Immaginare un mondo nuovo, ieri: Atto di violenza di Manuel De Pedrolo

Nell’immaginare una società diversa dalla nostra la letteratura non è mai stata molto clemente. Esisteranno sicuramente narrazioni di utopie realizzate, ma hanno attecchito molto meno delle storie ambientate in mondi che ne sono l’antitesi: la fantascienza si è cibata di pessimismo, dalle megalopoli fredde e totalitarie del cyberpunk ai mondi alieni tristemente colonizzati di Philip K. Dick; la distopia non lascia spazio alla speranza, che si tratti di sfruttamento delle donne (Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood), regimi totalitari onnipresenti nella vita dei cittadini (1984 di George Orwell) o, quando va bene, un mondo futuro felice in cui la felicità è posticcia (Il mondo nuovo di Aldous Huxley); se scaviamo nel presente e immaginiamo eventi catastrofici che dovrebbero unirci (NE USCIREMO MIGLIORI) non facciamo comunque una gran figura, non durante La peste di Albert Camus, nemmeno a seguito dell’epidemia di Cecità raccontata da José Saramago, figuriamoci sull’isola deserta dove i giovani naufraghi di William Golding incontrano Il signore delle mosche.

È così difficile immaginare una società migliore, almeno quanto per Mark Fisher immaginare la fine del capitalismo? Non possiamo proprio uscire dalla formula dell’Homo Homini Lupus che Plutarco ha enunciato e Thomas Hobbes ha teorizzato? Probabilmente ci sono tanti motivi per cui la letteratura non se n’è occupata: si può rischiare di apparire ingenui, sentimentali, e forse tutti i mondi dove regna la pace si somigliano quanto le famiglie felici secondo Leone Tolstoj. E se fosse invece che in pochi hanno la fantasia necessaria ad accettare la sfida?

Manuel De Pedrolo ci ha provato, e lo ha fatto all’inizio degli anni 60. La sua società era quella stretta nella morsa della dittatura di Francisco Franco, un mondo in cui bisognava mantenere alta la speranza nel futuro per non soccombere ai mali del presente. Lo ha fatto con Atto di violenza, primo libro tradotto in italiano di un autore poco conosciuto in Spagna ma venerato in Catalogna, pubblicato nel 2020 dall’editore Paginaotto: lo ha fatto nonostante la censura che lo ha costretto a revisionare i propri libri per anni, allentando un po’ la morsa solo dopo gli anni 70 (come spiega bene nella postfazione lo scrittore e traduttore Alberto Prunetti).

“«…per anni e anni non abbiamo fatto altro che pensare, dire e ripetere che la nostra gioventù era incapace, che era una gioventù stanca, annoiata, senza stimoli e senza iniziativa…»

Finisce di strofinarsi energicamente le mani e chiude il rubinetto. «E adesso, oltre venti feriti e tre morti, presto quattro, dimostrano che eravamo pessimisti senza motivo. La gioventù continua a essere quello che è sempre stata: anticonformista, inquieta, disinteressata».”

La storia è di quelle perfette per i tempi che corrono. Un giorno l’intera popolazione di una città senza nome, oppressa dalla dittatura del giudice Domina, decide di chiudersi in casa e fermare tutto seguendo un semplice motto: “È molto semplice: restate tutti a casa”. Il pensiero corre veloce verso le nostre esperienze di lockdown, ma non è questa caratteristica a renderlo un libro immerso nella contemporaneità: c’è altro che risuona nelle pagine dell’autore catalano, un qualcosa che lo rende, più che attuale, una lettura necessaria per la nostra epoca.

La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni, ed è raccontata attraverso molteplici punti di vista. Ogni capitolo è un frammento a sé stante i cui personaggi sono a volte legati fra di loro, vincoli personali che vengono esplicitati solo avanzando con la storia: seguiamo così un bambino che si trova di fronte il portone della scuola chiuso, un negoziante avido che si fa beffe della protesta, una pattuglia in servizio per sedare la protesta silenziosa e molte altre persone che vivono dal loro personale punto di vista la vicenda. Ciò che manca quasi totalmente è la sensazione di pericolo, il timore di una sconfitta: l’esito peggiore, cioè che la protesta venga sedata, è una conseguenza messa in conto con naturalezza e fatalità, non un ostacolo che blocca le iniziative.

Si può definire ingenuo chi costruisce un impianto narrativo sulla base di una sconfinata fiducia negli altri individui, sul supporto reciproco a una causa comune: De Pedrolo però non è uno sprovveduto, e la sua ricostruzione di una rivoluzione (quasi) senza violenza, a dispetto del titolo, risulta coinvolgente e mai stucchevole. È l’immagine di una società davvero avanzata, in cui il fine personale è perseguito solo da pochi individui conniventi al sistema che, in ogni caso, sembrano molto più spaventati dei cittadini chiusi fra le quattro mura delle proprie abitazioni. È, insomma, quel mondo in trasformazione che vorremmo abitare e che abbiamo sempre pensato non potesse esserci raccontato.

“Il rappresentante riflette: «Forse ci sono arrivato… Ma come parlate difficile! Volete dire, se non ho capito male, che ogni gruppo deve agire come se dal suo comportamento dipendesse questa vittoria o la sconfitta. Cioè in maniera esemplare».

L’idea di base è simile a quella di Saggio sulla lucidità, altro libro di Saramago in cui la maggior parte della popolazione della città senza nome (la stessa in cui era ambientato Cecità) vota scheda bianca, come di comune accordo. Ciò che differenzia i due libri è il focus, che nel libro dell’autore portoghese è incentrato sui tentativi del governo centrale di soffocare la rivolta dei “biancosi”, anche con mezzi immorali ma tristemente accaduti nella storia, mentre in Atto di violenza si concentra principalmente su chi resiste. Quella di De Pedrolo è una narrazione positiva, mostra cosa possono arrivare a fare gli uomini insieme e riesce a farlo creando dei personaggi a tutto tondo e non delle semplici macchiette: amano, odiano, dubitano, ma non perdono mai di vista qual è la cosa giusta da fare. Il finale porta con sé un po’ di amarezza, lasciando aperta una questione su cui ogni lettore è portato a interrogarsi: è possibile (e auspicabile) per una rivoluzione essere totalmente senza macchia?

Nel loro rinchiudersi in casa volontario i protagonisti di Atto di violenza crescono umanamente e collettivamente: possiamo dire lo stesso della nostra esperienza con il lockdown? Forse è ancora presto per tirare le somme, ma l’unica maniera che abbiamo per uscirne davvero migliori è imparare ad ascoltare, ragionare tutti insieme, per non far sì che restino profetiche per il nostro mondo le parole che uno dei personaggi, Tomàs, scaglia in faccia al burocrate Muri:

«E questa è la cosa più intollerabile: qualsiasi punto di vista che si allontana, anche minimamente, dall’ideologia ufficiale, viene definito sovversivo. In un clima del genere non è possibile costruire alcunché perché, senza il diritto di critica, le istituzioni si corrompono, gli uomini al potere vengono mitizzati e ogni decisione, persino la più sensata, finisce per diventare arbitraria».

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Racconto in musica 69: Il premio in palio (Alessandro Grazian – Lasciarti scegliere)

Che belli i paradossi, come ti incasinano la mente in maniera gioiosa! Mentre sto scrivendo questo articolo devo ancora andare a vedere un concerto dell’artista da cui ho preso ispirazione per il racconto della settimana, eppure (MAGIA!) mentre voi leggerete io l’avrò già visto. Certo, significa solamente che mentre scrivo è sabato mattina, il concerto sarà (oppure È STATO! MAGIA!) il sabato sera e voi leggerete questo delirio la domenica (o anche qualche giorno più avanti), però mi sembrava divertente farlo notare. Probabilmente non lo è. Ma fa niente.

Un paradosso temporale (altrettanto falso) è anche quello che mi ha fatto pensare di aver ospitato l’artista in questione (perché mi sforzi di tenerlo nascosto quando è scritto in grassetto nel titolo è un altro mistero) per un secret concert prima della data in cui ricordavo di averlo visto per la prima volta live. Come poteva la prima volta essere dopo la seconda? Ero tornato indietro nel tempo? No, semplicemente ho una memoria di merda, e quel primo concerto al Carroponte di Milano risaliva al 2015 e non al 2017 come avevo inizialmente pensato: il buon vecchio Giorgio Canali coi suoi Rossofuoco sul palco, a fare da apripista e calamitarmi le orecchie Alessandro Grazian, di cui ora parlerò ampiamente per recuperare rispetto a questo orribile cappello introduttivo.

Grazian è uno per cui la definizione cantautore è limitante. È pittore (qui un articolo su una sua mostra del 2011) e illustratore (ad esempio in questo libro) oltre che musicista, e nella musica è quanto di più poliedrico ci sia: colonne sonore per il regista Pasquale Marino, musiche di scena a teatro, collaborazioni come se piovesse (Edda, Nada, Cesare Malfatti, Federico Fiumani e i mitici Esecutori di metallo su carta, ensemble di musica classica capace di omaggiare la miglior musica sperimentale e rumorosa italiana come di risonorizzare la saga di Ghost & Goblins) e progetti paralleli come Torso virile colossale, in cui Grazian compone brani attualizzando l’epica dei film peplum degli anni 50/60 con uno stuolo di collaboratori di prim’ordine al seguito. Tutto questo al fianco di una carriera solista che inizia nel 2005 con l’album Caduto, uscito per La famosa etichetta Trovarobato e Macaco Records, in cui, chitarra in mano e accompagnato alla produzione da Enrico Gabrielli, mostra tutta la sua abilità nel creare atmosfere intime ma dotate di notevole liricità, grazie anche al supporto di archi e fiati. Nel 2008 l’Ep Soffio di nero anticipa di poco il secondo album, Indossai, in cui gli arrangiamenti si fanno ancora più ariosi, una linea sonora mantenuta l’anno successivo nei cinque brani dell’Ep L’abito. Nel 2012 un cambio drastico, di etichetta col passaggio alla Ghost Records e di atmosfere con una virata verso sonorità maggiormente rock: Armi è un disco più ruvido, in cui a brani armoniosi come Estate si affiancano frecce distorte come la title track e l’ironica e disillusa Non devi essere poetico mai. Il 2015 vede l’uscita di L’età più forte, disco finanziato tramite una campagna di crowdfunding e uscito per Lavorarestanca: Grazian consolida l’impianto stilistico del precedente, concedendosi di passare con estrema libertà per tutte le variabili stilistiche che stanno fra i momenti riflessivi e aulici di Corso San Gottardo e stilettate velenose come Se fossi una band mi scioglierei, brano che me lo aveva fatto amare in quel lontano concerto del 2015. Il lungo silenzio (almeno da solista) succeduto a quell’uscita è stato interrotto a fine novembre 2020 dall’uscita di Incrociatore aurora, in cui i synth creano attorno alle parole di Grazian un effetto etereo e sognante: non è prevista l’uscita di un album a seguito del singolo, ma chissà che dopo la lavorazione del secondo album di Torso virile colossale non arrivi una sorpresa…

(Edit della domenica mattina: al concerto ha fatto brani nuovi, e sono una bomba)

Lasciarti scegliere è la terza traccia di L’età più forte, un brano che in poche righe di testo riesce a delineare con energia la storia di una figura incapace di reagire alla sua vita priva di emozioni. Ho giocato un po’ d’immaginazione nel racconto che ne ho tratto, lasciandomi suggestionare dalle ombre chine su un tavolo da gioco e da chi le osserva: la posta in palio. Potete leggerlo subito dopo il brano in questione, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Il premio in palio

Fiches allineate sul tavolo in piccole torri di colore diverso, carte trattenute da mani rigide che operano con lentezza, composte. Tutti gli occhi sono fissi sul tavolo, il respiro delle persone presenti è calmo come quello di maestri zen, anime sbiancate dal voto al dio segreto del gioco d’azzardo. Si compie il rituale della scommessa fine a sé stessa, dall’esito irrilevante, un gioco di sconfitte sopportabili e vittorie prive di pathos almeno per chi siede attorno al tavolo, ha chi ha troppo da perdere per poterlo perdere tutto in una volta.

E noi, dietro queste vetrine, a osservare a labbra serrate il confronto.

Noi, immobili in attesa del destino che qualcun altro sceglierà al nostro posto.

Planano sul tavolo re, regine e fanti, numeri fioriti e cuori palpitanti di fugace adrenalina. Facce come marmorei fasci di muscoli trattenuti, tensione che dilaga in un fermento di impassibili gesti. Movimenti da studiare, da analizzare a fondo per trovarvi un dubbio, una gioia, la solita stancante noia.

E noi, abituati ad osservare, che cogliamo piccoli guizzi di vitalità in un labbro o un sopracciglio.

Noi, davvero impassibili di fronte all’esito di questa sfida vuota d’entusiasmo.

Eccole calare, lente, le carte vincenti. Crollano le torri, si sfalda l’ordine. Le labbra s’increspano in sorrisi di circostanza. Chi vince non si distingue da chi perde, non ancora. L’ammasso multicolore di fronte a una sedia, solo moneta di scambio.

L’obolo per ottenere la posta in palio. Il premio siamo noi.

Occhi negli occhi, i nostri e i loro, ennesimo scontro fra la stanca abitudine al possesso e la vuota libertà di arrendersi. Saettano le lingue per un premio che stancherà presto, ci saggiano gli sguardi con lussuria dettata da stimoli meccanici. Manichini noi dietro la vetrina in cui siamo esposti, manichini loro che pensano di dettar legge.

Le dita indicano tremanti, la scelta è fatta. Una figura in meno al di qua del confine, una in più persa nel mondo. La vediamo andare via, non la piangiamo. L’emozione dell’addio l’abbiamo sacrificata sull’altare dell’immobilità.

Noi, che rimaniamo, attendendo una nuova sfida di cui essere il trofeo.

Noi, con un mondo fuori che ci aspetta, troppo frenetico da affrontare con le nostre energie.

Noi, schiavi delle nostre catene, che preferiamo esser vincita piuttosto che giocatori.

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Podcast interessanti, ovvero cosa ho ascoltato girando qua e là per l’Italia

L’anno scorso ho sublimato il ritorno alla vita lavorativa di tutti i giorni (che, al momento in cui scrivo, la cassa integrazione sta procrastinando) con una coppia di articoli nei quali, ripercorrendo le tappe delle mie vacanze, approfondivo i legami con musica, arte, letteratura e cinema che vi avevo trovato. Quest’anno le mie vacanze sono state meno foriere di spunti, anche se mi sono trovato di fronte al libro Fontamara di Ignazio Silone scritto integralmente a mano sulla parete di una casa (ad Aielli, dove da qualche anno si svolge il Festival Borgo Universo con street artist italiani e non a creare opere d’arte in giro per il paese) e sono passato per il paese dove Brancaleone e i suoi incappano nella peste in L’armata Brancaleone di Mario Monicelli (si tratta di Vitorchiano, dove è presente anche l’unico Maui esistente al di fuori dell’Isola di Pasqua). Ho deciso per questo di parlarvi dei podcast ascoltati mentre attraversavo una fetta d’Italia con la mia compagna, rilassandoci le orecchie da tutto il peggio che le radio sembrano tenere in serbo per la stagione estiva.

Pilota, un podcast sulle serie tv

La mia passione per questo contenitore di chiacchiere in libertà sulle serie tv non è recente, tanto che qualche episodio ce lo siamo ascoltati addirittura nella vacanza precedente, ma non potevo escludere il podcast di Alice Alessandri, Alice Cucchetti (una delle colonne anche de I 400 Calci, sito con cui vi ammorbo appena posso nominarlo) e Andrea Di Lecce solo per questo. Descritto dai suoi autori come “la conversazione sulle serie tv che non volevate ma di cui avete bisogno”, Pilota esplora ogni anfratto della serialità televisiva, fra episodi incentrati sulle serie del momento, monografie di singoli showrunner come Aaron Sorkin o Ryan Murphy ed episodi tematici. La vera marcia in più del format sta nella squadra, perché bastano pochi ascolti per considerare Alice, Alice e Andrea come i vostri amici invasati con cui parlare liberamente e per ore di ciò che vi appassiona, tanto che alcuni episodi superano abbondantemente le due ore di durata (e i “pilotini”, brevi puntate extra in cui si concentrano sulle serie del momento con titoli come Ma quindi, Loki puzza?, a volte sforano dal concetto di breve), il tutto con tanta allegria e improvvisazione.

Pilota lo trovate su Querty, piattaforma che ospita svariati e interessanti podcast (per gli appassionati di Neon Genesis Evangelion è imprescindibile Dummy System, sempre con Andrea Di Lecce), e precisamente a questo indirizzo.

Limoni, il G8 di Genova vent’anni dopo

Per quanto ne abbia sentito parlare mille volte negli anni, per quanto abbia visto il film Diaz e sia sensibile al tema dell’abuso di potere da parte della polizia non ero comunque preparato all’ascolto di Limoni. Il podcast di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, è un resoconto lucido e crudo di ciò che è successo per le strade del capoluogo ligure durante la protesta dei No global al G8, la verità al di là delle notizie frammentarie sentite al telegiornale e dei facili commenti alla “Carlo Giuliani se l’è andata a cercare” (e pure io l’ho pensato, non voglio fare il santarellino). Inframmezzando la propria esperienza con interviste ad attivisti e semplici partecipanti Camilli analizza lo stato delle proteste No global prima di quei giorni di luglio 2001, ripercorre i giorni antecedenti il G8, ci porta all’interno della manifestazione fra cariche non autorizzate e vere e proprie cacce all’uomo fra le vie del centro per poi mostrarci, infine, cosa è rimasto di quel movimento che voleva cambiare il mondo e che fine hanno fatto protagonisti e antagonisti. Non viene omesso niente, dal ruolo del famigerato Black Bloc nelle proteste alle conversazioni telefoniche dei poliziotti con i cittadini o fra di loro, un viaggio inquietante ma necessario per capire un evento storico che ha segnato indelebilmente l’immagine delle istituzioni in Italia e, purtroppo, anche il modo in cui ci si ribella ai poteri dominanti.

Limoni (la cui sigla è stata realizzata da Adele Nigro, di cui vi avevo parlato qui) è prodotto da Internazionale e lo potete trovare sul loro sito a questo indirizzo.

Qui si fa l’Italia

Non so com’è stata per voi l’esperienza scolastica nella materia Storia, ma la mia è stata a dir poco deficitaria: in quinta superiore ho fatto un compito in classe in tutto l’anno (e non perché scappavo quando ce n’erano), nel secondo quadrimestre avrei dovuto farmi interrogare per avere qualcosa in più del sei politico (facevo un istituto tecnico, immaginate al me appena maggiorenne quanto poteva fregare di studiare da solo il programma di un anno) e in generale non sono mai andato più in là della seconda guerra mondiale. A colmare le lacune a cui non ho provveduto in prima persona sono arrivati Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle, che in Qui si fa l’Italia parlano di quegli eventi che, usando le loro parole, “hanno segnato un prima e un dopo nella storia e nella politica italiana”. Partendo dalla formazione della Repubblica e passando per le battaglie sui diritti, gli anni di piombo, l’approfondimento di figure come Sandro Pertini ed Enrico Berlinguer, i due autori giungono fino alle stragi di mafia e all’elezione di Silvio Berlusconi, approfondendo in maniera semplice ed esaustiva una stagione della vita italiana per chi, come loro, non l’ha vissuta in prima persona.

Qui si fa l’Italia è un prodotto originale di Spotify, per cui probabilmente la piattaforma svedese vi ha già fatto venire la nausea a furia di pubblicizzarla: se le vostre conoscenze della storia recente sono pari alle mie dategli comunque una chance a questo indirizzo.

Popcorn, storie americane che hanno gusto e fanno rumore

Torniamo a qualcosa di più leggero( ma non per questo meno curato) con il podcast di Marta Ciccolari Micaldi (conosciuta anche come La McMusa) e Valeria Sesia, in cui le autrici approfondiscono la storia di personaggi, eventi e istituzioni statunitensi che, alla loro maniera, sono entrate nell’immaginario collettivo. A parte l’interesse personale, anche un po’ voyeuristico, di scoprire qualcosa di più della vita di Matthew McConaughey, Oprah Winfrey o Britney Spears, è molto interessante scoprire anche la storia di eventi ormai famosi in tutto il mondo come il Superbowl o di aziende come Walmart, analizzate a fondo in una narrazione godibile anche per chi non è appassionato di cultura USA. A fare da ulteriore fiore all’occhiello è la commistione, in quasi tutte le puntate, con la letteratura americana (non per niente la McMusa è autrice anche del podcast Black Coffee Sounds Good, approfondimento sulle uscite della casa editrice fiorentina Edizioni Black Coffee), utilizzata per meglio veicolare le storie narrate: scandagliare la vita di Kim Kardashan e famiglia assieme a estratti dei racconti di Aimee Bender è una scelta azzeccata, seconda sola al piacere di ascoltare la storia di Kanye West alternata a frammenti del magnifico Per sempre lassù di David Foster Wallace.

Le due stagioni di Popcorn lo trovate sul sito della McMusa a questo indirizzo.

Morning

Qui sto barando un po’, perché in realtà questo podcast è stato in standby per gran parte del periodo che ho passato in ferie (anche i giornalisti vanno in vacanza), ma i pochi minuti trascorsi in compagnia di Francesco Costa e della sua rassegna stampa sono stati comunque fonte di discussione mentre ci godevamo questo o quel paesaggio in auto. Vicedirettore de Il Post e autore anche di un altro podcast di successo (Da Costa a Costa, in cui approfondisce la politica americana con invidiabile competenza e leggerezza), Costa da maggio ha inaugurato questo supplemento d’informazione del proprio giornale online, esaustivo su quelle che sono le notizie principali del giorno e caratterizzato dal modo d’intendere il giornalismo serio e raramente fazioso che contraddistingue la testata che lo produce.

Morning lo trovate dal lunedì al venerdì sul sito de Il Post, ancora in ascolto gratuito fino alla centesima puntata (indicativamente fino al 15 ottobre): se vi convince fate un pensierino all’abbonamento al giornale per continuare l’ascolto, sarà anche un modo di supportare chi evita titoli clickbaiting e altri mezzucci pensando prima di tutto ai lettori. Andate a questo indirizzo per saggiarne la qualità.

Ci sarebbero tanti altri podcast da consigliare fra i miei ascolti stabili (Copertina di Matteo B. Bianchi e Pietra dello scandalo di Luca Fontò ad esempio), ma vi lascio intanto con le suggestioni che mi hanno salvato dall’abuso radiofonico di canzoni come quelle di Takagi & Ketra: fatemi sapere cosa ne pensate.

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Racconto in musica 68: La caccia (Julinko – The hunt)

C’è un modo di dire che recita “non bisognerebbe giudicare un libro dalla copertina”, spesso disatteso. Ovviamente è un detto che ha un valore più generale ma anche rimanendo sul letterale, non mi nascondo dietro a un dito, un giudizio così veloce e superficiale l’ho fatto pure io, e spesso (il marketing esiste per quello). Coi libri di Elena Ferrante ad esempio, che quando vedo quelle copertine che fanno sembrare la saga de L’amica geniale un gruppo di romanzi Harmony io proprio non ce la faccio ad avvicinarmi: mi dispiace Edizioni E/O, sarà un problema mio (o anche no). Dal 2011 c’è anche chi giudica i dischi dalla copertina, ma in questo caso non si tratta di superficialità: sono gli organizzatori del concorso Best Art Vynil Italia a occuparsi di selezionare e far votare, tanto dal pubblico (People’s Choice Award) che da una giuria critica (Critic’s Choice Award), le migliori cover di vinili italiani, scandagliando a fondo il panorama musicale e non facendo distinzioni né di genere né di fama. Andare a scandagliare le classifiche permette di godersi vere e proprie opere d’arte, così come di curiosare fra il repertorio di artisti validissimi del variegato panorama indipendente: ovviamente io ho occupato un sacco di tempo andandomi ad ascoltare questa o quella band che non conoscevo, ed è così che mi sono imbattuto nelle canzoni di Julinko (e nella splendida cover del suo disco, che potete ammirare in alto).

Il progetto musicale di Giulia Parin Zecchin è uno di quelli che riesce ad attrarre grazie all’equilibrio fra gli opposti: una voce angelica e riverberi come se piovesse alternati a distorsioni e ritmiche rallentate tipiche del doom, mix che funziona e che rende le canzoni di Julinko un’esperienza ipnotica. Il primo disco autoprodotto, Hidden omens, arriva nel 2015 e già presenta in maniera scarna ed essenziale quegli stessi elementi sonori caratteristici: sette brani di un oscuro folk cantate e accompagnate alla chitarra da Giulia, con la collaborazione del polistrumentista Carlo Veneziano (autore anche di registrazioni, mix e master) che rimarrà un elemento stabile della squadra. Già l’anno dopo esce Sweet demon, prodotto in collaborazione con l’etichetta Tiny Speaker, dove la durata media dei brani comincia ad allungarsi, le distorsioni si prendono più spazio e la batteria si affianca alle percussioni, mentre è del 2018 l’Ep Ask ark (distribuito dal Ghost City Collective), registrato dalla sola Parin Zecchin e caratterizzato da atmosfere più eteree e sperimentali. Un’ulteriore evoluzione, frutto di tutte le vie esplorate in precedenza, avviene in Nèktar (uscito per Toten Schwan Records e Stoned To Death Records), in cui alla rodata coppia Parin Zecchin/Veneziano si aggiunge il basso di Francesco Cescato: a composizioni ariose come Spirit e la quasi esclusivamente acustica Servo si affiancano momenti più concitati (Leonard in particolare), mostrando una varietà che aiuta ad imprigionare l’ascoltatore in un mondo sonoro sempre più personale. A gennaio 2021 arriva l’ultimo (per ora) episodio della carriera musicale di Parin Zecchin, l’Ep No destroyer (distribuito in cd da Ghost City Collective e in cassetta da Dio Drone e Dischi Devastanti Sulla Faccia), registrato in solitaria durante la primavera 2020 per motivi che purtroppo conosciamo tutti bene: vale la pena di guardare i video dei due singoli estratti, No destroyer e Oh maiden, opere visive che ben si sposano con le atmosfere musicali di Julinko.

La traccia che ho scelto come ispirazione è The hunt, quinta traccia del disco Nèktar, una canzone ipnotica dall’incedere lento e inesorabile. Ho cercato di mantenere questa progressione nel racconto, facendomi suggestionare dalle parole del testo per rendere reale la storia di una coppia arrivata all’estremo limite della propria relazione, un punto in cui non rimane che distruggersi a vicenda per chiudere i conti col passato. Trovate il racconto subito dopo il brano, come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

La caccia

Sto camminando fra i ruderi dei nostri sentimenti quando incontro le tue tracce. Sono chiare e nette, segni sull’erba pesanti più della leggerezza con cui hai detto basta: se chiudo gli occhi e mi concentro posso ancora sentire le tue ultime parole sfiorarmi le orecchie, portate dal vento come gli ululati della bestie che siamo diventati.

Il prato è in disordine. Ovunque io posi lo sguardo ci sono detriti, sembra un teatro di guerra dopo il bombardamento. Ce la siamo fatta, la guerra, ma l’ultima battaglia deve ancora finire. Continuo a seguirti per un moto d’orgoglio: a nessuno di noi è mai piaciuta la sconfitta.

Reciti il ruolo della preda con la noncuranza con cui hai sempre vissuto la tua vita. Come spiegare altrimenti il sangue che trovo colante dai fili d’erba? Piccole gocce che lasciano una scia evidente, come se non t’importasse della rabbia che posso scatenarti addosso e che sai benissimo essere pronta ad esplodere. Potevi evitare i cocci di porcellana, i vetri infranti, invece ci hai camminato sopra con gusto, calpestando anche le due piccole figure in abito nuziale che, così sformate, ci assomigliano ancora di più.

Non ti è mai importato niente dei dettagli, dei piccoli gesti con cui cercavo di far funzionare le cose. Il tuo modo di sfuggirmi senza ansia mi sminuisce come i silenzi che mi dedicavi, uno diverso dall’altro: non sei abbastanza, sei troppo, non sai distinguerti. Mi chiedo perché farti cambiare idea anche se non ti voglio più, ma è un pensiero fugace che mi lascio indietro con l’indifferenza che ho imparato da te: ora che la caccia è iniziata conta solo quella, l’istinto primario della sopraffazione.

Io sono migliore di te. Non frantumo il ricordo dei nostri momenti migliori mentre metto un piede avanti all’altro. Mantengo la concentrazione sul mio scopo, colpirti quando meno te lo aspetti, quando penserai che il passato è alle spalle: solo così farà più male. Potrebbero perfino eccitarti i miei movimenti sinuosi, ricordarti di un tempo in cui la nostra passione non si sprecava solo nell’odio. Sembrano passati millenni.

Eccoti, finalmente. Appari come un faro tra le ombre della notte, la concentrazione rivolta verso chissà cosa davanti a te. Non senti i miei passi, il mio respiro. Proverei pena nel vederti così inerme se non conoscessi tanto bene il veleno che ti scorre nelle vene: penetrerà nel terreno e lascerà morto tutto ciò che sta intorno, ma è un sacrificio che sono pronto a compiere.

Ti metto il coltello alla gola, mi metti il coltello alla gola, ma siamo troppo distratti per accorgerci della lama che preme contro la nostra pelle, troppo intenti a massacrarci per essere ancora capaci di provare pietà.

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Se vuoi suicidarti fallo per bene, o come James Gunn è riuscito a fare il miglior film del DC Universe

Io voglio un sacco di bene a James Gunn. Ho scoperto l’esistenza del regista di St. Louis solo all’uscita del suo terzo film, quel Super – Attento crimine!!! che era riuscito ad avere nel cast gente del calibro di Kevin Bacon ed Ellen Page, ma ho presto recuperato anche Slither, horror divertente e splatteroso in cui dimostrava di avere un modo personale e vagamente trash (dopotutto viene dalla scuola Troma, per cui ha realizzato un classico della casa cinematografica come Tromeo and Juliet) di affrontare le narrazioni. Non so cos’abbia visto in quei film la dirigenza della Disney-Marvel, ma la loro scelta di scommettere su Gunn per la regia di Guardiani della Galassia ha decisamente fruttato: la sua follia si è ben sposata con la storia di un team di supereroi che comprendeva un procione geneticamente modificato (Rocket Racoon, “interpretato” dal fratello del regista Sean Gunn e doppiato in originale da Bradley Cooper) e un albero umanoide senziente (Groot, doppiato nelle sue poche e iconiche frasi da Vin Diesel), e io me lo sono goduto nonostante lo abbia visto in inglese sottotitolato in francese e fiammingo (lunga storia) e nonostante il Marvel Universe lo abbia seguito da lontano e con poca fiducia, soprattutto al cinema (l’unica altra eccezione è stata Ant-Man, e solo per la presenza alla regia, almeno fino a che non l’hanno fatto fuori per divergenze creative, di Edgar “Shaun of the Dead” Wright).

Con questo curriculum sarei dovuto andare ad occhi chiusi a vedere il suo The Suicide Squad, momentanea fuga nell’universo dei cinecomic DC a seguito del licenziamento da parte della Disney per alcuni tweet di una decina di anni prima (licenziamento poi revocato, anche grazie a una presa di posizione del cast che gli permetterà di essere al timone anche del terzo capitolo dei Guardiani della Galassia). Invece sono entrato in sala con mille dubbi, tutto per un errore che non avrei dovuto fare: pensare che guardare il Suicide Squad diretto da David Ayer fosse in qualche maniera necessario, nonostante tutte le recensioni che ne parlavano male quando non malissimo.

Suicidarsi male

Ayer ha una carriera da regista e sceneggiatore che non lo fa per forza rientrare fra i miei preferiti, ma aver scritto quella perla di Training Day gli dà perlomeno una certa credibilità, abbastanza da permettermi di pensare che il suo personale contributo al più che altalenante universo DC non potesse essere poi così brutto. Voglio dire, se hai un sacco di soldi a disposizione, un cast che comprende star del calibro di Will Smith e Margot Robbie e una trama che prevede la collaborazione forzata fra alcuni dei più sottovalutati (cinematograficamente parlando) nemici di Superman e Batman (più Joker, che fa storia a sé) la maggior parte del lavoro dovrebbe essere già fatta, no?

No.

Suicide Squad invece fa almeno un paio degli errori più grandi che si possano fare in un film del genere. Il primo è trasformare i cattivi in buoni, ma buoni buoni a tutto tondo tanto che ti chiedi “perché erano in prigione questi innocui e simpatici guasconi?” Il Deadshot di Will Smith, sulla carta un sicario senza scrupoli, passa tre quarti del film a salvare gente di cui non dovrebbe fregargliene niente e a mostrarci i suoi dilemmi morali da buon padre di famiglia (quale supercattivo, con Batman nel mirino, lo risparmierebbe solo perché se no SUA FIGLIA CI RIMANE MALE?), ma riesce a fare un figurone rispetto a personaggi scritti col minimo impegno possibile come “piangina” Diablo, “quota comica” Captain Boomerang, “bestione standard” Killer Croc e “buono costretto a fare il cattivo ma con in realtà un cuore d’oro” Rick Flag (che perlomeno non è un villain, ma un militare). Discorso a parte lo meritano la Harley Quinn di Margot Robbie e il Joker di Jared Leto, che risultano talmente eccessivi da essere quasi fuori contesto in un cast di attori impagliati, e soprattutto il secondo è risultato uno dei bersagli preferiti dai critici per il suo overacting dall’inizio alla fine, un’umiliazione unanime che non mi ha permesso di giudicarlo in maniera oggettiva: si potrebbe pensare anche a un accanimento per la differenza enorme che intercorre fra il suo modo di interpretare il personaggio e quella di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro, ma contando che Joaquin Phoenix pochi anni dopo nello stesso ruolo si è portato anche lui a casa un Oscar viene il dubbio che no, l’ha proprio affrontato male.

L’altro enorme errore è stato quello di cercare l’empatia del pubblico verso i suoi protagonisti senza mettergli contro una sfida degna di questo nome. Al di là del fatto che non si capisce esattamente perché venga messa insieme la squadra (l’Amanda Waller di Viola Davis parla di una non precisata minaccia alla Terra, ma quella minaccia arriva concretamente da Incantatrice, uno degli “eroi” assoldati da lei) la loro missione rimane oscura fino a più di metà film, quando si scopre che era…boh, mettere in salvo da un palazzo Waller che non si sa né come né perché fosse finita lì? C’è una confusione totale, e quando finalmente Deadshot e compagni arrivano, arrancando, allo scontro finale il pathos sta a meno di zero. Davvero, raramente mi è capitato di avere così poco interesse nell’evolversi della battaglia finale: gli antagonisti non mi avevano dato abbastanza motivazioni per sperare in una loro sconfitta, i protagonisti sono arrivati a “fare la cosa giusta” in una maniera talmente didascalica e forzata da rendermeli ancora più antipatici, ci mancava solo un epilogo che portasse l’happy ending per tutti…che puntualmente arriva, tranne forse per “quota comica”.

Pioggia + espressioni assorte = epicità (magari)

Ho sentito parlare spesso ultimamente di una legge non scritta riguardante le canzoni famose nei film: più la pellicola è brutta, più ci saranno stacchi sonori a ricercare l’enfasi che le immagini e la sceneggiatura non sono riusciti a ricreare (un esempio magistrale è l’ultimo Cinquanta sfumature di…e non chiedetemi perché l’ho guardato). Suicide Squad segue questa regola aurea del nascondere sotto il tappeto (sonoro) le mancanze, riempiendo di musiche arcinote le scene madri ma senza riuscire a creare enfasi in nessun caso, perché il tono è quello di questa scena: esaltazione di personaggi che non fanno niente in tutto il film per cui entusiasmarsi.

Dopo aver visto il suicidio operato con quella pellicola le mie aspettative verso il film di Gunn (nonostante recensioni entusiastiche come questa) si erano notevolmente ridimensionate. Come si fa a fare un bel film con simili premesse? Probabilmente in una sola maniera: facendo tutto (o quasi) il contrario.

Suicidarsi bene

Per quanto Guardiani della Galassia fosse un gran bel film, godibile e pieno di ritmo, era ovvio che nel multiverso Marvel notoriamente privo di emoglobina (soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Topolino) Gunn non avrebbe potuto sfoderare appieno la sua vena più trash, una propensione all’effettaccio sanguinolento che, vale la pena ribadirlo, non inficia minimamente il coinvolgimento emotivo verso le sue storie (tanto che considero il finale di Super uno dei più strazianti che mi sia capitato di vedere). Alla DC non è che siano mai stati di manica molto più larga con la violenza, ma contando che il film più acclamato del loro universo cinematografico è probabilmente Acquaman, personaggio su cui non avrebbe puntato nessuno prima che Jason Momoa gli donasse uno spessore (nel senso muscolare del termine) che non aveva mai avuto su carta, i vertici dell’azienda devono aver pensato che potevano anche provare qualcosa di diverso. E James Gunn era l’uomo giusto a cui chiedere un cambio di rotta.

I titoli di testa di The Suicide Squad partono dopo una decina di minuti scarsa, prima dei quali è già successo abbastanza da ripagare i soldi del biglietto. Gunn assolda gli amici Michael Rooker e Nathan Fillion, li piazza dentro la squadra suicida (che ci tiene a cambiare nome perché quello vecchio ha una brutta fama…e ogni riferimento al film di Ayer è puramente voluto) e li manda in missione dopo cinque minuti di film senza presentazioni inutili. Che bisogno hai di farle quando hai una donnola gigante fra gli “eroi”?

Eroe

La missione gioca con tutto l’immaginario da “esportatori di pace” degli Stati Uniti. Ci sono una piccola nazione sudamericana in cui un golpe ha fatto salire al potere generali ben poco amichevoli verso l’occidente tutto e una potenziale arma di distruzione di massa da distruggere prima di subito, nonché un ruolo oscuro dei servizi segreti che verrà approfondito col progredire della pellicola: niente di troppo elaborato, semplice da capire, così si può passare subito all’azione. E dopo il primo bagno di sangue Gunn ci fa vedere che ha barato un po’ con la premessa, perché ci sono altri eroi da presentare e sono quelli davvero importanti, ma comunque senza sbrodolamenti eccessivi. L’unico che si prende un minutaggio maggiore per essere inquadrato, in quanto leader involontario della banda, è il Bloodsport di Idris Elba, un sicario che non sbaglia un colpo al pari del personaggio di Will Smith nella pellicola del 2016, ma mille volte più credibile: le motivazioni che lo spingono ad accettare la proposta di Waller (fra i pochi ritorni dalla prima pellicola, assieme a Joel Kinnaman/Rick Flag, Jai Courtney/Captain Boomerang e l’immancabile Margot Robbie nei panni sempre più amati di Harley Quinn) sono le stesse di Deadshot (figlia da difendere), ma il rapporto padre-figlia dà luogo a un confronto acceso e spassoso che ti fa amare entrambi dopo pochi secondi. Poi arrivano l’altezzoso Peacemaker di John Cena, la narcolettica Ratcatcher 2 di Daniela Melchior, l’indecifrabile e depresso Polka-Dot Man di David Dastmalchian e…Nanaue, uno squalo antropomorfo e parlante (a cui nell’originale dà la voce nientemeno che Sylvester Stallone), che dà prova delle sue capacità intellettive presentandosi mentre legge un libro al contrario. Tempo zero e sono inviati anche loro a Corto Maltese, sull’altro lato dell’isola rispetto al primo plotone di supereroi, dove fra battibecchi e massacri puntano giusto con qualche minima deviazione verso il loro obiettivo.

Gunn ha l’incredibile abilità di farci affezionare ai personaggi lasciandoli semplicemente agire, mostrandoli non come dei cattivi in cerca di redenzione ma come una banda di psicopatici che trova motivazioni lungo il percorso. Non c’è una vera e propria spalla comica (anche se Nanaue è chiaramente pensato per quel ruolo) perché tutti nella Suicide Squad fanno divertire alla loro maniera scorretta ed esagerata, grazie a dialoghi costruiti su botta e risposta continui e interpretazioni riuscite: Cena ed Elba hanno la fisicità e la presenza scenica adatta a rendere credibile il loro scontro fra maschi alpha, Melchior è di un’innocenza adorabile, Dastmalchian ha negli occhi il giusto mix fra pazzia e stanchezza per rendere al meglio un personaggio a cui ne sono capitate davvero troppe nella vita (ibridato con un’entità aliena dalla madre scienziata, è costretto ad espellere due volte al giorno delle sottospecie di pois multicolori corrosivi per evitare di venirne distrutto) e Robbie, liberata dal peso di avere attorno un gruppo di malmostosi, vede finalmente integrata nel gruppo la sua follia anarchica. Persino l’odioso Rick Flag di Kinnaman qui diventa un personaggio per cui è piacevole fare il tifo, il che è un risultato incredibile vedendo il prequel.

A certe regole, però, non si sfugge

The Suicide Squad, sia chiaro, non evita di sottostare al dogma dei “personaggi cattivi che fanno la cosa giusta”, ma prepara il momento al meglio per fartelo pesare il meno possibile. Si prende il suo spazio durante tutta la pellicola per raccontare la storia di qualche personaggio, giusto di quelli che gli interessano per creare una motivazione credibile, poi torna a fare casino e riporta alla luce quegli intermezzi quando più gli serve. E il casino, al di là della violenza macchiettistica piacevolmente esibita e allo stesso tempo ridicolizzata (come nel caso della sfida all’omicidio più creativo fra Peacemaker e Bloodsport), è orchestrato con un’estetica di assoluto livello, fra sparatorie dove il sangue si mischia ai fiori e scazzottate filmate attraverso una superficie riflettente. Gunn diverte e si diverte, sembra non prendersi sul serio ma fa sul serio, cura ogni dettaglio e arrivati alla fine delle due ore abbondanti di pellicola sembra di essere appena entrati, vogliosi di averne ancora. Anche l’utilizzo delle musiche (di taglio mediamente più indie, vedi la presenza di Hey dei Pixies) è calibrato sull’ironia del film, sparate a mille in momenti che non servono per rendere epici i protagonisti ma a sottolineare la loro improbabilità come eroi: sono i più sacrificabili che hanno trovato per fare un lavoro sporco, e tant’è.

Ci sarebbero mille altre cose da dire ma preferisco non esagerare con le informazioni, per non incorrere in spoiler e per lasciarvi il piacere di scoprire tutte le chicche della pellicola da soli. Andare a vederlo al cinema, oltre che per l’esperienza visiva, sarà anche un modo per convincere i piani alti della DC a mollare i loro film “soffertoni” (termine rubato al mitico Leo Ortolani) e puntare su questo modo di fare i film di supereroi libero, anarchico e non meno coinvolgente. Al momento, sempre in tema di suicidio, il film di James Gunn lo è commercialmente, perché a fronte di una spesa di 185 milioni di dollari non si è ancora nemmeno andati in pari con gli introiti (Sucide Squad di Ayer, và com’è strano il mondo, è invece uno degli incassi maggiori del franchise). Non dico che dobbiamo fare una colletta con quel che succede nel mondo, ma se vi avanzano i soldi per il cinema andate nelle sale che lo proiettano e portateci anche i bambini: non può fargli male quanto il film dei Me contro te.

Nanaue, il migliore amico negli incubi dei vostri figli

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Racconto in musica 67: Il poeta assassino (HO.BO. – Psalm)

Di solito in questo cappello introduttivo mi ritrovo a spiegare come ho scoperto l’artista di cui si parlerà (vi siete accorti che mantengo un sacco di suspence prima di svelare un nome che è scritto bello grosso nel titolo dell’articolo?) e/o presentare lo scrittore ospite. Ma che succede se ho già parlato della resident band della settimana, e ho pure già ospitato colui che mi ha donato il suo racconto? Succede che questo cappello introduttivo dura meno (qualcuno dirà Allelujah! e qualcuno dirà Nooooooo) e passo subito a ri-presentarvi Danilo Di Prinzio e il gruppo che ha ispirato la sua penna (tastiera), ovvero gli HO.BO.

Non sono passati nemmeno due mesi da quando Danilo è stato gradito ospite di queste pagine, associando il suo racconto Gemme ad una canzone dei Requiem for Paola P. Come Stefano Tarquini prima di lui ha deciso di tornare a supportare la causa della musica bella e indipendente, e io non posso che essergli grato e consigliarvi di andare a recuperare gli innumerevoli suoi racconti apparsi sul web (e che trovate comodamente elencati nel primo link poche righe sopra).

Gli HO.BO. da queste parti sono invece passati a novembre 2020, quando mi imbattei fortuitamente nel loro A man with a gun lives here. Formatisi a Biella nel 2017 dall’incontro di vari musicisti già attivi in altre band della zona (Samuel Manzoni – voce e chitarra, Andrea Bertoli – piano, farfisa e wurlitzer, Filippo Sperotto – chitarra elettrica, chitarra acustica e cigar-box guitar, Mattia Rodighiero – batteria, Edoardo Perona – chitarra elettrica, Marco Tommaso – basso, banjo, home-made double bass e armonica), gli HO.BO. si ispirano alle atmosfere folk-blues più oscure del panorama statunitense, e già nel nome omaggiano la libertà dolente degli hoboes, i vagabondi per scelta che ancora oggi si possono incontrare in viaggio per le sterminate strade degli States. Il loro esordio discografico arriva nel 2019, 2/10, licenziato da NOSTUDIOREC (il loro personale studio di registrazione), La Mansarda e Kono Dischi, etichetta quest’ultima che li affiancherà anche nel 2020 (assieme alla sempre meritevole I Dischi del Minollo) per l’uscita del secondo album a strettissimo giro di posta, il già citato A man with a gun lives here, il tutto inframezzato dall’uscita di una versione alternativa del brano Lord, please tell us the truth con la collaborazione del chitarrista irlandese Tom Portman. Due dischi in pochissimo tempo possono prosciugare la linfa creativa di una band, ma gli HO.BO. dimostrano di avere molte frecce al proprio arco: tracce come Muddle-headedness e The strange story of Jones McCarthy and Tom Burke già lasciano presagire il mood del secondo album, ma l’atmosfera unica e le storie senza lieto fine che compongono A man with a gun lives here arrivano a vette che in Italia sono state toccate probabilmente solo dai Dead Cat In A Bag, il cui vocalist Luca “Swanz the lonely cat” Andriolo non per niente è ospite nella parentesi bluegrass di A tiny man called Smith.

Psalm è la settima traccia di A man with a gun lives here, una sorta di spiritual crepuscolare con un testo scarno ma denso di suggestioni Proprio a questo brano si è ispirato Danilo per il suo racconto, allargando la prospettiva e rendendoci partecipi dello strazio interiore di un poeta assassino, una storia che affonda le sue radici nei concetti di colpa e perdono biblici e si fa forza di un’atmosfera eterea ed inquietante al tempo stesso, come lo è il delitto di cui si macchia il protagonista. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il poeta assassino, di Danilo Di Prinzio

In una prigione lontana c’è un poeta assassino, uno che ha ucciso la moglie – in quanti modi si può uccidere? – mentre lei lo guardava dentro una luce mistica di follia e dolore, sentendosi come inchiostro di un tempo in cui intingere il nulla della memoria e forse del riscatto…

La sera si mette alla finestra e recita. Dopo cena un gruppo di discepoli si raduna lì sotto, lungo il muro di confine, macerati dall’esistenza, tute macchiate di sudore, e in coro con il poeta assassino cantano come antichi aedi accompagnati dal suono di una chitarra. Qualche passante indugia e si ferma nell’oscurità addensata che è oramai quasi estate, ascolta quelli che sarebbero morti, come morti lo sarebbero stati anche loro, li ascoltano cantare del cielo e di come sono stanchi e del barbaro silenzio dell’universo. E nell’intervallo fra canto e canto una voce profonda e triste, uscita dall’ombra frastagliata che dall’albero di Giuda si protende verso il lampione all’angolo, guaisce come bestia al macero.

«Pochi giorni ancora, e poi faranno fuori il più grande poeta del dolore!»

A volte durante il giorno il poeta assassino si mette a recitare solo ma di solito, dopo un po’, due o tre ragazzini straccioni o degli operai con dei cestini per il pranzo si fermano davanti al muro di confine. I vecchi nel bar di là della strada, a riposo sulle loro seggiole, lo odono sopra il rumore debole del loro masticare.

«Un altro giorno, poi non ci sarò più! Chi può aiutarmi se Tu mi hai abbandonato, se nemmeno Dio può farlo?», dice. «Il miracolo alle volte è non permettere che qualcosa accada, basterebbe soltanto questo… Basterebbe…», dice. «Invece di tingere marmi con la porpora, d’incastrare il cielo in macchie verginee, baluginanti messaggi d’allarme… Basterebbe alle volte non fare nulla», dice.

Sotto alla finestra centrale del carcere di cemento, dove è appoggiato il poeta assassino – soprannomi, perché la verità è luce accecante che costringe a volgere lo sguardo altrove – una fila di teste incassate fra le scapole, nude o col cappello, innalzano le loro voci in armonie, tristi e profonde nella notte insondabile, cantando di cielo e silenzio. Sul muro di confine, sbarrato e inciso, l’ombra a chiazze dell’albero di giuda rabbrividisce e pulsa, mostruosa, anche se non c’è quasi vento. Ricco e triste è il canto dei discepoli, che accompagna il suo lamento.

«Un altro giorno! Non c’è posto per te in paradiso! Dove vai? Dove vai ramingo su riarsi deserti?»

Ed è qui che lo sente, e tutti all’improvviso scompaiono, sente quella voce di sottile silenzio, lacerante il foglio randagio della legge, dell’odio, del fratello risentito dal ritorno, dalla festa inspiegabile del padre…

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Di tensioni insopportabili e patriarcato: Una donna promettente

C’è una fase di Una donna promettente in cui non succede nulla di rilevante. La storia prende la strada della rom-com, i personaggi flirtano, si fanno sorrisini e tutto sembra andare per il meglio. È un trucco vecchio come il mondo quello di mostrare la calma prima della tempesta, lo so io come lo sa la regista e sceneggiatrice Emerald Fennell, eppure mai come in quella porzione di film ho sperato che davvero le cose andassero lisce così fino al termine della pellicola, che il finale potesse essere qualcosa di inaspettato e probabilmente deludente ma almeno gioioso, vitale.

È un film che mette a dura prova Una donna promettente, raramente ti mette a tuo agio nonostante strappi più di una risata a denti stretti. È la storia di Cassie (Carey Mulligan), trentenne che, a dispetto del titolo, sembra avviata verso un futuro tutt’altro che promettente: ha un lavoro in una caffetteria malpagato e che svolge col minimo entusiasmo possibile, vive ancora in casa dei suoi genitori e all’orizzonte non c’è nessun uomo con cui convolare a nozze. Se il successo si basa su casa, lavoro e famiglia Cassie è decisamente in ritardo sulla tabella di marcia, ma per lei sono altre le cose importanti.

Cassie ha infatti una doppia vita, rimarcata anche dalla fotografia della pellicola: le sue giornate fatte di colori pastello, tanto sul luogo di lavoro quanto negli abiti che indossa, si alternano a notti in cui indossa vestiti provocanti, trucco abbondante e bazzica i locali barcollando in preda ai fumi dell’alcool… O almeno è ciò che pensano gli ignari che la abbordano, scoprendo loro malgrado che la principessa da salvare è ben più lucida di quanto pensavano, e che loro come principi azzurri lasciano decisamente a desiderare.

Il film di Fennell ha il pregio di avere un incipit decisamente originale ma di non limitarsi a quello. Le motivazioni che spingono Cassie a lasciare in pausa la sua vita pur di umiliare (e, se vogliamo, rieducare) una moltitudine di esemplari di “maschio tossico DOC” hanno radici profonde, e il caso (nella persona dell’ex compagno d’università Ryan, interpretato da Bo Burnham) ci mette lo zampino per darle modo di alzare la posta e cercare di fare i conti una volta per tutte col passato. Nel suo percorso ci si stupisce di quanto sia terribile il mondo che le ruota attorno, piegato alle regole del patriarcato tanto da avere anche donne a difenderlo strenuamente, eppure allo stesso tempo si è portati a pensare che con la lunghissima lista di notti passate ad adescare potenziali stupratori è un miracolo che Cassie sia ancora viva o, quantomeno, illesa.

Quella di Una donna promettente è una storia di violenza raccontata senza abusare della stessa. Lo stupro che porta Cassie a compiere la sua missione non è mai mostrato, e persino la vendetta compiuta dalla protagonista è sempre psicologica più che fisica, un particolare quest’ultimo che lo avvicina a un’altra pellicola indipendente degli ultimi anni, cioè Hard candy di David Slade. In entrambi c’è una protagonista meno inerme di quanto possa sembrare, un carnefice a cui far confessare i propri errori e in entrambe addirittura si prega la vittima di fermarsi per “il proprio bene” (bellissima la battuta con cui Ellen Page/Haley rimette al proprio posto Patrick Wilson/Jeff nel film di Slade: “Stai cercando di convincermi a non castrarti per il mio bene!”). In entrambi, purtroppo, chi vuole fare giustizia non la può ottenere per sé.

La parte degli spoiler

In Hard candy la protagonista è una quattordicenne che finge di farsi adescare da un pedofilo per trovare in casa sua le prove di un omicidio: si capisce ben presto che la sua innocenza, ciò di cui viene privata ogni vittima di pedofilia, è ormai persa anche se non sappiamo né come né quando. In Una donna promettente per ottenere giustizia Cassie è invece costretta a mettere in gioco la sua stessa vita perché, come spiega benissimo Xena Rowlands in questa recensione, quando si tratta di violenza sulle donne serve troppo spesso un cadavere perché la giustizia faccia il suo corso.

Lungo tutto il film Cassie cerca di far capire alle persone cosa stanno sbagliando o dove hanno sbagliato, con modi a volte inquietanti ma senza mai travalicare nella violenza fisica, e tutto quello che ottiene è scontrarsi contro un muro di deresponsabilizzazione. Nessuno ammette di avere sbagliato, ci sono sempre un ma o un però a limitare qualsiasi ammissione di colpa e alla fine, quando sente l’uomo che ha stuprato la sua migliore amica Nina lamentarsi della pressione che ha dovuto sopportare a causa di un’accusa reale, Cassie passa per l’unica volta alle vie di fatto, soccombendo nel tentativo di farsi giustizia da sé. Prima ho accennato al fatto che sembri strano vederla ancora incolume nonostante i suoi trascorsi notturni, e penso sia una scelta voluta: quando finisce la lunghissima scena dove Cassie viene soffocata a morte capiamo cosa ci aspettavamo le succedesse fin dall’inizio, e comprendiamo quanto è orribile un mondo dove cose del genere sono percepite come il normale andamento delle cose.

Una donna promettente è un film sul consenso in un ambito diverso da quello messo sotto ai riflettori dal movimento #metoo ovvero quello della vita di tutti i giorni, un ambiente in cui ancora nel 2020 un comune riesce a sbagliare totalmente comunicazione nel proporre una campagna anti-stupro e siamo tutti rinchiusi in bolle talmente strette che non ammetteremmo una colpa neanche sotto tortura, abituati come siamo a essere spalleggiati qualunque cosa facciamo. Il film mostra bene tutti questi processi mentali, dal “se l’è andata a cercare” al “succede continuamente, mica sarà sempre vero”, una frase quest’ultima mutuata dal discorso che la rettrice dell’università in cui Nina e Cassie studiavano pronuncia a mo’ di giustificazione, mostrando come i dieci anni passati dallo stupro non abbiano cambiato niente: il patriarcato fa rima con omertà, e nessuno vuole parlare di vicende scomode.

Alla fine Cassie giustizia la otterrà, una giustizia postuma pianificata con spirito quasi da martire, e se non fosse per le dichiarazioni della stessa regista verrebbe da pensare che è proprio un martirio quello che la protagonista si accinge a compiere quando decide di affrontare lo stupratore della sua migliore amica. Il finale è stato criticato per mille motivi, dalla troppa violenza (a mio avviso funzionale e non voyeuristica) alla risoluzione “ottimistica” con cui si chiude una vicenda basata sull’incapacità della protagonista di cambiare le cose: io penso che non sia nel termine della vicenda che bisogna ricercare un senso al film in toto, ma che la tesi che Fennell vuole esprimere sia già scritta a caratteri cubitali lungo tutta la trama e cioè che, al di là di come finisca la storia singola, c’è un sistema patriarcale che va assolutamente smantellato per il bene di tutt*.

Se il film funziona così bene è merito anche di un cast di assoluto rilievo. Mulligan è una Cassie eccezionale, sarcastica e cinica ma capace anche di mostrarsi fragile quando serve: attorno le si muovono attori e attrici di spessore in parti minori ma caratterizzate benissimo, dalla ex compagna d’università interpretata da Allison Brie (prima vittima della vendetta organizzata da Cassie) all’avvocato pentito di un sempre sontuoso Alfred Molina, passando per i camei di Adam Brody e Christopher Mintz-Plasse (per sempre McLovin) nei panni diversissimi ma egualmente sgradevoli di due potenziali stupratori. Una donna promettente non è un film perfetto, ma ha il coraggio di andare dritto per una strada scomoda e di scatenare riflessioni nello spettatore: andate a vederlo, anche se la poltrona vi sembrerà parecchio scomoda.

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Racconto in musica 66: Fate il vostro gioco (Julie’s Haircut – Romancing the gun)

Ho un ricordo sfocato ma rimasto impresso nella mia mente, quello di un concerto nella ridente cittadina di Castano Primo nei primi anni 2000. Ero all’ennesimo concerto dei P.A.Y. (di cui potete leggere qui) e assieme a loro suonava un gruppo di cui avevo già sentito qualcosa in radio (e con radio intendo Radio Lupo Solitario, emittente del varesotto che in quegli anni mi ha formato musicalmente) e che aveva collaborato, nella persona di tal Superlove, all’ultimo disco della punk band di Samarate. Quella band la incrociai anni dopo con un video su Flux, canale sperimentale di cui non ho mai capito la genesi ma che, santiddio, riusciva a far passare gli Ufomammut in televisione e questo mi basta per ringraziare chiunque lo abbia creato: il video era questo, ne rimasi folgorato e mi ripromisi di recuperare quanto prima qualcosa di loro… Ma non lo feci. Dovettero passare altri anni prima che l’ultimo incrocio del caso me li riportasse davanti: A night like this 2017, uno dei più bei festival italiani, ancora i Julie’s Haircut sul palco e un viaggio sonoro memorabile con tanto di video proiettai per ogni canzone. Ci ho messo un sacco, ma da allora non me li perdo ogni volta che posso vederli.

Formatisi nel 1994 in provincia di Modena grazie all’incontro fra Nicola Caleffi (chitarra, tastiere, basso, voce) e Luca Giovanardi (inizialmente alla batteria, poi polistrumentista anche lui), i Julie’s Haircut debuttano cinque anni dopo con Fever in the funk house, uscito per l’etichetta Gamma Pop Records con cui tre anni dopo porteranno alla luce Stars are never looked so bright. Caratterizzati da un suono che mischia rock’n’roll, garage, noise e anche un po’ di pop (non so perché ma a me è sempre venuto da definirli “i Sonic Youth italiani”, il che è ancora più strano se si conta che ho palesato la mia ignoranza sulla band statunitense giusto settimana scorsa), il gruppo emiliano in questo periodo è ancora ancorato a una forma canzone abbastanza standard, una situazione destinata a cambiare presto. Nel 2003 firmano per la Homesleep Records (purtroppo non più fra noi), pubblicando nello stesso anno l’album Adult situations che è anche il primo a ottenere una distribuzione internazionale: la collaborazione con l’etichetta porta all’uscita nel 2006 anche di After dark, my sweet, il disco in cui è presente Satan eats seitan e che mi fa drizzare le orecchie per la seconda volta, perché qui si espande l’interesse della band per composizioni alternative alla forma canzone più classica, scelta che porterà con gli anni verso trip psichedelici sempre più appaganti. Nel 2009 è l’etichetta pugliese A Silent Place a far uscire il loro quinto album, Our secret ceremony, disco per la cui promozione partono in tour con i Mariposa di Enrico Gabrielli, il “Concerto grosso” durante il quale i fortunati partecipanti (non sono stato fra questi, faccina triste) potevano accaparrarsi un cd-r contenente la cover di It’s about the time di Miles Davis registrata da entrambe le band, un brano inedito dei Mariposa e una reinterpretazione del tema di Escape from New York di John Carpenter ad opera dei JH: se ce l’avete tenetevelo stretto. Il periodo successivo è fatto di progetti paralleli di alto livello, come la rilettura dal vivo del disco Transformer di Lou Reed nel 2010, commissionata loro dal comune di Carpi (alla cui giunta di allora va tutta la mia stima, soprattutto se penso che alla rassegna musicale di Vigevano di quest’anno c’è Umberto Tozzi) ed eseguita con diversi ospiti alla voce fra cui Violante Placido, Giovanni Gulino dei Marta sui tubi e Angela Baraldi, e un omaggio ai Joy Division in quel di Reggio Emilia, con il membro originale della band Peter Hook al basso. Dopo un singolo in cui rileggono The tarot dalla colonna sonora de La montagna sacra di Alejandro Jodorowski e O Venezia Venaga Venusia dal Casanova di Federico Fellini (opera di Nino Rota), dimostrando ancora interessi cinematografici da applausi, i Julie’s Haircut anticipano con un Ep (The wildlife variations, 2012) e uno split con i Cut (Downtown love tragedies, 2013) il loro passaggio alla Woodworm, etichetta che nel 2013 licenzia, in collaborazione con Santeria, il sesto album della band Ashram equinox, un disco completamente strumentale che porta ancora più in là il discorso sperimentale della band.

Negli anni successivi i Julie’s Haircut firmano per l’etichetta inglese Rocket Recordings per cui pubblicano altri due splendidi dischi, Invocation and ritual dance of my demon twin nel 2017 e In the silence electric nel 2019, inframmezzati dall’uscita (sempre nel 2019) di Music from The last command, album realizzato su invito del Museo nazionale del cinema in cui sonorizzano la versione restaurata del film muto di Josef Von Sternberg del 1928. Nella band si sono succeduti svariati membri, ma dal 2010 oltre ai due fondatori sono presenti in pianta stabile Andrea Scarfone (basso, chitarra e synth, presente dal 2005) Andrea Rovacchi (tastiere e percussioni, arrivato nel 2006) e Ulisse Tramalloni (batteria): ha terminato invece da poco la sua collaborazione con la band, iniziata nel 2015, la sassofonista Laura Agnusdei, alle cui note devo molti trip mentali durante i live, per cui a chiunque graviti nei dintorni di Roma consiglio di non perdersi l’esibizione congiunta del primo agosto a Villa Ada, che di concerti ne abbiamo bisogno e quelli spettacolari a perderli si fa peccato.

Romancing the gun è un brano presente nella sonorizzazione di The last command, film che ingenuamente ammetto di non conoscere e di cui, va da sé, ignoro completamente la trama (sì, avrei potuto informarmi, ma nella società della performance ammettere i propri difetti è pur sempre rivoluzionario, nel precedente articolo ho pure fatto un errore con l’asterisco): il film che mi sono fatto io ascoltandola ha invece portato al racconto che troverete in basso, una storia d’amore in disfacimento che porta la coppia protagonista ad organizzare un finale a sorpresa. Potete leggerlo subito dopo il brano che l’ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Fate il vostro gioco

Lei è sensualità da vestito rosso e scarpe con tacco vertiginoso, polpacci slanciati in alto e culo armonioso. Spacco sulla schiena, pelle ambrata che profuma di rosa, capelli mossi a occultare quel tanto che basta da invogliare lo scostamento della chioma.

Lui è eleganza e tradizione, giacca camicia e cravatta, sì, ma allentata, particolare trasandato ad evidenziare la trasgressione. Rasato di fresco, dopobarba dall’aroma legnoso, non un taglio sulla mascella squadrata che ha levigato con attenzione.

Preparativi laboriosi, accanimento terapeutico dell’ego dopo mesi di tv, divano e pigiami orrendi. Non c’è altro da vedere che le macerie della routine, e allora un giro di giostra per ricordarsi di esser belli, di esser stati belli, di esser stati belli insieme.

Tavola pronta con candele e bicchieri affusolati, piatti in porcellana e posate argentate. Servizio buono comprato per l’occasione, quello d’acciaio riposa in un cassetto ché l’inox non fa bene all’eros, men che meno all’amore. Spumante in fresco, bollicine a ispirare brio e niente acqua ad annegare le occhiate maliziose, i sorrisi velati.

Il liquido si posa in due calici pronti a spiccare il volo, destinati a incontrarsi a mezz’aria in un tintinnio di complicità. Lei lascia tracce di rossetto meno nette di quanto vorrebbe sul vetro cristallino, lui sente tracce di un bruciore alle viscere che gli è amico da quando esagera col vino. Dettagli trascurabili, esteriori e interiori, solo finché si riesce ad ignorare che siano segnali.

C’è una musica lieve nell’aria, percussioni accennate, note malinconiche di fiati: armonia adatta alla danza con corpi stretti, languidamente abbracciati. Movimenti studiati, aliti che si sfiorano e piccoli baci rubati, a chissà chi poi, forse agli amanti che una volta sono stati e che regalerebbero quei simboli di una passione sopita che vorrebbe ardere ancora. Volteggi sinuosi, sempre più lenti, il distacco pare naturale quanto il trovarsi seduti con le mani intrecciate, occhi negli occhi, anime avvinghiate.

Che è finita lo sanno, non c’è più niente da fare, ma come lasciarsi andare via? Meglio un gesto teatrale che lo sfinimento delle parole, il logorio dei silenzi che svuotano di senso le orecchie, i gesti ripetuti che non saranno mai all’altezza dell’ideale che non riescono a rappresentare. Sulla tavola un coperchio lucente li riflette come sono ora, distorti elementi di un romanticismo che invita ad un colpo di scena.

Una cena speciale per un’occasione da ricordare, quella degli ultimi sguardi prima di iniziare a cancellarsi, l’una dall’altro e anche dal mondo intero. S’alza il coperchio ed ecco la portata principale, nera, lucida e latrice di una promessa definitiva, nel senso di mortale, ma pur sempre una promessa e ci si può accontentare.

Porta per primo lui la pistola alla tempia, iniziando il conteggio ritmato dei Clic che porteranno all’esplosione di ciò che una volta chiamavano amore, prima che la paura di sfiorire diventasse più forte della paura di morire.

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Paradossi e urla nel nuovo album dei Votto

C’è un paradosso a cui sono particolarmente affezionato, ovvero quello famosissimo di Achille e la tartaruga esposto da Zenone di Elea. Il filosofo, intervenendo in difesa della tesi del maestro Parmenide secondo cui il movimento è illusorio, immagina una situazione in cui il piè veloce Achille parte in svantaggio contro la lentissima tartaruga, sicuro di poterla recuperare in un batter di ciglia: non ha fatto i conti però con la divisibilità dello spazio che lo costringe a raggiungere il punto in cui la tartaruga si trovava fino a un attimo prima ma in cui già non è più, intrappolandolo in una corsa infinita sempre all’inseguimento. Di questo paradosso ha scritto Borges (e qualunque cosa scritta da Borges, anche la lista della spesa, diventa immediatamente meritevole di lettura), i mai abbastanza lodati Vonneumann gli hanno dedicato una canzone all’interno del loro album Switch Parmenide (a sua volta ispirato da tutti i paradossi di Zenone) e io ne ho fatto la base su cui strutturare un racconto che non mi ha soddisfatto, poi revisionato in una maniera che mi è piaciuta ancora meno e…basta, quella storia attende ancora una forma che le renda giustizia.

Paradossi e tempo sono due elementi centrali all’interno di Quindi noi sbagliando facemmo giusto, il primo full lenght della band screamo piacentina Votto. Già il titolo, mutuato da una testimonianza del poeta, scrittore, scultore e attivista politico (militava nel Partito Comunista D’Italia) Nello Vegezzi che la band usa come sottofondo della title track (che potete trovare qui), manifesta quella confusione che ci assale quando qualcosa non va come ci aspettiamo, anche se la valenza della frase è volta al positivo. Quello che cercano di fare i quattro membri della band (Daniele – chitarra e cori, Francesco – basso, voce e urla, Matteo – chitarra e cori, Samuele – batteria) è infatti reagire allo stallo nelle nostre vite, acuito dai tempi pandemici in cui il tempo – eccolo palesarsi – sembra sia non bastare che non scorrere.

Qui ci sono troppe cose da aggiustare/ Te l’ho mai detto?/ Non basterà il tempo, così recita il testo di Oikos, quinta traccia del disco e unica a superare abbondantemente i tre minuti di durata: un altro paradosso legato al tempo vuole infatti che ai Votto basti la pur breve durata delle loro canzoni, in un paio di casi (Finire tutto prima di iniziare qualcosa di nuovo e Spettro) addirittura al di sotto dei due minuti, per riuscire a trasmettere brillantemente quello che vogliono comunicare. Niente di particolarmente nuovo sotto al sole, ma tanta personalità e arrangiamenti complessi senza risultare forzati, il tutto reso con un gusto melodico che si amalgama efficacemente con le distorsioni. Il tempo si è guastato è probabilmente la miglior pubblicità per la band, portatrice di una furia ben direzionata a cui le urla di Francesco aggiungono potenza e capace, nei rari rallentamenti, di non perdere niente della sua enfasi: il finale è da applausi, e farebbe il paio con quello di Finire tutto prima di iniziare qualcosa di nuovo se quest’ultimo non durasse troppo poco.

I testi si concentrano su situazioni di disagio quotidiano, vicoli ciechi emotivi a cui non arrendersi, fiduciosi che basti tenere insieme i pezzi per affrontare il mondo un altro giorno, strofe con cui si conclude il disco (Un altro giorno): non sempre però le liriche sono efficaci e la semplicità delle strofe di Oikos fa il paio con quella della musica, unico caso in cui la melodia si fa prevaricante e rende monotono l’andamento.

Sette tracce per meno di venti minuti di ascolto, tanto basta ai Votto per riuscire, alla seconda prova discografica (a settembre 2020 era uscito il primo Ep Panbauletto), a mostrarsi come una promettente novità nel panorama emo/screamo. Coprodotto da due etichette italiane (È un brutto posto dove vivere e Non ti seguo Records) e due estere (la statunitense We’re Trying Records e Desperate Infant Records, label di Hong Kong) Quindi noi sbagliando facemmo giusto è un disco che riesce a soddisfare gli amanti del genere e può incuriosire anche i “profani”, grazie a musiche che sanno mantenersi in equilibrio fra sfoggio di capacità tecnica, energiche accelerazioni e un gusto melodico non scontato: prendetevi il tempo per ascoltarlo, ne vale la pena.

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Racconto in musica 65: Dritto al cranio (Sonic Youth – Expressway to yr. skull)

Si può scrivere di musica senza averne le basi? Voglio dire: sono un musicista mediocre che ha preso lezioni di chitarra per sei mesi ed è quasi sempre andato a orecchio, quindi ho fondamentalmente replicato gli stessi giri in tante salse diverse per anni e di tecnica so ben poco; mi manca la cultura di ciò che va di moda, perché ascolto poco la radio e quasi tutto quel che ci passa mi fa abbastanza cagare; soprattutto, mi mancano un sacco di ascolti ritenuti necessari, il che mi lascia preda della sindrome dell’impostore ogni volta che scrivo una riga riguardo a quest* o quell’artista. Voglio dire: non ho mai ascoltato un album intero di Rolling Stones, Beatles o Led Zeppelin, posso parlare di musica rock (che è il principale campo di cui sproloquio) senza queste basi? Non lo so, ma spero di farlo con rispetto, conscio di queste lacune, e con anche un po’ di quell’arroganza che deriva dal fatto che per me fondamentali possano essere Psychic…powerless…another man’s sac dei Butthole Surfers o Young machetes dei The blood brothers, e amen se i secondi non sarebbero esistiti senza i primi: riadattando una frase di Jorge Luis Borges “ogni musicista crea i propri precursori”.

Però oggi mi ritrovo a parlare dei Sonic Youth, ho ascoltato un solo loro album (A thousand leaves) e l’unica volta che li ho incrociati dal vivo non mi hanno detto granché (Bologna, Indipendent days 2004, quando ancora chiedevo degli accrediti stampa e me li davano pure, ma non ero ancora pronto per quattro canzoni in un’ora di concerto…poi ho scoperto il doom psichedelico e le cose sono cambiate). La mia sindrome dell’impostore è ai massimi storici e mi chiedo chi me l’ha fatto fare, anzi lo so.

È a causa di Antonio Francesco Perozzi se questo articolo esiste, e me la sono andata a cercare perché ha risposto presente quando gli ho chiesto di scrivere un racconto per il blog. Nato nel 1994, vive in provincia di Roma ed è autore di un romanzo (Il suono della clorofilla, edito da L’erudita nel 2017) e di una silloge (Essere e significare, edito da Oèdipus nel 2019 con prefazione di Francesco Muzzioli). Io l’ho scoperto grazie ai suoi racconti, pubblicati come le poesie da vari siti e riviste: ne trovate (in ordine rigorosamente sparso, ma spero completo) su Crack, Pastrengo, Blogorilla Sapiens, Dude Mag, Malgrado le mosche, L’irrequieto, Spazinclusi, mentre potete trovare suoi articoli su Neutopia e Grado Zero. Come se non bastasse cura il blog La morte per acqua, dove pubblica poesie e prose brevissime fornendo anche un supporto critico di altissimo livello: seguitelo in tutto ciò che fa, ne vale la pena.

I Sonic Youth quindi. Cosa dire di un gruppo che ha fatto la storia della musica alternativa (quando ancora non andava di moda chiamarla “indie”) fra gli anni ottanta e i duemila? Trent’anni di carriera per quindici album, più una costellazione di Ep e collaborazioni (vale la pena ricordare lo sperimentale e folle progetto Ciccone Youth con Mike Watt dei Minutemen), una formazione rimasta quasi sempre immutata con Thurston Moore e Lee Ranaldo alle chitarre, Kim Gordon al basso e Steve Shelley alla batteria. Non saranno stati i primi a usare i propri strumenti in maniera sperimentale (Lee Ranaldo suonava prima di formare la gioventù sonica con un maestro della sperimentazione come Glenn Branca, che ne produsse i primi lavori con la sua Neutral Records), ma sono quelli che ne hanno fatto un marchio di fabbrica (e io mi sentivo figo quando riuscivo a fare dei feedback strani splittando fra i pickup con la mia Stratocaster); non saranno stati i primi a giocare con le accordature, ma quando mi stupivo leggendo di canzoni fatte con la chitarra tutta accordata in mi su una biografia dei Soundgarden loro erano già oltre. Hanno creato ciò che da lì in avanti sarebbe stato chiamato noise rock, poi l’hanno ammorbidito firmando per una major, poi sono tornati a sperimentare, poi hanno fatto quel cazzo che volevano in pratica. Sono sopravvissuti al furto degli strumenti nel 1999, non la chitarra che possono rubare a me ma strumenti modificati così tanto negli anni da avere un suono unico (ne ritrovarono alcuni nel 2005, e fa brutto dirlo ma il fatto che in quel periodo fosse entrato in formazione Jim O’Rourke a basso, chitarra e sintetizzatore fa pensare quasi a un rimpiazzo per quelle sonorità che non potevano più ottenere), sono sopravvissuti al crollo delle Torri Gemelle che ha impedito loro di registrare l’album Murray Street…e se dico questo è solo perché Massimo Coppola sul libro del suo programma Brand: New mi aveva convinto che il loro studio fosse andato distrutto nel crollo. Non sono sopravvissuti alla fine della storia d’amore fra Gordon e Moore, che con la fine del loro matrimonio hanno posto fine nel 2011 anche a una band che ha influenzato musicisti di ogni latitudine e genere (nel 1991, in tour coi Nirvana, i mostri sacri non erano Kurt Cobain e soci), che ha utilizzato la letteratura di William Gibson e Philip K. Dick come base per le proprie opere e…boh, mille altre cose, ve l’avevo detto che non sono la persona giusta per questo compito: ma spero di avervi incuriosito abbastanza da partire al recupero se, come me, avete questa terribile lacuna nel “curriculum” musicale.

Expressway to yr. skull arriva dritta dritta da Evol, disco del 1986 uscito per la storica etichetta indipendente SST Records, ed è la traccia che chiude il disco…o forse sarebbe meglio dire che lo getta verso l’infinito (sull’edizione in vinile la traccia è affiancata proprio da questo simbolo), sfumando in un loop che potrebbe ripetersi senza sosta. Antonio ha strutturato il racconto in linea con l’andamento della canzone, una narrazione che si sfalda man mano che…be’, questo dovete scoprirlo da soli immergendovi nelle atmosfere lisergiche di musica e testo: da parte mia, come al solito, un augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Dritto al cranio, di Antonio Francesco Perozzi

L’importante è mordersi il labbro. Incordare la mandibola e spingere gli incisivi fino a bagnare il mento di un fiotto denso e caldo. Così la faccia di K. rimane distinta; lo rivedo allacciarsi la bandana sopra il naso, scagliare l’estintore sulla scritta BMG e guardarla friggere.

Gli elettrodi si appoggiano freddi. N. ha detto: rimani cosciente. Pensa alla Banca. E io penso alla Banca – le gengive gonfie per lo sforzo – ma gli elettrodi sono un pungolo gelido nella poltiglia sudata dalle tempie. Ora guanti azzurri le massaggiano, si assicurano salda la presa della macchina. Fiato. Comincio a contare a rovescio: da 288. Mantiene cosciente. 287. 286. 285…

K. scavalca il vetro spaccato – nella mia testa – si taglia il polpaccio con un cristallo. Attorno ci sono fumo, gente, asfalto, puzza di bagnato – sul 278 li posso quasi toccare, così veri, così vero che K. imbraccia il fucile e grida verso il commesso con la G sulla tuta. Io dietro, le mani strette sulla canna: «Pezzi di merda!»

277.

«Pezzi di merda!» alla signora con le mani di lattice.

«Calmi. Adesso risolviamo.»

275.

274.

273.

La scossa te la descrivono come un’apertura. N. raccontava: «Come un taglio bianco, come un ricordo che si apre,» e si indicava le ustioni accanto alle basette, il lobo mezzo mangiato da un proiettile. Non c’è un cazzo da risolvere. La Riserva: stronzate. Banca Mondiale Google; questo è tutto. E ora spalle al letto mordo 270, 269, 268, 267, finché le tempie si scaldano, poco alla volta (266, 264), e io cerco di pensare a K., che intima a Lattice di aprire la porta, cerco di –

La scossa. Si apre tutto – N.! – le dita si allungano e i lati del lettino non li tieni più, mentre qualcosa che sembra una mano (forse: un tentacolo, un inganno) ti asciuga il sangue squarciato a fatica dalle labbra. Io bastardi aggancio la lingua, penso a K., perché mantiene cosciente, K. che adesso si volta e indica oltre di me, ma ha il fucile senza grilletto (256, sangue), ha il fucile senza canna perché – cazzo! – non ha neanche le mani, al loro posto lo spazio retrostante, al loro posto una scossa.

Mi volto – mi ricordo che mi volto, 248 – e dal vetro che abbiamo spaccato si avvicinano sagome; sono penso umani, sono le sagome penso degli elettrodi (si apre tutto), no!, sono umani e io sono il sangue (361), sono umani ma non hanno le gambe (come un taglio bianco, come le dita che esplodono), ma li devo afferrare perché altrimenti (le tempie, 400) non chiudo le dita, tenerli per la maglietta prima che si smontino del tutto: non hanno le braccia ma afferrano K. – tengo K., 101, tengo K. mentre lo stendono ora che è senza busto (gli incisivi nella lingua) e aveva ragione N. – cazzo! – come un taglio bianco, niente più teste, solo un buco al petto che mi atterra (221) e sette uomini – sette forse dodici idee di uomo (cazzo!) mi buttano a terra e non ho la lingua, ho i polsi legati da (25) uomini e le loro G maiuscole sul petto, le loro scosse che non – cerco di – si apre tutto:

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