Racconto in musica 88: Cose difficili (Casino Royale – Cose difficili)

Nell’ultimo articolo pubblicato ho parlato della mia fascinazione, nei primi anni 90, per il pop radiofonico di quegli anni. Se ci penso meglio nell’arco di quel decennio, complici la giovinezza e la suggestionabilità, mi sono più o meno appassionato a qualunque genere andasse in voga. Grunge? Ce l’avevo. Post-grunge? Mioddio, sì. Brit-pop? Eccomi! Hardcore melodico? Altra figurina sull’album. Ho saltato a più pari giusto le boy band, lo stoner (che avrei recuperato nel decennio successivo) e tutti i suoni che sembravano troppo fuori da quelli classici del rock (non che quelli delle boy band fossero rock, eh!), perché fondamentalmente di quello ero invasato al momento e mi sentivo troppo alternativo per recuperare il passato (ancora oggi non ho mai ascoltato un disco intero di Led Zeppelin, Rolling Stones o Beatles, madre perdonami per i miei peccati) ma abbastanza addentro da ritenermi esperto di tutto lo scibile musicale che valesse qualcosa. Non era così.

Fra le cose che mi sono perso negli anni 90 e che hanno solo sfiorato le mie orecchie, più che altro grazie a Radio Lupo Solitario e Videomusic/Tmc2, c’era anche un genere troppo riflessivo e sonoricamente distante dai miei standard estetico-musicali dell’epoca: il trip-hop. Ancora adesso non è che ne sia fomentato, ma ne ho rivalutato l’importanza all’interno del panorama musicale e l’influenza che ha avuto nell’ampliare gli orizzonti. Di quel tipo di sonorità, e non solo, negli anni della mia formazione musicale erano alfieri i Casino Royale.

A portarmi a parlare di loro è il benemerito Alessio Barettini, alla sua terza presenza in questo blog. Professore di storia e letteratura, appassionato di scrittura e musica, ogni volta che mi approccio a lui ne scopro nuove sfaccettature: eccovelo nelle vesti di critico letterario su SenzaDieci, mentre parla di Il francese di Massimo Carlotto e di La promessa di Damon Galgut. Tornerà di sicuro da queste parti, e mi chiedo cosa scoprirò la prossima volta.

Ne ho parlato come di alfieri del trip-hop, ma i Casino Royale partono da tutt’altra direzione musicale, associabile però alla stessa nazione: l’Inghilterra. Formatisi a Milano nel 1987, gli inizi della band formata, fra gli altri, dai vocalist Alioscia Bisceglia e Giuliano Palma e da Michele Pauli (chitarra) e Ferdinando Masi (batteria) sono all’insegna dello ska e del reggae, tanto che il nome “jamesbondiano” del gruppo (Casino Royale, come abbiamo imparato tutti grazie alla pellicola in cui Daniel Craig impersona per la prima volta l’agente segreto al servizio di Sua Maestà, è il primo romanzo della saga creata da Ian Fleming) è ispirato dalla canzone Sock it to ‘Em J B degli Specials, band storica del panorama musicale britannico. Il primo album Soul of ska , uscito per l’etichetta Der Nagel nel 1988, e il successivo Jungle jubilee (1990, Kone Records) settano il tono, ma è difficile vedervi quella che sarà l’evoluzione successiva (se non in brani dove emerge prepotente il dub, come White sun). Dal cantato in inglese e le sonorità tipiche dello ska i Casino Royale passano successivamente alle liriche in italiano, le linee vocali affini al rap di Bisceglia mischiate a quelle melodiche di Palma e una varietà di suoni che, pur non abbandonando i ritmi in levare e i fiati, spaziano dall’elettronica al rock. Questo è il mix che i fan del gruppo si trovano di fronte in Dainamaita, disco che nel 1993 li proietta in una situazione a metà fra l’etichetta indipendente e la major (la Black Out, ancora oggi attiva, agiva sotto egida Polygram/Universal facendo le sue scelte in maniera indipendente ma producendo coi fondi permessi da una multinazionale della musica) e che può essere visto come un punto di passaggio. Gli album successivi, Sempre più vicini (1995, prodotto da un nome grosso del suono di Bristol come Ben Young) e soprattutto CRX (1997, prodotto da Tim Holmes, cofondatore dei Death In Vegas e già al lavoro coi Primal Scream), vedono l’ingresso del tastierista Patrick Benifei “Pat Cosmo” ed espandono ulteriormente questa ricerca sonora, portando la band al loro picco di notorietà: brani come Sempre più vicino, Anno zero, CRX, Là dov’è la fine e Là sopra qualcuno ti ama entrano nelle case anche di non è interessato a quelle sonorità, la band apre le date italiane del PopMart Tour degli U2, ma la Universal ritiene insoddisfacenti le vendite di CRX e di lì a poco dà il benservito al gruppo che, come contraccolpo, comincia a perdere i pezzi. Palma si concentra sui suoi Bluebeaters, fondati nel 1994 con un ensemble di musicisti che comprende anche altri Casino Royale, gli altri si prendono del tempo e concentrano le energie su progetti paralleli (Royalize) e sulla propria etichetta Royality, che produrrà negli anni progetti dalle sonorità più svariate come Sud Sound System, Alien Army e Gente Guasta.

Il momento del ritorno arriva nel 2002, inizialmente con alcuni brani scaricabili dal sito ufficiale della band e poi con la ripresa dell’attività live, preludio a un ritorno su disco che però arriva solo nel 2006. Reale, prodotto da Howie B (che si occuperà anche della controparte dub-dance del disco, Not in the face, uscita l’anno seguente), esce per V2 Records (etichetta che di lì a poco, scherzi del caso, verrà assorbita proprio dalla Universal) e continua sulla stessa linea inaugurata negli ultimi dischi, con Bisceglia ora unico vocalist. Passano altri cinque anni prima del successivo album, Io e la mia ombra, anni inframmezzati dalle Reggae Sessions con cui nel 2008 i Casino Royale rielaborano dieci dei propri brani in chiave reggae roots anni settanta aggiungendo l’inedita Cosmic sound con la collaborazione del conduttore radiofonico, cantante e produttore giamaicano Mickey Dread: poi la band dirada le proprie uscite discografiche fra live e la riedizione per il ventennale di CRX, che vede la presenza di un secondo disco con ospiti del calibro di Edda, Levante, Demonology HiFi e Paolo Baldini. La storia recente ha visto Bisceglia farsi promotore nel 2020 del progetto Quarantine scenario, un lungometraggio sperimentale diretto da Pepsy Romanoff (nome d’arte del regista Giuseppe Domingo Romano) cui si associa un disco di ventotto brani uscito per Aldebaran Records e che, attraverso la collaborazione di svariati artisti e performer, racconta in maniera sonora inusualmente “classica” per gli standard della band ciò che è stato il periodo peggiore della pandemia, poi nel 2021 vede la luce il primo vero disco da dieci anni. Influenzato dal lavoro fatto con Quarantine scenario, gli otto brani di Polaris portano ancora più in là il percorso sonoro, verso territori più ariosi (basti ascoltare Contro me stesso e al mio fianco, realizzata con l’Orchestra ad Alta Felicità): in questa intervista Bisceglia promette per il 2022 un ideale “lato B”, rimaniamo ad attenderlo mentre, perlomeno, è finita l’attesa per un loro live.

Cose difficili è la sesta traccia di Sempre più vicini, una canzone morbida e a tratti sensuale cui si associa però un testo riflessivo, di quelli in cui si fa i conti con sé stessi (e non solo) e si capisce che il conto è in perdita. L’immobilità di fronte a quella presa di coscienza permea il breve testo di Alessio, caratterizzato da quei pensieri ricorsivi che ti ossessionano quando ti accorgi che “queste stanze è solo un altro luogo della mente”, come canta Palma nella canzone. Lo trovate subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Cose difficili, di Alessio Barettini

Quando c’eri il mondo era. Quando c’eri credevo che ogni cosa ne portasse altre. Quando c’eri, le altre cose mi spaventavano perché non ne vedevo il senso, ma al loro palesarsi mi ripetevo come un rituale che il senso lo avrebbero trovato da sole, prima o poi. Nel loro accadere le cose non trovano sempre il proprio senso, del resto?

Ma ora che non ci sei quel senso non riesce più a emergere, il mondo si è improvvisamente cristallizzato e mi muovo in questa casa come se fossi un personaggio vivo intrappolato in una fotografia. Vivo poi, se ci penso, è una parola che non si addice ai miei passi, a questi vuoti, a questo ritmo che non c’è.

Decodifico, smantello, ricamo, impugno ogni millimetro dei miei pensieri come se fosse assolutamente necessario spiegare tutto, aspettando che diventi un’abitudine. So che niente di tutto questo è superfluo, né la luce che entra dalle finestre abbagliando e illuminando solo la polvere, né il grigio del cielo che i meteoropatici trovano sia in perfetta sintonia con i propri sentimenti bui. Tutto questo mi mostrerà qualcosa: quando, non lo so.

Resto vigile, come un animale che percepisce l’arrivo di una preda o di un pericolo. Per il momento non so se sono la vittima o il cacciatore, e per scoprirlo farei troppo rumore.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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