Racconto in musica 65: Dritto al cranio (Sonic Youth – Expressway to yr. skull)

Si può scrivere di musica senza averne le basi? Voglio dire: sono un musicista mediocre che ha preso lezioni di chitarra per sei mesi ed è quasi sempre andato a orecchio, quindi ho fondamentalmente replicato gli stessi giri in tante salse diverse per anni e di tecnica so ben poco; mi manca la cultura di ciò che va di moda, perché ascolto poco la radio e quasi tutto quel che ci passa mi fa abbastanza cagare; soprattutto, mi mancano un sacco di ascolti ritenuti necessari, il che mi lascia preda della sindrome dell’impostore ogni volta che scrivo una riga riguardo a questo o quell’artist*. Voglio dire: non ho mai ascoltato un album intero di Rolling Stones, Beatles o Led Zeppelin, posso parlare di musica rock (che è il principale campo di cui sproloquio) senza queste basi? Non lo so, ma spero di farlo con rispetto, conscio di queste lacune, e con anche un po’ di quell’arroganza che deriva dal fatto che per me fondamentali possano essere Psychic…powerless…another man’s sac dei Butthole Surfers o Young machetes dei The blood brothers, e amen se i secondi non sarebbero esistiti senza i primi: riadattando una frase di Jorge Luis Borges “ogni musicista crea i propri precursori”.

Però oggi mi ritrovo a parlare dei Sonic Youth, ho ascoltato un solo loro album (A thousand leaves) e l’unica volta che li ho incrociati dal vivo non mi hanno detto granché (Bologna, Indipendent days 2004, quando ancora chiedevo degli accrediti stampa e me li davano pure, ma non ero ancora pronto per quattro canzoni in un’ora di concerto…poi ho scoperto il doom psichedelico e le cose sono cambiate). La mia sindrome dell’impostore è ai massimi storici e mi chiedo chi me l’ha fatto fare, anzi lo so.

È a causa di Antonio Francesco Perozzi se questo articolo esiste, e me la sono andata a cercare perché ha risposto presente quando gli ho chiesto di scrivere un racconto per il blog. Nato nel 1994, vive in provincia di Roma ed è autore di un romanzo (Il suono della clorofilla, edito da L’erudita nel 2017) e di una silloge (Essere e significare, edito da Oèdipus nel 2019 con prefazione di Francesco Muzzioli). Io l’ho scoperto grazie ai suoi racconti, pubblicati come le poesie da vari siti e riviste: ne trovate (in ordine rigorosamente sparso, ma spero completo) su Crack, Pastrengo, Blogorilla Sapiens, Dude Mag, Malgrado le mosche, L’irrequieto, Spazinclusi, mentre potete trovare suoi articoli su Neutopia e Grado Zero. Come se non bastasse cura il blog La morte per acqua, dove pubblica poesie e prose brevissime fornendo anche un supporto critico di altissimo livello: seguitelo in tutto ciò che fa, ne vale la pena.

I Sonic Youth quindi. Cosa dire di un gruppo che ha fatto la storia della musica alternativa (quando ancora non andava di moda chiamarla “indie”) fra gli anni ottanta e i duemila? Trent’anni di carriera per quindici album, più una costellazione di Ep e collaborazioni (vale la pena ricordare lo sperimentale e folle progetto Ciccone Youth con Mike Watt dei Minutemen), una formazione rimasta quasi sempre immutata con Thurston Moore e Lee Ranaldo alle chitarre, Kim Gordon al basso e Steve Shelley alla batteria. Non saranno stati i primi a usare i propri strumenti in maniera sperimentale (Lee Ranaldo suonava prima di formare la gioventù sonica con un maestro della sperimentazione come Glenn Branca, che ne produsse i primi lavori con la sua Neutral Records), ma sono quelli che ne hanno fatto un marchio di fabbrica (e io mi sentivo figo quando riuscivo a fare dei feedback strani splittando fra i pickup con la mia Stratocaster); non saranno stati i primi a giocare con le accordature, ma quando mi stupivo leggendo di canzoni fatte con la chitarra tutta accordata in mi su una biografia dei Soundgarden loro erano già oltre. Hanno creato ciò che da lì in avanti sarebbe stato chiamato noise rock, poi l’hanno ammorbidito firmando per una major, poi sono tornati a sperimentare, poi hanno fatto quel cazzo che volevano in pratica. Sono sopravvissuti al furto degli strumenti nel 1999, non la chitarra che possono rubare a me ma strumenti modificati così tanto negli anni da avere un suono unico (ne ritrovarono alcuni nel 2005, e fa brutto dirlo ma il fatto che in quel periodo fosse entrato in formazione Jim O’Rourke a basso, chitarra e sintetizzatore fa pensare quasi a un rimpiazzo per quelle sonorità che non potevano più ottenere), sono sopravvissuti al crollo delle Torri Gemelle che ha impedito loro di registrare l’album Murray Street…e se dico questo è solo perché Massimo Coppola sul libro del suo programma Brand: New mi aveva convinto che il loro studio fosse andato distrutto nel crollo. Non sono sopravvissuti alla fine della storia d’amore fra Gordon e Moore, che con la fine del loro matrimonio hanno posto fine nel 2011 anche a una band che ha influenzato musicisti di ogni latitudine e genere (nel 1991, in tour coi Nirvana, i mostri sacri non erano Kurt Cobain e soci), che ha utilizzato la letteratura di William Gibson e Philip K. Dick come base per le proprie opere e…boh, mille altre cose, ve l’avevo detto che non sono la persona giusta per questo compito: ma spero di avervi incuriosito abbastanza da partire al recupero se, come me, avete questa terribile lacuna nel “curriculum” musicale.

Expressway to yr. skull arriva dritta dritta da Evol, disco del 1986 uscito per la storica etichetta indipendente SST Records, ed è la traccia che chiude il disco…o forse sarebbe meglio dire che lo getta verso l’infinito (sull’edizione in vinile la traccia è affiancata proprio da questo simbolo), sfumando in un loop che potrebbe ripetersi senza sosta. Antonio ha strutturato il racconto in linea con l’andamento della canzone, una narrazione che si sfalda man mano che…be’, questo dovete scoprirlo da soli immergendovi nelle atmosfere lisergiche di musica e testo: da parte mia, come al solito, un augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Dritto al cranio, di Antonio Francesco Perozzi

L’importante è mordersi il labbro. Incordare la mandibola e spingere gli incisivi fino a bagnare il mento di un fiotto denso e caldo. Così la faccia di K. rimane distinta; lo rivedo allacciarsi la bandana sopra il naso, scagliare l’estintore sulla scritta BMG e guardarla friggere.

Gli elettrodi si appoggiano freddi. N. ha detto: rimani cosciente. Pensa alla Banca. E io penso alla Banca – le gengive gonfie per lo sforzo – ma gli elettrodi sono un pungolo gelido nella poltiglia sudata dalle tempie. Ora guanti azzurri le massaggiano, si assicurano salda la presa della macchina. Fiato. Comincio a contare a rovescio: da 288. Mantiene cosciente. 287. 286. 285…

K. scavalca il vetro spaccato – nella mia testa – si taglia il polpaccio con un cristallo. Attorno ci sono fumo, gente, asfalto, puzza di bagnato – sul 278 li posso quasi toccare, così veri, così vero che K. imbraccia il fucile e grida verso il commesso con la G sulla tuta. Io dietro, le mani strette sulla canna: «Pezzi di merda!»

277.

«Pezzi di merda!» alla signora con le mani di lattice.

«Calmi. Adesso risolviamo.»

275.

274.

273.

La scossa te la descrivono come un’apertura. N. raccontava: «Come un taglio bianco, come un ricordo che si apre,» e si indicava le ustioni accanto alle basette, il lobo mezzo mangiato da un proiettile. Non c’è un cazzo da risolvere. La Riserva: stronzate. Banca Mondiale Google; questo è tutto. E ora spalle al letto mordo 270, 269, 268, 267, finché le tempie si scaldano, poco alla volta (266, 264), e io cerco di pensare a K., che intima a Lattice di aprire la porta, cerco di –

La scossa. Si apre tutto – N.! – le dita si allungano e i lati del lettino non li tieni più, mentre qualcosa che sembra una mano (forse: un tentacolo, un inganno) ti asciuga il sangue squarciato a fatica dalle labbra. Io bastardi aggancio la lingua, penso a K., perché mantiene cosciente, K. che adesso si volta e indica oltre di me, ma ha il fucile senza grilletto (256, sangue), ha il fucile senza canna perché – cazzo! – non ha neanche le mani, al loro posto lo spazio retrostante, al loro posto una scossa.

Mi volto – mi ricordo che mi volto, 248 – e dal vetro che abbiamo spaccato si avvicinano sagome; sono penso umani, sono le sagome penso degli elettrodi (si apre tutto), no!, sono umani e io sono il sangue (361), sono umani ma non hanno le gambe (come un taglio bianco, come le dita che esplodono), ma li devo afferrare perché altrimenti (le tempie, 400) non chiudo le dita, tenerli per la maglietta prima che si smontino del tutto: non hanno le braccia ma afferrano K. – tengo K., 101, tengo K. mentre lo stendono ora che è senza busto (gli incisivi nella lingua) e aveva ragione N. – cazzo! – come un taglio bianco, niente più teste, solo un buco al petto che mi atterra (221) e sette uomini – sette forse dodici idee di uomo (cazzo!) mi buttano a terra e non ho la lingua, ho i polsi legati da (25) uomini e le loro G maiuscole sul petto, le loro scosse che non – cerco di – si apre tutto:

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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