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Cosa dicono di noi i Vintage Violence nel nuovo album Mono

Chi è che diceva “sarà pronto quando sarà pronto”? Un regista? Uno scrittore? Un musicista? È forse un modo di dire generico che non ha una vera e propria paternità? Quante domande senza risposta, e tutte inutili ai fini del discorso, mentre ciò che mi chiedo veramente è se questa frase sia risuonata nella testa dei Vintage Violence come possibile risposta a chi chiedeva informazioni su un nuovo album, visto che il precedente Senza paura delle rovine è uscito ben sette anni fa (l’attesa è stata per fortuna mitigata dall’uscita nel 2018 del disco acustico Senza barrè, in anticipo sui tempi visto quanto abbiamo dovuto penare durante la pandemia per sentire delle cazzo di distorsioni). Ora quell’album è finalmente qui, e una risposta a quella domanda aleggiante arriva direttamente nell’ultimo brano, La chiave: “tutti mi chiedono se ho idea di quando il disco possa uscire/ nel 3000 dopo Cristo, e ti servirà un badile”.

Per fortuna per ascoltare Mono, uscito il 19 novembre per l’etichetta Maninalto!, non dobbiamo metterci a scavare, anche se io l’avrei pure fatto. Questa proto-recensione cercherà di essere obiettiva ma non ci provo neanche a nascondere che sono un fan della band lecchese, scoperta nel 2011 col disco Piccoli intrattenimenti musicali e poi conosciuta di persona negli anni successivi (qui trovate un po’ di motivi per cui li adoro, oltre a un racconto ispirato a una loro canzone), per cui se dico che la nuova fatica di Rocco Arienti (chitarra), Nico Caldirola (voce), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria) è una delle cose migliori uscite quest’anno siete liberissimi di credermi o meno: nelle prossime righe cercherò di motivare questa affermazione e di far ricredere i più scettici.

I Vintage Violence fanno punk, ma lo fanno in maniera personale. C’è un filo rosso che lega tutti i loro album, un modo di fare musica che si appoggia sugli incroci delle chitarre, su una sezione ritmica martellante ed eclettica e su una voce che urla in faccia senza troppi fronzoli ciò che non va a questo mondo: la cosa sensazionale è che nelle dieci canzoni di Mono, pur ritrovando tutti gli stilemi a cui la band ci ha abituato negli anni, si avverte chiaramente la capacità di ruotare gli elementi in maniera da creare brani freschi e originali, diretti ma capaci di finezze ritmiche tutt’altro che immediate. C’è un anima viscerale nella loro musica, l’energia primigenea che Pierpaolo Capovilla considerava persa nel primo disco dei suoi Il Teatro Degli Orrori, oltre a un’onestà di fondo che permea i testi e che rappresenta uno degli elementi che più li caratterizza.

Nel libro Finché non ci ammazzano di Hanif Abdurraqib (di cui ho parlato settimana scorsa) è presente un’interessante analisi sui Fall Out Boy, in cui lo scrittore mostra quanto il timido cantante Patrick Stump si sia ritrovato sempre più inadeguato a fare da “cassa di risonanza” dei testi del bassista, il narcisista e nevrotico Pete Wentz. Nei Vintage Violence accade l’esatto contrario, perché le parole di Rocco sembrano scritte apposta per la voce di Nico, un felice connubio che può nascere solo quando il pensiero delle due persone trova un punto d’incontro che, nel caso specifico, è un’aspra critica della società odierna e delle sue storture. Sia chiaro, non sono i primi a farlo e forse non esprimono neanche concetti così originali, ma se le canzoni di un Fabrizio De André resistono al logorio del tempo è perché sono intrise di una poetica che le rende uniche, una capacità di esprimere concetti che già conosci come se li sentissi per la prima volta e che oggi penso abbiano in pochi (Giorgio Canali ad esempio). Per capire che quella qualità in Mono c’è basta ascoltare Zoloft (scritta con Enrico Maria Sighinolfi, da anni fidato collaboratore della band), farsi colpire al cuore dalle sue strofe e provare in pochi minuti le stesse sensazioni che dà leggere Mark Fisher quando parla dell’inscindibile connubio fra malattia mentale e società moderna: “non guarisci perché non ti sei ammalato affatto” è una frase che riassume quel concetto, perché per la paura e l’inadeguatezza la soluzione più semplice proposta è un farmaco che annulla i tuoi pensieri e sentenzia che sei tu il problema, e non il sistema.

Piccolo tramonto interiore/ perché anche l’operaio vuole il figlio dottore/ perché il grado di felicità noi lo misuriamo/ in chilometri, chilometri da Milano

Vogliono che cambi colore/ ti costringono a lottare per un mondo peggiore/ e aspettando un sole nuovo il nostro tempo scade/ siamo come neve nera ai lati delle strade

Piccolo tramonto interiore

Le canzoni dei Vintage Violence costringono a metterti in discussione e lo fanno nella maniera meno accomodante possibile, perché “se vuoi canzoni innocue e confortanti metti Radio Italia” (Dicono di noi). Se chi li ascolta mai si rispecchierà in “chi vuole indietro i soldi da chi arriva su un gommone” (Paura dell’Islam, la cui riga di testo successiva recita “chiederemo indietro i soldi spesi per la sua istruzione”) diventa più facile, ma è doloroso ammetterlo, identificarsi in chi spreca la propria vita senza farsi domande e pensando che basti lo stipendio a giustificare una vita passata a lavorare (“L’esistenza si riduce alla pressione nelle arterie/ se l’idea di libertà è quella di un impiegato in ferie”, Dio è un batterista). I testi di Mono sono criptici in molti punti, prendono vie che non sono quelle più ovvie e che possono portare anche a essere travisati (con conseguenze tipo ritrovarsi il video hackerato dai neo-nazifascisti, come capitato anni fa con la loro canzone Il processo di Benito Mussolini), tanto che la penultima traccia Dicono di noi ironizza proprio su ipotetiche accuse contraddittorie che possono venirgli mosse (“punkabbestia/ricchi di famiglia/militanti dei grillini/militanti del PD”, e cala un silenzio ancora più opprimente se al giorno d’oggi ci si deve vergognare della cosiddetta “sinistra”), soprattutto in un periodo in cui dalla prima serata delle principali emittenti televisive maschi bianchi si lamentano che “non si può più dire niente” (a causa di perfidi attivisti che sui loro profili social sono poi bersaglio di attacchi feroci da parte degli haters).

Quando l’uomo occidentale si erge a moralizzatore/ chi bombarda gli ospedali si lamenta del terrore/ che è da un paio di millenni la risposta naturale/ al terrore di un impero coloniale

Paura dell’Islam

Ciò che manca in Mono (e che manca, purtroppo, nella maggior parte della critica anticapitalistica) sono le soluzioni, tanto nelle schegge veloci come Have a Nietzsche day e Prato fiorito quanto in brani più lunghi e riflessivi come il primo singolo Piccolo tramonto interiore. Queste sono canzoni che puntano a distruggere le fondamenta per stimolare una presa di coscienza, anche se a volte il filo logico viene sacrificato per inseguire una rima tagliente o un’immagine forte e rivoluzionaria (condivisibile o meno, tipo le molotov sulla questura evocate in Zoloft), e il massimo che può e vuole fare la band per indorarci la pillola è illuminare ciò che ci rende ancora umani. L’amore mostrato in Capiscimi II ad esempio (sempre complicato e carnale, perché con buona pace di Cartesio qui mente e corpo non sono elementi scissi), oppure la forza vitale della musica e, infine, l’empatia, questa rara qualità che i Vintage Violence utilizzano con parsimonia in un mondo ostile: “non siate tristi” canta Nico in Dio è un batterista come perfetta chiusa a questa recensione, “e pensate all’occidente come a un bar per camionisti/ sì, sono tutti sbronzi/ ma è empatizzare con le cameriere a distinguere i buoni dagli stronzi”.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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