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Guillermo sì, Guillermo no: la scalata di Del Toro alla conquista di Netflix

Come si fa a non voler bene a Guillermo Del Toro? Il regista messicano ha una faccia bonaria che ti fa venir voglia di abbracciarlo, ma tutta la tenerezza che ispira sarebbe nulla se ti piantasse lì che so, un Funny games a caso. Invece lui coi suoi film ti dà l’idea di un eterno bambino affascinato dalla magia del cinema, uno che riesce a vincere un Oscar con quella favola che riesce a risultare originale pur senza inventare niente che risponde al nome di La forma dell’acqua, che rende un blockbuster un film di robot enormi e kaiju che si menano (Paficic rim) ma che allo stesso tempo spende un sacco di soldi per la sua idea di gotico e fa flop (Crimson Peak). Non è uno a cui riescono tutte le ciambelle col buco, per cui non si porta dietro quell’aria da vincente che avvolge i conterranei Cuarón e (soprattutto) Iñárritu (suoi grandi amici tra l’altro): loro si guarderebbero bene dallo sbandierare ai quattro venti progetti che non prendono mai piede come il lovecraftiano Le montagne della follia, e probabilmente se prendessero un impegno con Peter Jackson lo manterrebbero invece di scaricargli il peso de Lo hobbit sulle spalle… Ma come faceva Jackson a prendersela con uno che come lui si è fatto la gavetta con pellicole da cui i “veri” registi si sarebbero tenuti lontani, dall’horror di Mimic ai cinecomic (quando ancora i cinecomic non erano garanzia di incassi) come Blade II e i due capitoli di Hellboy? Insomma, a Guillermo Del Toro non si può voler male, e a criticarlo si fa peccato. O no?

Caso vuole che in pochissimo tempo il regista sia sbarcato su Netflix non con una, bensì con due opere che recano impresso il suo marchio. Ha aperto le danze Cabinet of curiosities, serie antologica che si rifà ai classici del genere (sullo stile di Ai confini della realtà e Alfred Hitchcock presenta, tanto che Del Toro introduce ogni episodio in prima persona) aggiungendoci un bel po’ di orrore, gli ha fatto seguito Pinocchio, il progetto dei sogni di un sacco di registi e che a un sacco di registi ha segato le gambe (lui stesso se lo è visto segare in partenza più volte dal 2008 a oggi). E com’è andata?

Per fare Lovecraft non basta l’amore

Orrore cosmico in 3, 2, 1…

Cabinet of curiosities è una serie che vede Del Toro nei panni di nume tutelare. La sua mano dietro la macchina da presa non c’è, è solo parzialmente coinvolto nella sceneggiatura (due episodi, Lotto 36 e Il brusio, sono tratti da suoi racconti), ma è facile intuire che si sia divertito un mondo a coinvolgere nell’avventura registi che apprezza e a cui il successo ha arriso a fasi alterne: se si escludono i semi esordienti Guillermo Navarro (che come direttore della fotografia ha in compenso una carriera lunghissima, spesso a fianco di Del Toro) e David Prior (autore nel 2020 dell’interessante The empty man) il resto del parterre è una sequela di nomi noti del cinema underground, da Vincenzo Natali (The cube, Splice, il bellissimo e misconosciuto Nothing) al giovane Keith Thomas (fresco fresco del nuovo adattamento de L’incendiaria di Stephen King) passando per Ana Lily Amirpour (A girl walks home alone at night, The bad batch), Panos Cosmatos (Mandy), Catherine Hardwicke (dall’esordio ottimo con Thirteen a Twilight in soli cinque anni) e Jennifer Kent (Babadook, The nightingale). L’orrore è un genere con cui tutti in qualche maniera hanno avuto a che fare e così Del Toro, anfitrione di una camera delle meraviglie (sale in cui, particolarmente fra il XVI e il XVIII secolo, i collezionisti conservavano raccolte di oggetti straordinari e insoliti) la cui magnificenza è seconda solo alla sua pericolosità, invita ognun* di loro ad appropriarsi di un oggetto e narrarne la storia, spesso fonte di disavventure per l* malcapitat* che vi entrano in contatto.

“Andiamo alla ricerca di modi per morire male”

Oltre che di registi esperti la serie si avvale anche di un cast di tutto rispetto, formato sia da caratteristi di lungo corso (Tim Blake Nelson, Peter Weller, Crispin Glover) che da attori capaci di conquistare piccolo (Andrew “Rick Grimes” Lincoln) e grande (F. Murray Abraham, premio Oscar nel 1984 per Amadeus) schermo, ma il talento può poco senza una buona storia da narrare ed è qui che le cose iniziano a scricchiolare. Del Toro ambisce a ricreare parzialmente il fascino di serie televisive di decenni fa, ma lo fa troppo spesso con tropi narrativi che arrivano da quel periodo quando non da epoche più vecchie, epoche in cui accanto al brivido c’era sempre la morale: è questa che emerge spesso come vera protagonista, aleggia intorno al brutto carattere del protagonista di Lotto 36 e si frappone fra il tombarolo Masson (David Hewlett, fedelissimo di Vincenzo Natali) e i suoi truffaldini guadagni in I ratti del cimitero, ma la novella educativa mal si sposa con l’orrore esplicito dei primi due episodi, lasciandoli a mezza strada fra il puro intrattenimento, la necessità di stemperare la tensione con un po’ di humor e l’ansia di voler dire qualcosa che conosciamo già. L’episodio diretto da Natali ha anche l’onere di tirare in ballo uno dei nomi grossi dell’horror, Howard Phillips Lovecraft (anche se, nel caso specifico, la citazione dei Grandi Antichi arriva da un racconto di Henry Kuttner, compagno di merende dello stesso scrittore), ma dopo che Richard Stanley ha dato a tutti una lezione di stile con l’adattamento de Il colore venuto dallo spazio (2019) non bastano i tentativi di un volenteroso ma basilare Thomas (Il modello di Pickman) o di un’estetizzante Hardwicke (I sogni nella casa stregata) a rendere giustizia alle invenzioni del maestro di Providence.

Giuro che ho una collega che fa ste facce a lavoro, altro che L’apparenza

Dove non può la narrazione, altalenante anche ne L’autopsia di Prior (bravo a tenere alta la tensione fino a metà episodio, meno nel tirare le fila di una vicenda che anche qui si perde in troppe questioni morali), può forse l’estro visionario. È questo che lega gli episodi di Amirpour e Cosmatos, ma se la cura estetica miracolosa alla base de L’apparenza si fa forza degli sguardi allucinati di Kate Micucci e Martin Starr per portare avanti una storia di mutazioni, senso d’inadeguatezza e orrore sociale sfruttando gli stereotipi senza cavalcarli troppo, in La visita il regista greco-canadese spreca un sontuoso impianto scenico a cavallo fra gli anni 70 e gli anni 80 (pure musicalmente, con temi che omaggiano esplicitamente le opere di John Carpenter) incentrando l’episodio su un gruppo di persone in una stanza e alimentando una tensione che, quando si risolve, manda un po’ a quel paese tutta la premessa abilmente costruita nonostante dei dialoghi spesso poco credibili. Alla fin fine brillano particolarmente le donne, perché oltre all’episodio di Amirpour va fatto un plauso a Kent, la cui favola gotica a base di fantasmi e uccelli si rivela efficace, piena di sensibilità e capace di spaventare più di tutti gli altri episodi messi insieme senza la necessità di puntare sul gore: Il brusio chiude in bellezza un’antologia che innova poco e riadatta senza troppa maestria vecchi canoni, ma se la qualità di un’eventuale seconda stagione fosse quella dell’ultimo episodio entrerei volentieri ancora nella camera delle meraviglie di Del Toro.

Fascisti e Collodi

“Io questa storia me la ricordavo diversa”

Ha un po’ del melodrammatico la storia di coppia che chiude Cabinet of curiosities, un registro narrativo che a Del Toro non dispiace affatto: non per niente i primi dieci minuti del suo Pinocchio sono un profluvio di buoni sentimenti che sai già che porteranno verso la rovina, e quella rovina si concretizza nella morte di Carlo, figlio dell’umile falegname Geppetto che passa dal costruire un crocifisso ad attaccarsi al collo della bottiglia in tempo zero (e lo si può pure capire, poveraccio). Un inizio inaspettato e zoppicante, condito da dialoghi a rischio diabete e qualche frase che sembra scritta da chi l’Italia l’ha immaginata solo da turista come manco i protagonisti della seconda stagione di The White Lotus, ma se un compaesano definisce Geppetto “un cittadino italiano modello” forse è perché a inizio Novecento il patriottismo era un sentimento ancora molto in voga e di lì a poco sarebbe stato cavalcato da quello che è a tutti gli effetti uno dei protagonisti della rilettura operata dal regista messicano: il fascismo.

Un fascista piccolo piccolo

È curioso come Del Toro sia affascinato dai movimenti dittatoriali europei. Dopo le opere ambientate agli albori del regime di Francisco Franco in Spagna (non ho mai visto La spina del diavolo, ma per Il labirinto del fauno non ho problemi a usare la parola capolavoro) ecco che Pinocchio prende vita in pieno periodo fascista, finendo per restare coinvolto di striscio negli eventi storici che hanno sconvolto L’Italia e il mondo intero. Non è l’unico cambio operato rispetto alla novella originale, perché al regista la storia di Collodi sembra interessare più come matrice per innestare le sue idee: ecco allora che le figure del Gatto, della Volpe e di Mangiafuoco vengono riassunte dal losco Conte Volpe e dalla sua fidata scimmia Spazzatura, Pinocchio acquisisce la capacità di tornare dal regno dei morti (cosa che lo rende appetibile per il podestà del paese, interessato a sfruttarlo come soldato definitivo) e proprio qui, in un mondo popolato da conigli-becchini che giocano infinite partite a carte, il burattino incontra il contraltare dello Spirito del bosco (in vece della Fata Turchina) che lo ha reso senziente: la Morte, una sorta di chimera che gli insegnerà il valore della vita. Ogni modifica è azzeccata e dona ulteriore spessore a una storia che più che accentrarsi sulla maturazione in un bambino vero (il grillo Sebastian come guida morale riesce a fare ben poco) punta il focus su cosa voglia dire essere umani, affiancando tematiche persino cupe a momenti di puro divertimento e, soprattutto, di gioia per gli occhi.

A fianco di una storia narrata con la giusta enfasi Pinocchio mette anche un comparto tecnico di prim’ordine, affidandosi completamente allo stop-motion (a opera dell’esperto Mark Gustafson, co-regista della pellicola) e realizzando senza ausilio di computer grafica scene che lasciano a bocca aperta (io sono rimasto incantato dai colori sullo sfondo durante uno scontro fra Pinocchio e il Conte Volpe). Non dovremmo più stupirci di fronte alla magnificenza delle opere realizzate con questa tecnica (ho ancora nel cuore Coraline e la porta magica), eppure Del Toro riesce a superare ogni aspettativa e mentre seguiamo l’irriverente epopea del burattino di legno fra bizze, complotti e ribellioni al regime, risate e commozione si mischiano senza più far ricorso ai toni melassosi dell’incipit, che risulta così funzionale alla storia ed efficace nell’aumentare la nostra sorpresa di fronte al rutilante spettacolo lì da venire.

Conigli neri idoli del film

Quella che è stata una trappola per la carriera di molti registi (fra le vittime illustri ricordiamo Francesco Nuti e Roberto Benigni) per Del Toro diventa l’ennesimo trionfo. Il suo Pinocchio diverte e fa pensare, allarga le tematiche dell’opera originale e, nel farlo, si fa beffe del fascismo e della sua ideologia (nonché del Duce, “ridotto” a macchietta comica): come si fa a non voler bene a quest’uomo?

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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