L’uomo invisibile, o di come il femminismo ha (quasi) salvato un universo

C’era una volta, e forse c’è ancora, un universo narrativo che da anni non veniva sfruttato a dovere. Ai tempi d’oro i suoi protagonisti erano sulla bocca di tutti, ma un lungo periodo di oblio (con poche eccezioni) li aveva relegati fra i personaggi su cui non era più il caso di puntare. Un bel giorno, però, la fatina del capitalismo pensò che era il caso di rispolverarli, quegli eroi, e di creare un universo condiviso con cui dargli lustro e attentare al portafogli di vaste platee di spettator*. Sembra la storia del Marvel Universe, vero? E invece no.

Questa bella storiella riguarda la Universal e come ha cercato, prima con Dracula untold nel 2014 e poi con La mummia nel 2017, di assemblare in un universo condiviso tutti i mostri storici di cui deteneva i diritti. Il Dark Universe era il sogno proibito che, nei piani dei dirigenti, avrebbe dovuto riunire Dracula, Frankenstein, Dr. Jekyll e compari in un’unica ambientazione, sventagliando negli anni un buon numero di film con l’ambizione evidente di fare lo stesso lavoro uscito così bene alla Marvel. Alla prova dei fatti, però, entrambi i film si sono rivelati dei flop, portando al triste declino un progetto che aveva coinvolto grossi nomi come Tom Cruise e Russell Crowe e ne avrebbe dovuti coinvolgere molti altri.

La faccia di Russell Crowe quando l’hanno avvisato che dei dodicimila film in cui sarebbe dovuto apparire non se ne faceva più nulla

La mestizia in casa Universal è arrivata a livelli tali che si è finiti addirittura per subappaltare il franchise, delegando a qualcun altro il compito di portare a termine uno dei film. È qui che entrano in scena Jason Blum, il Re Mida dei film che costano poco e incassano un sacco con la sua Blumhouse, e Leigh Wannell, attore e sceneggiatore da poco passato alla regia e noto soprattutto per aver creato, insieme a James Wan, la saga di Saw l’enigmista e un altro universo condiviso, quello che gira intorno a Insidious. Il duo si prende in spalla uno dei personaggi del Dark Universe, l’Uomo invisibile portato sugli schermi l’ultima volta da Paul Verhoeven nel 2000, con il cuor leggero di chi sa che peggio di così non potrà andare, poi con lo stesso cuor leggero decidono che quello che gli interessa raccontare non è esattamente la storia dell’uomo invisibile.

La protagonista e, sulla sinistra, il fiato di quello che doveva essere il protagonista

Leigh Wannell, qui sia sceneggiatore che regista, ha l’intuizione geniale di cancellare dalla storia tutto o quasi ciò che riguarda Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen), lo scienziato che trova la formula dell’invisibilità, concentrandosi invece sul punto di vista di Cecilia Kass (Elisabeth Moss), costretta da anni a rimanergli al fianco in una relazione che più tossica non si può. Il film comincia col suo tentativo di fuga, settando già in alto il registro della tensione, per poi seguirla nel suo tentativo di crearsi una nuova vita grazie all’aiuto della sorella e di un suo amico poliziotto: inutile dire che le cose cominceranno presto ad andare male.

La genesi dell’uomo invisibile vuole che la sanità mentale gli venga portata via come conseguenza dell’esperimento cui si è sottoposto, ma nel film di Wannell quel prima non c’è: Griffin è un manipolatore egocentrico che vede la compagna come un possedimento, un maschio alpha che non sa accettare un rifiuto e che, come i peggiori stalker di cui leggiamo sui giornali, quando sembra essere uscito di scena torna a perseguitare la vittima con rinnovata foga. L’uomo invisibile del 2020 non mostra la follia di un uomo che si è spinto troppo in là e ne è uscito alterato, ma le conseguenze di una follia che non ha niente a che fare con la scienza, ma con la società patriarcale di cui tutti facciamo esperienza ogni giorno: e, come capita nella realtà, nessuno è disposto a credere alla vittima.

La pellicola di Wannell è un congegno ad orologeria quasi perfetto: inizia col botto, lascia rifiatare un attimo e poi comincia lentamente ad aumentare la tensione, prima attraverso piccoli dettagli (un coltello che cade dal tavolo, il fiato dell’immagine più in alto) e poi con un’escalation che rischia di far impazzire la già provata Cecilia, illusasi di essere tornata libera dopo aver ricevuto la notizia della morte di Griffin. A differenza di chi le sta intorno noi spettatori non abbiamo mai il dubbio che qualcuno la stia perseguitando, una scelta ben precisa che serve a metterci nei suoi panni e provare la sua stessa paura, quella di una donna la cui vita diventa un inferno a causa di un No. Molto del merito per la buona riuscita del film è di Moss, bravissima a caratterizzare la sua Cecilia con la giusta dose di fragilità che, una volta messa alle strette, si trasforma nel coraggio di chi non ha più nulla da perdere: la telecamera la segue costantemente, senza lasciarle pace, mostrando il progressivo frantumarsi e ricomporsi della sua psiche man mano che la persecuzione si alza di livello.

Jason Blum si mantiene anche in questo caso fedele alla sua politica low budget-high quality: L’uomo invisibile è un film che, per precise scelte di trama, non ha bisogno di utilizzare spasmodicamente gli effetti speciali, ma quando li utilizza lo fa in maniera ottima e con scelte visive originali. È un peccato che Wannell a un certo punto si faccia prendere la mano, dando alla pellicola una svolta adrenalinica che spreca un po’ la tensione creata fino a quel momento, ma il regista ha l’abilità di tirare fuori dal cilindro un twist inaspettato che porta verso un finale coerente con quella che è l’evoluzione di Cecilia, da vittima a padrona del proprio destino.

Assieme a Una donna promettente (di cui avevamo parlato qui) L’uomo invisibile rappresenta un modo intelligente di parlare di maschilismo tossico, senza eccesivi patetismi ed evitando di edulcorare la realtà. La Blumhouse ha vinto la scommessa sia dal punto di vista qualitativo che da quello finanziario, visto che a fronte di un budget di soli sette milioni di dollari è riuscito a incassarne ben centoventidue, ma questo pare non sia bastato a risollevare le sorti del Dark Universe: il femminismo sta cambiando il nostro mondo in meglio (con buona pace di Pio e Amedeo), ma non può ancora fare niente per la fame di guadagni dei dirigenti della Universal… E va benissimo così.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 89: Guardateci (NYOS – High five)

Da quanto è che non vi ammorbavo con un po’ di musica strumentale? Non starò a linkare le innumerevoli volte che ho cavato fuori una storia dalle pieghe sonore di musica elettronica, post-rock, math-rock e miscugli di tutto questo, ma quell’influsso continua ad agire e dubito si fermerà tanto presto. In fondo l’assenza di voce permette di andare oltre a un testo definito, lasciarsi trasportare dall’atmosfera e finire dove probabilmente neanche l’artista in questione pensava di portarti, tipo in un bar fighetto dove sicuramente non passerebbero mai la musica dei NYOS.

Questo duo me lo sono andato a pescare fino in Finlandia (in realtà, ma non ditelo troppo in giro, lo ha pescato per me qualche mese fa la discover weekly di Spotify), dove nel 2014 il chitarrista inglese Tom Brooke si trasferisce e, per meglio acclimatarsi alla nuova situazione, inizia a suonare con il batterista Tuomas Kainulainen. Il comune amore per le band rumorose, il caffè e la voglia di suonare dal vivo li porta già nell’inverno dello stesso anno a registrare e autoprodursi il loro debutto, Vltava, una sola traccia di ventisei minuti che devono essere riusciti a far girare in maniera decisamente efficace visto che fino a metà 2015 i NYOS girano ben venti nazioni, in un tour costante che arriverà intorno alle duecento date: con la mia band, al primo Ep autoprodotto, ad andare bene ne avremo fatte dieci di cui almeno la metà nello stesso locale di Cassolnovo, provincia di Pavia. Vltava mischia insieme le atmosfere dilatate del post-rock con un’attitudine agli incastri di sapore math (quanti paroloni), un connubio che ricorda molto i Russian Circles (di cui vi avevo parlato qui) ma con sprazzi di una propria personalità vagamente schizofrenica.

L’episodio successivo nella discografia del duo è Nature (2016) un’altra autoproduzione che spalma su sei brani il minutaggio del primo disco (più o meno) e riesce ad alternare efficacemente le rasoiate elettriche alle divagazioni ariose, poi neanche il tempo di respirare e nel 2017 esce già il terzo disco, Navigation: non cambia il lavoro alla cabina di regia, affidato sempre in autonomia a Brooke, ma questa volta i NYOS hanno un’etichetta alle spalle (la tedesca Meta Matter Records) e il mastering viene affidato a Mandy Parnell, uno che in carriera ha collaborato con nomi tipo Björk, Aphex Twin e i Sigur Rós. È però con il quarto disco, Now, che i NYOS escono con decisione dalla loro zona di comfort. Otto brani che viaggiano su più fronti, una sperimentazione sonora in espansione che rende il disco (uscito per Pelagic Records) molto vario e più sbilanciato verso il lato math, con qualche influsso dei Battles che non stona per niente. Se il prossimo episodio sfrutterà la scia per portare i NYOS verso orizzonti inesplorati lo scopriremo presto: è uscito a inizio 2022 un nuovo singolo, Gold vulcan, preludio all’uscita del secondo album sotto Pelagic.

High-five è una delle canzoni più strambe contenute in Now, ossessiva nella ritmica impostata dalla batteria e da una chitarra fissata in loop mentre Brooke se la viaggia con suoni ultrariverberati, in attesa di un finale che porta l’ascoltatore ancora di più in oscuri meandri. A me, vai a capire come, l’ascolto ha fissato in testa l’immagine di una rissa in un locale sciccoso, uno di quelli che non frequento e che normalmente non frequentano nemmeno i protagonisti della vicenda, fissati all’apice di uno scontro dal finale meno scontato del previsto. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Guardateci

Potessero farci una foto ora, bloccarci all’apice della tensione. Abbiamo attirato l’attenzione di tutti, io e lui, con la nostra pantomima fatta di parole grosse e qualche spintone, improvviso e violento, per poi alzare le braccia con l’intento evidente di scannarci a vicenda. Potessero farci una foto e immortalare noi, l’adrenalina che ci scorre nelle vene e le facce di tutti i presenti in questo bar fighetto, la cui calma istituzionale stiamo violentando con il nostro atteggiamento inappropriato.

Ci si fanno addosso, a me e a lui, prima con gli occhi e poi coi corpi, circondandoci di aspettative. Coi nostri movimenti volgari facciamo saltar fuori cubetti di ghiaccio da cocktail realizzati con il non plus ultra degli alcolici in circolazione, i nostri corpi rozzi si scontrano con quelli di persone troppo curiose di vedere l’evolversi della vicenda per mettersi in mezzo. Un ragazzetto con la faccia paonazza urla Fagli il culo, vai a capire se a me o a lui.

Una barista ci fissa con le mani sulla bocca, novellina con gli occhi colmi di paura mentre i colleghi continuano a lavorare, concedendoci giusto l’occhiata annoiata di chi non si stupisce più di niente. Ma la nostra rabbia è troppo animalesca per i ricchi viziati, che fanno rissa a suon di pugni mancati quando sono troppo ubriachi per capire chi vogliono menare e perché: siamo nel pieno delle nostre facoltà mentali, io e lui, per questo siamo così affascinanti ed esotici da meritarci il tifo delle ragazze di un tavolo a distanza di sicurezza.

Al limitare del cerchio che creiamo col sudore e le urla si fanno largo mani che non vedono l’ora di stringersi su di noi. Vedo brillare anche attraverso gli occhiali scuri il desiderio del buttafuori di ingraziarsi il jet set dell’alta borghesia qui riunito, i suoi muscoli pronti a sfogarsi su qualcuno che non ha il potere di farlo pentire per le proprie azioni. Fossimo meno magnetici nella nostra rabbia, lui e io, probabilmente ci avrebbe già agguantato, ma la folla apprezza lo spettacolo e si fa densa, lo frena, richiedendo qualche goccia di sangue come lasciapassare.

Ma perché non li fermi, urla una ragazza a un tizio di fianco a lei, e l’espressione che fa quello è così comica che quasi mi scappa da ridere. Lui mi vede distratto e me lo ritrovo addosso, alza il braccio in alto così capisco che sta per finire tutto e lo alzo anch’io, caricando il colpo a preparandomi all’impatto.

Potessero farci una foto ora, bloccati all’apice della tensione, quando nessuno sospetta che io e lui siamo d’accordo e invece di schiantarci un pugno contro la mascella ci diamo un cinque alto e iniziamo a ridere di loro.

E loro ci guardano, a me e a lui, col sorriso di sufficienza che si riserva alle scimmie allo zoo. Non ridono con noi ma di noi, del nostro gesto inutile volto a scandalizzare, ad attirare un’attenzione di cui ora sento la mancanza. Mi sento solo e inutile e farei di tutto per tornare al centro di quel mondo, anche umiliarmi o iniziare a odiarlo davvero.

Amatemi!

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

L’amore non esiste, viva l’amore: Mi commuovo, se vuoi di Mario Pigozzo Favero

Recensire questo disco è un’esperienza strana. Lo è perché, come mi è capitato troppe volte, la band da cui Mario Pigozzo Favero proviene, i Valentina Dorme, li ho scoperti troppo tardi, giusto in tempo per vederli live una volta e consumare (eufemismo per dire “l’ho ascoltato un sacco di volte dopo averlo messo su chiavetta perché la mia autoradio si rifiutava di leggere i ciddì”) il loro ultimo disco La estinzione naturale di tutte le cose. Lo è soprattutto perché, orfano della band poco dopo averla conosciuta (e avergli dedicato un racconto), ho deciso di contribuire al crowdfunding con cui Pigozzo Favero si è lanciato nella prima esperienza solista. Il distacco necessario per valutare a mente fredda l’album, insomma, è decisamente compromesso.

Prodotto da Martino Cuman e uscito il 28 gennaio per Dischi Soviet Studio, Mi commuovo, se vuoi è un disco in cui l’amore è il sentimento più presente. Per chi conosce la penna di Pigozzo Favero, però, non sarà una sorpresa vederlo affrontato con spirito dissacrante: la galleria di personaggi che scorre lungo i tredici brani comprende un divorziato fissato con le pornostar, un fedifrago alle prese con una complicata relazione sul luogo di lavoro e varie coppie male assortite, giunte al capolinea o arrese all’idea che “amarsi è un atto ignobile di carità”. L’inizio con Pornostar è fulminante, col suo andamento musicale tranquillo e riflessivo e la voce calda e profonda di Pigozzo Favero che illustra, in un progresso inaspettatamente drammatico, la parabola verso il baratro di un uomo dagli eccessi inusuali che lo porteranno a Sparta sul “punto più alto della rupe”, ma lungo tutto il disco la penna dell’ex frontman dei Valentina Dorme dimostra di non aver perso il proprio smalto.

L’abilità più grande di Pigozzo Favero è sempre stata quella di costruire storie originali e terribilmente realistiche, brutali nella sincerità con cui illustrano i sentimenti che di solito si tengono nascosti. È un viaggio nel lato oscuro delle relazioni quello intrapreso in Mi commuovo, se vuoi, fatto di “bambini sdentati rigorosamente online” (L’inferno siamo noi) e impulsi indicibili come quello di “lanciarti dalle scale” (E la nave va), con protagonisti dai “fianchi sciupati grassi cadenti in bilico” (Latakia), caratterizzati dall’essere “neppure troppo intelligente” (Uno dei tanti Orfei) e intrappolati “nelle feste negli amplessi a orari fissi”. Anche quando ci si discosta dal tema principale Pigozzo Favero non smette di rimestare nel torbido, concentrandosi sui defilati, i miserabili e i bipolari (Ai defilati) o su bizzarri rituali fra il sacro e il profano (Le preghiere della sera), ma affronta questo viaggio negli orrori quotidiani con un misto di ironia, fatalismo e sensibilità che mitiga sensibilmente il dramma, evocando una risata a denti stretti più che un pianto.

Musicalmente Mi commuovo, se vuoi è caratterizzato da una grandissima varietà, pur rimanendo sempre nell’alveo di un cantautorato che non disdegna svecchiarsi un po’. L’allegria di Le preghiere della sera ha qualcosa di Rino Gaetano, in Ai defilati la classicità di piano e tromba si mischia perfettamente con la batteria elettronica, echi degli anni ottanta emergono grazie ai synth nei ritornelli di Avvoltoi, in Uno dei tanti Orfei il pop sbilenco e vagamente psichedelico porta alla mente alcune cose dei Mariposa di Enrico Gabrielli e c’è spazio anche per la drammaticità minimale voce-piano-basso di El sbrego, tutta cantata in dialetto veneto (non chiedetemi quale dialetto, la mia conoscenza non arriva a tanto). Pigozzo Favero è accompagnato nella sua “missione” da musicisti di prim’ordine, capaci di rendere al meglio le asperità della “noireggiante” Un tale singhiozza così come la gioia vitale con cui il protagonista di Franchino ’57 si lascia piacevolmente andare all’adulterio spedendo “a farsi fottere quella stronza della moglie”, mantenendo la giusta enfasi anche quando si tratta solo di accompagnare con rade note di piano un monologo.

Quel monologo Pigozzo Favero aspetta a recitarlo sin quasi all’ultimo, svelando inaspettatamente il suo bluff. Tutto il disincanto con cui guarda all’amore si scioglie in Il metro del sarto, penultima traccia del disco, un testo di rara poesia in cui le immagini di quotidiana banalità evocate lungo il percorso assumono una valenza diversa, perché “le macchie di piscio”, le “poesiole ai compleanni” e “il disastro, cioè noi da vecchi” nulla possono contro una passione che resiste al tempo, che porta ancora a cercare “i capezzoli con i polpastrelli e con i palmi i seni” consapevoli che non tutti “riescono, come noi, a trovare questa pace di koala abbracciati”. Sull’onda dell’emotività, ma con l’originalità che lo contraddistingue, Pigozzo Favero conclude il disco con una sorta di incrocio fra una ninna nanna e una fiaba, resa più lieve dall’oboe e più bizzarra dalla promessa di raccontare al figlio tanto della “gioia delle formiche” quanto di Berlinguer.

Il primo album solista di Mario Pigozzo Favero conferma quanto di buono fatto nel suo ventennale percorso con i Valentina Dorme. Mi commuovo, se vuoi è un disco di rara bellezza, intenso e sfacciato, un modo originale di celebrare l’amore senza le ipocrisie che rendono lucidi e splendenti anche i momenti più cupi. Non dirò che è un capolavoro, perché quella parola la spenderei per il disco dei VD citato in apertura, ma certo è bello ritrovare l’artista veneto in gran forma e fa sentire un po’ orgogliosi l’aver contribuito, anche solo in minima parte, a far sì che un album del genere vedesse la luce: eh sì, un po’ di parte lo sono.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 88: Cose difficili (Casino Royale – Cose difficili)

Nell’ultimo articolo pubblicato ho parlato della mia fascinazione, nei primi anni 90, per il pop radiofonico di quegli anni. Se ci penso meglio nell’arco di quel decennio, complici la giovinezza e la suggestionabilità, mi sono più o meno appassionato a qualunque genere andasse in voga. Grunge? Ce l’avevo. Post-grunge? Mioddio, sì. Brit-pop? Eccomi! Hardcore melodico? Altra figurina sull’album. Ho saltato a più pari giusto le boy band, lo stoner (che avrei recuperato nel decennio successivo) e tutti i suoni che sembravano troppo fuori da quelli classici del rock (non che quelli delle boy band fossero rock, eh!), perché fondamentalmente di quello ero invasato al momento e mi sentivo troppo alternativo per recuperare il passato (ancora oggi non ho mai ascoltato un disco intero di Led Zeppelin, Rolling Stones o Beatles, madre perdonami per i miei peccati) ma abbastanza addentro da ritenermi esperto di tutto lo scibile musicale che valesse qualcosa. Non era così.

Fra le cose che mi sono perso negli anni 90 e che hanno solo sfiorato le mie orecchie, più che altro grazie a Radio Lupo Solitario e Videomusic/Tmc2, c’era anche un genere troppo riflessivo e sonoricamente distante dai miei standard estetico-musicali dell’epoca: il trip-hop. Ancora adesso non è che ne sia fomentato, ma ne ho rivalutato l’importanza all’interno del panorama musicale e l’influenza che ha avuto nell’ampliare gli orizzonti. Di quel tipo di sonorità, e non solo, negli anni della mia formazione musicale erano alfieri i Casino Royale.

A portarmi a parlare di loro è il benemerito Alessio Barettini, alla sua terza presenza in questo blog. Professore di storia e letteratura, appassionato di scrittura e musica, ogni volta che mi approccio a lui ne scopro nuove sfaccettature: eccovelo nelle vesti di critico letterario su SenzaDieci, mentre parla di Il francese di Massimo Carlotto e di La promessa di Damon Galgut. Tornerà di sicuro da queste parti, e mi chiedo cosa scoprirò la prossima volta.

Ne ho parlato come di alfieri del trip-hop, ma i Casino Royale partono da tutt’altra direzione musicale, associabile però alla stessa nazione: l’Inghilterra. Formatisi a Milano nel 1987, gli inizi della band formata, fra gli altri, dai vocalist Alioscia Bisceglia e Giuliano Palma e da Michele Pauli (chitarra) e Ferdinando Masi (batteria) sono all’insegna dello ska e del reggae, tanto che il nome “jamesbondiano” del gruppo (Casino Royale, come abbiamo imparato tutti grazie alla pellicola in cui Daniel Craig impersona per la prima volta l’agente segreto al servizio di Sua Maestà, è il primo romanzo della saga creata da Ian Fleming) è ispirato dalla canzone Sock it to ‘Em J B degli Specials, band storica del panorama musicale britannico. Il primo album Soul of ska , uscito per l’etichetta Der Nagel nel 1988, e il successivo Jungle jubilee (1990, Kone Records) settano il tono, ma è difficile vedervi quella che sarà l’evoluzione successiva (se non in brani dove emerge prepotente il dub, come White sun). Dal cantato in inglese e le sonorità tipiche dello ska i Casino Royale passano successivamente alle liriche in italiano, le linee vocali affini al rap di Bisceglia mischiate a quelle melodiche di Palma e una varietà di suoni che, pur non abbandonando i ritmi in levare e i fiati, spaziano dall’elettronica al rock. Questo è il mix che i fan del gruppo si trovano di fronte in Dainamaita, disco che nel 1993 li proietta in una situazione a metà fra l’etichetta indipendente e la major (la Black Out, ancora oggi attiva, agiva sotto egida Polygram/Universal facendo le sue scelte in maniera indipendente ma producendo coi fondi permessi da una multinazionale della musica) e che può essere visto come un punto di passaggio. Gli album successivi, Sempre più vicini (1995, prodotto da un nome grosso del suono di Bristol come Ben Young) e soprattutto CRX (1997, prodotto da Tim Holmes, cofondatore dei Death In Vegas e già al lavoro coi Primal Scream), vedono l’ingresso del tastierista Patrick Benifei “Pat Cosmo” ed espandono ulteriormente questa ricerca sonora, portando la band al loro picco di notorietà: brani come Sempre più vicino, Anno zero, CRX, Là dov’è la fine e Là sopra qualcuno ti ama entrano nelle case anche di non è interessato a quelle sonorità, la band apre le date italiane del PopMart Tour degli U2, ma la Universal ritiene insoddisfacenti le vendite di CRX e di lì a poco dà il benservito al gruppo che, come contraccolpo, comincia a perdere i pezzi. Palma si concentra sui suoi Bluebeaters, fondati nel 1994 con un ensemble di musicisti che comprende anche altri Casino Royale, gli altri si prendono del tempo e concentrano le energie su progetti paralleli (Royalize) e sulla propria etichetta Royality, che produrrà negli anni progetti dalle sonorità più svariate come Sud Sound System, Alien Army e Gente Guasta.

Il momento del ritorno arriva nel 2002, inizialmente con alcuni brani scaricabili dal sito ufficiale della band e poi con la ripresa dell’attività live, preludio a un ritorno su disco che però arriva solo nel 2006. Reale, prodotto da Howie B (che si occuperà anche della controparte dub-dance del disco, Not in the face, uscita l’anno seguente), esce per V2 Records (etichetta che di lì a poco, scherzi del caso, verrà assorbita proprio dalla Universal) e continua sulla stessa linea inaugurata negli ultimi dischi, con Bisceglia ora unico vocalist. Passano altri cinque anni prima del successivo album, Io e la mia ombra, anni inframmezzati dalle Reggae Sessions con cui nel 2008 i Casino Royale rielaborano dieci dei propri brani in chiave reggae roots anni settanta aggiungendo l’inedita Cosmic sound con la collaborazione del conduttore radiofonico, cantante e produttore giamaicano Mickey Dread: poi la band dirada le proprie uscite discografiche fra live e la riedizione per il ventennale di CRX, che vede la presenza di un secondo disco con ospiti del calibro di Edda, Levante, Demonology HiFi e Paolo Baldini. La storia recente ha visto Bisceglia farsi promotore nel 2020 del progetto Quarantine scenario, un lungometraggio sperimentale diretto da Pepsy Romanoff (nome d’arte del regista Giuseppe Domingo Romano) cui si associa un disco di ventotto brani uscito per Aldebaran Records e che, attraverso la collaborazione di svariati artisti e performer, racconta in maniera sonora inusualmente “classica” per gli standard della band ciò che è stato il periodo peggiore della pandemia, poi nel 2021 vede la luce il primo vero disco da dieci anni. Influenzato dal lavoro fatto con Quarantine scenario, gli otto brani di Polaris portano ancora più in là il percorso sonoro, verso territori più ariosi (basti ascoltare Contro me stesso e al mio fianco, realizzata con l’Orchestra ad Alta Felicità): in questa intervista Bisceglia promette per il 2022 un ideale “lato B”, rimaniamo ad attenderlo mentre, perlomeno, è finita l’attesa per un loro live.

Cose difficili è la sesta traccia di Sempre più vicini, una canzone morbida e a tratti sensuale cui si associa però un testo riflessivo, di quelli in cui si fa i conti con sé stessi (e non solo) e si capisce che il conto è in perdita. L’immobilità di fronte a quella presa di coscienza permea il breve testo di Alessio, caratterizzato da quei pensieri ricorsivi che ti ossessionano quando ti accorgi che “queste stanze è solo un altro luogo della mente”, come canta Palma nella canzone. Lo trovate subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Cose difficili, di Alessio Barettini

Quando c’eri il mondo era. Quando c’eri credevo che ogni cosa ne portasse altre. Quando c’eri, le altre cose mi spaventavano perché non ne vedevo il senso, ma al loro palesarsi mi ripetevo come un rituale che il senso lo avrebbero trovato da sole, prima o poi. Nel loro accadere le cose non trovano sempre il proprio senso, del resto?

Ma ora che non ci sei quel senso non riesce più a emergere, il mondo si è improvvisamente cristallizzato e mi muovo in questa casa come se fossi un personaggio vivo intrappolato in una fotografia. Vivo poi, se ci penso, è una parola che non si addice ai miei passi, a questi vuoti, a questo ritmo che non c’è.

Decodifico, smantello, ricamo, impugno ogni millimetro dei miei pensieri come se fosse assolutamente necessario spiegare tutto, aspettando che diventi un’abitudine. So che niente di tutto questo è superfluo, né la luce che entra dalle finestre abbagliando e illuminando solo la polvere, né il grigio del cielo che i meteoropatici trovano sia in perfetta sintonia con i propri sentimenti bui. Tutto questo mi mostrerà qualcosa: quando, non lo so.

Resto vigile, come un animale che percepisce l’arrivo di una preda o di un pericolo. Per il momento non so se sono la vittima o il cacciatore, e per scoprirlo farei troppo rumore.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pop suonato bene nel disco d’esordio di Prim

Il mio amore per la musica ha attraversato diverse fasi. In famiglia il massimo dell’avanguardia erano delle musicassette (parentesi vecchiaia fase uno) delle edizioni di Sanremo degli anni 60 (parentesi vecchiaia fase due), per cui la prima indipendenza sonora l’ho ottenuta ascoltando la radio con un walkman (parentesi vecchiaia fase tre): in quel momento mi ero un po’ innamorato del pop che andava di moda all’inizio degli anni 90 (sì, c’era già il grunge a cui mi sarei appassionato di lì a poco, ma giuro che in radio non lo sentivo da nessuna parte), tipo le prime cose di Mariah Carey, questa canzone dei New kids on the block e via di questo passo (c’è qualcuno che ha mai sentito nominare Jon Secada? Se sì, mi sa che ha passato i quaranta come me). Sembrerà strano visto le cose storte di cui mi piace parlare, ma quella fase non l’ho mai rinnegata.

Mi è tornata in mente quella musicalità, che si lasciava alle spalle le tastiere e le batterie che suonavano come fusti del detersivo degli anni 80, ascoltando Citylights, la canzone che apre When monday comes, il disco d’esordio di Prim uscito il 14 gennaio per l’etichetta We were never being boring. C’è molto di quel periodo in questa canzone, un pop allegro e ben suonato dove c’è spazio per tutti gli strumenti e tutto sta al posto giusto, con la voce che si appoggia in maniera soffusa sulle note. Il viaggio nel tempo è durato poco, giusto il tempo di passare alla canzone successiva, ma l’impressione di trovarmi di fronte a un disco che nobilita la parola pop è rimasta.

Dietro al moniker Prim c’è Irene Pignatti, giovane songwriter modenese autrice dei testi e di quasi tutte le musiche dell’album, che nel dare forma alle sue idee si è avvalsa dell’aiuto di Matteo Mugoni (chitarra elettrica, pianoforte e tastiere), Davide Severi (basso, synth e omnichord) e Diego Davolio (batteria e pad). Con un Ep alle spalle (Before you leave, uscito nel 2020) e una pandemia in corso durante la stesura delle canzoni, la band è riuscita a concepire un lavoro vario in cui brani solari si alternano a pezzi più malinconici e introspettivi.

Tocca già alla title track oscurare l’atmosfera, affidandosi per il compito a suoni più contemporanei e digitali nel suo delineare in poche righe una storia d’amore ormai conclusa, e anche il secondo singolo Bathtub e Roots ci mettono del loro, sfruttando arrangiamenti minimali che si affidano principalmente alla voce di Pignatti (le parti vocali utilizzate come coro fungono da vero e proprio strumento) e ad un utilizzo massiccio dei riverberi. Il lato più ironico e solare del progetto esce invece in brani come She, she, she, indie-folk coinvolgente a cui l’ukulele dona ulteriore allegria, e I love cats, un ritorno a certe atmosfere di inizi anni 90 dove a una musica sensuale e ammiccante si appoggiano liriche di tutt’altro spessore, descrivendo con semplicità le dinamiche tossiche del cat calling. Con lo stesso spirito Pignatti, appoggiando le proprie armonizzazioni vocali e l’ukulele sulle note del piano di Mugoni in Thanatophobia, affronta un tema non facile come quello della paura di morire, creando una canzone che spicca per leggerezza e sensibilità e che accompagna verso il finale, affidato alla breve ballata chitarra-voce Thank you for the flowers.

Fra suggestioni dream pop, contaminazioni folk e arrangiamenti semplici ma curati è facile giudicare When monday comes un disco riuscito, realizzato con competenza e varietà, eppure qualcosa manca e forse mancava anche a quel pop che mi aveva catturato quando ancora facevo le scuole medie: un certo coraggio di osare, di andare oltre l’orecchiabilità e strafare, anche a costo di sbagliare. Prim è un progetto sicuramente interessante, ma nel futuro vorrei più brani come Ireland, a cui basta l’ingresso improvviso della batteria di Davolio nei ritornelli per cambiare intenzione e far drizzare le antenne: cose semplici anche queste, ma che lasciano intuire un potenziale ancora da esprimere pienamente.


Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 87: Pensa alla salute (I’m not a blonde – Happy face)

Nel 2012 mi capitò in mano (si può dire “in mano” se in realtà mi arrivò in forma digitale?) un disco di cui ancora oggi mi viene da canticchiare la maggior parte dei brani. Si chiamava Retronica, lo aveva sfornato il duo 2Pigeons ed era un disco di musica elettronica fortemente influenzato da qualunquecosa: ritmi, tempi e atmosfere variavano in maniera caleidoscopica, c’erano ospiti di primo piano (Giovanni Gulino dei Marta sui tubi, Pierpaolo Capovilla di One dimensional man e Il teatro degli orrori e Roy Paci, tanto per dire) e la cantante, mioddio, che gran voce! Come capita troppo spesso sperai di vederli dal vivo e non escludo che l’occasione sia capitata, ma non la colsi: i 2Pigeons durarono lo spazio di un album, e io rimasi orfano dell’ennesima band.

Torniamo ai giorni nostri, precisamente all’anno scorso. Per vie traverse mi arrivò fra le mani (si intende sempre le mie mani digitali) un disco, XX di Stefano Giovannardi aka Structure (potete trovarne la recensione qui), in cui ogni canzone era cantata da una vocalist diversa: indovinate un po’ (rullo di tamburi) di chi era la voce in uno dei brani? Chiara Castello, ex metà dei 2Pigeons, con quel tono e quella fantasia inconfondibili che me l’avevano fatta amare quasi dieci anni prima. Da lì a cercare di capire cosa avesse fatto in quei dieci anni (perché non lo avevo fatto prima? Mistero) il passo è stato breve, ed è così che arrivo alla band, ancora una volta un duo, protagonista del racconto della settimana: le I’m not a blonde.

Conosciutesi nel 2014 per un progetto musicale fra elettronica anni 80 e punk naufragato poco tempo dopo, Castello e Camilla Mattley decidono di continuare a collaborare e si ritrovano presto con molto materiale. Già nel 2015 escono ben tre Ep, i cui brani confluiscono l’anno dopo nell’album d’esordio, Introducing I’m not a blonde, che le fa entrare nel roster dell’etichetta torinese INRI. Sound elettronico che si fa forza di chitarre catchy e di una spiccata vena ironica (il nome del duo fa riferimento al classico stereotipo riguardante la stupidità delle bionde ma, in termini più ampi, gioca anche col maschilismo imperante nel mondo della musica, come afferma Castello in questa intervista), i brani prendono dagli anni 80 e 90 il giusto per creare un’atmosfera divertente e divertita: come bonus nel disco sono presenti anche alcuni remix fra cui quello di Stop tempo ad opera di Kole Laca, una sorta di chiusura del cerchio visto che era il compagno di viaggio di Castello proprio nei 2Pigeons.

Nel 2018 arriva il secondo disco, The blonde album, e la formula viene ulteriormente raffinata. L’inizio con Daughter (scritta come altri tre brani con Gian Maria Accusani, voce e chitarra di Prozac+ e Sick Tamburo) è già fulminante, con le sue tematiche sulle aspettative della società che spesso ritornano nei testi di Castello, ed è specchio di un lato malinconico che qui si fa più pervasivo ma rimanendo come sottotraccia, insinuandosi nella pelle mentre muovi la testa a ritmo. Prodotto da Matilde Davoli con la collaborazione, nel brano A reason, di Daniel Hunt dei Ladytron, The blonde album è un ulteriore gradino di consapevolezza per il duo che nel frattempo macina concerti in Italia e non solo, visto che particolarmente Germania e Austria diventeranno un loro terreno di conquista (sarà che noi italiani facciamo ancora fatica con l’inglese? Va be’ io sono il primo, per cui facciamo che sto “j’accuse” me lo faccio da solo). Per il terzo disco, Under the rug, bisogna aspettare solo un anno, e qui Castello e Mattley affrontano tutto ciò che sta sotto al loro tappeto, ma anche sotto il tappeto della società (basta far caso ai testi semplici ma efficaci di Happy face e Latin boys, quest’ultimo ironicamente vicino a Girls just wanna have fun di Cindy Lauper), rimanendo fedeli al loro sound ma acquisendo sempre più sfaccettature e capacità di variare atmosfera all’interno di quella formula.

Il 2020 è ovviamente un anno di stop, anche se nemmeno la distanza ferma completamente le I’m not a blonde: esce un Ep acustico di tre tracce, Songs from home, in cui vengono rivisitati alcuni brani dal disco precedente e nel frattempo si lavora sotto traccia per un nuovo progetto che si concretizza a fine 2021. Welcome shadows, recentissimo Ep del duo, rappresenta la prima parte di un lavoro che vedrà il suo compimento in primavera con l’uscita di un secondo Ep, This light: i cinque brani già usciti rappresentano la parte più oscura del progetto, canzoni in cui Castello e Mattley hanno racchiuso le emozioni provate in questi ultimi due anni e hanno ragionato su temi come la paura e il senso della perdita, filtrando il tutto attraverso l’accettazione dell’inevitabile come parte integrante della propria vita. Oltre a questa buona notizia c’è anche quella della ripresa dei live, e le I’m not a blonde hanno già girato parte del nord Italia per fare quello che riesce loro meglio, portare le emozioni emerse in sede di scrittura su un palco: ovviamente io me lo sono perse, ma stavolta cercherò di rimediare con prontezza.

Di Happy face, terza traccia del disco Under the rug, ho già accennato qualcosa nell’articolo: nella canzone Castello fa emergere, senza bisogno di complicati giri di parole, l’essenza dell’oppressivo carico di aspettative che la società contemporanea ci scarica addosso, chiedendoci di sorridere anche quando non è lecito aspettarselo. L’intensità crescente del brano mi ha suggerito il ritmo delle parole, la consapevolezza che questo è un problema comune a entrambi i sessi mi ha spinto invece a lasciare anonimo (e questa non è una novità) e agender l* protagonista della storia: non ignoro che nella società contemporanea le donne soffrano maggiormente di quel carico, ma voglio lasciarvi liber* di immaginare chiunque in quelle dinamiche. Al solito trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Pensa alla salute

Me lo ripetono da anni e così io gli do ascolto, li ascolto e obbedisco quando mi dicono che il segreto per una bella vita è sorridere. Davanti allo specchio la mattina mi piazzo la riga della bocca all’insù, con le mani se serve, sorridendo escono quelle fossette adorabili a cui devo la mia relazione. Sorridere fa questo effetto, permette che tutti ti vogliano bene.

Continuo a sorridere in metropolitana, sorrido ai mendicanti che mi chiedono l’elemosina, sorrido alle persone che si piazzano davanti alle porte e pretendono di salire prima di far scendere gli altri. Mamma mi ha insegnato l’educazione e la cortesia così sorrido di fronte ai piccoli soprusi, perché essere felici è un’arte che si impara evitando di dare troppo peso alle cose. A lavoro sorrido a colleghi e superiori che forse non rivedrò quando il mio contratto scadrà, ma con l’ottimismo e il giusto atteggiamento ogni problema si può risolvere così sorrido quando mi chiedono un favore, sorrido quando mi chiedono di fermarmi oltre l’orario di chiusura e anche quando mi chiedono di portare dei documenti da compilare a casa, durante il weekend, io mantengo la mia bella espressione felice e dico di sì.

Qualcuno ogni tanto mi suggerisce che dovrei impormi, farmi sentire, ma come si fa? Ogni no è una finestra chiusa sulle opportunità, ogni rifiuto provoca risentimento e il mondo è già pieno di gente arrabbiata, delusa dalla vita. Quando ci penso mi viene da piangere, così cerco di pensarci il meno possibile e quando proprio non ce la faccio, a non pensare, prendo le pastiglie che mi hanno prescritto e tutto torna sereno.

Sorrido mentre faccio la spesa, sorrido mentre cucino e sorrido mentre faccio le pulizie. Sono l’anima della casa e non mi pesa questo lavoro aggiuntivo, così rispondo con un sorriso a chi insinua che io mi faccia sfruttare. Voler bene a qualcuno non è un reato, voler bene a qualcuno è una scelta consapevole e bisogna passare sopra ai problemi superficiali per andare all’essenza di cosa vuol dire stare insieme. Farsi compagnia, avere qualcuno su cui contare. E poi non faccio tutto io, come dicono, non porto mai fuori il cane per la passeggiata serale durante il fine settimana.

Sorridere fa bene alla salute e lo dicono tutti, quando ci parli, che nella vita l’importante è la salute. Ora sto bene e sono in salute ma una volta non era così, stavo male e piangevo e sorridere mi ha fatto riprendere, le pillole mi hanno aiutato a ritrovare il sorriso e col sorriso è arrivata la salute che mi permette di sperare in una vita bella e lunga. Ecco perché ogni mattina mi convinco che tutto andrà per il meglio, scaccio i pensieri riguardanti i piccoli soprusi la fatica il futuro la felicità e ricompongo davanti allo specchio quella faccia felice che chissà perché, proprio non me lo so spiegare, di notte assume i contorni della disperazione.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Show and tell: la fantascienza intimistica di The vast of night

Da appassionato di fantascienza, ma ben lontano dal potermi definire un esperto, ho sempre diviso la cinematografia di genere in due macrosezioni: quella caciarona e più interessata all’azione che agli argomenti (se non si considera come argomento il patriottismo) e quella che ragiona sul presente e/o sulla condizione umana a partire da suggestioni futuristiche. Fra un Indipendence Day e pellicole come 2001: Odissea nello spazio o Stalker c’è una distanza concettuale enorme, che sfuma poi in mille derivazioni che prendono elementi dall’una e dall’altra sponda creando ibridi più o meno soddisfacenti.

In quella zona di mezzo io ho trovato la mia nicchia ideale fra pellicole che, pur partendo da un presupposto fantascientifico, preferiscono concentrarsi sulle storie di persone comuni che incidentalmente finiscono per avere un ruolo importante o che si ritrovano semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho adorato District 9, una riflessione sull’immigrazione portata avanti seguendo le vicende di un eroe per caso (e per forza), il modo in cui un film come Predestination sfrutta i viaggi nel tempo per imbastire una vicenda umana folgorante e apprezzato l’idea, pur realizzata con qualche tempo morto di troppo, da pseudo road-movie in una zona “contaminata” da presenze aliene di Monsters. The vast of night, come dovreste aver intuito, è un orgoglioso esponente di questa sottocategoria.

Se per guardarlo non avessi dovuto sovvenzionare Jeff Bezos sarebbe stato ancora più bello

New Mexico, anni 50: in un piccolo paese la centralinista Fay (Sierra McCormick) e il radioamatore Everett (Jake Horowitz) cercano di capire la natura di uno strano segnale intercettato dalla prima mentre sta ascoltando il programma radiofonico del secondo. Da questa premessa semplice e non particolarmente originale il regista esordiente Andrew Patterson (che ha anche co-sceneggiato e co-prodotto la pellicola) è riuscito a creare una storia che mantiene sempre alta la tensione narrativa, e lo fa principalmente attraverso le parole.

Una delle regole auree della narrazione è il famoso “show, don’t tell”: mostrare una situazione, facendo parlare le azioni, è sempre preferibile a spiegarla in maniera didascalica. Patterson sembra rispettare appieno questa regola, presentandoci Fay ed Everett attraverso le loro interazioni con gli altri cittadini, riuniti tutti o quasi nel palazzetto dello sport per la partita della squadra di basket locale: è un inizio folgorante, caratterizzato da un ritmo nella scrittura dei dialoghi che ci dice già tutto dei rispettivi caratteri e delle dinamiche superficiali della cittadina, mettendoci a nostro agio in attesa di arrivare al cuore pulsante della vicenda. Ed è qui che, inaspettatamente, il film rallenta.

Subito dopo aver intercettato il segnale Fay ed Everett decidono di trasmetterlo per radio alla ricerca, senza troppe speranze, di qualcuno che ne sappia di più al riguardo. Una chiamata arriva, e da qui inizia un racconto che privilegia le parole, tanto da oscurare nel vero senso della parola l’immagine. Affidandosi a quelli che normalmente verrebbero liquidati come “spiegoni” Patterson si prende un bel rischio, ma il regista riesce a inframmezzare queste sequenze ad altre in cui dimostra che le virate al nero non sono un modo per evitare di mettersi in gioco, riuscendo inoltre a mantenere sempre alta l’attenzione sui personaggi.

Con “virata al nero” intendo proprio una cosa così

The vast of night è un collage di diversi pezzi di bravura, amalgamati insieme a formare una pellicola intensa e non solamente messi lì per dimostrare il proprio talento. I personaggi reagiscono alle situazioni che si trovano di fronte in maniera plausibile e coerente coi loro caratteri (mi viene in mente una scena in cui Fay scatta in strada correndo per raggiungere un altro luogo, nonostante Everett possa darle un passaggio in macchina), i lunghi monologhi riescono ad essere avvincenti nonostante la totale staticità dell’azione, le trovate scelte da Patterson per passare da una zona all’altra della cittadina sono sempre interessanti e ottimamente girate: non contento il regista butta lì en passant anche il tema del razzismo nella società statunitense, lasciandolo emergere in maniera discreta e senza abusarne.

Dove vada a parare il film è facile da intuire mettendo insieme i pezzi “New Mexico” e “esperimenti militari segreti”, ma è il modo in cui ci arriva a rappresentare una ventata di freschezza nel genere. Ci si affeziona a Fay ed Everett, si fa il tifo per la loro indagine (sempre meno dilettantistica man mano che prosegue) e si teme per la loro incolumità quando le cose iniziano a farsi pericolose: un traguardo niente male, contando che l’affiatamento fra i due è stato trovato nel corso di soli diciassette giorni di riprese. Ci sarebbe da parlare anche del finale, ma comprometterebbe l’esperienza: facciamo che, se deciderete di vederlo, ne parliamo insieme nei commenti. Un bell’applauso a Patterson, speriamo che mantenga le promesse e non si perda come un Neil Blomkamp qualsiasi.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 86: Om-Tre (Fugazi – I’m so tired)

Ci sono un paio di regole fondamentali che regolano i racconti che pubblico su questo blog: una è inscritta nel suo stesso nome (che detto così sembra stia parlando delle tavole della legge), massimo tremila battute, l’altra è che il testo sia associato a una canzone di musica indipendente (e su cosa voglia effettivamente dire indipendente potete leggere tutte le mia paranoie qui). Ci sono un sacco di regolette accessorie non scritte però a cui cerco di tenere fede (oggi la metafora religiosa va per la maggiore), di cui una delle principali è la contemporaneità: cerco di parlare, insomma, di artist* che siano vivi, vegeti e in attività, perché così metti caso che li ascoltate e vi piacciono, magari ci scappa anche che gli mollate dieci euro per il disco o andare a vederli dal vivo. Un morto se ne fa qualcosa dei soldi ottenuti vendendo dischi dopo la sua dipartita? Potete andare a vedere dal vivo una band che si è sciolta? Io non credo.

A quest’ultima regola, essendo non scritta, ho derogato più di una volta, sentendomi comunque un ladro in casa mia. Pensavo di dover derogare anche oggi, perché la band in questione non pubblica un disco dal 2001 e chissà se lo farà mai più, ma la mia pignoleria è stata attutita dal fatto che i Fugazi non si sono mai ufficialmente sciolti e soprattutto dal fatto che, in tema di musica indipendente, siano una delle band fondamentali (se non LA band fondamentale) di cui parlare.

Ringrazio quindi Filippo Nencioni (anagramma di Inno Polpi Fenici, ci tiene a precisare) per aver accolto il mio invito su queste schermate, dandomi modo di addentrarmi nella Storia. Nato a Massa Marittima in provincia di Grosseto nel 1992, sopravvissuto a Riotorto in Val di Cornia fino al conseguimento del diploma in lingua, Filippo è l’ospite perfetto di questo blog, in quanto scrive racconti e canzoni fin da quando era sedicenne. Dopo essere sopravvissuto qualche anno aggirandosi con aria cogitabonda per l’Italia e per l’Europa, facendo il cameriere, il poeta e il cantautore, la sua esplorazione di bassifondi urbani e birrerie si è momentaneamente interrotta in Maremma, dove continua a vagare ma in cerca di una fissa dimora nella quale arroccarsi per dar vita al capolavoro che lo renderà immortale. In attesa che il nascituro venga alla luce passa le estati facendo il barista al Congo Bar di Follonica, mentre gli inverni li dedica alla musica e alla parola scritta. Ha un progetto cantautorale a suo nome di cui sono usciti alcuni singoli e sta per arrivare il primo album, fa le veci del frontman (voce, chitarra e autore dei testi) nel power trio L’ultimo cittadino, ha pubblicato nel 2015 la prima e unica e ultima raccolta di componimenti (Autoliberazione, uscita con l’editore Parole Nuove) mentre suoi racconti surreali potete trovarli qua e là su riviste: leggetevi l’inquietante e distopico La clinica su Rivista Waste e il folle Dialogo tra un ricoverato impostore e un impostore ricoverato apparso su Rivista Blam.

Dei Fugazi ci sarebbe così tanto da dire che finirò per essere sintetico in maniera irrispettosa: come riuscire a far arrivare tramite le parole l’importanza di una band ritenuta fondamentale per la nascita del post-hardcore, un gruppo che partendo dal punk e dall’emocore (di cui già il cantante e chitarrista Ian MacKaye era stato punto di riferimento con Minor Threat ed Embrace) ha creato un proprio suono riconoscibile e capace di influenzare il suono degli anni 90 in toto? Come se non fosse già abbastanza questo MacKaye, Guy Picciotto (chitarra e voce), Joe Lally (basso) e Brendan Canty (batteria) hanno fieramente portato avanti per tutta la carriera una politica DIY (Do It Yourself) che prevedeva un prezzo dei biglietti il più basso possibile (solitamente fra i 5 e i 10 dollari) e l’assenza totale di merchandising (una scelta a cui risponde meglio di qualunque mia parola questa loro canzone, dovuta anche al fatto che avere qualcuno al banchetto avrebbe significato una bocca in più da sfamare e una levitazione dei costi), una scelta che non gli ha impedito di suonare ovunque nel mondo rimanendo fedeli alla propria scelta: pensateci quando vi sentirete fortunati perché avete pagato “solo” settanta euro per vedere Matthew Bellamy dei Muse che suona su una cazzo di piattaforma fra i fuochi d’artificio.

Formatisi nel 1986 a Washington, dopo un breve periodo di assestamento in cui Canty prende il posto di Colin Sears alla batteria e Picciotto imbraccia la seconda chitarra (inizialmente era previsto solo come cantante) la band inizia subito a macinare concerti e registrazioni. La loro produzione discografica parte nel 1988 con un Ep omonimo, seguito dagli Ep Margin walker nel 1989 (i primi due Ep vengono condensati nello stesso anno nella raccolta 13 songs) e 3 songs nel 1990, anno in cui arriva anche il primo album ufficiale della band, Repeater. Basta già questa manciata di dischi a far risaltare la freschezza del loro suono, asperità e velocità di derivazione punk che si mischiano con una ricerca sonora che spazia ovunque, brani caratterizzati da continui cambi di tempo e comunque permeati da un’urgenza sonora che li fa arrivare dritti alle orecchie e alle gambe dell’ascoltatore che non può rimanere fermo, le chitarre e le voci di MacKaye e Picciotto che si alternano e intersecano mentre la sezione ritmica fa muro alle loro spalle, il tutto unito a testi dai forti connotati sociali e politici. Il secondo disco, Steady diet of nothing esce già l’anno dopo e la loro popolarità cresce ulteriormente, poi nel 1993 l’album In on the kill taker li porta a confrontarsi con un altro guru dell’indipendenza come scelta di vita, Steve Albini: una prima registrazione del disco verrà infatti realizzata nello studio di quest’ultimo a Chicago, non soddisfacendo la band (un evento che li accomuna agli Slint) che registrerà poi tutto nuovamente nella propria casa base ma motivando i componenti ad approfondire la conoscenza delle tecniche di registrazione. Il 1995 vede l’uscita di Red medicine, la band continua a macinare chilometri in tour e continua a sperimentare coi suoni: sono gli anni del cosiddetto Alternative rock e i Fugazi vengono eletti a portabandiera di quell’etichetta in cui viene frullato un po’ tutto (un po’ come si fa oggi con l’indie) fino a non indicare più niente, ma che ancora oggi mi viene da utilizzare quando parlo di cosa andava in ambito rock all’epoca. Bisogna aspettare molto (almeno per i tempi della band) per il successivo End hits, uscito nel 1998, poi l’anno seguente i Fugazi fanno uscire un video documentario, Instrument, di cui realizzano anche la colonna sonora: Instrument Soundtrack presenta molte versioni demo dei loro brani storici degli inizi oltre a materiale inedito, una chicca per fan che di lì a poco rimarranno orfani del loro suono. The argument, uscito nel 2001, rappresenta a oggi con l’Ep Furniture + 2 il testamento musicale della band che continua a rimanere attiva nell’ambito musicale con svariati progetti (MacKaye e Picciotto anche nella produzione, il primo con la Dischord Records che ha fatto uscire tutti i dischi dei Fugazi e su cui bisognerebbe fare un articolo a parte: ci credete che ha vinto una causa contro la Nike?) e che magari un giorno vedremo riunirsi su un palco: possiamo esser certi che lo farebbero solo se hanno la carica per farlo e qualcosa da dire, non una di quelle reunion per far soldi che è quanto di più lontano dalla loro invidiabile etica.

Il racconto di Filippo si basa su una delle canzoni più particolari nella discografia dei Fugazi: I’m so tired, ballata dolente piano e voce in cui MacKaye mostra una vulnerabilità ben racchiusa nella strofa “I’m so tired / sheep are counting me”, un brano breve che si chiude in maniera improvvisa e perentoria senza lasciare nulla al pietismo. Allo stesso modo Filippo ci mostra con un lessico allo stesso tempo ricercato e lercio un protagonista lacerato ma vitale, lucido nella disamina della propria vita e consapevole di una cosa: “non è nell’autocommiserazione che voglio sparire”. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Om-Tre, di Filippo Nencioni

I pensieri suicidi sono spesso raffazzonati e imprecisi, ti balenano in testa senza apparenti motivi mentre acciacchi una merda fumante con le ciabatte. Preferisco di gran lunga i ragionamenti che ne scaturiscono, hanno tutta l’aria di essere lineari e razionali: planano con eleganza dal punto A, che sta per “adesso vi faccio vedere io”, al punto B, che sta per “boh”. A volte esigono lo stesso inutile sforzo di quel povero diavolo che un giorno si arrampicò sulla cima di un vulcano giusto per cagare nel cratere.

Sto in piedi davanti allo specchio e col phon in mano mi immergo in luridi abissi di parole: «Fossi più coraggioso mi farei fuori adesso. Anche se devo ammettere che, se fossi più coraggioso, non avrei preso le decisioni che mi hanno portato fino a qui».

Stanotte tra un risveglio sudaticcio e l’altro ho messo in pratica un esercizio che ha più o meno l’effetto opposto della conta delle pecore: ho ripensato a tutte le situazioni imbarazzanti in cui mi sono cacciato nel corso degli anni. Rivedendomi nitidamente su quelle strade piene di vergogna, ho immaginato di pietrificare tutti i me del passato per poi deflagrare i loro gusci già vuoti con un raggio laser annichilente.

La mia anima si è palesata all’incirca quindici anni fa e da allora ha iniziato ad appesantirsi le tasche raccattando da terra sassolini e bulloni, rotolando lungo la linea del tempo si è ingrassata con tutto ciò che ha ingollato durante l’ingloriosa discesa. Ieri piangendo mi sono soffiato il naso e ho trovato dei bachi di sego nel fazzoletto, questo per dire quanto sia marcia.

Due sere fa sono uscito per bere una birra e sono tornato a casa alle otto del mattino con le fattezze di un gasteropode macilento, alle mie spalle un’itterica strisciata di vomito. È l’unica cosa che lascio sfuggire di me, perché fuori incontro soltanto una goffa gloria provinciale, terrificante come un gatto mammone che cuoce nel sugo di soddisfazioni demenziali. Una volta un tipo mi disse di non dimenticarmi mai chi sono e io, preso dall’insulso gioco delle battute a effetto, gli risposi che dev’essere una bella responsabilità quella di non dover dimenticare una cosa che non si sa.

Non è nell’autocommiserazione che voglio sparire.

Esiste un posto dove sono felice, si trova precisamente nell’intercapedine che divide il fuori e il dentro di me. Lo chiamo tre-om e vi accedo lasciandomi scivolare nello spazio che c’è tra il letto e il muro. Lì ci sono tre porte: dietro la prima c’è un postribolo nel quale posso scegliere chicchessia da portarmi a letto; attraverso la seconda posso accedere a tutti i libri scritti dall’alba dei tempi ai giorni nostri, compresi quelli bruciati nei vari roghi; nella terza mi hanno insegnato che non ci si deve mai entrare, per nessun motivo.

Ma dopo tutto questo ragionarmi addosso sono molto, troppo stanco, e credo che dimenticherò tutto ciò che ho imparato per attraversare l’ultima soglia.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Le parole sono importanti: una conversazione con Carlo Sperduti riguardo al suo romanzo Deriva

Immaginate una storia: non è questa. Difficilmente avrete immaginato Gambino, un uomo apparso in una frase e intento al complicato corteggiamento di Filomena, donna-luogo con curiosi problemi di alcolismo, sullo sfondo di un villaggio turistico che ospita una sola persona alla volta; non penso avrete immaginato nemmeno un uomo senza nome afflitto da tre problemi: delle fastidiose paralisi temporali che lo costringono a ad assumere posizioni impensabili di cui non serba ricordo, il rapporto complicato con Sofia, essere mutevole difficile da decifrare e da contenere, il rapporto altrettanto complicato con una società che obbliga la gente a scendere in strada e incontrarsi; sicuramente non vi sarà venuta in mente la voce quasi documentaristica che, con linguaggio tecnico preso a prestito da uno qualsiasi degli ambiti dello scibile umano, spiega nel dettaglio come praticare tagli cesarei alle alture.

Benché in maniera non omogenea, la frequenza dei tagli cesarei è andata aumentando tra colline e montagne in ogni zona del pianeta, almeno negli ultimi nove cicli di secoli in multipli di tre, periodo in cui si sono registrati i primi casi – con numeri decisamente più modesti degli altri, s’intende – anche fra terreni pianeggianti – si tratta perlopiù di nascite premature – e subacquei, forieri questi ultimi di specifiche criticità tecniche e logistiche su cui ci diffonderemo in un apposito volume e le cui soluzioni, d’altronde, sono ancora oggetto di discussione per la comunità scientifica, lungi da formulazioni unanimemente accettate.

Queste sono, in sintesi, le storie narrate in Deriva, l’ultimo romanzo di Carlo Sperduti uscito a giugno del 2021 per pièdimosca edizioni, ma la sintesi è quando di più lontano ci possa essere da un libro che, pur nella sua lunghezza contenuta (147 pagine), dice molto e lo dice dilungandosi, ritorcendo i concetti su sé stessi e giocando con periodi lunghi e pieni di parentesi. Storie surreali di personaggi tremendamente umani, vicende indipendenti che si concatenano in ordine sempre diverso, fino a trovare punti di contatto o addirittura a dialogare fra loro: quanto detto finora non vi avrà chiarito le idee, per questo ho deciso di sottoporre qualche domanda all’autore per fare chiarezza, complicare ancora di più le cose o, semplicemente, incuriosirvi.

  • Le tre storie che compongono Deriva sembrano parlarsi l’un l’altra. Sono arrivate insieme o sono frutto di idee che maturavano nella tua testa da tempo?

Deriva si discosta sensibilmente da altri miei libri ma mantiene con essi una certa parentela, soprattutto nella fase precedente alla scrittura vera e propria: come accade spesso per i miei racconti e romanzi, esiste un lasso di tempo, molto variabile, in cui non scrivo una parola ma in cui un’idea o un’immagine inizia a circolarmi in testa con insistenza. A questa idea o immagine aggiungo via via dettagli, sempre mentalmente, finché non capisco che dal punto in cui mi trovo una migliore elaborazione si produrrà solo all’atto pratico della scrittura.

Con Deriva è andata così: l’immagine o idea che mi circolava in testa, più o meno dalla seconda metà del 2018 all’inizio del 2020, è quella con cui si apre il libro: un tale che arriva a piedi in un villaggio turistico, inserito in un contesto in cui raccontare una storia è impossibile o problematico per definizione.

Finché ci sarà una lingua, bisognerà sforzarsi di raccontare ogni storia possibile, comprese quelle impossibili. Perfino questa, che spinge per incominciare e finisce per irrompere nella frase sul quadrivio in cui Gambino, promotore di numeri pari e collezionista di capelli altrui in villeggiatura, si arresta passando in rassegna con lo sguardo i punti cardinali che non a caso, riflette, sono quattro, senza contare gli innesti della botanica cartografica che molto spesso disorientano, affliggendo i malcapitati.

Dall’incipit di Deriva

A maggio 2020 avevo preso alcuni appunti e scritto un paio di capoversi, quelli dell’incipit, continuando per il resto ad accumulare idee come ho detto, molte delle quali sono state poi spazzate via o sostanzialmente modificate o solamente accennate. Da maggio a luglio del 2020 ho scritto il libro.

Nel frattempo, avevo portato a termine una buona quantità di racconti, alcuni dei quali contenevano a loro volta immagini o idee che sono confluite in Deriva quando ne avevo già iniziato la stesura: è il caso, a mo’ di esempio, di uno dei motivi portanti del libro, il corpo diffuso di Filomena, che avevo sfruttato in altro modo in un un racconto che apparirà in primavera in una raccolta edita da pièdimosca edizioni, intitolata Le regole di questi mondi.

Altre idee sono nate con la scrittura: è il caso del contrappunto manualistico in cui si spiega nel dettaglio come funzionano i parti cesarei delle montagne.

In conclusione, le tre storie che compongono Deriva si parlano e si travasano l’una nell’altra, diegeticamente, (anche) perché il mio processo creativo ha seguito la stessa via fuori dal libro, prima del libro e durante il libro.”

Mi piacerebbe imparare a consultarmi, piuttosto che imbattermi in me stesso. Consultarmi: farebbe parte di una lista di buoni propositi, se una banalità del genere esistesse tra i miei giorni e se avessi una pur vaga idea di come affrontare la questione – se, prima ancora, avessi un’idea della questione stessa.

I personaggi attraverso le parole descrivono principalmente l’incapacità di spiegare a spiegarsi: l’uomo senza nome finisce sempre per parlare di qualcosa che non è ciò di cui vorrebbe parlare, chiuso in un’immobilità che coinvolge tutta la sua vita e non solo i momenti di paralisi, Filomena fatica a mettere a parte Gambino di ciò che succede a lei e al mondo che li circonda, esplosioni di personale del villaggio turistico comprese. Eppure ci provano, avanzano a tentativi, e noi con loro assistiamo allo spettacolo di questo ritorcersi del linguaggio, il vero protagonista del romanzo.

  • Il linguaggio è protagonista assoluto del romanzo, sia nella forma mutevole sia nel continuo arzigogolo intorno a concetti semplici, come le energie necessarie ad aprire una confezione di peperoncino o il modo in cui Filomena si pone domande mentre interroga Gambino. È quella del linguaggio la deriva che hai voluto raccontare?

“Sì, nella misura in cui la deriva del linguaggio comporta la deriva di tutto il resto, essendo il linguaggio la cosa di cui siamo fatti e la cosa attraverso la quale supponiamo di rapportarci al mondo, che nel libro si sospetta creato dal linguaggio stesso e dunque inesistente di per sé.

La deriva è quindi onnicomprensiva a partire dal linguaggio, che difatti arranca su se stesso e gira a vuoto perfino sulla più semplice delle azioni umane. Parlo qui di lingua, in particolare, ma anche di linguaggio non verbale, osservato nel libro da un’ottica straniata.

In Filomena questo aspetto arriva al parossismo proprio perché Filomena si autopercepisce come linguaggio stesso, dunque come mondo: nel momento in cui Gambino fa irruzione in questo mondo-corpo-linguaggio eludendo il controllo di Filomena, il linguaggio va in crisi e inizia a disperdersi in giri sintattici e catene di incisi in cui diventa difficile rintracciare un ordine razionale. Questa irruzione accade nella prima frase del libro, dunque tutto ciò che segue è madre e vittima di una lingua che tenta di essere assertiva benché sia consapevole di non poterlo essere.

Il risultato è la confusione, il processo è l’ordine. L’ordine non esiste.”

Ma si diserta davvero finché s’incontrano solo estranei, dico luoghi e persone: estranei: tutto estraneo, deve essere, perché finché s’incontrano solo estranei non esiste obbligo di mente, quella restrizione che chiameremo – futuro? – per comodità abitudine, o rituale, lei sa, ogni seconda volta è la prima – riconoscere un’esplosione vedendone un’altra, per esempio? – non esattamente ma l’esempio può aiutare a capire – , ogni seconda volta è la prima, dico, perché è quella in cui si riconosce e stabilisce un nesso per analogia o contrasto, che poi diviene un piccolo dogma e non ce ne accorgiamo neppure – un po’ come se questo fosse il mio primo negroni, e cioè il secondo, e ne potessi apprezzare il potenziamento alcolico per il semplice confronto – e l’esperienza passerà poi per confronti multipli e indefiniti e chissà quale negroni sarà mai questo per me: il millecentodue? il dodicimilaventotto? il settecentodieci?

A complicare le cose viene anche l’ordine con cui vengono narrate le storie, in continua mutazione sempre a catene di tre. In questo modo si crea una specie di dialogo, domande poste in una storia che trovano risposta in un’altra, mentre comincia ad aleggiare il dubbio che tutti i tecnicismi chirurgici, cantieristici, astronomici, agronomici (l’elenco potrebbe continuare a lungo) non siano presenti per caso ma per un motivo ben preciso. O forse è un’illusione della nostra necessità di relazioni e schemi rigidi?

  • La struttura del romanzo mischia continuamente l’ordine delle tre storie. C’è una motivazione precisa dietro questa sequenza?

“Sì, ed è una motivazione molto semplice: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato è sempre il caos.

Come ho accennato prima, il tentativo tutto umano di ordinare il disordine subisce un continuo scacco poiché i concetti di ordine e disordine sono altrettanto umani e la possibilità che le cose funzionino con logiche o non logiche completamente al di fuori della piccola scacchiera del nostro pensiero – che comprende ad esempio i concetti di funzionamento, scacchiera, piccola, del, pensiero – è talmente ampia da sfiorare la certezza: ennesimo concetto, va da sé, tutto umano.”

Li chiamano negozi, bar, pub, discoteche, li indicano come esercizi commerciali in cui siamo tenuti a fare esercizi di ritrovo due volte a settimana, almeno in questa prima fase e andando incontro alla seconda e poi alla terza, coi nostri profili pubblici difficilmente hackerabili, difficilmente bugiardi: si dice prenderemo treni, saliremo su aeroplani, viaggeremo su navi, diventeremo i romanzi che amiamo. Intanto qui e ora, di notte, si accendono le basse luci sulle strade come occhi di gatti in agguato, pronti a fare un balzo e a inghiottire, a fare bolo di estranei masticati a gruppi.

Non si fatica a voler bene ai personaggi di Deriva, provare empatia per le loro (più o meno) umane vicende anche nel contesto bizzarro in cui sono inserite. Sperduti riesce a tratteggiarli con grande abilità, a renderne riconoscibili le voci nonostante la comune tendenza a dilungarsi, sbordare, faticare a tenere il punto. Con l’uomo senza nome, poi, abbiamo un collegamento diretto, l’ansia della prigionia che ci attanaglia dal lockdown del 2020 alle quarantene di questi giorni: ma se per noi la prigione è la casa, per lui l’incubo sta fuori dalla porta.

  • La società in cui vive l’uomo senza nome obbliga le persone a uscire di casa e incontrarsi, l’opposto di ciò che abbiamo vissuto durante il lockdown. È stata quella situazione a ispirarti o ci sono riferimenti meno immediati dietro quell’idea narrativa?

“L’idea di questo blocco narrativo è precedente al lockdown, ma il lockdown l’ha per così dire accompagnata alla sua forma definitiva.

Mi spiego: la categoria dell’inversione è tra quelle che più frequento nella scrittura. Mi piace pormi il problema di come sarebbero le cose – singoli atti o interi sistemi sociali – se fossero subordinati a una logica opposta a quella abituale. È un buon esercizio mentale e aiuta a non dare nulla per scontato, collocando il pensiero in altre identità.

Ora, la pandemia ha fatto sì che ci trovassimo improvvisamente a fare un esercizio del genere, per causa di forza maggiore, nella vita di tutti i giorni: incontrare persone, da animali sociali che siamo, è diventata la cosa da non fare.

Per me, ambientare una storia nella contingenza in cui ci trovavamo sarebbe stato ridondante: esattamente come in tutte le altre situazioni, quella che chiamiamo realtà condivisa – uso queste parole per intenderci, non credo che sia davvero condivisa –, narrativamente non m’interessa. Dunque ho fatto quel che faccio spesso: ribaltare. Mi sono però trovato a ribaltare una situazione già ribaltata, processo molto appagante per la mia misantropia che ha trovato uno sfogo, potendo indicare la norma sociale come distopia.

Se non ci fosse stato il lockdown avrei avuto due opzioni: immaginare una società in cui è vietato incontrarsi, contro la naturale predisposizione dei cittadini – più o meno quel che è accaduto –; immaginare una società in cui è il non incontrarsi a essere naturale e di conseguenza l’obbligo di farlo viene percepito come un’imposizione – ciò che ho scritto. Considerato il lockdown, mi rimaneva una sola scelta. Come si vede, comunque, il senso di entrambe le soluzioni non può che cambiare dal momento in cui una delle due si è trovata esclusa dal novero delle cose solamente immaginate.”

Un libro come Deriva può essere sicuramente definito coraggioso, almeno all’interno di un panorama editoriale che, con le dovute eccezioni, premia principalmente ciò che è considerato affine alle mode del momento. Per gli stessi motivi è difficile trovare una casa editrice disposta a scommettere su un romanzo simile, scommessa raccolta (e vinta) da pièdimosca edizioni.

  • Deriva è il secondo libro che pubblichi con pièdimosca edizioni: com’è nato il rapporto con la casa editrice?

“Dal 2017 sono titolare, insieme a Francesca Chiappalone, di Mannaggia, una libreria indipendente di Perugia, città in cui vivo dal 2016.

Pièdimosca edizioni nasce dall’esperienza dello studio editoriale settepiani, fondato poco dopo l’apertura della libreria da Elena Zuccaccia e Costanza Lindi.

Ci siamo conosciuti così: per via della libreria e dello studio editoriale, che di lì a poco ha pubblicato il numero 0 della rivista settepagine su cui è apparso un mio racconto. Un altro racconto è apparso sul numero 3 della stessa rivista e nel frattempo, nel 2019, è nata anche la casa editrice, strettamente legata allo studio ma con un più ampio organico, alla quale ho proposto un’antologia da me curata e interamente scritta da bambine e bambini di otto e nove anni, Quaranta cose inesistenti, e una nuova edizione de Le cose inutili, originariamente pubblicato da CaratteriMobili nel 2015 e riproposto da pièdimosca nel 2020.

La collaborazione proseguirà quest’anno, come accennato, con la raccolta Le regole di questi mondi.”

La donna le mette la mano sulla fronte e il fiato (fumatrice) nel naso. Il suono vaporoso, l’odore di colla: la lacca piove umida e intrappola i capelli nella forma più coerente con il vestito da sposa, inchioda i fili di perline sul cranio (prurito da non grattare).

La parrucchiera (profumo dolce) si sposta e permette a Lavinia di vedersi nello specchio.

Estratto di Niente di niente di me, microfinzione di Alessandro Busi per multiperso
  • In collaborazione con la casa editrice è partito da poco anche un tuo progetto di micronarrazione, multiperso. In cosa consiste esattamente e com’è nato il tuo amore per la forma breve (quando non brevissima)? Hai altri progetti per il futuro?

“Come ho scritto sul blog in quella che potrebbe sembrare una battuta, il multiperso è stato generato a ottobre scorso da una mia notte insonne.

Inizialmente era concepito come spazio – solitario – dedicato ad appunti di lettura, cioè brevi testi a caldo su alcuni dei libri che leggevo. Successivamente – nel giro di poche settimane – ho deciso di renderlo uno spazio collettivo sia per quanto riguarda gli appunti di lettura sia con l’aggiunta di una seconda sezione dedicata alle microfinzioni: genere a cui sono particolarmente legato da circa un decennio come autore e da sempre come lettore. Da lì a proporre un’antologia a pièdimosca – dev’essere un vizio – il passo è stato breve: fino a giugno selezionerò microfinzioni che diventeranno un libro nel 2023. Tutti i dettagli del progetto si trovano a questo link: https://multiperso.wordpress.com/lantologia/.

Sulla forma breve: non saprei indicare un tempo e un modo per la mia predilezione. Voglio dire che non ho alcun ricordo delle mie opinioni o dei miei gusti letterari, anche molto “antichi”, che non contemplassero una massiccia dose di racconti.

Per me la brevità in letteratura si associa ad alcuni termini il cui elenco può apparire contradditorio. Non lo è: esattezza, stile, densità, mistero, deragliamento, ricerca, sperimentazione, sospensione. Cose molto distanti, insomma, da una certa idea di brevità che vedo prendere piede.

I miei progetti futuri vanno sia in direzione della microfinzione che in direzione del romanzo, ma si tratta di idee in cantiere, dunque riservate per ora a un pubblico di soli umarell.”

Fino al 2001, nessun episodio degno di nota. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di quell’anno, Franco si sveglierà appena dopo le sei e trenta, convinto che la campana delle sette debba coincidere con un altro colpo. Nei successivi venti minuti lo si vedrà correre in undici case. La campana delle sette, in questo modo, non porterà decessi. Ripeterà l’operazione ogni mattina. Non ci si uccide dopo aver ricevuto una visita: una questione di forma, di rispetto.

Estratto di Come un dovere, prosa di Carlo Sperduti apparsa sul blog La morte per acqua

Nonostante un gran numero di pubblicazioni (Caterina fu gettata – Intermezzi 2011, Valentina controvento – Intermezzi 2013, Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi – Gorilla Sapiens 2013, Ti mettono in una scatola – Intermezzi 2014, Lo sturangoscia con Davide Predosin – Gorilla Sapiens 2015, Sottrazione – Gorilla Sapiens 2016, Filomena non era bugiarda – Lavieri Editore 2018, Volevo fermarmi a tre righe ben scritte – Gorilla Sapiens 2019) Sperduti non si nega al mondo delle riviste letterarie: non potevo esimermi quindi dal chiedergli un parere riguardo alla situazione attuale.

  • Hai pubblicato e tuttora pubblichi racconti su riviste letterarie: come ti sembra il panorama attuale e quali ti sembrano più interessanti in termini di ricerca di nuove forme letterarie?

“Qualunque risposta puntuale apparirebbe tendenziosa, dato che ci sono riviste che mi pubblicano e riviste che mi rifiutano, anche sistematicamente, senza contare quelle a cui non ho mai proposto nulla e quelle che non conosco – quante saranno? forse la maggioranza? – quindi darò una risposta generale che, se non arriva ad annullare la domanda, in parte la riformula implicitamente ponendo la questione in altri termini sulla base di quel che mi capita di leggere.

Senza voler fare di tutt’erba un fascio e consapevole dell’esistenza di alcune eccezioni, la mia impressione è che nell’ambito delle riviste letterarie ci siano, come si suol dire, una notizia buona e una cattiva.

La buona notizia è una giusta e abbondante attenzione nei confronti di autrici e autori giovani e giovanissimi: un dato che dovrebbe essere ovvio ma purtroppo ovvio non è, quindi ben venga, anche perché non di rado i testi in questione sono di qualità; la cattiva notizia è che la ricerca di nuove forme letterarie, per usare la tua stessa definizione, mi pare quasi del tutto assente: si punta molto su certi temi e contenuti importanti, questo è vero, ma formalmente parlando si resta imbrigliati in alcune impostazioni date e da lì difficilmente ci si scosta, riducendo la ricerca formale, quando c’è, a qualche espediente a effetto: in altre parole mi sembra che ci siano in circolazione poche idee di letteratura ritenute accettabili – e in questo si fa nella nicchia, tristemente, il gioco dei prodotti di massa – mentre io, nella salvaguardia della molteplicità, continuo a pensare questo: ogni testo enuncia una propria idea di letteratura e quindi le idee di letteratura sono potenzialmente infinite; ogni testo, per essere efficace, deve prendere la mira, formalmente parlando, su un proprio linguaggio e una propria struttura, non necessariamente accomodanti o immediati; penso inoltre che anche questo dovrebbe essere ovvio ma purtroppo ovvio non è, e purtroppo, in questo caso, non vedo strade aperte se non sporadicamente: di solito viuzze cieche a senso unico o interrotte per lavori in corso che non verranno mai portati a termine.

In sintesi, credo che per dire cose diverse ci sia bisogno di dire in modo diverso, e che anzi il modo sia la cosa da dire, se proprio dobbiamo dire qualcosa: dire cose diverse nello stesso modo – o negli stessi pochi modi – è del tutto innocuo – la letteratura invece è tutt’altro che innocua – e non sposta di un millimetro il discorso sulla narrativa, se è di narrativa che si vuole parlare.

D’altra parte, tornando ai miei racconti: senza farne una questione di qualità poiché non posso certo autogiudicarmi in quel senso, quelli che arrivano a una pubblicazione in rivista – sia essa in rete o cartacea – sono di solito quelli più immediati o accomodanti.”

Un’altra cosa da cui non potevo esimermi, viste le sensazioni provocate dalla lettura di Deriva, era di chiedere a Sperduti qualche consiglio di lettura: quali possono essere i libri consigliati dall’autore di un simile esperimento letterario? Di certo tutto fuorché banali.

  • Sono incappato in un articolo riguardante la presentazione di una tua vecchia raccolta, Sottrazione, durante la quale hai detto di essere stato “accusato” di prendere in giro i lettori a causa dell’allontanamento, nelle tue storie, da uno schema rigido che prevede un inizio, uno svolgimento e una fine. Quali libri ti sentiresti di consigliare a chi invece cerca proprio un tipo di narrazione che faccia a meno della linearità a tutti i costi?

“È curioso come alcuni lettori si sentano presi in giro quando un libro li presuppone intelligenti e non stupidi.

Sulla stessa paradossale linea di pensiero, ho sentito disapprovare o rifiutare libri e racconti – miei e non – per la necessità di dover rileggere alcuni passaggi per capirli o per la mancanza di una vera e propria conclusione.

Io mi sento preso in giro quando leggo un libro di cui capisco tutto e subito. Punti di vista.

Assurdità a parte, la risposta a questa domanda è fin troppo difficile da condensare in pochi titoli, quindi abbandono l’idea di non omettere e pesco a caso da alcune delle mie letture, vecchie e nuove, classiche e contemporanee: Ferdydurke di Witold Gombrowicz (Il Saggiatore), Pong di Sibylle Lewitscharoff (Del Vecchio Editore) Glossa di Juan José Saer (La Nuova Frontiera), Il serpente di Luigi Malerba (Mondadori), Manodopera di Diamela Eltit (Alessandro Polidoro Editore), Figure nel salotto di Norah Lange (Adelphi), La passione secondo G.H. di Clarice Lispector (Feltrinelli), Farabeuf o la cronaca di un istante di Salvador Elizondo (Liberaria Editrice), La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec (Rizzoli), Locus Solus di Raymond Roussel (Edizioni Grenelle), La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne, Una pinta d’inchiostro irlandese di Flann O’Brien (Adelphi), Ulisse di James Joyce, Nuovo commento di Giorgio Manganelli (Adelphi), La promessa di Silvina Ocampo (La Nuova Frontiera), Genesi 3.0 di Angelo Calvisi (Neo Edizioni), Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, La gelosia di Alain Robbe-Grillet (Einaudi), Ida o il delirio di Hélène Bessette (Nonostante Edizioni), Le poltrone appassite di Felipe Polleri (Edizioni Arcoiris), Sul riccio di Éric Chevillard (Prehistorica Editore), Binari di Monica Pezzella (TerraRossa Edizioni), I due allegri indiani di Juan Rodolfo Wilcock (Adelphi) Le statue d’acqua di Fleur Jaeggy (Adelphi), La civetta cieca di Sadeq Hedayat (Carbonio Editore), Uccidendo nani a bastonate di Alberto Laiseca (Arcoiris Edizioni), Bestiario di Julio Cortázar (Einaudi), Il pantarèi di Ezio Sinigaglia (TerraRossa Edizioni), La questione dei cavalli di Arianna Ulian (Laurana Editore), Il libro della volpe di Enrico Ferratini (pièdimosca edizioni), Tropismi di Natalie Sarraute (Nonostante Edizioni), Finzioni di Jorge Luis Borges (Adelphi), L’incarico di Friedrich Dürrenmatt (Adelphi), La carne di Cristò (Neo Edizioni), La città condannata di Arkadij e Boris Strugackij (Carbonio Editore), Veronica, i gaspi e Monsignore di Marcello Barlocco (Giometti & Antonello), Cancroregina di Tommaso Landolfi (Adelphi), Un dramma davvero parigino e altri racconti di Alphonse Allais (Editori Riuniti), Racconto grosso e altri di Paola Masino (Rina Edizioni).”

A questa lista aggiungete pure il suo libro: lo trovate qui, lasciatevi avvolgere e allargate i vostri orizzonti.

Non ci stiamo allontanando, Gambino, non deve preoccuparsi. Ci stiamo separando, come fanno i continenti, per metterci a fuoco e poterci desiderare: il desiderio è il contrario della lontananza, vede?, è scritto proprio qui.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 85: Le mani più veloci dell’Ovest (Steve Gunn – Stonehurst cowboy)

L’appetito vien mangiando, il sonno vien dormendo e io, a furia di stare in pausa, ho finito per far durare le ferie natalizie quasi fino a febbraio: che ci volete fare sono un accidioso, se mi fermo è finita. Per fortuna sono arrivat* un bel po’ di narrator* nuov* a svegliarmi dal letargo, quindi finisco questo cappello introduttivo fra i più brutti che abbia mai fatto iniziando a presentarvi Laura Scaramozzino, autrice del primo racconto del 2022 e grandissima appassionata della musica di Steve Gunn.

Quello con Laura è stato un incontro casuale, avvenuto sulle pagine digitali di una rivista che ha pubblicato entramb*: da lì a proporle un passaggio su Tremila Battute il passo è stato breve, contando che la musica è una fonte d’ispirazione anche per le sue storie. Il suo curriculum letterario è lungo e variegato, fra partecipazioni ad antologie (Materia oscura, raccolta di racconti di fantascienza edita da Delosdigital, e Strane creature, reinterpretazioni della realtà pubblicate da Watson Edizioni, per citare solo un paio delle sue innumerevoli partecipazioni), romanzi (il fantascientifico Screaming Dora e Louise Brooks. Due vite parallele, libera rivisitazione ucronica della vita di una delle prime stelle del cinema hollywoodiano, entrambi usciti per Watson) e incursioni nella letteratura per ragazzi (il distopico Dastan verso il mare, uscito nel 2021 per Edizioni Piuma e selezionato al Premio Internazionale di letteratura Città di Como). Anche il mondo delle riviste letterarie l’ha accolta con entusiasmo, a partire da Inkroci (qui e qui) per proseguire con Quaerere, Sulla quarta corda, Lost Andromeda Tales, Clean Rivista, In fuga dalla bocciofila, Suite italiana e, ci scommettiamo, molte altre in futuro.

Passiamo invece a Steve Gunn, artista originario della Pennsylvania per cui l’accezione “poliedrico” è riduttiva. Inizia la sua carriera come chitarrista dei Violators, la band che accompagna Kurt Vile nelle sue esibizioni dal vivo, ma già dal 2007 affianca a questo impegno una produzione solista che lo vede pubblicare negli anni un numero sterminato di lavori, spesso in collaborazione con altri artisti (notevoli e sperimentali i suoi progetti con Mike Gangloff, Melodies for a savage fix, e Mike Cooper, Cantos de Lisboa). Caratterizzato da uno stile che mescola blues e country, autore di testi profondi e non di rado introspettivi, nel 2016 Gunn viene messo sotto contratto dalla Matador Records, una delle etichette indipendenti più iconiche del panorama statunitense che già pubblica i dischi di Vile (con cui l’anno prima ha fatto uscire uno split). Il risultato di questo matrimonio è Eyes on the lines, primo di tre album (i successivi saranno The unseen in between, 2019, e Other you, 2021) in cui alterna brani intimi voce-chitarra ad altri con arrangiamenti più elaborati, proseguendo una sperimentazione sonora che lo ha portato a realizzare anche un Ep di soli tre pezzi nel 2020, Livin’ in between, in cui a fianco di una cover di Neil Young, influenza facilmente prevedibile, appare una versione totalmente stravolta di un classico dei Misfits, Astro zombies: se non è una prova dell’amore per la musica a tutto tondo questa, io non so cos’altro possa convincervi.

Stonehurst cowboy, quarta traccia di The unseen in between, è una delle canzoni più personali e dolorose di Gunn, dedicata al padre morto. Laura è riuscita a prendere spunto da quelle parole e dalle malinconiche note che l’artista estrae dalla sua chitarra per accompagnarci in un cammino luttuoso, pervaso di tristezza ma anche di gratitudine per un amore che unisce al di là di ogni barriera: quello per la musica. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, in una versione acustica suggerita dalla stessa Laura: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Le mani più veloci dell’Ovest, di Laura Scaramozzino

Anche le mie vanno veloci. Sfiorano, pizzicano, segnano. E lasciano fare. Cancello spazi tra le corde e nelle pause ricompongo ciò che alle dita sfugge. Il fingerpicking è una sintesi elettrica di acqua e luce. È la musica, padre, il sole sopra i capelli. Un appunto sul bloc notes azzurro.

Mi piacciono le giacche scure, assottigliano la mia figura nella penombra. Amo apparire inconsistente, svanire sul palco. La chitarra è una presenza sufficiente. Oggi, però, è diverso, avrei bisogno di consistenze. Della mia e della tua. Vorrei, padre, che le nostre mani misurassero il tempo. Le tue con un gancio a vuoto nel brusio di un pranzo, le mie sullo strumento a cui hai sempre sorriso. Ai tuoi tempi avresti potuto gettare a terra chiunque, i tuoi pugni erano quelli di un eroe dei manga. Un frullio invisibile. Un superpotere. Ci scherzavi su e mi mostravi le mosse. Ridevi di tutto ciò che avresti potuto fare e non hai mai fatto. Del Vietnam che non hai visto ma scorreva nel tuo sangue, nei tuoi diciott’anni senza preavviso.

Mamma ha gli occhi rossi e il vestito nero. Non si è seduta un momento. Ha servito tutti, mi si è avvicinata e ha distolto lo sguardo. Non ho mai avuto una faccia contenta, nonostante la tua allegria. L’allegria che ti ha salvato le notti e la voce. Non che io sia un tipo triste, te lo dicevo sempre. Sono solo uno che si concentra. Non ho altro modo di guardare alle cose.

I presenti mi lasciano stare. La piega delle labbra verso il basso aiuta, e così le spalle che si curvano. La gente non sa quanto pesino gli strumenti, sembrano così leggeri nelle mani di chi li suona. Qualcuno potrebbe pensare che il mio dolore è troppo grande e un giorno, forse, lo sarà davvero. Lo diventerà al punto che ci scriverò un disco. Parlerò di te, di quando sei tornato dall’addestramento e solo gli alberi erano quelli di sempre. Lo farò presto, quando la ruga sulla fronte non sarà più solo uno sforzo di concentrazione. Del resto, padre, non abbiamo altro modo per reagire. Ci restano i racconti e qualche memoria delle domeniche pomeriggio.

Potrei prendere un vassoio sul tavolo in fondo alla sala, girare fra le sedie e gli uomini in nero. Sporgere le fette di tacchino freddo a un vicino o una zia di cui non ricordo il nome, ma preferisco rimanere qui, a osservare. Come ho sempre fatto.

Quando ti sei ammalato, hai cominciato a guardarmi in modo diverso. Come se, improvvisamente, ti assomigliassi. Come l’avessi scoperto per caso. Forse hai riflettuto sulle mani, su quelle mani veloci come il vento. Sulle dita che si serrano in un pugno o si sciolgono sulla chitarra. Le differenze sono tutto e sono niente, padre. Il tuo dolore e il mio sanno incontrarsi. Il Vietnam e il cancro hanno segnato il tempo. Un tempo che era il tuo e adesso è il nostro, delle parole. E della musica.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora