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L’ennesimo fallimento del sogno americano nei racconti di Mary Miller

Ho scoperto da poco la casa editrice Black Coffee, anche grazie al podcast presente sul loro sito e sul contenitore Storie libere. Specializzata in letteratura nordamericana contemporanea, con una propensione per le voci fuori dal coro e per la forma racconto, era solo questione di tempo prima che un loro libro finisse fra le mie mani. Ero attratto da Lingua nera di Rita Bullwinkel, curioso di scoprire di più su una maestra del racconto come Joy Williams (di cui Black Coffee ha edito l’antologia di tutti i racconti L’ospite d’onore), infine mi sono orientato sulla raccolta Happy hour di Mary Miller.

Quando mi lascerai, non lascerai me, penso, ma la ragazza che pensavi che fossi, una che mi somiglia ma che non sono io.

Un tempo questo era il passaggio coperto più lungo del mondo

Le protagoniste dei racconti della Miller hanno tutte vite problematiche sull’orlo dell’indigenza, rapporti con l’altro sesso che si trascinano stancamente (spesso con almeno un divorzio alle spalle) e, più in generale, nessuna vera aspirazione. Come molta letteratura nordamericana quello che si vive nelle pagine di Happy hour è il crollo del sogno americano, il punto di vista di persone che non sperano nemmeno più che le cose possano cambiare, di sicuro non in meglio. Meglio attaccarsi a quello che si ha, anche se non soddisfa, anche se restare immobili fa comunque male.

Tutti i racconti sono ambientati nel sud degli Stati Uniti, una realtà nella quale, prendendo a prestito le parole di una delle protagoniste, i giovani (del college) “sono ipersensibili verso il sessismo, ma non altrettanto verso razzismo e classismo”. In una bella intervista sul sito della casa editrice l’autrice si lamenta della mentalità delle sue zone d’origine in questi termini:

La bandiera confederata è ancora parte della bandiera del nostro Stato. La mattina accendo la radio e mi vergogno come una ladra a sentire tutta la merda che dicono questi (bianchi) razzisti, sessisti, omofobi…

…Non amo nemmeno parlar male del posto in cui vivo, e non è necessariamente colpa della gente. Il punto è che non ne sappiamo un granché di cosa avviene fuori di qui. La gente non conosce un modo di vivere diverso, e teme ciò che non conosce…

…Perché non me ne sono ancora andata è una domanda che mi pongo tutti i giorni e alla quale non ho ancora trovato una risposta.

Quest’ultima è più o meno la stessa domanda che si pongono le protagoniste dei racconti. Nessuna di loro è veramente dipendente da qualcuno o qualcosa, anzi spesso sono donne che hanno saputo lasciarsi alle spalle situazioni anche peggiori, eppure sembra che il fallimento e l’insoddisfazione le inseguano. Vengono dipinte in momenti banali della loro vita, mai ad un punto di svolta, come se per loro l’apice fosse qualcosa di irraggiungibile. Il massimo a cui possono aspirare è un lavoro emotivamente lacerante in un istituto di accoglienza per minori vittime di abusi, come in Un amore grande, grosso e cattivo, o la possibilità di viaggiare a spese di un’amica insopportabile che ha vinto alla lotteria (Prima classe).

“Terry è davvero convinto che stia arrivando l’apocalisse. Darcie credeva che stessero solo giocando, ma non è così: secondo lui la fine è vicina perché desidera che lo sia.”

Hamilton pool

La Miller utilizza quasi sempre la prima persona, immedesimandosi nei gesti quotidiani delle sue protagoniste (a proposito del suo romanzo d’esordio Last days of California un critico ha dichiarato “[Elise] e Jess trascorrono più tempo in bagno di qualsiasi altro protagonista di qualsiasi altro romanzo di cui sia a conoscenza”), descrivendo con misura vite inquietanti vissute come perfettamente normali. Il sarcasmo è molto presente, una delle poche difese che le protagoniste riescono a erigere attorno a sé stesse per non sprofondare nella completa apatia, ed è un particolare che rende i racconti scorrevoli e piacevoli nonostante i temi trattati. Dove calca più la mano sul disagio, come nel già citato Un amore grande, grosso e cattivo o nello splendido Le mele dell’amore (tutto scritto in seconda persona, esercizio di stile assolutamente non fine a sé stesso), Miller lo fa senza perdersi in drammatizzazioni inutili ma mostrando la realtà quale è, il che basta e avanza. Una realtà in cui purtroppo i gesti di altruismo sono rari, e quei pochi sono permeati da un alone di fatalismo.

Fra i ringraziamenti alla fine della raccolta ce n’è uno dedicato ai propri ex, “per avermi fornito materiale ancora per molti anni a venire”. È certo che l’esperienza personale dell’autrice sia molto presente, anche con citazioni di film e libri (fra cui lo splendido Il museo dei pesci morti di Charles D’Ambrosio, altra raccolta di racconti da recuperare), ma più di tutto quello che sembra emergere è il sentimento di un paese che non riesce a reimmaginarsi, dove vivere ai margini della società è vissuto come un destino ineludibile. Ho letto un interessante articolo sull’esordio letterario di Claire Vaye Watkins, Nevada, in cui il “desert state” permea i protagonisti dei racconti, descritti come “riflessi sbiaditi di esistenze vissute da altri, ma che sono filtrate nelle loro vene, rendendoli lo stampo di chi li ha preceduti”. Libri come Happy hour sono un’ottima lettura, ma mi chiedo quanto l’aridità di queste vite vuote e le utopie negative, che al contrario di quelle positive abbondano, ci stiano privando della capacità di immaginare un mondo diverso.

“Lo capisco anch’io che l’unico modo che abbiamo di cavarcela è restare in mezzo a disabili e ubriaconi, legare le nostre vite alle tristi e inutili esistenze di gente messa peggio di noi.

Sporca

Non voglio fare il saputello, anche io fatico a scrivere qualcosa che abbia un messaggio positivo senza sentirmi finto o banale. Forse dovremmo solo imparare a prendere ciò che ci serve dalla letteratura: nel caso dei racconti di Mary Miller una prosa incisiva, mai spettacolarizzata, e una serie di esempi da tenere a mente quando guardiamo le nostre vite dall’esterno.

Racconti preferiti: La casa di Main Street, Un amore grande, grosso e cattivo, Verso l’alto, Le mele dell’amore.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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