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La specificità del punto di vista in Liquefatto di Hilary Tiscione e Per sempre lassù di David Foster Wallace

Nei miei articoli ho più volte azzardato paragoni improbabili (con titoli che, oltretutto, non mi faranno guadagnare un posto di lavoro come esperto di comunicazione SEO), motivandoli (spero) in una maniera che non assomigli a un gatto che si arrampica sugli specchi. Spesso queste associazioni mi vengono automatiche durante la visione/lettura/ascolto, magari per un piccolo dettaglio in comune, una tematica affine o un legame diretto esplicitato solo all’interno dell’opera: altre volte sono io a forzarle all’interno del discorso, tipo paragonando due serie che non hanno niente a che spartire (nemmeno il formato) o mettendo in relazione due registi dalle carriere molto dissimili. Ogni volta che mi metto davanti alla tastiera con un’idea del genere mi chiedo: riuscirò a dimostrarla?

Ho fatto il test di gravidanza dopo dieci giorni di ritardo. Non mi vengono in mente delle righe che siano simili a quelle del test. Posso dire che sono rosa come la pelle di un neonato l’attimo prima che esploda in un pianto. Sono il rosa delle guance in un momento di ira. Sono il rosa di un volto che si colora per il caldo. Sono il colore delle brutte figure, dell’imbarazzo. Adesso che ci penso bene, mi sembrano vicine al rosso di un semaforo la notte. Il rosso che oltrepassa la garza di un cerotto. Tutti quei rossi che non ti aspetti come il rosso di un graffio che ti sei fatto giocando e ti sorprende quando lo vedi mentre hai il fiatone; mentre ridi e magari hai vinto una corsa o solamente riprendi fiato e ancora sei dentro il vivo del gioco e il rosso che hai sul braccio o su una spalla o vicino a un ginocchio, ti spiazza perché non brucia.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Nel caso specifico paragonare Liquefatto di Hilary Tiscione, uscito quest’anno per Alessandro Polidoro Editore, a un racconto di David Foster Wallace prevede un ulteriore ostacolo: il romanzo di Tiscione l’ho scoperto a una presentazione milanese, dove lo scrittore Orazio Labbate paragonava la scrittura dell’autrice (almeno per la prima parte del libro) a quella di Bret Easton Ellis, e se non conoscete i precedenti fra Wallace ed Ellis (proseguiti anche dopo la morte del primo) vi basterà qualche ricerca su internet per scoprire una delle rivalità più interessanti e viscerali nella storia della letteratura. Il paragone di Labbate oltretutto regge, perché la prosa di Tiscione per larga parte del romanzo è fatta di frasi brevi, una concisione di concetti che a volte rasenta la freddezza. Eppure, come Wallace, ha una chiave per coinvolgerci nelle vicende della protagonista Maddalena: scavare a fondo nelle sue emozioni.

Scrollati di dosso quell’azzurra pulizia. Sei mezzo sbiancato, rilasciato e morbido, intenerito, i polpastrelli aggrinziti. Hai gli occhi velati dall’odore troppo pulito della piscina che frantuma la luce in un colore tenue. Batti il collo della mano contro la testa. Da una parte c’è una molle eco. Inclina la testa da quella parte e oplà, un calore improvviso nell’orecchio, piacevolissimo, l’acqua riscaldata dal cervello diventa fredda sul nautilo all’esterno dell’orecchio. Ora senti la musica più forte e più metallica, gli strilli più vicini, tanto movimento in tanta acqua.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

Storie di fughe impossibili

Maddalena ha una vita vuota: incastrata in una relazione fatta perlopiù di silenzi con Romano, cerca di riempirla con le droghe e del sesso occasionale che non riesce a soddisfarla. L’opportunità di un viaggio negli Stati Uniti coinciderà con una gravidanza inaspettata che la porterà, più che a rimettersi in gioco, a portare allo stremo il suo corpo e la sua mente, perdendosi in un percorso nel quale è sempre più difficile trovare un senso alle proprie azioni. La protagonista, la sua amica Lia e il misterioso Tito arriveranno fino a Las Vegas, dove all’interno dell’hotel Wynn vivranno situazioni in cui il legame con la realtà si fa labile, descritte con una prosa che muta il ritmo narrativo e ci fa sprofondare piacevolmente in un gorgo psichedelico. Ciò che non viene mai troncato è invece il legame con le sensazioni di Maddalena, narratrice in presa diretta di ciò che prova il suo corpo sempre più sfiancato e delle emozioni che gli eventi le suscitano, approfondite in maniera cruda e senza moralismi.

Io non mi eccito. Anzi, mi muovo come se alla fine dovessero darmi un voto.

A stare così attenti, penso, non viene fuori niente di buono.

Non so bene di che masochismo si tratti. Ma una forma di ricerca del piacere attraverso il dolore mi si aggira dentro. La tentazione ingorda a correre il rischio e mettere sul piatto i resti delle cose belle, morte fra le braccia scarne dell’infermità morale.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Per sempre lassù è invece un racconto (inserito nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi, edita da Einaudi) il cui protagonista è un ragazzino di tredici anni, intento a festeggiare il suo compleanno con la famiglia in una piscina pubblica. Cambia completamente l’ambientazione e cambia anche l’io narrante, dato che la vicenda è raccontata in seconda persona: Foster Wallace ci descrive tutte le sensazioni che prova il protagonista, colto in un momento delicato della crescita (l’ingresso nell’adolescenza, che l’autore esplicita con un’introduzione dedicata a tutti i cambiamenti che stanno avvenendo nel corpo del tredicenne) che vuole celebrare lanciandosi dal trampolino più alto, come una specie di rito di passaggio. L’escamotage della narrazione in seconda persona (uno degli stratagemmi più difficili da padroneggiare) aiuta ancora di più a entrare nella storia, facendoci vivere il cammino che porta fino al trampolino, i dubbi che assalgono durante l’ascesa, fino a rendere un’esperienza unica quella di mettere il piede sopra un gradino.

Decidi che bisogna rifletterci su. Forse, tutto sommato, va benissimo fare una cosa paurosa senza pensarci, ma non quando la paura sta proprio nel non pensare. Non quando il non pensare si dimostra un errore. A un certo punto gli errori si sono accumulati alla cieca: noia ostentata, peso, pioli sottili, piedi doloranti, spazio ritagliato dalla scala, che si fondono solo in una sparizione che richiede tempo. Il vento sulla scala non risponde alle aspettative. Il modo come la tavola si protende dall’ombra verso la luce e tu non vedi oltre il fondo. Quando tutto si rivela diverso forse è il caso di mettersi a pensare. Anzi, sarebbe doveroso.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

È proprio questa capacità di entrare nel dettaglio fino a rendere le situazioni personali e irripetibili che lega Tiscione e Foster Wallace. Entramb* scandagliano le emozioni col microscopio, suscitano empatia ma chiariscono che noi non potremo mai provare quello che stanno provando Maddalena e il ragazzino tredicenne senza nome, non alla stessa maniera: quella è la loro storia, e noi possiamo solo provare a capire cosa voglia dire trovarsi nei loro panni. Sono narrazioni che avviluppano, piene di un lirismo necessario e che raramente appare ostentato, ostiche in alcuni punti (Liquefatto ha un deciso aumento di ritmo dal momento in cui Maddalena arriva negli Stati Uniti, come se la prima parte fosse un’introduzione obbligata per capire lei e le sue scelte) ma uniche nel dipingere i personaggi con tutte le loro fragilità e il loro spaesamento.

La strada – bada bene, la strada – stanca di tutte le facce che guarda passare. Non guarda ma vede. Beve. Sul campione della roccia paonazza che tinge l’aria, il pensiero s’impone grezzo e schietto. La calma è profezia. Il ruminare del cemento. Il tartagliare dei formicai in carcerazione. I falchi pellegrini carbonizzano il confine. La veduta è dipinta di rame. Le pupille umide senza espressione. Piango. Non esiste soffocamento più feroce del pianto. Non c’è freccia più tagliente di una gola che si risveglia. Noi tutti a braccia conserte. Strangoliamo. Piango.

Hilary Tiscione, Liquefatto

Alla fine del viaggio, interiore ed esteriore, niente sarà più lo stesso. Sono serviti migliaia di chilometri o pochi metri ma non conta la distanza, conta l’esperienza: quella che ogni lettore, quando la letteratura è di alto livello, può esperire anche se quelle sono vite che non sono, e non potranno mai essere, la sua.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti il piede nella pelle e scompari.

Ciao.

David Foster Wallace, Per sempre lassù

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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