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Fare le cose con cura: Le Mondane e il loro nuovo disco Taddeo

Come molte persone nate e cresciute in provincia e, al contempo, appassionate di musica, mi è capitato di fare il giochino del “chi ce l’ha fatta?” Chi dalla nostra ridente zona (in cui ridono soprattutto le zanzare che ci assaltano a sciami in estate) è riuscito a FARCELA, dove il farcela significa che se parlate dell’artista in questione a qualcuno quello capisce di cosa state parlando? A me vengono in mente solo tre nomi associabili musicalmente alla provincia di Novara e che abbiano avuto (o abbiano tuttora) un certo peso mediatico:

Lena Biolcati, vincitrice del Festival di Castrocaro e del Festival di Sanremo (sezione Nuove proposte) nel 1986, di Galliate: la quota “mia mamma dovrebbe sapere chi è”;

Big Fish, dj e produttore discografico, pure lui di Galliate: ho odiato i Sottotono con tutto il cuore e a un Mtv Day mi sono unito assieme ai miei amici ad un gruppo di haters che li hanno fischiati tutto il tempo (non ne vado orgoglioso, soprattutto del momento in cui qualcuno gli ha tirato dei sassi), quindi va da sé che questa è la quota “tutti sanno chi è, ma non è che me ne vanti”;

Bugo, cantautore partito da Cerano (che è poi il mio paesello natio) e scoperto dal benemerito Bruno Dorella, passato per il Centro Sociale Cavalcavia di Novara e per il Leoncavallo (dove lo vidi chiudere un concerto cantando Hasta la schiena siempre arrampicato su un’impalcatura) per poi approdare non si sa come né perché al Festival di Sanremo: lo amo anche solo per averci regalato perle di genuina follia come questa o, andando ancora più indietro, questa.

E Novara è tutta qui? No, c’è un sottobosco musicale che però sembra sempre più sotto e fatica ad emergere, come spesso capita quando ti ritrovi in un territorio dove scarseggiano i locali dove suonare (e a noi va già di culo che siamo vicini a Milano, ricordo i meravigliosi Dondolaluva che si ritrovavano sperduti sul Monte Amiata). Ci resta da esultare quando gruppi come i Ku.Da fanno il pieno di consensi ai bootcamp di X-Factor, ammesso che non partano i commenti invidiosi, che al paesello poi ci si incattivisce per niente. Anche per questo, quando incappo casualmente in qualche gruppo novarese, mi vien voglia di parlarne, e con i Le Mondane è andata proprio così.

Le Mondane sono un gruppo formato nel 2014 da Luca Borin (voce e chitarra) e Daniele Radaelli (chitarre, cajon, ukulele, mandolino e cori), contraddistinto da un approccio musicale fra il pop e il folk. Nel 2018 sfornano il loro primo disco, I giorni della marmotta (uscito per Alka Record Label), caratterizzato da testi interessanti e da una buona varietà limitata, però, da una parte ritmica ridotta all’osso: forse consci di questo Borin e Radaelli nel 2019 hanno assoldato il batterista e percussionista Manuel Mormina, con il quale hanno registrato sempre per la stessa etichetta il nuovo disco Taddeo (coadiuvati in sede di registrazione dal basso di Massimo Erbetta e dalle tastiere di Andrea Lentullo).

Taddeo è un disco che amplifica lo spettro sonoro della band, pur rimanendo all’interno di un pop-folk che a volte tende più da una parte e a volte più dall’altra, mantenendo rispetto al passato una cura dei testi decisamente apprezzabile. L’inizio con Tremo è fin troppo soft, ma già la successiva Ciaomiaobao setta su un altro livello il ritmo: Borin gioca con le parole in maniera coinvolgente, gli strumenti creano un sottofondo musicale che si lascia apprezzare per la sua varietà e il piede comincia a tenere il ritmo in maniera naturale. Da qui in avanti Taddeo è un alternarsi di momenti tranquilli e tracce in cui i suoni si fanno più vigorosi, caratterizzate da arrangiamenti ricercati ma senza sfociare nell’ostentazione su cui si appoggia la voce calda ed espressiva di Borin, uno degli elementi più validi della produzione.

Senza mai sfociare pienamente nel rock Le Mondane piazzano comunque alcuni brani caratterizzati da un crescendo d’intensità ottimamente orchestrato, ad esempio in Quello sguardo e soprattutto in Per deridere l’aurora, mentre convincono meno brani più semplici come la title track: seguendo la storia di Taddeo si percepisce un po’ l’abuso della figura della persona semplice e genuina che dovrebbe fungere da esempio per la società odierna, accompagnato musicalmente da sonorità fra le più folkeggianti (passatemi questo orrendo termine) dell’intero disco. È proprio con questa canzone però che mi si è affacciata alla mente una domanda: quanto sono influenzato dalla mia disillusione nel giudicare brani come questo?

La title track e Un regno, canzone che in crescendo di tonalità illustra l’apertura verso gli altri (“non puoi fermare quel che sta arrivando, niente può farlo”, recitano nei ritornelli) con chiari riferimenti all’immigrazione ma con esempi prettamente nostrani (perché c’è sempre stato qualcuno di scomodo, dai “rascon” ai “terroni” fino ad andare sempre più a sud o ad est, a seconda delle “mode” del momento), mostrano un candore d’animo che oggi siamo abituati ad associare all’ingenuità, un modo d’essere che non ci conviene nell’era della disillusione e dell’ironia a tutti i costi. Le Mondane non si fanno problemi a mostrarsi così, nudi e crudi, e se anche abbracciano la durezza (ad esempio nella semicover di Compagna Teresa de Il Teatro degli Orrori, rielaborata in maniera molto personale col titolo Come volevi tu) lo fanno con la speranza di un domani migliore e con la consapevolezza di poter essere troppo avanti coi tempi. Lo dimostrano con l’ultimo brano, Questa moda di essere stronzi, con la predizione più che l’auguro di un futuro in cui essere incattiviti e competitivi (“questa storia che è dei più forti”) non sia più necessario per farsi strada nella società: non c’è l’innocenza di chi non ha capito come vanno le cose in questo testo, ma la consapevolezza di chi vuole cambiarle prima che peggiorino ulteriormente.

Taddeo è un disco che non rivoluziona il mondo della musica, ma che porta avanti con coerenza e dignità una propria poetica precisa. L’ingresso della batteria dona agli arrangiamenti uno spessore e una varietà ritmica molto maggiore rispetto al passato, anche all’interno degli stessi brani, mentre la voce e i testi di Borin si confermano un elemento di spicco. Farsi coinvolgere dalle storie che Le Mondane raccontano è un modo per lasciarsi cullare da melodie apparentemente semplici e per ragionare su concetti molto meno ingenui di quel che siamo portati a credere: come dicono gli Eugenio in Via Di Gioia in questa interessante intervista “Sicuramente l’ironia che abbiamo usato spesso è efficace, ma ci siamo resi conto che può fare anche dei danni. Abbiamo creduto fosse un’arma vincente, perché fa presa nel breve periodo, ma se non è supportata nel modo giusto rimane superficiale e può sfociare nel sarcasmo, o peggio nel nichilismo“, abbracciamo quindi il nostro lato innocente prima che sia troppo tardi.

E daidaidai, scena musicale novarese!

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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