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Cosa mangeremo in futuro? Il destino del cibo secondo Agnese Codignola

In Belgio esiste una mucca la cui carne è perfetta per le esigenze nutrizionali moderne, quasi priva di grassi e abbondante, visto che ogni animale pesa più di una tonnellata. Si chiama Belgian Blue, il suo latte ha un ottimo valore nutritivo e le bistecche ottenute dalle sue carni contengono una bassa percentuale di grassi e un maggior valore proteico rispetto a una mucca normale. Per arrivare a questo risultato si è dovuta sacrificare la qualità della vita dell’animale, visto che la sua muscolatura ipersviluppata rende difficoltose semplici operazioni come mangiare, respirare o anche solo stare in piedi, ma sono sacrifici necessari per ovviare al bisogno sempre più pressante di cibo per la quantità di esseri umani sul pianeta, ottenendolo inoltre impattando sul pianeta con un minor numero di capi di bestiame: insomma, una buona alternativa all’allevamento intensivo. Oppure no?

Quando una mucca Belgian Blue incontra un toro, il toro ha una crisi d’identità

Negli ultimi anni si sono succeduti svariati esperimenti per ridurre l’impatto ambientale della filiera del cibo, a fronte di un continuo aumento della popolazione terrestre, e per quanta impressione possa fare la Belgian Blue rappresenta l’alternativa naturale alla creazione di un animale da cui si possa ottenere la maggior quantità di carne possibile, essendo frutto di una selezione durata un centinaio di anni (nei capi scelti per le decine di cicli riproduttivi era assente un gene specifico, quello di una proteina chiamata miostatina, il cui compito è regolare in senso negativo l’accrescimento muscolare). Ben diverso il caso dei salmoni sterili “prodotti” dal 1992 dall’AquaBounty di Elliot Entis, la cui richiesta ai genetisti Choy-Leong Hew e Garth Fletcher (creare esemplari resistenti al freddo, visto che le acquacolture si stanno spostando sempre più a nord a causa del surriscaldamento e impoverimento nutrizionale dei mari) ha dato risultati inaspettati: salmoni lunghi il doppio degli altri, una risposta efficace allo spopolamento dei mari dovuto alla pesca indiscriminata che potrebbe portare, secondo la rivista Science, all’estinzione della specie entro il 2050. Entrambe sembrano ottime soluzioni, al pari dei burger vegetali di aziende come Impossible Foods e Beyond Meat, ma ognuna di queste alternative ha il suo rovescio della medaglia: il consumo dei salmoni geneticamente modificati di Aquabounty, il cui commercio è stato da anni ammesso dall’FDA anche se tramite restrizioni alla produzione che creano un notevole inquinamento, non si sa ancora quali effetti possa avere sugli esseri umani, a causa di studi incompleti e della presenza di ormone della crescita (qui potete trovare ulteriori informazioni aggiornate); i burger vegetali sono composti da farine vegetali dal sapore disgustoso che viene reso appetibile tramite dosi massicce di sale e zucchero, contengono leghemoglobina (una versione vegetale e geneticamente modificata dell’emoglobina, le cui potenzialità cancerogene sono tuttora oggetto di studio) e l’intera filiera di produzione, secondo alcuni ricercatori indipendenti come Marco Springmann della Oxford University, ha un impatto ambientale che sta “da qualche parte a metà strada tra un manzo e un pollo”; la Belgian Blue, forse la più sostenibile di queste nuove frontiere dell’alimentazione, costa molto in termini di mangimi, mantenimento, personale, condizioni di lavoro, veterinari, farmaci e così via.

Per tutti questi motivi enti come Fao, Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) e altri hanno indicato il consumo di verdure crude o cotte in maniera semplice come la soluzione principale, anche se nemmeno diventare tutti vegetariani salverà il pianeta: la terra coltivata è stata portata allo stremo e la resa del biologico è inferiore del 20-70% a seconda del prodotto rispetto a una coltivazione normale, per cui diventa impossibile alimentare tutti solo con le verdure. Gli stessi enti di cui sopra propongono allora altre alternative, e sono quelle che, oltre agli esempi critici sopra citati, Agnese Codignola esplora nel suo libro Il destino del cibo, il cui sottotitolo (Così mangeremo per salvare il mondo) è già una dichiarazione d’intenti: insetti e carne coltivata in primis, a cui la giornalista e dottoressa di ricerca in farmacologia aggiunge molti altri innovativi esperimenti che hanno luogo in giro per il globo, capaci di donare una speranza nel futuro alimentare che spero di non avervi già tolto con questo inizio traumatizzante.

Sembra carne e lo è

Mark Post e il suo burger da 250000 dollari

Cosa si intende per “carne coltivata”? Il concetto è sicuramente ostico ai più (io stesso non ne avevo sentito parlare prima di imbattermi in Codignola ad un talk), ma potete levarvi dalla testa OGM e affini: prodotti come il burger dell’immagine sono perfettamente naturali, frutto di processi chimici le cui radici affondano agli inizi del ‘900. È il 1912 quando Jean Effront crea la Viandine, carne artificiale realizzata attraverso i residui della lavorazione della birra, il cui gusto giudicato “discutibile” da un giornalista invitato alla presentazione ne decreta però la sparizione dal commercio in brevissimo tempo, ma il chimico lituano ha avuto il merito di aprire la strada agli imprenditori Willem van Eelen e Sergey Brin e ai ricercatori Jason Matheny e Mark Post, figure chiave nella costituzione del primo nucleo di studio nei Paesi Bassi, ovvero The Dutch Meat Project.

Codignola nel suo libro approfondisce le ricerche di Post e soci che hanno portato nel 2013, dopo anni di sperimentazione, alla presentazione negli studi televisivi di Riverside a Londra di un burger che l* due giornalist* invitat* all’assaggio commentano con un “sa di polpettone” e un “me lo sarei aspettato più morbido, ma si capisce che è vera carne”, ma anche per chi non è appassionato di chimica può risultare affascinante esplorare il mondo della carne coltivata. Dagli Stati Uniti, con start up come Memphis Meats e JUST, alla Modern Agriculture Foundation israeliana, che ha portato alla coltivazione in vitro del petto di pollo, passando per il Giappone dove, grazie a Yuki Hanyu e il suo Shojinmeat Project, la via dei nuovi metodi di alimentazione viene perseguita anche attraverso mezzi inconsueti: manga per avvicinare i più giovani, appelli per la ricerca universitaria e finanziamenti tramite un programma open volto a coinvolgere la popolazione più che i grandi investitori (Brin, finanziatore del Dutch Meat Project, è uno dei cofondatori di Google). E il pesce? C’è anche quello: crocchette di carpa (e l’obiettivo puntato verso il tonno) per la statunitense Finless Foods, gamberetti per la Shiok Meats di Singapore.

L’incredibile successo dei gamberetti, la cui produzione è passata dalle cinquecento tonnellate del 1988 ai 3,1 milioni del 2018, è stato sostenuto dal crollo dei prezzi in corso da un decennio, causato dalle condizioni di raccolta e lavorazione totalmente disumane che si sono andate affermando soprattutto in Thailandia e nei paesi dell’area. Ma poiché la verità è venuta a galla, letteralmente, grazie all’Associated Press, e da allora della produzione, lavorazione e commercio di gamberetti si stanno occupando l’Unione Europea e diversi organismi federali statunitensi e di altri paesi, è chiaro che bisogna cercare alternative, se si vuole mantenere in vita un mercato così ricco.

La commercializzazione di questi prodotti però deve attraversare svariati ostacoli, dal prezzo (anche se l’hamburger di Post, dal 2013 al 2018, è calato dai 250000 dollari iniziali a soli dieci) alle normative che ne stanno rallentando l’approvazione per il mercato, senza contare l’ostilità dei produttori di carne “tradizionale” che cercano di spingere per una denominazione del prodotto avversario con aggettivi come artificiale e sintetica, non riuscendo ad ottenere un “falsa” che avrebbe ottenuto la loro piena approvazione. Nell’attesa che l’impasse venga superata ci sono però molte altre alternative per l’alimentazione sul piatto.

Piantagioni abissali, agricoltura desertica e riduzione dello spreco

Il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini a Noli (SV)

Le ricerche e innovazioni messe in fila da Codignola nella sua indagine sono numerose e diversamente incredibili. Alcune passano per l’ovvia necessità di nutrirci di forme di vita diverse come meduse (già consumate in oriente, ma con metodi di lavorazione non molto chiari e sicuri) sotto forma di chips e soprattutto insetti, categoria che vede la Finlandia come paradiso europeo visto che già dal 1° gennaio 2018 i grilli sono allevabili, trasformabili e commerciabili in tutti i paesi dell’Unione (anche se solo in pochi paesi effettivamente commerciati), ma altre si pongono obiettivi decisamente più ambiziosi.

“Il mio basilico non è ancora rigoglioso come vorrei, lo utilizzerò per il pesto.” Così il capo giardiniere Blaise Jowett. Ma considerando che fuori si vedono solo cammelli e sabbia, e all’orizzonte monti aridissimi, probabilmente la sua insoddisfazione non è poi così motivata: il Sahara Forest Project non sta affatto deludendo, anzi, sta indicando una via che potrebbe fornire risorse idriche a tutta l’umanità, insieme a verdure fresche, coltivate con acqua salata proprio nel bel mezzo del deserto, dove si può attingere a piene mani all’energia data dal sole e dal vento, e dove i terreni a disposizione non mancano.

Dagli impianti di agricoltura desertica ai pomodori coltivati in Islanda dentro serre che sfruttano l’energia dei geyser per arrivare ai progetti dell’industria aerospaziale, impegnata in esperimenti che hanno portato alla crescita di diverse varietà di verdure e un tipo di fiore all’interno della Stazione spaziale internazionale, il mondo si sta interrogando sui modi migliori per ottenere cibo sano a basso impatto ambientale. Ne Il destino del cibo, a fianco delle caratteristiche tecniche descritte in maniera il più possibile semplice e accessibile, trovano spazio le storie spesso sensazionali degli innovatori: gente come Bren Smith, pescatore di frodo prima, allevatore di ostriche poi e infine inventore delle foreste verticali sottomarine di alghe e molluschi, scoperta tramite la quale si sistema, ripulisce i mari (ogni ostrica pulisce duecento millilitri al giorno di mare, favorendo la ripopolazione ittica delle coste) e, già che c’è, crea anche un sistema di produzione anticapitalistico.

La prima e più pressante ossessione di Smith è infatti, fin da subito, molto chiara: non riprodurre per nessun motivo un monopolio globalizzato né una variante dei sistemi ittici industriali. Per questo nel 2013 dà vita a una fondazione no profit e open, la Green Wave, che aborrisce i brevetti e il franchising, ma che fornisce tutta l’assistenza necessaria a chi vuole impiantare la sua fattoria sottomarina. Bastano una barca, trentamila dollari e circa otto ettari di mare da affittare; non occorre alcuna esperienza specifica (tra coloro che si sono lanciati sulla maricoltura, racconta, vi sono veterani dell’Iraq e agricoltori messicani, ex pescatori dell’Alaska, manager di città che hanno cambiato vita e moltissime donne, fatto di cui Bren è particolarmente orgoglioso) perché il sistema è semplicissimo e i rudimenti necessari per iniziare sono forniti dalla fondazione stessa. Gli aspiranti agricoltori marini possono acquistare a basso prezzo bivalvi e alghe cresciuti in vivai della fondazione, ed essere assistiti nell’affitto delle piccole zone marine necessarie (prezzo massimo pagato: cinquanta dollari per acro per anno) che oltretutto, grazie a questo sistema parcellizzato, non potranno mai essere privatizzate da nessuno.

Fra gli olandesi Peter e Minke van Wingerden che hanno creato una stalla galleggiante, l’imprenditore di Singapore Teo Hwa Kok, che dopo un passato recalcitrante nella produzione di pesticidi ha trovato la sua strada producendo attraverso l’idroponica verdure sui tetti della megalopoli, e il “freegano” Tristram Stuart, uno che a dieci anni chiedeva ai Mc Donald’s della sua zona di provenienza (Sevenoaks, nel Kent inglese) di eliminare il Cfc dalle confezioni e oggi è il principale attivista contro lo spreco alimentare (organizzatore fra le altre cose del progetto Feeding the 5000, tramite il quale ha dato un pasto gratuito a migliaia di persone in più di quaranta città del mondo, compresa Milano nel 2015, solo tramite il cibo salvato dai bidoni della spazzatura), c’è spazio anche per un po’ di Italia: le biosfere che producono lattuga, pomodori, fagioli, zucchine e svariati altri ortaggi e piante (fra cui l’immancabile basilico per il pesto) che compongono il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini, la serra galleggiante Medusa creata da Stefano Mancuso (che purtroppo, dopo l’ondata d’interesse successiva alla sua messa in acqua nella Darsena milanese durante Expo, è finita ormeggiata fra Pisa e Livorno in attesa di tempi migliori e di fondi) e i funghi coltivati partendo dai fondi di caffè tramite un circolo chiuso totalmente ecosostenibile dalla start up Funghi Espresso, fondata nel 2014 da Antonio Di Giovanni e Vincenzo Sangiovanni, tre esempi fra i tanti del modo in cui, fra varie difficoltà, anche nel nostro paese si cercano vie alternative all’alimentazione.

E ora che si fa?

E se un giorno tutto questo fosse solo un ricordo?

Ci ho messo qualche mese a parlare di questo libro. Ci ho messo così tanto perché mi sento un po’ un impostore: parlare di vie alternative sostenibili (per quanto futuribili) e ordinare sushi tramite Deliveroo sono comportamenti antitetici, soprattutto dopo aver letto le parole del già citato Bren Smith, che parla di “de-sushizzare” il mondo. Sto cercando di ridurre il mio consumo di carne e di alimentarmi in maniera più consapevole, e molto del mio cambio di mentalità lo devo a questo libro, ma la strada per la piena sostenibilità è ancora lunga e costellata di errori. Il consiglio che posso dare a chi volesse immergersi in questa consigliatissima lettura è di prenderlo come un ottimo vademecum, fonte di speranze, suggerimenti, domande (OGM sì oppure no? Difficile rispondere quando ti piazzano davanti il caso dell’Uganda, dove solo attraverso l’inserimento di un gene della pianta del pepe si è ottenuta la speranza di salvare la banana Cavendish, aggredita da un fungo chiamato TR4 che stava per mettere in ginocchio l’economia della nazione) e tante incredibili storie delle quali in questo articolo trovate solo un piccolo riassunto.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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