Racconto in musica 103: L’elenco dei rimpianti (A. A. Bondy – Oh the vampyre)

“Non essendo una forma di vita basata sul Carbonio-14 il rock non può essere morto, perché tecnicamente non è mai stato vivo”. Questa frase l’ho letta anni fa (e la riporto a memoria, perché figurati se Google mi aiuta a rintracciarla) e magari l’ha detta qualcuno di importante, ma io la ricordo collegata a una band di Birmingham (quella in Alabama) che per un breve periodo riuscì a ritagliarsi un posto al sole per poi scomparire velocemente dai radar: i Verbena. Me ne innamorai nel mio oscuro periodo post-grunge, pieno più di delusioni che di vere scoperte, grazie al successo che ottennero col secondo disco Into the pink sotto una major come la Capitol Records e con la produzione di un certo Dave Grohl: la band a quel punto aveva già cambiato tre nomi, alcuni componenti e persino il ruolo di alcuni componenti (Anne-Marie Griffin iniziò come chitarrista e passò al basso proprio nel secondo album, Les Nuby lasciò la chitarra a Griffin uscendo dalla band per poi rientrarvi come batterista), ma sembrava bella solida, energica e dotata anche di momenti malinconici più interessanti rispetto alla media… O forse ero io che avevo deciso che loro erano bravi e gli altri no. Durarono solo un altro disco, La musica negra, che mi deluse perché se n’era andata Griffin (le dedicarono comunque l’album, scopro solo oggi), in molti punti flirtava col pop e col folk e c’era addirittura un featuring con Ambrosia Parsley degli Shivaree, che mi sembrava una mossa commerciale fatta solo perché questi ultimi erano sulla cresta dell’onda: si sciolsero poco dopo, io mi recuperai le loro vecchie cose con la mia lentissima connessione dei primi anni duemila (grazie Soulseek!) e non ne seppi più niente per anni (fun fact: pare che i Verdena volessero chiamarsi Verbena, ma scoprirono che qualcuno gli aveva fregato il nome. A conti fatti non gli è andata così male).

Ma perché vi ho fatto tutto questo preambolo su una band sciolta e che, ve lo dico subito, non si è mai più riunita? Perché A. A. Bondy, l’ospite musicale di questa settimana, di quella formazione era cantante, chitarrista e principale songwriter.

Non so se fu una ricerca casuale o cos’altro a mettermi di nuovo sulle sue tracce, ma scoprii che Auguste Arthur “Scott” Bondy aveva continuato la sua carriera musicale solo nel 2007, a quattro anni di distanza dallo scioglimento dei Verbena e a due dal suo debutto solista con American hearts (Superphonic Records/ Fat Possum Records). Nel frattempo avevo dato qualche chance in più al folk di entrarmi nelle orecchie e così il suo secondo album When the devil’s loose, uscito come il resto della sua discografia per la Fat Possum, riuscì a farmi innamorare soprattutto perché è un capolavoro: minimale, intenso, testi ispiratissimi e la voce di Bondy che carezza l’ascoltatore, me lo ascoltai a ripetizione e penso lo recensii pure nella rubrichetta di recensioni brevi che al tempo monopolizzavo su Indie-Zone. Due anni dopo, forse perché a Bondy piace cambiare o forse perché gli piace spiazzarmi, la sua formula musicale muta ancora: ritmi di batteria più statici, qualche inserto elettronico, riverberi a pioggia e un risultato che strizza l’occhio all’alt-folk, questo è ciò che emerge nel 2011 con il terzo disco Believers, l’ultimo prima di una scomparsa dalle scene che dura per otto anni. Quando esce dal silenzio, Bondy lo fa con un disco che amplifica le suggestioni elettroniche del precedente, lanciandoci in un vortice di viscerale glacialità: Enderness, uscito nel 2019, è essenziale, freddo nei suoni quanto la realtà che vuole evocare, quella della vita ai margini degli Stati Uniti (come dice Gianfranco Marmoro nella sua bella recensione su Ondarock, dalla quale scopro anche che al povero Bondy è andata a fuoco la casa subito dopo le registrazioni del disco). Evidentemente schivo di natura, da allora è nuovamente scomparso dai radar (salvo intraprendere due tour europei nel 2019 che, come capita troppo spesso, non hanno toccato l’Italia), ma me lo aspetto riproporsi in una nuova veste all’improvviso e sono curioso di scoprire quale sarà (un album a cappella magari? Chi può dirlo).

Oh the vampyre è la quinta traccia di When the devil’s loose e parla, guarda un po’, di vampiri, ma lo fa attraverso alcuni flash della vita di un neo-vampirizzato che, un po’ come il Louis de Pointe du Lac interpretato da Brad Pitt in Intervista col vampiro quando scopre il cinema, sembra riflettere malinconicamente su ciò che ha perso più che su ciò che ha guadagnato, il tutto su un tappeto sonoro di rara dolcezza. Ho deciso di trarne un racconto in forma di elenco, punto per punto alcune delle cose che difficilmente ci mancherebbero se non fossimo costretti a vivere solo di notte nutrendoci di sangue: potete trovarlo al solito dopo lo splendido brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

L’elenco dei rimpianti

  • Il traffico della metropolitana all’ora di punta, la sensazione claustrofobica della pressione fra un mare di persone con cui condividere unicamente un pensiero: Ma tutta questa gente proprio adesso doveva salire?
  • Le scottature dopo il primo sole al mare, immancabili nonostante la protezione 50 applicata con cura, e il piacere di staccare la pelle abbrustolita a piccole strisce durante la doccia.
  • Le domeniche passate a ripetermi Adesso mi alzo per poi lamentarmi, una volta in piedi, di aver sprecato l’ennesimo fine settimana dormendo.
  • La tristezza dei tramonti in inverno, che arrivano sempre troppo presto.
  • Trovarmi di troppo a un picnic in cui sono l’unico single, lasciato da poco, mentre tutti dimenticano quanto possono far soffrire una lieve carezza o un bacio distratto.
  • La paura del buio.
  • La croce con cui mi hanno insegnato a barrare il rigonfiamento della pelle dopo una puntura di zanzara, e lo schiaffo che mi infliggo cercando di scacciarle nel dormiveglia.
  • Il timore dei pipistrelli, al passaggio sotto i lampioni del viale alberato vicino a casa, ridendone con gli amici ma proteggendo comunque i capelli fatti crescere con tanta dedizione.
  • Il risveglio in un bagno di sudore, in campeggio, quando scopro di aver piazzato la tenda dove il sole picchia già alle sette del mattino.
  • Le palpebre che calano durante il viaggio in macchina, a notte fonda, con la convinzione insopprimibile che anche questa volta ce la farò a non schiantarmi.
  • Il risveglio del lunedì mattina.
  • La fatica con cui, per il trentesimo compleanno, ho fatto l’alba con gli amici di una vita, senza che nessuno avesse il coraggio di dire Ma chi ce lo fa fare?
  • La paura di investire qualcuno al ritorno da lavoro, in primavera, col sole negli occhi e le persone pronte ad attraversare, come sempre, senza guardare.
  • La perdita di sensi alla vista del sangue, che non ho mai capito perché mi facesse tanta impressione.
  • Il continuo gorgogliare dei piccioni sul balcone di casa dei miei e mia mamma che con i soliti, inutili gesti, cerca di evitare che ci facciano i loro bisogni.
  • La fila di due ore, in pieno agosto, per la nuova attrazione in un parco divertimenti che si rivela, con somma delusione nostra e scherno di chi ci ha aspettato al bar, una nuova versione del solito cinema 4D.
  • L’ultimo bacio, la passione e l’urgenza nelle tue labbra prima del morso che mi ha reso ciò che sono: aspetto al buio il tuo ritorno, confondendo ogni notte il bisogno d’amore con la fame.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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