Racconto in musica 110: Dettagli (Inude – Hudea)

Ci sono attori le cui carriere hanno alti e bassi, e non sempre gli alti corrispondono ai momenti di maggior successo. Per esempio, prendete Keanu Reeves. L’attore canadese (eh sì, non lo sapevo manco io che era canadese) fra l’inizio degli anni 90 e i primi anni 2000 ha spaziato attraverso i generi azzeccando una serie di film impressionante: Point break, Piccolo Buddha, Dracula, Speed, L’avvocato del diavolo, Johnny Mnemonic, Matrix, non tutti per forza dipendenti dalle sue capacità (ricordo critiche che lo dipingevano come un attore inespressivo) ma oh, se lo volevano alcuni dei più grandi registi un motivo doveva esserci. Poi sono arrivati i sequel di Matrix (su cui io stendo volentieri un velo pietoso), i primi flop, le nomination ai Razzie Award e Constantine, la ciliegina sulla torta di una fase che sembra chiudere per Reeves le porte del cinema dei grossi budget, complice anche il ruolo di protagonista in quel capolavoro intitolato A scanner darkly in cui sembravano riuniti buona parte degli ex divi sulla cresta dell’onda (tipo Robert Downey Jr. e Winona Ryder, che in tempi diversi sono ritornati al top con un dito medio alzato verso chi ne aveva annunciato la fine). Ma Keanu Reeves, che qualcuno sospetta far parte di una schiera di immortali che conta fra i membri anche Morgan Freeman, rinasce come attore che fa il cazzo che gli pare: soprattutto dopo il 2014 comincia a illuminare la scena in piccole parti che spesso sono una delle cose migliori dei film a cui partecipa (il leader spirituale semi-pappone di The bad batch, il rozzo gestore di motel di The neon demon) e fa capire al mondo quanti casini possono nascere se ammazzi il cane della persona sbagliata con la trilogia di John Wick, saga action in cui brilla per carisma e capacità atletiche. Oggi Reeves mi piace immaginarlo un po’ come Bill Murray, uno che quando non ha voglia di lavorare spegne il telefono e quando lo riaccende c’è qualcuno che gli propone Matrix Resurrection: bella la vita, se sei Keanu Reeves.

Ma perché tutta sta premessa? Non dovremmo essere qui a parlare di Elena Soprano e del suo racconto ispirato a una canzone degli Inude? Il legame c’è, fidatevi…

Elena da queste parti è già stata gradita ospite, portando in dono un suo racconto ispirato alla musica di Steve Reich. Scrittrice poliedrica dalla lunghissima carriera che non fa distinzioni fra racconti, romanzi per adulti e romanzi per ragazzi, Elena con questo racconto mostra un amore per il teatro che già emergeva nella sua precedente storia. Dobbiamo aspettarci presto una sua svolta di carriera sul palco? Non ci è dato saperlo, ma chissà…

Quando Keanu Reeves inizia a vestire i panni di John Wick inizia anche la carriera degli Inude. È il 2014 infatti l’anno in cui Giacomo Greco (voce, synth e batteria elettronica), Flavio Paglialunga (chitarra, synth, voce e programming) e Francesco Bove (tecnico del suono e dubmaster), musicisti pugliesi che hanno già collaborato in precedenza, decidono di mettere in piedi un progetto che unisca elettronica e pop con un respiro internazionale: non una delle operazioni più semplici, ma già il primo Ep autoprodotto Love is in the eyes of the animals (2016) dimostra che il trio pugliese sa quello che fa e ha una spiccata capacità di coniugare ritmo, melodia e originalità in maniera simile agli /handlogic (ricordate? Ve ne avevo parlato qui e qui). Altra impresa difficile è quella di saper portare sul palco la stessa energia del disco, ma anche qui gli Inude dimostrano di sapere il fatto loro calcando palchi italiani ed europei senza alcun timore reverenziale, arrivando a suonare per più di 80 date e al fianco di artisti del calibro dei Moderat. Su di loro punta gli occhi l’etichetta Oyez!, che nel dicembre 2019 pubblica il primo disco della band: Clara Tesla esprime il lato più melodico e “atmosferico” del trio, fra tappeti di synth sognanti che placano lo spirito lasciando il piede a battere il tempo senza quasi accorgersene. Nel 2020 c’è un nuovo cambio di etichetta e gli Inude entrano a far parte del roster della Factory Flaws, per la quale ad aprile di quest’anno pubblicano Primavera, un disco che mostra l’ennesima evoluzione del trio in pochissimo tempo: i sette brani dell’album brillano per varietà, passando agevolmente dalle suggestioni soul di We share alla delicatezza ariosa di There is no way out, e lo spettro sonoro si allarga a suoni più decisi e strutture che, non fosse per la durata piuttosto breve, in Ok, it’s monday e Noisy floor, silent room (di cui vi consiglio la visione dello splendido video, estratto dal cortometraggio Photograph of me) avvicinano gli Inude al post-rock. La band è in giro per concerti (vivaiddio i concerti!), vedete di non perderveli.

E qui è dove si scopre perché ho fatto tutto quel preambolo sulla carriera di Keanu Reeves: l’attore è infatti a suo modo protagonista del racconto che Elena ha ideato ispirandosi a Hudea, il brano che apre il primo Ep degli Inude, una storia che ha a che fare con una pièce teatrale molto particolare ambientata in un futuro prossimo in cui Matrix è arrivato alla sua ottava incarnazione. I dettagli li lascio scoprire a voi, Tremila Battute intanto si prende un breve periodo di pausa ma vi aspetta a settembre con nuove band e nuovi narratori: intanto, come al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Dettagli, di Elena Soprano

La pièce si intitolava Dettagli e non era stato facile trovare chi interpretasse un Keanu Reeves anziano che voleva riprendersi l’anima della recitazione, svincolata da fama e ruolo, dopo il Matrix n. 8. Parole “trappole di significati” incapaci di catturare la reale intenzione delle cose: la regista si innamorò subito di questo testo sulle barriere del linguaggio e concepì una regia come improvvisazione interattiva. Gli spettatori digitando un vocabolo su una tastiera lanciavano un input a un software che, dopo aver associato lettere di 30 alfabeti e 4000 lingue a numeri, elaborava e proiettava sulla parete dei punti: uniti da una luce laser davano vita a una forma/non forma, una sorta di costellazione simbolo di un nuovo senso del termine. L’attore, indossando una maschera col volto di Reeves, creava allora una narrazione sul significato. Ad ogni incipit cambiava maschera, con immagini del viso sempre più giovane, fino a ad arrivare a quello di un neonato. A questo punto l’interprete si sdraiava al centro della scena fingendo di addormentarsi mentre gli spettatori, in silenzio, si mettevano a loro volta una maschera di Reeves novantenne: il testimone della ricerca di senso veniva passato dall’attore al pubblico. Sull’effetto sonoro di un vagito, partivano gli applausi.

La pièce incuriosì, da un piccolo teatro lombardo arrivò a Roma. Entrò in un circuito di teatri olandesi d’avanguardia, poi fu il boom. La gente adorava il gioco alchemico della parola trasformata in linea di luce, quasi un teatro terapia che giustificava l’elevato costo del biglietto. Certo, la riuscita della performance dipendeva dal protagonista, non tutti avevano talento e background culturale per improvvisare in modo credibile. E non sempre l’attore era in forma.

Una sera, nel Dettagli Tour al West End di Londra, Anthony Wilson, un performer di solida formazione shakespeariana, ebbe un malore. Lo spettacolo cominciò con quarantacinque minuti di ritardo. Nel brusio dell’inizio non si capì il nome del sostituto che, ad ogni linea rielaborata dal computer, vide immagini di animali. L’improvvisazione fu un racconto dove si inanellavano leggende di creature mutanti l’una nell’altra fino ad arrivare all’ultima, un lupo, un lupo che per animale domestico aveva l’uomo. Non si seppe mai con precisione chi recitò in quella serata. Quando l’attore si tolse l’ultima maschera era truccato per sembrare Keanu Reeves, come del resto era stato per tutti i precedenti interpreti. Sui quotidiani uscirono nomi diversi e qualcuno pensò che la cosa fosse voluta. Un anno dopo però, per l’addio alla carriera, il vero Keanu Reeves, più bianco di Gandalf il bianco, diresse un corto, Love is in the eyes of the animals. Chi aveva assistito alla serata di Londra e vide il film riconobbe non solo le stesse storie, ma la stessa capacità di svelare in dettagli l’ombra delle parole dove si rifugia il non detto, il segreto delle cose che si dissolvono nell’invisibile oltre l’apparenza del tempo.

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La prigione come stato mentale in Codice a sbarre di Giulia Tubili

Una delle prime cose che ho fatto dopo aver iniziato a scrivere con altalenante serietà è stato iscrivermi a qualche concorso letterario. Ce ne sono a bizzeffe in Italia e basta fare un salto su un qualsiasi sito-raccoglitore per accorgersene, ad esempio su uno qualsiasi dei tre che hanno proprio “concorsi letterari” nel nome: alcuni sono trappole per spillare soldi ad aspiranti autori, altri sono validi, qualcuno prevede un tema, molti sono gratuiti e come palestra per testare la propria competenza con le parole possono essere un buon banco di prova (già che ci siamo vi ricordiamo che anche Tremila Battute è partner di un concorso, Note d’inchiostro, il cui tema è ovviamente inerente la musica: trovate qui il bando completo, ci sono ancora una decina di giorni per iscrivervi!).

Fra quelli che più mi sono rimasti nel cuore c’è sicuramente Il giardino di Babuk – Proust en Italie, premio organizzato dall’associazione culturale romana La Recherche. Ho partecipato tre volte ed è stato con loro che ho provato l’ebbrezza della mia prima (di pochissime) premiazione dal vivo: il fatto che poi sia arrivato ventiseiesimo è un dettaglio di poco conto, perché ho avuto un’impressione di serietà e correttezza che mi ha convinto a riprovarci. Il sito della loro associazione è un contenitore multiforme di racconti, poesie, libri resi gratuiti dagli autori, articoli sulla cultura in genere e, dal 2020, i membri fondatori Roberto Maggiani e Giuliano Brenna hanno anche creato una casa editrice che si chiama Il ramo e la foglia. Visto che hanno una collana dedicata ai racconti (a cui io stesso ho provato a mandare i miei) non potevo esimermi dal curiosare un po’ fra le uscite, approdando infine fra le pagine di Codice a sbarre, l’esordio letterario per Giulia Tubili.

Ammetto che con un titolo del genere la prima cosa a cui ho pensato è stato questo album del gruppo punk Pornoriviste, ma al di là dell’omonimia la scrittura di Tubili ha ben poco a che fare col punk se non un certo gusto per lo shock. Le storie contenute in Codice a sbarre hanno spesso a che fare con la violenza, con gli aspetti più oscuri dell’animo umano e creano un effetto piacevolmente stridente con lo stile impeccabile e spesso aulico della narratrice, che sempre in prima persona ci porta nelle menti raramente pentite dell* protagonist* di queste vicende.

Capisci che tutto è andato a puttane quando ti rendi conto di trovare noioso anche il voyeur di turno a cui piace masturbarsi sull’immagine più intima e goffa di te.

Kurt Cobain è moribondo

Tubili nella vita fa l’attrice e la sua professione entra prepotentemente in questo libro. Il suo impegno è legato al cinema più che al teatro, ma la tensione e la concentrazione prima di una performance emergono vivide nell’attenzione al dettaglio con cui la protagonista di Ecclesialand si prepara ad entrare su una scena decisamente particolare e molti racconti, da Il miglio giallo (insieme andiam dal Mago) ai due racconti che hanno per protagonista l’audace Andrée Moreau, hanno la monuziosità emotiva del monologo. Il meglio sotto questo punto di vista è dato da Ziggystein, il primo racconto della raccolta e l’ultimo a essere stato ideato (secondo quanto riportato dall’autrice in questa intervista), perché il ritmo con cui Asher “Ziggy” Meyerowitz, stand up comedian sempre in attesa del grande salto, intrattiene il suo pubblico con un repertorio degno del miglior Woody Allen è trascinante: un plauso va poi fatto alla forma con cui ci viene narrata la storia, perché dandoci già nella prima pagina gli argomenti e l’andamento generale della performance Tubili riesce a non sminuire la sorpresa, in modo simile (giusto per rimanere su paragoni tosti) a quanto fa Hannah Gadsby nel suo incredibile spettacolo Douglas, per poi sparigliare le carte in un finale che mantiene la brillantezza del monologo ma si chiude senza troppa enfasi.

Eeeeed ecco che Ben chiude la sigla con la sua nota preferita. Sì, quella totalmente sbagliata, avete presente? Per chi non ha presente, sappiate che Ben deve aver fatto cadere della salsa tartara sul suo spartito e dunque improvvisa dai tempi della guerra di Indipendenza. Pensavo che il tête-à-tête con il Giappone risvegliasse il suo orgoglio musicale ma è un tradizionalista, si vede. Se dovesse mai riuscire nell’impresa di azzeccare quella nota, mi sentirei smarrito e, a casa, non ci si può sentire smarriti. Dico bene?

Ziggystein

La forma con cui l* protagonist* ci raccontano le loro peripezie è minuziosa, attenta ai dettagli sia esteriori che interiori, ma l’utilizzo di una prosa alta per ogni narrator* finisce per appiattire le differenze fra di loro. Per quanto alcun* si lascino andare con più leggerezza al turpiloquio o all’utilizzo di termini gergali si ha sempre l’impressione di trovarsi di fronte a personaggi di elevata cultura, condizione plausibile fintanto che ci viene narrato poco del loro passato ma in qualche modo irreale, soprattutto quando anche comprimari galeotti si lasciano andare a frasi troppo forbite per il contesto (succede in Virus ex animo). Sostenere che una bella scrittura sia un problema è un gran volo pindarico, ma Tubili difetta della capacità di adattarla al contesto: quando lo stile si sposa con la storia, come accade ad esempio in La farfalla del limone, si soprassiede senza problemi a qualche dilungamento di troppo, in altri casi è il ritmo con cui ci viene narrata a intrappolarci (Gitanes e Jeu du Mouline), ma spesso la sospensione dell’incredulità viene minata dall’eloquio lezioso con cui ogni personaggio racconta e si racconta.

– Pietra, cantami quella canzone. La solita canzone. –

Però lei rimane zitta e raccoglie tempo come margherite da intrecciare in ghirlande che spieghino questa lunga pausa. Io, smanioso, cerco di non dare a vedere il mio fervore e attendo con scarsi risultati ma, pur rendendosi conto del mio ticchettante disagio, la mia amata insiste e mi annusa a pieni polmoni.

– Tesoro mio, quale canzone? Temo d’averla scordata, ricordami come fa. –

Così trasecolo. Esternamente resto nella posizione accartocciata che permette l’egemonia sul mio scheletro esausto ma, dentro, qualcosa spezza la magia che si percepiva nitida da ieri a cena, tra una forchettata di spaghetti allo scoglio e una goccia di cera sfuggita con flemma alla candela che illuminava il tavolo.

La polena, mia moglie

Molte dei racconti, parlando di prigioni reali o di prigioni dell’animo, finiscono per essere un conto alla rovescia verso una rivelazione. Tubili gestisce bene la tensione, dilungandosi su dettagli apparentemente superflui per tenerci sulla graticola, ma i finali non sono sempre all’altezza dell’attesa e questo finisce per minare il racconto in toto. Codice a sbarre non è un libro esente da difetti, ma lo stile dell’autrice è maturo e va solo calibrato meglio su storie che lo sappiano valorizzare, il che per un’esordiente di nemmeno trent’anni è un risultato di non poco conto: buona la prima insomma, ma ci si può solo aspettare di più dal prosieguo della carriera di questa poliedrica autrice.

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Racconto in musica 109: Un altro modo (Rootical Foundation – Smile)

(foto di Erika Ghezzihttp://www.erikaghezzi.com)

Avete presente l’imbarazzo di quando vi dimenticate di fare gli auguri a qualcun*? Aprite Facebook, notate che è il compleanno di un amico e dite “dopo gli scrivo/lo chiamo”, e quel momento non arriva mai… Ma ve ne ricorderete a notte fonda. Peggio ancora se la persona in questione ha organizzato una festa e voi per quella data avete già preso un impegno (tipo andare a vedere uno dei più fantastici spettacoli teatrali in circolazione): vergogna, vergogna, vergogna! Spero allora che la Rootical Foundation non se ne abbia a male se per i loro appena compiuti sedici anni di attività, festeggiati al Salice Legnano domenica 10 luglio, arrivo in ritardo con gli auguri e porto in dono un breve racconto e una fallace introduzione, ma da esperti di good vibes quali sono penso di essere il ben accetto.

Non sono un grande esperto di reggae, lo avrete notato dal fatto che questa è la prima band del genere di cui parlo. I Rootical li ho pure scoperti tardi grazie a un amico, ai tempi dell’uscita del loro quinto lavoro in studio ovvero l’album Still learning (2018), ma la loro storia parte molti anni prima, nel 2004 per la precisione, quando un gruppo eterogeneo di musicisti della provincia milanese decide di fare fronte comune, uniti dall’amore per il roots rock reggae delle origini e per l’ondata new roots di fine anni 90. La Rootical Foundation nasce così e nel 2006 vede già la luce il primo Ep autoprodotto, Ri-Uscire, con brani in italiano e inglese. Passano ben sei anni prima che veda la luce il primo disco, Human rights, dedicato come da titolo ai diritti umani e il cui ricavato è stato in parte devoluto all’associazione Stand Up For Jamaica Onlus, e quel lungo periodo i Rootical lo passano sul palco: i loro live sono coinvolgenti e travolgenti, una big band in cui convivono i fiati di Filippo Cozzi (sax) e Gabriele Bonsignori (trombone), la chitarra di Stefano Re, il basso di Umberto Pastori, la batteria di Luigi Grittini, le tastiere di Giovanni Pastorino, i cori di Monica Lamperti e Susanna Cisini e la voce trascinante di Matteo Riccardi, tutt* unit* nel creare una situazione di gioia e ballo sfrenato. Non è un caso che comincino a girare per alcuni dei più importanti festival reggae italiani ed europei, dal Lake Side Festival svizzero al Rototom Sunsplash, uno dei più importanti eventi a livello continentale (che siamo riusciti a regalare agli spagnoli dopo sedici anni di good vibes in provincia di Pordenone).

I Rootical sono un perfetto esempio di come fare rete fra artisti, e se nel primo album si fanno notare i featuring con Raphael, Sun Sooley e Pierodread non mancano gli ospiti anche in Reload, l’Ep che la band fa uscire nel 2014: Romain Virgo si unisce alla festa in Smile, Michele “Rootsman I” Mulas (ai tempi voce dei Train To Roots) ci mette del suo a creare il groove in Tell it fe dem. Altro Ep nel 2016 (e altro featuring, questa volta con Attila), Forward, in cui la band allarga ancora i suoi orizzonti e piazza negli ultimi due brani un concentrato di dub magistrale. Il già citato Still learning è al momento l’ultimo capitolo ufficiale della loro storia musicale, frenata ovviamente dalla pandemia (uno degli ultimi concerti visti prima del lockdown è stato il loro, all’SOS Fornace di Rho), ma oltre a partecipare a una compilation benefica già nell’aprile 2020 (la trovate qui) nel frattempo i Rootical hanno anche occupato il tempo diversificando la loro attività. Il 25 settembre 2021 ha infatti esordito The Trap – Diritti & rovesci di esistenze precarie, una commistione di musica reggae e teatro ideata da Riccardi e Bonsignori per la regia di Riccardo Colombini in cui le canzoni della band si alternano alla performance attoriale di Giorgia Battocchio e Fabio Gabriele Biffi per parlare di precarietà, sfruttamento e diritti negati nel mondo del lavoro: speriamo che presto questo progetto possa approdare sui palcoscenici di tutta Italia perché non è da tutti riuscire a far riflettere strappando nel frattempo anche un sorriso amaro, nell’attesa siete invitat* a Magenta venerdì 16 settembre per Rock Fights Cancer, una tre giorni benefica in cui potremo salutare l’estate a ritmo di reggae e punk.

Smile è uno dei brani che compongono l’Ep Reload e, a mio modesto parere, una delle canzoni che meglio riescono a esprimere la vitalità della Rootical Foundation: un inno al sorriso da parte di una band consapevole di quante disparità ci siano al mondo, non l’ingenuo approccio di tante hit estive ma quello ragionato che ci spinge ad approcciarci alla vita in maniera positiva nonostante le difficoltà che possiamo incontrare lungo il cammino. Il racconto che mi ha ispirato fa molto prontuario di auto-aiuto da moda mindfullness (e nasce principalmente come risposta a questa modalità di sorriso), ma spero di essere riuscito a infondervi un po’ della carica del brano: lo trovate come al solito subito dopo la canzone, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Un altro modo

C’è un’altra strada. Un sorriso che non è una maschera, una protezione, il modo con cui reciti la parte che hanno pensato per te. Contrai i muscoli della bocca pensando che la sofferenza sul tuo volto deluderebbe qualcuno, ma la sofferenza è parte della vita. Non devi dimenticartene o scacciarla, ma prenderne coscienza: affrontare la difficoltà con spirito sereno ti aiuterà a sorridere anche in mezzo alla tempesta.

Questo non è un viaggio solitario. La competizione non è una modalità automatica, non vi si risponde con gli stessi metodi e le stesse dinamiche. Siamo sulla stessa barca e possiamo remare insieme, ma serve la volontà di cambiare, noi stessi e gli altri. I momenti in cui hanno tradito la tua fiducia guardali come eccezioni, non come regole: la sfiducia nasce quando pensi che tutto il mondo ce l’abbia con te, ma se ti guardi davvero intorno puoi trovare mani tese e puoi tenderla anche tu. Ma se quella mano cerca di ferirti non dissimulare, perché sorridere non significa accettare tutto: non rifiutare la rabbia, ma falla fluire solo quando serve e non lasciarle avvelenare le ore che passi rimuginando su un torto.

Non usare il sorriso per fingere che nella tua vita vada tutto bene. I problemi esistono, seppellirli sotto un’immagine vincente di sé crea solo l’illusione di un mondo perfetto. Usa il tuo sorriso per convincere te e gli altri che i problemi si possono superare, perché molte volte sono meno grandi di quel che immaginiamo e lo sono perché non abbiamo il coraggio di chiedere aiuto. Che il tuo sorriso sia il tuo coraggio, quello con cui dici io ci sono se serve, io ci sono per te: qualcuno se ne approfitterà, ma anche questi sono problemi che puoi lasciarti alle spalle con una risata al posto di un rimorso.

Sorridi per vivere, non per sopravvivere. La vita può essere crudele, tutte le cose che ti fanno paura sono reali ed è inutile far finta che non sia così. Ma puoi far sì che quella paura non rappresenti un limite, perché ognuno di noi impara da piccolo ad addormentarsi nonostante il buio che ci circonda e in cui immaginiamo chissà quali mostri. Non è solo la speranza del giorno a venire che ci deve guidare, ma anche la consapevolezza che la notte viene per uno scopo. Forse non lo capirai mai, forse finirai per piegarti perché non tutti vivono come vorrebbero e non tutti muoiono felici. Ma prova ad affrontare le intemperie con un sorriso e la luce del tuo cuore saprà scaldarti nelle ore più buie: un unico cuore, che batte all’unisono in tutto ciò che esiste.

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La fascinazione di Hollywood (e della critica) per il trash

È con grande dispiacere che vi do la notizia della morte dell’attore turco Cüneyt Arkin. Come chi è? Ok, ammetto che il suo nome ci era completamente sconosciuto fino a qualche giorno fa, quando dal necrologio dedicatogli da Il Morto Del Mese ho (ri)scoperto la storia di L’uomo che ha salvato il mondo, pellicola nota ai più come lo Star Wars turco. Forse è indelicato ricordarsi di lui solo per il film peggiore in cui ha recitato, visto che ne ha girati più di 240, ma il livello di trash a cui arriva Dünyayi Kurtaran Adam (questo il titolo originale) è secondo solo agli aneddoti relativi alla sua produzione.

Il primo di una serie di sguardi intensi che durano almeno una ventina di secondi

Pare infatti che, al di là dell’utilizzo senza permesso dei temi di Indiana Jones e dello stesso Guerre Stellari, Arkin (che del film è anche autore) e soci a un certo punto abbiano deciso di rubare la pizza de L’Impero colpisce ancora il giorno prima della proiezione al cinema, tagliando selvaggiamente pezzi di pellicola da inserire all’interno della propria opera e riportandola così, monca, laddove poi è stata data in pasto agli spettatori ignari di perdersi dei pezzi. Purtroppo i potenti mezzi di Tremila Battute non sono bastati per trovare prove a conferma di questa storia (abbiamo cercato di raggiungere almeno qualche “fortunato” cinefilo al cinema quel giorno, ma i nostri rapporti diplomatici col regime di Ankara non sono dei migliori visto che hanno uno stronzo come presidente), ma già solo questo basterebbe a farci una sceneggiatura da vendere a qualche produttore Hollywoodiano seduta stante: dalle parti di Los Angeles sembrano infatti essere molto incuriositi da quelli che la critica ha bollato come i peggiori film mai realizzati, e la critica stessa sembra essere particolarmente generosa con le opere realizzate partendo da quella base, chiudendo un bizzarro circolo vizioso/virtuoso. L’ultimo ad accorgersi di questa regola non scritta è stato Eddie Murphy con

Dolemite is my name, 2019 (Dolemite, 1975)

Che stile, gli anni 70

Rudy Ray Moore (Eddie Murphy) è un aspirante artista che sogna di diventare Qualcuno. Ha fatto il musicista, ma neanche il dj del negozio di dischi dove lavora è disposto a mettere i suoi dischi; fa il comico di spalla ai numeri musicali in un locale, ma la gente non ride e le sue idee vengono costantemente bocciate; la sua giovinezza è ormai alle spalle, e il tempo per farsi un nome sembra essere sempre meno. Per sua fortuna gli viene un’idea brillante, o meglio la ruba: prendendo spunto dai racconti in rima sboccati di un senzatetto che ogni tanto si palesa nel negozio si inventa il personaggio di Dolemite, un cantastorie vestito da pappone il cui successo è veloce e inarrestabile. Rudy comincia a girare per locali anche fuori dai confini della California, una casa discografica lo mette sotto contratto quando fiuta l’affare e il successo finalmente arriva.

Rudy però vuole di più: vuole girare un film, anche se non sa nemmeno da che parte iniziare. Il risultato non sarà dei migliori, tutt’altro, ma saprà trovare il suo pubblico.

Dolemite, quello vero, venne girato nel 1975 con un budget ridicolo e la totale ingenuità su come andasse realizzato tecnicamente un film. Moore sapeva però intrattenere ed era riuscito a capire che cosa chiedeva il suo pubblico tanto che, nella pellicola diretta da Craig Brewer che ne ripercorre il making of, quando alla prima il proprietario del cinema gli chiede se la comicità è volontaria lui risponde sorridente che doveva esserci dentro di tutto, perché è questo che piace alla sua gente. Parte dell’insperato successo fu dovuto anche all’onda lunga del genere blaxploitation, molto in voga allora e che vedeva per la prima volta attor* ner* come protagonist*, seppur in trame dalla grana grossissima: il termine non fu mai accettato dai maggiori registi di quell’ondata (Melvin Van Peebles su tutti) perché ritenuto razzista, ma fu il genere stesso ad attrarre critiche ed elogi in egual misura fra chi sosteneva che fosse l’ennesimo modo di sfruttare la comunità nera (molti registi e produttori erano bianchi) e chi invece affermava che quelle pellicole erano un mezzo di liberazione. La riscoperta negli anni 90, dovuta principalmente al Jackie Brown di Quentin Tarantino (che aveva come protagonista un’icona di quegli anni, Pam Grier), non ha calmato le polemiche, tanto che su altri livelli anche una puntata della serie Dear White People entra nell’argomento (nella terza stagione il regista Jerry Skyler, in un colloquio con la studentessa Max, le dice: “il vostro stile l’hanno inventato gli europei, il mio è tipico dei neri, e il venduto sarei io?”): Dolemite is my name affronta la questione alla sua maniera, mostrandoci un protagonista che sa quali sono i pericoli dello sfruttamento commerciale delle sue idee e cavalca l’onda riuscendo sempre a emergerne vincitore senza mai dimenticarsi della comunità di cui fa parte (sfruttamento iniziale delle idee altrui a parte). L’Academy non ha mostrato attenzioni per questa storia, ma la giuria dei Golden Globe ha pensato bene di candidare la pellicola per il Miglior film commedia o musicale e per il Miglior attore (Murphy): peccato si siano dimenticati di lodare anche la fantastica performance di Wesley Snipes, che nei panni dell’attore e riluttante regista D’Urville Martin dà il meglio di sé.

The disaster artist, 2017 (The room, 2003)

Le facce che farete quando leggerete il budget e gli incassi di The room

Se Dolemite, pur con tutti i limiti del caso, è diventato col procedere dei lavori un film perlomeno simile a ciò che Rudy Ray Moore aveva in mente, difficilmente si può pensare che Tommy Wiseau avesse in mente The room proprio in quella maniera. O forse sì, perché Wiseau è l’uomo del mistero, una figura così strana e affascinante da convincere James Franco a fare un film su di lui e sulla realizzazione del suo “capolavoro”, interpretandolo anche.

The disaster artist è la storia dell’amicizia, nata ad un corso di recitazione, fra Wiseau e Greg Sestero (Dave Franco), uno dei tanti che sogna Hollywood e che ci arriverà, in qualche maniera. Basato su un libro dello stesso Sestero, il film ripercorre il loro rapporto che sfocia presto nel coinvolgimento nel grande sogno di Wiseau, un film girato e interpretato da lui stesso per mostrare al mondo il proprio potenziale… Che è purtroppo inesistente. James Franco riesce a creare una pellicola spassosissima ma abbastanza sensibile da non sbeffeggiare la figura principale, un equilibrio difficile da trovare vista la sua eccentricità: di Wiseau infatti si sa pochissimo di vero, afferma di essere nato a New Orleans ma pare che il suo vero nome sia Piotr Wieczorkiewicz (Wiseau è effettivamente più facile da pronunciare) e abbia origini polacche, ha fatto lavori umili nella sua vita ma all’improvviso aveva disponibilità economiche enormi spuntate dal nulla e tutto ciò che si può fare è accettare la sua versione, così come stargli dietro mentre la sua opera definitiva si inabissa.

The room è stato considerato dai critici “il Quarto potere dei film brutti”, il tutto a fronte dei SEI MILIONI DI DOLLARI necessari a girarlo. Se oggi il pubblico lo apprezza e organizza anche visioni di mezzanotte, ai tempi gli voltò le spalle portando a un incasso nelle sale di soli 1800 dollari: il giusto destino per un film totalmente sgangherato e che possono amare solo i veri cultori del trash, quelli che apprezzano i film brutti quando sono involontariamente brutti e non quando sono confezionati per esserlo (Asylium, sto parlando con voi: grazie per Sharknado, ma anche basta). Il tipo di pubblico di cui probabilmente fa parte anche Franco, uno che passa dal divertirsi con la sua bella compagnia in film spassosissimi come Strafumati al calarsi nei panni dell’escursionista Aron Ralston, bloccato sotto una roccia per 127 ore nel film omonimo; uno che nel solo biennio 2013/2014 dirige e interpreta due film tratti da romanzi di William Faulkner alternandoli a commedie demenziali come Facciamola finita (capolavoro) e The interview; uno che per The disaster artist riceve la candidatura agli Oscar per la Miglior sceneggiatura originale, ai Golden Globe quella per il Miglior film commedia o musicale e vince il riconoscimento per il Miglior attore in un film commedia o musicale, e due anni dopo (ma con un film girato nel 2014, Zeroville) viene candidato a due Razzie Award come Peggior attore e Peggior regista (con il suo sodale Seth Rogen a fargli compagnia come Peggior attore non protagonista). Come si fa a non voler bene a James Franco e Tommy Wiseau?

Ed wood, 1994 (Plane 9 from outer space, 1959)

Zombie che per uscire dalla tomba devo essere aiutati da poliziotti ne abbiamo in questo film?

Riguardo ai due precedenti film c’è una piccola curiosità che li lega: la presenza in entrambi di Bob Odenkirk in ruoli minori, niente di trascendentale ma la classica chicca che a me fa sempre piacere segnalare (e che di solito riceve commenti entusiastici tipo “ah, ok”). Ben diverso il legame che unisce The room a Plane 9 from outer space: il primo è stato paragonato a Quarto potere, in termini ovviamente dispregiativi come spiegato più in alto, mentre il regista del secondo ha addirittura incontrato Orson Welles e lo ha sempre visto come proprio nume tutelare. Almeno è quello che ci racconta Tim Burton nel suo Ed Wood, la vera storia del peggior regista di tutti i tempi.

La pellicola di Burton in realtà non si basa unicamente sulla lavorazione di quello che è stato definito “il più brutto film di tutti i tempi” (parere poi ammorbidito, ma senza che questo togliesse il primato di peggiore al suo regista), ma ripercorre tutta la carriera di Edward D. Wood Jr., eccentrico amante del cinema che si presta alla settima arte con tantissima volontà e un’incapacità manifesta di mettere insieme qualcosa di decente. Diversamente da Dolemite e da The room, di cui ho visto solo alcune clip, io un paio di film di Wood li ho guardati e sono un’esperienza straniante: troppo brutti per non continuare a guardarli, troppo noiosi per mantenere gli occhi aperti, richiedono uno sforzo allo spettatore che manco La sottile linea rossa di Terrence Malick… E in metà del tempo! Solo il Burton dei tempi d’oro poteva trarre un capolavoro dalla storia di un perdente di successo, e solo il suo attore feticcio Johnny Depp poteva interpretare Wood con quell’ingenuo entusiasmo che non si ferma di fronte a niente, coinvolgendo nel suo ciclone trash medium, wrestler, personaggi televisivi in declino, congreghe religiose e il povero Bela Lugosi (interpretato da Martin Landau), ormai schiavo della sua interpretazione di Dracula e della tossicodipendenza.

Ancora oggi Ed Wood non ha perso niente del suo fascino, un esempio ammirabile (e che ha fatto scuola) di come si possa trarre una grande storia da quello che sembra un esempio di fallimento da cui stare alla larga, ancora di più oggi che viviamo nella cosiddetta società della performance. Il pubblico lo premiò, la critica pure: Landau con il suo intenso Bela Lugosi si portò a casa un Oscar e un Golden Globe, Rick Baker, Ve Neill e Yolanda Toussieng alzarono al cielo l’Oscar per il Miglior trucco, Depp e Burton si dovettero accontentare delle nomination ai Golden Globe per Miglior attore in un film commedia o musicale e della nomination a Miglior film nella stessa categoria. Oggi entrambi non vivono la miglior fase delle proprie carriere, ma guardare il momento del loro massimo splendore è un’esperienza che, nel caso non lo abbiate ancora visto, va fatta. E lunga vita al trash!

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Racconto in musica 108: Vittorie (Warpaint – Majesty)

Ci sono ricordi che rimangono impressi ed altri che svaniscono. Prendiamo ad esempio gli eventi occorsi il 4 luglio 2011, un anonimo lunedì (a parte per gli statunitensi) in cui la situazione viene rivitalizzata dal Circolo Magnolia di Milano, dove i Dinosaur Jr. arrivano per suonare integralmente il loro album Bug. Di quella serata ho dimenticato un sacco di cose, riscoperte solo facendo un salto nel passato grazie a una ricerca veloce su internet, come la presenza sul palco in apertura di Bud Spencer Blues Explosion, Mona, Iori’s Eyes e Cosmetic. Come ho fatto a dimenticarmi questo dettaglio, io che sono un cultore dei concerti con un sacco di artist* a poco prezzo (il biglietto costava 15 euro)? Forse ha contribuito il fatto che il tutto iniziasse alle 18:30, e arrivando dal novarese difficilmente avrò potuto vedere esibirsi tutti; magari i due accrediti ottenuti senza nemmeno crederci troppo, di cui uno da fotografo che permise a un mio amico di vedersi parte del concerto sotto il palco (realizzando delle orribili foto con una macchinetta ben lontana dai limiti della professionalità, che caricai comunque sul sito per cui scrivevo allora), hanno diluito il ricordo dell’economicità della serata; sicuramente è stata “colpa” di una delle band di supporto, che suonando mentre gli ultimi raggi del sole svanivano è riuscita a creare un’atmosfera magica che faceva sentire altrove, un altrove improbabile che conteneva immagini da festa universitaria, party chillout in piscina e spiagge assolate di Los Angeles, eclissando chiunque è salito prima e dopo di loro. Quel gruppo erano le Warpaint, e guarda un po’ vengono proprio da Los Angeles.

La band si forma il giorno di San Valentino 2004, data in cui il nucleo originario viene completato: Emily Kokal (voce, chitarra e synth) e Jenny Lee Lindbergh (basso e cori) reclutano infatti la sorella di quest’ultima Shannyn Sossamon (batteria e cori) e Theresa Wayman (chitarra, tastiera, percussioni e cori), iniziando a fare musica con idee abbastanza chiare su ciò che vogliono esprimere coi loro strumenti e le loro voci. Ci mettono un po’ a carburare, esibendosi nell’area di Los Angeles e mietendo consensi sempre più ampi, finché nel dicembre 2007 entrano finalmente in studio per registrare il loro primo Ep con il produttore Jacob Bercovici e un nome di poco conto, un certo John Frusciante, a occuparsi di mixaggio e mastering. Exquisite corpse esce nel 2008, inizia a imporsi localmente (va al numero 1 della classifica di Amoeba Records, che in California è un’istituzione) e l’anno dopo viene ristampato dall’etichetta Manimal Vynil, che lo distribuisce in tutto il mondo: una copia arriva anche sulla scrivania di qualcuno alla Rough Trade Records a Londra, perché la storica etichetta britannica decide di metterle sotto contratto per il primo full lenght.

Nel frattempo Sossamon, attrice di richiamo internazionale (potreste averla vista in film come Il destino di un cavaliere, Le regole dell’attrazione e nella serie Wayward Pines) lascia il suo posto dietro le pelli e, dopo un breve casting, è Stella Mozgawa (batteria, tastiera, chitarra e cori) a prenderne il posto. Con questa formazione le Warpaint registrano The fool, un esordio fulminante in cui si mescolano efficaci strutture pop mischiate ad arrangiamenti più liberi e fantasiosi, riverberi sognanti e qualche piccolo richiamo folk, il tutto unito dallo splendido incrocio fra le voci delle componenti: le canzoni di cui mi sono innamorato arrivano da lì, e io me lo sono ascoltato persino andando a correre alle sei di mattina (una scelta non esattamente sensata per dare la carica, ma tant’è). Inizia un lunghissimo tour per gli Stati Uniti e l’Europa che tocca anche festival storici come quelli di Glastonbury e Reading nel Regno Unito e il Coachella negli states, al termine del quale le componenti del gruppo annunciano di voler sviluppare nuovi percorsi musicali.

L’omonimo secondo album, uscito nel 2014, è in effetti una parziale sterzata pur rimanendo all’interno delle stesse atmosfere soffuse: il singolo Love is to die è un ammiccante concessione al pop, ma nelle dodici tracce del disco c’è spazio per tanti brani che fanno della dilatazione sonora la loro ragion d’essere, rendendo Warpaint un’esperienza più psichedelica ma meno varia. L’anno seguente vede l’uscita del disco solista di Lindberg, Right On!, ma la band non perde tempo a realizzare il terzo album: Heads up esce già nel 2016 ed è un nuovo rimescolamento, caratterizzato da un’inversione di rotta che all’attitudine “viaggiosa” preferisce un approccio più freddo e synthetico. Nel 2017 le rivedo al Mad Cool Festival a Madrid (casualmente nell’immenso cartellone del festival sono presenti anche i Dinosaur Jr.), ma parte della magia che me ne aveva fatto innamorare si è persa.

Passano ben sei anni senza un’uscita discografica, un lungo periodo in cui altre priorità di vita privata e lavorativa mettono in parziale stand by il progetto. Sarebbe un periodo più breve in realtà se non ci si mettesse la pandemia di mezzo, perché Kokal, Lindbergh, Wayman e Mozgawa tornano in studio a inizio 2020 e sono costrette quasi subito a continuare i lavori nei propri studi casalinghi improvvisati: finite le registrazioni passano lungo tempo ad affinare, rivedere, costruire e ricostruire ogni canzone nell’attesa di un periodo buono per far uscire il disco, cioè quando saranno libere di fare un tour per supportarlo. Il momento è arrivato a maggio di quest’anno quando ha visto la luce Radiate like this, un album che contiene gli ormai riconoscibili elementi che caratterizzano la loro musica e qualche influenza più apertamente anni 80, decennio che le componenti non hanno mai nascosto di amare con le dichiarazioni di stima e debito creativo verso Siouxsie and the Banshees o i Tears For Fears: al momento sono in tour nel Nordamerica, speriamo in un viaggetto in Europa che le riporti anche in Italia, magari all’aperto e al tramonto.

Majesty è l’ottava traccia di The fool, un brano delicato in cui le atmosfere soffuse e dilatate delle Warpaint si distendono al meglio delle loro potenzialità. La canzone parla di una storia d’amore ormai finita, la disillusione che segue la convinzione di aver trovato nell’altra persona il proprio re o la propria regina: ho preso alcuni di quegli elementi per delineare il cammino di una coppia, fra elementi fiabeschi e dinamiche individualiste fin troppo attuali. Il racconto lo trovate come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Vittorie

Specchio specchio delle mie brame, dicono all’unisono, chi è la coppia più bella del reame?, sentendosi felici per l’esito scontato della risposta: ci sono loro lì davanti, nessuna magia se non quella delle mani intrecciate, dei corpi desiderosi di rimanere così, indivisibili. Era il primo periodo del loro amore, caratterizzato dalla comunione d’intenti e dall’orgoglio di essere migliori delle altre coppie che vedono passeggiare per strada, così scialbe nelle loro eterne routine.

Iniziano poi le concessioni all’altrui volontà, serate fuori in compagnia o gite fuori porta accettate con un sorriso e poche rimostranze. Solo quando le concessioni prendono il nome di compromessi si accorgono del potere che hanno le parole di influenzare la realtà, perché persino lo specchio, interrogato dopo la riappacificazione che segue un litigio, mostra solo l’una o l’altra figura. Chi ha ceduto scompare dalla cornice, come se a contare non fossero più la bellezza dell’unione ma la soddisfazione individuale, la convinzione di aver vinto, la sopraffazione dell’altra metà di una coppia non più indissolubile.

Troppi compromessi, affastellati gli uni sugli altri, diventano un peso che avvelena l’animo. Prima di farsi avvizzire lo spirito, concordano, resta solo una soluzione: lasciarsi, trattare la resa quando ancora c’è spazio per il dialogo e si può evitare lo scoppio di una guerra. C’è spazio per la commozione nell’addio, per la nostalgia che evocano i ricordi più belli, per un lungo abbraccio seguito da promesse che non verranno mantenute: rimaniamo in contatto, non perdiamoci di vista. Le parole nelle loro bocche hanno perso il potere, la realtà ora è la distanza che si fa sempre più ampia a ogni giorno che passa.

Ma resta un timido legame, qualcosa che non ammetterebbero di fronte a nessuno. La belligeranza resiste allo scorrere del tempo, al formarsi di nuovi amori e nuovi legami, sempre labili e passeggeri. Di fronte allo specchio, agli angoli opposti della vita, si piazzano due individui separati che chiedono per rassicurarsi chi l’ha avuta vinta, in cerca dell’ultima vittoria sul fantasma sbiadito di una persona una volta cara. Non chiedono, per timore della risposta, a chi pesa di più la solitudine, perché sanno che il riflesso non mentirebbe: questa sconfitta accomuna i loro destini.

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Amore e altre stranger things nell’esordio discografico di Maseeni

Si immaginava di essere così profetico Manuel Agnelli quando nel 1999 cantava che Non si esce vivi dagli anni 80? A furia di ritorni di fiamma il decennio più rimpianto (anche da chi non c’era) finirà per seppellirci tutti quanti, per la gioia di Randy “The Ram” Robinson anche se, a ben guardare, il personaggio interpretato da Mickey Rourke in The wrestler stravedeva per l’hard (e glam) rock e non per i synth e le batterie che suonavano come fustini di detersivo di cui abbondava il pop di quegli anni. Ogni volta che li si dà per morti, pensando che magari un “bel” concerto di Venga Boys, Eiffel 65 e Aqua possa fare da apripista per un ritorno dei nineties, ecco che gli anni ’80 tornano a ruggire, con Stranger Things a prendere il posto dei Goonies e Blinding lights di The Weeknd a fare da ideale colonna sonora. Poi passano gli anni e ti accorgi che niente è cambiato, ma tutto comincia a scricchiolare: la quarta stagione della serie dei Duffer Brothers amplifica la dose di cliché (o erano così anche le altre stagioni, e non me ne ero mai accorto?), Harry Styles scrive una canzone che suona vecchia di quarant’anni con la stessa tastierina di una vecchia di quattro ed esce pure un nuovo Top Gun (in cui purtroppo manca una scena come quella che avevo immaginato io). In che fase del revival siamo? E in che anno di preciso?

Anche in Italia gli anni 80 hanno attecchito un’altra volta, almeno a sentire le canzoni di Tommaso Paradiso, e pure Lorenzo Masini, in arte Maseeni, si assesta sulla scia di un indie-pop che pesca sonorità del passato rimescolate in ottica moderna. Classe 1994, attivo da anni con vari progetti (Govinda, Weird Bloom, Big Mountain County), Canzoni d’amore del terzo tipo è il suo primo disco da solista (prodotto dall’etichetta Porto Records) e fa dell’orecchiabilità e della leggerezza i propri punti di forza. Otto canzoni che scorrono veloci e si insinuano subito in testa, registrate con l’aiuto di Marina Cristofalo delle Lilies On Mars (chitarra, basso, synth e cori) e di Alfredo “Mammaliturchi” De Luca (synth).

L’inizio chitarra/voce di Mi hai lasciato solo il cane setta già in qualche maniera il mood: tanti riverberi, una buona dose di ironia e i synth che entrano alla fine del brano per dare un senso di bizzarro al tutto, mostrando quanto Masini sia attento ai dettagli. Gli arrangiamenti sono infatti il fiore all’occhiello del disco, apparentemente semplici ma capaci di sterzate melodiche inaspettate, come quella che anticipa la coda strumentale di Non mi sono mai preso cura di te o il rallentamento dai toni vagamenti psichedelici nel finale di Non ti batte più il cuore. Pur rimanendo in un solco pop ben definito il disco ha una discreta varietà, con i suoi momenti più introspettivi (Dimenticarti) e giocosi (Superblu), con synth e chitarre liber* di sfogarsi e il basso che si ritaglia il suo momento da protagonista trascinando dietro di sé la melodia di Sei una canzone, secondo singolo estratto dall’album. Un buon lavoro di cesello non può però prescindere da una forte personalità, ed è qui che emergono i difetti del progetto.

Canzoni d’amore del terzo tipo è un disco tecnicamente valido, ma suona come qualcosa scritto a tavolino. Il modo di cantare, l’utilizzo saltuario delle parolacce, i testi che non si prendono sul serio, tutto sembra far parte di un copione che Maseeni mette in scena per arrivare al prodotto indie-synth-pop perfetto per le masse ma che, rivolgendosi più all’esterno che all’interno, manca di anima. Non aiuta che queste canzoni d’amore sembrino scritte più per delle figure estrapolate dai testi di altre canzoni che per delle persone reali, donne dalle caratteristiche troppo comuni per rimanere impresse o, al contrario, descritte da particolari esageratamente artificiosi che sembrano messi lì più che altro per fare rima (emblematico il caso di Superblu, con la strofa “sei la terra dei Fenici/ e di chi ama andare in bici”). Fra ragazze che “se ne fregano dei modi e delle mode” (Sei una canzone) e non hanno tempo per l’amore (La fine del mondo), citazioni pop pretestuose e un paio di “cazzo” qua e là per rinforzare concetti deboli (in Quasi due innamorati, dove la strofa “come cazzo sto bene davvero/ sei un’orchestra che suona il bolero” sembra scritta da un Achille Lauro poco ispirato, e curiosamente la canzone è cantata in una maniera molto simile) i dettagli sonori finiscono per passare in secondo piano, eclissati da storie poco interessanti.

Ci sono storie d’amore che finiscono bene e altre che finiscono male: le Canzoni d’amore del terzo tipo sembrano invece parlare di quelle storie che rimangono lì a metà perché nessun* fa il passo decisivo, preoccupat* più di non scottarsi che di mettersi in gioco per davvero. Maseeni ha musicalmente le doti per dire la sua nel panorama musicale, ma il suo primo disco suona come qualcosa ideato per piacere a tutt* e che finisce per essere, citando ancora il testo di Sei una canzone, “senza infamia e senza lode”.

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Racconto in musica 107: Perché non può funzionare sempre così? (Daughter – Mothers)

Di solito inizio questi articoli introduttivi con aneddoti che riguardano il come ho conosciuto la tal band/artista, mantenendo alto il mistero su di chi sto parlando nonostante sia scritto in grosso nel titolo. Oggi farò qualcosa di lievemente diverso, e per farlo dovrò andare indietro nel tempo di una ventina d’anni. Ho già parlato spesso di Indie-Zone, webzine musicale che lotta e resiste con noi (in varie incarnazioni) dai primi anni duemila: per ragioni totalmente casuali che hanno a che fare con le relazioni sentimentali di una mia amica e un programma sull’alternative rock di Radio Lupo Solitario mi ritrovai a far parte della “redazione” della prima versione di Indie-Zone, con le virgolette d’obbligo visto che eravamo in tre/quattro e le riunioni si svolgevano nelle rispettive case smazzandosi dischi sconosciuti (e i pochi, rarissimi, di artisti conosciuti da noi ma comunque sconosciuti alle masse) da recensire poi con dubbia professionalità. Nonostante le premesse IZ crebbe, si affinò, ampliò le rubriche all’interno (mi occupai per anni, a un certo punto quasi in solitaria, del Sonic Sushi Bar, recensioni brevissime che mi hanno aiutato col concetto di sintesi) portando anche alla nascita de Il provocatore, in cui il patron della webzine sproloquiava con fantasia decrescente su temi musicali dicendo la sua in maniera, nomen omen, provocatoria (ricordo titoli tipo “Teatro Degli Orrori come i Savoia: via dall’Italia!” o “Gli Wombats puzzano di pesce marcio”). La crescita portò anche altri redattori, gente che non viveva fra il novarese e la lomellina come noi ma arrivava da svariate zone d’Italia: ricordo in particolare una colonia veneta, almeno due/tre (oggi la precisione qui non è di casa) collaborator* che per anni scrissero i loro pezzi prima che IZ implodesse, che il dominio del sito storico scadesse e che poi, attraverso gli sforzi di Tommaso “TUM” Vecchio rinascesse dalle sue ceneri nella forma attuale, con nuov* collaborator* mentre noi altr* si vagava altrove, facendo cose e vedendo gente come si suol dire (e una rondine non fa primavera, toh). Nella colonia veneta c’era anche un padovano, uno che la penna non l’ha mai dismessa e che dalle recensioni è passato ai racconti e ai romanzi: il suo nome è Alessandro Busi, ed è un piacere immenso averlo oggi ospite qui, con un racconto ispirato ad una canzone dei Daughter.

Dire che ricordo le recensioni di Alessandro sarebbe una falsità, perché non ricordo quasi neanche le mie, ma che erano scritte con competenza e professionalità questo lo posso affermare con certezza, visto che era un periodo oltretutto in cui qualcun* ogni tanto partiva per la tangente e faceva stroncature al veleno da cui partivano pure polemiche lunghissime. Le stesse caratteristiche le ha portate nella narrativa, ambito in cui non sono mancati fin da subito gli attestati di stima, rappresentati da pubblicazioni su pubblicazioni nelle principali riviste letterarie: Grafemi, Tuffi, Tre Racconti, inutile, Altri Animali, Settepagine, Risme (sul Numero zero), Split, Clean, Fillide (questo lo potete ascoltare!), I Libri Degli Altri, Atomi di Oblique Studio, L’Ircocervo, Fragmint, Multiperso e In Allarmata Radura. Ciliegina sulla torta, a dicembre 2021 è uscito il suo primo romanzo per pièdimosca Edizioni, Fino all’inizio, di cui potete leggere qui una recensione sul sito dei compari di Read and play ascoltando la playlist dedicata, visto che (come testimonia anche la sua presenza qui) la musica resta una sua grande passione. Quando non scrive e non ascolta musica Alessandro lavora come psicologo e psicoterapeuta nella sua Padova e aggiorna il suo blog Come un cane sulla luna.

Passiamo invece ai Daughter, una di quelle band che a leggerne la storia ti viene da pensare alle casualità della vita, o alle barzellette in cui ci sono un italiano, un francese, un inglese… In questo caso ci sono una italo-irlandese cresciuta nella periferia londinese, Elena Tonra (voce, chitarra, basso e piano), che fin da giovanissima sublima nella scrittura e nella musica le difficoltà della vita, esemplificate dal bullismo subito a scuola: la sua strada si incrocia con altri due londinesi d’adozione, Igor Haefeli (chitarra, basso, tastiere e programmazione), chitarrista di origini svizzere, e Remi Aguilella (batteria e percussioni), batterista francese, tutti frequentanti l’Institute Of Contemporary Music Performance e che, dopo averla vista esibirsi dal vivo in acustico, decidono di iniziare a collaborare. Siamo nel 2010, la band registra i primi demo e, dopo aver ricevuto pareri positivi, autoproducono il loro primo Ep registrandolo nel monolocale di Haefeli: esce così il 20 aprile 2011 His young heart, quattro brani in cui la voce melodiosa di Tonra si sposa alla perfezione con le atmosfere musicali rarefatte create dagli strumenti, un dream-folk pieno di personalità che comincia a far drizzare qualche antenna, in primis quelle dell’etichetta Communion Records che nello stesso anno produce il loro secondo Ep, The wild youth. A piccoli passi il trio allarga la sua sfera d’influenza, conquistando prima il pubblico londinese e poi la storica etichetta britannica 4AD, che li mette sotto contratto nel 2012 portandoli al primo disco l’anno seguente. In If you leave la loro musica si fa ancora più eterea, densa di riverberi e sognante: il pubblico apprezza, la critica anche e il sogno musicale di Tonra, Haefeli e Aguilella diventa realtà con un tour di 130 date che li porta fra il 2013 e il 2014 a esibirsi in estremo oriente, negli Stati Uniti (di supporto ai The National) e in Australia.

Il seguito non si fa attendere molto, almeno se si conta sul fatto che i Daughter non smettono di esibirsi dal vivo: Not to disappear esce infatti nell’estate 2016, senza perdere le caratteristiche che li hanno resi famosi ma ampliando la gamma di suoni, a volte anche più sporchi e decisi rispetto a quanto ascoltato in passato (sentite il ritmo indiavolato di No care per farvi un’idea). Neanche il tempo di riposarsi che il 2017 vede di nuovo i tre protagonist* di un’uscita discografica molto particolare: una colonna sonora, ma per un videogioco. Music from Before the storm raccoglie le musiche create dai Daughter per l’omonimo videogioco sviluppato da Deck Nine Games (e seguito dello stupendo Life is strange, già di suo strapieno di azzeccatissime canzoni fra l’indie-pop e l’indie-folk) ed è l’ennesimo simbolo di un’ecletticità che Tonra espande ulteriormente l’anno successivo col suo primo album da solista, Ex:Re, ripubblicato nel 2021 con l’orchestra d’archi 12 Ensemble ed il supporto della compositrice Josephine Stephenson.

Una delle caratteristiche che hanno reso grandi i Daughter sono anche i testi di Tonra, evocativi e sottilmente ambigui: Mothers non fa eccezione, parlando di maternità con immagini diverse da quelle che normalmente vengono utilizzate per descriverla. Alessandro ha tratto dalla canzone un racconto che parla di genitorialità e preoccupazioni, partendo con la fortissima immagine di un padre impegnato nell’acquisto di una pistola: se, come da lezione Checoviana, la pistola che appare è destinata a sparare sta a voi scoprirlo più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Perché non può funzionare sempre così?, di Alessandro Busi

I’ll stay here, the provider of the constant sting they call love”
Daughter – Mothers

«Ne vorrei una piccola.»

Il commesso annuì, «Basta che faccia il suo mestiere, giusto?»

Mise sul bancone una di quelle che le riviste specializzate chiamano armi da borsetta. «Beretta Pico. È un calibro 9 corto.» Avvicinò lo smartphone per compararne le dimensioni.

«La prendo.»

«Non vuole vederne altre?»

Scosse la testa. «Mi piace, la prendo.»

Il commesso verificò che il nome sul porto d’armi e quello sulla patente coincidessero, che la fotografia raffigurasse una versione passata di quell’uomo. «Et-to-re Manzoni» sillabò mentre trascriveva i dati.

«Sono io.»

«Che cognome importante.»

Ettore alzò le spalle come a dire che ci si abitua; come a evitare di dire: non mi parlare e dammi quella pistola; come a evitare di lasciare lì tutto e scappare via; come a evitare di mettere in moto l’auto, sgommare fuori dal piazzale, dimenticare le aggressioni, fermarsi al McDonald’s, prendere due menù cheeseburger da asporto, arrivare a casa, urlare «Tesoro, ho portato la cena!», lasciarsi baciare, chiedere «Ti piace?», pulirle l’angolo delle labbra dalla maionese, gettare le scatole sporche di formaggio e salse nel secco, ascoltare la voce di sua moglie che ninna loro figlia mentre la allatta, vederle piccole, pensare che la vita deve funzionare così, perché non può funzionare sempre così?

Pagò con la carta e ringraziò per il regalo di una piccola scatola di munizioni.

Prese il sacchetto fra pollice e indice.

«Ce ne hai messo di tempo» disse sua moglie quando lo vide salire in auto. Dietro, la loro bambina dormiva nel seggiolone. «Andiamo? Ho una fame.»

Allungò la mano e si fece consegnare il sacchetto dal marito.

«La porto indietro?» chiese lui.

«Madonna, Ettore. La metti sotto chiave.»

«Sì. Ma…»

«Ma? Alice ha sette mesi: come fa ad aprire l’armadio, prendere la pistola, caricarla e spararsi?»

«Hai ragione. È solo per sicurezza, per noi.»

«Vuoi che facciamo la fine dei…»

«No.»

«Ecco.»

Svoltò a destra alla rotonda. Per strada non c’era nessuno.

Lei aveva preso la pistola, la paragonava con la lunghezza delle sue dita. «Non è incredibile che una cosa così piccola possa toglierti la vita?» Fece un ghigno e se la puntò alla tempia. «Sbeong.»

Piegò il collo e tirò fuori la lingua a penzoloni.

Lui rallentò. «Michela, per favore.»

Lei si liberò dalla cintura di sicurezza e si mise in ginocchio sul sedile, dando la schiena al parabrezza. Allungò le braccia e puntò l’arma dritta verso la testa di loro figlia.

«Amore» disse lui.

Rallentò ancora, fino a fermare l’auto in mezzo alla corsia.

«Michela.»

«Ti immagini?»

Alice sbuffò una bolla di saliva. Michela mosse la schiena come attraversata da un brivido. Ettore mollò il volante, picchiettò il costato di sua moglie, che si rimise a sedere e lasciò cadere la pistola nel sacchetto. Alzò le mani a mo’ di resa, sbuffò, tirò le ginocchia verso il collo.

«Ci fermiamo a prendere due panini?» propose lui.

Un’auto li superò suonando il clacson e mostrando le corna fuori dal finestrino. Risero come non facevano da un bel po’.

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Come il racconto, ma con più traumi: Spiderhead

Qualche anno fa ho frequentato un corso di scrittura creativa alla scuola Belleville di Milano, a conclusione del quale ho presentato un progetto editoriale a un editore e ad un agente letterario. Il mio progetto partiva già con una pecca: era una raccolta di racconti. Per la precisione una raccolta di Storie d’amore andate in merda (questo il nome in codice), che a me sembrava una gran bella idea ma evidentemente a chi ha letto la mia presentazione e la sinossi no. Nel prepararmi a comunicare il mio progetto la editor Cristina Tizian mi suggerì di trovare un secondo filo conduttore da aggiungere a quello dell’amore (finito in merda), perché a quanto pare sono l’unico a cui non frega niente che una raccolta di racconti non presenti legami specifici fra una storia e l’altra, e visto che le mie storie avevano molti spunti surreali e fantascientifici mi suggerì un libro da cui trarre ispirazione: Nel paese della persuasione di George Saunders.

Dalla lettura di quel libro ammetto di essere uscito, a livello puramente editoriale, con la convinzione che se hai la supercazzola pronta puoi convincere la gente di legami inesistenti, perché nel libro di Saunders non ho trovato chissà quale unità (anzi, l’ho apprezzato proprio per questo). Ho scoperto però un autore con una fervida fantasia, la capacità rara di variare tono e stile con efficacia e il gusto per il meltin pot di generi, tutte cose che ho adorato fin da subito. Non ho ritrovato nelle sue altre raccolte lette finora (Pastoralia e Dieci dicembre, nell’ordine precedente e successiva a Nel paese della persuasione) lo stesso equilibrio fra critica sociale, sarcasmo ed empatia, ma qualche sprazzo di quella verve sì: ad esempio nel racconto Fuga dall’aracnotesta, inserito in Dieci dicembre, da cui ho scoperto con una certa sorpresa che è stato tratto un film prodotto da Netflix.

Io non so che gusto abbia Netflix nel confezionare immagini di lancio e locandine in cui gli attori fissano il vuoto, possibilmente da angolazioni diverse, ma il caso ha voluto che ad attirare la mia attenzione fosse il faccione di Chris Hemsworth, un nome abbastanza grosso da alimentare la speranza che questo fosse un progetto più interessante della media (non come la mia raccolta) e pertanto meritevole di un approfondimento. Appena partito il trailer ci ho messo poco a fare due più due, meno del tempo che ci è voluto per veder spuntare il nome di Saunders come ispiratore della sceneggiatura, e a quel punto mi è scattata la curiosità anche se, a leggerne in giro, non sembravo proprio perdermi granché. Ma che ci volete fare, per fortuna un uomo può sognare, e siccome non avevo nient’altro di cui parlare e non volevo saltare l’appuntamento per la seconda settimana ho deciso che guardare il film tratto da un racconto che non sembrava offrire abbastanza spunti per un film poteva essere una buona idea.

Spiderhead mi ha fatto tornare in mente due cose. Una è un film, Ex Machina, una delle pellicole più riuscite degli ultimi anni a tema fantascientifico; l’altra è questo articolo (che forse avevo già citato in precedenza), in cui si parla di come il trauma sia una parte ormai essenziale del background dei personaggi di finzione e di come finisca per appiattirne la caratterizzazione. La pellicola di Joseph Kosinski mette infatti i suoi personaggi in una situazione potenzialmente simile a quella di Ex Machina (pochi personaggi concentrati in una località isolata, un esperimento in corso e il mistero riguardante le vere intenzioni di chi lo ha progettato), ma il confronto è reso impari (anche) da un abuso del trauma.

Qui c’è stato un trauma

La trama vede Jeff (Miles Teller), un detenuto che si è volontariamente iscritto a un progetto sperimentale pur di sottrarsi al carcere, prestarsi come cavia per gli esperimenti di Steve Abnesti (Hemsworth), un loquace e carismatico tecnico di laboratorio che attraverso alcune fiale, inserite in un meccanismo alla base della spina dorsale, influenza le percezioni sensoriali ed emotive delle persone: con una dose di Luvactin™ una persona qualsiasi ti appare la più bella sul pianeta, con il Verbaluce™ ti esprimi in maniera più precisa e raffinata e ci sono altre fiale che stimolano l’appetito, l’ilarità o, al contrario, la tristezza. Il racconto di Saunders stava tutto qui: una situazione ristretta, un esperimento apparentemente bizzarro le cui connotazioni morali e materiali si fanno sempre più complicate e lo strano rapporto fra carcerieri e carcerati che fa alternativamente sorridere e riflettere, fino a quando non si fa inquietante.

«Basta, mi sono rotto», disse Abnesti. «Verlaine? Come si chiama? Quello che do un ordine e lui obbedisce?»

«Docilflex®», disse Verlaine.

«Ce l’ha il Docilflex® nel MobiPak®?», disse Abnesti.

«Il Docilflex® è in ogni MobiPak®», disse Verlaine.

«Deve rispondere “Affermativo”?» disse Abnesti.

«Il Docilflex® è di classe c, quindi…», disse Verlaine.

«Ecco, io mi domando e dico», disse Abnesti. «A che serve un farmaco per l’obbedienza se bisogna chiedergli il permesso di usarlo?»

George Saunders, Fuga dall’Aracnotesta

Come si crea un film da un racconto che al massimo potrebbe dare materiale per una puntata non troppo lunga di Black Mirror? Aggiungendoci cose e, possibilmente, estremizzandole. Così quando su Jeff viene sperimentato il Luvactin™ non si trova più di fronte due ragazze passabili con cui all’improvviso ha voglia di fare sesso (e lo fa) come se avesse di fronte le donne più belle del pianeta, ma una ragazza effettivamente bella e una donna scheletrica più anziana di lui; la struttura dell’Aracnotesta è più delineata e complessa, tanto da permettergli di dividere la sua stanza con Lizzy (Jurnee Smollett), una ragazza arrivata da poco che si delinea chiaramente fin dalle prime scene come il love interest del protagonista (e che nella locandina, senza un senso logico, ha la posa sinuosa della classica femme fatale che non è) e da permettere a noi di vedere gli altri “ospiti” della struttura, utilizzati perlopiù come macchiette comiche; Abnesti (SPOILER) non è più un semplice operatore (cosa che nel racconto si evince chiaramente dal dialogo riportato sopra), bensì il capo del progetto che è oltretutto dipendente dagli stessi prodotti che testa sulle sue cavie; i personaggi vengono caricati di un passato traumatico, usato alla bisogna per spiegare perché agiscono come agiscono, e la trama si concentra più su quello che sull’esperimento in sé le cui implicazioni passano sostanzialmente sotto traccia: succedono cose, muore della gente e fatichi a capire perché e, soprattutto, perché dovrebbe fregartene qualcosa.

Ma ci tengono a specificare la fonte: tutto questo è molto metanarrativo

Ritornando al paragone con Ex Machina, nel film di Alex Garland tutto funzionava perché non spiegava niente di più di ciò che era necessario: il passato dei personaggi rimaneva fuori dal contesto, i loro rapporti erano tutti incentrati sul “qui ed ora” e tutto era collegato a filo strettissimo con l’esperimento alla base della trama. Spiderhead è invece un film confuso, che vira dal comico al thriller senza una direzione precisa, che aumenta sempre di più la dose di traumi con l’avanzare degli eventi (emblematico il caso di Jeff, condannato al carcere per un incidente da ubriaco le cui conseguenze ci vengono svelate in almeno tre distinti flashback sempre più approfonditi) per… Boh, giustificare le azioni di chi le compie? Davvero? Davvero il fatto che (SPOILER) Abnesti sia stato abbandonato a otto anni dal padre presso una famiglia adottiva (dicendogli che lo avrebbe portato al campo estivo) lo giustifica nel creare sostanze con cui vuole avere il controllo sulla mente delle persone? Non ci crede neanche lo sceneggiatore, che infatti liquida quello che poteva essere un dialogo pieno di pathos come scena di intermezzo fra una scazzottata e una fuga.

Non voglio mettere più croci addosso a Spiderhead di quante se ne meriti, perché esiste ben di peggio, ma lo spreco è una cosa che mi fa incazzare. Gli sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick hanno preso una storia con del potenziale e, nello stiracchiarla per farla stare nella cornice di un’ora e quaranta, hanno deciso di concentrarsi su caratteristiche da pilota automatico invece di espandere le domande insite nella fonte (si può cambiare la natura umana? Dove ci si può spingere per farlo? Ha senso farlo? Potrebbe davvero portare a un mondo migliore?), che rimangono solo abbozzate. Il risultato finale è una discreta performance attoriale (Hemsworth si sarà divertito molto a girarlo), condita un bombardamento di musica fra ogni scena (un trucco per camuffare la sceneggiatura tentennante? Gli esce sicuramente meglio che a Cinquanta sfumature di nero, ma non è che sia un paragone nobilitante) e una trama con colpi di scena perlopiù telefonati a cui non manca un happy ending che, guarda un po’, era assente nel racconto di Saunders: una concessione a quello che Netflix pensa voglia il pubblico (e magari lo vuole veramente), esattamente ciò che le pellicole che vogliono davvero dire qualcosa di memorabile non fanno.

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Racconto in musica 106: Fantasmi di provincia (L’Orso – Baci dalla provincia)

Foto di copertina di Valeria Pierini (http://valeriapierini.it/?page_id=1406)

Avete mai pensato all’obsolescenza tecnologica associata alla fruizione della musica (che frase eh? Si vede che sono un perito elettrotecnico)? Non intendo il fatto che se avete una musicassetta in casa probabilmente non avete nessun mezzo per ascoltarla, ma il fatto che i server su cui vengono caricati i nostri contenuti possano essere cancellati, che i siti (e social network) che siamo abituati ad usare possano un giorno sparire con tutto ciò che abbiamo affidato alla memoria digitale, e magari solo a quella. Questa domanda ha cominciato a circolarmi nel cervello a partire da questo articolo (scoperto con soli tre anni di ritardo), in cui si parla della cancellazione di tutti i contenuti antecedenti il 2019 su MySpace, social ante litteram in cui erano custodite ben cinquanta milioni di canzoni. Cinquanta milioni! Pensate a quante band che nel frattempo si sono sciolte e di cui magari le uniche tracce erano riscontrabili proprio lì, tipo i miei [progetto morosa], la copia degli Offlaga Disco Pax che mettemmo in piedi io e un amico con testi che parlavano di apocalissi, Voltaire, violenza domestica e serial killer giapponesi. In questo blog cerco di parlare prevalentemente di gruppi che sono ancora attivi (e che pertanto potete ancora sovvenzionare per fare in modo che continuino a fare musica), ma un salto nel passato ogni tanto è cosa buona e giusta per tenere traccia della storia della musica indipendente: quindi oggi parliamo di L’Orso, band scioltasi nel 2016 e scelta da Antonio Vangone come musa ispiratrice per il suo racconto.

Antonio l’ho scovato in quel bellissimo luogo che è il multiperso creato da Carlo Sperduti, di cui siamo entrambi assidui frequentatori (qui trovate tutte le sue microfinzioni), rimanendo affascinato dalla sua eclettica fantasia. E proprio con la narrativa brevissima lo vedremo esordire prossimamente con pièdimosca, casa editrice molto interessante di cui vi abbiamo già parlato (e continueremo a parlare molto presto). Classe 1995, Antonio è stato finalista al Premio Raduga nel 2017 e ha sparso i suoi racconti su molte riviste letterarie: potete leggerlo su Split, Firmamento, Pastrengo, Clean, Ammatula, Risme (sul numero 3), COYE (al momento in stato “gatto di Schroedinger”: forza!), Bomarscé e altre. Ricordate: i link sono fatti per essere cliccati, non fate i timidi!

Il progetto L’Orso nasce invece a Ivrea nel 2010 da un’idea di Mattia Barro, che già nell’anno successivo autoproduce il primo Ep L’adolescente, cinque brani costruiti perlopiù sul binomio chitarra-voce (o anche ukulele-voce) che parlano della realtà di provincia, un tema caro a Barro che infatti, già preso sotto l’ala dell’etichetta Garrincha Dischi e unitosi artisticamente a Tommaso Spinelli (basso e voce), chiamerà proprio La provincia il suo secondo Ep, uscito sempre lo stesso anno. È un periodo molto prolifico per L’Orso, che nel biennio 2011-2012 partecipa anche a due compilation di Garrincha (Il cantanovanta, con la cover di Serenata Rap di Jovanotti, e Il calendisco, con la cover di Luglio di Riccardo Del Turco), fa uscire un terzo Ep (La domenica) e approda infine, nel 2013, al primo album omonimo. L’Orso (il disco) si divide equamente fra brani dei precedenti Ep e canzoni nuove, tutti immersi in una cornice indie-pop-folk che passa dall’introspettivo allo sbarazzino, mischiando esperienze personali e riferimenti alla cultura pop (splendida la canzone semi-dedicata a James Van Der Beek con ospiti i Magellano). Parte un tour di svariate date in giro per l’Italia (e qualche puntata anche in Europa), L’Orso si trasforma sempre più in una band con l’ingresso di Gaia D’Arrigo (synth, violino, tastiere e cori) e Giulio Scarano (batteria) e nell’autunno dello stesso anno una riuscita campagna su Musicraiser li porta a suonare con un’orchestra alle spalle al Teatro Oscar di Milano.

Si fermano dopo questa serie inarrestabile di soddisfazioni? Manco per idea! A fine 2013 esce un quarto Ep di outtakes e inediti (Il tempo passa), nei primi mesi del 2014 collaborano con Mecna (ospite in una versione alternativa di Quanto lontano abiti, b-side del singolo Ti augurerei il male) e a febbraio 2015 esce il secondo disco, Ho messo la sveglia per la rivoluzione, cui collaborano nel brano Baader-Meinhof anche i compagni d’etichetta Lo Stato Sociale. Nel frattempo si sono divise le strade con Spinelli e Scarano, sostituiti da Omar Assadi (chitarra e voce), Francesco Paganelli (basso e voce) e Niccolò Bonazzon (batteria), la musica si è fatta più elaborata e più tendente al pop elettronico e qualcosa, fuori dai riflettori, comincia a scricchiolare. Il pubblico se ne accorge solo a cose fatte, quando nel 2016 la band annuncia sui social prima una pausa a tempo indeterminato e poi, qualche mese più tardi, lo scioglimento definitivo, ma Barro rimuginava probabilmente già da un po’ su quel che stava facendo e su quanto aderisse ancora alla sua visione della musica e della vita: “non stavo pensando a chi fosse davvero Mattia”, dirà in seguito, quando dopo tre anni di silenzio tornerà all’attività musicale cambiando completamente. Splendore, il moniker (derivato dal cognome della madre) con cui è conosciuto oggi, è un progetto completamente nuovo per genere musicale (sperimentazione elettronica, condita sempre da un certo retrogusto pop) estetica e narrazione di sé, visto che Barro fa coincidere la svolta di carriera con l’annuncio della sua pansessualità e la rivendicazione di essere un artista bi+. Ci sarebbe molto da dire anche su Splendore e sul collettivo Ivreatronic di cui è parte integrante, e chissà che non lo faremo un giorno…

Baci dalla provincia è una delle prime canzoni de L’Orso, ed è uno dei brani migliori per definire la poetica della band: il racconto di alcuni episodi di vita lungo gli anni, un lui e una lei che si sfiorano fra lavoro, università, concerti e feste con un’unica consapevolezza, “la provincia ci ha uccisi”. Antonio sfrutta questa ambientazione per mostrare il rapporto fra due persone, il bancone di un bar e le scelte fatte nella vita a dividerli, mentre in un’anonima serata si raccontano aneddoti strani ed inquietanti prima di lasciarsi nuovamente. Potete leggere il racconto come al solito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Fantasmi di provincia, di Antonio Vangone

Raccontami la cosa più strana che ti sia mai capitata, gli dice, una sfida negli occhi chiari.

Dal bancone, con la testa pesante e le narici piene d’alcol, la guarda, mente.

Una volta da bambino mi sono perso. Ero in campeggio con i miei genitori dalle parti di Rimini, una sera dopo cena loro stavano assistendo a non ricordo quale spettacolo, cabaret mi pare, comunque sia mi allontanai. Seguivo una luce, tipo, una luce piccola più grande di una lucciola ma non una luce del tipo stai morendo, non la luce in fondo al tunnel, capito no? Sferica, velocissima, pensa un alieno o una fata, oppure uno di quei fulmini globulari di cui parlano tanto su Internet, boh. Dopo un po’ la persi di vista. Ricordo solo la tristezza di non vederla più e che mi ritrovai mano nella mano con una signora anziana, mi sorrise e mi disse ora ti porto da mamma e papà, ma quando arrivammo all’ingresso del campeggio mi salutò. Mi chiamò per nome, ma non ricordo di averle mai detto come mi chiamavo e neppure che i miei genitori fossero lì. Ero piccolo, è vero, a quell’età i ricordi non sono affidabili, però fu stranissimo comunque. Per quanto ci rifletta non so darmi una spiegazione normale.

Silenzio. È bella mentre pulisce attenta un bicchiere, fischia piano.

Bella storia. Ti meriti un premio, ti va un altro gin tonic?

Certo. Però raccontami qualcosa anche tu.

Posso provarci, ma dubito di averne alla tua altezza. Ti ricordi di Giacomo, no?

Purtroppo.

Già. Ai tempi abitava con i genitori in quel palazzone rosa in via Emilia. Una notte prendo l’ascensore, viveva all’undicesimo piano, a me gli ascensori non piacciono di base ma insomma ero obbligata, si ferma ed entra un tizio, completo marrone, abbastanza in là con gli anni e già lì mi cago sotto, erano tipo le tre di notte e questo tizio è un armadio. Non sembra prestarmi attenzione, quindi un po’ mi calmo. A un certo punto però si gira e il suo volto è cambiato, cioè quando è salito mi era parso normale, ora è orribile, non so come descrivertelo, come quello di un demone giapponese, paonazzo, tutto zanne e cattiveria. La sua espressione non la dimenticherò mai, era di rabbia pura, terrificante. Non so come abbia fatto a non urlare… Rimaniamo così fermi per un paio di minuti, poi per fortuna l’ascensore si ferma al secondo piano e lui scende. Poi chiesi a Giacomo se per caso il condominio fosse infestato. Se la rise, mi disse che avrebbe chiesto ai suoi genitori o alla nonna, solo che ovviamente non lo fece mai. Non era il tipo da interessarsi a cose del genere.

Capisco. Che roba, mamma mia.

Sì, eh.

Che fine ha fatto Giacomo?

Boh, ha trovato lavoro a Torino. Ora vive lì, credo. Preferisco non interessarmene troppo.

Fai bene.

Tu?

Io?

Quand’è che riparti?

Ah, martedì.

Ti sei fermato poco, stavolta.

Sì, ho un sacco da fare con gli esami.

Capisco, capisco. Ah, è ora di chiudere. Ti serve un passaggio?

No, grazie mille, non c’è bisogno, faccio due passi.

Va bene.

Attenta ai vecchi demoniaci.

Tu alle strane luci.

Mi raccomando.

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Racconto in musica 105: Questione d’efficienza (White Hills – No will)

Milano, 10 giugno 2017. In quel della Santeria si svolge la seconda edizione di un festival, l’OOOM, che dal nome e dalla line up sembra promettere davvero bene in quanto a esperienza psichedelica… Anche se in realtà io conosco solo uno dei gruppi che suona, sono lì principalmente per loro e, parlandoci, gli confesso che non so mica cosa facciano gli altri. Il chitarrista della band mi dice “tranquillo, dopo ci droghiamo e ci facciamo un bel viaggio”, quindi dopo la loro esibizione… Ci facciamo una canna. Sì, niente LSD o chissà che. Siete delusi? Vi aspettavate un racconto tipo Paura e delirio a Las Vegas? Mi spiace, sarà per la prossima, ma l’esperienza psichedelica c’è comunque.

La crea, già con la sola presenza sul palco, la terza band in cartellone, dopo Valerian Swing e In Zaire e prima dell’esibizione di Paolo Spaccamonti e Föllakzoid. Il batterista, camicia rossa elegante, amplifica il suo colorito cadaverico che, vuoi anche per le dimensioni, lo fa sembrare una specie di Frankenstein agghindato per le grandi occasioni; la bassista sembra uscita da Matrix, fasciata da capo a piedi in abiti di pelle nera aderente; il chitarrista, per rimanere in tema, arriva dritto dritto pure lui da un film degli anni ’90, perché è una copia sputata del lercissimo produttore discografico Philo Gant in Strange days. Quando iniziano a suonare, condendo i suoni acidi dei loro strumenti con riverberi sulle voci (degli ultimi due) e tappeti di synth lisergici (suonati sempre dagli ultimi due), il mio cervello va in corto circuito e se ne innamora seduta stante. La band sul palco in quel momento erano i White Hills.

Probabilmente la band newyorkese formata da Ego Sensation (voce, basso, synth) e Dave W. (voce, chitarra e synth), fondatori e unici membri stabili dal 2003 ad oggi, è una di quelle per cui usare la formula rock psichedelico aiuta a dirimere in fretta la questione su “che genere fanno”? E lo so che vuol dir tutto e vuol dir niente, ma provate ad addentrarvi nella loro sterminata discografia e ci troverete di tutto: elettronica, hard rock, stoner, post-punk, industrial, il tutto spesso ammantato di riverberi ed echi che rimbalzano nelle orecchie fino allo stordimento di ogni capacità intellettiva. Fare una cronistoria della loro carriera è un’impresa, significa sgomitare fra album, Ep, live, split (con GNOD e Heartless fra gli altri), tutti editi dal 2009 dall’etichetta Thrill Jockey, che ogni tanto spuntano fuori come funghi allucinogeni, quindi meglio concentrarsi sulla descrizione che danno di loro stessi su bandcamp:

White Hills are proponents of transformation through sound. The music made by Dave W. and Ego Sensation is risky and cutting edge, while being hyper-conscious of society’s constant desire for a new and better drug.

Il desiderio di una “nuova e migliore droga” doveva essere presente anche nel regista Jim Jarmusch, che dopo averli scoperti live li ha voluti a tutti i costi all’interno della sua personalissima rilettura del vampirismo Only lovers left alive, nel 2012, immortalandoli live mentre eseguono la canzone Under skin or by name. Ipnotici, selvaggi, Dave W. e Ego Sensation dal vivo rilasciano la stessa carica sensuale e prorompente che emerge nel film (che vi consiglio) e che mi ha portato a godermeli dal vivo ancora nel 2019, grazie al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, dove anche in duo e con Ego Sensation costretta dietro la batteria (e col basso registrato) hanno comunque dimostrato di essere una furia che si sfoga in ogni direzione consentita, basta che ti lasci alla fine l’impressione di una bella botta.

No will è la traccia che apre Walks for motorists, album del 2015 che rimane fra i miei preferiti. Il ritmo incalzante, il titolo (più che il testo) e lo sfogo finale mi hanno fato immaginare una storia ambientata principalmente in un ufficio dove si svolge un lavoro non ben definito, con una figura sfuggente la cui mancanza di volontà sembra occultarla alla memoria e improvvise sparizioni a fare da contorno: la trovate come al solito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Questione d’efficienza

Facci caso. Sta sempre a qualche sedile di distanza dal tuo, sulla metropolitana, ma se ti giri anche solo per un attimo fatichi a ricordarne il volto. Si può essere completamente anonimi? Sì.

Lavora nel tuo stesso ufficio, te ne sei accorto solo dopo qualche mese. Sta lì davanti allo schermo del computer come in attesa di una rivelazione, le mani che si muovono lente sulla tastiera. Chiedi, durante una pausa caffè, se la risorsa allocata alla postazione 118 è produttiva. Chi?, ti chiedono. Nessuno, rispondi, e parli d’altro.

Sapere che esiste a volte ti innervosisce. Come si fa ad andare avanti per inerzia? Sgobbate tutti per un avanzamento di carriera, una casa più grande, una macchina più veloce. Tutti. Passare accanto alla postazione 118 è come trovarsi vicino a un’idrovora che assorbe la volontà: pochi secondi e non sei più sicuro di quello che vuoi ottenere dalla vita. Vorresti parlarne davanti al gin tonic del venerdì in ufficio, alle nove di sera, ma te ne scordi. Non era importante.

Siete efficienti, ma non abbastanza. Dall’alto arriva un richiamo generico: qualcuno non produce come dovrebbe. Vi guardate con facce stupite, sorridi dentro perché sai che non si parla di te. Sei una risorsa essenziale, non come 217 o 72, vecchie, fuori mercato: sacrificabili. Poi passi davanti alla postazione 118 e ti ricordi chi è l’anello debole: eppure resiste. Cosa fa tutto il tempo? Cosa non fa? Forse bisognerebbe non fare per ottenere una promozione? Sei qui da quasi due anni, avrebbero già dovuto accorgersi di te, il panico ti stringe la gola ma sulla scrivania c’è un nuovo documento da analizzare e torni efficiente, risoluto. A cosa stavi pensando poco fa?

97 non c’è più. Avresti pensato a tutti, ma non a 97. Anche per il resto dell’ufficio è così, lo percepisci. Le chiacchiere alla macchinetta del caffè sono meno spontanee, più veloci: hanno tutti fretta di tornare al lavoro. Pensi che forse lo hanno promosso, dev’essere così.

No, dice una voce vicino a te.

118. Sta lì con una postura gobba che ti sembra stranamente familiare, le mani immobili sul tastierino numerico. La sua massima concentrazione confina con la noia. Non può aver parlato, sarebbe uno sforzo troppo grande.

Una sera a casa ti accorgi di una figura fuori dalla finestra. La guardi, ti sembra di conoscerla. Sorride. Sbatti le palpebre, ti volti e torni in cucina. Cosa mangerai stasera?

42. 237. 69. Manca sempre più gente in ufficio. Evitate di parlarne, vi scambiate falsi sorrisi di circostanza. Per distrarti pensi a una macchina veloce, un giardino con piscina.

Arrivi il lunedì e le postazioni sono deserte, gli schermi spenti, nessuno che batte sulle tastiere. Percorri i corridoi tre volte prima di accorgerti che non sei solo.

118 ti aspetta. Fa segno con la mano di avvicinarti, questa volta non puoi fare a meno di prestare attenzione. Sullo schermo c’è un numero, lo riconosci. È il tuo.

E 118, con calma, come se l’operazione fosse troppo noiosa per metterci impegno, schiaccia il tasto delete.

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