Iscritta al campionato emo/post-hardcore, sorretta da una società composta dalle etichette To Lose La Track, Shove Records e Controcanti, la formazione Heisenberg si presenta ai nastri di partenza del campionato con una formazione classica: Stefano Tamorri (basso) e Giovanni Lista (batteria) sulle linee arretrate ad impostare l’azione, Massimo Cardellicchio e Giorgio Vallone (chitarre) a correre sulle fasce e Matteo Cellini (voce) di punta, un falso nueve che alterna urla e spoken word per offendere ma non disdegna ritrarsi per lasciare spazio agi strumenti. Con alle spalle un Ep (Immaginarie linee tematiche tra cielo e terra, 2011) e un singolo (Caporetto, 2014), Heisenberg intende fare il salto di qualità con Lunazione, lo schema che nelle intenzioni dovrebbe aprire le difese avversarie: “pezzi che raccontano la ciclicità della vita”, “un concept legato alle fasi di congiunzione fra la Luna ed il Sole”, queste alcune delle dichiarazioni alla vigilia del primo match.
L’inizio di campionato (Nera era) è balbettante. Tanta energia fin dal primo minuto, ottimi fraseggi sulle fasce, ma la punta cerca di strafare e finisce per correre a vuoto, inanellando frasi che mal si installano coi tempi dettati dalla sezione ritmica e spoken word fin troppo frettolosi. Accelerazioni improvvise e cambi di tempo non riescono a imprimere una svolta, con la squadra che abbandona lentamente il campo mentre dagli spalti s’intona il coro “e con le dita in fondo ai polmoni, finalmente posso respirare”: aria di metà classifica purtroppo, per un pareggio a reti inviolate.
Nella seconda giornata (Hringvegur) l’allenatore imprime una svolta. Schema più semplice, partenza lenta e metodica ma alla prima accelerazione è gol: orchestrazione perfetta dalla difesa, la batteria si fa strada e infila con una sferzata delle sue, ben coadiuvata dal resto della squadra che apre gli spazi e segue brillantemente l’azione. Lo schema funziona, il raddoppio arriva con un’azione corale simile a quella della prima segnatura ma più ragionata: ritornelli, dirà qualcuno a fine partita, se tali si possono definire quei momenti simili in cui l’Heisenberg dà il meglio di sé. Lungo outro fino al novantesimo, ma non meno spettacolare: ritmo stabile e tanta garra, disimpegni fatti con la disinvoltura di chi ha il pallino del gioco e non intende mollarlo, voce che davanti punge con urla contropiediste e rullatona finale della batteria a sancire il fischio finale.
Squadra che vince non si cambia, recita l’adagio, ma l’Heisenberg ama sperimentare. Per il terzo incontro (Il destino non tradisce) inizia con una tattica alla Massimo Volume, accelera un po’ a ridosso dell’intervallo ma poi comincia a pretendere troppo, fraseggi complicati che non portano a soluzioni efficaci, stop & go forzati, voce che insegue gli strumenti senza trovare una coesione. La squadra osa troppo, e finisce per esporsi alle critiche.
Smaltita la delusione nell’incontro successivo (Nel nome del) la squadra entra in campo col morale alto, fa le cose semplici e le riescono bene. Poi la mossa a sorpresa, le ali chitarristiche cominciano a far impazzire i difensori avversari con fraseggi math rock sorretti dall’ossatura ritmica, gol e spettacolo. Il resto è gestione comoda del risultato, ritmi compassati ma senza che subentri la noia: qualche rischio nei secondi finali, quando addormentare ulteriormente la partita non sembra l’idea migliore.
Per il gran finale (A chi mise ricordi) lo stadio è pieno. l’Heisenberg entra in campo coesa, voce e strumenti dialogano efficacemente, poi lo spoken word apre ad una fase di accelerazioni e stop improvvisi, buon gioco ma manca il colpo del ko: la squadra sembra aver dato tutto, rallenta il ritmo, si chiude a riccio e dà l’impressione di non poter creare nuovi pericoli. È in quel momento che i cinque gettano il cuore oltre l’ostacolo, cavalcata trionfale con ordine, potenza e distorsione, scandita dal coro dei tifosi che cantano “noi non siamo quello che possediamo, ma ciò che immaginiamo”: solo cinque partite disputate, e l’inno della squadra è già pronto.
Mi perdoneranno (spero) gli Heisenberg per questa recensione bizzarra, ma la metafora calcistica mi sembrava adatta a definire la loro eccentricità. La band romana infila ottime cose, tuttavia manca ancora di certezze e questo la porta a esagerare dove basterebbe solamente gestire le energie, come un giocatore che ha degli ottimi guizzi ma si incaponisce nel voler dribblare tutta la difesa. Piacevoli i testi, intrisi di un romanticismo dolente ma fin troppo verboso: a volte la voce di Cellini mal si incastra con le strutture musicali, spezzettando frasi che avrebbero bisogno di maggior coesione o facendosi prendere dalla foga di infilare tutto ciò che vuol dire in uno spazio limitato, soluzione quest’ultima che risulta più efficace quando viene utilizzata la forma dello spoken word. Fosse un vero campionato l’Heisenberg arriverebbe a ridosso della zona Europa, come il Sassuolo di oggi o l’Atalanta di qualche anno fa: aspetto il prossimo episodio della loro carriera per capire se rimarranno una bella realtà incompiuta o se riusciranno a fare il salto di qualità.
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Sarà capitato anche a voi di conoscere dei gruppi solo di nome, senza troppa voglia di approfondire per ragioni varie. Magari vi sarà anche capitato, in un secondo momento, di riscoprirli e chiedervi “ma perché non li ho ascoltati per tutto questo tempo?” A me è successo con la band di questa settimana (e non solo con loro, si avesse tempo di ascoltare per bene tutta la musica del mondo…), i Valerian Swing, un nome che ogni tanto rimbalzava sulla mia bacheca di Facebook e che ho finalmente ascoltato solo quando mi sono autoassegnato il loro disco A U R O R A a scopo recensione, al grido di “e ora vediamo cosa fanno”. E quel che fanno, ho scoperto, è spettacolare.
Li ho citati più volte, almeno a memoria (di certo parlando dei Mutiny on the Bounty), perché da allora sono state svariate le occasioni in cui li ho incrociati dal vivo. Un piacere per le orecchie e per il cuore, perché grazie ad un’intervista fatta ormai anni fa ho potuto scoprire delle persone straordinarie con cui è sempre bello poter scambiare quattro chiacchiere prima o dopo un concerto. Originari di Correggio, zona magica visto che da lì arrivano anche i Gazebo Penguins (e non solo, pensate che le due band anni fa condividevano una sala prove in mezzo alla campagna anche con Death of Anna Karina e Ornaments), attraggono l’attenzione di pubblico e critica già dal secondo album A sailor lost around the Earth del 2011 (prodotto da Matt Bayles, un guru del settore già attivo con band del calibro di Mastodon, Isis, Botch e Russian Circles), disco che mette in luce le caratteristiche che affineranno col tempo: arrangiamenti eclettici, suoni di chitarra fantasiosi e batteria indiavolata, oltre ad una coesione micidiale nei momenti in cui tutti remano all’unisono verso la creazione di un muro sonoro d’impatto. Math-rock, certo, ma virato in maniera personale e difficilmente paragonabile a qualcun altro: Stefano “Steve” Villani alla chitarra, Alan Ferioli al basso e Davìd Ferretti alla batteria sperimentano, osano, disegnano fuori dai bordi e si divertono un sacco a farlo. Con il già citato A U R O R A, sempre al lavoro con Bayles, affinano la miscela esplosiva, dandole una direzione più precisa ma senza sminuire il carico d’inventiva che sta alla base della loro musica: il disco convince, il mondo si accorge sempre più di loro e per la band, che già se la gira per l’Europa da tempo, arriva la consacrazione della chiamata all’edizione 2015 dell’ArcTanGent Festival di Bristol (qui un assaggio della loro esibizione), uno dei più importanti festival dedicati al rock sperimentale (facendo da apripista per gli anni successivi a ZEUS! e Zu).
Nel 2017 esce Nights, album che sancisce un cambio di formazione già avvenuto da tempo in sede di live (Alan lascia il posto a Francesco Giovannetti) e che si riverbera anche nell’approccio musicale: chitarra baritona al posto del basso, sperimentazione che si spinge verso atmosfere più dilatate e synth che rivendicano spazio. Ennesimo centro in un’evoluzione continua, con questo disco la band riesce a valicare anche i confini continentali, sbarcando in Giappone per un tour di quattro date nel novembre 2018. Ora sono al lavoro su un nuovo disco e, non serve neanche dirlo, aspetto ansiosamente di capire dove li porterà il loro cammino musicale.
Non poteva che portarmi invece che fra le stelle la loro Spazio, sesta traccia di A U R O R A, anche se la musica mi ci ha spinto prima del titolo. Per rendere onore con le parole ai saliscendi emozionali del pezzo ho cercato di immaginare le reazioni al lancio di uno shuttle, descrivendo le varie fasi con una perizia tecnica che probabilmente alla NASA farà sanguinare gli occhi. Per conoscere l’esito del lancio non vi resta che scorrere un po’ più in basso, subito dopo aver ascoltato la canzone: a me non resta che augurarvi buon ascolto, e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Verso l’infinito
Sono tutti incollati agli schermi, a pendere dalle labbra dell’inviato dalla sala comandi, in attesa del conto alla rovescia a partire da dieci, nove, otto, accensione dei motori, sette, sei, la luce che illumina i retrorazzi, cinque, quattro, tre, il fumo che comincia a fuoriuscire, due, uno.
Zero. È il momento.
La navicella comincia a sollevarsi, una nuvola di fumo la copre alla vista ma è un attimo, il tempo di permettere alla telecamera di allargare il campo e vederla schizzare su, nel cielo, verso nuove conquiste.
I bambini la indicano stupiti, gli adulti stappano bottiglie, qualcuno cerca di frenare gli entusiasmi ma viene zittito da chi già brinda ed esulta, persino nella sala comandi ci si stringe la mano e l’inviato si lascia andare ad un Partiti che sa di liberatorio. Urla dalle finestre, clacson per le strade, petardi nelle piazze, abbracci e baci nelle case per sfogare la tensione trattenuta fino a poco prima.
E intanto la navicella vola, nel cielo calmo e azzurro, sprigiona fiamme avvolta dalle speranze di un popolo intero. Arriva alle nuvole, le supera di slancio, sparisce alla vista della folla che la accompagna col cuore e festeggia convinta che ormai è fatta, è proprio così, stiamo andando a esplorare lo spazio.
La voce dell’inviato riporta tutti coi piedi per terra. È il momento del distacco dei moduli. I secondi sembrano durare un’eternità. Le telecamere sulla navicella inquadrano la terra che si allontana, il bianco delle nuvole. Tutti attendono che i razzi vengano lasciati indietro, farsi piccoli mentre la navicella li abbandona. È una fase importantissima per il successo della missione, ricorda l’inviato, come se ognuno in cuor suo non stesse già pregando affinché vada tutto per il verso giusto.
Ed ecco che si staccano. Planano mollemente, attratti dalla forza di gravità da cui hanno liberato la navicella che prosegue nella sua traiettoria curva ed ascendente. Ogni minuto che passa porta un nuovo traguardo, stratosfera raggiunta, urrà nelle case e nelle strade, mesosfera raggiunta, cori preghiere canzoni bestemmie, termosfera raggiunta, pianti risate urla dita incrociate, esosfera raggiunta e poi fuori.
L’orbita terrestre abbandonata, il buio dello spazio profondo davanti. L’inviato parla di problemi di comunicazione, torna la paura. La quiete nelle case assomiglia a quella oltre l’atmosfera, dove ogni suono è annullato. Tutti attendono che da lassù qualcuno li tranquillizzi.
Arrivano brusii, scariche elettrostatiche. Ci sentite, chiedono dalla base, ancora scariche, interferenze, qualche parola disturbata e poi forte finalmente Mi sentite, la voce dell’astronauta, gli applausi in sala comando che possono finalmente deflagrare mentre dalla navicella festeggiano, con loro, con tutti. Prima che il collegamento si interrompa si possono sentire le voci di chi dall’alto guarda giù, verso il pianeta che stanno lasciando, colme dell’ansia di fare ritorno.
Non ho mai visto mai niente di così bello, dicono, prima di volgere gli occhi oltre.
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Ciò che succede al nostro corpo, e il modo in cui questo ci limita o ci apre nuovi orizzonti, è un motore narrativo potente. Pensate al Gregor Samsa protagonista de La metamorfosi di Kafka, che si ritrova la vita sconvolta nel ritrovarsi dalla sera alla mattina trasformato in un enorme insetto, o alla fortunata fase body horror di un regista come David Cronenberg, che ci ha regalato perle come Videodrome e La mosca. Ci sarebbero esempi anche meno inquietanti da fare, ma questi mi sembravano azzeccati per introdurre due raccolte di racconti che, seppur in maniera diversa, fanno dei corpi dei propri personaggi i veicoli per parlarci di altro, sì, ma anche per inquietarci un po’. I due libri in questione sono Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa di Francesca Mattei, appena uscito per la casa editrice napoletana Pidgin, e Lingua nera di Rita Bullwinkel, edito nel 2019 dalla casa editrice fiorentina Black Coffee.
Ferite, ossessioni e autodistruzione
La raccolta di racconti di Francesca Mattei rappresenta il suo esordio letterario e, allo stesso tempo, il primo libro italiano ad uscire per Pidgin (realtà molto interessante di cui avevamo parlato a proposito della raccolta Viscere di Amelia Gray). Caratterizzato da vicende a tratti morbose e da una scrittura asciutta e senza fronzoli, i diciassette racconti de Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa non potevano trovare approdo migliore, visto l’occhio attento dell’editore Stefano Pirone per narrazioni al di fuori del consueto.
Come ha detto la stessa autrice in una presentazione (purtroppo online, sa signora coi tempi che corrono…) i protagonisti abitano corpi votati all’autodistruzione, feriti dall’esterno o automutilati, portati al picco della fatica o allo stremo delle forze. Già il racconto iniziale, Muta, lascia presto i confini dello sballo privato di due amiche in un parco per mostrarci una metamorfosi, reale o allucinatoria non ci è dato saperlo, che sembra rappresentare un’ansia di fuga dalla propria condizione.
Ma lei insisteva, voleva mettere in evidenza quanto fossi fortunata ad avere tutte quelle energie, come le chiama lei. Avrei potuto spiegarle che le mie energie derivano dall’insonnia, dall’adrenalina e dall’ansia che mi crea la sensazione di non aver fatto abbastanza. Per chi, non si sa. Invece le ho sorriso, le ho servito le patate al forno e ho bevuto con moderazione, fintanto che ho avuto ospiti in casa. Ho capito subito cosa stava cercando di fare: stava cercando di competere su chi avesse meno vantaggi e più problemi. Non ho accettato la sfida, però. Mi sta bene sembrare qualsiasi cosa, pur di non sembrare me stessa.
My only sunshine
Le protagoniste (e più raramente i protagonisti) dei racconti sfogano le proprie frustrazioni su sé stesse, ingurgitando croste (Croste) o lasciandosi dimagrire fino a rischiare la morte (Smalto), ossessionate dal proprio cranio (Struttura ossea) o dalle voci che vi abitano dentro (Ma tu non la senti), e quando non sono loro a farsi del male c’è qualcun altro che ci pensa (come il padre del racconto Nata per questo, uno dei migliori del lotto nel suo delineare una storia irreale eppure tremendamente verosimile).
I personaggi di Francesca cercano di sfuggire a una realtà senza prospettive, un mondo di provincia dove l’alternativa a un’esistenza vuota è data dalle dipendenze, siano esse alcool, droga o sesso. La volontà di andarsene e fuggire, magari anche solo di compiere un atto catartico di rivalsa (come quello che compie la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta), è ostacolata dalla paura di non essere all’altezza delle aspettative, di non riuscire a trovare altrove niente di più di quel poco che hanno.
Al bancone ci sono Muffa, Dado e la Maga, tuffati nei rispettivi bicchieri di birra. E poi Zorro, Tonto, Spalla, la Gemma e non ce n’è uno che abbia un nome vero qui, sono tutti personaggi o elementi o sagome o tipi, sono tutti qualcosa di breve e finto e anche io, che gioco con la cerniera, che mi annoio come sempre, a vederli tutti così, morti dentro e fuori e magari pieni di brillantina in faccia, ma non cambia nulla; anche io ho un nome che non è il mio nome, ho un nome che è quello che mi hanno dato queste persone qui, che mi incontrano in un bar e poi in un altro, mentre pizzico la zip e poi la barba, mentre bevo birre birre e birre e ascolto le storie di gente che beve birre birre e birre e racconto le mie storie di birre e birre perché non si può fare nient’altro qua, forse al massimo ogni tanto pippare o fumare qualcosa. O forse tormentarsi la cerniera.
Salvo
Guardando i loro errori e i loro tentativi di riscatto, che raramente hanno un lieto fine, viene spesso voglia di abbracciarli, anche se sono gli stessi che per strada eviteremmo o con cui non vorremmo avere niente a che fare nella vita reale. La magia della penna di Mattei è anche questa, farci vedere dall’interno la vita degli sconfitti, dei balordi, farci capire che dietro quei corpi martoriati ci sono delle persone che soffrono e che è così triste non riuscire a colmare il divario che ci divide, anche nei rari casi in cui dovremmo avere tutto per essere felici.
Corpi come oggetti, oggetti come corpi
Anche quello di Rita Bullwinkel è un esordio, pescato nel calderone infinito della narrativa nordamericana dall’occhio sempre attento della casa editrice Black Coffee (dal cui catalogo vi consiglio di recuperare anche Happy hour di Mary Miller, ne abbiamo parlato qui). Lingua nera parla di corpi già nel titolo, ma rispetto alle realtà allucinata dei racconti di Mattei qui il velo del reale viene spesso divelto del tutto, mostrandoci squarci di mondi perturbanti ma sottilmente simili al nostro.
«Che problema c’è?» domandò Frank. «Cos’hai di tanto grave?»
«Una cosa dentro» risposi.
«Sei giovanissima».
«Esiste forse un’età precisa in cui il corpo è autorizzato a iniziare a odiarti?»
«Ti sembra che il mio corpo non mi odi?»
«No, però guardati». Ero furibonda. «Il mio corpo non ne ha alcun diritto».
Pesce in bocca
Nei diciassette racconti della raccolta Bullwinkel sfora a volte apertamente nel fantastico, illustrandoci una Florida abitata da soli morti e in cui la nascita di un bambino vivo è un evento innaturale (I veri zombi di Dio), la vita quotidiana di un uomo che allontana i fantasmi dei mariti morti dalle vedove (Bruciato) o quella di un serpente che crede di essere una pera (Umani preoccupati). Uno dei principali fili conduttori fra i racconti è il legame fra corpi e oggetti, labile confine che i personaggi superano, affascinati dalle arpe tanto da volersi circondare dei loro suoni per sempre (Arpa), costretti dalla crisi a diventare reggiseni umani (Ingobbirsi), pronti a confondersi con i mobili del negozio di lusso in cui lavorano (Arredamento). Con una fantasia che a volte ricorda i futuri inquietanti dipinti con sarcasmo da George Saunders l’autrice ci racconta storie in cui gli esseri umani sono sostituibili, come pezzi di ricambio, e non ci trovano niente di strano.
Per quanto il mondo sia un posto di cui non comprendono più le dinamiche, i personaggi di Bullwinkel non sono persi dentro di esso. Non gli interessa l’opinione altrui, sanno cosa vogliono (come le ragazzine protagoniste di Le braccia sopra la testa, che si identificano con delle rose e discorrono amabilmente sul mangiare ed essere mangiate) e non hanno paura di andare incontro alle conseguenze delle loro scelte. Ne è un esempio perfetto la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, pronta a leccare un filo elettrico solo per sperimentare l’effetto che fa, sperando forse di uscirne in grado di ripartire da zero.
Mio fratello non ha mai sopportato la vista del sangue. Quando la moglie ha dato alla luce la loro bambina, è svenuto non appena l’ha visto sgorgare fuori. Con gli uomini è così, dicono, non è insolito che anche qualcosa di meno sanguinoso del parto gli dia fastidio. Sarà perché le donne sono talmente abituate a sanguinare che reagiscono meglio, sono più brave a intuire di cosa si tratta di fronte a una fuoriuscita di fluidi corporei. Non credo sia questo il punto per mio fratello. Credo solo che non pensi mai a tutto quello che potrebbe andare storto. Ci sono persone che per esempio si immaginano in continuazione come sarebbe essere decapitati, e altre no. Mio fratello fa parte di queste ultime. È molto soddisfatto delle proprie vene e del compito che svolgono per mantenere il sangue al loro interno. Non pensa mai a cosa succederebbe se un giorno esplodessero e la situazione precipitasse.
Lingua nera
Preparati al crollo di ogni certezza, capaci di reinventarsi di fronte alle tragedie (come fa la protagonista di Che cosa sarei se non fossi ciò che sono alla morte del marito), l’unica cosa che sfugge ai personaggi dei racconti di Bullwinkel è la sensazione di far parte di qualcosa. L’identificazione con gli oggetti forse riguarda proprio quello, l’entrare a far parte di una realtà fissa e immutabile, un’esperienza che a volte fa paura (in Navata un bambino teme di essere ingoiato dalla chiesa che ha amorevolmente nutrito) ma che può rappresentare anche la fine di un percorso.
La prosa dell’autrice è varia, si adegua alla storia e non teme di sperimentare soluzioni diverse. Afferma Andrés Neuman, in uno dei suoi dodecaloghi di uno scrittore di racconti, che “l’estrema libertà di un libro di racconti risiede nella possibilità di cominciare da zero ogni volta. Pretenderne l’unità, sarebbe come chiudere con un lucchetto il laboratorio”: Rita Bullwinkel ha fatto sua questa massima, consapevolmente o meno, e ogni storia della sua raccolta è una scoperta.
Uniti da un tema comune (e dallo stesso numero di racconti), ma caratterizzati da una sensibilità diversa nell’affrontarlo, Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa e Lingua nera sono due ottime raccolte che ogni amante della forma breve dovrebbe avere nella propria libreria. Se questo consiglio spassionato dovesse convincervi ad aprire il portafoglio (non sono pagato per parlarne, sappiatelo) ricordatevi di comprarli nella vostra libreria di quartiere, o alla peggio da Bookdealer: sosteniamo le piccole realtà!
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Qualche mese fa ho avuto il piacere di ospitare in questa rubrica Riccardo Fumagalli, autore di ottimi racconti, appassionato di musica e a sua volta musicista. In quell’occasione profuse la sua passione per entrambe le arti sia con un racconto che con una breve presentazione della band che lo aveva ispirato, i Metz. Sono felice che l’ospite di questa settimana, al suo pari scrittore e musicista, abbia deciso di fare lo stesso, parlando brevemente di una band appartenente a un genere che in Italia è riuscito a crearsi un notevole seguito underground, frutto di una scena attiva e collaborativa: la band sono i La Quiete, la penna che sta dietro al racconto della settimana è invece quella di Stefano Tarquini.
Nato a Roma nel giugno del 1978, il rapporto di Stefano con la scrittura comincia grazie a due incontri segnanti: quello con la poesia, durante gli studi classici, e quello con la beat generation, grazie alla lettura di On the road di Jack Kerouac. Da lì è tutta un susseguirsi di scoperte: conosce Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti a Firenze prima di venire folgorato da Charles Bukowski, poi inizia a divorare Emidio Clementi, Claudio Piersanti, Ivano Ferrari, Antonio Moresco, Giuseppe Casa…e nel frattempo scrive. Un suo rapporto epistolare col poeta Maurizio Cucchi lo porta a pubblicare alcune poesie nella rubrica Specchio di Repubblica, ne presenta altre su tantissimi blog di settore e su riviste, online e non, oltre a partecipare a manifestazioni poetiche, concorsi e laboratori di scrittura creativa. Poi inizia a lavorare, mette su famiglia, fa una figlia e una nuova passione entra nella sua vita: la musica. Pubblica cinque album con i Palkosceniko al neon, band crossover con cui si esibisce in più di 300 concerti fra Italia ed Europa, collaborando nel frattempo con tantissimi gruppi della provincia romana. A tutto questo si aggiunge l’organizzazione del Pecora Nera Festival a Guidonia (fra i partecipanti nelle cinque edizioni anche vecchie conoscenze di Tremila Battute, come Juggernaut e Vintage Violence).
Questo è quel che Stefano stesso ci dice della band che lo ha ispirato. “I La Quiete rappresentato per l’underground italiano una vera e propria folgorazione. Un crocevia. Sfornano pochi album/split alla velocità della luce, tutti in presa diretta, low fi e suonano ovunque. Ovunque inteso come in tutto il mondo conosciuto. La loro forza è in assoluto l’ambito live, la presenza scenica, il fuoco che brucia. Portano il genere, lo screamo, all’ennesima potenza, arricchendolo con testi di una bellezza eccessiva, uno dei quali citati proprio nel racconto, che ruba al gruppo il titolo di una delle loro canzoni più belle, La fine non è la fine, appunto. Consiglio vivamente l’ascolto e la lettura dei testi!”
Nel suo racconto Stefano ci immerge nella vita di una coppia, Dolly e Sancho, nella loro quotidianità fatta di gesti semplici, errori, incomprensioni e chiarimenti, con un linguaggio fra prosa e poesia che cita apertamente la canzone dei La Quiete fino a farla diventare un vero e proprio filo conduttore. Potete trovare il racconto subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
La fine non è la fine, di Stefano Tarquini
La verità.
Quando ti schiaccia come un macigno che porti sulle spalle.
Che ti spinge il petto sull’asfalto rovente all’ora di pranzo.
Che ti piove addosso come un uragano.
Che ti porta via come un monsone.
Più forte di un uppercut.
Più veloce del lampo.
Dolly guarda fuori piovere i suoi pensieri.
Ha pulito i vetri del bagno il giorno prima ed è intrattabile.
Sancho pulisce i broccoletti e non gli va di parlare.
Allora canta. Sottovoce.
“Cedere alle onde del destino, ora in piena, mentre il sole in cielo inciampa su se stesso“
Il destino. Il loro destino.
Una cosa che li accompagna. Mentre vivono. Mentre ridono.
Mentre si lanciano le cose solo per il gusto di prenderle al volo.
Sono onde.
Mentre mangiano. Mentre fanno l’amore il pomeriggio.
Mentre litigano. Quando si mandano le foto nudi.
Sono onde.
Quando mandano le foto sbagliate.
Alle persone sbagliate.
A quelle giuste al momento sbagliato.
Ma intanto non smette di piovere e Dolly prende i biglietti per Dublino. Farà freddo. Ma si scalderanno una Guinness dopo l’altra. Pub dopo pub.
“Voglio addormentarmi e non sentirti
Dire che il tempo ha avuto la meglio su tutto
Nomi senza casa, senza meta, mezzi senza fine…”
Sancho si stappa una Peroni.
E mentre cucina trova la sua quiete.
Passa la bottiglia a Dolly che gli si avvicina stringendogli le braccia al collo.
E tornano le onde…
L’odore della pioggia si mischia a quello dei broccoletti e riempie la casa.
Tutti e due hanno scritto sulla pelle che…
“la fine non è la fine“.
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Fra il 2017 e il 2018 ho frequentato il corso serale di una scuola di scrittura, la Belleville di Milano. Scrivevo già da un po’, racconti e qualche timido tentativo di fare qualcosa di più lungo abbandonato strada facendo, fra cui una sorta di Memento al contrario (invece di essere il protagonista ad avere un problema di memoria breve era il resto del mondo a dimenticarsi di lui ogni dieci minuti o giù di lì: non rubatemi l’idea, sia mai che ne tragga prima o poi qualcosa). Il mio intento, più che di imparare a scrivere, era di capire se lo sapevo già fare almeno decentemente: dopo poco più di un anno passato lì posso dire di non avere ancora la risposta, ma ho imparato più di quanto pensassi su cosa volevo scrivere e come scriverlo, sia dal confronto con gli insegnanti (gli scrittori Marco Balzano, Marcello Fois e la editor e agente letteraria Cristina Tizian) che da quello con gli altri corsisti. Cifra per arrivare a questa consapevolezza? Di preciso non ricordo, ma stiamo di sicuro intorno ai 1500 euro.
Possono essere ritenuti soldi ben spesi o soldi buttati nel cesso, a seconda di quale sia la vostra disponibilità pecuniaria, di quanto ritenete interessante il fatto di confrontarvi con gente che i libri li pubblica (o lavora per farli pubblicare) e di quanto per voi sia importante ottenere qualcosa di tangibile a fronte dei soldi spesi (in parole povere ottenere un aggancio per pubblicare: io sono ancora senza libri pubblicati se ve lo state chiedendo). Per chi decidesse, per una o per tutte queste ragioni, che il gioco non vale la candela posso suggerirvi un’alternativa: il libro La scrittura non si insegna di Vanni Santoni, edito da Minimum Fax. Ma come, starete dicendo, ci stai consigliando un libro per imparare a scrivere meglio che già dal titolo ammette che non è possibile insegnarci niente? Se vi può consolare sappiate che non è l’unica contraddizione in cui incapperete leggendolo, visto che Santoni da anni tiene vari corsi di scrittura.
Due regole fondamentali, semplici e dirette
Questo non è il primo “manuale di scrittura” che leggo. Sono passato attraverso On writing di Stephen King, uscendone con la consapevolezza che i rifiuti sono toccati a tutti e bisogna farci il callo, che il suo modo di fare l’editor di sé stesso è basilare ma efficace (almeno se avete già un minimo di idea su come si costruisce una trama) e che pure le letture brutte servono (almeno per rincuorarvi dopo aver letto, che ne so, Manganelli); ho attaccato poi Il mestiere di scrivere di Raymond Carver, apprendendo che è meglio scrivere di ciò che si conosce e che anche le limitazioni possono essere utili (nel suo caso di tempo, non ha mai scritto un romanzo perché fra lavoro e famiglia non riusciva a concentrarsi su trame troppo lunghe). Mi aspettavo di più? Onestamente sì, soprattutto dal libro di Carver visto che, in fondo, quello di King è per larga parte una biografia più che un vero tentativo di insegnare per bene qualcosa. Mi ha deluso anche il libro di Santoni? No, e ora vi spiego perché.
A differenza di un corso vero e proprio, dove di solito è presente la sensazione che troveranno un modo per dirti che sei bravo anche se non lo sei (hai speso una certa cifra per essere lì, hai diritto almeno a un contentino), in La scrittura non si insegna quel che l’autore vuol far capire subito è che molto probabilmente non sei ancora abbastanza bravo. I primi due capitoli, Dieta e Disciplina, sono lì per farti dubitare dei tuoi mezzi e farti capire che di strada ne hai ancora tanta da fare prima di poter dire “so scrivere bene”: il primo illustra i libri che DEVI aver letto prima di prendere una penna in mano (o di appoggiare le mani sulla tastiera), il secondo il metodo da seguire per migliorare.
Santoni non ci va giù leggero, dato che i primi due libri che classifica come imprescindibili sono Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e Ulisse di James Joyce. Potete fidarvi o meno delle sue scelte (le motiverà in una maniera che ho trovato coerente e valida), per quel che mi riguarda io dovrei essere ancora a leggere visto che il primo non l’ho mai preso in mano, mentre il secondo mi guarda dalla libreria da più di tre anni e ancora non ho trovato il coraggio di affrontarlo (una cosa che ho in comune con Dylan Dog). Più va avanti con la lista più vi sentirete rincuorare quando cita un libro che avete letto (Infinite Jest! Meridiano di sangue!) ma soprattutto sprofondare quando ne tirerà fuori un sacco che non avete mai sfogliato e magari mai sentito nemmeno nominare: è una scrematura necessaria, perché per Santoni un lettore pigro non avrà mai una base su cui poggiare per prendere la sua strada, e la varietà di libri che propone serve a darvi un’idea piuttosto ampia di come possa essere usata la parola scritta.
Si tratta di una selezione operata attraverso l’esperienza: se non “darwinianamente”, almeno per tentativi. Il fatto è che l’aspirante scrittore deve anzitutto cambiare il proprio approccio alla lettura. Così come un neonato che viene alla luce deve prendersi un paio di schiaffi sul culo (o, in tempi moderni, una gratta sulla schiena) onde aprire i polmoni, allo stesso modo questi macroromanzi saranno i primi schiaffi sul culo dell’aspirante scrittore.
Vanni Santoni, La scrittura non si insegna
Una volta stabilita la dieta (potete farvene anche una personalizzata, ma non pensate di poter saltare troppi “pasti”) Santoni passa a insegnare la seconda regola fondamentale, tanto semplice quanto frustrante, almeno agli inizi: scrivere tutti i giorni. Sapevo, anche grazie a On writing, che King scrive tutti i giorni a parte quello del suo compleanno (o Natale, perdonatemi la poca voglia di andare a controllare), e con questo esempio in mente a fine 2019 avevo provato a fare lo stesso: penso di essere durato meno di un mese, giustificandomi con cose tipo “devo farlo quando sono ispirato” o “devo farlo quando ho già delle idee in mente” (che mi vengono di solito quando guido o mentre lavoro in fabbrica: sfruttare le limitazioni, Carver docet). Per Santoni non ci sono giustificazioni, ma consiglia di iniziare a piccole dosi: duemila o, ancora meglio, tremila battute, l’ideale per sciogliersi senza finire anzitempo frustrati…a meno che non siate di quelli che, come in un famoso aneddoto che si racconta di Joyce (chissà se vero), a fine giornata hanno scritto solo sei parole, e neanche in ordine. In questo modo arriverete in un anno a scrivere abbastanza materiale da farci due romanzi, e anche se la maggior parte di quelle pagine poi finiranno al macero avrete comunque capito che la costanza premia, avrete imparato dai vostri errori e, probabilmente, la vostra scrittura sarà migliore rispetto al primo giorno.
Suggerimenti a corollario, ovvero il “cosa dovete sapere una volta acquisiti i fondamentali”
Di cosa parliamo quando parliamo di editing…o forse no
Santoni non fa mistero di poter concludere il suo libro già al secondo capitolo, chiamando il terzo ironicamente proprio Intermezzo: questo libro potrebbe finire qui. Risponde da solo alla domanda “ma quindi cosa fai per il resto del tempo nei tuoi corsi da venti o quaranta ore?”, parlando del lavoro sui testi che, per forza di cose, un libro non può assolvere al posto del suo autore.
Quel che può fare è segnalare invece gli errori più comuni in cui può incorrere uno scrittore alle prime armi, tenendoci a sottolineare che se cadete in alcuni dei più banali probabilmente avete letto troppo poco (e dovete quindi tornare al primo capitolo). Quali sono? I cliché innanzitutto, rintracciabili a livello macro (vicenda e contenuti), intermedio (singole scene e personaggi) e micro (singole frasi, accostamenti di parole, ciò che concerne lo stile insomma). Degli ultimi stila un’ampia tabella, divertente fintanto che non ci trovate qualcosa che avete scritto anche voi.
A folle velocità, a intervalli regolari, acre odore, ampio salone, arcana bellezza, attesa snervante, barlume di razionalità, basso muro a secco, bestemmie irriferibili, biancore spettrale, bizzarra sensazione…
Vanni Santoni, La scrittura non si insegna
Altro errore da cui Santoni cerca di mettere in guardia l’aspirante scrittore è quello di scrivere cose noiose, illustrando alcuni principi per evitare che il vostro manoscritto sia, per usare un francesismo (mio), una palla al cazzo tremenda. I libri privi di interesse, spiega, finiscono per assomigliarsi tutti, e di solito hanno almeno uno di questi difetti (quando non tutti e tre): assenza di necessità, assenza di specificità e assenza di conflitto. Una volta capito come raccontare anche la noia senza essere noiosi potreste sentirvi già arrivati, per questo Santoni mette sulla strada dell’aspirante i temi dell’editing (da non evitare, ma allo stesso tempo da non fare troppo presto) e del confronto con gli altri. Riguardare il proprio testo, correggerlo e migliorarlo è un principio fondamentale, ma senza confronto con gli altri (non valgono amici o parenti troppo accomodanti, così come gente che non prende mai in mano un libro) non capirete mai quando il vostro libro-raccolta di racconti-silloge poetica è pronto per la…
Pubblicazione, la grande chimera
Una delle parti più interessanti di La scrittura non si insegna è sicuramente quella finale, a cui si suppone tutti vadano a dare un’occhiata prima ancora di aver finito i primi due capitoli (o dopo aver letto il terzo, dove l’autore stesso intima di non farlo col tono del tentatore professionista). Santoni, oltre che scrittore, è anche curatore della sezione di narrativa della casa editrice Tunué, e se c’è uno che può parlare a più livelli di pubblicazione dall’interno dell’industria questo è sicuramente lui.
Io mi fido di uno che ha pubblicato un libro come questo
Come arrivarci quindi? Ovviamente non ci sono formule valide in toto, ma come nell’arco di tutto il libro solo suggerimenti utili: entrare a far parte di una rivista ad esempio, per poter ottenere un confronto gratuito e cominciare a far girare i vostri testi (ma ricordate che mandarli a una rivista significa conoscerla, non inviate a caso a chicchessia perché è sminuente per chi si fa il mazzo per mandarla avanti), evitare l’editoria a pagamento, non essere ossessionati dall’idea di avere un agente e molti altri, utili per evitare errori e incoraggiare quelli a cui manca quell’ultimo passo. Anche gli aneddoti sul modo in cui sono arrivati alla pubblicazione gli autori sotto la sua ala protettrice in Tunué sono interessanti, visto che hanno avuto tutti un percorso diverso e solo uno (il primo, Dettato di Sergio Peter) è stato pescato dal mucchio degli elaborati che quotidianamente arrivano alla casa editrice (lui li legge tutti, assicura, ma evitare di mandare il proprio libro a chiunque indiscriminatamente sarebbe un altro bel gesto). Quello che ci tiene a sottolineare però Santoni è di fare i passi uno per volta, senza pensare solo al grande bersaglio. Ad esempio collaborare con una rivista potrà essere una bella vetrina, ma lo dovete fare per voi e perché ci credete, non solo per sfruttare quella visibilità: sarà un concetto romantico, ma mi trova completamente d’accordo.
L’importante è dire di sì alle riviste (e a tutto ciò che mette assieme più potenziali scrittori), e non tanto per trovare un luogo in cui allenarsi o una scorciatoia per arrivare all’editoria. L’importante è dire sì per entrare in contatto con una società letteraria. Solo così sarà possibile capire davvero cosa si vuole scrivere e arrivare a farlo nel modo che si vuole, e allora neanche ci premerà troppo di pubblicare: sarà una cosa che arriverà da sola, quando sarà il momento.
Vanni Santoni, La scrittura non si insegna
Questo breve manuale non poteva chiudersi meglio che citando le prime righe de I detective selvaggi di Roberto Bolaño. Come, non le conoscete? Tornate a leggere allora, che è uno dei testi della lista alternativa stilata nel primo capitolo! E se volete tenervi in tasca 1500 euro, desiderio più che lecito coi tempi che corrono, spendetene almeno 13 per questo libricino: non avrete Vanni Santoni in casa a correggervi i testi, ma avrete un bagaglio più ampio di suggerimenti e, minimo minimo, qualche ottimo consiglio di lettura. Io mi sono già recuperato MargueriteYourcenar dalla sua lunga lista (ok, per l’Ulisse non sono ancora pronto), e finito questo articolo mi butto sulle mie due-tremila battute giornaliere: stavolta ho proprio intenzione di durare più di un mese.
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Qualche settimana fa ho scritto un articolo in cui esploravo alcune riviste letterarie, accomunate dal farsi portavoce della cosiddetta flash fiction, citando un racconto per ognuna di esse. Per presentare Sguardindiretti ne scelsi uno dal numero 22 della rivista, Double fantasy, la storia di un adolescente in preda ai primi turbamenti sessuali fra scioperi a scuola, sortite in un cinema porno e i mugolii di Yoko Ono. Sono felice che l’autore di quel racconto, Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco, abbia deciso di contribuire con un suo testo a questo blog, associandolo ad una canzone del bizzarro folk singer Devendra Banhart.
Nato a Catania il secolo scorso, Giuseppe Fabrizio Ernesto sfoggia tre nomi e, a suo dire, altrettante personalità. Firenze è la sua città di adozione, la scrittura una passione che coltiva con ottimi riscontri: oltre a Sguardindiretti, con cui collabora di frequente, suoi racconti sono apparsi su Pastrengo, Voce del verbo, Rivista Blam, Spazinclusi e Grande Kalma. Ha inoltre scritto alcuni testi saggistici e divulgativi sull’alimentazione etica per la casa editrice Infinito edizioni, fra cui Sowa Rigpa (in collaborazione con il cantautore Franco Battiato) e Il pasto gentile.
Di Devendra Banhart, come di molti altri artisti trattati in questa rubrica, è impossibile dire tutto quel che ci sarebbe da dire in un breve articolo (lo hanno fatto più approfonditamente su Ondarock, da dove ho tratto molte delle informazioni). Nato nel 1981 a Houston ma trasferitosi in seguito al divorzio dei genitori con la madre in Venezuela, Devendra cresce in un ambiente in cui “si rischiava la pelle anche soltanto a uscire di casa” ma grazie al quale impara lo spagnolo, lingua che utilizzerà molto nel corso della sua carriera. Questa comincia per caso in California, dove era approdato in seguito al secondo matrimonio della madre, ed è frutto dell’incontro a un suo concerto con Siobhán Duffy, fidanzata di Michael Gira, cantante degli Swans e fondatore dell’etichetta discografica Young God: Siobhán è colpita da quell’eccentrico folk singer, tanto da comprarne una cassetta e farla ascoltare a Michael, il quale non ci mette molto a farlo entrare nel suo roster e licenziare il suo primo album nel 2002. Oh me ho my…the way the day goes by the sun is getting dogs are dreaming lovesongs of the Christmas spirit è il lunghissimo titolo del suo esordio (se si esclude The Charles C. Leary, uscito pochi mesi prima per l’etichetta francese Hinah), in cui convivono il folk arcaico degli anni trenta e il songwriting lo-fi e sbilenco di Daniel Johnston in canzoni che Banhart stesso anni più tardi definirà come “frammenti di una seduta dallo psicanalista”. Voce vibrante e acuta, influenze hippie e un amore spassionato per la psichedelia e per la natura, Devendra Banhart ha pubblicato negli anni nove album (di cui due, Rejoicing in the hands e Niño rojo, pubblicati a pochi mesi di distanza nel 2004), collabora frequentemente con la band Vetiver, il cui leader Andy Cabic è parte integrante del gruppo che lo accompagna dal vivo (un nucleo stabile di artisti che si dà un nome diverso ogni quando gli pare, solo nel tour statunitense del 2007 si sono chiamati Spiritual boner, Brain taint, Celestial pesto, Octopus attack, The fat boys, Sorry we’re not pancakes e, infine, Sorry, we’re pancackes), ha esposto alcune sue opere pittoriche al MOMA di San Francisco (tutte le cover degli album sono sue), è apparso nel film Nick & Norah – Tutto accadde in una notte e, per gli amanti del gossip, ha avuto una relazione con Natalie Portman (apparsa nel video della sua canzone Carmensita) ed è sposato con la fotografa serba Ana Kras, a cui ha chiesto la mano la prima volta che l’ha vista. Col tempo Banhart ha perso parte della sua follia creativa, diventando più hipster che hippie, ma questo non gli ha impedito di registrare l’ultimo album Ma in quattro lingue (portoghese, giapponese, inglese e spagnolo), scelta di certo estrosa: nato dalle riflessioni sulla genitorialità, il disco affronta il discorso dal punto di vista materno, una scelta in fondo coerente per un artista che ha sempre dichiarato di ispirarsi a modelli femminili, prima fra tutte l’icona folk inglese Vashti Bunyan con cui ha collaborato fin dagli inizi della carriera.
Rats proviene dal disco del 2009 What will we be che certificò il passaggio di Banhart ad una major (la Warner, dopo che già aveva abbandonato la Young God per accasarsi alla XL Recordings per cui uscivano anche i White Stripes), ed è un brano in cui le influenze più elettriche della psichedelia sixties si palesano pienamente. Giuseppe permea il suo racconto di un’atmosfera ambigua, più perversa di quella sensuale evocata dal folk singer statunitense ma accomunata ad essa da un finale a sorpresa, in cui i topi del titolo hanno un ruolo fondamentale. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi al solito buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Fenditure, di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco
Il collega si è cambiato il camice raggrinzito: è un segno. Lo sento incespicare sullo sgabello, nonostante conosca a memoria quello spazio: è impaziente.
«Tony, tutto bene?»
«Sì, sì» borbotta.
Mi attardo a rimettere in ordine i macchinari della terapia fisica ed ecco finalmente il suono basso e omogeneo delle ruote spinte sul linoleum, si fermano nel suo box. Sbircio dalla fenditura tra le due lastre di cartongesso che formano la parete divisoria dei nostri loculi lavorativi, da qui ho la stessa visuale del visitatore difronte alla Lezione di Anatomia del dottor Tulpl. Lei mi ricorda la Klara di Heidi, ma più vecchia e appassita. Prima i soliti convenevoli, poi la culona brasiliana con decisione la trasferisce dalla carrozzina al lettino, le toglie scarpe e pantaloni e la sistema in modo simmetrico come su un letto operatorio.
«Ci vediamo tra 45 minuti». Saluta ed esce.
Metto a fuoco e avvio. Tony deglutisce, gira le mani tozze e unte sull’addome fermo, poi dalla caviglia sinistra inizia il linfodrenaggio: lento sale sulle gambe lunghe e atoniche. L’odore dolciastro dell’unguento arriva fino a qui. Dopo 15 minuti passa al lato destro e sicuro che non ci sia nessuno dice:
«Oggi è il terzo trattamento del terzo ciclo.»
«Sì. Dammi un guanto.»
A tentoni ne afferra uno dalla scatola che cade a terra. Resta immobile e ascolta, solo silenzio. Lei indossa il guanto di polietilene. Lui, con una certa difficoltà, le toglie la mutanda assorbente. Scosta le cosce, una per volta, di pochi centimetri, giusto lo spazio per introdurre la sua mano destra unta. Faccio una zoomata sulle dita che perlustrano ardenti la vagina insensibile della vizza Klara. Con la sinistra si abbassa la cerniera e tira fuori il pene eretto, sposto il primo piano sulla mano inguantata di lei che inizia a masturbarlo, mentre guarda le doghe metalliche del controsoffitto. Spero di tirarci parecchi soldi, i video amatoriali vanno forte tra quei pervertiti.
Ma guarda come ansima il ciechino.
Metto a fuoco la nuca china sul sesso di lei, speriamo non si giri altrimenti mi tocca tagliare la scena. Annusa estasiato, mentre tutte le dita si muovono come vermi nella carne putrefatta. Lo scricchiolio del legno del lettino è una colonna sonora perfetta. C’è però qualcosa di strano, uno scalpiccio metallico arriva dal soffitto. Lei agita le braccia, pare una sirena che nuota, poi urla:
«Aiuto, aiuto ci sono i topi sul soffitto, che schifo.»
«Dove sono non li vedo» grida lui.
Cazzo no! Premo stop e vado ad aprire il soffietto. Non fingo stupore nel vederlo con l’uccello moscio fuori dalla patta e le macchie di saliva cremosa ai bordi delle labbra. Lei mi guarda a bocca aperta, non si capisce se voglia mettersi a piangere o urlare. È ancora senza mutande. Senza dire nulla gliele rimetto e la copro con un telo. Alzo gli occhi e vedo il muso di due topi, annusano l’aria e guardano indagatori: mi vergogno ed esco. Sono fuori orario.
Se siete dei buoni lettori potreste avere presente il racconto Casa occupata di Julio Cortázar, o magari aver letto qualcosa di Shirley Jackson o Amparo Dávila. Se non l’avete fatto sappiate che sono tre esempi di letteratura capace di inquietare in maniera sottile, attraverso la creazione di un’atmosfera claustrofobica o tramite elementi esterni e anomali che arrivano silenziosamente a cambiare la vita dei protagonisti. Ascoltare Caring about something utterly useless, secondo disco dei FLeUR, mi ha lasciato sensazioni simili, quasi una colonna sonora perfetta per storie barocche in cui l’inaspettato si manifesta in maniera lenta e inesorabile.
Duo torinese composto da Enrico Dutto e Francesco Lurgo (quest’ultimo ormai milanese d’adozione), i FLeUR arrivano a questo disco dopo un percorso che li ha portati a esordire con l’Ep Supernova, urgent star sette anni fa ed è proseguito con il primo album, The space between, tappa che li ha portati alla Bosco Rec. che licenzia anche il loro ultimo parto creativo. Tutti i brani di Caring about something utterly useless sono sospesi fra due anime, suoni elettronici da una parte e chitarre e tastiere dall’altra, una coesione tutt’altro che forzata che porta a creare quell’atmosfera di cui parlavo in precedenza. Ce ne si accorge già con The lowest tide (for Matteo G.), traccia che apre il disco e primo singolo estratto (il cui video è stato girato da Lurgo, film maker oltre che musicista), in cui un giro di chitarra malinconico, affiancato dai fiati, viene inesorabilmente soppresso col passare dei minuti da sonorità sempre più sintetiche e distorte: come se i Goodspeed You! Black Emperor si incontrassero/scontrassero coi Sunn O))).
“La musica è in effetti inutile, quando non ha voci umane alle quali aggrapparsi, eppure ci teniamo tanto, alla musica, perché ci aiuta a raccontare quello che non è raccontabile”. Questa frase, espressa dagli stessi FLeUR, fa capire molto di ciò che si trova all’interno del disco. Nessuna voce innanzitutto, con l’unica concessione di alcuni inserti in secondo piano nella conclusiva The highest tide, e l’impressione continua di trovarsi di fronte a un mondo che non si può raccontare ma solo esperire. Musica come quella dei FLeUR si valuta attraverso le sensazioni che provoca e le atmosfere che tesse, come l’inquietudine barocca che emerge dal piano di Unnatural Grace, un tappeto sonoro su cui lottano per portarci in un altrove percussioni riverberate e inserti elettronici divisi fra l’oscuro e l’angelico. For Pierre Brasseau (alter ego di uno scimpanzé spacciato per artista francese da un giornalista svedese nel 1964) usa invece toni industrial per catapultarci in un incubo distopico, lasciando spazio a rade note di piano solo per lenirci le ferite, in attesa di un ritorno ineluttabile dell’oscurità che prende la forma di un finale ascendente ma tronco, proprio come quei racconti in cui non serve aggiungere parole per capire che le cose andranno male.
Caring about something utterly useless è un disco crepuscolare, coi suoni che si agitano come ombre al limitare del proprio spazio visivo, portatore della nostalgia per un mondo che non abbiamo conosciuto ma di cui abbiamo percepito qualcosa proprio attraverso le note: ascoltando My battery it’s low and it’s getting dark, testo dell’ultimo messaggio inviato dal rover della NASA su Marte prima di spegnersi, non si può evitare di pensare ad un requiem in cui la musica fa proprie nel miglior modo possibile le parole del titolo. Sembra di sentire qualche eco di Vangelis in alcuni punti, soprattutto nel duo conclusivo composto da The Philadeplhia experiment (for Gwydion) e The highest tide, e come un cerchio perfetto il disco si chiude sulle stesse note con cui era iniziato, intrise di speranza più che di malinconia grazie ad un tappeto sonoro leggiadro.
Prodotto da Emilio Pozzolini dei port-royal, autore anche dell’alt mix del secondo singolo Narcissus scream (for Sarah K.), Caring about something utterly useless è un album complesso sotto la sua scorza quasi minimalista. Al loro secondo disco i FLeUR sono già riusciti a creare un proprio suono riconoscibile, forse non adatto a tutti ma di cui nessuno può negare il valore: come l’ottima letteratura, che per quanto ostica o addirittura ostile possa essere riesce comunque a trasmettere qualcosa. Buon viaggio.
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Quando sono partito col progetto di questo blog, poco più di un anno fa (tanti auguri!), l’ho fatto con l’obiettivo di dare risalto a musica che apprezzavo e che faticava ad arrivare alle masse: allo stesso tempo volevo scoprirne di nuova, giusto per non finire a parlare solo di ciò che già conoscevo. Ammetto che in questo, con una logica del “ma ha fatto anche cose buone” che non mi appartiene, devo ringraziare pure quello Spotify che condanno apertamente linkando ogni volta un articolo sulle briciole che lascia agli artisti (lo trovate più in basso, prima del brano della settimana). Il modo in cui mi ha aiutato l’app su cui si mettono a litigare gli artisti che condannano la vecchia industria discografica è stata la Discover weekly, la playlist dedicata che amplifica il mio terrore riguardo agli algoritmi (“se dico a Spotify che questo brano non mi piace poi smetterà di farmi sentire QUALUNQUE canzone di questo genere?”) e allo stesso tempo porta alle mie orecchie suoni nuovi o, quantomeno, band che non conosco, visto che comunque si basa all’incirca su quelli che pensa essere i miei gusti: tutto questo giro di parole per dire che i Vessels, resident band della settimana, li ho scoperti in questa maniera, grazie a un brano stipato in fondo ad una playlist automatica in cui figurava, chissà perché, un sacco di post-punk che evidentemente l’algoritmo ha deciso piacermi al di sopra di ogni cosa (non è così).
Non fingerò di conoscere vita, morte e miracoli dei Vessels, dato che ammesso poche righe sopra di non sapere niente di loro fino a poco tempo fa. Posso però dire cosa mi ha attratto inizialmente della band di Leeds, e cosa mi ha colpito approfondendone la conoscenza. Parecchi mesi fa ho tributato un racconto ai Fuck Buttons, duo elettronico di Bristol, e nell’articolo di corredo mi auguravo prima o poi di trovare qualcosa che suonasse in maniera simile a quel groviglio di suoni sintetici orchestrati con animo da band post-rock: i Vessels è su questo stesso campo che si spingono (non riesco a non pensare che manchi l’influenza del duo in questo brano), con la differenza sostanziale che loro dal post-rock, perlopiù strumenti alla mano e (poca) voce, ci sono partiti, per poi lasciarsi andare sempre più a una sperimentazione elettronica forse più ossessiva e meno orchestrale dei Fuck Buttons, ma comunque capace di far viaggiare la mente. Pregio ulteriore di questa continua evoluzione, partita dall’esordio omonimo del 2006 per arrivare, attraverso altri tre album e un Ep, a The great distraction del 2017, è il fatto che i Vessels non sono mai mutati come formazione (Tom Evans inserti elettronici e voce, Tom Mitchell batteria, Martin Teff chitarra, basso e synth, Lee J. Malcolm inserti elettronici, synth e batteria, Peter Wright inserti elettronici) passando agevolmente da un brano come questo a uno come questo spinti solo dalla curiosità verso le mille direzioni non scontate che può prendere la passione per la musica: non so a voi, ma a me questo basta per farmeli amare.
Glass lake, canzone a cui è ispirato il racconto della settimana, arriva dal terzo album Dilate, quello che ha segnato la svolta decisa verso l’elettronica (sul loro Bandcamp parlano di focus sulla “euphoria of the dancefloor”). Un brano apparentemente freddo ma allo stesso tempo pervaso da un’atmosfera distesa e sognante, in cui la batteria ha un qualcosa di tribale, che partendo dal titolo mi ha ispirato una storia di riti ancestrali e, come da titolo del racconto, passaggi di consegne fra il mistico e l’inquietante: trovate il racconto dopo il brano, a me non resta che augurarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Passaggio di consegne
Quando arrivò il momento ci dirigemmo verso il lago, come i nostri padri avevano fatto prima di noi. Lasciammo tutto così com’era, senza annunciare a nessuno il nostro viaggio: seguire la propria natura non necessita spiegazioni.
Arrivammo al tramonto, col cielo di un vivido rosso che si specchiava nell’acqua calma. Gli alberi ci invitarono a unirci a loro, creando un sentiero al nostro passaggio fino alla radura sacra. Uno di noi attizzò il fuoco, con sterpi e rami che la natura ci offriva in dono; un altro dispose i tamburi, in modo che potessimo guardarci attraverso le fiamme mentre suonavamo; un altro salmodiò i canti durante tutta la preparazione, affinché ogni cosa andasse com’era sempre andata: affinché il nostro futuro si legasse al nostro passato.
Aspettammo la notte, il canto dei gufi e il lamento dei lupi, prima di iniziare a battere sulle pelli il ritmo che ci cresceva nel sangue. Le vette degli alberi ci osservavano immote, il vento morì nel cerchio che ci ospitava, le ombre iniziarono a danzare sui nostri volti e a loro ci unimmo, a turno, stringendo mani di tenebra. Seguimmo passi già segnati da altri prima di noi, facendoli nostri come ultimo omaggio agli antenati, ad occhi chiusi ballammo e suonammo finché dalle acque vicine non iniziammo a sentire un suono rispondere alle nostre invocazioni, ai nostri battiti, sempre più forte, sempre più veloce.
Chiudemmo gli occhi, roteando ancora, ballando attorno a un fuoco che non ci scaldava più. Udimmo a malapena lo sfrigolio con cui l’acqua spegneva la fiamma, mentre nelle nostre teste un urlo ancestrale ci spingeva a muoverci in tondo ancora e ancora, sempre più lenti man mano che le energie ci venivano risucchiate dalle ombre della notte, sempre più freddi a ogni giravolta. All’apice dello sforzo e dell’agonia urlammo, come creature spaventate che venivano al mondo: ma l’energia di quell’urlo ci fu sottratta dalla gola.
Ci svegliò dolcemente il sole, scaldandoci coi suoi raggi. Nella radura regnava la pace, le foglie degli alberi si agitavano dolcemente, invitandoci al movimento. Camminammo lungo un sentiero di luce, nelle orecchie lo sciabordio delle acque e un invito, perentorio e soave al tempo stesso: erano i nostri spiriti, gli spiriti che i nostri padri ci avevano donato, a chiamarci dal fondo del lago.
L’acqua immobile ci attendeva, riverberando nel giorno già nato; ci specchiammo sulla sua superficie, vedendoci giovani e sgravati dal peso degli anni; ci accarezzò il riflesso, cingendoci poi in un tenero abbraccio; restammo così a lungo, a guardarci rivivere nei nostri figli, fino a che le profondità non ci reclamarono come avevano reclamato i nostri padri.
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È bizzarro come uno dei libri che più mi ha colpito negli ultimi mesi parli di una persona reclusa in casa, perché chi più chi meno abbiamo vissuto quel tipo di situazione per mesi e non vediamo l’ora di ricominciare a vivere come prima della pandemia. La condizione di Grot è però anomala rispetto alla nostra (non che non li sia ANCHE la nostra eh): il protagonista di Timidi messaggi per ragazze cifrate, scritto da Ferruccio Mazzanti e pubblicato dalla casa editrice Wojtek Edizioni, è infatti carcerato e carceriere, un ritirato sociale che ormai da 1245 giorni non vede la luce del sole e non ha contatti col mondo esterno se non tramite computer. Grot è un hikikomori.
…l’uomo dell’era del social network dovrebbe rinunciare all’esistenza. Sissignori, proprio così: rinunciare all’esistenza, perché chi continua ad agire, l’uomo privo di pensieri che si ostina a uscire là fuori, palesa la propria limitatezza per alcuni ovvi motivi:
1) perché non prova vergogna della propria esposizione pubblica;
1.1) dato che si conforma agli altri;
1.2) così facendo mette in mostra la propria mancanza di sensibilità e umanità;
1.3) quindi dimostra di non possedere la consapevolezza necessaria per essere una persona degna di questo nome;
2) e questo dovrebbe farlo vergognare ancora di più, costringendolo in definitiva a ritirarsi.
Ferruccio Mazzanti, Timidi messaggi per ragazze cifrate
La prima volta che mi sono trovato di fronte a questo termine è stato parecchio tempo fa, dopo che un amico mi aveva consigliato l’anime Welcome to the NHK, la seconda solamente l’anno scorso, quando mi sono imbattuto nel libro Hikikomori – I giovani che non escono di casa di Marco Crepaldi (di cui ho parlato in parte qui). Ciò che accade a Grot, per dirla con le parole di quest’ultimo, è di essere sottoposto a “una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società economicamente sviluppate”: il mondo esterno diventa un luogo denso di pericoli, incarnati dalla figura perfetta e totalmente integrata dell’ex compagno di classe Rotwang, a cui Grot non trova altro modo di reagire che quello di chiudersi nella propria camera dal giorno seguente il diploma. Per 1245 giorni nessuno riesce a entrare nella sua bolla di sicurezza, nemmeno la madre, costretta a parlargli addossata alla porta della camera senza ricevere risposta se non tramite lettere che ogni tanto il ragazzo fa scivolare sotto la soglia. Lettere apparentemente indecifrabili, come quelle che invia su internet a ragazze bellissime che spera lo salvino dalla sua reclusione autoimposta: convinto di essere sempre sotto l’occhio vigile di Rotwang, pronto a sbeffeggiarlo pubblicamente e a farlo sentire ancora più inadeguato, Grot sparge infatti i suoi messaggi d’amore utilizzando linguaggi cifrati.
“Ho dovuto studiare moltissimo per riuscire a costruire il personaggio” mi ha detto l’autore rispondendo gentilmente ad alcune domande, “tanti libri di psicologia e sociologia, ma senza dubbio nella mia vita ho incontrato molte persone che, sebbene non fossero timide in modo patologico o con disturbi relativi alla sfera sociale, potevano in qualche modo afferire a comportamenti riconducibili in piccolo alla sfera degli hikikomori. Penso in particolare a un mio compagno di classe al liceo che aveva evidenti difficoltà a interagire con gli altri”. Questa commistione di studio ed esperienze personali si nota all’interno del libro: la realtà in cui vive Grot ci è mostrata con sensibilità ma senza fare sconti, viviamo al suo fianco tanto la rigorosa quotidianità, fatta di faccende domestiche svolte ossessivamente e ore passate sui videogiochi, quanto la rabbia che cova nel profondo per il nemico Rotwang (che in più punti del libro si augura possa essere schiacciato da un camion), fino alla commovente ingenuità con cui scrive a ragazze mai conosciute lettere d’amore piene di sentimenti idealizzati.
“Cara Giorgia:
quando incroci il mio sguardo io tremo tutto, anche se non ci siamo mai incontrati. Ti sei mai fermata, Giorgia, a riflettere sul fatto che scriversi è un modo per incrociare gli sguardi? Per fissarsi negli occhi al di là dei nostri limiti corporei? Per cui con questa lettera ci stiamo guardando negli occhi, Giorgia. Ci osserviamo attraverso le parole. Giorgia, tu sei la mia principessa azzurra. Perché non mi decripti? Perché non impari a capirmi?”
Ferruccio Mazzanti, Timidi messaggi per ragazze cifrate
Una delle occupazioni quotidiane più importanti nelle giornate sempre uguali di Grot è quella di criptare i propri messaggi al mondo, una componente che nel libro di Mazzanti è essenziale per la forma stessa del libro. Come in un rompicapo che possiamo decidere di sviscerare autonomamente le lettere del protagonista ci sono proposte anche in forma criptata, secondo metodi che egli stesso descrive in maniera approfondita (dai cifrari di Giulio Cesare al crittogramma di Thomas J. Beale, le cui analisi e descrizioni storiche rappresentano un ulteriore motivo d’interesse all’interno del libro), fino a quando la cifratura non entra prepotentemente anche all’interno della trama, ammantando di mistero le vicende e lasciandoci avanzare tra le pagine con la netta impressione che la chiave per chiarire ciò che sta succedendo sia lì, da qualche parte, nascosta in piena vista. Di fronte a un’architettura così complicata, ma non per questo pesante, è sbalorditivo pensare che Mazzanti non conoscesse il mondo della crittografia prima di iniziare a scrivere Timidi messaggi per ragazze cifrate.
“Il problema per me era riuscire a creare un linguaggio che anche graficamente fosse in grado di mostrare il movimento psicologico della timidezza” racconta l’autore. “Il timido nel momento in cui si esprime non dice quel che vorrebbe dire, ma quello che gli riesce di dire. In questo scarto tra volontà e realtà, tra significato e significante, avviene un ripiegamento su se stessi che in alcuni casi può diventare patologico, fino a sfociare nell’hikikomori”. Per Mazzanti la crittografia è un linguaggio “capace di rendere questo movimento a un tempo psicologico e grafico”, e la componente visiva è un altro elemento importante del libro: pagine in cui i caratteri si accavallano, dialoghi sfalsati su più righe, Mazzanti gioca con la pagina scritta in maniera non convenzionale e riesce a farci entrare negli stati d’animo del suo protagonista anche così, arrivando persino a farci chiedere se in alcuni punti Grot stia urlando o se il suo non sia l’ennesimo messaggio cifrato.
È da tre ore che tento soluzioni per mettere in chiaro la chiave e ancora non ho risolto un bel nulla. Proprio un bel nulla. Lo sapevo che l’incontro con la realtà esterna mi avrebbe gettato in un pozzo di vergogna. Io mi vergogno. Se il senso di colpa è un sentimento rivolto al passato la vergogna è tutta rivolta verso il domani. Io non mi sento propriamente in colpa, perché in verità mi vergogno di non essere all’altezza di H.E.L.27 e temo il momento futuro in cui H.E.L.27 si accorgerà di quanto poco io valga. La colpa non è d’altri se non di mia madre, che mi ha partorito con questa strana deformazione cranica che non riesco a rivelare ma che tutti gli altri devono fare finta di non vedere perfettamente.
Ferruccio Mazzanti, Timidi messaggi per ragazze cifrate
Nonostante la paura e la vergogna Grot troverà il modo di uscire dalla sua autoreclusione, vagando per strade in cui si mischiano realtà e allucinazione, intraprendendo un viaggio senza punti di riferimento in cui le sorprese sono continuamente dietro l’angolo. Una storia, quella di Timidi messaggi per ragazze cifrate, che Mazzanti ha concepito partendo dalla fine, “così che ogni parte del libro potesse essere vista retroattivamente proprio dall’ultima pagina: penso che sia questo a dare alla storia una struttura non standardizzata”. Un romanzo passato attraverso una prima stesura scritta in quattro mesi, una seconda a cui ha lavorato per tre anni “in modo molto discontinuo, a causa delle esigenze lavorative”, e un’ultima stesura completata in cinque mesi (non è per forza così per tutti, ma ricordatevi di queste cifre quando comincerete a leggere il prossimo libro): un lavoro dalla gestazione lunga, proposto a varie case editrici fra le quali effequ, che pur rifiutandolo ha permesso a Mazzanti di entrare in contatto con la CE che ha permesso a questa storia di avere un lieto fine, la giovane realtà napoletana Wojtek Edizioni.
Timidi messaggi per ragazze cifrate è il libro d’esordio per Ferruccio Mazzanti, ma per chi frequenta il variegato mondo delle riviste culturali il suo è un nome tutt’altro che nuovo: è infatti membro fondatore de In fuga dalla bocciofila (di cui fa parte anche Francesca Corpaci, un nome che vi consiglio di tenere d’occhio e che potrebbe non esservi nuovo se tenete d’occhio la pagina facebook del blog) e Il mondo o niente, e non potevo certo esimermi dal chiedergli di parlarcene:
“In fuga dalla bocciofila è stata fondata nel 2014 e parte dal presupposto di un aggiramento della critica cinematografica attraverso la narrazione. L’idea è che ogni nostro pezzo sia una recensione in forma narrativa, ovvero un racconto che prenda spunto da un film per parlarne anche in modo metaforico o aleatorio. Questo ci espone al continuo rischio di essere fraintesi, ma il bello di questa rivista, che poi nel tempo si è formalizzata in una associazione culturale in grado di organizzare eventi di vario genere, è che ci piace azzardare. Nonostante vi sia un presidente, all’interno il gruppo è concepito in modo orizzontale, cosa che trovo molto bella anche se a volte ci rende un po’ lenti nel prendere decisioni”.
“Il mondo o niente, invece, è stata fondata nel 2017 e dopo svariati cambi redazionali, di cui l’unico sopravvissuto sono io, ha trovato da un paio d’anni un gruppo molto coeso che lavora con grande entusiasmo. Il mondo o niente nasce come una rivista di recensioni, ma col tempo si è aperta anche alla pubblicazione di racconti brevi. Vengono indette delle call più o meno due volte l’anno a cui tutti possono partecipare. L’ultima è stata chiusa da poche settimane e abbiamo ricevuto più di cinquanta racconti. Ogni racconto viene letto da tutta la redazione e valutato, poi ogni redattore seleziona uno dei racconti sopravvissuti e insieme all’autore fa un editing. Riuscire a spiegare cosa io abbia imparato da queste esperienze credo sia impossibile in così poco spazio”.
Nel futuro di Mazzanti ci sono un’opera teatrale sulle questioni relative all’identità di genere, di cui sta scrivendo la sceneggiatura insieme al Teatro Immersivo di Firenze, e una raccolta di racconti, che sta rifinendo e a cui spera di trovare presto una casa. Nel frattempo, per chi voi non lo avesse ancora letto, non vi resta che recuperare Timidi messaggi per ragazze cifrate: acquistatelo nella vostra libreria indipendente preferita o su Bookdealer, supportiamo le piccole realtà!
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Non sono mai stato esattamente un patito della montagna, ma mi è capitato qualche volta di andare a fare trekking e sono tornato sempre soddisfatto dall’esperienza. Rimango comunque un uomo da Pianura Padana, abituato a vedere le catene montuose da lontano nelle giornate di sole e che si lascia scoraggiare da quella distanza: un paio di volte mi è capitato però di avere un rapporto più diretto e intimo con le cime, dimostrando in entrambi i casi chiaramente quanto quello non sia il mio elemento.
La prima fu alle superiori, durante una gita all’Isola d’Elba con tanto di ascesa al Monte Capanne, l’unica attrazione del luogo che ricordi a fronte dell’autista del nostro pullmino che guidava a manetta, qualche stanza d’albergo vandalizzata e due professori che, si diceva, avessero trombato. L’ascesa al monte, tornando al punto, fu lenta e noiosa, nessuno per quel che ricordo era particolarmente voglioso di partecipare ma, perlomeno, ci era stata promessa la discesa in funivia: peccato che gli accordi cambiarono in corsa, e tornammo così come eravamo venuti contando solo sulle nostre gambe. Ora probabilmente non si lascerebbero degli adolescenti liberi di scendere per i sentieri senza nessuno a controllarli, ma erano gli anni novanta e si era tutti più ingenui, o forse ci si affidava molto di più alla selezione naturale (i tempi cambiarono già l’anno dopo, quando non ci fecero andare in gita in Sardegna perché avevano paura che qualcuno affogasse durante la traversata notturna col traghetto): io, che non ero esattamente il più in gamba del lotto, finii per ritrovarmi da solo, prendere la svolta sbagliata e camminare lungo un sentiero con un’inclinazione sempre più preoccupante man mano che avanzavo. Ormai timoroso sia di andare avanti che di tornare indietro non trovai di meglio da fare che arrampicarmi, prendendo come appigli degli arbusti che, non so come, ressero il mio peso, il tutto nella cieca fiducia che potessi trovare, al di sopra della mia testa, il sentiero giusto: se sono qui a raccontarlo è perché stranamente il mio senso dell’orientamento funzionò, riuscendo a riprendere la discesa in sicurezza invece di rotolare in un crepaccio.
La seconda me la andai a cercare, decidendo in totale autonomia di fare sei giorni zaino in spalla sui Monti Liguri, con tanto di tenda per dormire sotto le stelle. Di quell’esperienza ricordo in particolare tre cose: la prima notte passata sotto delle pale eoliche (alla faccia della natura selvaggia), durante la quale mi svegliai intimorito da uno sfregamento contro la tenda che io interpretai subito come “cinghiali” e invece risultò essere “fili d’erba mossi dal vento” (ma lo scoprii solo con la luce del sole); un sentiero segnalato che finiva in un prato fiorito invaso dalle api, che attraversai con la stessa logica usata anni prima sul Monte Capanne (“ci sarà modo di proseguire dopo il prato”, incredibilmente funzionò anche in quel caso) e dal quale uscii indenne e con la fobia delle punture risolta; gli scarponcini utilizzati, che non mettevo da almeno cinque anni e mi distrussero i piedi in maniera lenta e metodica, tanto che i sei giorni si ridussero a tre e per parecchio tempo camminai come sui carboni ardenti. Da allora nutro un grande rispetto per chi ne sa veramente di montagna, e ringrazio la mia fortuna per non aver fatto la fine di Chris McCandless (o Alex Supertramp che dir si voglia).
Perché tutto questo inutile preambolo? Perché, a differenza mia, la band di questa settimana è molto più legata alla montagna e, in generale, al cammino in solitaria: signore e signori vi presento i Nitritono.
Duo prevalentemente strumentale formato da Luca Lavernicocca (batteria) e “Sir” Siro Giri (chitarra), i Nitritono nascono influenzati da band come Zu, Melvins, Fantomas e Om, portando avanti dalla demo omonima uscita nel 2013 un discorso musicale che si è fatto sempre più personale, anche attraverso la scelta di un’accordatura molto bassa. Dopo un primo album (Panta Rei, 2017) e uno split coi conterranei Ruggine (band con cui hanno condiviso anche la sfortuna, subendo due furti a distanza di un anno nella sala prove comune), i Nitritono hanno pubblicato a novembre 2020 l’ultimo disco, Eremo. Influenzato tanto dalle montagne intorno a Cuneo quanto dal Cammino di Santiago (il Re di Pietra dell’omonima traccia ad esempio è il Monviso, mentre Hospitales è una delle tappe più faticose del Cammino Primitivo), il disco del duo si contraddistingue per atmosfere in cui l’oscurità è preponderante, pur lasciando spazio a sprazzi di luce (penso in particolare alla seconda traccia Samos) che rendono l’esperienza sonora varia e davvero unica. Sembra davvero di essere in cammino ascoltando i sei pezzi che lo compongono: è facile immaginarsi una faticosa ascesa in una giornata tempestosa nel lento procedere diRe di Pietra, il cui sfogo finale appare quello di chi è riuscito a raggiungere la cima e guarda trionfante il mondo sotto ai suoi piedi, o un percorso solitario nelle note malinconiche e grevi di Bric Costa Rossa (una delle due punte della Bisalta, monte dalla particolare conformazione a due punte che viene per questo definito “Montagna del Diavolo”). Con un drumming che in certi momenti accarezza anche il tribale (Hospitales) e una chitarra capace di momenti lisergici è facile essere trasportati in Eremo verso un percorso interiore (merito anche di brevi inserti vocali che, soprattutto in Re di Pietra, ricordano dei mantra), fatto di luoghi oscuri da affrontare come la Costa Da Morte (una delle zone marine più impervie della terra, dove fra Finisterre e Muxìa finisce il Cammino di Santiago) che dà il nome alla traccia finale, un ipnotico maelstrom che ricorda gli Ufomammut nella sua granitica psichedelia (merito anche della collaborazione con lo sperimentatore visuale e sonoro Petrolio) ma se ne distacca nel convulso e stridente finale. Il viaggio offerto da Eremo non si limita alle orecchie e all’interiorità, ma abbraccia ance gli occhi, visto che ogni copia del disco contiene una foto dei luoghi evocati dalle canzoni.
Nella mia analisi del disco ho volutamente lasciato fuori un brano, Passo delle Terre Nere, e avrete già intuito dal titolo di questo (lunghissimo, grazie per essere arrivati fin qui) articolo che è il brano che mi ha ispirato il racconto della settimana. Quando l’ho ascoltato la prima volta (grazie al link fornitomi da I dischi del Minollo, una delle cinque etichette che hanno curato l’uscita e che, tanto per cambiare, non sbaglia un colpo) sono stato colpito dall’atmosfera di disperazione che coglievo nelle sue note, ritrovandomi subito a pensare ad una fuga: l’ambientazione montana è stata frutto del titolo, mentre l’epoca in cui si svolge la vicenda è volutamente priva di connotazione, anche se è facile pensare alle due guerre mondiali. Vi lascio il piacere (spero) di scoprire di più da soli, leggendo il racconto subito dopo il link al brano, e vi auguro al solito buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Il condannato
Li sentii arrivare alle mie spalle, all’inizio semplici sussurri che si confondevano con il vento che mi soffiava in faccia, poi sempre più minacciosi, vicini, urla come catene per impedirmi di procedere oltre, verso l’ultimo declivio da superare per lasciare alle mie spalle l’orrore a cui loro mi richiamavano, desiderosi di vendetta, invidiosi del mio destino, e mentre il vento aumentava d’intensità e nel fango mi si inabissavano gli stivali potevo ormai sentirli alle mie spalle, aliti caldi a mitigare il gelo dell’inverno ma d’un tepore illusorio, pronti a trascinarmi nell’inferno in cui mi avevano preceduto e proprio quando ormai mi mancava un solo passo e già vedevo le luci della valle mi afferrarono coi loro artigli e non mi rimase che gridare, gridare tanto da sentire in gola il sapore del sangue, finché la bocca non mi venne chiusa dal puzzo pestilenziale della morte.
Mi svegliai con il mio grido ancora nelle orecchie, come ogni notte. Ci misi poco a riprendermi: quando l’incubo diventa un’abitudine non fa meno paura, ma l’angoscia passa in fretta. Mi alzai per guardare dalla finestra, in cerca di luci che potessero segnalare che qualcuno mi aveva sentito. Il buio del paese che mi ospitava ormai da anni era integro, la sonnolenta vita della piccola comunità proseguiva come al solito. Nemmeno la guerra era riuscita a scalfirla, complice un confine che aveva resistito alla follia dell’uomo e che era stato la mia salvezza.
Nessuno mi aveva chiesto il nome quando avevo disceso le montagne, avevano solo voluto sapere cosa ero bravo a fare. Da soldato divenni panettiere, le notti passate a scrutare il buio vennero sostituite da quelle accanto al forno. Mi concentrai sul mio futuro, ma il passato veniva a tormentarmi in quelle poche ore di sonno che mi concedevo.
Non avrei più pianto per loro, ma sapevo che non avrebbero smesso di chiamarmi per tutta la vita, loro, i commilitoni che avevo abbandonato, i feriti che gemevano alle mie spalle chiedendo aiuto mentre io fuggivo, con la vergogna sconfitta dalla paura e le gambe che prendevano forza ad ogni passo, alimentandosi di speranza e di oblio, l’oblio a cui ci avevano condannato ordinandoci di difendere un passo montano già perduto e a cui mi ero ribellato, quello in cui avevo sprofondato il mio senso del dovere a costo dell’orrore ogni notte, di lasciare due fratelli dietro di me, di non sentire mai più una madre di cui non avrei mai potuto richiedere il perdono. Che piangesse tre figli, considerandomi morto e non vigliacco.
Non sapevo a cosa andavo incontro allora, ma così sia. A quelli come me, che non sanno immaginare l’espiazione senza martirio, non resta che vivere la vita come una condanna.
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