Oltre il sensazionalismo, dentro la denuncia: la scommessa vinta de Il dito di Dio

Il 13 gennaio sono passati esattamente dieci anni dal naufragio della Costa Concordia. Di quell’evento che tutti ricordiamo, chi più chi meno, rimangono alcune cose impresse e non per forza le più importanti: l’immagine della nave sdraiata su un fianco, la pratica dell’inchino che ha causato l’incidente, l’ordine di tornare a bordo di un esasperato Gregorio De Falco al capitano della nave Francesco Schettino, le vittime. Quante esattamente? Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma penso di non essere l’unico a cui le commemorazioni di questi giorni hanno ricordato quel numero, trentadue, oltre a vari dettagli che nel tempo avevo dimenticato. Gli anniversari servono a mantenere vivo il ricordo, un po’ a farci credere che cose del genere non succederanno più, ma serve tatto per riportare a galla certe vicende senza fare pornografia del dolore.

Quando ho sentito che Pablo Trincia avrebbe fatto un podcast su quel drammatico naufragio i miei dubbi erano molti. Il suo primo e più famoso lavoro, Veleno, era stato un caso mediatico sia per la vicenda che portava alla luce (l’allontanamento dalle famiglie di origine di sedici minorenni, a causa di accuse rivelatesi poi infondate di satanismo e pedofilia) che per la qualità con cui la stessa era narrata, e probabilmente ha fatto da apripista al successo che tuttora arride ai podcast; allo stesso tempo quel titolo, Il dito di Dio – Voci dalla Concordia, mi faceva presagire una narrazione esasperatamente enfatica, coi fari puntati unicamente sui drammi e su come l’onnipotente ci avesse messo lo zampino per rendere quell’incidente meno tragico. Alla fine è un ibrido fra il rigore giornalistico e la necessità affabulatoria quello che mi sono ritrovato a seguire per alcune settimane, al ritmo di due puntate ogni giovedì per arrivare fino al 13 gennaio 2022 con l’ultimo episodio, e posso dire che il rispetto per le vittime ha vinto sulla spettacolarizzazione a tutti i costi: più di tutto, però, Trincia è riuscito a mettere in luce molte delle cose che in questi dieci anni avevo dimenticato, oltre ad alcune di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare.

Il primo segnale che Il dito di Dio non sarebbe stata un’operazione biecamente commerciale è la presenza di testimonianze dirette di chi quel giorno era sulla nave, persone che nel naufragio hanno perso dei famigliari o sono stati a un passo dal perderli. All’inizio non si capisce come mai siano state scelte proprio quelle persone, persi nel seguire il lento avvicinarsi della nave all’Isola del Giglio attraverso eventi semplici e banali che, unico vero difetto della produzione, vengono continuamente messi in contrasto con ciò che sta per avvenire, drammatizzando eccessivamente la narrazione: col proseguire delle puntate però, arrivando ai momenti che precedono il naufragio e a quelli durante il lento inclinarsi della Costa Concordia, si capisce che le varie storie che ci vengono raccontate sono destinate in molti casi a intrecciarsi, che proprio quelle testimonianze danno modo di avere un quadro il più possibile ampio di cosa è successo quella notte d’inverno sul ponte di comando, fra i corridoi allagati, vicino alle scialuppe prese d’assalto e anche fra chi, a terra, ha fatto di tutto per prestare soccorso a chi stava rischiando inaspettatamente la vita.

Mentre il tempo che manca all’impatto con gli scogli dell’Isola ci viene costantemente ricordato capiamo perché quella disgraziata manovra di avvicinamento è stata tentata, e si rimane basiti di fronte alla motivazione: la semplice richiesta del maître della nave, Antonello Tievoli, un piccolo favore per rendere omaggio alla propria madre (che, come scopriremo, nemmeno ne vide il passaggio). Un errore umano compiuto per futili motivi, reso criminale dalle successive reazioni perché non è per l’impatto che il comandante Schettino è stato condannato a sedici anni di carcere, bensì per la tardiva segnalazione di abbandono della nave che, a fronte degli evidenti segni che il naufragio era ormai inevitabile, è stato comunque procrastinato per un’ora. Trincia ci porta sul ponte di comando con l’audio originale, ci fa percepire la tensione e quasi viene da mettersi nei panni dei presenti, consapevoli dell’errore commesso e ancora incapaci di scenderci a patti (Schettino chiederà a una vedetta della guardia costiera di trainare la nave, una richiesta ridicola a fronte delle dimensioni dei due mezzi), una serie di tentennamenti che porteranno alla morte di trentadue persone con la consapevolezza che il conto sarebbe potuto essere molto più alto se il vento, il “dito di Dio” evocato dal titolo, non avesse evitato alla Costa Concordia di colare a picco in mare aperto invece di adagiarsi accanto agli scogli.

Fra quelle vittime ci sono madri, fratelli, nonni dei testimoni che Trincia ha convinto a raccontare la loro esperienza, un resoconto toccante e vivido di quei momenti e di ciò che è stato dopo, l’attesa per il ritrovamento dei corpi che, per la famiglia di Maria Grazia Trecarichi e per il fratello di Russel Rebello, durerà rispettivamente mesi e anni (i resti di Rebello verranno ritrovati solo in seguito allo smantellamento della nave, nel novembre 2014). Non è possibile riassumere in un articolo le emozioni che provoca sentire il calvario a cui sono andat* incontro, più facile è invece evidenziare le storture che stanno dietro a questa storia anche prima del naufragio.

“Cose del genere non succederanno più”

Parliamo di un timoniere, Jacob Rusli Bin, che si è trovato a dover effettuare una manovra di emergenza capendo poco e male gli ordini di Schettino, essendo un indonesiano che parlava solo inglese e che fino a venti giorni prima aveva compiti di pulizia e verniciatura; di politiche economiche criminali della Costa Crociere, capace di vezzeggiare i propri clienti risparmiando su gran parte del personale di bordo, pagato 900 euro per 12 ore di lavoro giornaliere, sulle misure di sicurezza (il generatore di emergenza andò in tilt dopo l’impatto, nonostante non fosse in una zona invasa dall’acqua) e persino sui risarcimenti, la cifra ridicola di 16000 euro che comunque, mal consigliati da avvocati di cui è forse legittimo dubitare della buona fede, hanno accettato la stragrande maggioranza dei passeggeri; di colpe mai veramente approfondite della stessa società nel ritardo con cui è stato dato l’allarme, con la dirigenza preoccupata del rimborso da corrispondere a un eventuale mezzo di soccorso che avesse potuto trainare la nave. Trincia non omette nulla, e terminato l’ascolto spero che molte persone saranno d’accordo con me che, se Foster Wallace (sì, sono riuscito a nominarlo anche in questo frangente) ci teneva a non fare mai più l’esperienza della crociera, noi dobbiamo tenerci a non mettere mai i nostri soldi in mano a questi bastardi.

La cosa più terribile che evidenzia Trincia, l’ultima su cui pone i riflettori, è però la consapevolezza che questa della Costa Concordia è una storia a “lieto fine”, in cui ci sono stati un processo, una condanna al carcere per quello che, al di là delle sue evidenti colpe, appare sempre più un capro espiatorio, dei risarcimenti. Molto peggio è andata a chi viaggiava sul traghetto Norman Atlantic il 28 dicembre 2014, nemmeno tre anni dopo le dichiarazioni che eventi del genere non dovevano più succedere: un incendio scatenatosi nel garage della nave, stipato oltre i limiti, ha costretto le circa cinquecento persone a bordo a lottare con pavimenti così bollenti da sciogliere le scarpe da una parte e, dall’altra, con l’ipotermia causata da temperature gelide e grandine. A questo incidente semidimenticato, di cui anche io avevo ricordi vaghissimi, è dedicata la chiusa finale, per mostrare quanto il clamore mediatico può fare per accelerare una giustizia che non possiamo dare per scontata e che per le undici vittime, i diciannove dispersi e le innumerevoli persone che aspettano ancora un risarcimento anche solo per i mezzi distrutti nel naufragio (chi aveva un camion che gli era essenziale per lavorare si è ritrovato dopo quelle trentasei ore d’inferno anche senza impiego) deve ancora arrivare.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 84: Ero (Jude – Life lays me down)

Sapete cosa si intende con musica “diegetica”? Io l’ho scoperto qualche mese fa, a un cineforum sul cinema sudcoreano tenuto alla Corte dei Miracoli (locale ubicato fra Porta Genova e i Navigli che consiglio a qualsiasi milanese di frequentare) da Alessandro Andrea Lonardo: in pratica si tratta di quella musica che è direttamente percepita dai personaggi, come quella che proviene da una radio, da un giradischi o è direttamente suonata da qualcuno nella scena. Tutto questo pippone non serve a darmi un tono (l’ho già detto sopra che fino a qualche mese fa ignoravo il termine), bensì a presentarvi il primo racconto per Tremila Battute in cui la musica è direttamente citata nel testo e quindi, se vorrete immaginarvi la storia di Gino Ciaglia come una sequenza cinematografica, diegetica: a risuonare, nella radio del protagonista, è una canzone del cantautore statunitense Jude.

Non so se Gino abbia una passione per il cinema, di certo gli piace scrivere e, oltre a questo, scacciare i piccioni che tormentano il busto di Carlo Levi nella sua Eboli. Nel 2016 ha pubblicato con la casa editrice Transeuropa il romanzo Deus ex Eboli, mentre suoi racconti sono apparsi in alcune antologie e su svariate riviste letterarie: potete già leggerne su Fillide, Rivista Blam e Quaerere, prossimamente su Risme, Smezziamo e Sguardindiretti.

Visto che abbiamo iniziato parlando di cinema rimaniamo lì vicino: qualcuno di voi ha visto Lost? Io ai tempi lo seguii con devozione assoluta (a posteriori malriposta visto il progressivo calo qualitativo e le quantità di domande rimaste senza risposta) e forse per questo mi ricordo della canzoncina You all, everybody che Charlie, la rockstar drogata della compagnia, canticchia in uno dei primi episodi per far sapere a tutti che lui è uno famoso: quella canzone, scopro oggi, è stata scritta da Michael Jude Christodal, in arte Jude, cantautore di Boston classe 1969. Il cinema e la televisione sono componenti importantissime per la sua carriera, iniziata nel 1997 con la pubblicazione del disco 430 N. Harper Ave per l’etichetta indipendente Fish of Death, i cui brani saranno parzialmente ripresi e riregistrati nel successivo album, No one is really beautiful, con il quale si celebra un sodalizio con la Maverick, label fondata da Madonna nel 1992. Finire all’interno del gruppo Warner aiuta Jude a dividere il palco con artist* di calibro internazionale (Alanis Morissette, The Cranberries e sua maestà Tori Amos, fra l* altr*) e ad apparire nella colonna sonora del film City of Angels, ma qualcosa evidentemente non funziona e dopo il disco del 2001 King of yesterday (uscito nella data pre-pandemia più sfortunata possibile, l’11 settembre) le strade di Jude e dell’etichetta si separano.

Tornato fieramente indipendente il cantautore pubblica due album in totale autonomia, Sarah (2004) e Redemption (2006), poi decide di fare comunella con altri musicisti e con Chris Seefried, Jeff Russo (ricordate quando vi avevo parlato dello splendido videogioco What remains of Edith Finch? Le musiche le ha scritte lui!) e Dave Gibbs forma la band rock-acustica Low Stars, di cui esce l’omonimo album di debutto nel 2007. L’esperienza si rivela breve e Jude comincia a concentrarsi più sulla sua carriera a Hollywood e dintorni: da anni infatti le sue composizioni (inedite e non) finiscono in film e serie televisive, tanto che potreste averle sentite all’interno di Dr. House, Dawson’s Creek, One tree hill, The O.C., Smallville, Final destination 2 e svariati altri prodotti non esattamente di premiere television. Nel 2016 torna a concentrarsi sulla propria musica pubblicando l’Ep Me and my monster, finanziato tramite crowdfunding sulla piattaforma PledgeMusic e ad oggi l’ultima sua uscita discografica.

Ieri era Natale e, seguendo una tradizione che nel 2022 potremmo già tradire anche quest’anno il racconto è a tema natalizio: non c’è però grande allegria nel testo di Gino che, attraverso poche immagini e un dialogo quasi surreale, delinea una scena prefestiva molto sui generis che non sfigurerebbe in un film. Jude e la sua chitarra ci mettono la colonna sonora, Life lays me down, una canzone disillusa ma non arresa che sfuma lentamente nella casa del protagonista così come sfuma il 2021 di Tremila Battute, che si prende due-tre settimane di pausa: ci vediamo l’anno prossimo, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Ero, di Gino Ciaglia

Mi pare di aver sentito il campanello. Abbasso il volume della radio e attendo. La mente mi invia l’immagine di un dobermann.

Ora bussano. A stento riesco ad alzarmi dal divano. Vado alla porta, sollevo lo spioncino. È la mia vicina. Ha in mano un campanellino.

Apro.

«Devi fare Babbo Natale».

Resto in silenzio.

«Tutto bene?»

«A che ora?»

«Alle otto e mezza».

«E il vestito?»

«Macché vestito. Non ce l’ho nemmeno».

Aspetto.

«Ti spiego il piano. Ti faccio uno squillo all’ora prevista e ti lascio la porta aperta, io mi chiudo in bagno con i due mostri. Tu posi i regali sul pianerottolo, infili la testa in casa, fai ho ho e dai un paio di scampanellate».

Mi passa il campanellino.

«Ah, a momenti dimenticavo. Devi mangiare anche i biscotti e la carota. E bere il latte. Oddio!»

Reprime all’istante l’entusiasmo e abbassa la voce.

«Mi è appena venuta un’altra idea. Prima di scendere mettiti le scarpe».

Mi fissa i piedi.

«Ma perché sei scalzo. Non hai freddo?»

Resto in silenzio.

«Ti lascio fuori una bustina di farina, dai una spolverata a terra e ci cammini sopra. Fai le orme. Già che ci sei i regali non li lasciare fuori, sistemali davanti al caminetto. Non troppo vicino, non vorrei che una monachina desse fuoco alla carta e… d’accordo, non ci voglio pensare, no, mettili sotto l’albero, da sempre i regali si mettono sotto l’albero, giusto?»

Annuisco.

«È tutto chiaro?»

Annuisco di nuovo.

«Più tardi ti salgo i regali».

Mi fa l’occhiolino, si volta e inizia a scendere i gradini a due a due.

Aspetto che sparisca alla mia vista, richiudo la porta. Poi corro in bagno a vomitare.

Conosco la mia piccolina, non si offenderà se mi dedico per un istante a un’altra famiglia. Anzi. Tuttavia mi avvicino a una delle tante foto in corridoio e glielo chiedo. Nel dubbio, chiedo il permesso anche a mia moglie.

Ritorno alla radio e alzo di nuovo il volume. C’è Life Lays Me Down. Ritrovo Jude che dice:He was a saviour, I was a child Programmed behaviour and a Santa smile…”

Mi ributto sul divano.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Un Dick minore fra visionarietà, patriarcato e fede: In senso inverso

Una delle mie prime passioni letterarie, quando veleggiavo fra l’adolescenza e l’età adulta, è stata la fantascienza. E con fantascienza intendo Philip K. Dick.

Il libro da cui è iniziato tutto

Ricordo che comprai i suoi primi due libri a una fiera a Bologna (l’ormai da tempo defunto Future Show). Uno era Ubik, dai più considerato il suo capolavoro, l’altro una raccolta di racconti lunghi intitolata L’uomo variabile, di cui era interessante la palese confusione della cover, che riportava la locandina dell’appena uscito Screamers – Urla dallo spazio (tutt’altro che epocale, ma fedele alla fonte letteraria) come se fosse una trasposizione del racconto che dava il titolo all’opera: peccato che non fosse così, visto che la fonte ispiratrice era invece il racconto Second variety (nella raccolta era presente anche Rapporto di minoranza, il che mi diede modo di capire quale scempio a livello di senso abbia compito Steven Spielberg col suo film, una delle mille libere trasposizioni che hanno costellato il panorama cinematografico da Blade Runner in avanti). Devo a Dick la lettura dell’I Ching, la passione per le storie strane e per i protagonisti tutt’altro che eroici, una certa attrazione per la filosofia e, last but not least, parte della motivazione che mi ha spinto a mettermi a scrivere: con tutti questi debiti spirituali il minimo che possa fare è recuperarne l’opera omnia, concedendomi un suo libro all’anno per evitare di finirli troppo presto, e per il 2021 (sul filo di lana) è toccato a In senso inverso.

La trama si svolge in un futuro prossimo (il libro è del 1967, ma ambientato nel 1998) in cui uno strano fenomeno scientifico chiamato Fase Hobart ha portato la realtà a invertire la rotta: il tempo si ritorce su sé stesso, i morti escono dalle tombe per ringiovanire fino a essere accolti di nuovo nell’utero, le sigarette si fumano a partire dalla cicca per poi riporle intere nei pacchetti e ci saluta con un “addio” per poi congedarsi con un “ciao”. Lungi dall’essere presa dal panico l’umanità si è adattata, trovando anche il modo di creare un sistema economico attorno a queste bizzarrie: la Biblioteca, un ente che ha il compito di cancellare tutte le scoperte nel momento in cui il suo creatore diventa troppo giovane per averle partorite, detiene gran parte del potere, mentre i Vitarium si occupano di disseppellire i redivivi, offrendoli poi al miglior offerente in maniera più simile a una casa d’aste che non ad un’agenzia funebre. In questo scenario dai toni gelidamente apocalittici si muovono il proprietario del Vitarium Fiasca di Hermes Sebastian Hermes (a sua volta redivivo), sua moglie Lotta e l’agente di polizia Joe Tinbane, che finiranno coinvolti in una situazione più grande di loro quando a risorgere sarà l’Anarca Thomas Peak, fondatore di un culto popolarissimo fra la popolazione nera ma pericoloso per le istituzioni.

In senso inverso propone alcuni dei tropi narrativi più cari a Dick: ci sono un potere oscuro che trama contro i protagonisti, la difficoltà a capire di chi fidarsi (una variante del tema “cosa è reale?”) e soprattutto l’esperienza religiosa, rappresentata dall’Anarca Peak che, come osserva lo scrittore e saggista Carlo Pagetti nell’introduzione, è un personaggio dietro cui si cela l’influenza del vescovo episcopale James Pike, figura controversa con cui lo scrittore ebbe un fitto colloquio per un lungo periodo. Anche i personaggi sono classicamente dickiani, dall’antieroe apparentemente destinato al fallimento incarnato da Sebastian fino a Lotta e Amy Fisher, due figure antitetiche rappresentative delle categorie in cui spesso Dick relega le donne: la concubina dolce e l’amante perfida.

C’è una lunga tradizione di personaggi femminili monocordi nella letteratura dickiana, figure ancillari la cui unica funzione sembra essere quella di aiutare indeffessamente il protagonista o di sminuirlo, mettendogli i bastoni fra le ruote. In senso inverso, contrariamente a quanto afferma il professore e saggista Emanuele Ronchetti nella postfazione, mette in campo due funzioni narrative più che due personaggi, donne che agiscono in base a logiche astratte e che, anche quando sembrano avere il potere dalla loro parte, finiscono per essere sfruttate come seduttrici compiacenti.

“Non dirmi dove siete” disse Sebastian.

“Mi venga un colpo se te lo dico, non con quella pazza scatenata vicino a te. Non ha affatto paura di te, vero? Le donne non hanno mai paura degli uomini con cui sono andate a letto.”

In senso inverso

Nel periodo in cui stava scrivendo questo libro Dick aveva appena divorziato dalla sua terza moglie, Anne Rubenstein, per convolare a nozze con la giovane Nancy Hackett. In una forma distorta Ann e Lotta incarnano queste due donne, l’ex moglie prevaricatrice e la nuova fiamma, ma la seconda appare tutto tranne che un tributo: debole e passiva, Lotta è un personaggio in balia degli eventi le cui uniche decisioni appaiono forzate e incoerenti, sempre in pericolo e sempre bisognosa di un uomo che la salvi. Se omaggio voleva essere segue una logica perversa, la stessa che, come racconta Emmanuel Carrère in Io sono vivo voi, siete morti (la biografia che dedicò a Philip Dick nel 1993), portò lo scrittore a dedicare a Rubenstein una delle sue rare incursioni nella letteratura realistica, Confessioni di un artista di merda: un libro sull’inferno coniugale pieno zeppo di dettagli tratti dalla loro vita di coppia, scritto nel periodo in cui tutto tra di loro sembrava andare a gonfie vele.

Se i personaggi femminili prendono spunto dalla vita vera lo stesso si può dire di quelli maschili: Joe e Sebastian, in modi diversi, rappresentano l’uno la versione idealizzata e l’altro il doppio negativo dell’autore stesso, personaggi tormentati (e autoassolutori) la cui differenza principale sta nella capacità di usare la forza e di “fare l’uomo” , presente nel primo e assente nel secondo. Ne In senso inverso Dick sembra dare ragione all’affermazione, da parte del movimento femminista, che il patriarcato fa male anche agli uomini, perché appena uscito da una relazione in cui era la moglie a mantenere la numerosa famiglia lo scrittore, umiliato da questo ribaltamento dei ruoli, non trova miglior rifugio che perdersi dietro sogni di mascolinità tossica, pur consapevole che il suo vero alter ego è il solito fallito che troverà nel Joe Chip di Ubik la miglior sintesi: un uomo che ha bisogno di aiuto persino per uscire dalla propria casa, bloccato da una porta che chiede denaro per aprirsi.

“Possiamo fuggire sparando” propose Tinbane.

“Secondo la Bibbia, è inutile.”

Divertito, ma anche irritato dalla passività di Lotta, Tinbane fece una smorfia: “Se ragionassi a questo modo sarei già morto da un secolo.”

“Non è il mio modo di ragionare. È…”

“Certo che è il tuo modo di ragionare. Tu dai a quelle parole il significato che inconsciamente vuoi che abbiano. Secondo me un essere umano, un uomo, è padrone del proprio destino. Forse questo discorso non vale per le donne.”

In senso inverso

In senso inverso non ha personaggi che rimangono scolpiti nella memoria, e a ben vedere nemmeno un intreccio così appassionante. Sebbene siano presenti numerosi colpi di scena, in cui si nota l’attitudine dell’autore a rendere la verità un concetto evanescente, gli snodi sono spesso forzati, le motivazioni che spingono i personaggi poco chiare e le loro reazioni talvolta illogiche. Con questo libro Dick conferma la nomea di “scrittore di idee”, un autore dalla fantasia vulcanica capace di prefigurare il futuro (e trasfigurare anche il presente, visto che nel libro riecheggia l’esperienza fresca della rivolta di Watts, mentre il maccartismo fa da sfondo a Occhio nel cielo) che, soprattutto nelle sue opere minori, offre una prosa non all’altezza delle sue visioni.

“Dunque l’eidos è la forma, come in Platone. La verità assoluta. Esiste. Platone aveva ragione. L’eidos informa di sé la materia passiva; la materia non è il male, è soltanto inerte, come l’argilla. Esiste anche un anti-eidos, un fattore distruttore di forme. È questo che la gente percepisce come male, il decadimento della forma. Ma l’anti-eidos è un eidolon, un’illusione; una volta impressa sulla materia, la forma è eterna – è soggetta a un’evoluzione costante, di modo che non possiamo percepire la forma. Il modo in cui, per esempio, il bambino si trasforma in uomo, oppure, come accade di questi tempi, l’uomo rimpicciolisce e diventa bambino. Sembra che l’uomo sia scomparso, ma in realtà l’universale, la categoria, la forma, è ancora lì. È solo un problema di percezione; la nostra percezione è limitata perché abbiamo solo una visione parziale. Come la monadologia di Leibnitz. Capisci?”

In senso inverso

A salvare un libro come In senso inverso, oltre al fascino dell’ambientazione, è un’altra delle componenti tematiche care all’autore: la religione. La missione di cui si sente investito l’Anarca Peak man mano che la sua “resurrezione” procede, un tentativo di spiegare l’esperienza ultraterrena da chi l’ha effettivamente esperita, porta a riflessioni fra il filosofico e il mistico che rappresentano la cifra più interessante di questo libro, non nuove per il fan accanito ma comunque interessanti e piene di spunti. Non basta questo a farmelo consigliare a chi non è avvezzo alla fantascienza dickiana, ma il fatto che con un colpo di coda Dick riesca sempre a portare motivi d’interesse nei suoi libri è il segno della grandezza di un autore la cui influenza è stata enorme. Chiudo chiedendo un favore a Fanucci, l’editore che da anni ripropone la sua opera omnia: si possono avere introduzioni da non saltare a piè pari per evitare di incorrere in enormi spoiler sulla trama?

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 83: I giorni del silenzio (C Duncan – Wanted to want it too)

Negli ultimi giorni sono arrivati (o si sono poste le basi affinché arrivino) un certo numero di contributi esterni per questo blog, il che significa che finirete l’anno senza ritrovarvi davanti agli occhi racconti scritti da me e, soprattutto, senza che io abbia il controllo della playlist. Sapete come l’obiettivo principale di Tremila Battute sia quello di far scoprire nuova musica, possibilmente anche a me, perciò bando alle ciance (che espressione retrò!) ed eccomi a introdurvi Luca Cassarini con l’artista da lui pescato direttamente in Scozia, ovvero C Duncan.

Luca è un figlio dell’estate 1987 che coi racconti ci sa decisamente fare. Se ne sono accorte un po’ di case editrici, che li hanno accolti nell’opera collettiva Il cielo sopra Ravenna (Fernandel, frutto del laboratorio di scrittura Raccontare Ravenna) e in due antologie, Storie a quattroruote (Rudis Edizioni) e Novelle giapponesi (Idrovolante Edizioni), ma anche il mondo delle riviste ha accolto con piacere i suoi scritti: potete trovarli su Salmace, Smezziamo, Il diario del riccio, Il foglio letterario, Waste, Quaerere, sul numero di giugno 2021 di COYEmag e prossimamente anche su Morel e CrunchEd. A Tremila Battute è arrivato in punta di piedi, chiedendo se fosse possibile scrivere racconti ispirati a canzoni strumentali (la risposta: certo!), per cui lo aspettiamo al varco con un altro racconto in futuro: nel frattempo potete leggere altro di suo sul blog Scritture Artigianali.

C Duncan infatti non fa musica strumentale, ed è anzi difficile definire rigidamente il genere di appartenenza delle sue composizioni: il cappello sotto cui si può accoglierle è quello del Dream Pop, perché la dimensione eterea è sempre presente nella sua musica, fatta di suoni elettronici che passano con disinvoltura da ritmiche ballabili al creare ambientazioni oniriche. Nato nel 1989, compositore per svariati programmi televisivi britannici, Christopher Duncan pubblica il suo primo singolo For nel 2014, preludio all’album Architecht che viene licenziato dalla FatCat Records di Brighton (label attentissima ai suoni nuovi e sperimentali, visto che ha nel roster nomi come Sigur Rós e Animal Collective). In questo disco e nel successivo The midnight sun (2016) si concentra la parte più introversa e notturna delle canzoni di Duncan, che nel 2019 spiazza un po’ il suo pubblico con un lavoro che abbraccia maggiormente la parte pop rispetto a quella dream: Health è un disco dai suoni e dai ritmi solari, come testimoniato dal singolo di lancio Impossible, ma che non disdegna momenti riflessivi e quieti come la title track, un brano dove al piano e alla voce fitta di riverberi di Duncan si appoggiano ariosi suoni elettronici. Pittore oltre che musicista (le cover degli album sono suoi dipinti), il musicista è dichiaratamente gay e ha dichiarato al giornale scozzese The Herald (in un articolo che vorrei davvero linkarvi, se non fosse che apre così tanti pop up da rendere quasi impossibile la lettura) di voler utilizzare il proprio ruolo per sensibilizzare il pubblico rispetto alle tematiche LGBTQIA+. Sulla sua pagina bandcamp sono freschi di caricamento due nuovi brani: che sia il preludio al quarto disco?

Wanted to want it too è una canzone capace di intessere un’atmosfera nostalgica ma in qualche maniera intrisa di speranza, caratteristiche che si ritrovano anche nel racconto ad essa ispirato: pur col limite delle consuete tremila battute Luca è riuscito a tratteggiare un futuro credibile che stimola la curiosità di saperne di più, di sapere come si è arrivati a quei giorni del silenzio (drammaticamente simili a quelli che abbiamo vissuto durante il lockdown) che il protagonista senza nome attraversa stoicamente. Potete farvi avviluppare da questa ambientazione crepuscolare poco più in basso, subito dopo il brano che fa da colonna sonora alla storia: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

I giorni del silenzio, di Luca Cassarini

Ci sono entrato per caso, in questo appartamento.

L’uscio sventrato dava su una stanza fatiscente, l’odore di muffa si intrufolava in tutti i pori, il condominio era in totale abbandono. Un qualche vagabondo usava le scale come latrina, i muri trasudavano odori nauseabondi. Mi sono dato da fare, con la forza delle mie braccia e olio di gomito. Ho rimediato qualche asse e un paio di chiodi, alla meno peggio ho assemblato una porta contro spifferi, spiriti errabondi della notte e cattivi pensieri. Soprattutto cattivi pensieri. Oppure per proteggere gli altri da me, forse.

Ieri sera si sentivano grida sconce sotto la finestra. Qualcuno litigava. Un paio di bottiglie sono state spaccate, credo sul selciato o sulla testa di qualcheduno. La mattina dopo l’unico lascito erano cocci di vetro, null’altro.

La prateria di asfalto è corredata da un mucchio di carcasse metalliche, la carestia ha colpito anche quelle macchine dalla foggia antiquata. La penuria di materie prime ha fregato tutti quanti, alla fine. La benzina è finita da un pezzo, e il cielo a cui alzare vane preghiere è una cappa grigia senza stelle. Non si possono esprimere neppure desideri durante le notti d’estate. Non c’è nessuno che possa ascoltare le nostre contumelie.

A volte nel mio girovagare noto facce diffidenti dietro tendine strappate, sono l’unico o uno dei pochi che cammina alla luce del sole: un eufemismo, ora che la luce è filtrata costantemente da polveri e nebbia appiccicosa. Gli altri non escono di casa perché hanno paura, e hanno ragione. Io esco e mi faccio vedere per dimostrare loro che, se c’è qualcosa da temere, c’è ancor più da rimetterci stando barricati assieme ai propri deliri. Bisogna correre dei rischi calcolati, diamine. Mal che vada, sono armato: una pistola giocattolo. Qualcuno potrebbe sempre cascarci.

Ieri ragionavo ancora una volta sulla nuova religione, notando che ha attirato meno adepti del previsto. La vecchia dottrina di Dio Denaro, Madre Moneta e Santo Soldo tiene botta nel cuore di tanti. Se sapessero il mio pensiero mi considererebbero eretico, per cui sto zitto. Se mi chiedono qualcosa rimango sul vago. Le parole oggigiorno sono il vero tesoro di cui uno può disporre. Per non sprecarne le scarabocchio su fogli ingialliti, quando mi avanzano delle candele. I soldi stanno finendo, da barattare ormai non ho più niente. Sono colmo di desiderio.

Li chiamano giorni del silenzio, ma so che c’è ancora parecchio da dire e altrettanto da scrivere. Dicono che oltre il mare esiste una terra dove tutto è tornato a posto, ai tempi d’oro di una volta. Altri biascicano che è una stupida leggenda, ma se non provo non lo saprò mai.

Domani partirò, è già deciso. Lascerò aperta la porta, un bigliettino come memorandum a chi verrà dopo. SAPERE AUDE…!, ci sarà scritto sopra come saluto.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Il viaggio dell’eroe contro il capitale, in un mondo ideale: Psychindustrial dei Modern Stars

Non c’è niente da fare, prima o poi torno sempre a parlare di anticapitalismo. Un po’ (tanto) l’argomento me lo vado a cercare, ma capita anche che lui venga da me a ricordarmi che, se agissi coerentemente con le mie parole, a quest’ora dovrei aver fondato una comune invece di aggiornare l’ennesimo blog sulla faccia della terra (pare pure che i social inquinino più degli aerei, come affermato dall’ennesima bufala). Nel caso specifico sono arrivati i Modern Stars a mostrarmi la loro idea di rivoluzione musicale contro il capitale, e lo hanno fatto con un concept album che parla dei giorni nostri con le influenze musicali di ieri: Psychindustrial, uscito il 26 novembre per MiaCameretta Records, è infatti un infuso psichedelico che mischia influenze orientali, folk d’annata e distorsioni lisergiche quel tanto che basta a farci viaggiare sulle note.

Ci sono dischi in cui alcuni canzoni spiccano sulle altre, ma non è questo il caso: il lavoro compiuto da Andrea Merolle (voce, chitarre, sitar, mandolino e sintetizzatori), Barbara Margani (voce) e Andrea Sperduti (batteria e percussioni), coadiuvati nell’occasione dal basso di Filippo Strang, è un composto organico in cui ogni brano fatica ad essere scisso dall’insieme, tutti immersi in un humus sonoro denso e pieno di elementi che si sovrappongono. Ad alimentare ulteriormente questa coesione è il concept, il viaggio di un personaggio senza nome dalla disillusione rispetto ai valori della società capitalistica fino alla riscoperta della propria umanità, un canovaccio ispirato da classici della letteratura distopica (1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley in particolare, e non a caso il secondo è citato esplicitamente nell’onirica Indian Donna Summer) che però, musicalmente, fatica a renderci partecipi dei dilemmi del protagonista.

Psychindustrial è un’esperienza avvolgente, sette brani dalla durata media piuttosto lunga e caratterizzati da una ripetitività che, anziché essere un limite, è una caratteristica ricercata che rende alcune canzoni (Artificial wombs e i tredici minuti di Indian Donna Summer su tutte) dei veri e propri mantra capaci di proiettarci altrove. L’atmosfera generale è però gioiosa e sovrabbondante già dall’iniziale Hypnopedia, laddove la voce riverberata di Merolle cerca di renderci partecipi della necessità di fuggire del protagonista: diversamente dal classico viaggio dell’eroe qui non si riesce a percepire un vero e proprio momento di crisi, quasi che il cammino verso l’autodeterminazione sia alla portata di tutti e basti unicamente la volontà individuale per perseguirlo. C’è un ottimismo molto vintage in ogni nota suonata dai Modern Stars, un riflesso della controcultura degli anni 60 che stride con la nostra realtà quotidiana e che toglie carica drammatica alla storia narrata: viene però voglia di viverci, in quel mondo ideale, cullati dai vocalizzi di Margani, dalle melodie esotiche prodotte dal sitar, dalle ritmiche ossessive della sezione ritmica e dal sodalizio psichedelico che distorsioni e synth stringono e approfondiscono durante i brani.

Psychindustrial è un tuffo in un passato in cui l’onda evocata da Hunter S. Thompson in Paura e disgusto a Las Vegas non si è ancora schiantata, è il grido di chi crede in un mondo migliore tanto da non riuscire a veicolare la sofferenza di chi vive in quello attuale. Un modo originale e forse in parte involontario per schierarsi dalla parte della rivoluzione, quello dei Modern Stars, capace di rivitalizzare il cuore e concederci una pausa dalle nostre quotidiane magagne: che tutto questo accada in un album che celebra il discorso con cui John il selvaggio apostrofa Mustafà Mond reclamando il proprio diritto ad essere infelice è un paradosso che possiamo accettare.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 82: Quel che ci definisce (Eugenio In Via Di Gioia – Sette camicie)

Pensate a quanto è bello veder crescere un artista fino al successo. Andare ai primi concerti e gustarseli a due passi dal palco, vedere quel nome che pian piano compare sulla bocca di sempre più persone e alla fine trovarsel* lì, in televisione, dove non avreste mai pensato di vederl*. Sentite quella sensazione di orgoglio, come se un po’ fosse merito vostro, o siete troppo impegnati a dire frasi come “i primi album erano meglio” o “s’è vendut* come Zerocalcare?

Io quella sensazione non l’ho mai provata appieno (ci starebbe l’esempio di Bugo, visto in un centro sociale a Novara, ma andava già su Mtv e mi pare ipocrita dire “io c’ero prima di voi), ma c’è almeno una band che ho sfiorato nel periodo della sua ascesa. Nell’ottobre 2014 forse già facevo parte dell’associazione Asap – As Simple As Passion di Novara, probabilmente avevo già partecipato a un secret concert dei Giuradei in casa di un amico, ma sicuramente non ero andato alla Casa di paglia (che è fatta davvero di paglia) a Fontaneto D’Agogna per vedere una band dal nome strano che faceva folk e arrivava da Torino. Per qualche anno quel gruppo non l’ho cagato di striscio, per un qualche pregiudizio legato al loro strano nome o per chissà quale motivo, poi li ho visti su un palco al solito Balla coi cinghiali, in mezzo a una folla che saltava e cantava le loro canzoni, e ho capito di essermi perso molto ma che c’era ancora tempo per recuperare: da allora gli Eugenio In Via Di Gioia quando posso non me li perdo mai, anche se ora i loro concerti fanno soldout in tempo zero.

Descrivere la loro carriera con una fredda formula cronologica sarebbe ingeneroso verso un gruppo che ha fatto del coinvolgimento nei live la sua cifra stilistica, ma ci sta dire almeno che Eugenio Cesaro (voce e chitarra), Emanuele Via (pianoforte, fisarmoniche e cori), Paolo Di Gioia (batteria, percussioni e cori) uniscono le loro forze nel 2012, risolvendo in maniera originale il problema del nome da dare alla band unendo i propri. Di lì a poco entra nel gruppo anche Lorenzo Federici (basso e cori), la cui esclusione dal nome della band viene risolta intitolandogli il primo album, Lorenzo Federici, uscito proprio in quel 2014 in cui io chissà cosa avevo di meglio da fare rispetto ad andare a vederli nella provincia novarese. Gli Eugenio In Via Di Gioia fanno propria la tradizione buskers, esibendosi come artisti di strada e mantenendo quell’approccio anche sul palco: la distanza fra loro e il pubblico viene empaticamente annullata e spesso sparisce anche fisicamente, vuoi perché Eugenio lancia un cubo di rubik fra il pubblico per poi risolverlo mentre canta e suona Prima di tutto ho inventato me stesso (canzone contenuta nell’Ep Urrà del 2013) o perché salta in mezzo alla gente a fine concerto per cantare Giovanni re fasullo d’Inghilterra (di cui la Disney mantiene immeritatamente i diritti). L’umanità che li contraddistingue è palese nella loro alchimia sul palco, nel modo di interagire con i fan e di inventarsi sempre nuovi modi per essere genuinamente originali, dalla tessera fedeltà che dava diritto a un kebab fatto con carne a km 0 una volta arrivati a dieci concerti visti/oggetti del merchandising acquistati (potete farla anche ora, aiutando col ricavato un progetto legato alle persone anziane in difficoltà) ai video fatti coinvolgendo il proprio pubblico.

I media nazionali si sono accorti di loro quando nel 2018 hanno intrattenuto i passeggeri di un treno che viaggiava con un ritardo di sei ore, ed era già uscito il secondo disco Tutti su per terra (licenziato come il precedente da Libellula Music); il Festival di Sanremo si è accorto di loro, portandoli sul palco degli emergenti nel 2020 con il brano Tsunami, dopo che già era uscito il terzo disco Natura viva; loro invece si sono accorti che il mondo si può migliorare anche attraverso le canzoni impegnandosi in progetti come Lettera al prossimo, una campagna crowdfunding organizzata nel 2019 con FederForeste e Coldiretti per ripiantare una foresta danneggiata da una tempesta nel triveneto. Il sociale e la società erano già temi presenti in molti dei loro brani, ma con il già menzionato Natura viva del 2019 (che li ha portati a suonare anche al Concerto del Primo Maggio) gli Eugenio In Via Di Gioia hanno fatto un ulteriore step, passando con coraggio dall’ironia alla schiettezza perché, come dicono in questa intervista che non mi stancherò mai di linkare, “speriamo che questo possa entrare più in profondità e rendere coscienti i giovani che esiste un’alternativa”. Sono felice di aver scoperto gli Eugenio In Via Di Gioia, anche se non posso dire “io c’ero prima di voi”, e sono felice che il primo concerto visto con la mia futura fidanzata sia stato proprio un loro live al Serraglio di Milano, perché penso che la mia felicità sia anche un po’ merito loro e per quanto stucchevole possa essere mi piaceva dirglielo in qualche maniera, anche se magari non leggeranno mai queste righe (ma se loro sono riusciti a convincere Chiara Ferragni a visitare i Musei Egizi di Torino perché non pensare che tutto è possibile?) P.S. È uscito il loro nuovo singolo Umano!

Sette camicie è contenuta in Tutti su per terra ed è un brano che, pur nella sua sfrenata allegria, mostra come ci costruiamo delle gabbie attorno a un’immagine di sanità da mantenere a tutti i costi, esemplificata da quella camicia indossata persino al mare perché “esser sé stessi è appagante, ma esser sani costa fatica”. Riuscirà a togliersela il protagonista del racconto, impegnato in uno spogliarello ambulante su una spiaggia? Per saperlo andate poco più in basso, non prima di aver ascoltato il brano che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura!

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Quel che ci definisce

Il cellulare cade a terra e rimane lì, vibrante su una cunetta di sabbia, ignorato da tutti. Non si accorgono della sua presenza i ragazzi che giocano a beach soccer pochi passi più in là, non lo degna di attenzione la donna di mezza età che, con la sdraio piazzata lì di fronte, preferisce farsi rapire dalle pagine di un romanzo rosa il cui protagonista maschile, per quanto focoso e ribelle, non sostituirebbe comunque al goffo e prevedibile uomo di cui si è innamorata anni fa.

Le scarpe si fanno notare, quella destra almeno. Scalciata lontano raggiunge l’asciugamano dove un giovane addormentato, presa in faccia una manciata di sabbia, si alza gridando Avete rotto il cazzo con questo pallone, ma di fronte ha solo una calzatura di pelle nera coi lacci che ricadono sui bordi. Mentre il giovane si guarda in giro incuriosito l’uomo ha già abbandonato dietro di sé anche i calzini.

Avanza con passi lenti e ondeggianti, liberando il collo dal giogo della cravatta. Passando accanto a un ombrellone fa un lancio distratto e la abbandona lì, nello spazio vuoto creato dall’improvviso bisogno di refrigerio di un gruppo di bambini scalmanati. Da una radio lontana proviene un ritmo soffocato, l’uomo se ne lascia trasportare giusto il tempo di qualche passo tentennante, a occhi chiusi, mentre con le braccia stese all’indietro e qualche contorsione del tronco cerca di scostarsi la giacca dalle spalle.

Un signore anziano alza la testa quando il sole del primo pomeriggio viene oscurato per un istante, sulla sua pelle simile al cuoio plana come un gabbiano nero l’ennesimo indumento. L’uomo cerca di avanzare mentre slaccia e srotola i pantaloni, con movimenti goffi li lascia dietro di sé, in una posa che ricorda le sagome disegnate a terra dopo un delitto. Una coppia lo osserva, lei sussurra Sembra proprio come in un film, lui si guarda intorno cercando le telecamere.

Ormai è a pochi passi dal mare, la sabbia umida del bagnasciuga gli penetra fra le dita dei piedi, rinfrescando le piante arroventate. L’uomo sfila l’orologio e fa per lanciarlo tra le onde, poi si limita a gettarlo con sufficienza al suo fianco. Il peso del cronografo di ultima generazione causa il crollo della torre di un castello, il pianto del bambino che lo ha costruito e la reazione di suo padre, che si alza e grida Oh ma sei coglione?

Ora l’uomo è in mare, le sue grige mutande di marca si scuriscono a contatto con l’acqua. Gli restano solo quelle e la camicia da togliere, la mano si dirige verso un polsino ma lì si ferma, congelata in un istante che dura quanto una hit estiva. Poi l’uomo si avvolge le spalle come in un abbraccio e incomincia a piangere.

I bambini scalmanati giocano a schizzarsi, presi dalla frenesia mettono l’uomo nel mezzo e lo bagnano da capo a piedi, confondono le lacrime con l’acqua del mare. A furia di schizzi rendono la camicia trasparente tanto che quasi non la si nota più, fra le sue braccia, l’invisibile gabbia d’alta sartoria che lo definisce e di cui non riesce a disfarsi.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Fantasia, empatia, divertimento: la ricetta perfetta in Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata di Raphael Bob-Waksberg

Qualche settimana fa, nel preparare lo zaino per andare alla Fiera del libro di Torino, mi sono capitati in mano alcuni racconti scritti nel 2017. In quel periodo ero ancora single, una condizione che si evince facilmente leggendo quelle storie perché in molte il protagonista è un ragazzo sensibile a cui le cose in amore vanno male (con sottofondo surreale, perché a fare qualcosa di realistico facevo fatica anche ai tempi). Alcuni di quei racconti sono davvero terribili, ma proprio del tipo che mi vergognavo rileggendoli: che cosa cazzo avevo in testa per non accorgermene? Poi mi sono iscritto a una scuola di scrittura, ho conosciuto lì la mia fidanzata e pian piano ho cominciato a scrivere vicende migliori e con protagonisti un po’ più vari (allegre e a lieto fine no, tanto che nel primo periodo della nostra relazione avevo in progetto di realizzare una raccolta di racconti a tema “storie d’amore che finiscono in merda”).

Che c’entra tutto questo con Raphael Bob-Waksberg? Un filo conduttore esiste, perché metà dei racconti del suo esordio letterario Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata sono stati scritti prima di conoscere sua moglie e l’autore è convinto che, se si potesse disporli in ordine cronologico, apparirebbe chiaro l’attimo in cui ha trovato l’amore: la differenza fondamentale tra noi due è che pure le storie scritte prima del colpo di fulmine gli sono riuscite benissimo, il che spiega perché di lavoro lui crei serie animate come BoJack Horseman e Undone mentre io faccio l’operaio metalmeccanico in una fabbrica di bottoni.

Non è carino costringere la sorella a farsi cinque ore di macchina fino a New York e trovarsi una camera d’albergo (perché Dio non voglia che le tocchi dormire ancora su quel sudicio divano) e comprare il biglietto per vedere lo spettacolo e poi, SORPRESA! Ah, A PROPOSITO, non solo: il personaggio basato su di te è un’alcolista. E il personaggio basato su Shannon è dipendente dalle pasticche, cosa che si evince dal fatto che continua a ingerire pasticche. Come se all’epoca fosse ovvio, come se qualsiasi persona dotata di raziocinio avesse potuto accorgersene, avesse potuto dire qualcosa, ma naturalmente non era ovvio, perché se fosse stato ovvio, tu avresti detto qualcosa, avresti fatto qualcosa. Certo che sì.

Volete sapere cos’è il teatro?

La raccolta di Bob-Waksberg è un bizzarro concentrato di idee e sperimentazione letteraria, diviso fra narrazioni brevi di sole due-tre pagine e racconti di più ampio respiro (Più te stesso del te stesso che già sei, il più lungo, si attesta sulle quaranta pagine). L’autore gioca sia con la forma che coi contenuti, costruendo storie a partire da una serie di frasi solo parzialmente interconnesse (Le bugie che ci raccontiamo), una lista di luoghi e/o situazioni (La guida della monogama seriale alle attrazioni di New York, Catalogo dei pranzi con la persona che ti ha scaricato, Regole per Taboo), immaginandosi cosa voglia dire essere un cane (Rufus) o improvvisandosi poeta (la poesia, penso il punto più complicato del già complicato lavoro di traduzione per Marco Rossari). Bob-Waksberg è un vulcano in eruzione che complica i preparativi per un matrimonio con caproni da sacrificare al Dio della Pietra e Grida delle Lamentazioni del Coro Strepitante (L’occasione più lieta e propizia), stravolge la carriera tutt’altro che esaltante di una band alt-folk/fuzz-punk/shoe-core facendoli diventare supereroi alcolizzati (Gli Emergenti) e fa tutto questo senza mai perdere una delle caratteristiche che hanno reso grandi i suoi lavori per la televisione: la sensibilità.

A quel punto sugli appunti avevo scritto: [PAUSA PER RISATE].

Nessuno ha riso.

Ho fatto comunque la pausa.

Tuttavia c’è una buona notizia, ho continuato. Ed è questa: la scienza continuerà a vivere quando saremo tutti morti. La scienza sopravviverà con o senza i nostri tentativi di capirla: alla scienza non importa.

La scienza è come una vecchia fiamma insensibile, non le mancherete, e certo, forse questo mette un po’ paura, ma non è anche emozionante?

Noi uomini di scienza

Ciò che ha reso grande una serie come BoJack Horseman, più delle trovate surreali di cui grondava (una delle mie preferite, anche se minima, è la capra che falcia il prato e si spara direttamente l’erba in bocca), è stato creare personaggi credibili e complicati le cui vicende ci toccavano in profondità, facendoceli amare anche di fronte ai loro molteplici errori. In Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata Bob-Waksberg dimostra che quella capacità è una caratteristica innata, che riesce a riversare in una sceneggiatura tanto quanto in un libro: le tre pagine di Viaggia per il paese illustrano magistralmente cosa voglia dire soffrire di depressione, Il diario dei fatti e Volete sapere cos’è il teatro? mettono in scena piccoli e grandi drammi famigliari in cui è facile ritrovarsi, anche se non abbiamo mai avuto né un fratellastro cresciuto lontano da noi né un fratello che porta in scena la storia più tragica del nostro passato comune. In tutto il caleidoscopico universo narrativo dell’autore siamo sempre portati a empatizzare con i suoi personaggi, e non è da tutti riuscirci se le persone di cui seguiamo le gesta sono un uomo che sfrutta una porta interdimensionale per tradire sua moglie con quella del sé stesso di un’altra realtà, o un agglomerato di dieci presidenti statunitensi diversi realizzato in laboratorio.

Quando ero ragazzo, venivo a Presidentilandia e sognavo un giorno di diventare presidente – tipo che la mia immaginazione era così meschina e stupida, pensavo che mettersi un bel vestito e infilarsi una testolona di polistirolo e muoversi con gesti affettati in un parco a tema fosse tipo il massimo in termini di rilevanza e sofisticatezza. La verità è che qui è pieno di coglioni, e il punto è che se fai impersonare un presidente a un coglione finisci con l’avere un presidente coglione. Forse avresti potuto arrivarci: essere presidente non ti cambia granché, ti fa diventare più te stesso del te stesso che già sei.

Più te stesso del te stesso che già sei

Il vero miracolo compiuto da Bob-Waksberg è però quello di riuscire a sperimentare e farci commuovere mentre tiene altissima l’asticella del divertimento, un equilibrio che si ritrova raramente e che mi ha ricordato una versione più surreale e meno intellettualmente narcisistica di David Foster Wallace (e sì, lo so che è un nome che tiro fuori ogni due per tre, ma se la parte iniziale di La banalità fatta persona non vi ricorda un po’ La persona depressa di DFW allora chiudo il blog domani). Riderete un sacco seguendo le continue complicazioni della coppia di aspiranti sposi di L’occasione più lieta e propizia, godendovi le sfide interstellari sempre condite da massicce dose di superalcolici de Gli emergenti o visitando il surreale parco a tema presidenziale (una versione distorta del villaggio a tema settecentesco in cui lavora Victor Mancini, protagonista di Soffocare di Chuck Palahniuk, e non a caso nella trama c’entra sempre una persona malata di cui prendersi cura) in cui il protagonista di Più te stesso del te stesso che già sei impersona con crescente disaffezione il ventunesimo presidente degli Stati Uniti Chester A. Arthur. Mi ripeto per farvici riflettere: quante volte vi è capitato in mano ultimamente un libro originale che vi facesse allo stesso tempo commuovere e divertire come dei matti?

– Sì, penso proprio di pensare troppo, – ho detto. – Ci penso tutto il tempo. Ma poi penso: e se invece non penso troppo? E se sono solo una normale pensatrice ma penso di pensare troppo perché inconsciamente voglio deresponsabilizzarmi?

Gli Emergenti

Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata spicca come eccezione alla regola in un panorama letterario dove molti libri terribili vengono prodotti solo sulla base del successo in altri campi dei loro autori. Quello di Bob-Waksberg non è un tentativo estemporaneo di riciclarsi in altre vesti, ma la summa di un lungo lavoro (Noi uomini di scienza è stato pubblicato la prima volta nel 2009) che ha fatto nascere frutti stupendi: compimenti a Einaudi per avercelo portato, perché in questo 2021 ricco di libri belli è stato la classica ciliegina sulla torta.

Racconti preferiti (giusto per non dire tutti): Noccioline salate del circo, lo giuro su Dio, L’occasione più lieta e propizia, La Guida della monogamia seriale alle attrazioni di New York, Il diario dei fatti, Gli Emergenti, Viaggia per il paese, Più te stesso del te stesso che già sei.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 81: Due amiche (Boards of Canada – Julie e Candy)

Cosa vi fa stare bene? Ci saranno un sacco di cose che vi fanno sentire in pace coi sensi e non tutte così importanti, piccole cazzate su cui Amélie Poulain intesserebbe discorsi infiniti ma che guarda caso poi non bastano nemmeno a lei quando il suo amore non è corrisposto: però un po’ la vita la fanno sembrare più lieve. Per me una di quelle piccole cazzate è un video musicale, intercettato sul da tempo defunto canale televisivo Flux: si apre con l’ascesa al cielo di quello che sembra una specie di astronauta con un pallone aerostatico, impegnato in un’impresa che ricorda quella di Felix Baumgartner (e in effetti anche alla Red Bull devono aver pensato che era la colonna sonora ideale), ma dopo il lancio e l’atterraggio l’ambientazione cambia e ci vengono mostrate persone che fanno surf, pure dei delfini che saltano fra le onde a un certo punto. Il risultato, che così descritto non è minimamente paragonabile alla visione, è di una poesia incredibile e non sarebbe potuto esserlo senza la splendida Dayvan Cowboy dei Boards of Canada ad accompagnare le immagini.

Duo elettronico scozzese formato dai fratelli Mike Sandison e Marcus Eoin, i Boards of Canada si formano sul finire degli anni ottanta come collettivo di musicisti, presto assestatosi nella sua forma attuale. Esordiscono solo nel 1995 con Twoism, una sorta di demo che i fratelli Sandison volevano far girare unicamente fra artisti ed etichette di cui apprezzavano i lavori e che invece gli frutta un contratto con la casa discografica Skam, con cui l’anno dopo pubblicano anche l’Ep Hi Scores. In un panorama musicale dove erano esplosi generi come jungle e drum’n’bass, riecheggianti del frenetico cambio culturale in corso d’opera in Inghilterra e di cui il movimento rave rappresentava un riflesso distorto, la musica dei Boards of Canada si distinse per essere quasi all’opposto: calda, rilassata, a tratti psichedelica, ispirata principalmente a una serie di documentari che hanno ispirato il nome della band (i National Film Board of Canada) e di cui sono presenti svariati campionamenti nei loro brani.

Dopo un cambio d’etichetta e l’approdo alla Warp Records, vera e propria nume tutelare del movimento IDM (Intelligent Dance Music), il duo pubblica il primo album Music has the right to children nel 1998. È un periodo molto produttivo per i fratelli, che nell’arco di quattro anni pubblicano due Ep (Peel Session, registrazione in nuova veste di tre brani editi durante l’omonimo programma radio della BBC, e In a beautiful place out in the country, dove si esplicita con riferimenti ai Davidiani una delle suggestioni che, assieme alla numerologia e alla natura, influenzano la loro musica: la religione) e il secondo disco, Geogaddi. Da qui in avanti le uscite, le interviste e le apparizioni live (pare abbiano rifiutato centomila dollari per un concerto) si faranno più sporadiche, e se per The campfire headphase bisognerà aspettare solo fino al 2005 saranno ben otto gli anni di attesa prima di ascoltare, nel 2013, quello che è a tutt’oggi l’ultimo disco dei Boards of Canada, Tomorrow’s harvest, in cui il duo riflette a modo suo sulla sovrappopolazione del pianeta lasciandosi andare a suoni più cupi (curioso il modo in cui annunciarono l’uscita, attraverso una serie di messaggi criptici che ricalcano i messaggi delle numbers station e che a me, quando ne ho letto, ha ricordato non so perché Lost). Se volete godervi qualcosa di più recente prodotto dai fratelli Sandison (che il giornalista musicale Simon Reynolds ha inserito nel movimento hauntology, novero di musicisti le cui composizioni, ripescando suoni e suggestioni dal passato, evocano la nostalgia per un futuro che non si è mai realizzato) andate qui per ascoltare il remix uscito a luglio 2021 della canzone Treat em right dei Neverman, supergruppo formato da Mike Patton (Faith No More, Mr. Bungle, Fantômas, Tomahawk…se avete altre due ore elenco tutti i suoi progetti) Tunde Adebimpe (Tv on the Radio) e Doseone con cui i Boards of Canada avevano già collaborato nel 2016.

Julie and Candy è inserita nell’album Geogaddi, ed è un brano in cui quel caldo abbraccio nostalgico che spesso i sintetizzatori del duo evocano mi ha ricondotto al ricordo delle giostre durante la festa del paese, in particolare a quel calcinculo dove io, così a sensazione, penso di non essere mai riuscito a prendere il codino e a guadagnarmi un giro gratis. Ci riescono le due amiche del racconto (che poi il giro gratis nemmeno lo fanno), il cui rapporto ho cercato di scandagliare nel limite concessomi dalle tremila battute consuete: se ci sia riuscito o meno sta a voi dirlo, leggendo il racconto subito dopo aver ascoltato (o, ancora meglio, mentre ascoltate) la canzone a cui è ispirato. Buon ascolto e buona lettura!

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Due amiche

Ci conoscemmo sul calcinculo, alla festa del paese, trovandoci al termine di una corsa forsennata una alle spalle dell’altra sui seggiolini, senza che nessuna delle nostre amiche fosse riuscita a salire insieme a noi. Volevamo quel ciuffo di pelo che calava dall’alto, lo volevamo così tanto da fare squadra all’istante – non ricordo chi di noi lo prese, chi spinse l’altra per farla volare incontro al premio: in quel momento non importava. Quando tornammo coi piedi per terra le nostre amiche ci parvero terribilmente noiose, eppure erano stati solo due minuti, probabilmente anche meno perché il giorno della festa i giri sul calcinculo durano meno.

Cominciammo a passare i pomeriggi l’una in casa dell’altra, anche se non eravamo in classe insieme. I nostri gruppi – quelle masse oscure di cui già sentivamo di non voler fare parte – ci guardavano con sospetto, noi non facevamo nulla per non apparire strane e pericolose ai loro occhi. Mamma mi chiedeva cosa ci trovassi in lei, e so che anche sua madre se lo chiedeva. Mio padre non era capace di preoccuparsi, chissà il suo.

Non c’era niente di così definitivo a legarci. Erano più le cose che ci dividevano che quelle che ci univano – la pioggia, la musica soul che ascoltava mio padre, le feste comandate e, più in là con gli anni, la vodka e la discoteca: tutte cose che lei disprezzava. Avevamo in comune i sogni – uno in realtà, fuggire lontano – ma non la destinazione dove realizzarli: lei sognava un bosco o una giungla dove vivere di ciò che la terra donava, io una grande città dove ammazzarmi di lavoro per togliermi ogni sfizio che la modernità potesse garantire.

Restammo in contatto all’università, anche se frequentavamo facoltà diverse e lei, per seguire la sua strada, dovette trasferirsi. Quando ci vedevamo occupavamo il tempo passando di locale in locale, tornavamo a notte fonda con lei che, stoica, mi trascinava a letto con quel poco di forze che le rimanevano. Ci chiedevano Ma non ti manca, i nostri nuovi amici in città diverse, perché ci vedevano così unite che per loro era inconcepibile pensare che potessimo sopravvivere alla lontananza. Eppure lo facevamo, e non soffrivamo per questo.

Abbiamo iniziato a lavorare, io ho avuto anche un figlio. Lei ha viaggiato per il mondo – mai abitando in un bosco, che io sappia -, io sono rimasta qui e ho ottenuto una parte di quello che volevo. Quando tornava in città si sprigionava sempre quella scintilla, qualcosa a cui non abbiamo mai cercato di dare una risposta: tornavamo due bambine sul calcinculo, che si trovano di fronte o alle spalle una sconosciuta con cui sai subito che legherai.

Nessuno avrebbe scommesso sulla nostra amicizia, ci ridevamo sopra persino noi. Dicevamo che ci saremmo mandate affanculo, prima o poi, che sarebbe potuta finire in qualsiasi momento finché, in effetti, è finita.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Cosa dicono di noi i Vintage Violence nel nuovo album Mono

Chi è che diceva “sarà pronto quando sarà pronto”? Un regista? Uno scrittore? Un musicista? È forse un modo di dire generico che non ha una vera e propria paternità? Quante domande senza risposta, e tutte inutili ai fini del discorso, mentre ciò che mi chiedo veramente è se questa frase sia risuonata nella testa dei Vintage Violence come possibile risposta a chi chiedeva informazioni su un nuovo album, visto che il precedente Senza paura delle rovine è uscito ben sette anni fa (l’attesa è stata per fortuna mitigata dall’uscita nel 2018 del disco acustico Senza barrè, in anticipo sui tempi visto quanto abbiamo dovuto penare durante la pandemia per sentire delle cazzo di distorsioni). Ora quell’album è finalmente qui, e una risposta a quella domanda aleggiante arriva direttamente nell’ultimo brano, La chiave: “tutti mi chiedono se ho idea di quando il disco possa uscire/ nel 3000 dopo Cristo, e ti servirà un badile”.

Per fortuna per ascoltare Mono, uscito il 19 novembre per l’etichetta Maninalto!, non dobbiamo metterci a scavare, anche se io l’avrei pure fatto. Questa proto-recensione cercherà di essere obiettiva ma non ci provo neanche a nascondere che sono un fan della band lecchese, scoperta nel 2011 col disco Piccoli intrattenimenti musicali e poi conosciuta di persona negli anni successivi (qui trovate un po’ di motivi per cui li adoro, oltre a un racconto ispirato a una loro canzone), per cui se dico che la nuova fatica di Rocco Arienti (chitarra), Nico Caldirola (voce), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria) è una delle cose migliori uscite quest’anno siete liberissimi di credermi o meno: nelle prossime righe cercherò di motivare questa affermazione e di far ricredere i più scettici.

I Vintage Violence fanno punk, ma lo fanno in maniera personale. C’è un filo rosso che lega tutti i loro album, un modo di fare musica che si appoggia sugli incroci delle chitarre, su una sezione ritmica martellante ed eclettica e su una voce che urla in faccia senza troppi fronzoli ciò che non va a questo mondo: la cosa sensazionale è che nelle dieci canzoni di Mono, pur ritrovando tutti gli stilemi a cui la band ci ha abituato negli anni, si avverte chiaramente la capacità di ruotare gli elementi in maniera da creare brani freschi e originali, diretti ma capaci di finezze ritmiche tutt’altro che immediate. C’è un anima viscerale nella loro musica, l’energia primigenea che Pierpaolo Capovilla considerava persa nel primo disco dei suoi Il Teatro Degli Orrori, oltre a un’onestà di fondo che permea i testi e che rappresenta uno degli elementi che più li caratterizza.

Nel libro Finché non ci ammazzano di Hanif Abdurraqib (di cui ho parlato settimana scorsa) è presente un’interessante analisi sui Fall Out Boy, in cui lo scrittore mostra quanto il timido cantante Patrick Stump si sia ritrovato sempre più inadeguato a fare da “cassa di risonanza” dei testi del bassista, il narcisista e nevrotico Pete Wentz. Nei Vintage Violence accade l’esatto contrario, perché le parole di Rocco sembrano scritte apposta per la voce di Nico, un felice connubio che può nascere solo quando il pensiero delle due persone trova un punto d’incontro che, nel caso specifico, è un’aspra critica della società odierna e delle sue storture. Sia chiaro, non sono i primi a farlo e forse non esprimono neanche concetti così originali, ma se le canzoni di un Fabrizio De André resistono al logorio del tempo è perché sono intrise di una poetica che le rende uniche, una capacità di esprimere concetti che già conosci come se li sentissi per la prima volta e che oggi penso abbiano in pochi (Giorgio Canali ad esempio). Per capire che quella qualità in Mono c’è basta ascoltare Zoloft (scritta con Enrico Maria Sighinolfi, da anni fidato collaboratore della band), farsi colpire al cuore dalle sue strofe e provare in pochi minuti le stesse sensazioni che dà leggere Mark Fisher quando parla dell’inscindibile connubio fra malattia mentale e società moderna: “non guarisci perché non ti sei ammalato affatto” è una frase che riassume quel concetto, perché per la paura e l’inadeguatezza la soluzione più semplice proposta è un farmaco che annulla i tuoi pensieri e sentenzia che sei tu il problema, e non il sistema.

Piccolo tramonto interiore/ perché anche l’operaio vuole il figlio dottore/ perché il grado di felicità noi lo misuriamo/ in chilometri, chilometri da Milano

Vogliono che cambi colore/ ti costringono a lottare per un mondo peggiore/ e aspettando un sole nuovo il nostro tempo scade/ siamo come neve nera ai lati delle strade

Piccolo tramonto interiore

Le canzoni dei Vintage Violence costringono a metterti in discussione e lo fanno nella maniera meno accomodante possibile, perché “se vuoi canzoni innocue e confortanti metti Radio Italia” (Dicono di noi). Se chi li ascolta mai si rispecchierà in “chi vuole indietro i soldi da chi arriva su un gommone” (Paura dell’Islam, la cui riga di testo successiva recita “chiederemo indietro i soldi spesi per la sua istruzione”) diventa più facile, ma è doloroso ammetterlo, identificarsi in chi spreca la propria vita senza farsi domande e pensando che basti lo stipendio a giustificare una vita passata a lavorare (“L’esistenza si riduce alla pressione nelle arterie/ se l’idea di libertà è quella di un impiegato in ferie”, Dio è un batterista). I testi di Mono sono criptici in molti punti, prendono vie che non sono quelle più ovvie e che possono portare anche a essere travisati (con conseguenze tipo ritrovarsi il video hackerato dai neo-nazifascisti, come capitato anni fa con la loro canzone Il processo di Benito Mussolini), tanto che la penultima traccia Dicono di noi ironizza proprio su ipotetiche accuse contraddittorie che possono venirgli mosse (“punkabbestia/ricchi di famiglia/militanti dei grillini/militanti del PD”, e cala un silenzio ancora più opprimente se al giorno d’oggi ci si deve vergognare della cosiddetta “sinistra”), soprattutto in un periodo in cui dalla prima serata delle principali emittenti televisive maschi bianchi si lamentano che “non si può più dire niente” (a causa di perfidi attivisti che sui loro profili social sono poi bersaglio di attacchi feroci da parte degli haters).

Quando l’uomo occidentale si erge a moralizzatore/ chi bombarda gli ospedali si lamenta del terrore/ che è da un paio di millenni la risposta naturale/ al terrore di un impero coloniale

Paura dell’Islam

Ciò che manca in Mono (e che manca, purtroppo, nella maggior parte della critica anticapitalistica) sono le soluzioni, tanto nelle schegge veloci come Have a Nietzsche day e Prato fiorito quanto in brani più lunghi e riflessivi come il primo singolo Piccolo tramonto interiore. Queste sono canzoni che puntano a distruggere le fondamenta per stimolare una presa di coscienza, anche se a volte il filo logico viene sacrificato per inseguire una rima tagliente o un’immagine forte e rivoluzionaria (condivisibile o meno, tipo le molotov sulla questura evocate in Zoloft), e il massimo che può e vuole fare la band per indorarci la pillola è illuminare ciò che ci rende ancora umani. L’amore mostrato in Capiscimi II ad esempio (sempre complicato e carnale, perché con buona pace di Cartesio qui mente e corpo non sono elementi scissi), oppure la forza vitale della musica e, infine, l’empatia, questa rara qualità che i Vintage Violence utilizzano con parsimonia in un mondo ostile: “non siate tristi” canta Nico in Dio è un batterista come perfetta chiusa a questa recensione, “e pensate all’occidente come a un bar per camionisti/ sì, sono tutti sbronzi/ ma è empatizzare con le cameriere a distinguere i buoni dagli stronzi”.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 80: Il centro della sfera (Yawning Man – Perpetual oyster)

Il bello dei festival musicali è che tu vai lì per ascoltare questo o quel gruppo e poi, quasi sempre, torni a casa che ne conosci almeno uno in più che non avevi mai sentito nominare. Mi è capitato spesso al Balla coi cinghiali, festival storico nato a Bardineto nel savonese e trasferitosi poi nel Forte Albertino di Vinadio, in provincia di Cuneo, uno di quei luoghi che da soli valgono già metà dell’esperienza: attività in ogni nicchia del forte, tre palchi, area tende e pure un laghetto dove rinfrescarsi. Al Balla puoi vederci Tricky e gli Zen Circus sull’enorme palco principale, per poi scoprire gli Eugenio In Via Di Gioia in tempi non sospetti o quella perla nascosta dei Ronny Taylor: puoi anche andare a goderti i concerti più intimi del palco gestito dal Raindogs House di Savona, una sorta di baretto ricostruito all’interno di una nicchia del forte solo per i giorni del festival, dove i volumi non per forza sono più bassi e può capitare di veder suonare vere e proprie leggende come gli Yawning Man.

Sapete cosa sono i generator party? Non farò finta di saperne vita, morte e miracoli, perché il nome l’ho scoperto solo mentre scrivevo questo articolo: sono delle feste in mezzo al deserto californiano, organizzate in maniera molto improvvisata da gruppi di persone che hanno un generatore a disposizione e tanta voglia di suonare e far suonare altra gente, e sono praticamente ciò che più si avvicina alla mia idea di paradiso. Volete un esempio? Guardatevi i Kyuss (ok, audio e video sono pessimi, ma era il cazzo di 1995), con Alfredo Hernández alla batteria, mentre suonano attorniati dal pubblico nel mezzo del nulla come avevano visto fare anni prima da band come gli Yawning Man già citati, di cui Hernández era stato uno dei fondatori. Attivi sin dal 1986, ispiratori della scena desert rock californiana che ha poi sparato verso il successo internazionale Josh Homme con i Queens Of The Stone Age (ed Hernández era pure qui, almeno nel primo album) oltre ad ispirare miriadi di band minori, gli Yawning Man sono rimasti la bellezza di diciannove anni senza registrare una nota se non all’interno di due demo, uscite solo nel 2009 in via ufficiale: la band fondata da Gary Arce (chitarra), Mario Lalli (basso), Larry Lalli (chitarra, basso) e il pluricitato Alfredo Hernández (batteria) si era barcamenata in quegli anni fra periodi di attività e momenti di pausa dovuti al contemporaneo impegno in uno o più gruppi, come i Fatso Jetson dei cugini Lalli, permettendosi anche il lusso di mutare forma e cambiare nome: i The Sort Of Quartet, band che pubblicò quattro album fra il jazz e la psichedelia nella seconda metà degli anni novanta, erano sempre loro.

Lisergici come pochi, lanciati verso gli stati più alterati della mente dai fraseggi infiniti di Arce, gli Yawning Man negli anni 2000 hanno passato più tempo in studio di registrazione, pubblicando cinque album fra il 2005 (Rock formations) e il 2019 (Macedonian lines), con minimi cambi nella formazione (Bill Stinson subentrò a Hernández poco dopo l’uscita del secondo disco, Nomadic pursuits) e la voglia inalterata di perdersi nella musica, magari in compagnia di band amiche (è del 2009 l’album Ceremony to the sunset, registrato con i britannici Sons Of Alpha Centauri sotto il nome di Yawning Sons). Ricordo il live del Balla coi cinghiali, nel 2018, come uno di quei concerti dove chiudi gli occhi e ti lasci trasportare, seguendo la chitarra per i suoi ipnotici percorsi punteggiati da un basso cavernoso e dalla batteria che, nel pieno stile stoner che hanno contribuito a creare, “tira indietro” e rallenta tutto mantenendo inalterata l’energia. Curioso il caso legato alla loro Catamaran: uscita nel 1995 all’interno dell’ultimo album dei Kyuss, …and the circus leaves town, la canzone non è mai apparsa in un disco degli Yawning Man prima del 2018, quando è stata finalmente inserita in The revolt against tired noises.

Perpetual oyster è la seconda traccia di Rock formations, ed è uno di quei brani per cui sembra essere stato creato il termine “ciclicità”. Tutto basato su tre movimenti che si ripetono con minime variazioni lungo i cinque minuti della sua durata, riesce a catturarti e portarti in un altrove luminoso dove sai che tutto andrà come deve andare: ho cercato un’idea che catturasse l’essenza della canzone per mesi, il risultato probabilmente non gli renderà giustizia ma è quanto di meglio mi sento di poter fare di fronte a un monumento della musica che amo e che mi ha influenzato nel corso degli anni. Potete valutare da voi se l’esperimento è riuscito ascoltando il brano e leggendo il racconto, magari cercando di accordare le due narrazioni: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Il centro della sfera

Ed eccolo, finalmente, l’approdo a lungo cercato, la spiaggia dei miei sogni bagnata dalle onde dell’oceano. Mi getto oltre il ponte, mi inzuppo nelle acque chiare dell’isola, arranco con gli abiti bagnati a farmi da zavorra fino alla sabbia fine, lascio che ogni singolo granello si stampi nella memoria tattile dei miei piedi ed elevi il mio spirito, rasserenato e non più piagato dalle innumerevoli lotte combattute per arrivare fino a qui, alla casa che mi aspettava e in cui non ero mai stato.

Guardo le palme svettare davanti ai miei occhi, sento il sole asciugare la mia pelle, annuso l’odore pungente della salsedine, odo lo scalpicciare di mille forme di vita con cui corro, nuoto, esploro ogni anfratto, le buche più oscure, le barriere coralline splendenti, le cime impervie dove l’aria si fa così rarefatta da mozzarmi il respiro per l’emozione.

Quanti anni ho passato alla ricerca? La sofferenza provata nel sentirmi fuori luogo ovunque è placata, il dolore che ho provocato non mi piega più l’anima, sento il concetto di tempo farsi lontano, indecifrabile, qualcosa che una volta aveva il potere di incatenarmi nei suoi ingranaggi e che ora sfugge alla comprensione. Sono sempre stato qui, nel profondo, non c’è una vita precedente che non sia sogno o forse il sogno è ora, ma non mi sveglierò. Le ferite sanguineranno e si rimargineranno in eterno, ma non faranno più male.

Odo il canto delle profondità chiamarmi per nome, sento l’acqua accogliermi nel suo abbraccio, scruto nel buio alla ricerca della mia meta e vedo le ostriche adagiate sul fondale che mi attirano, guidano le mie mani, si fanno sottrarre alla loro casa e intorno a me turbinano i pesci, sfilano le meduse mentre risalgo alla superficie con il fiato che non viene mai a mancarmi.

Dispongo i tesori che l’isola dona di fronte a me, rimirando la lucida armatura bianca che presto scassinerò. Non c’è bramosia nel gesto, il desiderio mi è diventato estraneo: i miei atti sono liberi eppure è destino che vengano compiuti, perché ciò che faccio e ciò che deve essere fatto coincidono. La lama di un coltello scintilla nella mia mano mentre mi appresto ad agire.

Il sole cala all’orizzonte, la luce rossa inonda la spiaggia, le ombre si allungano alle mie spalle, le foglie restano immote, gli animali siedono in attesa, mi brillano gli occhi mentre con forza scoperchio le ostriche, allungo le dita, tasto all’interno alla ricerca di una rotondità perfetta, dell’oggetto che con la sua conformazione mi sussurra l’ultimo segreto, la formula definitiva per la libertà.

Non sono giunto qui per caso. Non ci sono arrivato con un piano. Lascia andare, mi dice la perla, lascia andare, ripete. Mi troverai in ogni ostrica che aprirai, dice, ora che sei il centro della sfera e non vaghi all’infinito lungo i suoi bordi, ora che sei giunto qui, finalmente, all’approdo a lungo cercato…

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora