Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Oltre il sensazionalismo, dentro la denuncia: la scommessa vinta de Il dito di Dio

Il 13 gennaio sono passati esattamente dieci anni dal naufragio della Costa Concordia. Di quell’evento che tutti ricordiamo, chi più chi meno, rimangono alcune cose impresse e non per forza le più importanti: l’immagine della nave sdraiata su un fianco, la pratica dell’inchino che ha causato l’incidente, l’ordine di tornare a bordo di un esasperato Gregorio De Falco al capitano della nave Francesco Schettino, le vittime. Quante esattamente? Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma penso di non essere l’unico a cui le commemorazioni di questi giorni hanno ricordato quel numero, trentadue, oltre a vari dettagli che nel tempo avevo dimenticato. Gli anniversari servono a mantenere vivo il ricordo, un po’ a farci credere che cose del genere non succederanno più, ma serve tatto per riportare a galla certe vicende senza fare pornografia del dolore.

Quando ho sentito che Pablo Trincia avrebbe fatto un podcast su quel drammatico naufragio i miei dubbi erano molti. Il suo primo e più famoso lavoro, Veleno, era stato un caso mediatico sia per la vicenda che portava alla luce (l’allontanamento dalle famiglie di origine di sedici minorenni, a causa di accuse rivelatesi poi infondate di satanismo e pedofilia) che per la qualità con cui la stessa era narrata, e probabilmente ha fatto da apripista al successo che tuttora arride ai podcast; allo stesso tempo quel titolo, Il dito di Dio – Voci dalla Concordia, mi faceva presagire una narrazione esasperatamente enfatica, coi fari puntati unicamente sui drammi e su come l’onnipotente ci avesse messo lo zampino per rendere quell’incidente meno tragico. Alla fine è un ibrido fra il rigore giornalistico e la necessità affabulatoria quello che mi sono ritrovato a seguire per alcune settimane, al ritmo di due puntate ogni giovedì per arrivare fino al 13 gennaio 2022 con l’ultimo episodio, e posso dire che il rispetto per le vittime ha vinto sulla spettacolarizzazione a tutti i costi: più di tutto, però, Trincia è riuscito a mettere in luce molte delle cose che in questi dieci anni avevo dimenticato, oltre ad alcune di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare.

Il primo segnale che Il dito di Dio non sarebbe stata un’operazione biecamente commerciale è la presenza di testimonianze dirette di chi quel giorno era sulla nave, persone che nel naufragio hanno perso dei famigliari o sono stati a un passo dal perderli. All’inizio non si capisce come mai siano state scelte proprio quelle persone, persi nel seguire il lento avvicinarsi della nave all’Isola del Giglio attraverso eventi semplici e banali che, unico vero difetto della produzione, vengono continuamente messi in contrasto con ciò che sta per avvenire, drammatizzando eccessivamente la narrazione: col proseguire delle puntate però, arrivando ai momenti che precedono il naufragio e a quelli durante il lento inclinarsi della Costa Concordia, si capisce che le varie storie che ci vengono raccontate sono destinate in molti casi a intrecciarsi, che proprio quelle testimonianze danno modo di avere un quadro il più possibile ampio di cosa è successo quella notte d’inverno sul ponte di comando, fra i corridoi allagati, vicino alle scialuppe prese d’assalto e anche fra chi, a terra, ha fatto di tutto per prestare soccorso a chi stava rischiando inaspettatamente la vita.

Mentre il tempo che manca all’impatto con gli scogli dell’Isola ci viene costantemente ricordato capiamo perché quella disgraziata manovra di avvicinamento è stata tentata, e si rimane basiti di fronte alla motivazione: la semplice richiesta del maître della nave, Antonello Tievoli, un piccolo favore per rendere omaggio alla propria madre (che, come scopriremo, nemmeno ne vide il passaggio). Un errore umano compiuto per futili motivi, reso criminale dalle successive reazioni perché non è per l’impatto che il comandante Schettino è stato condannato a sedici anni di carcere, bensì per la tardiva segnalazione di abbandono della nave che, a fronte degli evidenti segni che il naufragio era ormai inevitabile, è stato comunque procrastinato per un’ora. Trincia ci porta sul ponte di comando con l’audio originale, ci fa percepire la tensione e quasi viene da mettersi nei panni dei presenti, consapevoli dell’errore commesso e ancora incapaci di scenderci a patti (Schettino chiederà a una vedetta della guardia costiera di trainare la nave, una richiesta ridicola a fronte delle dimensioni dei due mezzi), una serie di tentennamenti che porteranno alla morte di trentadue persone con la consapevolezza che il conto sarebbe potuto essere molto più alto se il vento, il “dito di Dio” evocato dal titolo, non avesse evitato alla Costa Concordia di colare a picco in mare aperto invece di adagiarsi accanto agli scogli.

Fra quelle vittime ci sono madri, fratelli, nonni dei testimoni che Trincia ha convinto a raccontare la loro esperienza, un resoconto toccante e vivido di quei momenti e di ciò che è stato dopo, l’attesa per il ritrovamento dei corpi che, per la famiglia di Maria Grazia Trecarichi e per il fratello di Russel Rebello, durerà rispettivamente mesi e anni (i resti di Rebello verranno ritrovati solo in seguito allo smantellamento della nave, nel novembre 2014). Non è possibile riassumere in un articolo le emozioni che provoca sentire il calvario a cui sono andat* incontro, più facile è invece evidenziare le storture che stanno dietro a questa storia anche prima del naufragio.

“Cose del genere non succederanno più”

Parliamo di un timoniere, Jacob Rusli Bin, che si è trovato a dover effettuare una manovra di emergenza capendo poco e male gli ordini di Schettino, essendo un indonesiano che parlava solo inglese e che fino a venti giorni prima aveva compiti di pulizia e verniciatura; di politiche economiche criminali della Costa Crociere, capace di vezzeggiare i propri clienti risparmiando su gran parte del personale di bordo, pagato 900 euro per 12 ore di lavoro giornaliere, sulle misure di sicurezza (il generatore di emergenza andò in tilt dopo l’impatto, nonostante non fosse in una zona invasa dall’acqua) e persino sui risarcimenti, la cifra ridicola di 16000 euro che comunque, mal consigliati da avvocati di cui è forse legittimo dubitare della buona fede, hanno accettato la stragrande maggioranza dei passeggeri; di colpe mai veramente approfondite della stessa società nel ritardo con cui è stato dato l’allarme, con la dirigenza preoccupata del rimborso da corrispondere a un eventuale mezzo di soccorso che avesse potuto trainare la nave. Trincia non omette nulla, e terminato l’ascolto spero che molte persone saranno d’accordo con me che, se Foster Wallace (sì, sono riuscito a nominarlo anche in questo frangente) ci teneva a non fare mai più l’esperienza della crociera, noi dobbiamo tenerci a non mettere mai i nostri soldi in mano a questi bastardi.

La cosa più terribile che evidenzia Trincia, l’ultima su cui pone i riflettori, è però la consapevolezza che questa della Costa Concordia è una storia a “lieto fine”, in cui ci sono stati un processo, una condanna al carcere per quello che, al di là delle sue evidenti colpe, appare sempre più un capro espiatorio, dei risarcimenti. Molto peggio è andata a chi viaggiava sul traghetto Norman Atlantic il 28 dicembre 2014, nemmeno tre anni dopo le dichiarazioni che eventi del genere non dovevano più succedere: un incendio scatenatosi nel garage della nave, stipato oltre i limiti, ha costretto le circa cinquecento persone a bordo a lottare con pavimenti così bollenti da sciogliere le scarpe da una parte e, dall’altra, con l’ipotermia causata da temperature gelide e grandine. A questo incidente semidimenticato, di cui anche io avevo ricordi vaghissimi, è dedicata la chiusa finale, per mostrare quanto il clamore mediatico può fare per accelerare una giustizia che non possiamo dare per scontata e che per le undici vittime, i diciannove dispersi e le innumerevoli persone che aspettano ancora un risarcimento anche solo per i mezzi distrutti nel naufragio (chi aveva un camion che gli era essenziale per lavorare si è ritrovato dopo quelle trentasei ore d’inferno anche senza impiego) deve ancora arrivare.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicità

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: