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Un Dick minore fra visionarietà, patriarcato e fede: In senso inverso

Una delle mie prime passioni letterarie, quando veleggiavo fra l’adolescenza e l’età adulta, è stata la fantascienza. E con fantascienza intendo Philip K. Dick.

Il libro da cui è iniziato tutto

Ricordo che comprai i suoi primi due libri a una fiera a Bologna (l’ormai da tempo defunto Future Show). Uno era Ubik, dai più considerato il suo capolavoro, l’altro una raccolta di racconti lunghi intitolata L’uomo variabile, di cui era interessante la palese confusione della cover, che riportava la locandina dell’appena uscito Screamers – Urla dallo spazio (tutt’altro che epocale, ma fedele alla fonte letteraria) come se fosse una trasposizione del racconto che dava il titolo all’opera: peccato che non fosse così, visto che la fonte ispiratrice era invece il racconto Second variety (nella raccolta era presente anche Rapporto di minoranza, il che mi diede modo di capire quale scempio a livello di senso abbia compito Steven Spielberg col suo film, una delle mille libere trasposizioni che hanno costellato il panorama cinematografico da Blade Runner in avanti). Devo a Dick la lettura dell’I Ching, la passione per le storie strane e per i protagonisti tutt’altro che eroici, una certa attrazione per la filosofia e, last but not least, parte della motivazione che mi ha spinto a mettermi a scrivere: con tutti questi debiti spirituali il minimo che possa fare è recuperarne l’opera omnia, concedendomi un suo libro all’anno per evitare di finirli troppo presto, e per il 2021 (sul filo di lana) è toccato a In senso inverso.

La trama si svolge in un futuro prossimo (il libro è del 1967, ma ambientato nel 1998) in cui uno strano fenomeno scientifico chiamato Fase Hobart ha portato la realtà a invertire la rotta: il tempo si ritorce su sé stesso, i morti escono dalle tombe per ringiovanire fino a essere accolti di nuovo nell’utero, le sigarette si fumano a partire dalla cicca per poi riporle intere nei pacchetti e ci saluta con un “addio” per poi congedarsi con un “ciao”. Lungi dall’essere presa dal panico l’umanità si è adattata, trovando anche il modo di creare un sistema economico attorno a queste bizzarrie: la Biblioteca, un ente che ha il compito di cancellare tutte le scoperte nel momento in cui il suo creatore diventa troppo giovane per averle partorite, detiene gran parte del potere, mentre i Vitarium si occupano di disseppellire i redivivi, offrendoli poi al miglior offerente in maniera più simile a una casa d’aste che non ad un’agenzia funebre. In questo scenario dai toni gelidamente apocalittici si muovono il proprietario del Vitarium Fiasca di Hermes Sebastian Hermes (a sua volta redivivo), sua moglie Lotta e l’agente di polizia Joe Tinbane, che finiranno coinvolti in una situazione più grande di loro quando a risorgere sarà l’Anarca Thomas Peak, fondatore di un culto popolarissimo fra la popolazione nera ma pericoloso per le istituzioni.

In senso inverso propone alcuni dei tropi narrativi più cari a Dick: ci sono un potere oscuro che trama contro i protagonisti, la difficoltà a capire di chi fidarsi (una variante del tema “cosa è reale?”) e soprattutto l’esperienza religiosa, rappresentata dall’Anarca Peak che, come osserva lo scrittore e saggista Carlo Pagetti nell’introduzione, è un personaggio dietro cui si cela l’influenza del vescovo episcopale James Pike, figura controversa con cui lo scrittore ebbe un fitto colloquio per un lungo periodo. Anche i personaggi sono classicamente dickiani, dall’antieroe apparentemente destinato al fallimento incarnato da Sebastian fino a Lotta e Amy Fisher, due figure antitetiche rappresentative delle categorie in cui spesso Dick relega le donne: la concubina dolce e l’amante perfida.

C’è una lunga tradizione di personaggi femminili monocordi nella letteratura dickiana, figure ancillari la cui unica funzione sembra essere quella di aiutare indeffessamente il protagonista o di sminuirlo, mettendogli i bastoni fra le ruote. In senso inverso, contrariamente a quanto afferma il professore e saggista Emanuele Ronchetti nella postfazione, mette in campo due funzioni narrative più che due personaggi, donne che agiscono in base a logiche astratte e che, anche quando sembrano avere il potere dalla loro parte, finiscono per essere sfruttate come seduttrici compiacenti.

“Non dirmi dove siete” disse Sebastian.

“Mi venga un colpo se te lo dico, non con quella pazza scatenata vicino a te. Non ha affatto paura di te, vero? Le donne non hanno mai paura degli uomini con cui sono andate a letto.”

In senso inverso

Nel periodo in cui stava scrivendo questo libro Dick aveva appena divorziato dalla sua terza moglie, Anne Rubenstein, per convolare a nozze con la giovane Nancy Hackett. In una forma distorta Ann e Lotta incarnano queste due donne, l’ex moglie prevaricatrice e la nuova fiamma, ma la seconda appare tutto tranne che un tributo: debole e passiva, Lotta è un personaggio in balia degli eventi le cui uniche decisioni appaiono forzate e incoerenti, sempre in pericolo e sempre bisognosa di un uomo che la salvi. Se omaggio voleva essere segue una logica perversa, la stessa che, come racconta Emmanuel Carrère in Io sono vivo voi, siete morti (la biografia che dedicò a Philip Dick nel 1993), portò lo scrittore a dedicare a Rubenstein una delle sue rare incursioni nella letteratura realistica, Confessioni di un artista di merda: un libro sull’inferno coniugale pieno zeppo di dettagli tratti dalla loro vita di coppia, scritto nel periodo in cui tutto tra di loro sembrava andare a gonfie vele.

Se i personaggi femminili prendono spunto dalla vita vera lo stesso si può dire di quelli maschili: Joe e Sebastian, in modi diversi, rappresentano l’uno la versione idealizzata e l’altro il doppio negativo dell’autore stesso, personaggi tormentati (e autoassolutori) la cui differenza principale sta nella capacità di usare la forza e di “fare l’uomo” , presente nel primo e assente nel secondo. Ne In senso inverso Dick sembra dare ragione all’affermazione, da parte del movimento femminista, che il patriarcato fa male anche agli uomini, perché appena uscito da una relazione in cui era la moglie a mantenere la numerosa famiglia lo scrittore, umiliato da questo ribaltamento dei ruoli, non trova miglior rifugio che perdersi dietro sogni di mascolinità tossica, pur consapevole che il suo vero alter ego è il solito fallito che troverà nel Joe Chip di Ubik la miglior sintesi: un uomo che ha bisogno di aiuto persino per uscire dalla propria casa, bloccato da una porta che chiede denaro per aprirsi.

“Possiamo fuggire sparando” propose Tinbane.

“Secondo la Bibbia, è inutile.”

Divertito, ma anche irritato dalla passività di Lotta, Tinbane fece una smorfia: “Se ragionassi a questo modo sarei già morto da un secolo.”

“Non è il mio modo di ragionare. È…”

“Certo che è il tuo modo di ragionare. Tu dai a quelle parole il significato che inconsciamente vuoi che abbiano. Secondo me un essere umano, un uomo, è padrone del proprio destino. Forse questo discorso non vale per le donne.”

In senso inverso

In senso inverso non ha personaggi che rimangono scolpiti nella memoria, e a ben vedere nemmeno un intreccio così appassionante. Sebbene siano presenti numerosi colpi di scena, in cui si nota l’attitudine dell’autore a rendere la verità un concetto evanescente, gli snodi sono spesso forzati, le motivazioni che spingono i personaggi poco chiare e le loro reazioni talvolta illogiche. Con questo libro Dick conferma la nomea di “scrittore di idee”, un autore dalla fantasia vulcanica capace di prefigurare il futuro (e trasfigurare anche il presente, visto che nel libro riecheggia l’esperienza fresca della rivolta di Watts, mentre il maccartismo fa da sfondo a Occhio nel cielo) che, soprattutto nelle sue opere minori, offre una prosa non all’altezza delle sue visioni.

“Dunque l’eidos è la forma, come in Platone. La verità assoluta. Esiste. Platone aveva ragione. L’eidos informa di sé la materia passiva; la materia non è il male, è soltanto inerte, come l’argilla. Esiste anche un anti-eidos, un fattore distruttore di forme. È questo che la gente percepisce come male, il decadimento della forma. Ma l’anti-eidos è un eidolon, un’illusione; una volta impressa sulla materia, la forma è eterna – è soggetta a un’evoluzione costante, di modo che non possiamo percepire la forma. Il modo in cui, per esempio, il bambino si trasforma in uomo, oppure, come accade di questi tempi, l’uomo rimpicciolisce e diventa bambino. Sembra che l’uomo sia scomparso, ma in realtà l’universale, la categoria, la forma, è ancora lì. È solo un problema di percezione; la nostra percezione è limitata perché abbiamo solo una visione parziale. Come la monadologia di Leibnitz. Capisci?”

In senso inverso

A salvare un libro come In senso inverso, oltre al fascino dell’ambientazione, è un’altra delle componenti tematiche care all’autore: la religione. La missione di cui si sente investito l’Anarca Peak man mano che la sua “resurrezione” procede, un tentativo di spiegare l’esperienza ultraterrena da chi l’ha effettivamente esperita, porta a riflessioni fra il filosofico e il mistico che rappresentano la cifra più interessante di questo libro, non nuove per il fan accanito ma comunque interessanti e piene di spunti. Non basta questo a farmelo consigliare a chi non è avvezzo alla fantascienza dickiana, ma il fatto che con un colpo di coda Dick riesca sempre a portare motivi d’interesse nei suoi libri è il segno della grandezza di un autore la cui influenza è stata enorme. Chiudo chiedendo un favore a Fanucci, l’editore che da anni ripropone la sua opera omnia: si possono avere introduzioni da non saltare a piè pari per evitare di incorrere in enormi spoiler sulla trama?

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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