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Gli zombi sono morti, evviva gli zombi! Qualche esempio letterario di come i non morti si possono rifare il look

Ne avevo già il sentore e a certificarlo è arrivato il critico cinematografico Gabriele Ferrari (conosciuto anche come Stanlio Kubrick de I 400 calci) durante FeST, il Festival delle serie tv che si è svolto nell’ultimo weekend di settembre alla Triennale di Milano: i morti viventi al cinema arrancano, non riescono a dire più niente di nuovo, e pure nella serialità le cose non vanno benissimo. Impantanati in metafore che rimangono sempre le solite dai tempi di Romero, coinvolti come sparring partner in narrazioni episodiche che assumono sempre più i toni della soap opera (qualcuno ha detto The walking dead?), nemmeno aver acquisito la capacità di correre li ha aiutati ad evitare di essere snobbati dal grande pubblico. Qualche sparuto segno di originalità sopravvive, fra un Maggie che vede Arnold Schwarzenegger prendersi cura della figlia infetta e il clamoroso delirio nipponico One cut of the dead (in Italia arrivati rispettivamente come Contagious – Epidemia mortale e Zombie contro zombie), in Asia sembra si stia formando una “novelle vague” a tema mangiacervelli, ma a conti fatti il piatto per il momento piange.

One cut of the dead, quando gli zombi incontrano Boris

E se il cinema, terreno d’elezione di ogni apocalisse zombie che si rispetti, prendesse ispirazione dalla letteratura? Vari autori si sono cimentati con la minaccia dei morti viventi, riuscendo spesso a rinnovare l’immaginario che ruota attorno al loro eterno peregrinare alla ricerca di carne umana. Ci credereste che fra di loro c’è addirittura un due volte premio Pulitzer?

Ma andiamo con ordine e partiamo con un libro che ha avuto l’onere di essere già stato portato sul grande schermo, e se vi è capitato di vedere World War Z capirete perché parlo di onere e non di onore: vi presento

World War Z – La guerra mondiale degli Zombi (Max Brooks)

La copertina italiana non l’ho trovata, scusate ma è l’una e mezza di notte e comincio ad avere sonno

Che c’è, avrebbe preferito che dicessimo la verità alla gente? Che non era un nuovo ceppo di rabbia, ma una misteriosa piaga che rianimava i morti? Si immagina il panico che si sarebbe scatenato? Le proteste, le rivolte, i miliardi di danni alle proprietà private? Si immagina tutti i senatori pisciasotto che avrebbero portato il governo alla paralisi per far passare d’urgenza al congresso un altisonante e assolutamente inutile “Decreto anti-zombi”? Si immagina il danno che ne avrebbe ricavato il capitale politico di quell’amministrazione? Stiamo parlando di un anno di elezioni e di un’impresa dannatamente dura e difficile.

Grover Carlson, ex capo dello staff della Casa Bianca

La mela non cade mai lontano dall’albero, dice un vetusto detto, e nel caso di Max Brooks non potrebbe essere più vero. Figlio di Mel Brooks e Anne Bancroft, dal padre ha ereditato sicuramente la bizzarria: se il genitore si è però concentrato sulla comicità e la parodia, il figlio ha preferito distaccarsi da quel solco (non prima di aver scritto i testi del Saturday Night Live dal 2001 al 2003, aggiudicandosi anche un Emmy) e diventare il più grande esperto di zombi sul pianeta. La carriera letteraria di Brooks figlio si è infatti concentrata su questo tema, a partire dall’esauriente Manuale per sopravvivere agli zombi (Einaudi, 2006) per arrivare alle quattro bizzarre vicende narrate in Zombie story (Cooper, 2011). La sua fatica letteraria più riuscita è però quella che Brad Pitt ha voluto a tutti i costi rovinare con la complicità del regista Marc Forster: un reportage di guerra fatto e finito, in cui però l’esercito avversario è composto da morti viventi.

Il senso comune vuole che i nordcoreani si siano ritirati nei loro complessi sotterranei. Se questo è vero, allora le nostre stime sulle dimensioni e la profondità di questi complessi sono molto approssimative. Forse l’intera popolazione nordcoreana è davvero sotto terra e sgobba a un infinito progetto bellico, mentre il suo Grande Leader continua ad anestetizzarsi con liquore occidentale e pornografia americana. […] Magari questo era il piano originale, ma qualcosa è andato storto. Pensi alla “città delle talpe” sotto Parigi. E se fosse successa la stessa cosa, ma estesa a tutta la Corea del Nord? Forse quelle caverne brulicano di ventitré milioni di zombi, automi emaciati che ululano al buio e aspettano solo di essere sguinzagliati.

Hyungchol Choi, vice direttore della Korean Central Intelligence Agency

Da Seul a Cuba, da New York a Città del Capo, tutto il mondo finisce sotto la stretta dei non morti, modificando in maniera impronosticabile gli assetti geopolitici. Attraverso le interviste di un giornalista che vaga per il pianeta veniamo a conoscenza della causa scatenante del contagio, delle battaglie vinte e perse contro l’orda degli zombie, di come gli esseri umani si sono rialzati dopo aver sfiorato la fine. Brooks ha l’abilità di non limitarsi a tratteggiare le grandi azioni eroiche, ma di esplorare a tutto tondo la variegata umanità che si è ritrovata a fronteggiare la calamità: prendono spazio così storie come quella del giovane otaku che, perso nella realtà virtuale della sua camera da letto, si rende conto della situazione globale solo quando bussa letteralmente alla sua porta, dei quisling, persone impazzite che imitano gli zombi, persino delle unità cinofile impiegate nella guerra. Realistico come un vero reportage, dettagliato nel suo immaginare le conseguenze mondiali di un’invasione di non morti (ad esempio: cosa comporterebbe un esercito di profughi potenzialmente infetti fra Iran e Pakistan?), World War Z non teme di mostrare le peggiori nefandezze dell’animo umano mentre illustra una parabola di speranza.

È sempre il tema della guerra a caratterizzare anche il secondo libro di questa breve rassegna, anche se in questo caso l’arco temporale e il luogo dove si svolgono le azioni sono molto più circoscritti: precisamente nella

Zona Uno (Colson Whitehead)

Colson Whitehead è uno che non ha bisogno di troppe presentazioni: finalista del Premio Pulitzer nel 2001 col suo secondo romanzo, John Henry festival, si è aggiudicato poi quell’ambito premio in ben due occasioni, con i romanzi La ferrovia sotterranea (Sur, 2017, vincitore anche del National Book Award e del Premio Arthur C. Clarke) e I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019). Da uno con un curriculum del genere ti aspetteresti aderenza alla narrativa più classica, invece Whitehead flirta agevolmente con generi più popolari come la fantascienza e l’horror: Zona Uno si infila proprio in questo solco, portandoci per un lungo weekend di tensione assieme al soldato Mark Spitz fra le rovine di una New York devastata dall’apocalisse zombie.

Quando ebbero finito di gloriarsi delle retate personali, la conversazione passò alla possibilità di recuperare sigarette a Manhattan. Molti avevano preso a fumare. Cominciava a girare la notizia di una possibile operazione a New York e quel mattino i corrieri di Buffalo avevano diffuso voci circa l’ultima missione compiuta nel sud, un impianto idroelettrico rimesso in funzione. Poi uno dei cecchini – Gibson, si chiamava – aveva raccontato di un falò di schel andato storto e tutti erano scoppiati a ridere. Lo schel in cima alla pira era stato neutralizzato, ma a quanto pareva un pezzo di cervello stava ancora trasmettendo ordini. Il fuoco aveva attivato la creatura, che sembrava facesse breakdance fra le fiamme.

Nel libro di Whitehead non vediamo, se non attraverso alcuni flashback, il momento in cui il mondo è cambiato. Ciò che vediamo sono i resti, il caos su cui il governo provvisorio degli Stati Uniti, insediatosi a Buffalo, sta cercando di edificare una nuova civiltà: proprio per questo motivo alcuni soldati vengono mandati a Manhattan, un’operazione quasi propagandistica di liberazione dalle ultime sacche di “schel” (il modo in cui vengono chiamati gli zombie) rimasti rinchiusi negli uffici, nei negozi, dietro le barricate con cui hanno cercato di difendersi dall’ordalia. Mark e gli altri membri della Squadra Omega vagano così per una New York spettrale alla ricerca di questi “ritardatari”, araldi di un’umanità barcollante segnata dai traumi e dalla violenza, contraddistinti da nomi che, come nel caso del protagonista, non sono nemmeno i propri. Gli uomini e le donne che Whitehead ci mostra sono un incrocio fra i soldati di Full metal jacket e quelli che nel finale de La notte dei morti viventi sfogavano i loro peggiori istinti sui morti viventi, anche loro corpi in movimento che cercano di trovare una motivazione al loro incedere.

Una fioca costellazione indugiava nei dintorni della muraglia, aloni più piccoli dietro le finestre degli edifici già adocchiati da quelli del personale nel remoto Wonton e nei palazzi silenziosi del centro, dove gli umili lavoratori come Mark Spitz raccoglievano le mani a coppa intorno alla fiammella. A nord della muraglia era tenebra e morti che in quella tenebra barcollavano.

La città poteva essere risanata. Finito il loro lavoro, avrebbe potuto essere qualcosa di quella che era stata. Le avrebbero appiccicato addosso una qualche somiglianza, i nuovi cittadini giunti a rinfocolare la metropoli. Le loro luci nuove avrebbero bucato il nero qua e là, in un crescendo che avrebbe ricreato il vecchio profilo urbano, originale e sprezzante. Luci nuove che filtravano attraverso il velo nero come perle di sangue che premono sulla garza fino a impregnarla.

Sì, aveva sempre voluto vivere a New York.

Zona Uno è un romanzo crudo, mostra un’umanità al limite senza edulcorare nulla, facendo luce sul vuoto esistenziale che si è ormai impadronito di tutti perché quando ricostruire si dimostra un’impresa troppo faticosa vien quasi di sperare che le barriere poste a protezione della civiltà crollino.

Ma se non tutti gli zombi venissero per nuocere? C’è chi è riuscito a immaginare un mondo in cui i morti viventi non sono pericolosi, ed è italiano: per scoprire questa strana realtà non vi resta che entrare fra le pagine di

La carne (Cristò)

«Non sono contagiosi» ripete. «Sono sicura che non lo sono. Non sono neanche davvero ammalati. Non è una malattia. Sono sicura anche di questo. Se fosse una malattia avrebbero già trovato il rimedio. Ormai è un secolo…»

«Settant’anni» la interrompo, «sono settant’anni. Quasi settantuno. La prima volta che ne ho visto uno avevo appena compiuto dieci anni e adesso ne ho quasi ottantuno. Mi ricordo com’era il mondo prima di loro».

Ho detto una cosa da vecchio.

I vecchi dicono cose da vecchi in continuazione.

Lei ha cominciato a strofinare più forte.

Nel mondo immaginato da Cristò i morti viventi sono completamente diversi da come siamo stati abituati a immaginarli. Tutt’altro che aggressivi, si mettono educatamente in fila per un pezzo di carne, fornito loro in punti appositi. Non solo non cadono a pezzi come i classici cadaveri ambulanti, non invecchiano nemmeno: entrano a far parte dell’enorme schiera dei “non vivi” all’improvviso, senza sintomi, lasciando gli altri a chiedersi quale forma di contagio può causare tutto questo… E quando capiterà a loro. A farci da guida in questa realtà è un uomo anziano la cui vita è stata segnata da un incidente avvenuto da bambino e che ha visto il mondo cristallizzarsi a causa di questa strana epidemia: l’umanità sembra trascinarsi avanti senza inventare più nulla, arresa all’idea che prima o poi si entrerà tutti a far parte di quella fila.

Stiamo tornando a casa. È stata una bella giornata tutto sommato. Sono seduto accanto a Giulio. I vecchi non possono stare sul sedile posteriore. Monica non dorme. Stiamo in silenzio. Monica ha una mano poggiata sulla spalla di Giulio. È sera. La strada è buia. Sarebbe bello morire adesso. Tre persone scampano la vita eterna morendo serenamente in un incidente stradale. Tre mangiacarne in meno. Giulio sembra leggermi nel pensiero.

«Io non ci credo che quelli non possono morire» dice. Monica ritrae la mano dalla sua spalla. Lui non se ne accorge, forse, e continua, «io non ci credo che non ne è morto neanche uno».

Accanto alla narrazione di questo bizzarro mondo post-apocalittico se ne instaura un’altra, l’indagine del dottor Tancredi su dei misteriosi biglietti scritti dai suoi pazienti senza che questi ne abbiano memoria: parto della mente del narratore, Tancredi assume nel corso del romanzo un ruolo sempre più importante, rivelandosi un elemento fondamentale per risolvere il mistero che aleggia sulla comparsa dei primi, atipici non morti.

Pubblicato per la prima volta nel 2016 da Intermezzi e ripubblicato nel novembre 2020 da Neo Edizioni, La carne è un romanzo dai tratti onirici e delicati, con una trama circolare in cui alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Cristò abusa sin troppo delle ripetizioni per caratterizzare il suo narratore senza nome, ma più che i personaggi ad affascinare è l’atmosfera sospesa che aleggia su tutto il libro, una stasi senza fine a cui qualcuno prova a sfuggire con la violenza, altri con l’empatia, tutti scombussolati da quelle persone che una volta erano come loro e adesso vivono solo per la carne: non il migliore romanzo del lotto, ma sicuramente quello più originale nel reinventare la figura dello zombi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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