La prigione come stato mentale in Codice a sbarre di Giulia Tubili

Una delle prime cose che ho fatto dopo aver iniziato a scrivere con altalenante serietà è stato iscrivermi a qualche concorso letterario. Ce ne sono a bizzeffe in Italia e basta fare un salto su un qualsiasi sito-raccoglitore per accorgersene, ad esempio su uno qualsiasi dei tre che hanno proprio “concorsi letterari” nel nome: alcuni sono trappole per spillare soldi ad aspiranti autori, altri sono validi, qualcuno prevede un tema, molti sono gratuiti e come palestra per testare la propria competenza con le parole possono essere un buon banco di prova (già che ci siamo vi ricordiamo che anche Tremila Battute è partner di un concorso, Note d’inchiostro, il cui tema è ovviamente inerente la musica: trovate qui il bando completo, ci sono ancora una decina di giorni per iscrivervi!).

Fra quelli che più mi sono rimasti nel cuore c’è sicuramente Il giardino di Babuk – Proust en Italie, premio organizzato dall’associazione culturale romana La Recherche. Ho partecipato tre volte ed è stato con loro che ho provato l’ebbrezza della mia prima (di pochissime) premiazione dal vivo: il fatto che poi sia arrivato ventiseiesimo è un dettaglio di poco conto, perché ho avuto un’impressione di serietà e correttezza che mi ha convinto a riprovarci. Il sito della loro associazione è un contenitore multiforme di racconti, poesie, libri resi gratuiti dagli autori, articoli sulla cultura in genere e, dal 2020, i membri fondatori Roberto Maggiani e Giuliano Brenna hanno anche creato una casa editrice che si chiama Il ramo e la foglia. Visto che hanno una collana dedicata ai racconti (a cui io stesso ho provato a mandare i miei) non potevo esimermi dal curiosare un po’ fra le uscite, approdando infine fra le pagine di Codice a sbarre, l’esordio letterario per Giulia Tubili.

Ammetto che con un titolo del genere la prima cosa a cui ho pensato è stato questo album del gruppo punk Pornoriviste, ma al di là dell’omonimia la scrittura di Tubili ha ben poco a che fare col punk se non un certo gusto per lo shock. Le storie contenute in Codice a sbarre hanno spesso a che fare con la violenza, con gli aspetti più oscuri dell’animo umano e creano un effetto piacevolmente stridente con lo stile impeccabile e spesso aulico della narratrice, che sempre in prima persona ci porta nelle menti raramente pentite dell* protagonist* di queste vicende.

Capisci che tutto è andato a puttane quando ti rendi conto di trovare noioso anche il voyeur di turno a cui piace masturbarsi sull’immagine più intima e goffa di te.

Kurt Cobain è moribondo

Tubili nella vita fa l’attrice e la sua professione entra prepotentemente in questo libro. Il suo impegno è legato al cinema più che al teatro, ma la tensione e la concentrazione prima di una performance emergono vivide nell’attenzione al dettaglio con cui la protagonista di Ecclesialand si prepara ad entrare su una scena decisamente particolare e molti racconti, da Il miglio giallo (insieme andiam dal Mago) ai due racconti che hanno per protagonista l’audace Andrée Moreau, hanno la monuziosità emotiva del monologo. Il meglio sotto questo punto di vista è dato da Ziggystein, il primo racconto della raccolta e l’ultimo a essere stato ideato (secondo quanto riportato dall’autrice in questa intervista), perché il ritmo con cui Asher “Ziggy” Meyerowitz, stand up comedian sempre in attesa del grande salto, intrattiene il suo pubblico con un repertorio degno del miglior Woody Allen è trascinante: un plauso va poi fatto alla forma con cui ci viene narrata la storia, perché dandoci già nella prima pagina gli argomenti e l’andamento generale della performance Tubili riesce a non sminuire la sorpresa, in modo simile (giusto per rimanere su paragoni tosti) a quanto fa Hannah Gadsby nel suo incredibile spettacolo Douglas, per poi sparigliare le carte in un finale che mantiene la brillantezza del monologo ma si chiude senza troppa enfasi.

Eeeeed ecco che Ben chiude la sigla con la sua nota preferita. Sì, quella totalmente sbagliata, avete presente? Per chi non ha presente, sappiate che Ben deve aver fatto cadere della salsa tartara sul suo spartito e dunque improvvisa dai tempi della guerra di Indipendenza. Pensavo che il tête-à-tête con il Giappone risvegliasse il suo orgoglio musicale ma è un tradizionalista, si vede. Se dovesse mai riuscire nell’impresa di azzeccare quella nota, mi sentirei smarrito e, a casa, non ci si può sentire smarriti. Dico bene?

Ziggystein

La forma con cui l* protagonist* ci raccontano le loro peripezie è minuziosa, attenta ai dettagli sia esteriori che interiori, ma l’utilizzo di una prosa alta per ogni narrator* finisce per appiattire le differenze fra di loro. Per quanto alcun* si lascino andare con più leggerezza al turpiloquio o all’utilizzo di termini gergali si ha sempre l’impressione di trovarsi di fronte a personaggi di elevata cultura, condizione plausibile fintanto che ci viene narrato poco del loro passato ma in qualche modo irreale, soprattutto quando anche comprimari galeotti si lasciano andare a frasi troppo forbite per il contesto (succede in Virus ex animo). Sostenere che una bella scrittura sia un problema è un gran volo pindarico, ma Tubili difetta della capacità di adattarla al contesto: quando lo stile si sposa con la storia, come accade ad esempio in La farfalla del limone, si soprassiede senza problemi a qualche dilungamento di troppo, in altri casi è il ritmo con cui ci viene narrata a intrappolarci (Gitanes e Jeu du Mouline), ma spesso la sospensione dell’incredulità viene minata dall’eloquio lezioso con cui ogni personaggio racconta e si racconta.

– Pietra, cantami quella canzone. La solita canzone. –

Però lei rimane zitta e raccoglie tempo come margherite da intrecciare in ghirlande che spieghino questa lunga pausa. Io, smanioso, cerco di non dare a vedere il mio fervore e attendo con scarsi risultati ma, pur rendendosi conto del mio ticchettante disagio, la mia amata insiste e mi annusa a pieni polmoni.

– Tesoro mio, quale canzone? Temo d’averla scordata, ricordami come fa. –

Così trasecolo. Esternamente resto nella posizione accartocciata che permette l’egemonia sul mio scheletro esausto ma, dentro, qualcosa spezza la magia che si percepiva nitida da ieri a cena, tra una forchettata di spaghetti allo scoglio e una goccia di cera sfuggita con flemma alla candela che illuminava il tavolo.

La polena, mia moglie

Molte dei racconti, parlando di prigioni reali o di prigioni dell’animo, finiscono per essere un conto alla rovescia verso una rivelazione. Tubili gestisce bene la tensione, dilungandosi su dettagli apparentemente superflui per tenerci sulla graticola, ma i finali non sono sempre all’altezza dell’attesa e questo finisce per minare il racconto in toto. Codice a sbarre non è un libro esente da difetti, ma lo stile dell’autrice è maturo e va solo calibrato meglio su storie che lo sappiano valorizzare, il che per un’esordiente di nemmeno trent’anni è un risultato di non poco conto: buona la prima insomma, ma ci si può solo aspettare di più dal prosieguo della carriera di questa poliedrica autrice.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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