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Altri modi di narrare una storia: What Remains Of Edith Finch e i walking simulator

Sono stato sempre affascinato dai modi interattivi con cui una storia può essere narrata. Da piccolo il mio amore per la letteratura è stato veicolato anche dai librogame, una sorta di libri interattivi in cui il giocatore-lettore aveva la possibilità di influenzare la trama operando in alcuni punti delle scelte (anche se, a onor del vero, nella stragrande maggioranza dei casi a cambiare era più il percorso che il finale vero e proprio). Anni dopo mi sono ritrovato a partecipare a sessioni di giochi di ruolo, sia da personaggio che da master, un altro modo affascinante per condividere storie e viverle in prima persona…se si tralasciano gli amici il cui unico interesse era tirare i dadi, uccidere qualcuno e addormentarsi nelle fasi in cui si sarebbe dovuto davvero interpretare il proprio personaggio.

I videogiochi sono stati un’altra passione coltivata negli anni, e ricordo con piacere molte trame (elemento per me spesso essenziale per godermi l’esperienza) e le sensazioni scaturite dall’esserne protagonista. Con gli anni la mia console casalinga (al momento una PS4) è stata sempre più utilizzata per guardare Netflix che non per giocare, ma un titolo ultimamente ha destato la mia attenzione tanto da convincermi a dedicargli un articolo, soprattutto in quanto esponente di una categoria che rappresenta per me il perfetto veicolo per attirare chi pensa ancora che l’ambiente videoludico sia inferiore rispetto al buon, vecchio libro: i walking simulator.

Videogioco o saga familiare?

La storia dei walking simulator inizia verso il 2008, quando lo studio indipendente The Chinese Room pubblica (inizialmente come mod per Half-life 2) un videogioco chiamato Dear Esther. L’interattività è ridotta ai minimi termini, tutto ciò che è richiesto al giocatore è di esplorare un’isola delle Ebridi mentre il protagonista della vicenda, e nostro alter ego all’interno del gioco, legge alcune lettere alla moglie e dipana man mano la serie di avvenimenti che l’hanno portato lì. Ancora oggi non si placano le polemiche fra chi considera Dear Esther un videogioco o meno, ma di successori spirituali ne sono spuntati a bizzeffe. The Stanley Parable, sviluppato più o meno nello stesso periodo sempre come mod per Half-life 2 da Davey Wreden, rappresenta uno degli esperimenti più curiosi all’interno del genere: nei panni di un dipendente che si ritrova improvvisamente solo nel suo ufficio, assillato da una voce che lo indirizza e parla di lui in terza persona, dobbiamo esplorare l’edificio in cui ci troviamo decidendo se seguire o meno le indicazioni date dal misterioso deus ex machina, in una esperienza meta-videoludica che si fa sempre più strana tanto più ci ribelliamo alle imposizioni della voce narrante.

Ci sono altre pietre miliari del genere, da Journey a Firewatch passando per The Vanishing Of Ethan Carter, e anche in Italia uno studio indipendente ha deciso di puntare su questo tipo di esperienza, raccontando in The Town Of Light la storia (ispirata a fatti realmente accaduti e basata su ampie ricerche) di una ex paziente del manicomio di Volterra che torna in quel luogo, ormai chiuso a seguito della legge Basaglia, per ricostruire quanto le è accaduto negli anni di internamento. Il titolo di cui voglio parlare è però un altro, e si chiama What Remains Of Edith Finch.

La casa, ambientazione e vera protagonista della vicenda

Nel corso del gioco indossiamo i panni di Edith Finch, una ragazza diciassettenne che torna nella bizzarra dimora di famiglia per mettere ordine nei misteri che avvolgono il suo albero genealogico. Esclusa una breve camminata iniziale all’aperto tutta la vicenda si svolge nella casa, dove attraverso una rete di passaggi segreti Edith avrà accesso alle stanze dei propri parenti deceduti negli anni, chiuse a chiave dalla madre per motivi mai spiegati.

Ogni camera, mantenuta inalterata nel tempo come veri e propri musei alla memoria, riflette gli interessi e il carattere dei suoi occupanti e, soprattutto, ne contiene i ricordi: che sia attraverso lettere, diari, blocchi di disegno o addirittura fumetti, Edith verrà a scoprirne le storie quasi sempre attraverso la loro voce.

Non mancano i momenti inquietanti

Man mano che si procede l’albero genealogico si completa, aiutandoci a far luce su tutti i misteri di cui la giovane protagonista non era mai stata messa a parte. Quasi fosse un romanzo interattivo possiamo sentire e leggere i pensieri della protagonista, con le parole che si formano davanti a noi mentre avanziamo, mentre la storia di ogni componente è narrata con uno stile sempre diverso, mantenendo come punto comune la vena surreale che circonda la fine di ogni parente estinto. Dal punto di vista grafico non si può che elogiare la fantasia con cui ogni storia è stata realizzata, ma questo sarebbe stato uno sforzo inutile senza una buona trama che ci convinca ad andare avanti.

Come raccontare una storia mentre fai volare un aquilone

Da questo punto di vista What Remains Of Edith Finch svolge perfettamente il suo compito. La strada è una sola, senza possibilità di errore (anche se, con uno spirito di esplorazione decisamente carente, è possibile perdere alcune stanze per strada), ma la curiosità di scoprire altro sulla famiglia della protagonista spinge ad andare avanti senza che ci sia mai un calo, affascinati e spesso commossi dalle vite delle fragili persone che hanno vissuto nella magione.

Vi sfido a rimanere indifferenti quando arriverete alla fine di questo episodio

Rispetto alla lettura di un libro il titolo sviluppato da Giant Sparrow vi occuperà sicuramente meno ore, ma per chi apprezza le belle storie è un’esperienza assolutamente consigliata: le vicende della ex bambina prodigio del cinema Barbara, del giovane operaio disintossicato Lewis, della matriarca Edie e tutte le altre che potrete scoprire nella vostra silenziosa esplorazione compongono un quadro che ha il respiro delle saghe familiari ben riuscite, costruito con poche parole che hanno il pregio di essere quelle giuste.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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