Partire dalle città per immaginare un futuro più sostenibile: Biodivercity di Elena Granata

Prendete un qualsiasi film ambientato in un futuro prossimo. Cercate di ricordare la città in cui si svolge la vicenda e rispondete a questa domanda: ci vorreste vivere? In nove casi su dieci (statistica assolutamente arbitraria) vi sarà venuta in mente qualche megalopoli post-apocalittica tutta verticalità e disparità sociale, inquinata, perennemente sporca e buia.

Le città del futuro nell’immaginario collettivo sono perlopiù lo specchio distorto delle peggiori attitudini del giorno d’oggi. D’altronde guardare le immagini della nebbia di smog durante le Olimpiadi 2008 basta a prefigurarsi un trend che può solo andare a peggiorare, anche perché quella nebbia non ha certo lasciato le strade di Pechino da allora: le proiezioni dicono che entro il 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, il che impone un ripensamento di queste stesse aree per andare incontro alla crisi climatica che stiamo affrontando.

E se questo cambiamento arrivasse proprio da quelli che sono apparentemente i punti deboli del sistema?

Quest’opera racconta la dimensione sperimentale, folle e creativa, il fuori programma, che evita accuratamente strade già percorse e modelli assodati. Ma anche l’adozione – ormai quasi trasgressiva – del semplice buonsenso, grazie al quale la creatività assume una dimensione quotidiana, radicata nei contesti locali e nelle esperienze minute, ma capace al contempo di raggiungere esiti straordinari e di avere ricadute planetarie.

Elena Granata, Biodivercity

Elena Granata è professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano, si occupa di progetti urbani e di cambiamenti sociali, imprese, città e ambiente. Ha una lunga carriera come autrice di saggi sulla sostenibilità del territorio e i cambiamenti delle città, e Biodivercity (edito nel 2019 da Giunti e Slow Food Editore) è l’ennesimo tassello di un percorso ideale che cerca di aprire la mente a un futuro in cui le istanze sociali e ambientali si possano sposare, magari accantonando l’aspetto economico o, ancora meglio, integrandolo attraverso scelte che non mettano per forza il profitto come prima necessità.

Ogni grande città, secondo l’autrice, è un ricettacolo di biodiversità. L’incontro fra persone di diverse nazioni aiuta a creare sinergia di esperienze, un motore creativo che può portare a ripensare gli spazi cittadini applicando a volte logiche che nella loro semplicità appaiono ingenue, altre utilizzando una certa quantità di pensiero laterale per vedere le opportunità più che i problemi. Granata mostra compiutamente come alcune realtà lo abbiano già fatto attraverso opere di urbanistica, progetti sociali, imprese virtuose e svariati altri modelli da prendere a esempio per ripensare le aree urbane, rendendole a misura d’uomo e rispettose del territorio.

Todmorden è una piccola cittadina, neppure quindicimila abitanti, nel nord dell’Inghilterra, raffinata e ben curata, immersa nella natura. Uno di quei luoghi in cui ti immagini che il tempo scorra abbastanza lento, senza grandi cambiamenti.

Oggi questa ordinaria cittadina è diventata un paese commestibile: frutta, verdura, erbe da cucina spuntano in ogni angolo. Non si tratta di veri e propri orti. Sono commestibili le aiuole spartitraffico, i bordi della ferrovia, i parcheggi della stazione, i cimiteri, le alzaie dei canali. Tutti quei piccoli e incolti frammenti verdi che comunemente si generano in città, spazi di risulta senza alcun valore, sono stati trasformati in frutteti, giardini officinali, orti coltivati.

Elena Granata, Biodivercity

Il giro del mondo organizzato dall’autrice parte da New York e dalla sua High Line, una ferrovia in disuso che da luogo di degrado è diventata un giardino sopraelevato lungo due chilometri, passando per le innovazioni urbanistiche di città dell’America latina come Medellín, Bogotá e Rio de Janeiro, le piazze che si allagano di Rotterdam per giungere a Milano, fra opere ad alta visibilità come il Bosco verticale e piccoli ma necessari angoli di socialità come il Giardino delle Culture. Attraverso questi e altri esempi Granata ci illustra come il punto di vista è fondamentale per cambiare una storia di degrado in una storia di successo: nessuno penserebbe di mettere dei mimi al posto dei vigili urbani in una città con un traffico caratterizzato da comportamenti scorretti, eppure il sindaco di Bogotá Antanas Mockus proprio in questo modo è riuscito, nei primi anni 2000, a dimezzare il numero di incidenti sulle strade.

Giardino delle Culture

Non solo urbanistica: ogni spettro della società è scandagliato, perché un utilizzo efficace del territorio e delle sue risorse è fondamentale per il futuro del nostro habitat. La panoramica di atteggiamenti virtuosi tocca progetti di inclusione sociale come quello di Riace (di cui speriamo l’ultimo capitolo non sia rappresentato dalla sentenza di condanna a tredici anni di carcere per il sindaco Domenico Lucano), startup come Slow/d che mettono in relazione designer e artigiani locali per creare oggetti d’arredo a chilometro zero, valorizzazione del cicloturismo (il progetto VenTo, una pista ciclabile che collegherà Venezia a Torino lungo il Po, ideato da Paolo Pileri e Alessandro Giacomel, cui va il maggior pregio di aver mantenuto un’impronta orgogliosamente pubblica senza appoggiarsi a investitori privati) e ristrutturazione del sistema educativo attraverso la costruzione di università in aree rurali sotto l’influenza dei narcotrafficanti (il Campus Utopia, nato nel 2010 nel dipartimento colombiano di Casanare) e l’apertura di biblioteche nelle favelas (come fece fra il 2004 e il 2007 il sindaco di Medellín Sergio Fajardo).

Il nuovo capitalismo si è infatti accorto che senza attivare le motivazioni e i simboli più profondi dell’umano le persone non donano liberamente la loro parte migliore. Così chiedono molto, (quasi) tutto ai loro neo-assunti, chiedono un impegno di tempo, priorità, passioni, emozioni, che non può essere giustificato ricorrendo al solo registro del contratto e del (pur molto) denaro.

Luigino Bruni, Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto

In Biodivercity vengono analizzati anche i problemi, da città che si dotano di un’architettura “ostile e difensiva”, utilizzando le parole di Granata, come è stato ben esplicitato dal recente caso delle barriere di sicurezza davanti alla Basilica di Santo Spirito a Firenze, al rischio di spersonalizzazione operato in alcuni contesti lavorativi, fra aziende che cercano di monopolizzare la vita dei propri dipendenti e il pericolo, di recente fattosi più attuale, del controllo continuo (con conseguente ansia da performance) attraverso lo smart working. La pandemia non ha certo aiutato, come analizza la stessa autrice in questa conferenza online, ma guardandoci attorno possiamo cercare di notare il bello e l’inaspettato, facendone tesoro: a Milano mi accorgo di spazi urbani che hanno recepito l’esempio del Giardino delle Culture (a sua volta rinato grazie a una nuova associazione), installando ad esempio tavoli da ping pong in Piazza Sicilia, sento parlare sempre più spesso di iniziative per combattere gli sprechi alimentari o per sviluppare una filiera del cibo locale in opposizione alla grande distribuzione (come fanno ad esempio gli Alveari di quartiere), vedo orti comuni spuntare in varie zone della città, entro in contatto con comitati di solidarietà reciproca come lo Spazio di Mutuo Soccorso, che in periodo di lockdown organizzava anche staffette per portare cibo ai più bisognosi.

Un futuro privo delle megalopoli immaginate da Philip K. Dick o William Gibson parte anche da questi piccoli gesti, e un libro come Biodivercity può aiutarci a riconoscerli e magari anche a creare nuove possibilità di sviluppo. Il libro di Granata ha il pregio di stimolare all’azione, evitando di fomentare allarmismi ambientali che, per quanto reali e pressanti, finiscono col bloccare la nostra spinta propositiva: una lettura sicuramente utile per chi vuole rapportarsi allo spazio urbano con uno sguardo nuovo e consapevole.

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Racconto in musica 74: La promessa (Guignol – La promessa)

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui avevo smesso di scrivere recensioni. Lo avevo fatto perché mi sembrava di girare un po’ in tondo, occupandomi della mia piccola nicchia (una rubrica di recensioni brevissime chiamata Sonic Sushi Bar, mangiata da internet quando il dominio non è stato rinnovato) senza trovare molti stimoli al di fuori…anche perché il sito per cui scrivevo era diventato ormai specializzato quasi unicamente in indie-folk, e io dell’indie-folk sapevo poco o nulla ed avevo da poco scoperto generi molto più rumorosi e cupi. Venne una proposta dal vegetante-ma-non-ancora-morto StorDisco a togliermi da quell’impasse e donarmi un po’ di varietà sonora, facendomi anche entrare in contatto con un ufficio stampa che negli anni mi fece conoscere un sacco di artisti già apparsi in queste pagine (tipo Emiliano Mazzoni e i Moostroo). Rimasi in contatto per molto tempo con Luca Barachetti, musicista a sua volta (godetevi qualche lancinante frammento sonoro dei purtroppo disciolti Bancale), e fra i vari dischi che ricevetti da lui e i suoi colleghi di Macramè ce ne furono (indovina indovinello) anche un paio della band della settimana: è così che ho scoperto i Guignol.

Per il racconto della settimana devo invece ringraziare Alessio Barettini, che già mi aveva mandato testi interessanti su canzoni di Bob Dylan e dei Procol Harum ma io, cagacazzo che non sono altro, ho approfittato della sua generosità piazzandogli lì qualche suggestione musicale che lui ha prontamente trasformato in parole (e che significa pure che lo ritroverete presto su queste pagine). Torinese di 45 anni, insegna da diverso tempo Storia e Letteratura e in casa si divide fra l’amore per la sua compagna, per i due figli e quello per i libri, dai quali trae eterna ispirazione per scrivere, insegnare, discutere e fotografare. I suoi scrittori preferiti sono quelli che vanno in direzione verticale, capaci di farci riflettere, subire e darci la forza per rialzarci, smarrendoci fra le pagine per poi ricominciare. A portarlo verso Tremila Battute è stata anche la sua passione per la musica, particolarmente quella indipendente e il rock classico dei decenni ’70 e ’90: ha una venerazione per David Bowie, possiede una Fender Mustang e, come tutti noi, non vede l’ora che si possa andare a vedere un concerto come dio comanda.

I Guignol sono invece da diversi anni un’eccellenza milanese, precisamente dal 1999, anno in cui Pierfrancesco Adduce (voce e autore di tutti i testi, nonché negli anni a chitarra acustica, elettrica e armonica) inizia a mescolare suggestioni sonore con il chitarrista Alberto De Marinis e il batterista Andrea Dicò: il risultato della commistione è il primo Ep della band, Sirene, pubblicato nel 2003 da Toast Records, cui seguirà nel 2005 il primo omonimo album (uscito per Lilium/Venus). Negli anni la formazione cambierà spesso, mantenendo il solo Adduce come deus ex machina di un progetto che sfornerà altri sette album e un Ep, portando sempre più a maturazione un suono fatto di blues, cantautorato, folk e un pizzico di furia distorsiva che sa di punk. Nei loro album (licenziati da Una risata… Ci seppellirà del 2010 dall’etichetta Atelier Sonique) si alternano collaborazioni (Cesare Basile, Amaury Cambuzat) e omaggi (cantautori come Luigi Tenco e Piero Ciampi, ma anche il poeta e attivista politico lucano Rocco Scotellaro e svariati scrittori come Luciano Bianciardi, Dino Buzzati e Italo Calvino), delineando un mondo di influenze che si rispecchia soprattutto nei testi, fiore all’occhiello dei Guignol: Adduce sa narrare le storie dei disadattati e degli ultimi con partecipazione, tracciare l’arco di una resistenza all’alienazione della società contemporanea con parole che scavano nell’animo ma capaci di lasciar spazio ad una risata liberatoria, ironiche senza mai perdere d’intensità. Ho avuto la fortuna di scoprirli a partire da Abile labile del 2016 e di seguirli poi lungo il percorso che li ha portati all’uscita di Porteremo gli stessi panni (2018) e Luna piena e guardrail (2020), vedendoli anche dal vivo in una sola occasione: contando che abito nella loro stessa città vedrò di bissare il 4 novembre, quando saranno al Rock’n’Roll, voi mantenete gli occhi aperti per il loro passaggio consultando questa sezione del loro sito.

La promessa è un brano dedicato a (e ispirato da) Luciano Bianciardi, un racconto di amore e soprattutto odio per una Milano che, a partire dal Pirellone, sembra disumanizzarsi al ritmo con cui spuntano grattacieli sulla sua superficie. Alessio ripropone nel suo breve testo la stessa disillusione, colta nell’incedere di una figura che cammina lungo le strade, i muri e i fiumi di una città che si è mangiata tutti i suoi sogni: potete leggerne il percorso subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

La promessa, di Alessio Barettini

Passeggiare, quando non si ha niente da fare, tra le strade, tra i chiaroscuri di grigio, lungo i muri, lungo i fiumi e i parapetti, accanto alle ore che camminano con me. Vagabondare, lento, come dandy parigino, oltrepassare i miei doveri, voltarsi per cambiargli il segno, infine vederli nel loro ambiguo vestito di ricatto e di imbarazzo.

Ieri te ne parlavo come di un pezzo mio, come se io e quel dovere, quello spazio, quel palazzo fossimo insieme, fossimo in qualche modo d’accordo, una cosa sola, a ben guardare impari.

Adesso cerco quel trattino, quel ponticello sorprendentemente resistente, ma non ci vedo che un vuoto, a separare il suo segreto grido di conquista dal mio palese senso di ribrezzo.

Così le cose si mostrano, quando da luminose che erano svelano un volto secondario che fa orrore, che divora ogni cosa.

Così questo mondo ci regala sogni che svaniscono prima del risveglio.

Così i miei sogni di una rivoluzione svaniscono dentro l’alito di un mondo onnivoro e ingordo.

Così cammino ancora, lungo il tempo che cambia forma e mantiene la sostanza di un mondo che non cambia. E la speranza trova spazio solo quando mi fermo in un parco, mi siedo su una panchina a fumare, incurante di tutto quello che non ho avuto mai, a guardare qualche bella passante, a sognare dietro la sua scia come faceva Baudelaire.

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Human/, ovvero la letteratura fantastica oltre il binarismo di genere

Un paio di settimane fa ho dedicato un articolo a quella splendida esperienza che è stata Firenze RiVista, una tre giorni di chiacchiere, incontri e, last but not least, acquisto compulsivo di libri. Fra i volumi acquistati c’è stato anche quello su cui era incentrata la prima presentazione del venerdì, un’antologia edita da Moscabianca Edizioni che definire “di genere” è quanto di più giusto e sbagliato si possa fare: i dodici autori della raccolta Human/, abbracciando ogni derivazione della letteratura fantastica, hanno infatti cercato di dare una propria interpretazione della fluidità dei corpi, ambientando le proprie storie fra passato, presente e futuro.

Corpi ibridi, mutanti e fluidi nell’universo del possibile

La scelta della frase qui sopra non è casuale: è infatti quella utilizzata dalla casa editrice e dalla curatrice Diletta Crudeli (scrittrice, redattrice per L’eco del nulla e fondatrice della rivista Spore) come sottotitolo, ed esprime perfettamente l’intento di questa antologia. In un periodo in cui le rivendicazioni paritarie della comunità LGBTIQ+ fanno molto rumore ma, a conti fatti, ottengono meno di quel che dovrebbero (e il fatto che il Ddl Zan non sia stato ancora approvato è un segnale bello forte), Human/ si pone come un salto più lungo e abbraccia ogni idea di mutazione scaturita dall’immaginazione degli autori, sia essa l’ibridazione con creature aliene, naturali, meccaniche o semplicemente il punto d’arrivo di una maturazione interiore. Ogni racconto affronta l’argomento in maniera personale, utilizzando prevalentemente il linguaggio della fantascienza ma mischiandola col fantasy, una goccia di cyberpunk, qualche dose di surrealismo e venature horror che non stonano, a volte il tutto nello stesso racconto.

Non farò un’apologia della scrittura fantastica, ma del mutamento, dei mostri e degli esseri alieni. Vorrei convincervi che quello che sta oltre l’umano, oltre la linea che separa Human/ da un’altra realtà, è un corteo di creature infinite e possibili.

Dalla postfazione di Diletta Crudeli

La varietà è uno dei fiori all’occhiello di questa antologia. Narrazioni ancorate alla nostra realtà in maniera più stretta (soprattutto in Nutrirla di Francesca Mattei e Paura di nuotare di Simone Giraudi) o fissate in un luogo preciso (la Torino brulicante di creature fatate in Key-code di Erica Gigat, il Giappone feudale in Il Re Demone del Sesto Cielo di Andrea Cassini) si affiancano a visioni future della Terra in cui è più o meno difficile riscontrare le vestigia della nostra civiltà: a volte sono problematiche che ben conosciamo a emergere (la desertificazione e il ruolo marginale della donna in Sorelle d’Acqua di Michela Lazzaroni, l’innalzamento degli oceani nel claustrofobico Acquarium di Lucia Perrucci), in alcuni casi è esplicitato il periodo di riferimento (il 2051 in cui Alice Bassi ambienta Il giardino del diavolo), mentre sono le strutture sociali a renderci vagamente familiari la Meditazione Obbligatoria di Carlo Benedetti e il classismo che si annida in Alien Brain di Elena Giorgiana Mirabelli e in Venere di nylon di Linda De Santi. Protagonist* sono individui che ricercano la metamorfosi, che sono costretti ad affrontarla per sopravvivere o per liberarsi dal giogo della società, a volte vi incappano persino involontariamente: quello che emerge è sempre una nuova forma del possibile, spesso non definibile secondo i nostri criteri morali ma completa anche nella sofferenza.

Il piccante stimola i recettori del dolore. Sudiamo. Eppure, ogni anno si coltivano sempre più peperoncini, selezionando specie che contengono dosi via via più esplosive di capsaicina. Il motivo è semplice: ogni volta che il cervello percepisce la capsaicina, secerne endorfine e ci regala una scarica euforica di piacere. Sarebbe tutto normale, se anche gli altri animali fossero sensibili a questa sostanza. Ma non è così. Gli unici siamo noi che, tronfi della nostra superiorità, crediamo di non essere manipolati da nessuno, mentre continuiamo ad aiutare i peperoncini a moltiplicarsi sul pianeta.

Alice Bassi, Il giardino del diavolo

Oltre che per temi e ambientazioni Human/ si contraddistingue anche per la varietà stilistica. Conoscevo già la scrittura di Francesca Mattei grazie alla lettura della sua prima raccolta Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, ho avuto anche la fortuna di frequentare un corso di scrittura con Michela Lazzaroni prima che lei ottenesse svariati riconoscimenti fra cui la vittoria del Premio Urania Short 2020, ma in tutte le storie raccolte in questa antologia ho trovato sensibilità e personalità ben definite. Sarà anche la passione per il personaggio di Oda Nobunaga (figura realmente esistita, di cui sono venuto a conoscenza grazie all’anime Drifters) ad avermi fatto appassionare all’incrocio fra fantasia e realtà storica orchestrato da Andrea Cassini, ma il suo modo di far rivivere quell’epoca e di dipingerne il lato umano e demoniaco del protagonista è da narratore consumato: c’è pane per i propri denti anche per chi cerca vene oniriche, strutture ingegnose (in particolare il lento dipanarsi degli eventi nel racconto di Alice Bassi che apre l’antologia), storie edificanti e anche un po’ di ironia. In fondo all’articolo troverete una selezione dei miei preferiti, se avrete voglia di segnalarmi i vostri una volta letti mi farà solo piacere.

Per un po’ nessuno disse nulla. Anche se la storia di Burattino ci aveva avvicinati, restavo comunque la bambina con la gamba debole, oltre che la bambina senza padre e forse tra un po’ anche senza fratello. Qualcuno a cui non far troppo notare che i problemi della sua famiglia sono sotto agli occhi di tutti. Ero strana, come Burattino. E, proprio come lui, avevo intorno persone con le facce perplesse, indecise se provare per me più pena o repulsione.

Linda De Santi, Venere di nylon

Moscabianca Edizioni prosegue la sua ammirevole opera di formazione di una comunità aperta di scrittori e scrittrici del fantastico in Italia, avviata con un numero già consistente di antologie, dandoci inoltre modo di riflettere su quali siano i confini entro i quali la natura, umana e non, esprime le proprie possibilità. I racconti di Human/ non abbondano di facili buonismi, dimostrando quanto la buona letteratura fantastica sa aprirci porte verso l’ignoto e, contemporaneamente, far luce sull’inconsistenza dei nostri pregiudizi.

Racconti migliori: Alice Bassi, Il giardino del diavolo; Michela Lazzaroni, Sorelle d’Acqua; Francesca Mattei, Nutrirla; Andrea Cassini, Il Re Demone del Sesto Cielo; Elena Giorgiana Mirabelli, Alien Brain; Linda De Santi, Venere di nylon.

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Racconto in musica 73: Mappamondo (Morso – Glamour suicide)

Questo potrebbe essere uno degli articoli introduttivi più brevi che io abbia mai scritto da quando ho aperto Tremila Battute, un periodo in cui ancora mi contenevo e limitavo le informazioni sulla musica che faceva da sfondo ai racconti (sbagliando) e non sbrodolavo lessicalmente parlando dei cazzi miei come faccio di solito (e qui dovreste dirmi voi se sono insopportabile o meno). Via dunque con le veloci presentazioni, veloci perché sia la band della settimana che lo scrittore ospite sono facce note e altamente apprezzate in questo blog: i Morso e Stefano Tarquini.

Di Stefano ho già detto tutto altre volte: musicista (andatevi ad ascoltare i suoi Palkoscenico al Neon), sul web ha già pubblicato svariati racconti mentre all’interno di Tremila Battute potreste aver già letto questo, o magari questo. La poesia è l’altra sua grande passione e da questo ambito arriva la più grossa novità che lo riguarda, perché Stefano in questi mesi ha fatto cose ben più importanti che donare i propri testi a questo blog, ovvero pubblicare una raccolta di poesie per Transeuropa Edizioni: si intitola I giorni furiosi, potete trovarla qui e vi invitiamo caldamente a leggerla.

Dei Morso invece avevo già parlato in un articolo di marzo 2020, dopo aver intercettato per caso (e con un certo ritardo) il loro primo disco Lo zen e l’arte del rigetto (uscito per le etichette Dischi Bervisti e Cave Canem DIY). Originari delle provincie di Varese e Milano, formatisi da un’idea di Davide (chitarra) e Guido (voce) a cui si sono uniti presto il batterista Matteo e il bassista Silvano, i Morso hanno perseguito alla perfezione l’obiettivo di creare una musica senza briglie, furente, liberatoria e soprattutto genuina. Nelle undici tracce del loro esordio il punk hardcore a rotta di collo si mischia con le più svariate influenze, frutto delle esperienze parallele in altre band (Guido e Silvano fanno parte del gruppo folk-punk Uncle Bard & The Dirty Bastards, Matteo e Davide hanno suonato nei Kingfisher e quest’ultimo è tuttora chitarrista dei Bushi) e di una sana voglia di sfogare con urla e rasoiate sonore tutta l’energia che hanno in corpo. Appena prima che tutta la musica live si fermasse causa pandemia si sono esibiti al Circolo Gagarin di Busto Arsizio con Fatty Fatty Bombo e gli indescrivibili OvO (la foto che trovate in testa all’articolo l’ho rubata dal loro profilo Facebook e riguarda proprio quell’esibizione), non vedo l’ora che ricapiti per andare a vederli e, santiddio, magari pogare pure.

Stefano col suo racconto ha creato uno spin-off del brano Glamour suicide, settima traccia di Lo zen e l’arte del rigetto, una canzone in cui l’insofferenza per una relazione sbagliata si sfoga su entrambi i componenti della coppia perché in fondo “l’unico sbaglio è stato insistere”. Il racconto esplora il dopo, quel che rimane alla fine di un cambiamento lento e inevitabile: vi lascio il piacere di scoprire da soli le immagini evocate dalla penna (tastiera?) di Stefano, a me non resta che augurarvi as usual buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Mappamondo, di Stefano Tarquini

Tu e il tuo cielo perfettamente diviso in due, maledettamente colma di nuvole una parte e sfacciatamente vuota l’altra. Tu e la tua mania di organizzare le cose secondo uno stupido codice binario, che non è zero e uno, ma è maniacale, è possedere, possedere e mettere in ordine, come volevi fare con me. Con i miei ricordi che volevi fossero i tuoi, con il mio passato con cui hai organizzato il tuo futuro, la tua persona mancante, la donna che non eri.

Svegliati finalmente nella mia parte di letto e rotola nella tua, dove se allunghi la mano puoi accendere una luce a caso, puoi alzare la serranda elettrica spingendo il tasto, puoi ricaricare il telefono e le tue ossa magre. Puoi pensare ad alta voce perché io non ci sono, puoi parlare da sola e preparare i tuoi bei discorsi spacca cuore, prevedendo ogni risposta, ogni reazione, così da essere pronta, così da sentirti meno sola, meno in colpa.

Ti alzi solo per rimettere le sedie al loro posto, sotto il tavolino che ho montato io, che mi hai fatto spostare quindici volte, sotto la finestra, meglio sotto il quadro, accanto il piccolo armadietto con i pacchi di caffè e le scatole di ceci. Le forchette al loro posto. I ricordi al loro posto.

Dove ti poggiavi quando volevi fare l’amore, muovendo il culo per farmi eccitare. Quando mimavi passi di un tango improbabile per farmi ridere, mettendo la s alla fine di ogni parola. Quando apparecchiavi con uno straccio pulito al posto della tovaglia e cenavamo con mezzo chilo di variegato all’amarena, immortalandoci dentro polaroid da attaccare alla vetrata della cucina.

Dove hai scordato i mie occhi. Le mie attenzioni sotto il cuscino a scacchi del divano letto. I miei baci tra i libri di Baricco e Camilleri che non ho mai voluto leggere. Le mie carezze tra le bottiglie di Amarone che stanno prendendo polvere, come i nostri modi di dire che sono solo nostri. Le poesie che ho scritto per te tra i flyer di vecchi film in bianco e nero di cui ho scordato i titoli e gli attori che li hanno interpretati.

E le trecento bottiglie vuote di Campari, con cui volevi fare un lampadario a forma di mondo, il mondo che è sempre un po’ più vuoto, sistemate per bene dentro scatole di cartone dell’azienda in cui lavori. Un giorno mi chiamerai per aiutarti a metterle in macchina o a portarle alle campane per il vetro e buttarle via.

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Fare le cose con cura: Le Mondane e il loro nuovo disco Taddeo

Come molte persone nate e cresciute in provincia e, al contempo, appassionate di musica, mi è capitato di fare il giochino del “chi ce l’ha fatta?” Chi dalla nostra ridente zona (in cui ridono soprattutto le zanzare che ci assaltano a sciami in estate) è riuscito a FARCELA, dove il farcela significa che se parlate dell’artista in questione a qualcuno quello capisce di cosa state parlando? A me vengono in mente solo tre nomi associabili musicalmente alla provincia di Novara e che abbiano avuto (o abbiano tuttora) un certo peso mediatico:

Lena Biolcati, vincitrice del Festival di Castrocaro e del Festival di Sanremo (sezione Nuove proposte) nel 1986, di Galliate: la quota “mia mamma dovrebbe sapere chi è”;

Big Fish, dj e produttore discografico, pure lui di Galliate: ho odiato i Sottotono con tutto il cuore e a un Mtv Day mi sono unito assieme ai miei amici ad un gruppo di haters che li hanno fischiati tutto il tempo (non ne vado orgoglioso, soprattutto del momento in cui qualcuno gli ha tirato dei sassi), quindi va da sé che questa è la quota “tutti sanno chi è, ma non è che me ne vanti”;

Bugo, cantautore partito da Cerano (che è poi il mio paesello natio) e scoperto dal benemerito Bruno Dorella, passato per il Centro Sociale Cavalcavia di Novara e per il Leoncavallo (dove lo vidi chiudere un concerto cantando Hasta la schiena siempre arrampicato su un’impalcatura) per poi approdare non si sa come né perché al Festival di Sanremo: lo amo anche solo per averci regalato perle di genuina follia come questa o, andando ancora più indietro, questa.

E Novara è tutta qui? No, c’è un sottobosco musicale che però sembra sempre più sotto e fatica ad emergere, come spesso capita quando ti ritrovi in un territorio dove scarseggiano i locali dove suonare (e a noi va già di culo che siamo vicini a Milano, ricordo i meravigliosi Dondolaluva che si ritrovavano sperduti sul Monte Amiata). Ci resta da esultare quando gruppi come i Ku.Da fanno il pieno di consensi ai bootcamp di X-Factor, ammesso che non partano i commenti invidiosi, che al paesello poi ci si incattivisce per niente. Anche per questo, quando incappo casualmente in qualche gruppo novarese, mi vien voglia di parlarne, e con i Le Mondane è andata proprio così.

Le Mondane sono un gruppo formato nel 2014 da Luca Borin (voce e chitarra) e Daniele Radaelli (chitarre, cajon, ukulele, mandolino e cori), contraddistinto da un approccio musicale fra il pop e il folk. Nel 2018 sfornano il loro primo disco, I giorni della marmotta (uscito per Alka Record Label), caratterizzato da testi interessanti e da una buona varietà limitata, però, da una parte ritmica ridotta all’osso: forse consci di questo Borin e Radaelli nel 2019 hanno assoldato il batterista e percussionista Manuel Mormina, con il quale hanno registrato sempre per la stessa etichetta il nuovo disco Taddeo (coadiuvati in sede di registrazione dal basso di Massimo Erbetta e dalle tastiere di Andrea Lentullo).

Taddeo è un disco che amplifica lo spettro sonoro della band, pur rimanendo all’interno di un pop-folk che a volte tende più da una parte e a volte più dall’altra, mantenendo rispetto al passato una cura dei testi decisamente apprezzabile. L’inizio con Tremo è fin troppo soft, ma già la successiva Ciaomiaobao setta su un altro livello il ritmo: Borin gioca con le parole in maniera coinvolgente, gli strumenti creano un sottofondo musicale che si lascia apprezzare per la sua varietà e il piede comincia a tenere il ritmo in maniera naturale. Da qui in avanti Taddeo è un alternarsi di momenti tranquilli e tracce in cui i suoni si fanno più vigorosi, caratterizzate da arrangiamenti ricercati ma senza sfociare nell’ostentazione su cui si appoggia la voce calda ed espressiva di Borin, uno degli elementi più validi della produzione.

Senza mai sfociare pienamente nel rock Le Mondane piazzano comunque alcuni brani caratterizzati da un crescendo d’intensità ottimamente orchestrato, ad esempio in Quello sguardo e soprattutto in Per deridere l’aurora, mentre convincono meno brani più semplici come la title track: seguendo la storia di Taddeo si percepisce un po’ l’abuso della figura della persona semplice e genuina che dovrebbe fungere da esempio per la società odierna, accompagnato musicalmente da sonorità fra le più folkeggianti (passatemi questo orrendo termine) dell’intero disco. È proprio con questa canzone però che mi si è affacciata alla mente una domanda: quanto sono influenzato dalla mia disillusione nel giudicare brani come questo?

La title track e Un regno, canzone che in crescendo di tonalità illustra l’apertura verso gli altri (“non puoi fermare quel che sta arrivando, niente può farlo”, recitano nei ritornelli) con chiari riferimenti all’immigrazione ma con esempi prettamente nostrani (perché c’è sempre stato qualcuno di scomodo, dai “rascon” ai “terroni” fino ad andare sempre più a sud o ad est, a seconda delle “mode” del momento), mostrano un candore d’animo che oggi siamo abituati ad associare all’ingenuità, un modo d’essere che non ci conviene nell’era della disillusione e dell’ironia a tutti i costi. Le Mondane non si fanno problemi a mostrarsi così, nudi e crudi, e se anche abbracciano la durezza (ad esempio nella semicover di Compagna Teresa de Il Teatro degli Orrori, rielaborata in maniera molto personale col titolo Come volevi tu) lo fanno con la speranza di un domani migliore e con la consapevolezza di poter essere troppo avanti coi tempi. Lo dimostrano con l’ultimo brano, Questa moda di essere stronzi, con la predizione più che l’auguro di un futuro in cui essere incattiviti e competitivi (“questa storia che è dei più forti”) non sia più necessario per farsi strada nella società: non c’è l’innocenza di chi non ha capito come vanno le cose in questo testo, ma la consapevolezza di chi vuole cambiarle prima che peggiorino ulteriormente.

Taddeo è un disco che non rivoluziona il mondo della musica, ma che porta avanti con coerenza e dignità una propria poetica precisa. L’ingresso della batteria dona agli arrangiamenti uno spessore e una varietà ritmica molto maggiore rispetto al passato, anche all’interno degli stessi brani, mentre la voce e i testi di Borin si confermano un elemento di spicco. Farsi coinvolgere dalle storie che Le Mondane raccontano è un modo per lasciarsi cullare da melodie apparentemente semplici e per ragionare su concetti molto meno ingenui di quel che siamo portati a credere: come dicono gli Eugenio in Via Di Gioia in questa interessante intervista “Sicuramente l’ironia che abbiamo usato spesso è efficace, ma ci siamo resi conto che può fare anche dei danni. Abbiamo creduto fosse un’arma vincente, perché fa presa nel breve periodo, ma se non è supportata nel modo giusto rimane superficiale e può sfociare nel sarcasmo, o peggio nel nichilismo“, abbracciamo quindi il nostro lato innocente prima che sia troppo tardi.

E daidaidai, scena musicale novarese!

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Racconto in musica 72: Minuti e rimbalzi (Maria Antonietta – Abbracci)

Per approfondire la musica di qualche determinat* artista la cosa più semplice è andarl* a vedere dal vivo. Sento già il coro degli “e grazie al cazzo, in sto periodo ce lo dici?”, però se una cosa era vera prima non è che non lo è pure oggi e forse, piano piano, qualcosa sta ritornando verso la normalità. Non tutto eh, perché ieri ero a Legnano a vedermi un concerto di Rootical Foundation e Africa Unite e me lo sono dovuto vedere dal circolo lì vicino (per fortuna aveva una comoda gradinata di fianco al palco) a causa del fatto che…un mio amico aveva un cane, e i cani non potevano entrare. Neanche al guinzaglio. In uno spazio completamente all’aperto. No so se ci fossero ragioni di contagio, sicurezza nazionale o se al sindaco di Legnano stiano semplicemente sul cazzo i cani, ma speriamo che firmino presto una legge che, oltre ad ampliare le capienze, ci permetta anche di portare i cani, stare in piedi a ballare e magari pure a pogare (NEL PIENO RISPETTO DELLE REGOLE DI DISTANZIAMENTO SOC…ah no, nel pogo non si può rispettarle).

Comunque. L’artista di questa settimana io la conoscevo più di nome che di fatto, poche note di qualche canzone sentita per caso e mai per volontà propria, poi è capitato con l’Associazione ASAP di dare una mano agli amici di Laroom (una delle poche realtà che cerca di portare musica fresca e nuova in quel di Vigevano, provincia di Pavia) per la parte logistica di un concerto, e quel concerto era di Maria Antonietta. Quelle poche note sentite per caso si sono trasformate in un’esperienza coinvolgente, intima (Laroom ha una piccola saletta in cui è possibile vedersi il concerto fianco a fianco con chi suona) e che ha gettato nuova luce su un’artista poliedrica che avevo fin lì ingiustamente ignorato.

Dietro al moniker di Maria Antonietta si nasconde Letizia Cesarini, pesarese appassionata di talmente tante cose da farmi sentire uno che dorme tutto il giorno: sul suo sito dichiara amore per il regno animale, quello vegetale, gli studi di genere, l’arte medievale, la poesia e la teologia, tutti ambiti che, in una maniera o nell’altra, riescono a intersecarsi nella sua musica. La sua carriera comincia nel 2010, quando autopubblica il primo disco solista Marie Antoinette wants to suck your young blood: cantato in inglese, grezzo e scarno, passa da momenti acustici a brevi episodi elettrici sempre e comunque caratterizzati da un’urgenza punk che la fa sembrare uno strano incrocio fra la prima Carmen Consoli e i Pixies. Fra una canzone dedicata a Giovanna D’Arco e una in cui celebra Sylvia Plath la futura Maria Antonietta (che qui ancora utilizza il suo nome d’arte in francese) inizia a sviluppare la propria poetica, affrontando anche temi forti come l’anoressia in I want to be thin. In seguito scrive il racconto Santa Caterina al Sinai per il libro-compilation Cosa volete sentire – Compilation di racconti di cantautori italiani (edito da Minimum Fax) e milita anche nel duo shoegaze Young Wrists, formato nel 2009 con Alberto Bandolini, un’esperienza che lascia però spazio nel 2012 alla sola carriera solista: in quell’anno pubblica il suo primo disco ufficiale in italiano, l’omonimo Maria Antonietta, prodotto da Dario Brunori e uscito per l’etichetta Picicca Dischi. In un turbine di relazioni che non sono mai come le si vorrebbe, spaesamento esistenziale e riferimenti biblici Cesarini spara fuori dodici tracce che ci mettono un niente a calamitare l’interesse: se ne accorge KeepOn, l’Associazione di categoria dei Live Club che la premia come miglior rivelazione live dell’anno, se ne accorge soprattutto La Tempesta, la storica etichetta fondata da Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti, con cui inizia la collaborazione a partire dal singolo Animali del 2013, preludio al secondo album della cantautrice. Dopo aver partecipato al progetto artistico dal vivo Hai paura del buio?, organizzato da Manuel Agnelli, e aver girato l’Italia con Marco e Giovanni Imparato (il primo voce, bassista e tastierista dei Dadamatto, il secondo voce e chitarrista dei Chewingum e attivo da solista con il moniker Colombre), entra in studio proprio con i due fratelli per realizzare Sassi (2014, La Tempesta), un disco dai cui testi emerge una donna più consapevole e decisa, capace di perdonare perché è più difficile farle male (“e se Cristo è così buono anche io avrò pietà”, “io sono le ossa che non puoi spezzare più”, recita in due momenti diversi di Ossa). Nel periodo che segue l’uscita del disco la cantautrice infila uno Split con i Chewingum (Maria Antonietta loves Chewingum) e un tour che conta più di cento date e tocca anche l’Europa, poi Cesarini si prende il suo tempo e diversifica: redige una tesi sulle pratiche sommerse della creatività femminile con cui si laurea in Storia dell’Arte, scrive una canzone per i Tre Allegri Ragazzi Morti (E invece niente), tiene una serie di reading sulle sue poetesse del cuore (la già omaggiata Sylvia Plath, ma anche Dickinson, Cvetaeva, Campo…) e si occupa delle musiche per una nuova versione dello spettacolo teatrale Tutto casa, letto e chiesa di Dario Fo e Franca Rame per la regia di Sandro Mabellini. Solo nel 2018 esce il suo finora ultimo disco, Deluderti, cui seguono nuovi progetti più inerenti alla scrittura: nel 2019 Rizzoli pubblica la sua raccolta di racconti e poesie Sette ragazze imperdonabili, dedicato alle sue maestre di una vita (oltre alle già citate precedentemente anche Pozzi, Hillesum e D’Arco) e che trasforma anche in un nuovo reading musicale. A febbraio 2020 Cesarini si toglie anche la soddisfazione di calcare il palco di Sanremo, chiamata da Levante insieme a Francesca Michielin per interpretare una versione tutta al femminile di Si può dare di più.

La traccia che ho scelto da cui trarre un racconto è Abbracci, secondo brano dell’album Sassi. La canzone danza fra la melodia e urgenza dello sfogo, narrando un cambiamento che, al pari della musica, è sospeso fra dolcezza e violenza: ho provato a farmi suggestionare dal ritmo per scrivere lo sfogo di una donna che rievoca una relazione ormai passata, quasi cancellata dalla memoria e ad un passo dall’essere seppellita metaforicamente (o forse no?) sotto una montagna di sassi. Potete leggere questa storia subito dopo il brano, come al solito vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Minuti e rimbalzi

Ricordo i momenti in riva al fiume a lanciar sassi sul pelo dell’acqua, a contare i rimbalzi in lontananza e per ogni rimbalzo in più aggiungevamo un minuto agli abbracci con cui ci stringevamo tanto forte da farci male, mozzare il respiro e tutte quante quelle sensazioni che descrivi quando hai gli occhi a forma di cuore e vorresti rimangiarti dopo, quando l’incanto finisce e il respiro avresti voluto tenertelo dentro insieme alle parole sprecate rincorrendo un’emozione che, come diceva quella cantante che ascoltavi sempre, era davvero da poco.

Tornando indietro i sassi li lancerei per lapidarti e farti fare la stessa fine dell’adultera, anche se le corna almeno quelle me le hai risparmiate e al massimo dovrei aspirare alla crocifissione con quel look da Gesù Cristo che sfoggiavi e rimarcavi quando, in tredici a tavola, la battuta sull’ultima cena non te la facevi mai mancare. Eri brillante e brillavi ai miei occhi come il riverbero del sole sull’acqua al momento di tornare a casa dal nostro luogo segreto, più leggeri noi per l’amore che ci univa e più pesante il letto del fiume che ci malediva.

Da quando sei sparito ho cominciato a staccare dalla memoria piccoli pezzi di te, il volto che avevi si è trasformato in una maschera da manichino che potrei rimontare come voglio, facendoti più bello per vantarmi con le amiche oppure brutto, orrendo, per farmi consolare da un nuovo amante. Avrei forse potuto farlo anche allora, dimenticarti solo con uno sforzo d’immaginazione, ma il tempo, se conta, conta solo nel suo aggiungere giorni su giorni di nuove abitudini, convinzioni e facce che ti ritrovi a guardare al risveglio e che sbiadiranno anche quelle se il sistema di emozioni che unisce due persone crolla, per un motivo o per l’altro.

Cos’era più importante allora, i sassi da cui derivavano gli abbracci o gli abbracci per cui lanciavamo i sassi? Era necessario che mi facessi del male o è solo una narrazione cristologica se ora che mi sento migliore mi viene da ringraziarti, messia dei momenti persi per sempre nello scarico del cesso? Migliore in cosa poi non lo so, nemmeno so perché mi torni in mente coi tuoi tratti sbiaditi dalla mia cancellazione selettiva. Forse non è tempo per le risposte e non lo sarà mai se smetterà d’importarmi delle domande, perciò addio ultimo ricordo di noi due: il tempo per pensare oggi lo occupo pensando solo a me.

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La specificità del punto di vista in Liquefatto di Hilary Tiscione e Per sempre lassù di David Foster Wallace

Nei miei articoli ho più volte azzardato paragoni improbabili (con titoli che, oltretutto, non mi faranno guadagnare un posto di lavoro come esperto di comunicazione SEO), motivandoli (spero) in una maniera che non assomigli a un gatto che si arrampica sugli specchi. Spesso queste associazioni mi vengono automatiche durante la visione/lettura/ascolto, magari per un piccolo dettaglio in comune, una tematica affine o un legame diretto esplicitato solo all’interno dell’opera: altre volte sono io a forzarle all’interno del discorso, tipo paragonando due serie che non hanno niente a che spartire (nemmeno il formato) o mettendo in relazione due registi dalle carriere molto dissimili. Ogni volta che mi metto davanti alla tastiera con un’idea del genere mi chiedo: riuscirò a dimostrarla?

Ho fatto il test di gravidanza dopo dieci giorni di ritardo. Non mi vengono in mente delle righe che siano simili a quelle del test. Posso dire che sono rosa come la pelle di un neonato l’attimo prima che esploda in un pianto. Sono il rosa delle guance in un momento di ira. Sono il rosa di un volto che si colora per il caldo. Sono il colore delle brutte figure, dell’imbarazzo. Adesso che ci penso bene, mi sembrano vicine al rosso di un semaforo la notte. Il rosso che oltrepassa la garza di un cerotto. Tutti quei rossi che non ti aspetti come il rosso di un graffio che ti sei fatto giocando e ti sorprende quando lo vedi mentre hai il fiatone; mentre ridi e magari hai vinto una corsa o solamente riprendi fiato e ancora sei dentro il vivo del gioco e il rosso che hai sul braccio o su una spalla o vicino a un ginocchio, ti spiazza perché non brucia.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Nel caso specifico paragonare Liquefatto di Hilary Tiscione, uscito quest’anno per Alessandro Polidoro Editore, a un racconto di David Foster Wallace prevede un ulteriore ostacolo: il romanzo di Tiscione l’ho scoperto a una presentazione milanese, dove lo scrittore Orazio Labbate paragonava la scrittura dell’autrice (almeno per la prima parte del libro) a quella di Bret Easton Ellis, e se non conoscete i precedenti fra Wallace ed Ellis (proseguiti anche dopo la morte del primo) vi basterà qualche ricerca su internet per scoprire una delle rivalità più interessanti e viscerali nella storia della letteratura. Il paragone di Labbate oltretutto regge, perché la prosa di Tiscione per larga parte del romanzo è fatta di frasi brevi, una concisione di concetti che a volte rasenta la freddezza. Eppure, come Wallace, ha una chiave per coinvolgerci nelle vicende della protagonista Maddalena: scavare a fondo nelle sue emozioni.

Scrollati di dosso quell’azzurra pulizia. Sei mezzo sbiancato, rilasciato e morbido, intenerito, i polpastrelli aggrinziti. Hai gli occhi velati dall’odore troppo pulito della piscina che frantuma la luce in un colore tenue. Batti il collo della mano contro la testa. Da una parte c’è una molle eco. Inclina la testa da quella parte e oplà, un calore improvviso nell’orecchio, piacevolissimo, l’acqua riscaldata dal cervello diventa fredda sul nautilo all’esterno dell’orecchio. Ora senti la musica più forte e più metallica, gli strilli più vicini, tanto movimento in tanta acqua.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

Storie di fughe impossibili

Maddalena ha una vita vuota: incastrata in una relazione fatta perlopiù di silenzi con Romano, cerca di riempirla con le droghe e del sesso occasionale che non riesce a soddisfarla. L’opportunità di un viaggio negli Stati Uniti coinciderà con una gravidanza inaspettata che la porterà, più che a rimettersi in gioco, a portare allo stremo il suo corpo e la sua mente, perdendosi in un percorso nel quale è sempre più difficile trovare un senso alle proprie azioni. La protagonista, la sua amica Lia e il misterioso Tito arriveranno fino a Las Vegas, dove all’interno dell’hotel Wynn vivranno situazioni in cui il legame con la realtà si fa labile, descritte con una prosa che muta il ritmo narrativo e ci fa sprofondare piacevolmente in un gorgo psichedelico. Ciò che non viene mai troncato è invece il legame con le sensazioni di Maddalena, narratrice in presa diretta di ciò che prova il suo corpo sempre più sfiancato e delle emozioni che gli eventi le suscitano, approfondite in maniera cruda e senza moralismi.

Io non mi eccito. Anzi, mi muovo come se alla fine dovessero darmi un voto.

A stare così attenti, penso, non viene fuori niente di buono.

Non so bene di che masochismo si tratti. Ma una forma di ricerca del piacere attraverso il dolore mi si aggira dentro. La tentazione ingorda a correre il rischio e mettere sul piatto i resti delle cose belle, morte fra le braccia scarne dell’infermità morale.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Per sempre lassù è invece un racconto (inserito nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi, edita da Einaudi) il cui protagonista è un ragazzino di tredici anni, intento a festeggiare il suo compleanno con la famiglia in una piscina pubblica. Cambia completamente l’ambientazione e cambia anche l’io narrante, dato che la vicenda è raccontata in seconda persona: Foster Wallace ci descrive tutte le sensazioni che prova il protagonista, colto in un momento delicato della crescita (l’ingresso nell’adolescenza, che l’autore esplicita con un’introduzione dedicata a tutti i cambiamenti che stanno avvenendo nel corpo del tredicenne) che vuole celebrare lanciandosi dal trampolino più alto, come una specie di rito di passaggio. L’escamotage della narrazione in seconda persona (uno degli stratagemmi più difficili da padroneggiare) aiuta ancora di più a entrare nella storia, facendoci vivere il cammino che porta fino al trampolino, i dubbi che assalgono durante l’ascesa, fino a rendere un’esperienza unica quella di mettere il piede sopra un gradino.

Decidi che bisogna rifletterci su. Forse, tutto sommato, va benissimo fare una cosa paurosa senza pensarci, ma non quando la paura sta proprio nel non pensare. Non quando il non pensare si dimostra un errore. A un certo punto gli errori si sono accumulati alla cieca: noia ostentata, peso, pioli sottili, piedi doloranti, spazio ritagliato dalla scala, che si fondono solo in una sparizione che richiede tempo. Il vento sulla scala non risponde alle aspettative. Il modo come la tavola si protende dall’ombra verso la luce e tu non vedi oltre il fondo. Quando tutto si rivela diverso forse è il caso di mettersi a pensare. Anzi, sarebbe doveroso.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

È proprio questa capacità di entrare nel dettaglio fino a rendere le situazioni personali e irripetibili che lega Tiscione e Foster Wallace. Entramb* scandagliano le emozioni col microscopio, suscitano empatia ma chiariscono che noi non potremo mai provare quello che stanno provando Maddalena e il ragazzino tredicenne senza nome, non alla stessa maniera: quella è la loro storia, e noi possiamo solo provare a capire cosa voglia dire trovarsi nei loro panni. Sono narrazioni che avviluppano, piene di un lirismo necessario e che raramente appare ostentato, ostiche in alcuni punti (Liquefatto ha un deciso aumento di ritmo dal momento in cui Maddalena arriva negli Stati Uniti, come se la prima parte fosse un’introduzione obbligata per capire lei e le sue scelte) ma uniche nel dipingere i personaggi con tutte le loro fragilità e il loro spaesamento.

La strada – bada bene, la strada – stanca di tutte le facce che guarda passare. Non guarda ma vede. Beve. Sul campione della roccia paonazza che tinge l’aria, il pensiero s’impone grezzo e schietto. La calma è profezia. Il ruminare del cemento. Il tartagliare dei formicai in carcerazione. I falchi pellegrini carbonizzano il confine. La veduta è dipinta di rame. Le pupille umide senza espressione. Piango. Non esiste soffocamento più feroce del pianto. Non c’è freccia più tagliente di una gola che si risveglia. Noi tutti a braccia conserte. Strangoliamo. Piango.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Alla fine del viaggio, interiore ed esteriore, niente sarà più lo stesso. Sono serviti migliaia di chilometri o pochi metri ma non conta la distanza, conta l’esperienza: quella che ogni lettore, quando la letteratura è di alto livello, può esperire anche se quelle sono vite che non sono, e non potranno mai essere, la sua.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti il piede nella pelle e scompari.

Ciao.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

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Racconto in musica 71: Mala simenza (Cesare Basile – L’arvulu rossu)

Per quanto abbia ascoltato e continui ad ascoltare un sacco di musica sono consapevole (e probabilmente ho già espresso questo pensiero altre volte) di conoscerne meno di quanta vorrei. Tremila Battute è anche questo, un modo per fare scoperte che stupiscano me stesso oltre a cercare, umilmente, di suscitare curiosità per il mondo musicale indipendente. Col racconto di questa settimana si è così attivato uno strano corto circuito che mi ha portato a proporre a Marina Mongiovì, scrittrice di origine etnea, alcun* artist* da cui trarre ispirazione per un racconto: fra quegli ascolti c’era anche un cantautore, pure lui catanese, un nome che da anni è considerato fra i migliori a livello nazionale ma di cui ho sempre ascoltato troppo poco. Quel cantautore è Cesare Basile, e oggi ho un motivo in più per recuperare la sua discografia.

Ma presentiamo innanzitutto Marina Mongiovì, cui devo la mia gratitudine per aver accettato l’invito. Nata in provincia di Catania nel 1982 e vissuta lì fino a trent’anni, Marina ha una laurea in Scienze della Comunicazione ma ha sempre lavorato come contabile, oltre a collaborare con diverse testate giornalistiche locali. Oggi vive a Palermo e ha deciso di dividere il suo tempo fra la famiglia, la fotografia e la scrittura, passione recente ma che le sta già portando soddisfazioni. Nei suoi racconti aleggia un’atmosfera personale, densa di mistero, e se ne sono accorti già Pastrengo, Morel – Voci dall’Isola, Cariddi – Rivista vorace (edita da Rosso Malpelo Edizioni) e, ultima in ordine di tempo, Risme, che ha selezionato un suo racconto a seguito della call Sfocature indetta in collaborazione con Fiaf: vi invitiamo a tenere d’occhio l’uscita, in modo da poter leggere anche questo suo racconto.

Su Cesare Basile ci sarebbero da scrivere fiumi di parole, e qualcuno più esperto di me potrebbe sicuramente analizzarne la carriera in maniera più degna. Io mi limiterò a riassumere in ordine cronologico il suo percorso artistico, cominciato sul finire degli anni 80 con la militanza in diverse band fra Roma (Candida Lilith), la natia Sicilia (Kim Squad) e Berlino, dove con i Quartered Shadows registra nel 1993 il disco The last floor beach e arriva ad aprire i concerti di Nirvana e Primus. Tornato a Catania, nel 1994 inizia la sua carriera solista pubblicando per l’etichetta siciliana Lollypop l’album La pelle, seguito quattro anni più tardi da Stereoscope (uscito per Black Out/Mercury): in questi primi dischi il rock è ancora preponderante ma si affina la vena poetica dell’autore, che esploderà con il successivo album. Closet meraviglia esce nel 2001 per Extra Lable, prodotto da Hugo Race con collaboratori illustri come John Bonnair, Roy Paci e i Massimo Volume: la musica è apparentemente più scarna ma ricca di elementi che si associano alla perfezione con la nuova lirica di Basile, più cupa e autoriale. I successivi due album (Gran Calavera elettrica, 2003, e Hellequin Song, 2006) escono per Mescal, facendo entrare in contatto Basile (nel frattempo trasferitosi a Milano) con Manuel Agnelli, artista con cui collaborerà in vari progetti e che lo vorrà a bordo quando nel 2009, a seguito della partecipazione degli Afterhours al Festival di Sanremo, pubblicherà la compilation collettiva Il paese è reale. Nel frattempo Basile è passato sotto l’etichetta Urtovox Records, con cui dal 2008 fa uscire tutti i suoi dischi, a partire da Storia di Caino fino ad arrivare a Cummeddia del 2019. Nel 2011 torna a vivere in Sicilia, dedicandosi anche all’attività sociale: con l’Arsenale – Federazione Siciliana dell’arte e della musica, di cui è uno dei principali promotori, occupa e autogestisce il Teatro Coppola di Catania, una scelta che lo porterà anche a non ritirare la Targa Tenco per il miglior album in dialetto (l’omonimo Cesare Basile) del 2013, affiancandosi a una polemica con la SIAE sui diritti d’autore fatta partire dal Teatro Valle “Franca Valeri” di Roma. La sua carriera artistica procede anche in altri ambiti, dalla produzione di dischi (ad esempio di Dave Muldoon e Black Eyed Dog) alla realizzazione della colonna sonora per il film-documentario My world is upside down della regista slovena Petra Seliskar, dedicato al funambolo del palcoscenico Frane Milenski Jezek, passando per mille collaborazioni e per la scrittura di un libro, Nero immobile, edito da Habanero ed Erga Edizioni nel 2012 e al cui interno era presente un disco contenente la sonorizzazione live ad opera dei Calibro 35 di un reading dello stesso Basile: sempre con le parole gli ha reso tributo lo scrittore Raffaele M. Petrino, che per la casa editrice Arcana ha pubblicato il libro Amore alzati che passa la cummeddia di Cesare Basile.

Il racconto di Marina è ispirato alla canzone L’arvulu rossu, tratta dall’ultimo disco Cummeddia. Lascio alle parole dell’autrice la spiegazione della sua genesi, perché non potrei trovarne di migliori:

“Cesare Basile racconta una storia poco nota, risalente al periodo fascista, che vede il questore di Catania Alfonso Molina (citato nel pezzo: “Molina, dimmi quantu è russu u sangu do scacciatu”. In sottofondo, tra l’altro, sono letti i testi originali dell’epoca) che portò avanti una campagna di arresti, abusi e il confino per gli omosessuali siciliani. Nel racconto ho voluto narrare una storia diversa, per ambientazione storica e contenuti, anche se il tema del diverso e dello scacciato è centrale.

Il carnevale richiama ricordi d’infanzia; nel mio paese, che è in provincia di Catania, ha origine a fine Ottocento e fino agli anni Ottanta era un’istituzione. Dal racconto dei nonni e dei genitori, quei giorni erano una parentesi di libertà in una realtà di provincia abbastanza chiusa. Io purtroppo l’ho solo sfiorato perché con l’inizio della guerra di mafia, che interessò la provincia etnea, venne ucciso anche il carnevale; almeno com’era stato inteso fino a quel momento. “Mala simenza”, che ho ripreso dal pezzo di Basile, non è un termine dispregiativo riferito agli omosessuali, come “jarrusu” o “puppu”, ma più generalmente si riferisce a qualcuno nato storto, un seme che non produce frutti buoni.”

E dopo questa splendida introduzione non mi resta che augurarvi, al solito, buon ascolto e buona lettura.

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Mala Simenza, di Marina Mongiovì

È piovuto sul martedì grasso e ora i coriandoli sono una fanghiglia incolore sulle basole come quando, dopo le mareggiate, la posidonia si prende metà della spiaggia al lido Jolly. Rosaria passa sul viso un abbondante ciuffo di ovatta umida che si colora di un fondotinta bruno. Stacca le lunghe ciglia, cola il nero del mascara, scivola via il blu brillante degli ombretti. Scioglie i capelli e guarda il suo volto riflesso che le lampadine della toletta illuminano di una luce anonima.

Poche ore prima, Rosaria era sotto i riflettori delle luminarie e al corso la taliavano tutti, maschi e femmine. Volteggiava dentro un abito di tulle e paillettes turchini. Sopra un tacco sottile, in equilibrio sulla pietra lavica del centro storico, si annacava tutta e mostrava le cosce dallo spacco laterale; baci generosi volavano verso i compaesani che ridevano e ammiccavano ai lati della strada. Sfilavano i gruppi in maschera e i carri allegorici, tra una musica brasiliana e una tarantella; Rosaria muoveva i fianchi, portava in processione due lunghe cosce e le labbra rosse e carnose. Maschi sussurravano parole oscene e si scambiavano sorrisi compiaciuti.

Rosaria è una cavadda di razza: alta, altissima, due occhi grandi come quelle della televisione e due minnazze rotonde e spudorate. Nessuno riusciva a non abbiare l’occhio sul corpo di Rosaria; pure le femmine la taliavano e, coi musi stretti, si voltavano a commentare.

In piazza, un fantoccio dal largo sorriso brucia avvolto da lingue di fuoco; scoppiettando pare deformarsi in un demone, poi in un santo martire. Domani, dalle sue ceneri, tutto tornerà come prima. Per strada non si ballerà più, i petali dei carri infiorati appassiranno; ci si spoglierà delle maschere per indossare le divise d’ordinanza. Per il corso si tornerà a passiare coi doppiopetti e le gonne al ginocchio, in un’interminabile quaresima di sorrisi garbati e gesti misurati. E Rosaria tornerà ad essere Saru ujarrusu. Agli sguardi voluttuosi seguiranno occhiate e lingue affilate. Perché Saru è puppu, perché Saru si talìa solo a carnevale, quando diventa Rosaria, quando sfila insieme ai pupi di cartapesta. I maschi si sfarderanno le orecchie a forza di toccarsi il lobo e le femmine, che avevano peccato di sdegno e invidia, avranno sguardi e sorrisi di commiserazione, per il mischino che è mala simenza, pianta nata storta e infeconda.

Dopo aver cancellato il trucco, Rosaria socchiude la porta e si accuccia a letto, ascolta il ticchettare della pioggia sui canali di terracotta e lo strisciare umido delle ruote sull’asfalto. È lungo il tempo fino al prossimo carnevale; chiude gli occhi, sogna uno sfarfallio di luci e un altro giro di gonna.

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Sono stato a Firenze RiVista e provo a descrivervi l’esperienza

Quando devo descrivere Tremila Battute alle persone che me lo chiedono lo definisco un blog che aspira ad essere una rivista letteraria. A differenza di molte altre realtà qui non c’è una redazione e molti dei contenuti, anche narrativi, sono creati in totale autonomia onanistica: non ci fossero i contributi esterni (alcuni spontanei, altri offerti da autori che mi vado appositamente a cercare e che, parafrasando King, a volte ritornano pure) e la condivisione del mondo musicale indipendente, la differenza con un qualsiasi blog personale sarebbe risicatissima. Ma cos’è effettivamente una rivista, quali sono gli scopi e il senso di realizzarne una? Con queste domande in testa ho passato tre giorni a Firenze RiVista, manifestazione organizzata dalla rivista e associazione culturale L’Eco del Nulla in collaborazione con la casa editrice effequ, giunta quest’anno alla sua sesta edizione (dopo obbligatoria pausa pandemica).

Ho trovato una risposta? No, ma ho trovato mille realtà che si intersecano, scrittor*, editor* e riviste che dialogano e fanno rete, un qualcosa che probabilmente era già in corso ma di cui mi sono accorto grazie ai post entusiastici sui social network di chi ha partecipato al Flip – Festival della Letteratura Indipendente Pomigliano d’Arco. Non sono bravo a riassumere in un discorso sensato le emozioni vissute a Firenze, per cui proverò a dividere questo articolo in tre sezioni con cui spiegare ad aspiranti autor* e semplici appassionat* perché l’anno prossimo non dovrebbero mancare.

Gli stand

Foto rubata all’account Facebook di Firenze RiVista, perché sono stupido e non ho pensato di farne

Firenze RiVista è, come dice il nome stesso, il festival delle riviste, ma non solo. All’interno del magnifico complesso Le Murate di Firenze (un complesso che, ho scoperto in seguito, una volta ospitava delle carceri), in una piazzetta appositamente adibita allo scopo erano presenti più di venti stand ospitanti (spesso in condivisione) riviste cartacee, online e case editrici indipendenti. L’offerta è quanto di più variegato possibile fra case editrici che pubblicano anche riviste (piédimosca, che in collaborazione con lo studio editoriale Sette Piani pubblica due numeri all’anno di Settepagine, e Pidgin, che a Firenze ha presentato il primo numero cartaceo della sua rivista Split), case editrici specializzate in letteratura fantascientifica, fantasy e weird (Moscabianca Edizioni e Zona42) o in letteratura nordamericana (Edizioni Black Coffee, per cui ho un amore spassionato), realtà editoriali storiche (Minimum Fax, per cui non servono presentazioni), neonate (WoM, che si propone di rianimare la letteratura straniera e italiana inedita o dimenticata, contraddistinta dal comico e dallo humor nero ma non solo, contando che hanno a catalogo questo splendido volume su Hokusai che mi sono prontamente portato a casa) e poi riviste, cartacee e non, come se piovesse: tematiche (In allarmata radura, specializzata in saggistica narrativa, Birdmen Magazine e In Fuga dalla bocciofila, trasversalmente unite dall’amore per il cinema, Ossì, fanzine erotica nata nel 2018), dedicate a una specifica branca di racconti (L’Ircocervo, incentrata sui racconti lunghi dalle 20000 alle 40000 battute, birò, che pubblica solo racconti in prima persona) e realtà storiche come Altri Animali e La Nuova Verdə, una delle più attive nel dibattito sullo scopo del fare rivista e nel rifiutare il ruolo di “palestra” per autori in cerca di pubblicazione. Ho dimenticato qualche nome? A decine: andate qui e magari ci trovate pure la vostra rivista/casa editrice indipendente preferita.

Conferenze

Belli gli stand, ma uno fa quattro chiacchiere, fa acquisti (io sono tornato a casa con sette libri, di cui molto probabilmente vi parlerò man mano che troverò il tempo di leggerli, e cinque riviste) e poi finisce tutto lì, no? Se Firenze RiVista si limitasse a questo assentirei, ma la tre giorni fiorentina si è arricchita di un fitto programma di appuntamenti gestiti dalle realtà presenti al festival, al ritmo di anche quattro all’ora contemporaneamente dalle dieci di mattina alle sette di sera.

A presentazioni di libri e degli ultimi numeri delle riviste si sono affiancati eventi di più ampio respiro incentrati sul tema scelto per questa sesta edizione, il passaggio. Quello da una lingua all’altra ad esempio, approfondito nell’incontro fra Stefano Pirone di Pidgin (traduttore oltre che editore) e lo staff della rivista Menelique, incentrato sulla necessità di mantenere uno sguardo decoloniale nella traduzione e sulla rivalutazione dei dialetti come mezzi espressivi con una propria dignità; la creazione di un linguaggio ampio per abbattere le differenze, nell’interessante conversazione a distanza fra l’attivista e comunicatore digitale Iacopo Meli e la sociolinguista Vera Gheno (autrice di una decina di libri incentrati sul potere delle parole di definire la realtà in cui viviamo); l’importanza dell’editing all’interno delle riviste, in una conversazione aperta col pubblico fra Pirone (qui in veste di deus ex machina di Split), Modestina Cedola di ItaliansBookItBetter e Francesca Gentile di birò. Non solo letteratura, ma uno sguardo aperto sul mondo e le sue problematiche, come quella del lavoro: raggelante la situazione illustrata dalla ricercatrice Marta Fana nell’incontro su lavoro e sfruttamento attraverso la pandemia, con la relatrice arrivata direttamente dalla manifestazione organizzata in favore dei 422 lavoratori licenziati via sms dallo stabilimento di Campi Bisenzio della Gkn e a cui hanno partecipato fra le 20000 e le 40000 persone (meno male che almeno è arrivata, in questi giorni, la notizia che il tribunale di Firenze ha bloccato i licenziamenti giudicandoli antisindacali).

Questi sono solo alcuni degli incontri a cui ho partecipato, organizzati fra il cortile del Caffè Letterario Le Murate e le tre sale predisposte all’interno del complesso, molti altri me ne sono perso per concomitanza o riempimento della sala (tipo l’interessante conversazione sulla fantascienza italiana fra Moscabianca Edizioni e Zona 42). E se ancora non vi ho convinto a partecipare l’anno prossimo non mi rimane che tirare fuori il fattore umano.

Incontri

La bellezza di Firenze RiVista, per me che pure non è che sia così estroverso, è stata anche dare un volto reale (le immagini profilo su Facebook non contano) e interagire con un sacco di autor*, editor* e redattor* di riviste. Seguire quasi per caso Ferruccio Mazzanti di In fuga dalla bocciofila (autore fra l’altro per la casa editrice Wojtek di Timidi messaggi per ragazze cifrate, di cui vi avevo parlato qui, nonché una delle persone più belle che si possano incontrare) e ritrovarsi a cena con scrittor* come Graziano Gala e Francesca Mattei, le creatrici di In allarmata radura Livia Del Gaudio e Aurora Dell’Oro e l’editore Stefano Pirone (più altri, alla fine eravamo in tredici a tavola come nella migliori delle tradizioni…ed era pure venerdì 17) è una di quelle esperienze in cui normalmente mi sentirei fuori posto, ma il clima conviviale che si è creato è stato magnifico ed è proseguito fuori dal ristorante, dove in mezzo a una piazzetta mi sono ritrovato a bere e parlare di musica storta con lo scrittore Lorenzo Vargas. Per tre giorni ci si è salutati e si sono fatte quattro chiacchiere in libertà, uniti da una passione comune e dalla voglia di divertirsi insieme, e a questi incontri vanno sommate le veloci conversazioni intrattenute con chi teneva le varie conferenze (se aveste sentito parlare Carlo Sperduti prima e dopo la presentazione del suo Deriva andreste di corsa a comprarlo oggi stesso). Non so se questo è il clima abituale che si respira alla manifestazione fiorentina o se il mondo delle riviste è in fermento, quello che so è che ci tornerò di sicuro anche l’anno prossimo e voi dovreste fare lo stesso (se invece ci siete stat* e l’avete amata quanto me sappiate che qui potete contribuire con un’offerta, aiutiamo le cose belle che nascono dal basso!).

P.s. Ve l’ho detto che l’ingresso al festival è gratuito?

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Racconto in musica 70: Di merda e morte (I Cani – San Lorenzo)

La nicchia artistica è stretta e spesso scomoda, ma quando ti ci abitui fai fatica a tornare nel grosso mondo delle cosechevannodimoda. E se non stai attento, più vai avanti e più le cosechevannodimoda diventano quelle di cui tutti parlano nella tua nicchia, e per reazione tu ti infili nella nicchia della nicchia. Per dire, io ho schifato per anni Titanic (tuttora l’unica scena che ho visto l’ho incrociata per sbaglio, c’erano delle onde) e ora finisco per perdermi un sacco di cose che dovrei ascoltare perché vengono ritenute necessarie da una massa che in realtà massa non è, ma solo una nicchia di estimatori che vedo come la massa perché la vera massa, quella che ascolta la musica che passa su Radio Deejay, la schifo a priori (e le poche esperienze radiofoniche estive mi convincono ancora di più che la mia scelta è giusta). Poi ogni tanto capita che una singola cosachevadimoda entri in contatto con le mie orecchie/ la mia vista/ i miei sensi in generale e capisca che ho fatto male a schifarla. I Cani sono una di quelle cose.

Quando ne ho sentito parlare la prima volta mi sembrava che fossero già famosi ancora prima di far uscire davvero qualcosa, un prodotto costruito per suscitare hype più che una band vera e propria. Il primo album, quando è arrivato, aveva un titolo fra l’ironico e l’altezzoso, Il sorprendente album d’esordio de I Cani, e io nella mia nicchia della nicchia nicchiavo e vedevo solo l’altezzosità. Aggiungiamoci poi che quel disco nella mia testa divenne il peccato originale da cui è scaturito tutto l’indie poptronico della scena romana, colpevole di aver contribuito a scagliarci nuovamente negli anni 80 a botte di tastiere e synth di merda e brani in cui Tommaso Paradiso coverizza le canzoni che Umberto Tozzi non ha ancora scritto. Poi qualcosa pian piano è cambiato: mi è capitato di vedere il video di Velleità e la canzone mi è piaciuta (e io, nato nel 79, avevo effettivamente due gruppi con cui facevo musica datata), ho scoperto che avevano fatto uno split con i Gazebo Penguins, la ex band del mio ex batterista e della ex fidanzata del mio ex ex batterista (questo articolo nasce solo per poter scrivere questa frase) aveva coverizzato la loro Lexotan, li ho visti dal vivo a un Balla coi Cinghiali e, infine, un’amica mi ha passato i loro primi due dischi. Lì è scattato l’amore, mi sono pentito della mia spocchia e ho cominciato ad ascoltarli in heavy rotation, scoprendo anche che dietro I Cani alla fin fine ci sta il solo Niccolò Contessa.

La carriera musicale di Niccolò è un percorso lungo tre album dall’estrospezione all’introspezione. Il sorprendente album d’esordio de I Cani (pubblicato dalla 42 Records)  potrà anche cavalcare l’onda hipster parodiandola, ma la lucidità dei testi di Niccolò, unita a un malessere esistenziale che serpeggia qua e là (vedi i divani dell’analista in Velleità o il co-protagonista di Post punk), rendono i brani del disco qualcosa di più dell’ironica occhiata al mondo che lo circonda: la realtà in cui è immerso Niccolò è quella, e lui ci fa i conti senza nascondere niente e mostrando una certa dose di tenerezza nel raccontarla. Nel 2012 cani e pinguini fanno comunella ed esce in collaborazione fra 42 Records e To Lose La Track l’Ep I cani non sono i pinguini i pinguini non sono i cani (un titolo così didascalico che avrei potuto scriverlo io): due brani a testa per I Cani e per i Gazebo Penguins, più una cover vicendevole, ma soprattutto un’intesa che sfocia anche nel secondo e atteso album del progetto di un Contessa che nel frattempo mantiene perlopiù l’anonimato, dimostrando una notevole chiarezza di idee sull’esposizione mediatica. Glamour, uscito nel 2013, avrebbe potuto essere un salto verso l’universo mainstream (ironico che alla produzione di un album che si chiama proprio Mainstream, il secondo di Calcutta, Contessa abbia partecipato) con le collaborazioni giuste, invece l’artista romano omaggia e fa salire in carrozza i Fine Before You Came (FBYC (s f o r t u n a)), duetta in Corso Trieste con gli ormai amiconi Gazebo Penguins e scrive un disco che indaga il successo e l’ansia di successo da un punto di vista personale e sincero. Non c’è un brano che non funziona nonostante sia l’esatto contrario di un album scritto a tavolino, è vario, cattivo, tenero e fa volere un sacco di bene all’uomo che lo ha scritto e che scrive frasi come “ho paura di tutto/ soprattutto dei cani/ e di restare solo/ e degli esseri umani”, tanto che viene voglia di abbracciarlo.

Il 2015 vede l’uscita, sempre per 42 Records, di Aurora, un disco influenzato dalle riflessioni sull’esistenza e sul cosmo in cui Contessa sembra scavare ancora di più anche in sé stesso. Ammetto che se avessi ascoltato questo album per primo sarei stato meno propenso a dare una chance a I Cani, perché accanto a brani morbidi ma interessanti come l’iniziale Questo nostro grande amore si palesa una Non finirà che, con tutto il bene che posso volergli, sembra una canzone di Neffa (e per tale l’ho scambiata sentendola in radio). A tutt’oggi questo è l’ultimo disco de I Cani, un silenzio discografico interrotto solo da un singolo nel 2018 (Nascosta in piena vista) e uno a luglio 2021 (Un altro Dio, tanto minimal musicalmente quanto stracolma di significato nel testo): se questo preluda ad un’altra uscita per l’artista romano è ancora presto per dirlo, nell’attesa andate a leggere il suo stupendo racconto (in cui traspare l’amore, mai celato nei testi, per sua maestà David Foster Wallace) Educazione sentimentale, uscito sulla rivista ‘Tina di Matteo B. Bianchi.

San Lorenzo è la nona traccia di Glamour, una canzone in cui il classico rituale dello sguardo puntato al cielo per intercettare stelle cadenti viene smontato scientificamente per mostrarci quanto “andare a chiedere favori alle stelle cadenti non è tanto di cattivo gusto quanto arrogante”. Ho inserito questa visione nel contesto di un atto di ribellione adolescenziale, età in cui certi argomenti possono anche sembrare una posa affascinante e l’amore può assumere forme strane e contorte (e forse lo può fare a ogni età, se non smettiamo di crederci). Trovate il racconto subito dopo il link al brano, come al solito, e come al solito non mi rimane che augurarvi buona lettura e buon ascolto.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Di merda e morte

Appoggiano le cesoie al loro fianco e si sdraiano sull’erba bagnata del rettangolo verde, ricavandone il minimo di refrigerio necessario in un dieci di agosto che sconfessa quanto dice il padre di lui, esperto di tutto, quando afferma che luglio è il mese più caldo da qualche anno a questa parte. Temperatura alta o meno l’estate in un paese di provincia è insopportabile sempre e comunque, soprattutto nei giorni in cui non c’è di meglio da fare che adeguarsi ai rituali sociali in voga fra le masse, tipo guardare le stelle cadenti sperando che qualcosa succeda, di bello o di brutto non importa poi molto.

Lei accende una canna mentre il culo già si fa fradicio, rovinandole il look ben costruito in vista di una serata speciale. Non si aspettava niente di illegale, ma con lui non si può mai sapere e così eccola lì, dentro al campo d’allenamento della scuola, dopo aver scavalcato il cancello e fatto un buco nella rete di recinzione grosso abbastanza da far bestemmiare il custode, si spera l’indomani e non stasera stessa.

Lui osserva il cielo, le mani dietro la testa e gli occhi come smorti. Si aspettava un minimo di entusiasmo da quell’avventura ma il suo volto è una maschera priva di emozioni, quasi non muove un muscolo nemmeno per respirare.

Gli lascia il primo tiro, sdraiandosi per rovinare per bene anche la camicetta. «A che pensi?»

Lui aspira e soffia via il fumo, tenendo la canna alta col braccio e tracciando piccoli cerchi come ad allontanare le onnipresenti zanzare.

«A una cosa che mi ha detto mio fratello. Che quando una stella muore la sua esplosione toglie di mezzo tutto quello che sta nel raggio del botto, persino a migliaia di anni luce di distanza. E noi possiamo accorgercene solo all’ultimo momento, senza che nessuno possa prevederlo».

«E dove l’ha sentita questa cosa?»

«A una conferenza». Fa ancora un tiro, soffia fuori con una smorfia e poi la passa a lei, senza guardare. «Dice anche che quelle che crediamo stelle cadenti molto spesso sono i sacchi di merda degli astronauti, sparati fuori sotto vuoto dalle stazioni orbitanti».

Lei fissa per un po’ il cielo, la brace della canna che sfiora l’erba. «Te non c’hai un cazzo di voglia di vedere le stelle cadenti, vero?»

«Sai, sembra tutto così una stronzata. Questa storia dei desideri. Le stelle diventano anche buchi neri quando muoiono, si mangiano tutto quello che c’è attorno. E noi qui ad esultare e a chiedere cazzate all’universo».

Restano un po’ in silenzio, lei fumando e lui con quegli occhi inespressivi volti al cielo, che si sta pure facendo nuvoloso.

«Però non mi fraintendere». Toglie le mani da dietro la testa, stendendole sui fianchi e sfiorando la sua. «Sono felice di essere qui. Davvero».

Lei fa ancora un tiro, poi si solleva per passargliela. «Be’, è pur sempre la cosa più romantica che mi abbiano mai detto».

Si sdraia di nuovo e rimangono lì, mano nella mano, a guardare cadere punti luminosi di merda e morte che qui risplendono solo per loro.

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