è come se fossi un altro lettore, un altro me.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

IP – No, però mi è capitato di pensare “dillo meglio, Ila!”

MG – Non mi è mai capitato di non avere più niente da dire. Spero non succeda mai. Faccio comunque di tutto perché non accada, per avere sempre qualcosa da raccontare. Il blocco dello scrittore spesso, è una costante. Ho decine di file in coma.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

IP – Certo che sì! Percentuale di rifiuti: 57% dei racconti – ma ammetto qualche invio “ambizioso”. 

MG – Qualche anno fa ce l’avevo, per i racconti. Poi ho smesso. Sono andato a riaprirla ora: siamo circa 60/40.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

IP – Valentina Maini e un altro.

MG – Torno alla seconda domanda: non sono la persona con più autostima che conosco. Però sono anche una persona a cui piace la propria scrittura, il modo che ho di intenderla. Non sempre, ma spesso. Comunque, David Foster Wallace.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

IP – “La candidata sintetica” (Enne2, numero 0), perché lo trovo ancora efficace e sintetizza temi ricorrenti nella mia scrittura: maternità, ibridazione, conflitto, politica.

MG – Su questa nessun dubbio: Dei Gabbiani stanno morendo, che è uscito sul numero 36 di ‘Tina. Lì, quando l’ho riletto la prima volta, ancora una bozza, mi sono detto: madò. Sono certo di non aver più scritto così bene come in quel racconto.

Ilaria Petrarca è nata a Roma nel 1983. Dottorata in Economia, ha lavorato per anni tra il Nord Europa e il Nord Italia prima di tornare a vivere a Roma. Ha frequentato corsi di scrittura ed editing letterario mentre pubblicava racconti e recensioni di libri. Nel 2023 ha vinto il Premio Dante Arfelli con il romanzo Null island, successivamente pubblicato da Readerforblind e finalista al Premio Zeno 2024.

Mattia Grigolo è cresciuto nella provincia milanese e vive a Berlino. Ha fondato la rivista letteraria «Eterna», il magazine di approfondimento «Yanez» e cura laboratori di scrittura con l’hub creativo Le Balene Possono Volare. Suoi contributi sono apparsi su diversi periodici e siti online. Nel 2022 ha esordito con il romanzo breve La raggia (Pidgin). Nel 2023 pubblica Temevo dicessi l’amore (Terrarossa Edizioni), la sua prima raccolta di short stories, che include due racconti vincitori del Premio Zeno 2022. Nel 2024 esce il romanzo Gente alla buona (Fandango), vincitore del Premio Zeno 2024. Cura la collana «Stormo» per Pidgin Edizioni ed è nel Comitato di Valutazione della rivista ‘Tina, fondata da Matteo B. Bianchi.

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Salire sul carro dei vincitori: Anora

Probabilmente è stato il 2015 l’anno in cui ho capito che le cose non dovevano per forza andare sempre nello stesso modo. Me ne sono accorto in ritardo, perché Birdman di Alejandro González Iñárritu non l’avevo visto al cinema e ho dovuto aspettare una visione post-premiazione come miglior film per rendermi conto che… come dire… non era il film che mi aspettavo potesse vincere come miglior film agli Oscar. Dov’è la storia edificante? Com’è che più che un dramma sembra una farsa? L’avevo adorato, Birdman, ma niente mi toglieva dalla mente che potesse rimanere un’eccezione meritevole all’interno di un sistema che, lungi dal dire che premia brutti film, privilegia sicuramente storie che hanno un certo pathos. Da lì in avanti però mi sembra di poter affermare, da semplice appassionato quale sono, che Hollywood ha fatto un po’ fatica a capirci qualcosa: accanto a film istituzionalmente portatori sani di un MESSAGGIO come Il caso Spotlight, Moonlight e Green book si sono seduti Parasite ed Everything everywhere all at once, che pure un messaggio lo avevano ma veicolato attraverso uno stile che tutto è meno che istituzionale. Ne sono felice? Sì, anche se ogni tanto il sistema impazzisce e l’academy premia CODA – I segni del cuore che poverino, io non voglio per forza mettergli la croce addosso senza averlo visto, ma ho sentito meno polemiche per il Pallone d’oro a Matthias Sammer (qui mi capiranno solo gli appassionati di calcio).

Ho pensato subito a questo cambio di paradigma vedendo Anora, in tempo per poter dire “l’ho visto prima della premiazione!” ma non certo per poter affermare “ci ho creduto quando ancora nessuno pensava potesse vincere”. Potremmo parlare per ore di come il favorito di un mesetto fa, Emilia Perez, sia stato mediaticamente affossato per motivi non strettamente cinematografici (c’è da dire però che la “lotta” fra le due pellicole andò alla stessa maniera anche al Festival di Cannes), ma non avendolo visto avrei poco da dire: so solo che la pellicola di Sean Baker è proprio quel tipo di film che, vedendo lo storico degli academy awards, di solito non solo non vince ma neanche ci si avvicina alla statuetta, magari giusto la candidatura come contentino ma senza mai, MAI essere considerato un possibile outsider. E invece.

Di che parla Anora, per quell* che non hanno ancora incrociato un articolo che promette di spiegare dettagliatamente il film (senza che ci sia niente di particolare da spiegare)? Parla proprio di Anora (Mikey Madison), una giovane spogliarellista di origini russe che arrotonda al di fuori dell’orario di lavoro come escort, e del suo incontro nel locale dove si esibisce con Vanja (Mark Ėjdel’štejn), danaroso e frivolo cliente che scopre ben presto essere il figlio di un oligarca russo. Vanja coinvolge Ani (il nome con cui si presenta a tutt*, perché quello vero non le piace) nel suo mondo fatto di spese pazze e feste dove droga e alcol si sprecano, e noi con lei finiamo a correre di qua e di là, con un ritmo e una leggerezza che dimentica tutte le possibili implicazioni morali di ciò che stiamo vedendo e mostra semplicemente i due e il loro gruppo di amic* fare l* ventenni e godere della loro gioventù con mezzi che probabilmente nessun* ventenne che legge questo blog ha a disposizione. Ma tutto ciò che è bello finisce (o così dicono quell* sagg*), Vanja deve tornare in Russia per iniziare a lavorare col padre all’azienda di famiglia (e resta nel non detto, visti i tempi in cui viviamo, di cosa si occupi l’oligarca russo) e Ani rischia di tornare alla vita di tutti i giorni, pur con il conto in banca più florido. A meno che Vanja, sposandosi, acquisisca la cittadinanza statunitense e resti ad abitare lì, nella sua villa lussuosa, mandando affanculo quegli stronzi dei suoi genitori (parole sue): e dove si può fare questo in pochissimo tempo?

Viva Las Vegas! (l’ho fatto pure io)

Sembra la storia di Pretty woman (citato apertamente in alcuni punti), vero? Solo più stracciata, scevra di tutto quel luccichio da fiaba che ti aspetti da una commedia romantica. E Anora pure resta nei ritmi della commedia, anche quando i poco comprensivi genitori di Vanja scoprono cosa ha fatto il loro figlioletto, ma di romantico resta ben poco quando entrano in gioco i faccendieri armeni T’oros (Karen Karagulian) e Gařnik (Vače T’ovmasyan) e il loro sottoposto Igor (Jurik Borisov), incaricati di mettere le cose a posto prima dell’arrivo della coppia dalla Russia: da lì inizia infatti un film di Guy Ritchie, solo senza gangster londinesi e tipi uno più pazzo dell’altro ma con quel tocco di umanità in più.

Sean Baker ha ringraziato Quentin Tarantino in uno dei suoi discorsi sul palco degli Oscar, e non solo perché Madison l’ha scritturata senza nemmeno sapere di cosa avrebbe parlato il proprio film dopo averla vista in C’era una volta… a Hollywood: è evidente che lo stile e il ritmo delle pellicole di Tarantino hanno influenzato Baker (se ho tirato fuori il nome di Ritchie è perché, quando si sente in forma, probabilmente è l’emulo con più personalità propria sul campo), ma allo stesso tempo il regista di Anora riesce a metterci tanto del suo, portandoci in un mondo strano e indefinito in cui i gorilla sono sensibili (Borisov è perfetto nel proprio ruolo, spaesato eppure acuto nelle sue analisi), i faccendieri sembrano non sapere esattamente come fare il loro lavoro (se ve li state immaginando come sgherri mafiosi non avete ancora visto T’oros litigare in un locale con un gruppo di giovani che, a suo dire, hanno perso i bei valori di una volta, come un qualsiasi anziano) e Ani, lungi dall’essere spaventata dalla situazione in cui si ritrova catapultata, lotta con le unghie, con i denti e con i calci (letteralmente) per la legittimità del suo matrimonio, in equilibrio precario fra un amore che viene difficile immaginare così forte (innamorarsi in quindici giorni, sembra il titolo di un’altra commedia romantica) e un calcolo economico che maschera molto bene.

Mai sottovalutare l’amore e l’interesse economico di una donna

Madison è una forza della natura nel ruolo di Anora, e per quanto possa dispiacere per Demi Moore l’Oscar se lo è meritato tutto: è un contenitore di energia impossibile da fermare, viaggia al ritmo serrato del film e ogni tanto sembra quasi che il film faccia fatica a starle dietro. Se Anora funziona così bene è però merito di tutto, da un cast totalmente in palla (meritano una menzione, fra quelli non elencati in precedenza, almeno il gruppo di amic* di Vanja e Diamond, la collega stronza di Ani interpretata da Lindsey Normington) a una sceneggiatura e un montaggio che fanno volare il film senza che si perda un dettaglio (il battesimo! La mazza nel negozio di dolciumi!), tutto compresso in un film che dura due ore e passa come se ne durasse una e ti fa gridare ancora, ancora! Io gli altri film in concorso non li ho visti, e magari The brutalist e Conclave avevano le loro carte da spendere, ma sono stato tanto contento di leggere questo risultato agli Oscar il lunedì mattina e mi sento parzialmente rimborsato delle sconfitte di Martin McDonagh, uno che soprattutto con Gli spiriti dell’isola ha portato in gara un tono non da statuetta e infatti non l’ha vinta.

Forse fra dieci anni ci ricorderemo di Anora come ci ricordiamo di Crash – Contatto fisico, uno di quei film che vince e a distanza di tempo ti chiedi come abbia fatto, ma ora godiamoci Sean Baker e cavolo, andiamo a rovistare fra i film che ha fatto durante la sua lunga militanza nel cinema indipendente in attesa che diriga un Fast and furious a caso (pare sia davvero il suo sogno). È un film divertente, perfettamente calato nella sua ambientazione (Baker sul palco ha ringraziato anche le sex worker con cui ha parlato per mettere a punto la sceneggiatura), che ti lascia col fiato sospeso in attesa di un finale che temi di conoscere già ma speri comunque, contro ogni pronostico, di veder andare diversamente. Ho solo un appunto da fargli: caro Sean, quando metti un pad in mano a un attore assicurati che sappia almeno un minimo cosa sta facendo, perché vedere Vanja schiacciare tasti a caso mentre gioca online (cosa di cui non mi sono accorto solo io, anche se da questo articolo si scopre un interessante inside joke) è una stilettata al cuore di ogni videogiocatore che si rispetti.

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Racconto in musica 195: Saman (Ólafur Arnalds – Saman)

Vi ricordate di Björk? Sembra sparita dai radar, ma in realtà è semplicemente andata tanto avanti da lasciarsi indietro il pubblico mainstream e fare esattamente quel cazzo che vuole, cosa che mi sembra comunque facesse abbastanza anche quando il mondo (me compreso) si è accorto di lei e dell’Islanda. Nel 1994 Björk ha appena conosciuto il successo internazionale da solista e si appresta a spaccare tutto, e il governo islandese (presumo, ammetto di non essermi addentrato più di tanto in questa storia) le dà il compito di selezionare un tot di artist* per creare una raccolta musicale atta a celebrare il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese: fra quest* lei seleziona una canzone dei Victory Rose, che di lì a qualche anno diverranno piuttosto famosi anche loro col nome di Sigur Rós. Ora stacchiamo a qualche anno più tardi, al 2008 per la precisione, quando Björk continua a fregarsene delle mode e la stella dei Sigur Rós, ancora brillante, comincia a non passare più su Mtv perché il mercato ha un bisogno spasmodico di qualcos’altro: in questo periodo esce il primo disco di un pianista, anche lui islandese, che la band in parte lanciata da Björk decide di portarsi in tour, dandogli sicuramente una mano a mostrare il suo talento che, comunque, già non era sfuggito ai radar degli esperti di musica. Quel pianista e compositore è Ólafur Arnalds, e tutta questa bella storia di supporto fra musicist* islandesi è stata scovata nei meandri di Wikipedia solo per voi, amic* di Tremila Battute!

A far arrivare Arnalds su queste schermate invece è stata Giulia Mammana, foggiana classe 1989 nata da madre leccese e padre siciliano. Visto che i confini delle sue origini sono fin troppo stretti lei decide di allargarli, laureandosi prima alla University of St. Andrews per poi vivere da nomade fra Londra, Bruxelles, Milano e Cardiff. Appassionata di thriller e mistery novels, che divora famelicamente, Giulia ha lavorato come copywriter in tre lingue diverse e oggi scrive racconti e poesie sia in italiano che in inglese, come questo pubblicato a inizio mese su Liberi di scrivere.

Chi è invece Ólafur Arnalds? Di certo non uno di cui possiamo ripercorrere la carriera in maniera cronologica, non perché sia lunghissima ma perché è variegata, piena di scarti che allargano sempre più la sua sfera musicale pur lasciandola incentrata sull’amato piano. E dire che non era nemmeno lo strumento con cui ha iniziato, figuriamoci il genere: nel 2003 suona la batteria nella band hardcore metal Fighting Shit, inizia a suonarla anche nei metallosi Celestine (tuttora attivi) e, giusto per variare un po’, si avvicina al piano e alla composizione. Per qualche anno resta con i piedi in due staffe apparentemente distanti anni luce, registrando intro e due outro per l’album Antigone del 2004 degli Heaven Shall Burn (li ricordo per la violentissima sigla del programma Extreme South Punk su Radio Lupo Solitario, scusate momento amarcord), restando dietro le pelli nell’album d’esordio dei Celestine del 2008 (At the borders of arcadia, sei brani i cui titoli compongono la scritta “Despair and witness the ruin of God and me”) e lavorando al suo esordio solista che esce lo stesso anno ed è di… musica classica contemporanea. Eulogy for evolution, pubblicato dall’inglese Erased Tape Records che lo aveva messo sotto contratto l’anno prima, è l’ambizioso esperimento di un artista fuori dal comune che si prefissa di musicare il viaggio della vita, dal momento della nascita a quello della morte, affidandosi al suo piano, agli archi, a una spruzzata leggerissima di musica elettronica e alle sue emozioni senza dimenticare le proprie origini distorte, che emergono prepotenti in un frammento post metal nella traccia finale 3704/3837, frammento che si disintegra velocemente arrivando alla conclusione quasi come fosse un addio al proprio passato: da qui in avanti Arnalds è un altro, anzi molti altri.

Rimanendo fedele a una linea musicale che sta fra il pop e la musica classica, tendendo verso l’uno o verso l’altra a seconda dei casi, Arnalds non passa anno senza produrre qualcosa, che siano Ep, album, collaborazioni, colonne sonore o side project. Stabilire chi è significa scovare il filo che unisce gli esperimenti di Found songs (2009) e Living room songs (2011), composti da sette canzoni pubblicate inizialmente in maniera gratuita sul sito dell’etichetta al ritmo di un brano al giorno, i dischi in coppia col compagno di etichetta Nils Frahm, il duo elettronico Kiasmos formato con Janus Rasmussen, le rielaborazioni di brani di un certo Fryderyk Chopin nell’album del 2015 The Chopin project in collaborazione con la pianista Alice Sara Ott e l’incursione nella musica tradizionale islandese di Island songs (2016), sette brani per sette settimane registrati con musicisti locali, il tutto andando avanti e indietro senza pretese di completismo in una carriera che lo ha visto anche vincere un BAFTA per la colonna sonora della serie televisiva Broadchurch e includere un suo brano, A stutter, nelle soundtrack di due film agli antipodi come Taken 3 e Mia madre di Nanni Moretti. Ci piace pensare, in questo tourbillon musicale sempre uguale e sempre diverso in ogni iterazione, che ciò che spinge Arnalds in ogni progetto sia sempre la stessa motivazione, racchiusa in questa sua frase trovata sul sito Pianosolo: “La scena classica è un po’ chiusa per le persone che non hanno studiato musica per tutta la vita. Vorrei portare la mia influenza classica alle persone che di solito non ascoltano questo tipo di musica, per aprire le menti della gente”.

Non vi sarà sfuggito, se avete aperto il link soprastante, che lo spartito reso disponibile dallo stesso Arnalds inserito nell’articolo è quello di Saman, terza traccia del disco Re:member del 2018 uscito per Decca Records. Due minuti scarsi di leggiadria pianistica sporcati appena da scariche elettroniche lasciate a rotolare in sottofondo, un’atmosfera lieve e malinconica sulle cui note Giulia ha appoggiato le parole di una lettera, quella che una donna cerca di inviare alla sorella lontana per spiegarle la sua vita tramite grandi rivelazioni e piccoli accadimenti che forse sono più importanti del quadro generale. Potete leggere la storia di Saman ascoltando la canzone che porta il suo stesso nome un poco più in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Saman, di Giulia Mammana

Sorella,

Ci sono molte cose che devo dirti. Quando mi immagini indaffarata a raccogliere i piatti sporchi dai tavoli di un locale, immagini un’altra persona. La verità è che passo le mie giornate su un letto sformato, in un appartamento di cinquanta metri quadri di un quartiere residenziale un po’ fuori mano. Aspetto i clienti dalla mattina fino alle quattro del pomeriggio, e per tutto il tempo lascio che facciano quello che vogliono con il mio corpo mentre io penso alla spesa, alle altre commissioni da fare, alle pulizie di fine giornata. Non era così che immaginavo la mia vita, ma questo lavoro mi serve per pagare le bollette. Sono diventata troppo cinica?

So che avresti mille domande, che vorresti sapere perché te l’ho tenuto nascosto così a lungo. Ti chiedo pazienza, oggi voglio parlarti di qualcos’altro.

Ho incontrato un uomo. Faceva la fila alla cassa del supermercato sotto casa, da lì riuscivo a sentire il suo profumo, un’essenza di sandalo intensa che emanava dal suo collo. Aveva modi gentili con la cassiera, che scherzosamente chiamava ‘Ninè’.

“Hai solo quello, vuoi passare?” mi ha chiesto, indicando il pacco di crackers che avevo in mano.

“Grazie” ho risposto. Ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, senza che riuscissimo a distogliere lo sguardo. Che occhi, Maryam. Del colore delle foglie e della corteccia degli alberi.

“Non sei di qui, vero? Da dove vieni?” mi ha chiesto dopo, quando siamo usciti dal supermercato con i nostri sacchetti in mano.

“Dall’Iran”

“Che bel viso che hai”

Ho sentito le mie guance arrossarsi e una leggera fitta al petto.

Lavora al Centro d’Igiene di fronte casa, lo so perché lo vedo spesso uscire fuori a fumare. Mi affaccio dal balcone apposta per guardarlo. A volte l’ho visto intrattenersi con una collega bionda e mi ha preso come una morsa allo stomaco che non riuscivo a controllare.

La seconda volta l’ho incontrato una mattina al bar. “TI posso offrire un caffè?” mi ha chiesto. Ci siamo seduti a un tavolino che affaccia sulla strada e abbiamo parlato a lungo. Ho parlato anche di te, Maryam, dei tuoi sogni audaci da artista. Alla domanda “E tu, che sogni avevi?”, non ho saputo rispondere. Se lo chiedessero a te, sapresti cosa dire: che fantasticavo di sposare un uomo bellissimo e capace, che mi trattasse come una rosa delicata. Un sogno da bambina.

Poi, un giorno di pioggia, me lo sono trovato davanti alla porta di casa. Non ha detto una parola, mi ha solo mostrato il denaro. Si è spogliato con foga e abbiamo fatto sesso. Anche nell’urgenza, è stato gentile. “Posso rivederti?” mi ha chiesto dopo, prendendo una sigaretta dal pacchetto nuovo. Gli ho risposto: “Preferirei di no”. Non mi sono mai più affacciata dal balcone per guardarlo fumare.

Saman rilegge la lunga bozza di messaggio, impressa sullo schermo del cellulare. L’ha scritta nel corpo di un’e-mail, indirizzata a nessuno. Fissa lo schermo per qualche minuto. Forse la invierà un altro giorno, forse.

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Musica per organi cibernetici: Whatever, disco breve dei God Of The Basement

Sono sicuro che le mie orecchie avevano già incontrato i God Of The Basement in precedenza. Il loro nome, il mix electrorock che caratterizza la loro musica, tutto questo mi risuona nel cervello senza che però riesca ad arrivare alla fonte originale di questa visione sonora. Probabilmente non era scattata la scintilla, chissà se per l’idioma visto che fino allo scorso album la band, attiva dal 2016, prediligeva l’inglese per esprimere i propri concetti: Whatever, disco breve, uscito per il collettivo Stock-a Production il 7 febbraio, rappresenta invece il primo episodio in italiano, un passaggio che mi ha attirato e ha fatto fare al mio cervello il “clic” necessario a dare ai nove brani del disco tutta l’attenzione necessaria.

Dopo una breve Intro a base di gracidii elettronici e introduzione, nomen omen, del ritmo del brano che la seguirà veniamo gettati direttamente fra le braccia di Bivio, una corsa spezzettata di sample elettronici su cui la drum machine e la batteria percussiva di Alessio Giusti picchiano martellanti mentre la voce di Tommaso Tiranno salmodia in continuazione una libera riflessione sul rapporto complicato col divino, deviando, degenerando, avvicinandosi nella sua forma mutevole alle cose più sperimentali del Giovanni Succi solista e chissà che non sia stato questo elemento a farmi alzare un orecchio e dire “ah però, qui c’è trippa per gatti” (vetusto termine che magari si usa solo dalle mie parti per dire che l’interesse sembra ben riposto).

La musica dei God Of The Basement è un incubo per luddisti, un rullo meccatronico che avanza ignaro di tutto, la ripetitività come suo mantra ritmico, l’industria come base del suo suono. Anche basso e chitarra vengono trasfigurati in un processo che impaluda il primo fino a renderne quasi indistinguibili le note e trasforma in un mostro sferragliante la seconda in una maniera che renderebbe forse orgoglioso il primo Trent Reznor . Al mood imperante e ansiogeno si adegua anche la voce con testi sovrabbondanti, un mare di parole di cui a volte si perde il significato a causa di un mix che privilegia l’esperienza al senso, lasciando il cantato spesso a sgomitare con gli strumenti pur con le dovute eccezioni: basta ascoltare Acqua alla gola per trovare rimandi al dramma dei migranti, suggestioni su cui rimuginare più che critiche aperte, ma anche in Misera la musica lascia inizialmente più spazio alle parole, salvo comprimerle sempre più fra le distorsioni mentre Tiranno continua ad esclamare “questa sera è una sera del cazzo”.

Pur guardando al futuro Whatever, disco breve ha forti legami con gli anni 90. Certo l’industrial, riconoscibilissimo nella chitarra monocorde e ossessiva di Enrico Giannini che invade il ritmo da marcietta militare in Delirio, ma anche il dub/trip hop di cui si avvertono echi in Serpe al suolo ed è eseguito come da lezione (forse fin troppo aderente al canone) nella liquida Ogni cosa ha già il suo nome, dove il basso di Rebecca Lena ha modo di mostrare tutte le sue qualità.

Così descritto sembrerebbe un disco freddo quello dei God Of The Basement, ma non è così: c’è un’ironia di fondo che traspare dal gusto per i giochi di parole all’interno dei testi, a cui va aggiunta l’attitudine a non prendersi sul serio che può avere solo chi pensa un Intermezzo che si apre con voci bislacche che sembrano provenire dai peggiori bar di provincia e chiude con il pastiche lo-fi di Agata della pietà, in cui la gioia e la luce possono finalmente entrare, guarda un po’, nell’unica canzone in inglese del disco, lasciando poi che gracidii sonori chiudano il cerchio in previsione di un nuovo inizio. Non è un disco perfetto Whatever, disco breve, e come da titolo non dura nemmeno troppo, ma di sicuro questi nove brani non passano inosservati.

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