Racconto in musica 63: L’appuntamento (Any Other – Mother Goose)

Vorrei avere aneddoti fantastici per ogni cappello introduttivo ma a volte capita che no, non ci sono. Non ricordo tramite chi sia arrivata nelle orecchie la musica dell’artista di questa settimana, se non che era a scopo recensione e che la recensione la trovate qui (con abbondante utilizzo della parola “dilatato”), mentre so benissimo come è giunta davanti ai miei occhi la scrittura di Mattia Cecchini, il graditissimo ospite letterario: tramite questo racconto apparso su Pastrengo, che mi ha convinto a leggere altro di suo e a proporgli di scrivere qualcosa per Tremila Battute. La proposta è stata accolta e leggendo il racconto che mi ha donato (che voi potrete leggere fra qualche riga, abbiate pazienza che lo sapete che sono prolisso: a proposito, quanti “che” ho messo nella frase precedente!) ho trovato un’affinità particolare con un brano di Any Other, ovvero l’artista ospite di questa settimana. Tutto qui, ma tutto molto bello.

Mattia è nato a Città della Pieve nel 1992 ma ci vive solo per qualche giorno. Laureato in Tecniche di radiologia medica nel 2014, nel 2017 si trasferisce a Berlino dove oggi lavora in un ospedale vicino allo zoo e partecipa ai laboratori di scrittura dell’associazione Le balene possono volare. Se quest’ultimo nome vi dice qualcosa non è un caso: ad averla fondata è Mattia Grigolo, che donò alla causa questo racconto, e la straordinaria coincidenza che vuole due berlinesi con lo stesso nome di battesimo arrivare per vie traverse a Tremila Battute a me commuove un po’. Dal 2020 i laboratori cominciano a dare i loro frutti, o semplicemente è il suo talento naturale che emerge, così arriva la pubblicazione di un racconto nell’antologia Racconti umbri, poi una serie di apparizioni quest’anno su varie riviste come la già citata Pastrengo, Rivista Blam (il secondo è uscito proprio oggi), Il mondo o niente e Split, racconto quest’ultimo per cui ho utilizzato sulla pagina Facebook del blog lo scomodo paragone con Rashomon di Akira Kurosawa: altri ne arriveranno su Narrandom, Rivista Eterna e Grande Kalma, e il mio consiglio è di andare a leggerveli tutti. Mattia pensa di aver scoperto i libri di Pontiggia troppo tardi ma al momento giusto, e ci tiene ad aggiungere che odia scrivere note biografiche in terza persona, ma è già stato detto così tante volte che ormai non fa più ridere – ammesso che facesse ridere – anzi è diventato un clichè.

Any Other è il moniker dietro cui si cela Adele Nigro, giovane musicista veronese (ma milanese d’adozione) che dopo l’implosione del suo precedente progetto (il duo Lovecats) decide di incanalare le sue energie in canzoni proprie. La prima a farsi notare è Something, singolo apripista dell’album d’esordio Silently, quietly, going away (uscito nel 2015 per Bello Records e realizzato con la collaborazione dei musicist* Erica Lonardi e Marco Giudici, anche nelle vesti di “torturatori” nel video di cui sopra), una canzone che ancora oggi mi ritrovo a canticchiare mentre produco bottoni per le divise dei carabinieri (breve storia triste) e che rappresenta solo uno dei lati della sua musica, capace di passare dall’indie rock degli anni ’90 a una sensibilità pop raffinata e personale. I tre anni seguenti sono pieni di soddisfazioni, perché del suo talento non me ne accorgo solo io in un (ingiustamente) misconosciuto blog: date in lungo e in largo per l’Italia e all’estero, recensioni entusiastiche e la partecipazione al Primavera Sound Festival nel 2018, appena prima di rilasciare un nuovo brano, Walkthrough. L’attesa per il nuovo album viene alimentata da un altro singolo, Traveling hard, poi finalmente a settembre esce Two, Geography, licenziato da 42 records: il progetto Any Other muta i suoi confini, approfondisce i lati più pop del precedente disco ma lo fa con classe, raffinatezza e arrangiamenti che non puntano al ritornello da canticchiare in macchina ma ad avvolgere l’ascoltatore in un’atmosfera ben precisa, la propria, e bastano il testo e la voce di Adele in Walkthrough a far capire che l’energia degli esordi non è svanita.

Il 5 giugno 2020 esce un nuovo Ep, Four covers, con il quale in occasione del Fee Waiver Day di Bandcamp Nigro dona tutti i proventi all’Emergency Release Fund, un fondo che aiuta a pagare la cauzione per le persone transessuali arrestate negli Stati Uniti e che dimostra quanto le cause sociali odierne siano importanti per lei, soprattutto quella del sessismo endemico della nostra società che denuncia anche in questa esauriente intervista. Ci sarebbero molte altre cose da dire, dalle collaborazioni con Colapesce, Miss Keta, Andrea Poggio e Generic Animal fino al progetto del suo sodale Marco Giudici, gli Halfalib, ma spero di avervi incuriosito abbastanza per procedere da soli a conoscere lei e la sua musica.

Mother goose è la settima traccia di Two, Geography, un brano intimo per voce e chitarra acustica che parla dell’imparare ad amare se stessi dopo una batosta sentimentale, l’unico buon modo per evitare di affrontare l’amore come una dipendenza. Anche nel racconto di Mattia, la cui bozza è nata in uno dei laboratori di scrittura frequentati, una donna cerca di ricominciare a vivere dopo la fine di un rapporto, ma la situazione in cui finisce per trovarsi è di quelle in cui non sai se ridere o piangere. Ho deciso di collegare brano e racconto per la sensibilità con cui il tema viene approcciato, ora sta a voi ascoltare il brano e leggere il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

L’appuntamento, di Mattia Cecchini

Il cameriere ci porta un cestello di ghiaccio e una bottiglia nera. Poi appoggia due calici sul tavolino e, con un sibilo del tappo, apre la bottiglia.

Io sembro sua madre, oppure lui il mio badante, lo dice il sorriso del cameriere. Ci versa da bere, il collo della bottiglia lontano dal bordo del bicchiere, poi va a servire un’altra coppia.

– Sentirai che sciccheria, – mi dice facendomi l’occhiolino. – Questo è il top della gamma, pas dosé.

Lasciamo sparire la schiuma nei calici. Io vorrei bere subito ma lui mi ferma.

– Aspetta, voglio fare un cincin.

Al centro del tavolo arrivano dei crostini con alici e burro.

– Che spettacolo il finger food.

Sul profilo Facebook non ce l’ha scritto, ma questo tipo deve essere un poliglotta: un francesismo lì, due parole inglesi là, una francese qua, e pure un’onomatopea. Oppure è solo un cretino.

– Ehi buon appe! – e agguanta un crostino.

Da ragazza, a tavola con mia madre che mi gracchiava di stare composta, mi capitava di sussurrare un “buon appetito”. Lei alzava il mento aguzzo . Figlia mia, sibilava, vorrei grattarmi via le orecchie quando dici così. Ormai non lo dico più, sono riuscita ad invecchiare spigolosa come lei, e mi prende l’orticaria quando sento “buon appe”.

– Senti cosa mi è successo una volta in aereo. Praticamente il pilota attacca con le solite menate tipo voleremo a diecimila metri e cose così, – un altro crostino gli sparisce in bocca. – Poi mette giù il microfono ma si dimentica di spegnerlo, quindi noi in cabina lo sentiamo che dice: ora vorrei un pompino e una tazzina di caffè.

Accompagna ogni parola con i gesti furiosi e precisi di un direttore d’orchestra. Mi incanto a guardargli l’ingorgo di vene nelle mani, ma basta ascoltare quello che dice per sfibrare l’incantesimo.

– L’hostess corre dal pilota per dirgli che il microfono è rimasto aperto, poi si sente di nuovo la voce del tipo: ehi tesoro, non dimenticarti il caffè! – l’ultimo crostino sparisce dal piatto.

Provo a credere che sia una coincidenza la sua storiella e Netflix che trasmette Will Hunting da un mese, con Matt Damon che racconta la stessa barzelletta.

Quando ci alziamo da tavola mi aiuta a infilarmi la pelliccia. I morti possono fare poche cose: una di queste è obbligarci alla memoria. Così io mi sforzo di dimenticare mio marito, mentre quest’altra specie d’uomo mi si avvicina al collo e sussurra:

– Le milf come te mi fanno impazzire.

Penso che mio marito non smetterà più di mancarmi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

2 pensieri riguardo “Racconto in musica 63: L’appuntamento (Any Other – Mother Goose)

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