Problematiche sociali che non cambiano: i rimandi fra Furore e il saggio Abitare illegale

Furore, colpevolmente letto per la prima volta solo il mese scorso, è uno di quei romanzi di cui si può dire che è sempre attuale. L’epopea della famiglia Joad, scacciata dai campi dell’Oklahoma coltivati per generazioni e in cerca di un futuro più luminoso in California, risuona di tutte le migrazioni avvenute nella storia ed è ancora più attuale oggi, in un mondo in cui le logiche spersonalizzanti dell’economia sono diventate la norma rispetto a quanto già stava succedendo negli anni trenta descritti da John Steinbeck (che per la stesura, avvenuta in soli cinque mesi, prese spunto da sette articoli sul tema scritti per il The San Francisco News). Nella prefazione della nuova edizione Bompiani, a cura di Luigi Sampietro, si indica che i temi sollevati da Steinbeck in Furore – il dolore, la morte, la colpa, il riscatto e la ricerca del paradiso perduto – sono temi eterni, ma rispetto all’ottimismo che nei capitoli che allargano lo sguardo fa sembrare imminente, agli occhi dell’autore, una rivoluzione che metta le cose al suo posto, sono i temi sociali quelli che rimangono ancora caldi e a cui non si è trovata una soluzione. Per puro caso mi sono ritrovato a leggere, prima del capolavoro che valse a Steinbeck sia il National Book Prize che il Premio Pulitzer, un saggio di Andrea Staid intitolato Abitare illegale – Etnografia del vivere ai margini in Occidente, pubblicato nel 2017 all’interno della collana Frontiere di Milieu Edizioni: Staid, docente di Antropologia culturale e Teoria e metodo dei mass media presso la Naba di Milano, cita nel suo libro proprio gli articoli scritti da Steinbeck (pubblicati da Einaudi sotto il titolo I nomadi), ma i rimandi fra i due libri scorrono in tutte le pagine e in tutte le sezioni in cui questo è suddiviso. Ecco quindi che le problematiche che la famiglia Joad si trova ad affrontare si riverberano in quelle di chi, nel mondo occidentale abituato ormai a un solo modo di abitare gli spazi, cerca alternative sia all’interno delle metropoli cha al di fuori di esse.

Campi lasciati incolti e case lasciate abbandonate

E un senzatetto affamato, ramingo su una carretta con la moglie accanto e i figli sul sedile posteriore, vedendo intorno a sé i campi abbandonati perché in grado di produrre cibo ma non profitto, sentiva che un terreno incolto è un sacrilegio, e un campo abbandonato è un’offesa per i bambini denutriti.

John Steinbeck, Furore

Arrivati nell’Ovest dopo numerose peripezie, attratti dalle possibilità di lavoro pubblicizzate dai volantini sparsi a migliaia per i campi desolati dell’Oklahoma, i membri della famiglia Joad scoprono una realtà ben diversa da quella loro prospettata: la California sembra effettivamente l’Eden, a prima vista, ma ci sono campi che potrebbero essere coltivati che vengono lasciati incolti per logiche di mercato decise dai padroni, mentre la gente che potrebbe sfamarsi anche solo prendendosi cura di una piccola porzione di quei terreni è costretta a patire la fame. C’è chi, spinto dalle privazioni, cerca di nascosto di occupare il suolo dei padroni, ma i controlli sono serrati e a nessuno è concesso violare le regole: la gente continua a morire di fame, i padroni continuano a ingrassare e la rabbia delle vittime monta silenziosa.

Leggendo le testimonianze raccolte da Staid nel suo libro non è difficile paragonare le logiche dei campi incolti nella California degli anni trenta con quelle che regolano l’urbanistica delle grandi città occidentali. Nel terzo capitolo, Case occupate tra movimento politico e necessità, l’autore fa un’analisi accurata dei movimenti di occupazione degli edifici in tutta Europa, focalizzandosi soprattutto su metodi e modi di organizzarsi a Barcellona e a Milano. Leggendo uno dei comunicati del Comitato degli occupanti del quartiere San Siro del capoluogo lombardo è facile rendersi conto delle similitudini:

Abbiamo denunciato la vergogna delle migliaia di alloggi popolari lasciati vuoti nonostante le 20000 famiglie in attesa di casa, alloggi riscaldati, ma chiusi da una lastra di ferro perché in attesa di vendita, o di un restauro che non arriverà mai perché i dirigenti di Aler si sono spartiti tutti i soldi. Abbiamo ottenuto dopo molte mobilitazioni una sanatoria degli occupanti per necessità, che dopo pochi mesi si è però arenata nel dimenticatoio di Palazzo Marino. Abbiamo riqualificato gli angoli più lugubri e squallidi del quartiere, dipingendo i muri, piantando orti e alberi, portandoci musica, feste e momenti di socialità. (…) Abbiamo organizzato decine e decine di attività culturali come presentazioni di libri, proiezioni di film sui palazzi, concerti rap e di musica classica, tornei e sport, attività per bambini in un quartiere in cui i servizi in questo senso sono poco o niente. Ci siamo autorganizzati per sopperire alle difficoltà della crisi, costruendo un mercatino dello scambio e attivando meccanismi di mutuo soccorso per cui oltre ai beni materiali scambiamo anche competenze e aiuto reciproco. Abbiamo sottratto spazio alla speculazione di Aler e grossi privati occupando case che vengono lasciate per anni e anni in abbandono per soddisfare il bisogno abitativo di decine di famiglie, giovani, precari che si trovavano senza casa. Abbiamo sperimentato in pieno l’immeticciamento tra culture, con dei mix culinari esplosivi, condividendo canti, balli, tradizioni e inventandone di nuove a partire dall’incontro, combattendo il razzismo, il meccanismo di guerra tra poveri e lo stigma del quartiere ghetto.

Comitato degli occupanti zona San Siro, Milano, in Abitare illegale

Staid mostra una realtà sfaccettata in cui non tutti seguono le stesse regole, soprattutto analizzando le differenze fra i movimenti italiani (Roma è la città con più case occupate in tutta Europa) e quelli nel resto del continente. Limitandosi a Milano emergono situazioni come quella già accennata del quartiere San Siro, dove il mutuo aiuto fra gli abitanti ha portato nel 2013 a sottrarre alla rendita e alla speculazione, dopo decenni di abbandono, un enorme spazio diventato lo Spazio del Mutuo Soccorso, che soprattutto in tempi di pandemia è stato fondamentale per aiutare tutti coloro che si trovavano in difficoltà grazie a mercati solidali e staffette di quartiere per portare cibo ai bisognosi (per saperne di più, se siete di Milano e magari come me abitate nella zona, potete andare sul sito del Centro Sociale Cantiere per dare un’occhiata alle varie iniziative in corso).

Il giardino dello Spazio di Mutuo Soccorso a Milano

Spostandosi sui Navigli invece fa specie pensare che questa zona, oggi simbolo della movida, negli anni settanta era in pieno degrado: i padroni delle case preferivano lasciare vuoti gli stabili, abbandonandoli alla rovina per poi costruire successivamente edifici di lusso o addossando sui pochi inquilini che non volevano andarsene, tramite le vendite frazionate, i costi delle ristrutturazioni. A causa dell’impossibilità di trovare affitti a prezzi ragionevoli dilagò così un movimento di occupazione degli edifici abbandonati, gestito da un gruppo anarchico che nel settembre del 1976 occupò uno stabile intero in Via Torricelli 19, creando di fatto il Comitato Casa e Territorio (oggi Comitato di Lotta Casa Territorio, sito nello Spazio Comune CuoreInGola in Via Emilio Gola). Rivendicando il diritto ad avere una casa senza essere sfruttati, agli inizi degli anni ottanta il movimento denunciò il continuo aumento degli affitti e il modo in cui, come un out out, gli inquilini venivano messi di fronte all’alternativa fra comprare una casa con problemi strutturali di cui i proprietari non si erano mai occupati o essere sfrattati.

Ma cosa significava, e significa ancora oggi, comprare una casa? Se la casa è vecchia significa regalare i propri risparmi a proprietari che non hanno mai fatto nulla per risistemarla e si sono arricchiti passivamente speculando sulla loro proprietà, una volta comperata la casa ci si troverà con spese altissime per rimettere a posto la struttura degli stabili, più le tasse per la proprietà e per l’immobile.

Se invece la casa è nuova i prezzi sono proibitivi, costringono a indebitarsi con mutui costosissimi per tutta la vita. Comperare una casa, per chi non ha una buona capacità economica rappresenta una pesante ipoteca sul proprio futuro.

Tutti questi problemi si pongono perché nella nostra società la casa, come quasi tutto, è una merce e non un servizio sociale, non è un diritto ma un privilegio.

Andrea Staid, Abitare illegale

Staid in questo capitolo ha raccolto molte testimonianze di singoli occupanti, mostrando nel dettaglio cosa vuol dire abitare illegalmente in una metropoli: c’è chi si trova a farlo per necessità e chi anche per una scelta politica, vengono fuori le difficoltà di dover convivere in spazi da cui potrebbero essere sfrattati da un momento all’altro e le logiche di mutuo aiuto che si creano anche con i vicini non occupanti, possibili grazie a un rispetto per la proprietà in cui si abita che è il primo e indispensabile passaggio per ottenere la legittimità della propria rivendicazione. Rispetto alla visione mediaticamente proposta dell’occupante abusivo come di un delinquente emerge quindi un quadro molto più complicato, in cui la speculazione è un fattore che non viene mai preso in considerazione e le logiche di mutuo soccorso vengono nascoste sotto il tappeto. Vivere altrimenti in città, magari autocostruendosi la propria casa, è quasi impossibile (anche se all’interno del libro è molto interessante il capitolo dedicato alla comunità Rom e Sinti, particolarmente nell’analisi che si fa del Villaggio Le Rose di Milano): diversa, anche se comunque complicata, la situazione al di fuori delle metropoli.

Villaggi solidali e case autocostruite

“…Uno di quei vicesceriffi m’ha fatto capire tutto. Se ne stava seduto lì e fa: ‘Quei maledetti campi del governo,’ fa. ‘ Se a quella gente uno gli dà l’acqua calda, poi finisce che tutti quanti vogliono l’acqua calda. Se uno gli dà i gabinetti colla catena, finisce che tutti quanti vogliono i gabinetti colla catena’. E poi fa: ‘Se a quei maledetti Okie gli dai quella roba, finisce che la vogliono tutti’. E poi fa: ‘I campi del governo sono pieni di rossi. Tutti lì a cercare di farsi dare il sussidio’.”

“…È per questo che odiano il nostro campo. Qui gli sbirri non ci possono entrare. Qui siamo negli Stati Uniti, non in California.”

John Steinbeck, Furore

Poco dopo essere arrivati in California i Joad vengono accolti nel campo di Weedpatch, un campo statale per rifugiati gestito autonomamente da un comitato centrale, che si occupa tanto dell’organizzazione interna quanto della sicurezza: la polizia, che per tutta la California fa il bello e il cattivo tempo bistrattando coloro che sono stati costretti a emigrare, lì non può entrare. Quella situazione idilliaca, da cui la famiglia sarà costretta a uscire per andare a cercare lavoro altrove, mi ha ricordato in parte le comunità analizzate da Staid nel quarto capitolo, Comuni, Wagenplatz ed ecovillaggi, con la differenza che queste ultime riescono in molti casi anche a sostenersi economicamente da sé.

Innanzitutto Urupia è una comune, una grande casa, tanta campagna, un luogo sperduto in fondo alla penisola abitato da persone che vivono, o cercano di vivere, secondo alcuni principi che loro stesse chiamano libertà. Urupia però è anche un progetto, un insieme di relazioni, una storia, un fiume di idee, di attività, di risorse, alimentato da tantissime altre persone che a Urupia non vivono, ma che in quel progetto credono, e sono innamorate delle stesse idee che anche loro chiamano libertà. Quando è nata Urupia, venti anni fa, voleva essere un luogo fisico in cui sperimentare pratiche di vita e di relazione che escludessero qualsiasi forma di gerarchia e di sfruttamento e che favorissero il più possibile il libero sviluppo delle scelte e dei desideri degli individui. (…) A Urupia da più di sedici anni non esiste la proprietà privata: le comunarde collettivizzano tutto. (…) Urupia non è più e in fondo non lo è mai stato solo un luogo fisico con i suoi abitanti, con il loro lavoro, con le loro feste, con le loro assemblee. (…) Urupia appartiene a una grande tribù.

Agostino Manni, comunarda di Urupia, tratto dal libro Urupia di Giuseppe Aiello in Abitare illegale

Quello di Urupia (dove gli abitanti hanno compiuto la scelta politica di declinare al femminile per definirsi, anche se all’interno abitano sia donne che uomini) è solo uno dei vari casi che Staid ha studiato per descrivere la realtà dell’organizzazione in comunità ed ecovillaggi per provare ad abitare il territorio in maniera differente. Simili esperimenti sono presenti su tutto il territorio, dal popolo degli Elfi tra le montagne pistoiesi, che ha occupato case abbandonate appartenute a pastori e boscaioli creando una comunità che sopravvive con logiche di mutuo scambio dei prodotti coltivati e raccolti in antitesi alla società capitalistica, a comunità come quella di Agognate nel novarese (che, pur abitando per quasi quarant’anni in provincia di Novara, non conoscevo), una fraternità domenicana dove frati e laici hanno ristrutturato un comprensorio di edifici creando un luogo in cui trovano accoglienza disoccupati, ex detenuti, donne e uomini con problemi di dipendenza e in generale chi ha bisogno di aiuto.

Dettaglio del Wagenburg di LohmühlenstraᏰe

Tutte queste comunità, che si autosostentino o meno, rappresentano il tentativo di vivere in maniera diversa, condivisa, perlopiù al di fuori delle logiche capitalistiche e di imposizioni logistiche e formali. A Tepee Land, agglomerato abusivo di tende all’interno del quartiere Kreuzberg di Berlino, si rivendica il diritto di vivere come si vuole e non per forza all’interno di quattro mura, utilizzando uno spazio abbandonato in cui è stato ricavato anche un piccolo palco per organizzare feste e creare momenti di convivialità, mentre il Wagenburg di LohmühlenstraᏰe, installatosi con furgoni, camion, camper, carrozzoni, vagoni di treni e case autocostruite ai margini del parco Schlesischer Busch sempre a Berlino, è riuscito addirittura a rivalutare il territorio, creando di fatto un’oasi ecologica nel cuore della città che organizza anche concerti di musica elettronica alimentate a energia solare, dimostrando in maniera ingegnosa come si possa essere a impatto zero pur partendo da una base d’illegalità ormai ampiamente accettata (tanto che, a causa di una legge ancora in vigore dai tempi del nazionalsocialismo, vivere nei carrozzoni è vietato ma i cittadini del Wagenburg hanno addirittura il numero civico).

Questa voglia di autogestire la propria vita assume un ulteriore valenza nel momento in cui, laddove è possibile almeno teoricamente farlo, si voglia costruire la propria casa senza dover dipendere da una ditta a cui appaltare il lavoro, un aspetto su cui Staid si focalizza nel capitolo Autocostruire per autocostruirsi.

La casa moderna ha spezzato i tessuti urbani, ha un aspetto razionalizzante che costringe le persone a una certa modalità di vita. la casa è uno degli aspetti del progresso senza fine, un bene tecnologico che viene posto come uno dei simboli del progresso in contrapposizione alla casa primitiva; quest’ultima viene disprezzata come casa che viene prodotta da un nucleo sociale e da una sapienza tecnica molto limitati, che non sanno adattarsi alla vita moderna, una valutazione miope e superficiale estremamente utile per fare affari e speculazioni immobiliari.

Andrea Staid, Abitare illegale

Al di là della legittima ambizione di ognuno a crearsi da sé la casa dei propri sogni ci sono casi in cui questo è un bisogno di primaria importanza. Staid analizza infatti anche il caso dei terremotati, costretti a vivere in container per poi ricevere, come nel caso del terremoto di L’Aquila nel 2009 gestito dal duo Bertolaso-Berlusconi, case costruite senza consultare coloro che le abiteranno, effettivamente anti-sismiche ma dal consumo energetico altissimo e tutt’altro che ecologiche. Proprio in netta opposizione con questo modo di gestire le cose alcuni abitanti del comune di Pescomaggiore costruirono sette case di paglia poco fuori dal loro comune, e in maniera analoga agirono alcuni abitanti della bassa emiliana dopo il sisma del 2012: in maniera ecologica e veloce, oltre che gestita secondo le proprie priorità, queste persone sono riuscite a ottenere case confortevoli, rispettose dei criteri antisismici e a prezzi accessibili, dimostrando che un modo diverso di concepire l’abitare è possibile e andrebbe incentivato.

Hooverville e baraccopoli, nomi diversi per la stessa emarginazione

Erano affamati, ed erano agguerriti. Avevano sperato di trovare un focolare, e trovarono solo odio. Okie: i proprietari li odiavano, perché i proprietari si sapevano fiacchi mentre gli Okie erano forti, si sapevano sazi mentre gli Okie erano affamati; e forse i proprietari avevano saputo dai loro nonni quanto sia facile rubare la terra a un uomo fiacco quando sei agguerrito e affamato e armato. I proprietari li odiavano. Nelle città i bottegai li odiavano perché non avevano denaro da spendere: non esiste strada più breve per ottenere il disprezzo di un bottegaio, e il suo rispetto segue il percorso opposto. Nelle città i piccoli banchieri odiavano gli Okie perché con loro non c’era niente da spremere: non possedevano niente. E i braccianti odiavano gli Okie perché un uomo affamato deve lavorare, e se deve lavorare, se è costretto a lavorare, chi lo ingaggia gli dà automaticamente una paga più bassa per il suo lavoro, e a quel punto nessuno riesce a spuntare una paga più alta.

John Steinbeck, Furore

Il sogno californiano della famiglia Joad va in pezzi quando si accorgono che da quelle parti tutto è gestito secondo le stesse logiche che li ha costretti ad andarsene dall’Oklahoma: il mercato impera, è lui che fa i prezzi e gli ultimi anelli della catena devono litigare per lavori umilianti a paghe sempre più basse, magari dimezzate dalla sera alla mattina subito dopo aver soffocato una protesta sindacale. I piccoli agricoltori sono costretti ad adeguarsi, vessati dal comitato centrale in cui i grandi proprietari, che posseggono anche i conservifici, decidono i prezzi e possono rifarsi delle perdite sulla frutta rivendendola a sé stessi per farne conserve. Nei campi frutta e ortaggi vanno al macero piuttosto che darla a chi ne ha bisogno, perché una persona che mangia gratis non avrà più bisogno di lavorare e la fame crea forza lavoro a buon mercato.

Se avete già sentito parlare di dinamiche simili è perché sotto gli occhi abbiamo la realtà delle piantagioni di pomodori in Puglia. Nell’ultimo capitolo del suo libro, Slum e baraccopoli, Staid si focalizza proprio su questa situazione, citando più volte proprio lo stesso Steinbeck in un parallelo evidente a chiunque. Passando brevemente in rassegna luoghi come la Jungle di Calais e il Presidio Permanente No-Borders di Ventimiglia Staid passa poi a raccontare i ghetti foggiani in cui trovano sistemazione i braccianti agricoli, grazie all’importante testimonianza del volontario Dante Prato che presta aiuto per un breve periodo dell’anno nel ghetto di Rignano Garganico in provincia di Foggia, dove è stato creato il progetto sociale Radio Ghetto.

La vita nel campo è scandita dai tempi di lavoro. Ci si sveglia presto, alle 4 del mattino il ghetto è già vivo, la strada all’ingresso si affolla di braccianti che cercano un impiego giornaliero. I più fortunati trovano posto sui furgoni (euro 5 a passaggio), ma sono sempre più quelli che restano senza. La tendenza è in aumento, soprattutto negli ultimi anni. Più migranti della richiesta di lavoro. Le condizioni di lavoro sono arcinote. Si lavora a cottimo: 3,5 euro per ogni cassone (300 kg) di pomodori raccolti. Ogni giorno in media un migrante riesce a riempire 10-12 cassoni, circa uno all’ora. Dieci ore di lavoro pesantissimo per 35 euro a cui ovviamente dobbiamo sottrarre i 5 euro per il passaggio. Una miseria, che nel ghetto viene risucchiata dalle altre spese e dalle botteghe. Il cibo, gli indumenti, i generi di prima necessità si continuano a comprare dai capi.

Testimonianza da alcuni articoli per Redattore sociale di Giulia Bondi in Abitare illegale

Alla stessa maniera della famiglia Joad, frutto d’invenzione ma basata sul dramma di persone reali, i migranti che abitano nei ghetti foggiani sono costretti a confrontarsi con un lavoro che non solo non li nobilita, ma li lascia anche senza possibilità di riscatto sociale, costretti a vivere stabilmente in una situazione precaria in cui alla prima pioggia devono rifare da capo il proprio giaciglio. Lo stato, che con grandi proclami dichiara guerra al caporalato, è perlopiù inesistente nei fatti: la beffa nel 2016 è stata quella di vedere approvato in regione un piano da 5 milioni di euro per smobilitare i ghetti attraverso l’utilizzo per i migranti di strutture e suoli pubblici nei comuni limitrofi, tutto vanificato dal mancato finanziamento del Ministero dell’Interno che ha causato, come effetto collaterale, l’impossibilità per Emergency di svolgere il consueto lavoro medico a causa del taglio dei fondi operato dalla regione, questo sì diventato concreto ben prima di essere sicuri che la “bonifica” sarebbe stata effettivamente realizzata.

Ghetto di Rignano Garganico

Qui l’abitare illegale dipinto da Staid abbandona la scelta, per quanto spesso dolorosa come nel caso degli occupanti abusivi, per abbracciare unicamente la necessità: i migranti non hanno altre opportunità, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco e non possono nemmeno permettersi di denunciare i soprusi che non siano già di dominio globale.

L’opinione comune è: il ghetto è una merda ma a me serve lavorare e non voglio che venga sgomberato. Si può parlare delle condizioni di lavoro e dello sfruttamento perché ormai sono cose note e anche accettate, ma non si può parlare di un omicidio.

Dante Prato, ricercatore, attivista e volontario a Radio Ghetto in Abitare illegale

Ciò che emerge dai due libri, in definitiva, è un’accusa al modo in cui la società occidentale si consolida in strutture e dinamiche sempre più atomizzanti in cui la socialità è sotto attacco, sia quella nel proprio quartiere che quella più ampia verso il diverso. Abitare in modo diverso, secondo Staid, è anche un modo di vivere la propria comunità in modo diverso: il suo saggio è una lettura importante proprio per aprire gli occhi su regole e storture cui abbiamo fatto il callo da tempo, tanto da convincerci che le cose non possano andare diversamente.

Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.

John Steinbeck, Furore

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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