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L’amore non esiste, viva l’amore: Mi commuovo, se vuoi di Mario Pigozzo Favero

Recensire questo disco è un’esperienza strana. Lo è perché, come mi è capitato troppe volte, la band da cui Mario Pigozzo Favero proviene, i Valentina Dorme, li ho scoperti troppo tardi, giusto in tempo per vederli live una volta e consumare (eufemismo per dire “l’ho ascoltato un sacco di volte dopo averlo messo su chiavetta perché la mia autoradio si rifiutava di leggere i ciddì”) il loro ultimo disco La estinzione naturale di tutte le cose. Lo è soprattutto perché, orfano della band poco dopo averla conosciuta (e avergli dedicato un racconto), ho deciso di contribuire al crowdfunding con cui Pigozzo Favero si è lanciato nella prima esperienza solista. Il distacco necessario per valutare a mente fredda l’album, insomma, è decisamente compromesso.

Prodotto da Martino Cuman e uscito il 28 gennaio per Dischi Soviet Studio, Mi commuovo, se vuoi è un disco in cui l’amore è il sentimento più presente. Per chi conosce la penna di Pigozzo Favero, però, non sarà una sorpresa vederlo affrontato con spirito dissacrante: la galleria di personaggi che scorre lungo i tredici brani comprende un divorziato fissato con le pornostar, un fedifrago alle prese con una complicata relazione sul luogo di lavoro e varie coppie male assortite, giunte al capolinea o arrese all’idea che “amarsi è un atto ignobile di carità”. L’inizio con Pornostar è fulminante, col suo andamento musicale tranquillo e riflessivo e la voce calda e profonda di Pigozzo Favero che illustra, in un progresso inaspettatamente drammatico, la parabola verso il baratro di un uomo dagli eccessi inusuali che lo porteranno a Sparta sul “punto più alto della rupe”, ma lungo tutto il disco la penna dell’ex frontman dei Valentina Dorme dimostra di non aver perso il proprio smalto.

L’abilità più grande di Pigozzo Favero è sempre stata quella di costruire storie originali e terribilmente realistiche, brutali nella sincerità con cui illustrano i sentimenti che di solito si tengono nascosti. È un viaggio nel lato oscuro delle relazioni quello intrapreso in Mi commuovo, se vuoi, fatto di “bambini sdentati rigorosamente online” (L’inferno siamo noi) e impulsi indicibili come quello di “lanciarti dalle scale” (E la nave va), con protagonisti dai “fianchi sciupati grassi cadenti in bilico” (Latakia), caratterizzati dall’essere “neppure troppo intelligente” (Uno dei tanti Orfei) e intrappolati “nelle feste negli amplessi a orari fissi”. Anche quando ci si discosta dal tema principale Pigozzo Favero non smette di rimestare nel torbido, concentrandosi sui defilati, i miserabili e i bipolari (Ai defilati) o su bizzarri rituali fra il sacro e il profano (Le preghiere della sera), ma affronta questo viaggio negli orrori quotidiani con un misto di ironia, fatalismo e sensibilità che mitiga sensibilmente il dramma, evocando una risata a denti stretti più che un pianto.

Musicalmente Mi commuovo, se vuoi è caratterizzato da una grandissima varietà, pur rimanendo sempre nell’alveo di un cantautorato che non disdegna svecchiarsi un po’. L’allegria di Le preghiere della sera ha qualcosa di Rino Gaetano, in Ai defilati la classicità di piano e tromba si mischia perfettamente con la batteria elettronica, echi degli anni ottanta emergono grazie ai synth nei ritornelli di Avvoltoi, in Uno dei tanti Orfei il pop sbilenco e vagamente psichedelico porta alla mente alcune cose dei Mariposa di Enrico Gabrielli e c’è spazio anche per la drammaticità minimale voce-piano-basso di El sbrego, tutta cantata in dialetto veneto (non chiedetemi quale dialetto, la mia conoscenza non arriva a tanto). Pigozzo Favero è accompagnato nella sua “missione” da musicisti di prim’ordine, capaci di rendere al meglio le asperità della “noireggiante” Un tale singhiozza così come la gioia vitale con cui il protagonista di Franchino ’57 si lascia piacevolmente andare all’adulterio spedendo “a farsi fottere quella stronza della moglie”, mantenendo la giusta enfasi anche quando si tratta solo di accompagnare con rade note di piano un monologo.

Quel monologo Pigozzo Favero aspetta a recitarlo sin quasi all’ultimo, svelando inaspettatamente il suo bluff. Tutto il disincanto con cui guarda all’amore si scioglie in Il metro del sarto, penultima traccia del disco, un testo di rara poesia in cui le immagini di quotidiana banalità evocate lungo il percorso assumono una valenza diversa, perché “le macchie di piscio”, le “poesiole ai compleanni” e “il disastro, cioè noi da vecchi” nulla possono contro una passione che resiste al tempo, che porta ancora a cercare “i capezzoli con i polpastrelli e con i palmi i seni” consapevoli che non tutti “riescono, come noi, a trovare questa pace di koala abbracciati”. Sull’onda dell’emotività, ma con l’originalità che lo contraddistingue, Pigozzo Favero conclude il disco con una sorta di incrocio fra una ninna nanna e una fiaba, resa più lieve dall’oboe e più bizzarra dalla promessa di raccontare al figlio tanto della “gioia delle formiche” quanto di Berlinguer.

Il primo album solista di Mario Pigozzo Favero conferma quanto di buono fatto nel suo ventennale percorso con i Valentina Dorme. Mi commuovo, se vuoi è un disco di rara bellezza, intenso e sfacciato, un modo originale di celebrare l’amore senza le ipocrisie che rendono lucidi e splendenti anche i momenti più cupi. Non dirò che è un capolavoro, perché quella parola la spenderei per il disco dei VD citato in apertura, ma certo è bello ritrovare l’artista veneto in gran forma e fa sentire un po’ orgogliosi l’aver contribuito, anche solo in minima parte, a far sì che un album del genere vedesse la luce: eh sì, un po’ di parte lo sono.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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