La fascinazione di Hollywood (e della critica) per il trash

È con grande dispiacere che vi do la notizia della morte dell’attore turco Cüneyt Arkin. Come chi è? Ok, ammetto che il suo nome ci era completamente sconosciuto fino a qualche giorno fa, quando dal necrologio dedicatogli da Il Morto Del Mese ho (ri)scoperto la storia di L’uomo che ha salvato il mondo, pellicola nota ai più come lo Star Wars turco. Forse è indelicato ricordarsi di lui solo per il film peggiore in cui ha recitato, visto che ne ha girati più di 240, ma il livello di trash a cui arriva Dünyayi Kurtaran Adam (questo il titolo originale) è secondo solo agli aneddoti relativi alla sua produzione.

Il primo di una serie di sguardi intensi che durano almeno una ventina di secondi

Pare infatti che, al di là dell’utilizzo senza permesso dei temi di Indiana Jones e dello stesso Guerre Stellari, Arkin (che del film è anche autore) e soci a un certo punto abbiano deciso di rubare la pizza de L’Impero colpisce ancora il giorno prima della proiezione al cinema, tagliando selvaggiamente pezzi di pellicola da inserire all’interno della propria opera e riportandola così, monca, laddove poi è stata data in pasto agli spettatori ignari di perdersi dei pezzi. Purtroppo i potenti mezzi di Tremila Battute non sono bastati per trovare prove a conferma di questa storia (abbiamo cercato di raggiungere almeno qualche “fortunato” cinefilo al cinema quel giorno, ma i nostri rapporti diplomatici col regime di Ankara non sono dei migliori visto che hanno uno stronzo come presidente), ma già solo questo basterebbe a farci una sceneggiatura da vendere a qualche produttore Hollywoodiano seduta stante: dalle parti di Los Angeles sembrano infatti essere molto incuriositi da quelli che la critica ha bollato come i peggiori film mai realizzati, e la critica stessa sembra essere particolarmente generosa con le opere realizzate partendo da quella base, chiudendo un bizzarro circolo vizioso/virtuoso. L’ultimo ad accorgersi di questa regola non scritta è stato Eddie Murphy con

Dolemite is my name, 2019 (Dolemite, 1975)

Che stile, gli anni 70

Rudy Ray Moore (Eddie Murphy) è un aspirante artista che sogna di diventare Qualcuno. Ha fatto il musicista, ma neanche il dj del negozio di dischi dove lavora è disposto a mettere i suoi dischi; fa il comico di spalla ai numeri musicali in un locale, ma la gente non ride e le sue idee vengono costantemente bocciate; la sua giovinezza è ormai alle spalle, e il tempo per farsi un nome sembra essere sempre meno. Per sua fortuna gli viene un’idea brillante, o meglio la ruba: prendendo spunto dai racconti in rima sboccati di un senzatetto che ogni tanto si palesa nel negozio si inventa il personaggio di Dolemite, un cantastorie vestito da pappone il cui successo è veloce e inarrestabile. Rudy comincia a girare per locali anche fuori dai confini della California, una casa discografica lo mette sotto contratto quando fiuta l’affare e il successo finalmente arriva.

Rudy però vuole di più: vuole girare un film, anche se non sa nemmeno da che parte iniziare. Il risultato non sarà dei migliori, tutt’altro, ma saprà trovare il suo pubblico.

Dolemite, quello vero, venne girato nel 1975 con un budget ridicolo e la totale ingenuità su come andasse realizzato tecnicamente un film. Moore sapeva però intrattenere ed era riuscito a capire che cosa chiedeva il suo pubblico tanto che, nella pellicola diretta da Craig Brewer che ne ripercorre il making of, quando alla prima il proprietario del cinema gli chiede se la comicità è volontaria lui risponde sorridente che doveva esserci dentro di tutto, perché è questo che piace alla sua gente. Parte dell’insperato successo fu dovuto anche all’onda lunga del genere blaxploitation, molto in voga allora e che vedeva per la prima volta attor* ner* come protagonist*, seppur in trame dalla grana grossissima: il termine non fu mai accettato dai maggiori registi di quell’ondata (Melvin Van Peebles su tutti) perché ritenuto razzista, ma fu il genere stesso ad attrarre critiche ed elogi in egual misura fra chi sosteneva che fosse l’ennesimo modo di sfruttare la comunità nera (molti registi e produttori erano bianchi) e chi invece affermava che quelle pellicole erano un mezzo di liberazione. La riscoperta negli anni 90, dovuta principalmente al Jackie Brown di Quentin Tarantino (che aveva come protagonista un’icona di quegli anni, Pam Grier), non ha calmato le polemiche, tanto che su altri livelli anche una puntata della serie Dear White People entra nell’argomento (nella terza stagione il regista Jerry Skyler, in un colloquio con la studentessa Max, le dice: “il vostro stile l’hanno inventato gli europei, il mio è tipico dei neri, e il venduto sarei io?”): Dolemite is my name affronta la questione alla sua maniera, mostrandoci un protagonista che sa quali sono i pericoli dello sfruttamento commerciale delle sue idee e cavalca l’onda riuscendo sempre a emergerne vincitore senza mai dimenticarsi della comunità di cui fa parte (sfruttamento iniziale delle idee altrui a parte). L’Academy non ha mostrato attenzioni per questa storia, ma la giuria dei Golden Globe ha pensato bene di candidare la pellicola per il Miglior film commedia o musicale e per il Miglior attore (Murphy): peccato si siano dimenticati di lodare anche la fantastica performance di Wesley Snipes, che nei panni dell’attore e riluttante regista D’Urville Martin dà il meglio di sé.

The disaster artist, 2017 (The room, 2003)

Le facce che farete quando leggerete il budget e gli incassi di The room

Se Dolemite, pur con tutti i limiti del caso, è diventato col procedere dei lavori un film perlomeno simile a ciò che Rudy Ray Moore aveva in mente, difficilmente si può pensare che Tommy Wiseau avesse in mente The room proprio in quella maniera. O forse sì, perché Wiseau è l’uomo del mistero, una figura così strana e affascinante da convincere James Franco a fare un film su di lui e sulla realizzazione del suo “capolavoro”, interpretandolo anche.

The disaster artist è la storia dell’amicizia, nata ad un corso di recitazione, fra Wiseau e Greg Sestero (Dave Franco), uno dei tanti che sogna Hollywood e che ci arriverà, in qualche maniera. Basato su un libro dello stesso Sestero, il film ripercorre il loro rapporto che sfocia presto nel coinvolgimento nel grande sogno di Wiseau, un film girato e interpretato da lui stesso per mostrare al mondo il proprio potenziale… Che è purtroppo inesistente. James Franco riesce a creare una pellicola spassosissima ma abbastanza sensibile da non sbeffeggiare la figura principale, un equilibrio difficile da trovare vista la sua eccentricità: di Wiseau infatti si sa pochissimo di vero, afferma di essere nato a New Orleans ma pare che il suo vero nome sia Piotr Wieczorkiewicz (Wiseau è effettivamente più facile da pronunciare) e abbia origini polacche, ha fatto lavori umili nella sua vita ma all’improvviso aveva disponibilità economiche enormi spuntate dal nulla e tutto ciò che si può fare è accettare la sua versione, così come stargli dietro mentre la sua opera definitiva si inabissa.

The room è stato considerato dai critici “il Quarto potere dei film brutti”, il tutto a fronte dei SEI MILIONI DI DOLLARI necessari a girarlo. Se oggi il pubblico lo apprezza e organizza anche visioni di mezzanotte, ai tempi gli voltò le spalle portando a un incasso nelle sale di soli 1800 dollari: il giusto destino per un film totalmente sgangherato e che possono amare solo i veri cultori del trash, quelli che apprezzano i film brutti quando sono involontariamente brutti e non quando sono confezionati per esserlo (Asylium, sto parlando con voi: grazie per Sharknado, ma anche basta). Il tipo di pubblico di cui probabilmente fa parte anche Franco, uno che passa dal divertirsi con la sua bella compagnia in film spassosissimi come Strafumati al calarsi nei panni dell’escursionista Aron Ralston, bloccato sotto una roccia per 127 ore nel film omonimo; uno che nel solo biennio 2013/2014 dirige e interpreta due film tratti da romanzi di William Faulkner alternandoli a commedie demenziali come Facciamola finita (capolavoro) e The interview; uno che per The disaster artist riceve la candidatura agli Oscar per la Miglior sceneggiatura originale, ai Golden Globe quella per il Miglior film commedia o musicale e vince il riconoscimento per il Miglior attore in un film commedia o musicale, e due anni dopo (ma con un film girato nel 2014, Zeroville) viene candidato a due Razzie Award come Peggior attore e Peggior regista (con il suo sodale Seth Rogen a fargli compagnia come Peggior attore non protagonista). Come si fa a non voler bene a James Franco e Tommy Wiseau?

Ed wood, 1994 (Plane 9 from outer space, 1959)

Zombie che per uscire dalla tomba devo essere aiutati da poliziotti ne abbiamo in questo film?

Riguardo ai due precedenti film c’è una piccola curiosità che li lega: la presenza in entrambi di Bob Odenkirk in ruoli minori, niente di trascendentale ma la classica chicca che a me fa sempre piacere segnalare (e che di solito riceve commenti entusiastici tipo “ah, ok”). Ben diverso il legame che unisce The room a Plane 9 from outer space: il primo è stato paragonato a Quarto potere, in termini ovviamente dispregiativi come spiegato più in alto, mentre il regista del secondo ha addirittura incontrato Orson Welles e lo ha sempre visto come proprio nume tutelare. Almeno è quello che ci racconta Tim Burton nel suo Ed Wood, la vera storia del peggior regista di tutti i tempi.

La pellicola di Burton in realtà non si basa unicamente sulla lavorazione di quello che è stato definito “il più brutto film di tutti i tempi” (parere poi ammorbidito, ma senza che questo togliesse il primato di peggiore al suo regista), ma ripercorre tutta la carriera di Edward D. Wood Jr., eccentrico amante del cinema che si presta alla settima arte con tantissima volontà e un’incapacità manifesta di mettere insieme qualcosa di decente. Diversamente da Dolemite e da The room, di cui ho visto solo alcune clip, io un paio di film di Wood li ho guardati e sono un’esperienza straniante: troppo brutti per non continuare a guardarli, troppo noiosi per mantenere gli occhi aperti, richiedono uno sforzo allo spettatore che manco La sottile linea rossa di Terrence Malick… E in metà del tempo! Solo il Burton dei tempi d’oro poteva trarre un capolavoro dalla storia di un perdente di successo, e solo il suo attore feticcio Johnny Depp poteva interpretare Wood con quell’ingenuo entusiasmo che non si ferma di fronte a niente, coinvolgendo nel suo ciclone trash medium, wrestler, personaggi televisivi in declino, congreghe religiose e il povero Bela Lugosi (interpretato da Martin Landau), ormai schiavo della sua interpretazione di Dracula e della tossicodipendenza.

Ancora oggi Ed Wood non ha perso niente del suo fascino, un esempio ammirabile (e che ha fatto scuola) di come si possa trarre una grande storia da quello che sembra un esempio di fallimento da cui stare alla larga, ancora di più oggi che viviamo nella cosiddetta società della performance. Il pubblico lo premiò, la critica pure: Landau con il suo intenso Bela Lugosi si portò a casa un Oscar e un Golden Globe, Rick Baker, Ve Neill e Yolanda Toussieng alzarono al cielo l’Oscar per il Miglior trucco, Depp e Burton si dovettero accontentare delle nomination ai Golden Globe per Miglior attore in un film commedia o musicale e della nomination a Miglior film nella stessa categoria. Oggi entrambi non vivono la miglior fase delle proprie carriere, ma guardare il momento del loro massimo splendore è un’esperienza che, nel caso non lo abbiate ancora visto, va fatta. E lunga vita al trash!

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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