Cosa mangeremo in futuro? Il destino del cibo secondo Agnese Codignola

In Belgio esiste una mucca la cui carne è perfetta per le esigenze nutrizionali moderne, quasi priva di grassi e abbondante, visto che ogni animale pesa più di una tonnellata. Si chiama Belgian Blue, il suo latte ha un ottimo valore nutritivo e le bistecche ottenute dalle sue carni contengono una bassa percentuale di grassi e un maggior valore proteico rispetto a una mucca normale. Per arrivare a questo risultato si è dovuta sacrificare la qualità della vita dell’animale, visto che la sua muscolatura ipersviluppata rende difficoltose semplici operazioni come mangiare, respirare o anche solo stare in piedi, ma sono sacrifici necessari per ovviare al bisogno sempre più pressante di cibo per la quantità di esseri umani sul pianeta, ottenendolo inoltre impattando sul pianeta con un minor numero di capi di bestiame: insomma, una buona alternativa all’allevamento intensivo. Oppure no?

Quando una mucca Belgian Blue incontra un toro, il toro ha una crisi d’identità

Negli ultimi anni si sono succeduti svariati esperimenti per ridurre l’impatto ambientale della filiera del cibo, a fronte di un continuo aumento della popolazione terrestre, e per quanta impressione possa fare la Belgian Blue rappresenta l’alternativa naturale alla creazione di un animale da cui si possa ottenere la maggior quantità di carne possibile, essendo frutto di una selezione durata un centinaio di anni (nei capi scelti per le decine di cicli riproduttivi era assente un gene specifico, quello di una proteina chiamata miostatina, il cui compito è regolare in senso negativo l’accrescimento muscolare). Ben diverso il caso dei salmoni sterili “prodotti” dal 1992 dall’AquaBounty di Elliot Entis, la cui richiesta ai genetisti Choy-Leong Hew e Garth Fletcher (creare esemplari resistenti al freddo, visto che le acquacolture si stanno spostando sempre più a nord a causa del surriscaldamento e impoverimento nutrizionale dei mari) ha dato risultati inaspettati: salmoni lunghi il doppio degli altri, una risposta efficace allo spopolamento dei mari dovuto alla pesca indiscriminata che potrebbe portare, secondo la rivista Science, all’estinzione della specie entro il 2050. Entrambe sembrano ottime soluzioni, al pari dei burger vegetali di aziende come Impossible Foods e Beyond Meat, ma ognuna di queste alternative ha il suo rovescio della medaglia: il consumo dei salmoni geneticamente modificati di Aquabounty, il cui commercio è stato da anni ammesso dall’FDA anche se tramite restrizioni alla produzione che creano un notevole inquinamento, non si sa ancora quali effetti possa avere sugli esseri umani, a causa di studi incompleti e della presenza di ormone della crescita (qui potete trovare ulteriori informazioni aggiornate); i burger vegetali sono composti da farine vegetali dal sapore disgustoso che viene reso appetibile tramite dosi massicce di sale e zucchero, contengono leghemoglobina (una versione vegetale e geneticamente modificata dell’emoglobina, le cui potenzialità cancerogene sono tuttora oggetto di studio) e l’intera filiera di produzione, secondo alcuni ricercatori indipendenti come Marco Springmann della Oxford University, ha un impatto ambientale che sta “da qualche parte a metà strada tra un manzo e un pollo”; la Belgian Blue, forse la più sostenibile di queste nuove frontiere dell’alimentazione, costa molto in termini di mangimi, mantenimento, personale, condizioni di lavoro, veterinari, farmaci e così via.

Per tutti questi motivi enti come Fao, Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) e altri hanno indicato il consumo di verdure crude o cotte in maniera semplice come la soluzione principale, anche se nemmeno diventare tutti vegetariani salverà il pianeta: la terra coltivata è stata portata allo stremo e la resa del biologico è inferiore del 20-70% a seconda del prodotto rispetto a una coltivazione normale, per cui diventa impossibile alimentare tutti solo con le verdure. Gli stessi enti di cui sopra propongono allora altre alternative, e sono quelle che, oltre agli esempi critici sopra citati, Agnese Codignola esplora nel suo libro Il destino del cibo, il cui sottotitolo (Così mangeremo per salvare il mondo) è già una dichiarazione d’intenti: insetti e carne coltivata in primis, a cui la giornalista e dottoressa di ricerca in farmacologia aggiunge molti altri innovativi esperimenti che hanno luogo in giro per il globo, capaci di donare una speranza nel futuro alimentare che spero di non avervi già tolto con questo inizio traumatizzante.

Sembra carne e lo è

Mark Post e il suo burger da 250000 dollari

Cosa si intende per “carne coltivata”? Il concetto è sicuramente ostico ai più (io stesso non ne avevo sentito parlare prima di imbattermi in Codignola ad un talk), ma potete levarvi dalla testa OGM e affini: prodotti come il burger dell’immagine sono perfettamente naturali, frutto di processi chimici le cui radici affondano agli inizi del ‘900. È il 1912 quando Jean Effront crea la Viandine, carne artificiale realizzata attraverso i residui della lavorazione della birra, il cui gusto giudicato “discutibile” da un giornalista invitato alla presentazione ne decreta però la sparizione dal commercio in brevissimo tempo, ma il chimico lituano ha avuto il merito di aprire la strada agli imprenditori Willem van Eelen e Sergey Brin e ai ricercatori Jason Matheny e Mark Post, figure chiave nella costituzione del primo nucleo di studio nei Paesi Bassi, ovvero The Dutch Meat Project.

Codignola nel suo libro approfondisce le ricerche di Post e soci che hanno portato nel 2013, dopo anni di sperimentazione, alla presentazione negli studi televisivi di Riverside a Londra di un burger che l* due giornalist* invitat* all’assaggio commentano con un “sa di polpettone” e un “me lo sarei aspettato più morbido, ma si capisce che è vera carne”, ma anche per chi non è appassionato di chimica può risultare affascinante esplorare il mondo della carne coltivata. Dagli Stati Uniti, con start up come Memphis Meats e JUST, alla Modern Agriculture Foundation israeliana, che ha portato alla coltivazione in vitro del petto di pollo, passando per il Giappone dove, grazie a Yuki Hanyu e il suo Shojinmeat Project, la via dei nuovi metodi di alimentazione viene perseguita anche attraverso mezzi inconsueti: manga per avvicinare i più giovani, appelli per la ricerca universitaria e finanziamenti tramite un programma open volto a coinvolgere la popolazione più che i grandi investitori (Brin, finanziatore del Dutch Meat Project, è uno dei cofondatori di Google). E il pesce? C’è anche quello: crocchette di carpa (e l’obiettivo puntato verso il tonno) per la statunitense Finless Foods, gamberetti per la Shiok Meats di Singapore.

L’incredibile successo dei gamberetti, la cui produzione è passata dalle cinquecento tonnellate del 1988 ai 3,1 milioni del 2018, è stato sostenuto dal crollo dei prezzi in corso da un decennio, causato dalle condizioni di raccolta e lavorazione totalmente disumane che si sono andate affermando soprattutto in Thailandia e nei paesi dell’area. Ma poiché la verità è venuta a galla, letteralmente, grazie all’Associated Press, e da allora della produzione, lavorazione e commercio di gamberetti si stanno occupando l’Unione Europea e diversi organismi federali statunitensi e di altri paesi, è chiaro che bisogna cercare alternative, se si vuole mantenere in vita un mercato così ricco.

La commercializzazione di questi prodotti però deve attraversare svariati ostacoli, dal prezzo (anche se l’hamburger di Post, dal 2013 al 2018, è calato dai 250000 dollari iniziali a soli dieci) alle normative che ne stanno rallentando l’approvazione per il mercato, senza contare l’ostilità dei produttori di carne “tradizionale” che cercano di spingere per una denominazione del prodotto avversario con aggettivi come artificiale e sintetica, non riuscendo ad ottenere un “falsa” che avrebbe ottenuto la loro piena approvazione. Nell’attesa che l’impasse venga superata ci sono però molte altre alternative per l’alimentazione sul piatto.

Piantagioni abissali, agricoltura desertica e riduzione dello spreco

Il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini a Noli (SV)

Le ricerche e innovazioni messe in fila da Codignola nella sua indagine sono numerose e diversamente incredibili. Alcune passano per l’ovvia necessità di nutrirci di forme di vita diverse come meduse (già consumate in oriente, ma con metodi di lavorazione non molto chiari e sicuri) sotto forma di chips e soprattutto insetti, categoria che vede la Finlandia come paradiso europeo visto che già dal 1° gennaio 2018 i grilli sono allevabili, trasformabili e commerciabili in tutti i paesi dell’Unione (anche se solo in pochi paesi effettivamente commerciati), ma altre si pongono obiettivi decisamente più ambiziosi.

“Il mio basilico non è ancora rigoglioso come vorrei, lo utilizzerò per il pesto.” Così il capo giardiniere Blaise Jowett. Ma considerando che fuori si vedono solo cammelli e sabbia, e all’orizzonte monti aridissimi, probabilmente la sua insoddisfazione non è poi così motivata: il Sahara Forest Project non sta affatto deludendo, anzi, sta indicando una via che potrebbe fornire risorse idriche a tutta l’umanità, insieme a verdure fresche, coltivate con acqua salata proprio nel bel mezzo del deserto, dove si può attingere a piene mani all’energia data dal sole e dal vento, e dove i terreni a disposizione non mancano.

Dagli impianti di agricoltura desertica ai pomodori coltivati in Islanda dentro serre che sfruttano l’energia dei geyser per arrivare ai progetti dell’industria aerospaziale, impegnata in esperimenti che hanno portato alla crescita di diverse varietà di verdure e un tipo di fiore all’interno della Stazione spaziale internazionale, il mondo si sta interrogando sui modi migliori per ottenere cibo sano a basso impatto ambientale. Ne Il destino del cibo, a fianco delle caratteristiche tecniche descritte in maniera il più possibile semplice e accessibile, trovano spazio le storie spesso sensazionali degli innovatori: gente come Bren Smith, pescatore di frodo prima, allevatore di ostriche poi e infine inventore delle foreste verticali sottomarine di alghe e molluschi, scoperta tramite la quale si sistema, ripulisce i mari (ogni ostrica pulisce duecento millilitri al giorno di mare, favorendo la ripopolazione ittica delle coste) e, già che c’è, crea anche un sistema di produzione anticapitalistico.

La prima e più pressante ossessione di Smith è infatti, fin da subito, molto chiara: non riprodurre per nessun motivo un monopolio globalizzato né una variante dei sistemi ittici industriali. Per questo nel 2013 dà vita a una fondazione no profit e open, la Green Wave, che aborrisce i brevetti e il franchising, ma che fornisce tutta l’assistenza necessaria a chi vuole impiantare la sua fattoria sottomarina. Bastano una barca, trentamila dollari e circa otto ettari di mare da affittare; non occorre alcuna esperienza specifica (tra coloro che si sono lanciati sulla maricoltura, racconta, vi sono veterani dell’Iraq e agricoltori messicani, ex pescatori dell’Alaska, manager di città che hanno cambiato vita e moltissime donne, fatto di cui Bren è particolarmente orgoglioso) perché il sistema è semplicissimo e i rudimenti necessari per iniziare sono forniti dalla fondazione stessa. Gli aspiranti agricoltori marini possono acquistare a basso prezzo bivalvi e alghe cresciuti in vivai della fondazione, ed essere assistiti nell’affitto delle piccole zone marine necessarie (prezzo massimo pagato: cinquanta dollari per acro per anno) che oltretutto, grazie a questo sistema parcellizzato, non potranno mai essere privatizzate da nessuno.

Fra gli olandesi Peter e Minke van Wingerden che hanno creato una stalla galleggiante, l’imprenditore di Singapore Teo Hwa Kok, che dopo un passato recalcitrante nella produzione di pesticidi ha trovato la sua strada producendo attraverso l’idroponica verdure sui tetti della megalopoli, e il “freegano” Tristram Stuart, uno che a dieci anni chiedeva ai Mc Donald’s della sua zona di provenienza (Sevenoaks, nel Kent inglese) di eliminare il Cfc dalle confezioni e oggi è il principale attivista contro lo spreco alimentare (organizzatore fra le altre cose del progetto Feeding the 5000, tramite il quale ha dato un pasto gratuito a migliaia di persone in più di quaranta città del mondo, compresa Milano nel 2015, solo tramite il cibo salvato dai bidoni della spazzatura), c’è spazio anche per un po’ di Italia: le biosfere che producono lattuga, pomodori, fagioli, zucchine e svariati altri ortaggi e piante (fra cui l’immancabile basilico per il pesto) che compongono il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini, la serra galleggiante Medusa creata da Stefano Mancuso (che purtroppo, dopo l’ondata d’interesse successiva alla sua messa in acqua nella Darsena milanese durante Expo, è finita ormeggiata fra Pisa e Livorno in attesa di tempi migliori e di fondi) e i funghi coltivati partendo dai fondi di caffè tramite un circolo chiuso totalmente ecosostenibile dalla start up Funghi Espresso, fondata nel 2014 da Antonio Di Giovanni e Vincenzo Sangiovanni, tre esempi fra i tanti del modo in cui, fra varie difficoltà, anche nel nostro paese si cercano vie alternative all’alimentazione.

E ora che si fa?

E se un giorno tutto questo fosse solo un ricordo?

Ci ho messo qualche mese a parlare di questo libro. Ci ho messo così tanto perché mi sento un po’ un impostore: parlare di vie alternative sostenibili (per quanto futuribili) e ordinare sushi tramite Deliveroo sono comportamenti antitetici, soprattutto dopo aver letto le parole del già citato Bren Smith, che parla di “de-sushizzare” il mondo. Sto cercando di ridurre il mio consumo di carne e di alimentarmi in maniera più consapevole, e molto del mio cambio di mentalità lo devo a questo libro, ma la strada per la piena sostenibilità è ancora lunga e costellata di errori. Il consiglio che posso dare a chi volesse immergersi in questa consigliatissima lettura è di prenderlo come un ottimo vademecum, fonte di speranze, suggerimenti, domande (OGM sì oppure no? Difficile rispondere quando ti piazzano davanti il caso dell’Uganda, dove solo attraverso l’inserimento di un gene della pianta del pepe si è ottenuta la speranza di salvare la banana Cavendish, aggredita da un fungo chiamato TR4 che stava per mettere in ginocchio l’economia della nazione) e tante incredibili storie delle quali in questo articolo trovate solo un piccolo riassunto.

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Racconto in musica 117: Io non volevo nascere (Edda – Milano)

Quando ho aperto questo blog mi ero dato due regole fondamentali per quel che riguarda i racconti: la lunghezza di massimo tremila battute e la musica indipendente a fare da musa ispiratrice. Poi mi ero dato anche altre regole non scritte, alcune interne alla gestione (pubblicare un racconto a settimana, pubblicare un articolo a settimana, perché se non faccio le cose con una frequenza stabilita finisce che faccio tutto a cazzo: ultimamente per questioni di sopravvivenza mentale mi sono preso qualche licenza, le mie assenze prendetele come una ribellione alla società della performance introiettata o, semplicemente, prova del fatto che non tutte le settimane ho qualcosa di interessante da dire) e altre relative alla musica, tipo “mai fare doppioni” o “parlare di artist* ancora in attività”. Chiariamoci, la lunghezza massima è sempre stata rispettata, ma già sulla musica indipendente sono stato permissivo su quelli che considero “casi limite” (ad esempio Riccardo Sinigallia e i Verdena): potrei mai imporre delle regole che non sono esplicitate qui? Potevo dire di no ad Antonio Vangone quando mi ha proposto un racconto ispirato dai disciolti L’Orso? Potevo dire di no a Morgana Chittari, che oggi riporta Edda su queste pagine dopo che avevo parlato di lui al giro di boa dei 100 racconti? Certo che no, e quindi eccol* qua!

Passiamo a presentare Morgana innanzitutto, anche se c’è chi sostiene che non sia mai esistita e lei stessa, la cui memoria difetta, dubita spesso della propria carne. Classe 1986, il suo primo amore è il giornalismo, con collaborazioni con L’eco della Stampa e Stampo antimafioso, di cui è stata tra l* fondator*. La scrittura è però una passione a tutto tondo che la porta a scrivere sempre e ovunque, sui rotoli di carta igienica come sui palmi della mano degli sconosciuti, il che non le impedisce di utilizzare anche i normali fogli di carta e/o la tastiera del computer: se n’e ben accorta la casa editrice Lekton Edizioni, che nel 2021 ha pubblicato la sua racconta di racconti e poesie sperimentali Frantumi, nonché le numerose riviste online (Sulla quarta corda, Squadernauti, Grande Kalma e presto su Narrandom e Biró) e non (la rivista Turchese del Super Tramps Club), che hanno pubblicato suoi racconti e non solo (potete leggere ai link seguenti i suoi articoli per Suite Italiana e sul numero tredici di Risme). Ghostwriter e responsabile comunicazione per professione, le piace dare i numeri, mangiare frutta acerba, collezionare sassolini e altre cose inutili, tirare pugni al sacco, immaginare di aver fatto, i non detti, gli spazi bianchi tra le cose, le persone e le parole, mentre non le piace l’idea di sparire o morire, anche se è ciò che le riesce meglio. Sedotta dal dialogo fra discipline si è formata ed ha avuto esperienze nell’ambito della recitazione teatrale, studia le neuroscienze, pratica la boxe e la pittura e, se volete seguirla, potete farlo andando a curiosare sul suo blog Chimere.

Una delle ragioni che mi ha spinto a darle spazio, oltre alla sua capacità di fondere prosa e poesia all’interno del suo testo, è stata anche l’amore per la musica di Stefano Rampoldi, in arte Edda, che emerge dalla presentazione dell’artista milanese che lei stessa ha scritto, quindi non rubo altro spazio e lo lascio libero per le sue parole.

“Ex frontman dei Ritmo Tribale – il punk rock della scena underground milanese anni ’80-’90, centro sociale Leoncavallo & co, per intenderci – Stefano Rampoldi, in arte Edda (Milano, 1963) è un talento nello schianto e nella sparizione. Dalla fine degli anni ’90 si dedica all’eroina a tempo pieno. Per oltre dieci anni lui e la musica non si dicono nulla. La fede Hare Krishna non lo salva dalla droga. Sparisce. Sipario. Un fantasma. Non si trova. Qualcuno pensa sia morto.

Senza la sua voce i Ritmo Tribale durano appena un paio di album.

Torna tra i vivi, si disintossica e si mette a fare il muratore. La musica lo salva e puff, come per magia lo ritroviamo di nuovo sulla scena musicale alla tenera età di 46 anni. Chi lo ha visto dimenarsi sul palco con i Ritmo Tribale ricorderà i capelli lunghi nero corvino, la bocca spalancata in un grido, i movimenti convulsi e scomposti. Lo ritrova brizzolato, seduto alla scrivania della sua stanza-studio di registrazione, chitarra acustica tra le braccia: postura diversa ma stessa voce possente, delicata, acuta, storta, nasale. Inimitabile. Edda non si può rifare o scimmiottare. E non si deve. Si rischia di finire male. Lui ci è finito, per dire.

Una sera di ottobre, nel 2009, compare al cospetto di Daria Bignardi invitato alla trasmissione “L’Era glaciale”: ingrassato, ciuffi sparuti sulla testa, tuta e scarpe da tennis. Uno sfigato qualunque. La sua vera natura?

L’assenza gli fa ritrovare l’essenza poetica.

Dopo oltre dieci anni di sparizione dalla scena musicale cominciano a girare su YouTube estratti dal primo album solista “Semper Biot”. Eccolo, il ritorno in grande stile. Del passato resta la poesia cruda e crudele degli esordi, se possibile ancor più cinica.

In “Odio i vivi”, singolo del 2012, canta “Odio i vivi / ho i miei motivi ma li tengo per me” e “I miei amici hanno figli figli figli… io sempre fame.” Quello che il signor Rampoldi fa non è cantare ma dire certe cose, gridare disillusione, sussurrare disperazione per la vita, troppa vita, e per gli esseri umani. Sente tutto troppo forte, Edda. Deve fare un male cane sentire così. Come fa male ascoltarlo, e poi fa anche bene (o forse è solo un rifugio, una pia illusione).

A me ha fatto venire voglia di scrivere.

Ho trascorso un intero pomeriggio a scorrere tutti i titoli dei suoi album e dei suoi singoli. Così, per puro piacere. Vorrei elencarli tutti ma so che mi odiereste. A questo punto anche io vi odio perché non mi lasciate divertire. Però, sul serio, vi consiglio di dare un’occhiata.

Del 2014 è “Stavolta come mi ammazzerai?” (citazione dal film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), il terzo album solista dove canta/dice/grida “Tutte le volte che vedo mio padre esco di casa con la voglia di ammazzare”. All’intervistatore che gli chiede (che domande, diosanto) che rapporto ha con la famiglia, risponde: “Beh, sono stato una merda di figlio, per i miei sono stato motivo d’imbarazzo, mentre loro con me sono sempre stati bravi.” Ma non diamo la colpa all’intervistatore per certe domande, in fondo è quasi impossibile scindere la figura del cantautore da quella dell’essere umano difettoso.

Parlando del suo nuovo modo di fare musica (e forse cadendo nella trappola dei nostalgici paragoni col passato), qualcuno lo ha definito una ‘Raffaella Carrà’ e lui, replicando, dice: “la storia della Carrà è venuta fuori perché quando mandavo i brani a Luca, per fargli capire che tipo di arrangiamento volessi dare a un pezzo, gli dicevo: fammi una musica giocattolo, oppure un qualcosa alla Raffaella Carrà, però un po’ Strokes”.

Oggi Edda ascolta e segue la musica trap, crede ancora nella reincarnazione e sa che un giorno si reincarnerà giovane, forse pelato, ma sempre al passo coi tempi. I trapper? Li definisce “bravi ma un po’ paraculi”. Però, diamine, “Una forza che neanche i Sex Pistols”.

Di recente, sulla rivista “Sotto il vulcano” (Feltrinelli) ho letto un articolo dello scrittore Walter Siti che analizza riga per riga “Dubbi” di Marracash, al secolo Fabio Bartolo Rizzo: classe 1979, nato in Sicilia e vissuto nel quartiere Barona di Milano, da tutti chiamato “marocchino” per i lineamenti, uno dei più celebri rapper italiani, oltre che produttore. A proposito della canzone, Siti parla di ritmo come “istinto metrico”, trova e non trova una solida ragione per tutto ciò che Marracash ci infila dentro: rime interne, onomatopee semplici tanto da passare per ingenue, assonanze, anafore, paronomasie, sinonimie e giochi di parola, il tutto shakerato con precisione in un metro molto tradizionale, con qualche endecasillabo e ottonario del tutto casuale, inconsapevole. Il punto è che Marracash – prodotto simbolo dell’industria musicale contemporanea – non sbrodola, non sbraca, non sputa. Mi azzardo a definire “Dubbi” una canzone “pulita”, priva di smagliature e sporcature. Al polo opposto – di Marracash ma in fondo potrei dire di chiunque (prendo lui come esempio per via del genere musicale, e perché ho letto l’articolo di recente) troviamo un Edda impreciso, imprevedibile, impertinente, brutale, umano, dolce, spiacevole e fastidioso in quanto umano, seducente e kriminale (con la “k, come l’omonimo disco punk-grunge-rock del 1990). Edda si smonta e si riassembla, si sabota e si riassesta, e fa tutto da solo, decide lui quando e come. I testi delle sue canzoni li definisce “cagate psichedeliche”.

I temi? Sesso, droga, musica trap, spiritualità.

Del 2017 è “Graziosa utopia”, un disco provocatorio e disperatissimo che vede la partecipazione di Federico Dragogna dei Ministri e Giovanni Truppi, suoi ammiratori. Fru Fru” (Woodworm, 2019) è un pop ballabile che mi ha ricordato le atmosfere di “Ti voglio” di Ornella Vanoni (Io fuori, 1977) con quel “Tuuu, mi fai vooolaaaare” leggero, che si danzava a occhi chiusi, indossando pantaloni a zampa sotto le luci stroboscopiche, muovendo i piedi sulle mattonelle colorate e fingendosi timidi mentre ci si seduce.

Sulla copertina di “Fru Fru” domina uno sfondo arancione su cui si staglia un wafer piccolissimo con scritto sopra “Edda”: per dire quanto poco costui si prenda sul serio. Ma è solo una copertina, tutto ciò che resta in superficie, come quando Edda risponde autoironico alle domande degli intervistatori. La sua verità sta nelle canzoni, cioè nella finzione. Come persona si definisce “un biscotto abbastanza indigeribile” che però aspira alla leggerezza, al volo. Ma più che il volo – citando l’incipit del film di Kassovitz “La Haine” – Edda può vantare di aver sperimentato lo schianto. Il suono ce l’ha persino nel nome.

Ho googlato ciò che sto per dirvi solo per essere sicura di ricordare bene.

Esistono diverse teorie riguardanti l’origine della parola “Edda”, nome d’arte rubato alla madre dal Rampoldi (cognome che suona tanto come “rampollo di famiglia piccolo borghese”, che poi è esattamente il suo background familiare). “Edda” è la parola usata per definire due opere della mitologia norrena: The Poetic Edda e The Prose Edda. Pare che entrambe siano state scritte in Islanda intorno al XIII secolo. Si è parlato anche del “libro di Oddi”, centro educativo in Islanda frequentato da Snorri Sturluson: “Edda” è anche il titolo del trattato dello scrittore sulla poesia.

Due delle teorie più accreditate sono quindi che il termine derivi dal norreno óðr (poesia) o che sia una combinazione del latino “edo” (poesia) e dell’islandese “kredda” (superstizione).

Parlando con i classicisti (so che ci siete, siete ovunque, maledetti – mi ci metto pure io) vorrei ricordare che il verbo “ēdo” in latino (e come non pensare anche al greco ἀοιδός, derivato di ἀείδω «cantare») significa alcune cose che per amor di liste vertiginose elencherò tutte:
– emettere, far uscire, mandare fuori
– partorire, generare, dare alla luce
– fare, produrre, compiere, cagionare, causare
– divulgare, diffondere
– svelare, riferire, dichiarare, manifestare, rendere noto
– pubblicare degli scritti
– pronunciare un oracolo
– portare in alto, elevare, sollevare
– preparare, allestire giochi o spettacoli
– (passivo, di fiumi) sfociare, sboccare

Edda, che si prende per il culo ma scemo non è, sa tutte queste cose e le indossa con stile.

Maledetto, guarda cosa mi hai fatto vomitare.

Io, che pure sono divoratrice appassionata di musica random, scopro Edda solo nel 2022 ma non è colpa mia. È colpa sua che ogni tanto sparisce, e lui lo sa. Invece il merito è del mio compagno e di suo fratello, entrambi musicisti (chitarra/basso uno, polistrumentista l’altro). Oggi siamo ancora qui, suo malgrado, a scoprire questo essere umano, troppo umano per essere sopportabile, digeribile, conoscibile dai più. E che fa di tutto per non farsi notare.

A settembre di quest’anno è uscito “Illusion”, sesto album in studio: 11 inediti prodotti da Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Marlene Kuntz, Deproducers), grande estimatore del talento di Edda. Il titolo è un tributo a “Maya”, termine sanscrito per “illusione”: la superficie che ricopre e nasconde l’essenza delle cose. Maroccolo stesso, che di musica ne sa qualcosina, definisce il disco “pura magia. Umana, spirituale, musicale, artistica. È vero in ogni singola nota e parola. Trasuda purezza, quella un po’ ingenua che riconosci solo nei grandi Artisti e negli esseri umani Illuminati”.

Il talento visionario, l’ironia, la capacità di andare sempre a fondo, la bravura nel comporre e una voce davvero fuori dal comune rendono Edda una creatura bizzarra nel panorama musicale italiano attuale. Perciò ho creduto che valesse la pena spenderci più di due righe.

Il testo che leggerete è nato dopo aver ascoltato una sua intervista (consiglio l’esperienza di lettura: è spassosissimo quando risponde alle domande). Una frase, solo una – quattro parole – continuava a girarmi in testa come un’ossessione. L’ho fissata su carta solo per liberarmene e tornare alla mia vita gaia, e ovviamente ho fallito. Sono rimasta chiusa in bagno per tre ore ed è venuta fuori questa cosa strana. (La frase-ossessione è inchiodata alla prima riga). Non è un racconto, quindi forse non la leggerete perché non andrà bene per la linea editoriale. Non è nemmeno una canzone, quelle non ho idea di come si scrivano. Forse è solo un grido, uno sfocio, un uscio, uno sbocco o uno sbrocco, un buco, e se così fosse, me ne torno lì, nel mio angolino.

Anche se non credo in Krishna né mi sono mai fatta di eroina, come a Edda anche a me tutto sommato piace sparire.”

Morgana è talmente brava e appassionata che ha anche già presentato da sé il suo testo, che abbiamo di comune accordo associato a Milano, una delle prime canzoni dell’Edda solista e che ben riflette quell’equilibrio raro fra dolore e ironia che permea tutta la sua musica: potete leggerlo subito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Io non volevo nascere, di Morgana Chittari

io non volevo nascere

per la società un peso materiale

per la famiglia un problema morale

per me stessa un dubbio un buio il nodo da sciogliere

se domani provassi a reinserirmi

come soldatino o impiegato statale

mi sentirei morire.

e continuano a dirmi

fai l’insegnante

arruolati nella legione

cercati un posto fisso

pensa alla pensione

e penso che a chi lo dice di me fotte niente

vuole – per se stesso, vuole – che io mi rilassi

che io mi adatti,

che mi sistemi,

io

che non sia un problema

per nessuno – tranne che per me tranne che per me.

e penso ma se proprio devo morire

io muoio pure ma non della vostra gabbia

non delle vostre regole

scelgo io in questo corpo come si muore

ed è solo colpa mia se nella vostra gabbia

non so stare

è colpa mia se scarto sempre

non scatto sputo per terra e mi piscio addosso dal ridere come i bambini

barcollo

non cammino dritta

non mi adeguo non mi addolcisco con le promesse dei potenti

è colpa mia se casco sempre se casco sempre se casco sempre

sono io che dovrei cambiare

o sparire – preferisco sparire

schivare il colpo.

avete ragione, voi

voi, avete ragione.

il politicamente corretto

il bacio o lo schianto senza redenzione

il pianto rotto, una marlboro di troppo

una figlia di troppo

il cancro ai polmoni

una madre che non puoi salvare

(ho quasi finito, giuro)

di solito non grido, non disturbo,

volo basso e scrivo

ma oggi sono esausta

mi fanno male le ali

mi va di gridare e basta

come fosse l’ultima cosa che faccio

prima di morire

io non volevo nascere eppure.

e ora ve l’accollate questa persona,

mi dispiace – mi scuso

o mi lasciate in un angolo a morire

o mi fate parlare

E allora.

l’inps l’iva il rdc

non saper chiedere o compilare una scartoffia per ottenere o respingere qualcosa

l’inail l’imu la tari la tasi

il cappio al collo la carota e il bastone

il cig la naspi

in psicoterapia

sono le vostre sigle del cazzo che mi mandano in riabilitazione

siete voi

la mia depressione

letti rifatti bene che pare non ci abbia dormito nessuno

mi fate venire voglia di morire.

azzurro il cielo è troppo azzurro per noi

i denti da latte in frantumi ballano senza cadere,

bambini ubriachi, restiamo sospesi nel vuoto

la serenata di un senzatetto al balcone

la trap dei drogati alla barona

i bimbi spezzati a librino

non mi va di mentire siamo noi

la croce rotta

la bibbia rinnegata

– bisogno di fede e nessuna religione –

sentirsi ladri per il solo fatto

di amare tanto da essere disarmati

ho finito, giuro

ho quasi finito

Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado.”

Louis-Ferdinand Céline , Viaggio al termine della notte.

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Racconto in musica 116: Quando non c’è più posto al cimitero (Musicaperbambini – Morto vivo)

Parliamo un po’ di vita vissuta. Tipo: sto scrivendo questo articolo da una concessionaria, dove sverno in attesa che mi venga riconsegnata la macchina a seguito del secondo tagliando (670 euro, alla faccia!). Tipo: una quindicina d’anni fa, due mesi dopo aver affittato per la prima volta un appartamento, la vicina di casa ha chiamato i carabinieri perché facevo troppo casino (parlavo con un gruppetto di amici alle dieci di sera, alla faccia!). Sorvoliamo sulla prima e concentriamoci sulla seconda, perché nonostante questo inizio in salita io poi ho avuto pure la bella idea, qualche anno più tardi, di farci dei concerti in casa: acustici, roba che pure il mio gatto veniva a vederseli (gli applausi però lo facevano scappare), ma sempre col timore che qualche vicino (che non sempre avvertivo, mea culpa) potesse risentirsi. Ecco, quel timore ce l’ho avuto particolarmente quando il “palco”, invece che organizzarlo in maniera che le casse proiettassero il suono verso la strada, lo allestimmo con le casse che sparavano verso l’appartamento di fianco (in cui non abitava più la vicina denunciatrice), perché il concerto in questione prevedeva l’utilizzo di basi di brutto metal sparate a grande volume che mi hanno fatto temere una seconda visita dell’amministratore (chiamato sempre dalla vicina denunciante poco dopo la storia dei carabinieri: nonostante ciò andavamo d’accordo): invece è andato tutto liscio, abbiamo fatto il pienone di gente (trenta persone stipate nella mia sala, record) e io ho potuto bullarmi in giro di aver fatto suonare a casa mia (e aver ospitato sul divano) (ora la smetto con le parentesi, giuro) (no, mi sa che continuo) il piacentino Manuel Bongiorni, altrimenti conosciuto come Musicaperbambini.

Si era nel gennaio 2016 quando Manuel arrivò in casa mia con Napo degli Uochi Tochi ad occuparsi dei visual durante il concerto, e io lo seguivo già da poco meno di vent’anni. La storia di Musicaperbambini inizia infatti alla fine degli anni ’90, precisamente nel 1998 quando esce Nascondino coll’assassino, di cui io ho la fortuna di scoprire l’esistenza grazie alla benemerita radio varesotta Radio Lupo Solitario: brani come Il lanciatore di coltelli, La pianta di chiodi e Il bosco dei biscotti (quanto sangue sgorga dai biscotti!) mi si stampano in testa, friggendomi il cervello con quel mix mai sentito prima di campionamenti metal, attitudine punk e testi che sembrano storie scritte dai fratelli Grimm sotto acido. Quando nel 2002 esce Del superuovo (ovvero le prove dell’esistenza del cavaturaccioli) mi fiondo subito a comprarlo al banchetto dei P.A.Y. (vi ricordate di loro? Ve ne avevo parlato qui), perché il disco esce in coproduzione con la loro “etichetta di autoproduzione” Punkrockers (il che non so esattamente cosa voglia dire, ma w l’autoproduzione e i giovani in azione), e tanta altra inquietante meraviglia si spande nell’aere: Bongiorni riesce a far ridere e farti provare un brivido allo stesso tempo, pure a essere poetico con la conclusiva Bolla di brodo, in cui la rivoluzione di una bolla emarginata finisce con l’esplosione sua e di tutte le altre bolle che ha convinto a “lasciare il brodo così com’è”… E io mi commuovo ogni volta che sento la strofa finale: “volavano verso le stelle quelle bolle/ volevano veder le lune dalle spalle/ il cielo si riempì di mille e più bolle/ come fosse un mare, al punto di scoppiare”. In più ogni disco contiene un uovo personalizzato disegnato da lui (nel mio in realtà mancava, ma me ne ha disegnato uno dal vivo anni dopo).

Potrei parlarvi di ogni singolo album con dovizia di particolari? Potrei, la macchina me la consegnano solo fra un’ora/ un’ora e mezza, ma ci sono tante altre cose da dire per cui viaggiamo velocemente da M_sica (2005, Betulla Records, la cui cover diventa il logo ufficiale del progetto: un omino stilizzato con le cuffie e senza una gamba, appeso come nel classico gioco dell’impiccato) a Dio Contro Diavolo (ovvero La Girella del Guitto) (2008), il primo concept album in cui Dio e il Diavolo si contendono l’anima di un fanciulletto. È un disco molto importante perché è quello con cui MxB (per gli amici) entra a far parte del roster de La famosa etichetta Trovarobato, mentre a livello personale lo ricordo con affetto perché è durante il tour di presentazione che riesco finalmente a vedere dal vivo il suo folle circo: coadiuvato da Manzo e da Gigi Funcis degli Eterea Post Bong Band (collaboratori a vario titolo e in periodi diversi anche su disco), Bongiorni crea uno spettacolo diverso per ogni esibizione, una vera e propria opera teatrale in cui al processo al fanciulletto (posseduto alternativamente dai sette peccati capitali: ricordo in particolare la rabbia, in cui un Bongiorni trasfigurato chiede alla madre un abbonamento al Brescia con cui andare nel curva dell’Atalanta, così da potersi picchiare da solo) si alternano i brani, alcuni in acustico e altri con i campionamenti roboanti ad annichilire l’ascoltatore, sempre conditi da invenzioni su invenzioni (il bidone che si mangia una persona su Il canto del bidone!) che prevedono l’utilizzo di costumi, palloncini e chi più ne ha più ne metta.

Mentre si accumulano i dischi, che avendoci preso gusto sono quasi sempre dei concept (Dei nuovi animali del 2011, il cui tema è l’evoluzione umana e non, Capolavoro! del 2014, in cui il tema sono lavori folli come il Macellaio di cognati, L’accalappiatopi o L’idraulico aulico), Bongiorni dal vivo sperimenta formule sempre più folli e affascinanti: narrazione di favole (La bella addata! Maledetta da una strega cattiva che le ha aperto un account su MySpace!), cover alternative (Icona gay al posto di Enola gay, Con te borderò al posto di… Vabbè lo sapete), acustico ed elettrico che si mischiano e si adattano ai vari contesti. Nei suoi dischi appaiono collaborazioni importanti (Alessio Bertallot, del cui programma B-Side Bongiorni ha composto la sigla dell’edizione 2006/2007, La Pina, Caparezza, Giovanni Gulino dei Marta Sui Tubi, che lo coinvolsero nel fantastico esperimento del secret condominio: un intero edificio con tre piani pieni di artisti che si esibivano in acustico) che sfociano nel 2019 in un coinvolgimento a tutto tondo di Elio e Rocco Tanica per l’album Alla fiera della fine: oltre ad apparire in alcuni brani (Mario antiorario e Vivere nel tuo naso per il primo, Cartolino per il secondo) il disco viene prodotto insieme alla Trovarobato dalla Hakupan, etichetta fondata proprio dagli EeLST. Un suo concerto è stato fra gli ultimi che ho potuto apprezzare al compianto Ohibò di Milano, in attesa di un nuovo album lo potrete di sicuro trovare in giro (a settembre ha fatto due date delle sue Fiabe della buoncostume). Ah, ha pure fatto uscire un incredibile disco a nome Manuel Bongiorni nel 2005, Storie per un re, sponsorizzato dal Parco delle fiabe del Castello di Gropparello.

Morto vivo è una delle innumerevoli tracce di Dio Contro Diavolo, una canzone in cui un seccato Alessio Bertallot scrive ad un giornale per porre le sue rimostranze su, appunto, un morto vivo (del cimitero abitante abusivo): mentre levigavo bottoni per lavoro mi è venuta improvvisamente in testa (sarà stata anche la lettura di La carne di Cristò a influenzarmi?) l’idea di un futuro in cui la resurrezione è ormai un qualcosa di largamente accettato, ma il problema dei posti al cimitero comincia a farsi pressante. Come si risolve? Finisce per c’entrare anche la GENTRIFICAZIONE? Potrete scoprirlo più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Quando non c’è più posto al cimitero

Quello che li frega agli abusivi è la noia. La puzza e la noia, ma fosse solo per la prima gli basterebbe starsene rintanati nei loro loculi. Invece credono di poter andare e tornare come se niente fosse, e quando scoprono che non si può fare è già troppo tardi. A me spiace, ma le regole non le faccio io: qui ci stanno solo i morti.

Alle resurrezioni ci siamo abituati in fretta, son dell’idea che dopo un po’ ci si abitua a tutto. Però bisognava anche trovare spazio per i nuovi morti, e lo spazio non si libera mica se non puoi più mandare al macero quelli vecchi: chi glielo dice al dirigente d’azienda che la sua nonnina decrepita la dobbiamo far fuori un’altra volta? Speravamo in un boom di cremazioni, invece la gente a ‘sta storia della seconda opportunità ci si è affezionata, anche se andarsene in giro con la pelle cascante o gli occhi che rotolano fuori dalle orbite non ti fa fare proprio un gran figurone. Ma sempre meglio che esser morti.

Una volta era facile fare il custode del cimitero, mi dicono. Passavi la giornata seduto a salutare le signore che venivano a far visita ai parenti, a cambiare i fiori, avevi un bel da fare alle feste comandate ma perlopiù prendevi peso e dovevi trovarti un hobby per far passare il tempo. Adesso sembra di stare in aeroporto: perquisizioni, controlli a campione e ronde lungo il perimetro, ci mancano solo il metal detector e il filo spinato. Il fatto è che non tutti i morti sono stupidi, quelli che risorgono dopo poco sono più svegli e magari riescono a nascondere la putrefazione con l’aiuto dei parenti magnanimi, che di lasciarli lì tutto il giorno al buio con un libro o un tablet non hanno cuore. Ma prima o poi li sgamiamo tutti.

Fossero così magnanimi da portarseli a casa, invece no. È diventato un problema sociale quello delle resurrezioni, basta un morto in un condominio per sollevare un vespaio che levati, anche se c’hai una villetta indipendente ti guardano male perché rovini il buon nome del quartiere. Dicono che gli speculatori edilizi ci stanno marciando, fanno degli accordi con prestanome perché si piglino in casa un ex caro estinto non reclamato e quando i vicini se ne vanno, perché non ne possono più di quelle presenze inquietanti, loro passano a fare offerte al ribasso. Ci sono proteste dei proprietari e proteste dei parenti che li accusano di razzismo, la politica non prende una posizione e così, intanto, noi continuiamo a beccare gente che crea diversivi mentre il padre risorto si logora quel che rimane dei muscoli delle braccia per scavalcare il muro di cinta.

Io cerco di essere comprensivo, ma senza concedere nulla. Potrei esserci io al loro posto, un domani, di quegli sfortunati che non hanno agganci. Questo non è più lavoro facile, ma perlomeno ti dà delle opportunità: quell’angolo riparato sotto gli alberi ho tutto il tempo di arredarmelo come mi pare, e con un bell’impianto di aerazione e la fibra veloce sono sicuro che non avrò bisogno di nessuno per l’eternità.

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Musica con la C maiuscola alla Fiesta dei Leatherette

Per qualche anno ho fatto parte di una band post-grunge: eravamo quattro amici dello stesso paese, in tre eravamo nati negli anni settanta e, come precisamente espresso in Velleità de I Cani, facevamo musica datata. La maggior parte delle cose buone erano merito del chitarrista e cantante, uno che suonava fin da piccolo e aveva una conoscenza musicale che io, strimpellatore quasi autodidatta, potevo solo sognarmi, ma questa forbice di talento ci metteva su livelli diversi anche a livello ideologico. Una volta mi fece sentire un giro che voleva utilizzare in una nuova canzone, era carino (anche un po’ datato) ma perse fascino quando mi spiegò per filo e per segno come aveva incastrato le note per ottenere l’effetto più orecchiabile: lui pensava al valore commerciale della nostra musica, per quanto facessimo post grunge nel 2015, a me sarebbe bastato ficcarci dentro qualche suono strano.

Potrei sbagliarmi, ma ascoltando Fiesta io non riesco a immaginare nessuna testa che ragiona su come ottenere qualcosa che “funziona”. Nei dieci brani del disco d’esordio dei Leatherette (Michele Battaglioli voce e chitarra, Francesco Bonora batteria, Marco Jespersen basso, Jacopo Finelli sax e synth e Andrea Gerardi chitarra), uscito il 14 ottobre per Bronson Recordings, c’è urgenza espressiva e non calcolo, e questo nonostante la band metta in fila anche influenze che al momento sono di moda.

Serve qualche brano ai cinque bolognesi d’adozione per carburare, perché la partenza con Come clean sembra seguire mode tramontate tempo fa, una sorta di indie alla Strokes che si fa forte della voce sporca da attaccabrighe inglese di Michele, e anche So long si rivela fin troppo trattenuta. Il momento in cui si capisce che la band è una di quelle a cui piace sovvertire le aspettative arriva così al terzo brano, Dead well, e riesce in pieno nel suo intento: un cantato che sta fra il post-punk e un rap cantilenante, il basso distorto che con poche note crea un tappeto perfetto, un’atmosfera da bettola per alcolizzati che chitarra e sax colorano di pennellate lynchane. Come si definisce una canzone del genere? Non so trovarle una collocazione precisa nello scacchiere musicale, ma quello che è sicuro è che da qui in avanti i Leatherette dimostrano di avere una cosa non scontata per un gruppo che ha assunto la sua formazione definitiva nel 2019 e che si è attraversato la pandemia prima di registrare questo disco: il Carattere.

Chiamo Carattere quella libertà di spaziare di cui è intriso Fiesta, di passare all’interno di Thin ice dal ritmo catchy d’apertura allo sfogo distorto per poi concludere melliflui con il sax in primo piano e la malinconia che si fa strada. Ci vuole personalità per credere forte nel brevissimo delirio semicircolare di Play, uno sfogo noise con dello swing oscuro attorno, per lanciarsi nella progressione sempre più sfrenata di No way (una canzone che potrebbe non sfigurare in California dei Mr. Bungle), per intripparsi col jazz e rinchiudere l’ascoltatore nel locale fumoso evocato dalla title track. Avrebbero potuto accontentarsi della furia di Fly solo i Leatherette, la miglior resa sonora possibile della strofa “self care is boring/ self destruction’s fun” che Michele canta come se la sua vita dipendesse da quante corde vocali si distrugge urlandola, perché dietro ai rumorismi di sottofondo batte un cuore post punk che avrebbe potuto farne gli idoli nostrani del genere, invece loro hanno troppa foga e voglia di sperimentare per rinchiudersi in una bolla e ad un disco equilibrato e ammiccante hanno preferito questo: caotico, spiazzante, difettoso e terribilmente attraente.

Nel 2015 io e i miei amici eravamo fuori tempo massimo col nostro post grunge, ma il mondo della musica sa riciclarsi in maniere bizzarre e ora tocca al post punk rifarsi il look. Quel che posso augurarmi da questa nuova ondata è che sia composta da sempre più band come i Leatherette, perché l’innovazione sta nella capacità di virare anche quando sarebbe più logico andare dritti: fanculo all’autoconservazione e facciamo fiesta!

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Racconto in musica 115: Un organo occlusivo (Ufomammut – The overload)

Già in un’altra occasione ho parlato di Flux, un canale televisivo di sola musica che nei primi anni 2000, al contrario di Mtv, passava tutta roba strana, fuori dagli schemi, il tutto in una programmazione caotica che non dava punti di riferimento. Non ricordo se quello fosse il primo passo verso qualcosa di più concreto, quello che invece mi è rimasto impresso è stato il mio primo approccio con quel canale: un corto cinematografico con una musica ossessiva e inquietante ad accompagnarlo, l’evoluzione in diretta di una misteriosa creatura all’interno di una vasca che alla fine emerge, in un crescendo di synth e frequenze basse, in tutta la sua orrorifica magnificenza. Ovviamente avrete capito che la musica d’accompagnamento era degli ospiti musicali della settimana, ovvero gli Ufomammut.

Si possono condensare ventitré anni di storia in un solo articolo? Riassumere l’importanza della band di Tortona per la musica psichedelica lenta e massiccia? Probabilmente no, e forse non è neanche il modo migliore per parlare della creatura di Poia (chitarra ed effetti), Urlo (basso, voce, effetti e synth) e Vita (batteria), nata nel 1999 ed evolutasi tentacolarmente pescando influenze dal doom, dallo stoner, dal rock psichedelico in senso più ampio e da qualunque altra cosa che passasse loro per il cervello. Il loro primo album è del 2000, Godlike snake (Beard of stars records), una dimostrazione d’intenti di libertà creativa che si compone di riff mitraglianti, synth annichilenti e improvvisi spazi atmosferici in cui riprendersi dagli scossoni o perdersi definitivamente, e quella voglia di sperimentare non li ha abbandonati nel corso degli anni e dei dischi, ben sette fra il 2004 e il 2017. La loro storia non può però essere distaccata dalle altre creature che accompagnano e completano il progetto Ufomammut, ovvero il Malleus Rock Art Lab e l’etichetta Supernatural Cat: la prima, formata da Poia e Urlo insieme al visual artist Lu, da anni si occupa di creare le locandine più belle che potete vedere in circolazione (io ne ho in casa una di un concerto dei Mudhoney al compianto Rainbow di Milano) ovunque nel mondo e, lateralmente, dei visual che accompagnano le esibizioni live degli Ufomammut, la seconda è dal 2005 la casa in cui un sacco di sperimentazione sonora è stata possibile, dove sono stati partoriti i dischi di band come Morkobot e Lento e dove tuttora pubblicano gli OvO, uno dei gruppi più indecifrabili del panorama musicale italiano e che il mondo intero ci invidia.

Fra locandine, visual, riff, dischi prodotti, contratti importantissimi come quello con la Neurot Recordings (etichetta fondata dai membri dei Neurosis che dal 2012 pubblica sul mercato internazionale i loro dischi) gli Ufomammut vagano per l’aere musicale, spaziano dal concept album Eve (2010, cinque tracce che, come un unico fiume sonoro, veicolano la loro visione della prima donna della storia) al successivo Oro del 2012, suddiviso in due dischi (Oro: Opus Primum e Oro: Opus Alter) ma concepito come un’unica traccia riflettente la suggestione del processo alchemico… Quanto altro si potrebbe dire della loro musica? La cosa migliore che possiamo dire è che non ci ha abbandonati, nonostante avvisaglie preoccupanti all’inizio del 2020, poco dopo aver festeggiato i vent’anni di carriera con la raccolta XX: una pausa a tempo indefinito, una pandemia subito dopo, la fuoriuscita dal progetto del batterista Vita e poi, a far tirare un respiro di sollievo, la ripresa dell’attività. Rieccoli, nel 2022, con un album che forse non poteva che chiamarsi Fenice, con Levre dietro le pelli (già fonico, tecnico di palco e addetto al merchandise della band) e un tour europeo appena concluso alle spalle: quando torneranno sui palchi italiani non perdeteveli, ne uscirete storditi ma avendo visto qualcosa di cui ignoravate l’esistenza.

Ho titubato un sacco sulla canzone a cui ispirarmi: Deityrant mi tirava per la manica con la sua carica trascinante, Stigma flirtava con le mie orecchie con la sua lenta e ipnotica ascesa. Alla fine ho deciso di barare, traendo una storia dal brano The overload che non è parto solo del trio piemontese, bensì l’unione delle forze con i già citati Lento, compagni di etichetta e collaboratori di lungo corso (il chitarrista Lorenzo Stecconi ha prodotto alcuni dei loro dischi, oltre che per altre band nazionali e internazionali): il brano è tratto dal disco Supernaturals: Record One del 2007, in cui le due band mischiano le loro suggestioni musicali in un brodo primordiale che nella traccia in questione assume contorni da esperienza mistica, un qualcosa che ho cercato di ricreare ricordandomi anche di ciò che Aldous Huxley affermava ne Le porte della percezione, cioè che il cervello è un organo occlusivo. Potete leggere il delirio che ne è conseguito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Un organo occlusivo

La funzione del cervello e del sistema nervoso è di proteggerci conto il pericolo di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, cacciando via la maggior parte di ciò che altrimenti percepiremmo o ricorderemmo in ogni momento, e lasciando solo quella piccolissima e particolare selezione che ha probabilità di essere utile in pratica.

Charlie Dunbar Broad

La paura è una fase che diventa presto parte di un insieme. Mancano le parole per descrivere ciò che prova, illuminazione è quella che avrebbe usato ma esclude il buio, parzializza. La necessità di dare una spiegazione all’esperienza dura comunque solo pochi istanti, annichilita dal mare di informazioni che lo bombarda.

All’improvviso capisce le chiome degli alberi, assorbe il vento che le fa oscillare. Assapora il volo degli uccelli, striscia nei meandri del profumo di un bocciolo di rosa: conosce ogni sensazione in maniera assoluta e sinestetica, ciò che una volta gli appariva caos è ora partecipazione. Non esistono barriere, può ascoltare i meandri del piccante e toccare un pensiero con la punta delle dita.

Ne vuole ancora. Non potrebbe fermarsi, neanche volendo.

Nomi turbinano nella sua mente, si fissano per un poco e poi vengono sovrastati, si accumulano in pire fiammeggianti di immagini in movimento, cascate poderose di istanti unici e ripetibili. Tutto è suo e non può trattenere niente, una scintilla d’istinto possessivo adombra l’esperienza e gli ricorda per un momento che è parziale, un elemento scisso che cerca la completezza. Un elemento scisso che non sa gestire la completezza.

La pressione è un rumore che nasconde i dettagli. Nulla cambia davvero, ma ora non è più corrente ma ciò che ne è trascinato, tutto si sussegue a un ritmo troppo veloce, vorticoso. Si è davvero immensità quando ci si accorge di non saperla reggere? Non ha occhi da chiudere, orecchie da serrare, mani da ritrarre; tutti gli odori lo assalgono al punto che vorrebbe urlare, in una qualsiasi delle lingue che gli affollano la mente, ma nella confusione non sa trovare la sua bocca. Nel mare in cui si perde dimentica la parola io, diventa un contenitore vuoto con un difetto congenito: avere un limite.

L’uomo seduto davanti alla scrivania ha la palpebre socchiuse, al loro interno i bulbi oculari roteano freneticamente in ogni direzione. Dalla bocca cola un filo di bava, si mischia al sangue che esce copioso dal naso. Sulla testa ha una rete di cavi che formano una specie di casco, sono applicati tramite elettrodi lungo tutta la circonferenza del suo cranio.

Una donna lo osserva attentamente, appoggiata alla scrivania. Di fianco a lei uno schermo è invaso da una pioggia frenetica di lettere e numeri. Avvicina il volto a quello dell’uomo seduto, annusa i suoi capelli. Si ritrae con una smorfia di disgusto.

Con un tocco sullo schermo la donna interrompe il flusso. Distacca lentamente gli elettrodi, ripone i cavi in una valigetta. Tira fuori dalla tasca un cellulare, immortala l’uomo i cui bulbi oculari continuano a roteare. Invia la foto, ripone il cellulare, prende la valigetta e si avvicina alla porta. Osserva dallo spioncino il corridoio all’esterno

Prima di uscire dalla stanza d’albergo, applica sulla maniglia il cartello Non disturbare.

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Tecnologia e sentimento: i mondi assurdamente delicati di Mary South in Mi ricorderò di te

Una coppia si scontra sul modo giusto per crescere il clone della propria figlia; un ragazzo fugge da un campo di riabilitazione per cyberbulli e troll; una donna si prende cura di un Keith, replicante prodotto in serie destinato a donare i propri organi. Nelle mani di un Charlie Brooker, il celebre autore di Black Mirror, questi spunti narrativi sfocerebbero in parabole su quanto distorto può diventare il nostro rapporto con la tecnologia, ma non è questo che interessa a Mary South: in Mi ricorderò di te, la sua prima raccolta di racconti pubblicata da Pidgin, l’autrice utilizza questi originali escamotage per parlare di affetti e relazioni, il tutto con invidiabile equilibrio fra partecipazione emotiva e sagace ironia.

Forse il problema era che oggigiorno il mondo era troppo pieno di persone dimenticate da Dio. Quando vivevamo in una società di tribù nomadi come quelle delle pitture rupestri in Laos, tutti conoscevano tutti per nome. Ciò significava che se eri malato o se quel mese avevi bisogno di carne di cinghiale in più, i membri della tua tribù intervenivano per dare una mano a un amico, ma se eri una testa di cazzo, suonavano un gong e ti accerchiavano e ti lapidavano a morte. Era qualcosa di intimo. Non potevano arrivare pezzi di merda aziendali con disinvoltura, estorcerti focolare e capanna, per poi non doverti neanche guardare negli occhi.

Campeggio Giabervocco per la riabilitazione di troll di internet

I nuclei affettivi esplorati da South nei dieci racconti della raccolta sono evoluzioni a dir poco bizzarre della famiglia tradizionale. Si passa dal curioso triangolo di Architettura per mostri, dove la figlia dell’architetta Helen Dannenforth, specializzata in edifici che ricordano organi, viene contesa dalla sorella internata in manicomio, al gruppo di uomini sull’orlo di una crisi di nervi (e anche oltre) che in L’ostello promesso pende dalle mammelle piene di latte della giovane Maddy, passando per gli ospiti di una casa di riposo che hanno come passatempo le hot-line telefoniche (L’età dell’amore), una donna senza nome che segue ossessivamente sui social network l’uomo che l’ha stuprata (Mi ricorderò di te) e la madre che fa ripercorrere al clone della propria figlia le stesse tappe, nel tentativo di renderla in tutto e per tutto uguale all’originale (Non è Setsuko). In contesti così deliranti sarebbe facile per l’autrice mettere semplicemente alla berlina i propri personaggi, contestualizzandoli come rotelle impazzita di una società sull’orlo del baratro, ma South fa un passo in più e quei rapporti così complicati li approfondisce, li scandaglia, fino a far brillare la scintilla d’umanità che risiede in ognuno di loro.

Alla fine, la tempesta ha risparmiato l’appartamento dello Scommettitore Riluttante, ma il resto dell’isolato era un quadro inquietante. Sono rimasto in silenzio e non ho ripetuto quanto fossimo fortunati a non aver avuto bambini, quanto il mondo stesse peggiorando, le inondazioni più calde, le estati più alte. Mia moglie era stata una persona allegra finché non si è confrontata con la sofferenza di un desiderio vulnerabile e devastante, momento in cui è diventata allegra oltre ogni consolazione. Probabilmente riproporrebbe il lamento di Lewes Lavater, del 1572, in De spectris, lemuribus et magnis atque insolitis fragoribus: “Il mondo peggiora sempre più. Gli uomini ora sono più impudenti, e più perfidi, di quanto non siano mai stati nei tempi passati, e i loro spettri non sono da meno”.

L’agente immobiliare dei dannati

Riuscire a far sorridere il lettore di fronte alle sofferenze di una dottoressa di chirurgia cerebrale alcolizzata e da poco vedova è già di per sé una cosa difficile, ma riuscire a ottenere questo risultato con una struttura originale come l’elenco di Domande frequenti sulla tua craniotomia, sempre meno professionale col proseguire delle pagine, lo è ancora di più. Un’altra abilità di South è infatti quella di saper sperimentare, alternando ad esempio il punto di vista fra i soccorritori improvvisati di un troll fuggitivo (Campeggio Giabervocco per la riabilitazione di troll di internet) o facendosi moltitudine, dando voce all’intera comunità di fan ossessionati dalla serie Starship Uprising e dalla sua protagonista Diana Gorun, oscillanti fra l’empatia per le tragedie personali dell’attrice che la interpreta e il più becero bodyshaming perpetrato di fronte ai suoi malriusciti interventi di chirurgia estetica. Originali sono anche i contesti in cui si muovono i personaggi, dal mondo dell’architettura “ferocemente carnale, se non apertamente assetata di sangue” di Helen Dannenforth alla stanza “senza finestre né sistema di ventilazione” in cui una donna senza nome, protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, si occupa della moderazione di contenuti per il motore di ricerca più famoso al mondo: entrambi i racconti non sono esenti da difetti (il primo ha un andamento un po’ confusionario, il secondo edulcora un contesto lavorativo ben peggiore pur non facendone il focus principale), ma basta poco per esserne comunque rapiti.

In ansia da quando ha premuto “Invia”, la donna fissa i suoi messaggi in attesa che accada qualcosa mentre prova a determinare cosa sperasse di ottenere con quel falso profilo e quella strategia di corrispondenza. Voleva un’ammissione da parte dello stupratore di essere uno stupratore? Una scusa? Una dichiarazione d’amore? Che lui si ammazzasse? Quel che ottiene è nulla. Lo stupratore le fa ghosting. Il suo bisogno di una risposta, anche una orribile, diventa più e non meno urgente. Segue lo stupratore online e nella vita vera con persistenza ancora maggiore.

Mi ricorderò di te

Viene difficile pensare a un libro d’esordio leggendo i dieci racconti di Mi ricorderò di te, perché la sensibilità e l’umorismo di cui è intrisa la raccolta sono elementi la cui amalgama perfetta riesce difficile anche a scrittori navigati (anche se qualcuno ci è riuscito). South riesce a dosarli a dovere affrontando la strada più tortuosa, buttandosi a capofitto in storie che parlano di stupri, rapporti semi-incestuosi e lutti vari, usando il contesto tecnologico come semplice meccanismo d’innesco per parlare di un tema che più universale non si può: quanto sa essere tremenda e bella la vita. Complimenti a lei e a Pidgin, che dimostra ancora una volta di saper scovare sia in Italia che in giro per il mondo grandissimi talenti.

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Racconto in musica 114: La sfida (Godspeed You! Black Emperor – Job’s lament)

Questa è stata una settimana piuttosto proficua a livello di concerti. Ieri sera mi sono visto per l’ennesima volta Nick Oliveri dal vivo al Tambourine di Seregno, versione in solitaria con una chitarra acustica in spalla e la stessa energia nella voce e nelle mani che se avesse imbracciato un basso elettrico e stesse facendo stoner (leggasi “la dinamica non è la mia priorità”: Six shooter l’ha fatta senza chitarra, solo urlando nel microfono). Se già rivedere l’ex bassista di Kyuss e Queens Of The Stone Age (fra gli altri) è stato bello, ancora più emozionante è stato vedere per la prima volta una band che ho seguito in maniera discontinua negli anni, ma la cui capacità di portare altrove con la testa è unica: in un Alcatraz di Milano che si è pian piano gremito (e che avrebbe dovuto sollevarsi e fare la rivoluzione di fronte a una Slalom da 0,4 a 8 EURO: ho capito che c’è la crisi energetica, ma qui mi state prendendo per il culo. E scemo io che glieli ho dati!), subito dopo l’opening act di un inclassificabile chitarrista sperimentale che di nome fa Tashi Dorji (andate ad ascoltarvi qualcosa qui e preparatevi ad assumere un’espressione fra lo stupito e il perplesso) sono saliti sul palco le leggende del post-rock conosciute come Godspeed You! Black Emperor.

Ci sono poche cose che si possono dire dei GY!BE, una cosa strana se si pensa alla loro ultratrentennale carriera. Formatasi nel 1994 a Montreal attorno a un nucleo che comprendeva i chitarristi Efrim Menuck e Mike Moya e il bassista Mauro Pezzente, la band prende il nome da un documentario giapponese in bianco e nero degli anni 70 su una gang di bikers (i Black Emperors) intitolato, guarda un po’, God Speed You! Black Emperor, e pare che i tre si mettano insieme inizialmente perché c’era bisogno di un gruppo di supporto per un’altra band. Da lì in avanti la loro attività non si interrompe più e anzi cresce esponenzialmente, fagocita musicisti (pare che per suonare con loro bastasse essere una bella persona e aver voglia di sperimentare) fino ad arrivare a una quindicina di membri prima dell’uscita di F # A # ∞, il primo disco ufficiale che segna nel 1997 anche l’inizio della loro collaborazione con la Constellation Records: dopo questo traguardo la formazione ufficiale si stabilizza attorno ai tre membri fondatori e a David Bryant (chitarra), Thierry Amar (bassista e contrabbassista), Aidan Girt (batteria), Bruce Cawdron (batteria) Sophie Trudeau (violino) e Norsola Johnson (violoncello), rimanendo pressoché invariata nel corso degli anni. Pubblicano un Ep due anni più tardi, Slow riot for new zero Kanada, e altri due dischi nei primi anni 2000 (periodo nel quale Moya sarà sostituito dal chitarrista dei Fly Pan Am, Roger Tellier-Craig) , Lift your skinny fists like antennas to heaven (2000) e Yanqui U.X.O., mostrando al mondo la loro ricetta musicale che prevede brani strumentali mediamente lunghi (dai cinque ai venti minuti), unione di momenti ambient con cavalcate improvvise e rumorismi noise, una capacità incredibile di creare atmosfera e, solo apparentemente a margine di tutto questo, una fortissima connotazione politica.

Si sa poco dei GY!BE perché hanno rilasciato rare interviste, ma ogni loro parola pronunciata o carpita dai frammenti audio nei loro brani dimostra la forte criticità nei confronti della società capitalista, della guerra, dell’oppressione israeliana verso la comunità palestinese e verso molte altre problematiche: nel booklet di Yanqui U.X.O., ad esempio, appaiono scritte che descrivono il brano 09-15-00 come “Ariel Sharon surrounded by 1000 Israeli soldiers marching on al-Haram Ash-Sharif & provoking another intifada” (il 15 settembre 2000 Sharon provocò lo scoppio della rivolta palestinese andando al Monte del Tempio con una delegazione enorme di poliziotti in tuta antisommossa), e di concerto con l’etichetta pubblicano una lista di major discografiche i cui affari sono legati a stretto giro con l’industria bellica militare, esplicitando anche il loro disprezzo verso l’industria musicale (motivo per il quale, ma non ne sono certo, una loro canzone utilizzata nella colonna sonora di 28 giorni dopo non appare nel disco della soundtrack a causa della negazione dei diritti di utilizzo). Durante un tour del 2003 vennero fermati dalla polizia su una segnalazione di sospetto terrorismo (nella perquisizione l’FBI, coinvolta nell’operazione, trovò nel loro furgone vario materiale antigovernativo), e una volta rilasciati per insufficienza di prove denunciarono l’abuso al loro successivo concerto in Missouri sottolineando il loro veloce rilascio in quanto “bravi ragazzi canadesi bianchi”. Anche la loro pausa dall’attività fra il 2004 e il 2010, ufficialmente a causa degli impegni con altri progetti (quasi tutt* hanno altre, fra cui la mitica Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band che ne riunisce gran parte e di cui magari un giorno parlerò più approfonditamente), è stata legata alla guerra in Iraq: che sia vero o meno nel 2010 i GY!BE tornano in tour, riaccolgono Moya, perdono Johnson e Cawdron (sostituito quest’ultimo da Tim Herzog) e rispondono a tutte le voci di scioglimento con la loro attività live e con lo splendido disco ‘Alleluja! Don’t bend! Ascend! (2012), che è stato il mio personale battesimo del fuoco e mi fa piangere ogni volta che ascolto la prima traccia, Mladic, venti minuti di pura emozione e capacità orchestrale. Per questo disco vincono il Polaris Music Prize (il premio canadese al miglior disco dell’anno) e loro, con invidiabile coerenza, criticano la dispendiosità della cerimonia di premiazione in un momento di forte crisi globale: come si fa a non amarli?

Dopo la reunion entrano a far parte della squadra stabilmente, seppur in tempi diversi, anche Karl Lemieux e Philippe Leonard, che si occuperanno di lì in avanti delle proiezioni durante i live, considerate dalla band una componente fondamentale per far arrivare il proprio messaggio. Ad oggi i GY!BE hanno pubblicato altri tre dischi, Asunder, sweet and other distress (2015), Luciferian towers (2017) e G_d’s pee at state’s end! (2021), continuando a esplorare a tutto campo le possibilità della musica e creando emozioni.

Forse questa cosa l’ho già esplicitata, ma io sono un grande fan di South Park. Lo sono al punto che varie persone che conosco, compresa la mia fidanzata, mi hanno intimato di non nominarlo più di una volta al giorno, perché trovo sempre un collegamento fra qualcosa che è successo o è stato detto con una puntata dello show di Matt Stone e Trey Parker, e oggi userò proprio un episodio della serie per introdurre il racconto ovvero quello intitolato Cartmanland. Senza farla troppo lunga, il laido e disprezzabile Cartman si ritrova a possedere un parco giochi privato mentre Kyle, umile e sempre dalla parte dei più deboli, si ritrova con le emorroidi e perde per questo la fede: un rabbino, nel tentativo di fargliela recuperare, gli racconta la parabola di Giobbe e delle sofferenze che Satana, in accordo con Dio, gli scaglia addosso per provarne la fede, al che Kyle invece di tornare a credere si convince ancora di più che Dio non esiste o, se esiste, è ingiusto. Ho pensato a questo ascoltando Job’s lament, la seconda traccia di G_d’s pee at state’s end!, e alla situazione di stress che provano innumerevoli lavoratori a causa di contratti indecenti, condizioni disumane e rapporti di potere distorti: il racconto è un piccolo campionario di frasi sentite realmente, pronunciate anche da me o da chi mi sta attorno (e qualcosa ispirato dal formidabile libro Tecnoluddismo di Gavin Mueller, edito da Nero Editions), e non può riuscire ad abbracciare tutta la realtà di un mondo che sta vedendo i propri diritti erosi ma ci prova con onestà e una certa ingenuità, al grido di “si lavora per vivere e non si vive per lavorare”. Potete trovarlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La sfida

Tanti piccoli Giobbe

«Minchia, io ho ancora sonno»

«Quasi quasi oggi non vado. Piglio e vado al mare, vaffanculo»

Tanti piccoli Giobbe, in cammino

«Ma ce la fa a guidare la gente porca troia? Ma ce la fanno?»

«Quanto mi stanno sul cazzo quelli che cercano di salire senza prima farti scendere, non ti dico»

Tanti piccoli Giobbe, messi alla prova

«Ti è mai capitato di avere l’ansia di dover arrivare in tempo da qualche parte, e allo stesso tempo di sperare di non riuscire ad arrivarci? A me tutti i giorni»

«Io qua ci volevo venire a vivere, ora a furia di code sta città di merda se la bruciassero mi farebbero solo un favore»

Tanti piccoli Giobbe, puniti dall’alto per gioco

«Piacerebbe anche a me mandarli affanculo, ma se non mi rinnovano il contratto? Tocca star zitto ancora un mesetto, poi dopo… Vediamo»

«Sì ma se non arrivo in tempo li scalano a me i soldi! Non è mica come dirla quando ci sei dentro»

Tanti piccoli Giobbe, separati gli uni dagli altri

«Eh la protesta, puoi permetterti te di star fuori che non hai il mutuo da pagare»

«Perché devo fare io il part-time? Fatelo fare a quella là che non ha nessuno da mantenere a casa»

Tanti piccoli Giobbe, troppo attaccati alla loro pena

«Per te è facile dirlo, ma io poi di cosa campo? Lo stipendio mi serve»

«E se poi vien fuori che non sono capace? Se mollo la sicurezza e poi mi ritrovo col culo per terra?»

Tanti piccoli Giobbe, sul punto di cedere

«Ti giuro che io a entrare qui c’ho il vomito. Davvero, sto male»

«Vedrai che un giorno mi licenzio. Mi prendo un rudere da qualche parte e vado a coltivare la terra, altro che fare le nove di sera per una cazzo di campagna»

Tanti piccoli Giobbe, la cui fede vacilla

«Chiediti almeno perché lo fai. Mica te l’ha prescritto il dottore che devi correre ogni volta che te lo dicono»

«Poi tanto il merito se lo prende sempre qualcun altro. Anzi, se parli ti guardano pure male!»

Tanti piccoli Giobbe, che iniziano a parlarsi

«Pensa alle casse automatiche. Le mettono per farti un favore? No, le mettono per farti fare il loro lavoro, e mettono meno gente alle casse normali per costringerti a usarle e risparmiare. E chi è che ci guadagna?»

«Devi capire che è un cazzo di sistema, più corri e più ti fanno correre. Qui stiamo tornando ai tempi del cottimo»

Tanti piccoli Giobbe, che cominciano a reagire

«Finché non mi mettono le sicurezze io su sta macchina non ci lavoro più. Mi costringono? La spacco. Come fanno a dire che sono stato io? Son cose che capitano, che sfortuna!»

«Da adesso gli straordinari glieli metto giù tutti. Vogliono farmi fare le nove di sera? Che paghino, mica sono io che vado in giro col macchinone. E se non pagano alle sette stacco, si lavora per vivere mica si vive per lavorare»

Tanti piccoli Giobbe in marcia verso l’orizzonte, verso un mondo migliore. La strada è lunga e ripida, piena di ostacoli, non se ne vede la fine. Continuano a camminare

«Ne vale la pena? Io dico di sì»

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Gli zombi sono morti, evviva gli zombi! Qualche esempio letterario di come i non morti si possono rifare il look

Ne avevo già il sentore e a certificarlo è arrivato il critico cinematografico Gabriele Ferrari (conosciuto anche come Stanlio Kubrick de I 400 calci) durante FeST, il Festival delle serie tv che si è svolto nell’ultimo weekend di settembre alla Triennale di Milano: i morti viventi al cinema arrancano, non riescono a dire più niente di nuovo, e pure nella serialità le cose non vanno benissimo. Impantanati in metafore che rimangono sempre le solite dai tempi di Romero, coinvolti come sparring partner in narrazioni episodiche che assumono sempre più i toni della soap opera (qualcuno ha detto The walking dead?), nemmeno aver acquisito la capacità di correre li ha aiutati ad evitare di essere snobbati dal grande pubblico. Qualche sparuto segno di originalità sopravvive, fra un Maggie che vede Arnold Schwarzenegger prendersi cura della figlia infetta e il clamoroso delirio nipponico One cut of the dead (in Italia arrivati rispettivamente come Contagious – Epidemia mortale e Zombie contro zombie), in Asia sembra si stia formando una “novelle vague” a tema mangiacervelli, ma a conti fatti il piatto per il momento piange.

One cut of the dead, quando gli zombi incontrano Boris

E se il cinema, terreno d’elezione di ogni apocalisse zombie che si rispetti, prendesse ispirazione dalla letteratura? Vari autori si sono cimentati con la minaccia dei morti viventi, riuscendo spesso a rinnovare l’immaginario che ruota attorno al loro eterno peregrinare alla ricerca di carne umana. Ci credereste che fra di loro c’è addirittura un due volte premio Pulitzer?

Ma andiamo con ordine e partiamo con un libro che ha avuto l’onere di essere già stato portato sul grande schermo, e se vi è capitato di vedere World War Z capirete perché parlo di onere e non di onore: vi presento

World War Z – La guerra mondiale degli Zombi (Max Brooks)

La copertina italiana non l’ho trovata, scusate ma è l’una e mezza di notte e comincio ad avere sonno

Che c’è, avrebbe preferito che dicessimo la verità alla gente? Che non era un nuovo ceppo di rabbia, ma una misteriosa piaga che rianimava i morti? Si immagina il panico che si sarebbe scatenato? Le proteste, le rivolte, i miliardi di danni alle proprietà private? Si immagina tutti i senatori pisciasotto che avrebbero portato il governo alla paralisi per far passare d’urgenza al congresso un altisonante e assolutamente inutile “Decreto anti-zombi”? Si immagina il danno che ne avrebbe ricavato il capitale politico di quell’amministrazione? Stiamo parlando di un anno di elezioni e di un’impresa dannatamente dura e difficile.

Grover Carlson, ex capo dello staff della Casa Bianca

La mela non cade mai lontano dall’albero, dice un vetusto detto, e nel caso di Max Brooks non potrebbe essere più vero. Figlio di Mel Brooks e Anne Bancroft, dal padre ha ereditato sicuramente la bizzarria: se il genitore si è però concentrato sulla comicità e la parodia, il figlio ha preferito distaccarsi da quel solco (non prima di aver scritto i testi del Saturday Night Live dal 2001 al 2003, aggiudicandosi anche un Emmy) e diventare il più grande esperto di zombi sul pianeta. La carriera letteraria di Brooks figlio si è infatti concentrata su questo tema, a partire dall’esauriente Manuale per sopravvivere agli zombi (Einaudi, 2006) per arrivare alle quattro bizzarre vicende narrate in Zombie story (Cooper, 2011). La sua fatica letteraria più riuscita è però quella che Brad Pitt ha voluto a tutti i costi rovinare con la complicità del regista Marc Forster: un reportage di guerra fatto e finito, in cui però l’esercito avversario è composto da morti viventi.

Il senso comune vuole che i nordcoreani si siano ritirati nei loro complessi sotterranei. Se questo è vero, allora le nostre stime sulle dimensioni e la profondità di questi complessi sono molto approssimative. Forse l’intera popolazione nordcoreana è davvero sotto terra e sgobba a un infinito progetto bellico, mentre il suo Grande Leader continua ad anestetizzarsi con liquore occidentale e pornografia americana. […] Magari questo era il piano originale, ma qualcosa è andato storto. Pensi alla “città delle talpe” sotto Parigi. E se fosse successa la stessa cosa, ma estesa a tutta la Corea del Nord? Forse quelle caverne brulicano di ventitré milioni di zombi, automi emaciati che ululano al buio e aspettano solo di essere sguinzagliati.

Hyungchol Choi, vice direttore della Korean Central Intelligence Agency

Da Seul a Cuba, da New York a Città del Capo, tutto il mondo finisce sotto la stretta dei non morti, modificando in maniera impronosticabile gli assetti geopolitici. Attraverso le interviste di un giornalista che vaga per il pianeta veniamo a conoscenza della causa scatenante del contagio, delle battaglie vinte e perse contro l’orda degli zombie, di come gli esseri umani si sono rialzati dopo aver sfiorato la fine. Brooks ha l’abilità di non limitarsi a tratteggiare le grandi azioni eroiche, ma di esplorare a tutto tondo la variegata umanità che si è ritrovata a fronteggiare la calamità: prendono spazio così storie come quella del giovane otaku che, perso nella realtà virtuale della sua camera da letto, si rende conto della situazione globale solo quando bussa letteralmente alla sua porta, dei quisling, persone impazzite che imitano gli zombi, persino delle unità cinofile impiegate nella guerra. Realistico come un vero reportage, dettagliato nel suo immaginare le conseguenze mondiali di un’invasione di non morti (ad esempio: cosa comporterebbe un esercito di profughi potenzialmente infetti fra Iran e Pakistan?), World War Z non teme di mostrare le peggiori nefandezze dell’animo umano mentre illustra una parabola di speranza.

È sempre il tema della guerra a caratterizzare anche il secondo libro di questa breve rassegna, anche se in questo caso l’arco temporale e il luogo dove si svolgono le azioni sono molto più circoscritti: precisamente nella

Zona Uno (Colson Whitehead)

Colson Whitehead è uno che non ha bisogno di troppe presentazioni: finalista del Premio Pulitzer nel 2001 col suo secondo romanzo, John Henry festival, si è aggiudicato poi quell’ambito premio in ben due occasioni, con i romanzi La ferrovia sotterranea (Sur, 2017, vincitore anche del National Book Award e del Premio Arthur C. Clarke) e I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019). Da uno con un curriculum del genere ti aspetteresti aderenza alla narrativa più classica, invece Whitehead flirta agevolmente con generi più popolari come la fantascienza e l’horror: Zona Uno si infila proprio in questo solco, portandoci per un lungo weekend di tensione assieme al soldato Mark Spitz fra le rovine di una New York devastata dall’apocalisse zombie.

Quando ebbero finito di gloriarsi delle retate personali, la conversazione passò alla possibilità di recuperare sigarette a Manhattan. Molti avevano preso a fumare. Cominciava a girare la notizia di una possibile operazione a New York e quel mattino i corrieri di Buffalo avevano diffuso voci circa l’ultima missione compiuta nel sud, un impianto idroelettrico rimesso in funzione. Poi uno dei cecchini – Gibson, si chiamava – aveva raccontato di un falò di schel andato storto e tutti erano scoppiati a ridere. Lo schel in cima alla pira era stato neutralizzato, ma a quanto pareva un pezzo di cervello stava ancora trasmettendo ordini. Il fuoco aveva attivato la creatura, che sembrava facesse breakdance fra le fiamme.

Nel libro di Whitehead non vediamo, se non attraverso alcuni flashback, il momento in cui il mondo è cambiato. Ciò che vediamo sono i resti, il caos su cui il governo provvisorio degli Stati Uniti, insediatosi a Buffalo, sta cercando di edificare una nuova civiltà: proprio per questo motivo alcuni soldati vengono mandati a Manhattan, un’operazione quasi propagandistica di liberazione dalle ultime sacche di “schel” (il modo in cui vengono chiamati gli zombie) rimasti rinchiusi negli uffici, nei negozi, dietro le barricate con cui hanno cercato di difendersi dall’ordalia. Mark e gli altri membri della Squadra Omega vagano così per una New York spettrale alla ricerca di questi “ritardatari”, araldi di un’umanità barcollante segnata dai traumi e dalla violenza, contraddistinti da nomi che, come nel caso del protagonista, non sono nemmeno i propri. Gli uomini e le donne che Whitehead ci mostra sono un incrocio fra i soldati di Full metal jacket e quelli che nel finale de La notte dei morti viventi sfogavano i loro peggiori istinti sui morti viventi, anche loro corpi in movimento che cercano di trovare una motivazione al loro incedere.

Una fioca costellazione indugiava nei dintorni della muraglia, aloni più piccoli dietro le finestre degli edifici già adocchiati da quelli del personale nel remoto Wonton e nei palazzi silenziosi del centro, dove gli umili lavoratori come Mark Spitz raccoglievano le mani a coppa intorno alla fiammella. A nord della muraglia era tenebra e morti che in quella tenebra barcollavano.

La città poteva essere risanata. Finito il loro lavoro, avrebbe potuto essere qualcosa di quella che era stata. Le avrebbero appiccicato addosso una qualche somiglianza, i nuovi cittadini giunti a rinfocolare la metropoli. Le loro luci nuove avrebbero bucato il nero qua e là, in un crescendo che avrebbe ricreato il vecchio profilo urbano, originale e sprezzante. Luci nuove che filtravano attraverso il velo nero come perle di sangue che premono sulla garza fino a impregnarla.

Sì, aveva sempre voluto vivere a New York.

Zona Uno è un romanzo crudo, mostra un’umanità al limite senza edulcorare nulla, facendo luce sul vuoto esistenziale che si è ormai impadronito di tutti perché quando ricostruire si dimostra un’impresa troppo faticosa vien quasi di sperare che le barriere poste a protezione della civiltà crollino.

Ma se non tutti gli zombi venissero per nuocere? C’è chi è riuscito a immaginare un mondo in cui i morti viventi non sono pericolosi, ed è italiano: per scoprire questa strana realtà non vi resta che entrare fra le pagine di

La carne (Cristò)

«Non sono contagiosi» ripete. «Sono sicura che non lo sono. Non sono neanche davvero ammalati. Non è una malattia. Sono sicura anche di questo. Se fosse una malattia avrebbero già trovato il rimedio. Ormai è un secolo…»

«Settant’anni» la interrompo, «sono settant’anni. Quasi settantuno. La prima volta che ne ho visto uno avevo appena compiuto dieci anni e adesso ne ho quasi ottantuno. Mi ricordo com’era il mondo prima di loro».

Ho detto una cosa da vecchio.

I vecchi dicono cose da vecchi in continuazione.

Lei ha cominciato a strofinare più forte.

Nel mondo immaginato da Cristò i morti viventi sono completamente diversi da come siamo stati abituati a immaginarli. Tutt’altro che aggressivi, si mettono educatamente in fila per un pezzo di carne, fornito loro in punti appositi. Non solo non cadono a pezzi come i classici cadaveri ambulanti, non invecchiano nemmeno: entrano a far parte dell’enorme schiera dei “non vivi” all’improvviso, senza sintomi, lasciando gli altri a chiedersi quale forma di contagio può causare tutto questo… E quando capiterà a loro. A farci da guida in questa realtà è un uomo anziano la cui vita è stata segnata da un incidente avvenuto da bambino e che ha visto il mondo cristallizzarsi a causa di questa strana epidemia: l’umanità sembra trascinarsi avanti senza inventare più nulla, arresa all’idea che prima o poi si entrerà tutti a far parte di quella fila.

Stiamo tornando a casa. È stata una bella giornata tutto sommato. Sono seduto accanto a Giulio. I vecchi non possono stare sul sedile posteriore. Monica non dorme. Stiamo in silenzio. Monica ha una mano poggiata sulla spalla di Giulio. È sera. La strada è buia. Sarebbe bello morire adesso. Tre persone scampano la vita eterna morendo serenamente in un incidente stradale. Tre mangiacarne in meno. Giulio sembra leggermi nel pensiero.

«Io non ci credo che quelli non possono morire» dice. Monica ritrae la mano dalla sua spalla. Lui non se ne accorge, forse, e continua, «io non ci credo che non ne è morto neanche uno».

Accanto alla narrazione di questo bizzarro mondo post-apocalittico se ne instaura un’altra, l’indagine del dottor Tancredi su dei misteriosi biglietti scritti dai suoi pazienti senza che questi ne abbiano memoria: parto della mente del narratore, Tancredi assume nel corso del romanzo un ruolo sempre più importante, rivelandosi un elemento fondamentale per risolvere il mistero che aleggia sulla comparsa dei primi, atipici non morti.

Pubblicato per la prima volta nel 2016 da Intermezzi e ripubblicato nel novembre 2020 da Neo Edizioni, La carne è un romanzo dai tratti onirici e delicati, con una trama circolare in cui alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Cristò abusa sin troppo delle ripetizioni per caratterizzare il suo narratore senza nome, ma più che i personaggi ad affascinare è l’atmosfera sospesa che aleggia su tutto il libro, una stasi senza fine a cui qualcuno prova a sfuggire con la violenza, altri con l’empatia, tutti scombussolati da quelle persone che una volta erano come loro e adesso vivono solo per la carne: non il migliore romanzo del lotto, ma sicuramente quello più originale nel reinventare la figura dello zombi.

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Racconto in musica 113: Disequazioni e shamisen (ChthoniC – Supreme pain for the tyrant)

Per quanto uno cerchi di ascoltare di tutto, ci sono e ci saranno sempre dei paletti oltre i quali non riesce ad andare. Può essere la mancanza di tempo per approfondire ciò che ad un primo ascolto non ci convince, molto più spesso è la mancanza di voglia che ci fa restare nell’alveo di ciò che già conosciamo: io poi ho 43 anni, quando arriverà il momento in cui mi trasformerò nella versione musicale di un umarell, sbraitando con tutti che “ormai non esce più niente di bello/ di originale”? Per contrastare questa deriva ben vengano coloro che decidono di collaborare col blog portando anche le loro influenze, perché allargano i miei orizzonti e mi liberano momentaneamente dal compito di consigliarvi solo ciò che piace a me: accogliamo quindi in grande stile il metal, che qui è stato sempre trattato molto tangenzialmente, e lo facciamo viaggiando fino a Taiwan per incontrare gli ChthoniC, il tutto grazie a Ilaria Petrarca.

I più assidui frequentatori di questo blog forse ricorderanno di quando AppleTv+ mi rubò un’idea per farci una serie. Quando ho incrociato il racconto Voodoo child di Ilaria su Specularia ho provato una sensazione simile, ma in questo caso lei è semplicemente riuscita prima di me a immaginare un futuro in cui è possibile comprare e vendere il proprio tempo: potevo evitare di contattarla per ottenere un racconto? Redattrice della sezione narrativa di ILDA – I libri degli altri, collaboratrice della rivista Donne difettose, Ilaria scrive ed edita per passione e i suoi racconti sono arrivati un po’ dappertutto, sul web e non solo: partecipante alle selezioni finali nell’edizione 2020 del concorso 8×8 organizzato da Oblique Studio, potete leggerla su Micorrize, Digressioni, Narrandom, Risme (sul numero 2), Salmace, Offline (sotto lo pseudonimo Zeta Reader), nonché all’interno delle raccolte Hortus mirabilis di Moscabianca Edizioni, Déjà vu di Alessandro Polidoro Editore (in collaborazione con la rivista Grado Zero) e 404 – Fantascienza non conforme. Devota a Bjork e PJ Harvey, quando è felice ascolta Jamiroquai, quando è triste Karma Chamaleon dei Culture Club e quando festeggia una buona notizia Nicky Minaj: nel mezzo ci entra tutto il resto fra cui il brontolio della moka, che rimane la sua melodia preferita.

Chiediamo sempre a chi collabora con Tremila Battute se vuole cimentarsi nella presentazione dell* artist* a cui è associato il proprio racconto: Ilaria ha accettato, e non avremmo saputo trovare parole migliori delle sue per introdurvi alla musica degli ChthoniC.

“Guardo il filmato di un concerto del 2015. Il frontman capellone, la bassista sexy, i componenti ombra di una metal band come tante. Occhi a mandorla, testi in cinese. Siamo a Taipei, a 9 mila km est dall’Italia.

Sul pubblico plana uno stormo di foglietti, sono le “banconote del demonio”. Si sa che un concerto metal è la celebrazione della Morte con Sofferenza, Disperazione e Satana nel backstage. Attenzione, però, quei bigliettoni non sono né coriandoli dark né una denuncia al capitalismo. In alcuni Paesi dell’Asia, infatti, si usa bruciare finte banconote ai funerali per offrire ai defunti una dote da spendere nell’Aldilà. È questo il dettaglio che mi aspettavo: gli ChthoniC sono una band fortemente legata alle tradizioni.

Il nome che si sono dati si può tradurre con “sotterraneo”, “appartenente al profondo della terra”, ed evoca atmosfere oscure perfette per un gruppo metal. Allo stesso tempo, esso rimanda alla sostanza di uno stato de facto, un’entità geografia non riconosciuta, e a un popolo che abita una terra che non può governare: Taiwan.

La band nasce a metà degli anni Novanta per volere di Freddy Lim, uno studente animato dalla rivendicazione dell’indipendenza di Taiwan. Ispirato dal metal scandinavo, impasta elementi di symphonic metal con le note dell’ehru (un cugino asiatico della fidula medievale) e di altri strumenti orientali come il koto e lo shamisen. Nei testi si racconta di leggende, miti ed eventi sanguinosi della storia del popolo taiwanese, come i fatti del 28 febbraio 1947 (Kuomintang vs civili) e l’incidente di Wushe del 1930 (giapponesi vs aborigeni). Lim la definisce “musica tradizionale vestita da metal” o “oriental metal” – una formula simile a quella che descrive i suoni dei contemporanei Orphaned Land e Salem.

Gli ChthoniC raggiungono il successo in Asia e nei primi anni Duemila portano la loro musica negli Stati Uniti. Qui sono subito notati e chiamati “i Black Sabbath dell’Asia”; il chitarrista degli Anthrax Rob Caggiano produce un loro album e partecipano all’Ozzfest nel 2007. Nei testi inizia a comparire la lingua inglese che affianca il cinese (predominante), il giapponese e la lingua aborigena.

Freddy è un frontman carismatico, impegnato sul fronte dei diritti civili: lavora per Amnesty International e polemizza contro il mancato riconoscimento di Taiwan da parte delle Nazioni Unite, chiamando il tour del 2007 “UNlimited Taiwan Tour”. Nelle prime esibizioni live si travestiva da cadavere, ma nel 2015 ha già un look diverso. Porta una canotta nera senza maniche – più comoda dei costumi da cadavere, dice – e ha il volto truccato come un Ba Jia Jiang, un demone del folklore cinese nato da un esorcismo, con la missione di proteggere il territorio su cui è posto a fare da guardia. La bassista, sua moglie, è ingabbiata in un’armatura di metallo.

Arresto il filmato, faccio una ricerca veloce per visionare del materiale più recente. Negli ultimi anni Lim ha intrapreso la carriera politica, è un parlamentare; nei video “istituzionali” veste in camicia bianca e si lega i capelli in una lunga coda scura. Il prezzo per l’impegno politico contro il Kuomintang gli costa la messa al bando in alcune zone della Cina, per esempio Hong Kong, dove gli rifiutano il visto d’ingresso.

L’ultimo album registrato in studio dagli ChthoniC risale al 2018; è più power metal e aumenta la componente di strumenti tradizionali. Un concerto del 2019 vede Freddy sfoggiare una divisa in stile My Chemical Romance e la bassista in un abito scollato da gothic lady. Nel 2020 esce il singolo “Supreme Pain for the Tyrant”, una critica aperta al Partito Nazionalista Cinese. Nel 2021, al Megaport Music Festival, sulle divise compaiono decori a strisce catarifrangenti; la band rilascia un ultimo singolo, “Turn The Sun Off”.

Le esercitazioni militari cinesi al largo di Taiwan accrescono i timori per un’invasione del Paese, anche alla luce della situazione internazionale sempre più critica. Freddy Lim è stato confermato nel suo ruolo in Parlamento. A trent’anni dalla nascita, la band ha cambiato componenti, abiti, sonorità e lingua dei testi, ma il messaggio di fondo rimane lo stesso. “Stand up like a taiwanese”, l’unica certezza sul loro futuro.”

Supreme pain for the tyrant è una canzone apparsa per la prima volta nell’album del 2013 Bu-tik, il settimo della loro carriera, rilasciata in forma riarrangiata nel 2020. Il racconto di Ilaria rende direttamente protagonista la musica degli ChthoniC, utilizzata da un professore piuttosto sui generis per spiegare la Teoria dei giochi di John Nash in un frammento di vita vivido e coinvolgente: potete scoprire come subito dopo il link alla canzone da cui è stato ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Disequazioni e shamisen, di Ilaria Petrarca

Sheng ci insegnava teoria dei giochi. Taiwanese, era uno spaghetto alto con gli occhiali tondi. Aveva sei anni più di me ed era in Europa grazie a una borsa di studio. Parlava poco e solo a lezione. Faticava a scrivere in orizzontale, così i segni sulla lavagna curvavano verso il basso a mano a mano che si allontanavano dal margine sinistro. Sheng ci disegnava arcobaleni matematici e restavamo a bocca aperta non di certo per la meraviglia: nessuno capiva le sue formule. Io, in particolare, mi perdevo tra vincoli e disequazioni.

Spiegava in un inglese non nativo, colorato di accenti orientali e consonanti soffiate appena. Evitava le divagazioni, si atteneva alle dimostrazioni, era un soldato dell’alta formazione. Eppure, aveva pubblicato su riviste di qualità: era tanto ardito nella ricerca quanto era schivo e rigido nelle relazioni.

La sua inesperienza nell’insegnamento, unita a una compostezza che rasentava l’antipatia, erano stati facili appigli per battute e imitazioni. Sapevano tutti che era oggetto di scherno, persino gli altri docenti e il personale amministrativo.

Capimmo subito che il suo sarebbe stato un esame difficile. Per risolvere gli esercizi che assegnava i miei compagni di corso e io stavamo in biblioteca fino alla chiusura.

Ricordo il testo di un esercizio su due amici italiani che volevano uscire insieme ed erano indecisi se andare a un concerto degli “Chthonic” o al bowling. La scelta dipendeva dalla qualità del gruppo e ci veniva chiesto di trovare l’equilibrio di Nash sia quando entrambi sapevano che la musica era ok che quando lo ignoravano, perché il gruppo era sconosciuto in Italia.

“Voi li avete mai sentiti?

Quel dettaglio aveva attratto la mia attenzione, sentivo che Sheng ci stava suggerendo qualcosa – o si stava prendendo gioco degli italiani che vogliono sempre divertirsi?

Andai in bagno con il cellulare e scoprii che gli Chthonic suonavano death metal su testi antifascisti e indipendentisti che inneggiavano contro gli invasori storici di Taiwan, i cinesi e i giapponesi. Le loro armonie erano brutalizzate da chitarre ossessive, sonorità basse e canti cavernosi; nelle pause incalzavano i colpi sulla doppia cassa, e i dolci assoli di shamisen erano coperti dal growl. Sheng il silenzioso, era questa la musica che ascoltava? Erano questi i versi che intonava?

Una delle mie compagne entrò in bagno e mi chiese di spegnere la musica.

La mattina seguente Sheng risolse l’esercizio alla lavagna. “Le asimmetrie informative rendono possibile il comportamento strategico” disse e andò avanti col programma. Quando uscì dall’aula un compagno gli fece il verso e ridemmo tutti.

Studiai a lungo la soluzione di quell’esercizio e passai l’esame per un pelo. Non condivisi mai con Sheng la mia scoperta degli Chthonic, ma li ascolto ancora e lo immagino a preparare l’esercizio, a scegliere di citare quel nome che nessuno di noi conosceva. E tra il frastuono delle disequazioni, ecco la nota di uno shamisen.

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L’ennesima reunion del dinamico duo: il pop secondo Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-López in The Mars Volta

È una storia d’amore (musicale) lunga e appassionata quella che unisce il cantante Cedric Bixler Zavala e il chitarrista Omar Rodriguez-López, tanto da passare attraverso tre decenni e quattro gruppi. Iniziata negli anni 90 con gli At The Drive-In, band con cui i due diedero una personale ed energica versione di ciò che doveva essere il post-hardcore, proseguì negli stessi anni con il progetto parallelo De Facto, sorta di valvola di sfogo alle limitazioni che il resto dei componenti degli ATD-I (acronimo appena inventato) poneva loro in sede di composizione. Neanche i De Facto però bastarono a Cedric e Omar, che dopo aver goduto di una certa libertà nell’Ep Vaya (a tutti gli effetti miglior cosa partorita dagli At The Drive-In) furono costretti a tarpare le ali ai loro voli pindarici: “mai più”, devono essersi detti dopo Relationship of command, e così via di scioglimento per entrambi i progetti e nascita di una nuova band pronta al volo. Così nascono i The Mars Volta.

Riassumere la carriera dei Mars Volta è parecchio complicato. Sorta di discendenza spuria del progressive rock e dell’art rock, la band ha spaziato fra un nugolo enorme di generi fra il 2001 e il 2012, anno di uscita del sesto e ultimo disco Noctourniquet, e più il tempo passava più il progetto si formava a immagine e somiglianza del duo, lasciando ai restanti componenti (cambiati di continuo) il compito di “resident band”. L’amore non è bello se non è litigarello dice però un detto popolare che ho sempre considerato particolarmente scemo, e anche Cedric e Omar finiscono per scazzare: neanche il tempo di rifondare per un tour gli At The Drive-In che i Mars Volta vengono sciolti, apparentemente a causa dei mille impegni paralleli di Rodriguez-López (e basta una capatina sulla sua pagina wikipedia per non fare fatica a crederlo: nel biennio 2012/2013 fece uscire sette album a proprio nome, nel solo 2016 addirittura 12!). Sembra la fine di un’era, con Cedric che si fa anche lui gli affari suoi fondando gli Zavalaz, invece passano un paio d’anni e i due creano gli Antemasque (l’unico album, omonimo, è datato 2014), altri due e riuniscono gli At The Drive-In senza il nemico-amico Jim Ward (durano il tempo di un disco, il deludente In-ter-a-li-a, poi vanno in stand-by) e oggi, dopo una pausa più lunga di quel che è lecito aspettarsi da due persone così prolifiche, arriva anche la reunion dei Mars Volta. Cosa si saranno inventati questa volta per stupirci?

Hanno deciso di fare un disco pop.

Gli si può addirittura credere, a tratti. Non mi sarei infatti mai aspettato dieci anni fa che i Mars Volta potessero intingere nella gioia e nella spensieratezza le loro note come fanno in Vigil o in Collapsible shoulders, o che si potessero trovare a loro agio con la sensualità soul di Shore story, ma di certo non basta questo a fare di un disco un disco pop. Non basta se inizi un brano con il piglio di chi sta puntando a un featuring con Santana manco fossimo ai tempi di Corazon espinado per poi finirlo alzando il tiro e facendo moderatamente casino (Que Dios te maldiga mi corazon), o se parti con una batteria che lascia presagire scenari anni 80 e lasci tutti con un palmo di naso innestandoci subito un cantato tarantolato (No case gain), perché quello che farebbe un artista pop è dare alla gente ciò che si aspetta mentre per Cedric e Omar (che qui riformano in parte la vecchia banda, portando sul carrozzone la bassista Eva Gardner, il tastierista Marcel Rodriguez-López e il batterista Willy Rodriguez Quinones) il massimo del compromesso è cercare di risultare accessibili autolimitandosi.

Ci sono sprazzi della gloria passata nei quattordici brani di The Mars Volta, lampi di fantasia che emergono dall’andatura frammentata e dalle svisate chitarristiche di Flash burns from flashbacks, dagli arrangiamenti sempre ricercati che nel finale lasciano spazio a strutture più complesse (Tourmaline, Equus 3 e The requisition sono un gran bel trittico), ma i Mars Volta del 2022 cercano di inscatolare queste suggestioni in un minutaggio da airplay radiofonico (sforano oltre i quattro minuti solo in due occasioni, e di pochi secondi) che finisce per lasciare molti brani indecisi sulla strada da prendere. Ascoltate Graveyard love, con quel suo utilizzo cupo dell’elettronica che si avvale però di un ritmo coinvolgente: ci si aspetterebbe uno sviluppo a un certo punto, invece nel momento del lancio il brano finisce troncato di netto. Questo difetto è disseminato in molti canzoni del disco, in maniera più o meno evidente, quasi che la band avesse paura che lasciandosi prendere la mano potesse tornare a cazzeggiare per delle ore: meglio porre un freno prima che sia troppo tardi allora perché qui si deve essere concreti, anche se questo impedisce a brani come la bella e malinconica Blank condolences di spiccare il volo, anche se spesso l’idea di pop che emerge è stabilizzarsi su una struttura il più possibile simile a quella strofa-ritornello ammazzando le dinamiche per apparire solari o delicati (la già citata Vigil e Cerulea).

La cosa strana, dopo questo commento non esattamente entusiasta, è dover ammettere che The Mars Volta è un disco piacevole. Non è una delusione cocente come lo fu il primo e unico disco degli At The Drive-In post-reunion, che perdeva per strada tutta l’energia dimostrata negli anni 90, non è nemmeno il ritorno in grande stile di una band che comunque in grande stile aveva lasciato (Noctourniquet a me piacque un sacco, anche perché Rodriguez-López fece un passo indietro e i brani soffrivano meno della sua spasmodica voglia di spippolare con la chitarra quando cavolo gli pareva e piaceva), bensì l’album onesto di un gruppo che cerca di rielaborare il proprio passato musicale in una maniera fruibile da un pubblico più ampio, senza mutare eccessivamente il proprio suono e ricordando qua e là che la classe c’è ancora. Auguriamoci che il dinamico duo sciolga giusto un poco le briglie in futuro, perché nelle evoluzioni abortite sul nascere c’è tanto potenziale inespresso, e nel frattempo godiamoci questa svolta pop che pop non è: poteva andare molto peggio, poteva essere senz’anima come uno degli ultimi dischi dei Muse.

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