Racconto in musica 83: I giorni del silenzio (C Duncan – Wanted to want it too)

Negli ultimi giorni sono arrivati (o si sono poste le basi affinché arrivino) un certo numero di contributi esterni per questo blog, il che significa che finirete l’anno senza ritrovarvi davanti agli occhi racconti scritti da me e, soprattutto, senza che io abbia il controllo della playlist. Sapete come l’obiettivo principale di Tremila Battute sia quello di far scoprire nuova musica, possibilmente anche a me, perciò bando alle ciance (che espressione retrò!) ed eccomi a introdurvi Luca Cassarini con l’artista da lui pescato direttamente in Scozia, ovvero C Duncan.

Luca è un figlio dell’estate 1987 che coi racconti ci sa decisamente fare. Se ne sono accorte un po’ di case editrici, che li hanno accolti nell’opera collettiva Il cielo sopra Ravenna (Fernandel, frutto del laboratorio di scrittura Raccontare Ravenna) e in due antologie, Storie a quattroruote (Rudis Edizioni) e Novelle giapponesi (Idrovolante Edizioni), ma anche il mondo delle riviste ha accolto con piacere i suoi scritti: potete trovarli su Salmace, Smezziamo, Il diario del riccio, Il foglio letterario, Waste, Quaerere, sul numero di giugno 2021 di COYEmag e prossimamente anche su Morel e CrunchEd. A Tremila Battute è arrivato in punta di piedi, chiedendo se fosse possibile scrivere racconti ispirati a canzoni strumentali (la risposta: certo!), per cui lo aspettiamo al varco con un altro racconto in futuro: nel frattempo potete leggere altro di suo sul blog Scritture Artigianali.

C Duncan infatti non fa musica strumentale, ed è anzi difficile definire rigidamente il genere di appartenenza delle sue composizioni: il cappello sotto cui si può accoglierle è quello del Dream Pop, perché la dimensione eterea è sempre presente nella sua musica, fatta di suoni elettronici che passano con disinvoltura da ritmiche ballabili al creare ambientazioni oniriche. Nato nel 1989, compositore per svariati programmi televisivi britannici, Christopher Duncan pubblica il suo primo singolo For nel 2014, preludio all’album Architecht che viene licenziato dalla FatCat Records di Brighton (label attentissima ai suoni nuovi e sperimentali, visto che ha nel roster nomi come Sigur Rós e Animal Collective). In questo disco e nel successivo The midnight sun (2016) si concentra la parte più introversa e notturna delle canzoni di Duncan, che nel 2019 spiazza un po’ il suo pubblico con un lavoro che abbraccia maggiormente la parte pop rispetto a quella dream: Health è un disco dai suoni e dai ritmi solari, come testimoniato dal singolo di lancio Impossible, ma che non disdegna momenti riflessivi e quieti come la title track, un brano dove al piano e alla voce fitta di riverberi di Duncan si appoggiano ariosi suoni elettronici. Pittore oltre che musicista (le cover degli album sono suoi dipinti), il musicista è dichiaratamente gay e ha dichiarato al giornale scozzese The Herald (in un articolo che vorrei davvero linkarvi, se non fosse che apre così tanti pop up da rendere quasi impossibile la lettura) di voler utilizzare il proprio ruolo per sensibilizzare il pubblico rispetto alle tematiche LGBTQIA+. Sulla sua pagina bandcamp sono freschi di caricamento due nuovi brani: che sia il preludio al quarto disco?

Wanted to want it too è una canzone capace di intessere un’atmosfera nostalgica ma in qualche maniera intrisa di speranza, caratteristiche che si ritrovano anche nel racconto ad essa ispirato: pur col limite delle consuete tremila battute Luca è riuscito a tratteggiare un futuro credibile che stimola la curiosità di saperne di più, di sapere come si è arrivati a quei giorni del silenzio (drammaticamente simili a quelli che abbiamo vissuto durante il lockdown) che il protagonista senza nome attraversa stoicamente. Potete farvi avviluppare da questa ambientazione crepuscolare poco più in basso, subito dopo il brano che fa da colonna sonora alla storia: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

I giorni del silenzio, di Luca Cassarini

Ci sono entrato per caso, in questo appartamento.

L’uscio sventrato dava su una stanza fatiscente, l’odore di muffa si intrufolava in tutti i pori, il condominio era in totale abbandono. Un qualche vagabondo usava le scale come latrina, i muri trasudavano odori nauseabondi. Mi sono dato da fare, con la forza delle mie braccia e olio di gomito. Ho rimediato qualche asse e un paio di chiodi, alla meno peggio ho assemblato una porta contro spifferi, spiriti errabondi della notte e cattivi pensieri. Soprattutto cattivi pensieri. Oppure per proteggere gli altri da me, forse.

Ieri sera si sentivano grida sconce sotto la finestra. Qualcuno litigava. Un paio di bottiglie sono state spaccate, credo sul selciato o sulla testa di qualcheduno. La mattina dopo l’unico lascito erano cocci di vetro, null’altro.

La prateria di asfalto è corredata da un mucchio di carcasse metalliche, la carestia ha colpito anche quelle macchine dalla foggia antiquata. La penuria di materie prime ha fregato tutti quanti, alla fine. La benzina è finita da un pezzo, e il cielo a cui alzare vane preghiere è una cappa grigia senza stelle. Non si possono esprimere neppure desideri durante le notti d’estate. Non c’è nessuno che possa ascoltare le nostre contumelie.

A volte nel mio girovagare noto facce diffidenti dietro tendine strappate, sono l’unico o uno dei pochi che cammina alla luce del sole: un eufemismo, ora che la luce è filtrata costantemente da polveri e nebbia appiccicosa. Gli altri non escono di casa perché hanno paura, e hanno ragione. Io esco e mi faccio vedere per dimostrare loro che, se c’è qualcosa da temere, c’è ancor più da rimetterci stando barricati assieme ai propri deliri. Bisogna correre dei rischi calcolati, diamine. Mal che vada, sono armato: una pistola giocattolo. Qualcuno potrebbe sempre cascarci.

Ieri ragionavo ancora una volta sulla nuova religione, notando che ha attirato meno adepti del previsto. La vecchia dottrina di Dio Denaro, Madre Moneta e Santo Soldo tiene botta nel cuore di tanti. Se sapessero il mio pensiero mi considererebbero eretico, per cui sto zitto. Se mi chiedono qualcosa rimango sul vago. Le parole oggigiorno sono il vero tesoro di cui uno può disporre. Per non sprecarne le scarabocchio su fogli ingialliti, quando mi avanzano delle candele. I soldi stanno finendo, da barattare ormai non ho più niente. Sono colmo di desiderio.

Li chiamano giorni del silenzio, ma so che c’è ancora parecchio da dire e altrettanto da scrivere. Dicono che oltre il mare esiste una terra dove tutto è tornato a posto, ai tempi d’oro di una volta. Altri biascicano che è una stupida leggenda, ma se non provo non lo saprò mai.

Domani partirò, è già deciso. Lascerò aperta la porta, un bigliettino come memorandum a chi verrà dopo. SAPERE AUDE…!, ci sarà scritto sopra come saluto.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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