Alla festa delle distorsioni con Ruggine dei Pontecorvo

Se c’è una cosa che è chiara fin dalle prime note di Cade, traccia d’apertura del disco dei Pontecorvo, è che ci sarà ben poco spazio per la riflessione. Ruggine, album che arriva a quattro anni di distanza dal primo ep omonimo, è una corsa a perdifiato lungo sentieri garage rock che si sporcano di stoner e blues, sette tracce veloci (a parte la conclusiva Prendere sonno sono tutte al di sotto dei tre minuti) in cui le distorsioni la fanno da padrone, arrivando a spandersi persino sulla voce.

La band brianzola, formata da Fili (chitarra e voce), Ale (basso) e Fra (batteria), ha l’innegabile capacità di saper mescolare i vari elementi che compongono la propria musica in maniera non scontata: basta arrivare a metà del singolo Gaviscon Blues per rendersene conto, quando la band tira il freno a mano e piazza un finale grosso e lento nella miglior tradizione stoner, mentre nella successiva Freddo sono le influenze blues a ritagliarsi spazio. Quello che rimane sempre invariato è l’approccio diretto e senza fronzoli, voce urlata per la stragrande maggioranza del tempo e le distorsioni della chitarra che seppelliscono tutto come un rullo compressore, lasciando un po’ di respiro solo in una Prendere sonno piazzata non a caso al termine e riecheggiante delle atmosfere inquiete degli Alice in Chains (qualcuno ha detto Angry chair?).

I testi sono intrisi di disillusione, urlata forte quasi a scrollarsi di dosso un futuro senza prospettive, ed è un peccato che la voce di Fili sia utilizzata a mo’ di quarto strumento: gravata di distorsioni e lasciata a sgomitare coi suoni aumenta l’effetto di coesione generale, ma paradossalmente la mancanza di un elemento anche solo leggermente fuori dal coro finisce per mitigare la potenza del trio. Ruggine è un disco che nei suoi soli diciannove minuti di durata riesce a essere estremamente vario, con arrangiamenti interessanti (Paglia è la miglior traccia sotto questo punto di vista, con un finale al fulmicotone molto convincente) condensati in brani che puntano sempre e comunque a vincere per knock out, ma suona stranamente più monotono di quello che effettivamente è. La mia sensazione, strettamente personale, è che nella loro musica i Pontecorvo riescono a sfogare le proprie frustrazioni, ma manchino ancora della rabbia per andare oltre la disillusione e incazzarsi per davvero: la strada è quella giusta, ancora un piccolo step e avranno la potenza necessaria per lasciare senza fiato l’ascoltatore.

Uscito ad aprile 2020 esclusivamente in digitale, Ruggine è stato stampato a dicembre in vinile a tiratura limitata grazie ai ragazzi di Truebypass. Piange il cuore a pensare a una band del genere impossibilitata a calcare i palchi, perché la dimensione live sembra essere quella più adatta ai Pontecorvo: se qualche booking è in ascolto li metta a suonare in accoppiata con i Morso, ne vedremo delle belle.

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Racconto in musica 44: Però ci vuole lentezza per costruire le cose (Riccardo Sinigallia – Io e Franchino)

In più di un’occasione mi è capitato di parlare del podcast L’audionario di Francesco Del Gratta, di cui purtroppo da un po’ di tempo non escono nuove puntate. Con grande passione Del Gratta si è messo a esplorare alcune scene musicali conosciute (la Firenze del post-punk e della dark-wave negli anni ’80, l’Islanda di Bjork e Sigur Rós) narrandone la storia e, soprattutto, andando a scovare le “nuove leve” che arrivano da quelle zone…un po’ quello che cerco di fare io, con molta improvvisazione in più e molta professionalità in meno. Nella sesta puntata, che potete trovare qui, parla della scena romana lasciando filtrare molto di più la nostalgia per il passato rispetto alla speranza per il futuro (soprattutto se quel futuro si chiama Gazelle o Tommaso Paradiso, anche se rispetto a lui sono molto meno critico su I Cani e molto di più su Calcutta), forse perché parte di quella scena dimostra di averla vissuta nel pieno della sua formazione: è quella dei vari Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzé e Tiromancino, formatisi tutti attorno a un locale che si chiamava, molto originalmente, Il Locale e passata poi a colonizzare l’airplay radiofonico (cosa che per i primi bizzarrissimi Tiromancino, ascoltati su Videomusic decenni fa, mai avrei potuto pronosticare). A fare da trait d’union in tutta quella scena c’era un cantautore, uno che non ha fatto tantissimi album nonostante sia sulla breccia dagli anni 90 ma che in compenso ha prodotto e continua a produrre altri artisti: quel cantautore è Riccardo Sinigallia.

A darmi modo di parlare di Riccardo Sinigallia è stato un altro esperto di musica, Matta Grigolo. Berlinese d’adozione dal 2013, ma nato alle porte di Milano dove si è vissuto una scena fatta di punk, skaters e writers, Mattia ha uno di quei curriculum che vorrei avere io: otto anni di lavoro nella discografia, tre anni a organizzare live elettronici tra Leoncavallo e altri storici club milanesi, una lunga militanza nel giornalismo musicale per testate come Zero, Rolling Stone, Il Mucchio, Soundwall, NOT, Wired e Area. Non bastasse ciò a Berlino ha fondato il progetto di laboratori creativi per italiani all’estero LE BALENE POSSONO VOLARE (grazie al quale l’Istituto Italiano di Cultura, il Comites Berlino e l’Ambasciata Italiana a Berlino lo hanno premiato come Italiano dell’Anno 2014), insegna scrittura creativa, ha fondato una rivista di approfondimento online (Yanez Magazine) e una rivista letteraria, Rivista Eterna, che uscirà per soli tre numeri prima di andare verso la morte e rimanere eterna solo nel nome, nella forma e nelle parole di chi ha contribuito a darle vita con i suoi racconti.

Riccardo Sinigallia, dunque. Cosa dire di un uomo che, chiacchierando senza pensieri, tira fuori le parole del ritornello di Quelli che benpensano di Frankie Hi-Nrg? O che salva Vento d’estate, inizialmente un pezzo di Max Gazzé (che doveva finire in La favola di Adamo ed Eva) di cui non era soddisfatto, facendolo ascoltare per sbaglio a Niccolò Fabi? Per certi versi è lui il deus ex machina che sta dietro a tutto quel proliferare di cantautori, e non solo, emerso dall’underground romano degli anni ’90, del quale un piccolo seme si poteva già trovare nei Sei suoi ex, band che Sinigallia formò alla fine degli anni ottanta con, fra gli altri, Niccolò Fabi e Francesco Zampaglione (pensate alla vostra cover band, nata per caso e morta senza che nessuno la ricordi, e immaginate che da lì escano poi questo tipo di artisti). Bisognerà aspettare il 2003 perché veda la luce il suo primo disco, omonimo, ma per tutti gli anni ’90 Sinigallia non resta fermo: produce i primi dischi di Niccolò Fabi, lancia Max Gazzé, inizia a dirigere video (il primo è proprio Quelli che benpensano, in cui appare sul sedile posteriore cantando l’iconico ritornello), entra a far parte dei Tiromancino producendo e cofirmando l’album La descrizione di un attimo, passa da Sanremo proprio con la band dei fratelli Zampaglione, prende parte al collettivo La comitiva (di cui produce l’unico disco, Medicina buona) e inizia pure a scrivere colonne sonore, col film Paz! di Renato De Maria. Negli anni arriveranno altri tre album solisti (Incontri a metà strada nel 2006, Per tutti nel 2014 e Ciao cuore nel 2018), la formazione, assieme a Max Casacci, Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo e Howie B, dei DeProducers, band con all’attivo tre dischi in cui sonorizzano dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile, il lancio di altri artisti come Coez e Motta, la candidatura ai David di Donatello con una canzone scritta per il film Non essere cattivo di Claudio Caligari (su richiesta dell’amico Valerio Mastandrea, che appare in un sacco di suoi videoclip tra cui quello di La descrizione di un attimo dei Tiromancino) e mille altre cose, alcune delle quali condensate in Backliner, film biografico realizzato da Fabio Lovino.

Io e Franchino, quarta traccia del disco Per tutti, è una storia di amicizia complicata, in cui il Franchino evocato da Sinigallia è quel Francesco Zampaglione con cui ha condiviso una lunga parte del proprio percorso artistico. Mattia è riuscito a rendere al meglio il testo e le atmosfere della canzone, utilizzando una prosa colloquiale che si adatta alla perfezione sia ai lati ruvidi che a quelli teneri di un rapporto tortuoso ma sincero. Trovate il racconto subito dopo la canzone, a me non resta che augurarvi come sempre buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Però ci vuole lentezza per costruire le cose, di Mattia Grigolo

Una luna opalescente si è portata via l’effetto strano che fa la nebbia nelle strade del paese. Franchino arranca sul marciapiede aggrappandosi alle ringhiere bagnate di brina. Oltre i cancelli, i cani abbaiano, ma restano a distanza dal puzzo acido di alcol del ragazzo, il suo barcollare che sembra quasi un danzare.
Mi avvicino e gli dico Hey come va, come va?
Franchino ha gli occhi stanchi dal vino, dall’amore, dalla vita.
Non dice niente, non chiede nemmeno, alza solo un braccio guardandosi i piedi, l’asfalto oppure il niente sfocato dalla luce tenue dei lampioni.
Io m’infilo sotto quel braccio e me lo prendo sulle spalle e ci trasciniamo come l’ombra di una bestia zoppa. Io e Franchino, quella notte diventiamo fratelli.

Franchino mi telefona che è notte fonda, alzo il ricevitore e la cornetta pesa del sonno e del lavoro in fabbrica. Dico Pronto senza chiedere, lui dice Divento papà senza piangere. Così esco di notte, con dei bermuda strappati sul culo, una t-shirt dei Melvins, un elastico che mi tiene in piedi aggrappandosi ai capelli. La piazza è vuota e tutto rintuona; il mio urlare che si fa eco sulla facciata della chiesa, fino all’alimentari lì davanti, il suo sorridere che si perde subito perché è un lampo, perché lui è così, Franchino, vive della paura di non essere all’altezza, con quelle spalle che ha, quelle ginocchia storte da numero dieci. E mi dice Ho paura e gli dico Franchino, hai qualcuno da difendere e mi stringe così, come ci siamo sempre stretti senza averlo fatto mai.

Franchino è seduto ad un tavolo di un bar buio. Davanti a lui c’è una sedia vuota e quando arrivo volta la testa per guardarmi ma non mi guarda davvero, però mi dice Siediti, dai siediti. Franchino mi dice che le persone non sanno perché fanno quello che fanno, lo fanno e basta e lo fanno veloce. Però ci vuole lentezza per costruire le cose, perché lento è il tempo quando passa dandoti il beneficio del dubbio e del poter riparare agli sbagli.
Gli dico che di sbagli noi ne abbiamo fatti tanti e lui dice che no, quelli non sono errori, sono passaggi troppo veloci.
Io gli chiedo Non bevi niente? e lui accende una sigaretta già iniziata.
Dice Me ne vado.
E dove vai?
Non so.
E io che gli dico Perché? e lui che mi risponde Quello lo so.

Dalla città al paese sono dieci stazioni dai nomi bianchi scritti nel blu. Ho un figlio, una figlia, una compagna malata e un cane che ride. Ho tre poesie bellissime che non ho mai fatto leggere a nessuno e ho una fotografia dai colori sbilanciati, dagli angoli piegati.
Siamo io e te Franchino, stretti in un sorriso che non è mai stato il tuo.
La chiudo tra i ricordi. Un giorno l’ho abbracciata, così, come se fosse di ossa, di carne e del tuo sapore amaro, Franchino, così sfuggente come un’amicizia che è un ricordo e un sorriso che mi sono messo in tasca, perché tu lo hai dimenticato su un tavolo di un bar, tanti anni fa.

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Luci e ombre degli Watchmen di Damon Lindelof

È passato più di un anno da quando Watchmen, miniserie prodotta dalla HBO e ispirata alla leggendaria graphic novel di Alan Moore (che con ammirevole coerenza si è rifiutato di avvallare questo ennesimo adattamento di una sua opera creativa, come aveva già fatto con From hell, V per Vendetta, La leggenda degli uomini straordinari e il film dello stesso Watchmen) e Dave Gibbons, ha fatto la sua apparizione. Ambientata nello stesso universo narrativo, ma traslata nel nostro periodo storico, la serie aggiorna l’ucronia di Moore mantenendone lo spirito politico…ma di tutto questo avrete sicuramente sentito già parlare, visto che se l’argomento era di vostro interesse avrete già visto la serie e, magari, anche spulciato la Peteypedia, sorta di approfondimento “off screen” condotto dal personaggio di Dale Petey che da un lato ricalca i documenti presenti alla fine di ogni capitolo nella graphic novel originaria, e dall’altro ricorda quanto Damon Lindelof, l’autore della serie, ci stia sotto coi riferimenti ipertestuali fin dai tempi di Lost. Perché scriverne ora, quindi? Innanzitutto perché me la sono goduta solo ultimamente (ho aspettato che la mia fidanzata leggesse l’opera di Moore e Gibbons prima della visione), in seconda battuta perché…be’, è il mio blog, di essere sul pezzo me ne importa il dovuto e un’analisi della serie mi andava di farla. A qualcuno andrà mai di leggerla, soprattutto contando che c’è chi, come Fumettologica, ha fatto un’incredibile opera di analisi episodio per episodio? Solo la storia potrà dirlo, intanto iniziamo parlando di

La Storia nella storia

Inizia tutto da qui

Uno dei maggiori pregi che è stato riconosciuto a Watchmen è quello di aver mischiato, in linea con la fonte d’ispirazione, la trama che coinvolge i personaggi con gli eventi storici. Se la graphic novel spostava le lancette del tempo un poco più indietro rispetto al periodo di uscita, ambientando le vicende in un 1985 in piena guerra fredda rispetto alla fine del decennio che avrebbe visto, pochi mesi dopo l’inizio della pubblicazione, la caduta della cortina di ferro, la serie si concentra sulla nostra attualità, delineando una minaccia interna: i suprematisti bianchi del Settimo Cavalleria. Questa decisione dà modo non solo a Lindelof e soci di estremizzare ciò che stava accadendo già più di un anno fa (e che dopo l’assalto al congresso di inizio gennaio sembra quasi una premonizione), ma anche di integrare nel motore narrativo una vicenda oscura ai più, ovvero il massacro razziale di Tulsa: far luce su un episodio di razzismo talmente eclatante (il conto delle vittime non è mai stato accertato, anche a causa di stime ridotte al ribasso per ovvi motivi dalle autorità bianche, ma dovrebbe aggirarsi intorno alle 250-300), eppure rimasto taciuto per lungo tempo, rappresenta un ottimo modo di fare intrattenimento veicolando al contempo dei contenuti forti.

Meglio o peggio dei sostenitori di Trump?

Il mondo in cui si ritrovano ad agire Sorella Notte, Specchio e gli altri “agenti in costume” è allo stesso tempo più oppressivo e più liberale di quello attuale: da un lato i suprematisti bianchi si sono organizzati in una vera e propria associazione terroristica, cosa che per fortuna non è (ancora) successa negli USA; dall’altro uno dei loro atti più eclatanti, la “notte bianca” in cui hanno ucciso un gran numero di poliziotti (portando ad implementare il decreto che concede alle forze dell’ordine di agire in ogni senso sotto copertura, ironicamente varato da Joe Keene Jr., figlio del politico che mise fuorilegge gli Watchmen nel 1977), è stato perpetrato a causa della decisione del Presidente Robert Redford di concedere un risarcimento statale ai parenti delle vittime degli episodi di Tulsa, cosa che nella realtà invece non è mai avvenuta. Questa dicotomia investe la serie per tutta la sua durata, mischiando continuamente realtà e finzione (lo sceriffo Bass Reeves che il giovane Will guarda estasiato al cinema prima che Tulsa venga messa a ferro e fuoco, ad esempio, fu davvero il primo sceriffo nero a ovest del Mississippi nel 1838, e anche il volantino lanciato dalle truppe tedesche ai soldati statunitensi neri è un vero dettaglio storico) ma mostrando un’apertura alla speranza più netta di quanto non abbia fatto Moore.

Foto di gruppo con sfocature

L’idea di un Giustizia Mascherata nero, interpretazione libera ma non infedele di una possibilità narrativa lasciata aperta dalla graphic novel, è stata sfruttata in maniera egregia, e la storia di come Will Reeves sia diventato il primo eroe in costume dell’universo di Watchmen rappresenta anche il punto più alto della serie (l’episodio Questo essere straordinario, non per niente vincitore di ben tre Emmy). Quanto il tema del razzismo sia importante per la serie lo si evince anche in piccoli dettagli: nell’episodio Un’ammirazione quasi religiosa viene inquadrata più volte, nel Vietnam appena conquistato, una bandiera statunitense con le stelle disposte a cerchi concentrici, troppo simile al modello della prima versione del vessillo (utilizzata, al pari di quella sudista, dai Trumpisti che hanno assaltato il congresso) per essere casuale.

Musica maestri!

Il sonorico duo

Mi è bastato meno di un episodio per riconoscere la mano di Trent Reznor e Atticus Ross nelle musiche della serie. Il duo, rodatissimo e già al lavoro su svariate colonne sonore (per quella di The social network nel 2011 si sono portati a casa un Oscar), riesce a creare dei temi che riecheggiano di atmosfere anni ’80 ma suonano comunque attuali, una scelta che può apparire influenzata in tempi di nostalgia eighties ma che qui ha il suo senso nel tracciare una continuità fra i decenni che caratterizzano gli eventi principali dell’universo Watchmen. La direzione sonora è un fiore all’occhiello della serie anche per la scelta dei brani che fanno la loro apparizione lungo il corso degli episodi: le musiche non sono mai scelte a caso, anche se i rimandi non sono sempre facilmente intuibili (un plauso ancora a Andrea Fiamma di Fumettologica che è riuscito a cogliere nella canzone di Oklahoma! da cui proviene il titolo del primo episodio un riferimento all’impiccagione cui va incontro Judd Crawford).

Al di là dei riferimenti nascosti la colonna sonora spicca per qualità e varietà. Dagli anni ’80 di Beastie Boys e Devo al jazz, passando per musica classica e blues (con qualche scelta più ruffiana, come Living in America di James Brown utilizzata durante i festeggiamenti per la conquista del Vietnam) le musiche si abbinano perfettamente agli eventi, col plauso di una versione di Life on Mars di David Bowie che sì, è anch’essa abbastanza scontata quando uno dei personaggi è stato effettivamente sul pianeta rosso, ma risulta una cover ottimamente riuscita.

I personaggi, fra passato e presente

Chi sale e chi scende

Un elemento su cui Watchmen zoppica sono i personaggi, o meglio alcuni di loro. Funzionano molto bene la maggior parte di quelli nuovi, dall’Angela “Sorella Notte” Abar di Regina King al Wade “Specchio” Tillman di Tim Blake Nelson (una specie di “nuovo Rorschach“, rassomiglianza acuita dalla scena in cui Specchio mangia con la maschera che gli lascia libera solo la bocca, molto simile a una vignetta contenuta nella graphic novel), ma la faccia da schiaffi di James Wolk rende evidente fin da subito come il suo Joe Keene Jr. non possa essere lo stinco di santo che proclama di essere…o forse sono influenzato dal suo ruolo di pallista professionista in Mad Men.

Passaggi di consegne

Su quelli vecchi, invece, le mie perplessità aumentano esponenzialmente, andando a minare parte della credibilità della serie. Laurie “Spettro di seta” Blake, interpretata da Jean Smart, è la più credibile del lotto: ha avuto abbastanza esperienze negative coi supereroi da giustificare la sua scelta di operare per la cattura dei nuovi aspiranti giustizieri mascherati, è disillusa al punto giusto ma ancora indomita nello spirito. L’Adrian Veidt di Jeremy Irons è, al contrario, perlopiù una macchietta che demitizza completamente l’immagine di “uomo più intelligente del mondo” che l’Ozymandias di Moore si era costruito (e, in maniera controversa, guadagnato sul campo): tutto ciò che gli succede è funzionale a metterlo in ridicolo, dalla sua “autoreclusione” su Europa fino all’arresto farsesco nel finale, e anche il modo in cui annuncia la propria astinenza sessuale (campo lasciato aperto, al pari delle origini di Giustizia Mascherata, ma sfruttato decisamente peggio) lo relega da stratega sopraffino a spalla comica. Il Dr. Manhattan/Cal Abar di Yahya Abdul-Mateen II è una via di mezzo fra il trattamento operato coi due altri eroi mascherati del passato, dato che il modo in cui ragiona atemporalmente è mutuato alla perfezione, ma risulta poco credibile che un essere che ha lasciato dietro di sé (quasi) ogni retaggio umano si limiti a questa forma (mutuata da ricordi d’infanzia) quando deve ricreare la vita su un satellite lontano: la sua storia d’amore con Angela oscilla invece pericolosamente sul filo della credibilità (il Dr. Manhattan può ancora provare emozioni?), ma la difficoltà di ragionare come un essere che avrebbe anche potuto architettare tutto per la propria distruzione (o andarci incontro come a qualcosa di ineluttabile) lascia aperto il dibattito sui suoi affari di cuore.

Nel bene e nel male, come concludi fa la differenza

Buchi narrativi

E purtroppo Watchmen non lo fa nel migliore dei modi. Il piano di Lady Trieu di appropriarsi dei poteri del Dr. Manhattan è ambizioso, geniale e strategicamente perfetto (col dettaglio aggiuntivo di umiliare il padre, reo di non averla accettata né aiutata quando poteva farlo), ma il modo in cui viene smantellato non ha senso: un’opera fatta con un gozziliardo di dollari, creata per incamerare il potere di un Dio, viene distrutta da una pioggia di calamari ghiacciati che LASCIA IN VITA TUTTI GLI ALTRI? In una serie di dettagli che si incastrano alla perfezione questa caduta di tono è micidiale, una concessione all’happy ending e al classico finaleadeffettoconsalvezzachearrivaall’ultimosecondo che rovina sul più bello un discorso fin lì quasi a prova di bomba.

Stride anche un po’, in una serie così legata alle tematiche discriminatorie, che nel finale non si conceda a una donna di appropriarsi del potere che un uomo è riuscito a usare (più o meno) saggiamente. Lady Trieu poteva essere davvero il nuovo che avanza, una matriarca che porta un equilibrio diverso da quello a cui siamo abituati, ma tutti preferiscono concordare (tacitamente e non) con Adrian Veidt quando afferma che “ci vuole un egocentrico per riconoscerne un altro”: l’unico momento in cui gli danno ragione, insomma, è quando difende il patriarcato. I poteri passano comunque a una donna (Lindelof ha dichiarato apertamente che il finale aperto alla Inception è lì solo per bellezza, e non c’è dubbio che Angela abbia ereditato i poteri del Dr. Manhattan), ma con goffaggine e pudore eccessivi: Osterman ha come prima cosa imparato a ricrearsi, vogliamo davvero credere che Angela con quei poteri non riesca a capire se possa o meno camminare sull’acqua?

“Indovina almeno in quale mano è”

La serie mi aveva lasciato piccoli dubbi lungo tutti gli episodi, alcuni fugati offscreen (del diario di Rorscharch, che il Settimo Cavalleria ha eletto a propria bibbia, viene menzionata la pubblicazione ma non gli esiti sull’opinione pubblica: Peteypedia risolve la questione spiegando che la sua autenticità è sempre stata messa in dubbio, motivo per il quale solo i suprematisti bianchi conservano gelosamente, anche se resta confuso il perché, le prove del misfatto di Veidt), altri rimasti (il modo in cui Veidt annulla i ricordi del Dr. Manhattan avrebbe dovuto essere il Piano A per evitare che questi potesse fermarlo a Karnak nel 1985, ma come avrebbe fatto a utilizzarlo? E come ha fatto a scappare da Karnak la madre di Lady Trieu?), ma il modo in cui finisci una storia è essenziale per annullare o meno queste domande che continuano a risuonare nel cervello: purtroppo l’ultima puntata delude, conclude in maniera troppo mainstream le vicende e, pur non rovinando quanto di buono fatto, lascia quel retrogusto amaro di occasione mancata per rimanere davvero nell’immaginario collettivo anche dal punto di vista narrativo.

E se vi state ancora chiedendo che fine ha fatto Lube Man sappiate che Lindelof l’ha rivelato solo su Peteypedia

Damon Lindelof aveva annunciato che Watchmen sarebbe stata una serie autoconclusiva, su cui non avrebbe messo più mano ma lasciando aperta una porticina a eventuali sequel ad opera di qualcun altro. Che una seconda stagione arrivi o meno, magari con nuovi protagonisti e un altro punto di vista, una sola cosa è sicura: Alan Moore non sarà d’accordo.

“L’hai detto”

Racconto in musica 43: Tre pietre (Shellac – Riding bikes)

Il mio avvicinamento alla musica ha attraversato varie tappe, alcune di cui vado fiero e altre meno. Il me bambino aveva eletto ad esempio Liberi liberi di Vasco Rossi a sua canzone preferita, da preadolescente passai alla musica da discoteca della Deejay Parade mischiata coi Queen del Greatest Hits II (ma sfuggii con orgoglio alle canzoni da spiaggia del campo estivo, che significava A) spiaggia del Ticino, mica il mare B) La canzone del sole e Albachiara ripetute ogni tardo pomeriggio: Vasco per fortuna smise di piacermi proprio lì, Battisti purtroppo o per fortuna l’ho sempre tenuto lontano per lo stesso motivo), tra la fine delle medie e l’inizio delle superiori feci il salto di qualità (almeno all’interno del palinsesto di Radio Deejay), scoprii la Rock Hit e, con essa, il grunge. Fu un momento fondamentale, mi sembrava di essermi affacciato a un mondo “adulto” quasi da comunità segreta (la famosa comunità segreta della musica che vendeva un sacco e passava su Mtv, quanta ingenuità. Del metal ai tempi pensavo ancora che fosse musica per gente estrema che, se non faceva sacrifici umani, poco ci mancava: guardavo con timore e venerazione i manifesti di Iron Maiden e Metallica in camera di mio cugino, con cui ora lavoro in fabbrica), e a quell’impressione contribuirono particolarmente due video: quello di Black Hole Sun dei Soundgarden, con tutte quelle facce strane e il vortice che alla fine si porta via tutti, e quello di Heart-Shaped Box dei Nirvana, malatissimo collage di immagini che per il me di allora avrebbero potuto valergli la scomunica. Col tempo sarei passato oltre, dai boschi del Nord-Ovest ai deserti Stoner del Sud-Ovest, per poi cominciare a scavare nei meandri della musicachenormalmentenonsiinculanessuno, ma in tutto questo girovagare mi soffermai poco su una scena fondamentale per la musica indipendente d’oltre oceano (e non solo): quella che gravitava, e tutt’ora gravita, intorno a Chicago e alla Touch & Go, storica etichetta che ha fatto da culla a movimenti post-hardcore, noise, math-rock e industrial seminali per tutte le generazioni a venire. Come ideale e tardivo omaggio alla mia formazione musicale, e anche come sorta di messaggio di scuse alla scena di Chicago tutta, il racconto di questa settimana si ispira a una canzone scritta da colui che registrò In Utero dei Nirvana e che di quella scena è un guru sia a livello produttivo che musicale: quell’uomo è Steve Albini.

Riassumere l’importanza di Steve Albini nel panorama musicale odierno è impossibile in poche righe, si può andare solo a toccare parte di ciò che è stato e che ha fatto. Musicista dallo stile inconfondibile, con una chitarra tagliente e metallica e una voce urlata e abrasiva, in carriera ha prima fondato i Big Black nel 1982, rimasti in attività il tempo di registrare due album e influenzare un sacco di musicisti col loro miscuglio di noise, hardcore e industrial, quindi i Rapeman e infine, nel 1992, gli Shellac, band con cui ancora è in attività. Il primo album con la nuova band, formata insieme a Bob Weston al basso e Todd Stanford Trainer alla batteria, arrivò nel 1994 dopo due Ep: At Action Park porta nella musica di Albini un ulteriore elemento distintivo, il germe geometrico da cui esploderà il math-rock (che, in maniera diversa, cresceva già anche a Los Angeles coi Tool), stile che contraddistinguerà una larga fetta della scena di Chicago, dai Don Caballero ai June of ’44. Gli Shellac hanno al momento all’attivo sette album, un numero esiguo in confronto agli anni di permanenza sulle scene ma figlio di una precisa scelta: in netto contrasto con la voracità dell’industria discografica, Albini e soci registrano quando possono/vogliono (anche in base agli impegni lavorativi), gestiscono ogni aspetto della band in totale indipendenza (dai tour al merchandising, sulla scia dei Fugazi), privilegiano il vinile al cd e appaiono sulle scene quando hanno veramente qualcosa da dire. Steve Albini è una di quelle figure talmente famose che è incredibile come riesca a essere anche fieramente coerente con le sue scelte anti-establishment: non guadagna royalties dai dischi che ha inciso (di gente del calibro dei già citati Nirvana, Foo Fighters, Godspeed You! Black Emperor, Mogwai, Neurosis, Sonic Youth e pure gli italiani 24 Grana, Zu e Uzeda), ha scritto un libro nel 1993 contro l’industria discografica (The problem with music, di cui potete avere un assaggio qui), si è favorevolmente espresso verso il download gratuito e, particolare più bizzarro ma condivisibile, ha dichiarato di non voler mai incidere canzoni pop perché la ritiene “musica per bambini e idioti”.

Riding Bikes, la canzone che ho scelto come base del racconto della settimana, arriva dall’album del 2014 Dude Incredible e mi ha colpito per la vividezza con cui, in pochi minuti e con poche righe di testo, riesce a evocare un’atmosfera di difficoltà, scelte difficili e disagio. Cantore dei lati più disumanizzanti della società (coi Rapeman incise un Ep, Budd, la cui title track è una cronaca del suicidio in diretta del senatore repubblicano Budd Dwier), spesso veicolati attraverso esperienze autobiografiche, Albini coi suoi sodali mi ha portato con la mente in una periferia degradata, vista attraverso gli occhi di un gruppo di adolescenti a un passo dal perdere la propria strada, una storia che ho deciso di narrare con meno enfasi possibile per rendere giustizia a un brano che si concede emozioni forti solo nelle urla e distorsioni finali: lo trovate qui sotto, subito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Tre pietre

C’eravamo solo io e Ted quel giorno, a ciondolare in bici per il quartiere, con tre pietre pronte per il Ratto, quello onesto, che ci aveva inguaiato per l’ultima volta.

Tic non era potuto venire. Aveva un braccio ingessato, non ce l’avrebbe fatta a lanciare e comunque aveva troppo male dappertutto per riuscire a pedalare. Ce l’aveva detto, Tic, che del Ratto non dovevamo fidarci, ma il mio vicino diceva che di quelli come Tic, che facevano versi strani e schioccavano le dita quando erano agitati, c’era da fidarsi anche meno.

Il mio vicino era cinque anni più grande di noi, aveva la moto e fumava erba davanti agli adulti. Mica potevamo non credergli, ma quella volta Tic non sparava cazzate.

Il Ratto doveva fare il palo. Eravamo entrati al minimarket con la grassona alla cassa, andavamo sempre quando c’era lei perché era mezza rimbambita e non si accorgeva di niente, ma con gli altri clienti era un’altra storia. Lui ha fatto il bravo, non ci hanno mica beccato lì, ma quella merda dopo si è preso male e ha confessato tutto alla mamma.

A Ted andò di lusso, lo misero solo in punizione per due settimane. A me papà ne diede tante con la cinta. A Tic il padre lo lanciò giù per le scale. Era uno che ci teneva alla reputazione, diceva che la sua era una famiglia perbene, ma se lanci tuo figlio giù per le scale io penso che magari delinquente non lo sei ma una merda sì, ed è inutile che cerchi di convincere gli altri del contrario.

La colpa vera comunque era del Ratto, lo sapevamo tutti. Lo sapeva anche lui, infatti era scappato subito dopo le lezioni. Noi ce ne siamo fregati della punizione, a scuola non potevamo fargli niente ma fuori era un’altra storia. Non poteva passarla liscia.

L’abbiamo cercato alla sala giochi, nella baracca fra i campi dove i ragazzi più grandi nascondevano i giornalini porno. Sapevamo che non era andato a casa, più a lungo scappava e più ne avrebbe prese. Era già quasi sera quando lo trovammo, sull’altalena nel parco. Non vedevo l’ora, perché a pedalare il maglione mi sfregava contro le croste sulla schiena. Papà la cinta la usava dalla parte della fibbia quando doveva farmela pagare cara.

Il Ratto non cercò neanche di scappare. Iniziai io a lanciare, perché avevo due pietre, una per me e una per Tic, a casa col braccio ingessato. Lo presi sulla gamba, così anche volendo non poteva più scappare. Ted fece un tiro da mammoletta, sfiorandogli un braccio. Era troppo gentile, Ted. Chissà se lo è ancora.

Non glielo avevo detto, ma all’ultima pietra avevo attaccato delle lamette da barba con la colla. Mentre mettevo la mano nella tasca del giubbotto potevo sentire i pezzi di lana che si erano staccati. Doveva averceli anche lui dei segni.

Tirai l’ultima pietra. Potevo ben capire che ci sarebbero state conseguenze, ma non mi importava. Lo presi in piena faccia. Rimanemmo non so quanto ad aspettare che si alzasse, mentre attorno faceva buio e i nostri genitori preparavano punizioni che avremmo rimpianto, da quel momento in poi.

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La poetica del mare nel primo Ep dei La Jacquerie

Saranno le notizie di cronaca riguardanti gli sbarchi di migranti, la visione negli ultimi mesi di un film come His House e la lettura del libro Appunti per un naufragio di Davide Enia che mi fanno pensare che un Ep che si chiama Il mare non possa parlare d’altro che del dramma dell’immigrazione. I La Jacquerie, che prendono il nome da un termine generico francese indicante una sommossa popolare spontanea (a sua volta storicamente legato a un’insurrezione contadina del 1358), hanno il merito di allargare la narrazione e, pur legando il proprio progetto al mondo degli ultimi e degli sconfitti, non limitarsi coi testi evocativi ma non espliciti di Simone Piccini (coadiuvato in due brani da Cristiano Lattanzi) a esplorare solo i drammi legati alla superfice acquatica.

Prodotto e distribuito da (R)esisto, Il mare rappresenta l’esordio discografico per la band perugina, formata da Simone Piccini (Voce e chitarra), Antonio Piccinni (chitarre, bouzouki, fender rhodes e acoustic loops), Michele De Musso (batteria) e Cristiano Lattanzi (basso). L’Ep è un’interessante commistione di rock, world music e cantautorato, anime presenti in diversa misura in ognuno dei cinque brani che compongono la tracklist: dal bouzouki che contraddistingue l’inizio della traccia d’apertura Io credo il mare ai fiati che si palesano nella conclusiva Passannante si delinea un percorso musicale che si affaccia tanto alle coste africane quanto a quelle sudamericane, non disdegnando puntate anche nel desert blues che, almeno geograficamente, è quanto di più lontano dalle atmosfere marittime.

La varietà stilistica nella musica dei La Jacquerie si sposa anche con una libertà compositiva piuttosto spinta. Il singolo Non si vola e Passannante sono i brani che concedono di più alla classica forma canzone, anche se la prima si distingue per una progressione continua cui la chitarra elettrica dona uno sfogo quasi salvifico, mentre i restanti brani spingono molto di più sull’ibridazione, particolarmente in Prima il tuo nome dove atmosfere stoner alla Yawning Man si mischiano con un drumming tribale prima di virare su un muscolare finale elettrico. La voce profonda di Simone è l’elemento che fa da collante tra tutte le varie influenze, enfatica ma non strabordante e capace di ricordare in qualche momento Fabrizio De André. Se sul fronte degli arrangiamenti la band dimostra già un’ottima maturità, altrettanto non avviene sul fronte delle sonorità: indeciso sulla direzione da prendere l’Ep suona come un compromesso tra le varie atmosfere che lo compongono, con la voce che si staglia troppo in primo piano nell’iniziale Io credo il mare e i suoni distorti che appaiono poco energici, particolarmente nella blueseggiante Chi si accontenta muore.

L’esordio dei La Jacquerie è strutturato come una vetrina in cui vengono messe in luce tutte le potenzialità della band, ma la registrazione non riesce a farle risaltare come dovrebbero. Manca ancora una personalità consapevole, capace di far compiere alla band il salto di qualità su tutti i fronti: per farlo servono testi che da interessanti si facciano illuminanti e un suono meno derivativo, elementi su cui lavorare partendo da una base che è comunque solida e promettente.

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Racconto in musica 42: Strano ma vero (Dri – Solo ad un esame dalla laurea)

Ed eccoci al primo racconto del 2021! Come avete festeggiato l’avvento del nuovo anno? Ok, probabilmente è la domanda sbagliata in questo momento, perciò lasciamo in standby le nostre aspettative per il nuovo anno e facciamo un salto indietro nel tempo, precisamente al 28 maggio 2018, quando i locali erano aperti e io suonavo in un’anacronistica band che ancora si ostinava a fare grunge: i S.I.N. (che stava per “Souls In Nowhere” ma siccome lo sapevamo solo noi, e forse manco tutti i componenti, io mi divertivo a cambiare il nome ogni volta che pubblicizzavo una data in cose come “Shinji Ikari’s Neighbours”, “Sad Ionesco Novel” o “Sorry Inga Nastedovjna”. Ovviamente non ricordo chi sia Inga Nastedovjna, e altrettanto ovviamente mi diverto con poco). Ci eravamo iscritti a un contest in quel di Spaziomusica a Pavia (che nel frattempo è stato fra le vittime del lockdown), avevamo passato la prima selezione (forse perché nessuno di noi era sbronzo, ma giuro che siamo riusciti a passare una selezione anche una volta che il bassista ha suonato scordato tre canzoni su cinque) ed eravamo così approdati a una delle serate finali. Facemmo probabilmente uno dei nostri migliori live (nessuno era sbronzo), salirono addirittura in due sul palco a pogare (probabilmente il momento più alto della carriera dei S.I.N., insieme al minitour di tre data in una settimana con Lo Stadio Animale andatesubitoasentirli) ma, al conteggio finale, non fummo tra quelli che si portarono a casa il premio…che non ricordo neanche in cosa consistesse. Il voto del pubblico, vero cancro dei contest musicali che li affossa più o meno alla validità di una scoreggia in un vaso ming, premiò chi aveva portato più gente, il voto della giuria invece premiò un cantautore giunto fin da Firenze e che meritava pure i voti del pubblico (venduto): tutta sta prosopopea piena di parentesi (ma avrei potuto fare ben di peggio, come testimonia quest’altra parentesi), insomma, per dire che il cantautore fiorentino in questione è Dri, che ha meritato a plebiscito la vittoria e che il racconto della settimana è associato a una sua canzone.

Usanza vuole però che presenti innanzitutto l’autore del racconto, ed è un piacere ospitare su queste pagine Dario Zizzo. Quarantottenne di Termini Imerese, Dario ha pubblicato i racconti Il mio piccolo cactus su Libreriamo, Un invitato speciale nella raccolta Le nozze di Cana pubblicata dalla Fondazione Il Pellicano e presto apparirà sulla rivista Snot con il racconto I ragazzi di ieri. Entro novembre uscirà il suo romanzo d’esordio Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero, edito da Montag Edizioni, un particolare che tornerà anche all’interno del testo che pubblichiamo.

Torniamo ora a Dri. Jacopo pubblica il suo primo album, Ritagli di giornate, nel 2018, a cui fanno seguito una cinquantina di date in solo fra Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna. Cantautore ironico e solo apparentemente leggero, Dri sa giocare con le parole e piazzare con nonchalance frasi d’una certa carica poetica come “Ho fatto la barba stamani ed il sangue mischiato con l’acqua e la schiuma/ mi ha fatto pensare alle cose che scorrono e cadono giù” (Gommapiuma, canzone che mi aveva molto colpito anche live), passando poi senza colpo ferire a brani come [Le 4 del mattino] dove invece risalta tutta la sua anima divertita. A gennaio 2020 decide di mettere in piedi una band per accompagnarlo dal vivo, trovando come sodali Giovanni Mazzanti (chitarra solista), Dario Fischi (basso) e Oscar Gigli (batteria), e se la pandemia ha messo un freno ai live Dri non si è comunque fermato: “evolutosi” in Cantautuber, pubblica sul suo canale Youtube video girati e montati da lui stesso, associati alle canzoni che andranno a formare il suo prossimo disco, Dri viaggia e suona la chitarra.

Il racconto di Dario mi ha provocato da subito una spontanea associazione con la musica di Dri, non fosse altro che per l’ironia, cifra stilistica comune a entrambi. Solo ad un esame dalla laurea, la canzone che fa da ideale “colona sonora” alle vicende quasi surreali messe su carta da Dario, ha in comune col racconto anche alcuni elementi: se siete curiosi di scoprire quali non vi resta che ascoltare il brano e leggere il racconto, che trovate come al solito qui di seguito. Buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Strano ma vero, di Dario Zizzo

Sono stato un bimbo davvero strano, che andava in giro con un caschetto perché, come diceva mamma, “avevo la mancanza di calcio”, quindi non di rado cascavo a terra, mettendo sempre la testa avanti. Un giorno, stufo di quel copricapo, lo sostituii con un secchiello da spiaggia, pure se la stagione balneare si era spenta da un po’: il problema fu che io e mamma non riuscimmo a toglierlo, e visto che papà era a faticare andammo a bussare alla porta del vicino, il signor Potenza (un nome che invitava all’ottimismo), che con delle tenaglie mi liberò dall’oppressione di quella gabbia. L’esperienza non mi bastò e approfittai ancora di quell’uomo, il giorno in cui mi incastrai il pisellino nella zip.

Essendo mio padre a faticare (forse lo faceva solo per evitare di assistere alle mie cazzate) fu del tutto naturale richiedere l’assistenza del condomino, che vedendomi esclamò «Non ho mai visto niente del genere!»: come dargli torto, lo sapete in quanti muoiono senza aver visto una cosa così? Potenza andò in una stanza e ritornò con un paio di forbicioni da giardiniere, facendo diventare mia madre bianca come la biacca in viso, al che l’uomo, con letteralmente nelle mani la mia virilità, proruppe in un «Stia calma! Cosa crede, che scambi un pisellino per una cerniera? Lo sa quanti ne ho visti di pisellini io, con quattro figli?». Per fortuna Potenza ebbe ragione, ed io la scampai anche quella volta.

La mia vocazione per i comportamenti non ortodossi si confermò nell’adolescenza, quando al ginnasio, dopo un primo quadrimestre scintillante, ebbi un misterioso crollo. Mi colse un’apatia verso la scuola e ogni forma di competizione, simulai persino la febbre sfregando il termometro sulla gamba pur di stare a casa per un mese intero fino a quando, stufo dell’autoreclusione, rivelai l’inganno. Fuori non andava comunque meglio, a cominciare dalle ragazze, che per me erano come un libro dalle pagine bianche. Al minimo corteggiamento mi sbattevano in faccia l’immancabile «Ma io non potrei mai mettermi con te, tu sei un amico!», ma la beffa più bruciante fu quando una mi disse «Cosa vuoi, sciocchino? Tu sei un bravo ragazzo»: mi chiesi dove scegliesse i fidanzati, pensai di dirle «Scusami tanto se non sono Jack lo Squartatore», ma alla fine me ne stetti in silenzio.

Crescendo proseguii coi comportamenti strani: mi misi in testa di diventare uno scrittore. Di rifiuti, come con le ragazze, ne ricevetti tanti negli anni, un tale numero di vaffanculo da convincere chiunque ad andarci per davvero, ma non desistetti. Decisi di dar retta a chi dice che la vita è sognare, ovvero gli abitanti del pianeta Marzullo dove tutto l’anno è mezzanotte e dintorni, finché non giunse la proposta di un editore: il mio libro, “Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero”, sarà pubblicato. Solo che il mio sogno ora mi lascia freddo; penso già a tutto quanto si dovrà fare dopo, alla promozione del romanzo, alla fatica; e mentre il sogno lascia il campo alla realtà, torna a cogliermi l’apatia.

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Racconti fantastici e dove trovarli: flash fiction edition

Sono trascorsi alcuni mesi dal primo articolo in cui ho provato a fare ordine nel vasto mondo delle riviste letterarie, e più passa il tempo più ne scopro. Per farvi un’idea di quanto è ampio questo sottobosco potete dare un’occhiata a questo articolo, in cui la giovane Rivista Blam ha chiesto a molte testate (fra cui Tremila Battute) di segnalare un racconto particolarmente meritevole apparso sulle proprie pagine nel corso del 2020, oppure potete consultare la sempre comoda mappa che Italians Book It Better ha stilato circa un anno fa…consapevoli che, nel frattempo, il panorama si è ampliato ulteriormente.

A seconda del tipo di letteratura di cui siete appassionati potrete di sicuro trovare qualcosa che vi colpisca, da riviste nate per dare spazio alla letteratura fantasy, fantascientifica e weird ad altre che si concentrano su narrazioni sperimentali, fino ad arrivare a riviste che nascono come costole di una casa editrice (Pidgin Edizioni ne ha addirittura tre di cui una, Split, nata per raccogliere testi di aspiranti scrittori). Ho deciso in questo secondo articolo di concentrarmi, un po’ per “affinità”, su quelle che si sono specializzate nella flash fiction, ovvero narrazioni brevi quando non brevissime: sono convinto che un limite stringente di caratteri dia modo di essere concisi e, allo stesso tempo, di sperimentare molto, e non vi resta altro da fare che proseguire con la lettura per rendervene conto voi stessi.

Pastrengo (Manuela Antonucci – Carapace)

Pastrengo è una realtà dalle due anime, agenzia letteraria e rivista. Fondata da Francesco Sparacino (già nel direttivo delle rivista Colla) e Michele Turazzi, Pastrengo ospita racconti con un limite massimo di 2500 battute, considerando la narrativa così breve un territorio ancora inesplorato, piena di incognite e potenzialità. Aperta per propria natura alla sperimentazione, la rivista affianca racconti di autori affermati a quelli di assoluti esordienti: per lo scrittore che è in voi l’indirizzo utile a cui mandare il materiale (in formato doc, corredato da una breve biografia) è rivista@pastrengolit.com.

Ora che gli occhi si sono abituati alle tonalità del chiaroscuro, nel buio vedi il suo corpo segnare il destino dell’orizzonte. Scosse improvvise sollevano la coperta coprendo a fasi alterne la spia rossa della televisione, quella piccola a schermo piatto che non accendete mai. Basta poco e il nero intenso del suo viso copre l’intera visuale.

Manuela Antonucci, Carapace

Tra i vari racconti che ho avuto il piacere di leggere all’interno della rivista ce n’erano molto validi, e visto che uno l’hanno già segnalato loro e di un altro ho parlato sul profilo Facebook di Tremila Battute la scelta è ricaduta in maniera naturale sul testo di Manuela Antonucci. In poche righe l’autrice riesce a introdurci in uno scenario domestico claustrofobico, a tratti inquietante, senza spiegare chiaramente ciò che succede ma lasciandocelo capire attraverso le sensazioni della sua protagonista: potete leggerlo a questo link.

Mirino (Massimiliano Maestrello – Infradito rosa)

Se Pastrengo è bendisposta verso la sperimentazione, Mirino ne fa una vera e propria missione. Literary blog giovanissimo (il primo contributo è di giugno 2020) creato dallo scrittore Ivan Ruccione, Mirino in questo nuovo anno ha dimezzato il limite massimo di lunghezza, fissato ora in 250 parole (parole e non battute, badate bene): l’intenzione è quella di proporre ai lettori narrazioni che siano come lampi, frammenti, istantanee di un attimo. A fianco di scrittori esordienti il blog propone anche contributi di ospiti celebri (tra i tanti lo scrittore e traduttore Riccardo Duranti, a cui si deve la traduzione dell’opera omnia di Raymond Carver, e Rossella Milone, scrittrice e creatrice dell’Osservatorio sul racconto Cattedrale) e traduzioni di autori esteri (spicca il racconto 1/3 1/3 1/3 di Richard Brautigan, inedito in Italia): se volete far parte del lotto il link utile è questo.

“…ha il tempo di ridere a battute che non fanno ridere, di parlare di lavoro, di chiedere Scusa, di andare in bagno per provare a chiamarla più volte (fino a sentire spegnersi il cellulare che lei non lascia mai squillare a vuoto); ha ancora tutto il tempo di dare un pugno al muro di quel cesso che profuma di lavanda, di tornare a sedersi, di ordinare altro da bere, di pensare Basta, adesso basta, e chiedere al cameriere ancora una bottiglia…”

Massimiliano Maestrello, Infradito rosa

Quasi ogni racconto presente su Mirino fa storia a sé, dato che si passa da “collage” di brevi narrazioni a esperimenti formali. La mia passione per le trame, anche quando c’è poco spazio per tesserle, mi ha portato a prediligere il testo di Massimiliano Maestrello, capace di dare i dettagli giusti per delineare una situazione che deve ancora avvenire (ma che, lo sappiamo, avverrà) e aggiungendo un particolare bizzarro, avulso dall’azione principale ma capace di donare un che di onirico e poetico alla storia: se volete scoprire quale andate qui.

Rivista Blam (Davide Ceraso – Pelé)

Fondata poco più di un anno fa da Antonella Dilorenzo, Rivista Blam è un contenitore multiforme in cui trovano spazio interviste a scrittori, recensioni di libri, approfondimenti su altre riviste e molto altro che vi invito a scoprire. La sezione racconti è divisa in due: lunghi a tema non specifico, che vengono pubblicati alla domenica, e brevi a tema non specifico, di massimo tremila battute, che vengono pubblicati al mercoledì, tutti accompagnati da bellissime illustrazioni. Per gli aspiranti scrittori ci sono anche call a tema fisso che vengono lanciate periodicamente sul canale Instagram della rivista, mentre per ulteriori informazioni trovate tutto a questo link: ricordatevi solo che i vostri racconti devono far emozionare ed esplodere il cuore alla redazione!

Noi giocavamo a calcio vicino alle mura, accanto ai morti dimenticati. Le lapidi del Commendator Ugo Cioni (1836-1899) e di Lapo Gorini (1844-1895) erano i pali della porta sinistra, quelle dell’avvocato Duccio Re (1855-1912) e di Leone Pucci (1856-1923) formavano l’altra porta. Io volevo stare in squadra con mio fratello Ascanio detto Pelé perché non perdeva mai.

Davide Ceraso, Pelé

Visto il tema dell’articolo mi sono concentrato sulla sezione di narrativa breve della rivista, e tra i numerosi racconti pubblicati dalla nascita quello di Davide Ceraso spiccava in modo netto. Non è facile riuscire a raccontare un’intera storia in così poche battute, ma Davide riesce a farlo illuminando gli eventi essenziali per delineare le gioie e i drammi di due fratelli, tra passato, presente e i legami più stretti. Potete leggerlo per intero qui.

Sguardindiretti (Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco – Double fantasy)

A metà tra il collettivo di autori e la rivista letteraria, Sguardindiretti è formata da un nucleo di artisti con base in Toscana (tra i quali la musicista Verdiana Raw) che condividono sulle sue pagine racconti, poesie, pensieri, immagini e persino suoni. Oltre a questo gruppo di collaboratori stabili sono ben accetti i contributi esterni che devono sottostare a due limiti, uno di lunghezza (tre cartelle da 1500 battute, all’incirca) e uno tematico: ogni numero (ne sono usciti finora ventiquattro) di Sguardindiretti è caratterizzato infatti da tre parole, le quali fungono da linee guida. L’ultimo numero è uscito a Dicembre (e ci troverete anche qualcuno dei nostri autori recenti), il prossimo uscirà il 31 di marzo e avrà come parole chiave Mani, Preghiere e Domani: se volete contribuire avete tempo fino al 20 di quel mese, trovate maggiori informazioni qui.

“Mario, per voglia di novità, ha deciso di unirsi al trio. Per lui i compagni di classe sono solo ragazzi con cui condivide sei mattine su sette. Non ha amici, forse qualcuno nel gruppo della parrocchia. In compenso ha un’infinità di complessi che gli tengono compagnia. Si sente brutto, grasso, goffo, crede di avere un pisello piccolo (anche se non se l’è mai misurato). Sogna frequentemente di diventare un artista come Klimt: è incantato dall’energia sensuale di Giuditta II, brama quel seno e quella bocca altera, niente a che vedere con i corpi modaioli delle sue coetanee.”

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco, Double fantasy

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco è uno degli habitué della rivista, e anche se il suo racconto Double fantasy non prevede balene (presenti, assieme a Catene e Mattine, tra le parole che contraddistinguono il numero Ventidue della rivista) sono rimasto piacevolmente colpito dalla sensibilità con cui l’autore tratteggia il suo protagonista, Mario, un adolescente insicuro alle prese coi propri turbamenti sessuali tra cinema a luci rosse e…Yoko Ono. Potete leggerlo a questo link.

Narrandom (Sonia Aggio – Storie al crepuscolo)

Quello di utilizzare parole come tema per i racconti non è un’esclusiva di Sguardindiretti: anche Narrandom utilizza lo stesso metodo per stimolare la fantasia degli autori, salvo che nel suo caso è solo una la parola che fa da linea tematica. Cambia anche il numero massimo di battute (in questo caso di 5400 battute, che permette una narrazione molto più incentrata sulla trama), e soprattutto Narrandom si distingue per un’importante caratteristica: tutti i testi ricevuti, anche quelli rifiutati, ricevono da parte della redazione un macro editing, in modo da far diventare la rivista anche un luogo di crescita per chi invia un proprio testo. L’ultima call, scaduta il 7 gennaio, riguardava i non luoghi (scelta multipla in questo caso, tra ascensore, aeroporto e autogrill), e in attesa della prossima gli aspiranti scrittori possono tenere d’occhio la pagina apposita.

Il fantasma che infesta questa casa si chiama lady Ellen Bassett, poi Ellen Poyntz. So che nacque il 19 maggio 1536, il giorno in cui Anna Bolena moriva nella Torre di Londra. So che sposò un gentiluomo che si chiamava Henry Poyntz, e che aveva una sorella maggiore che si chiamava Margery Bassett. So che Maria Tudor condannò a morte sia Henry Poynzt che Margery – decapitati, in virtù del loro rango, anziché squartati. So che Ellen sopravvisse. Diventò dama di compagnia di Elisabetta I e morì senza risposarsi e senza avere figli.

Da quasi cinque secoli gli abitanti di Beechfield House la chiamano Mosca.

Sonia Aggio, Storie al crepuscolo

Sarà per la propensione all’editing, ma mai come con questa rivista ho avuto difficoltà a scegliere un racconto che fungesse da “vetrina”: la qualità dei testi pubblicati su Narrandom è altissima, e posso dire dopo aver letto più di trenta racconti (e molti altri ce ne sono) di non averne incontrato uno brutto. Sul filo di lana (mi ero innamorato anche di questo, e di…no dai basta se no li metto tutti) la spunta Sonia Aggio, perché nella sua storia di fantasmi riesce a creare un’atmosfera rarefatta che è perfetta per questo tipo di narrazioni, oltre ad azzeccare un finale magistrale: leggetelo qui, e poi recuperateli tutti.

Avete altre riviste specializzate nella narrazione breve da suggerire? Segnalatemele nei commenti e leggete, leggete, leggete!

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Racconto in musica 41: Il regalo che aspettavi (Vintage Violence – Natale lavavetri)

Il racconto di questa settimana non poteva che essere a tema natalizio, sia perché la canzone ce l’ha nel titolo sia perché la band che l’ha scritta l’ho conosciuta di persona proprio poco prima delle festività, per la precisione il 15 dicembre 2013. Era in dirittura d’arrivo il loro nuovo disco, e per il lancio pensarono di creare un video con tutti i fan disponibili a recarsi in quel di Mandello Del Lario, nella soffitta di casa dei genitori di uno dei componenti. Per l’occasione era prevista anche la consegna dei “cesti natalizi”, ovvero un modo alternativo che avevano trovato per autopromuoversi e, allo stesso tempo, fare propria una causa sociale: assieme a dischi, gadget vari e una bottiglia di vino (direttamente dalla cantina del nonno del cantante) era presente un biglietto attestante che parte del ricavato sarebbe stato donato a un progetto per la tutela dei senzatetto di Lecco. Mi era sembrato un bellissimo gesto, ed era stato uno dei motivi che mi aveva spinto a farmi svariati chilometri di macchina per incontrarli e finire dentro le riprese con in faccia una maschera da dottore in tempi di peste (sotto una diapositiva).

Da allora i Vintage Violence li ho intervistati, portati a suonare in un concerto acustico casalingo a Novara e ho pure aperto per loro in una data con la mia band. Soprattutto li ho visti dal vivo ogni volta che era possibile, perché oltre a essere delle bellissime persone sono anche uno di quei gruppi che dal vivo sono travolgenti e con cui è impossibile rimanere fermi. Alla carica punk della loro musica uniscono testi impegnati, socialmente e politicamente, che rappresentano un ulteriore pregio all’interno della loro produzione.

La band si forma nel 2001 con il nome Flowers of noise, cambiato dopo un anno in quello definitivo che proviene diretto da un album omonimo di John Cale. La formazione iniziale vede Nicolò Caldirola (voce), Rocco Arienti (chitarra e cori), Stefano Gilardi (chitarra), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria), e con questi elementi arrivano alla realizzazione del primo disco, Psicodramma, autoprodotto nel 2004. Inizia una lunga serie di concerti dal vivo, accanto a nomi come One Dimensional Man e Quintorigo, e in occasione di un loro concerto milanese (all’ormai defunto Transilvania Live) si ritrovano a improvvisare un pezzo con i System Of A Down, presenti in incognito tra il pubblico. Dopo aver raggiunto le finali nazionali di Rock Targato Italia e di Sanremo Rock la band pubblica nel 2007 l’ep Cinema con l’etichetta Goodfellas, il cui singolo Le cose cambiano viene messo in rotazione sua Allmusic e RockTv. Passeranno quattro anni prima di vedere un nuovo album: Piccoli intrattenimenti musicali arriva nel 2011, e contiene tra i pezzi una cover de I pop del cantautore anarchico monegasco Léo Ferré, brano che vede la collaborazione di Dario Ciffo (Afetrhours e Lombroso). Per promuovere il disco la band realizza videoclip autoprodotti a costo zero per ognuno degli undici brani, cosa che farà anche per la canzone Sognare sul lavoro, uscita nel 2012 e che rappresenta il primo lavoro per l’etichetta Maninalto! Records che da lì in avanti produrrà i loro lavori.

Il 31 gennaio 2014 esce Senza paura delle rovine, disco in cui compaiono come ospiti Karim Qqru degli Zen Circus, nel brano Neopaganesimo, ed Enrico Gabrielli (Afterhours, Mariposa, Calibro 35), nel brano I funerali. Per la canzone Metereopatia realizzano un video con sei GoPro che filmano a 360° (firmato da Marco Mazzoni e Riccardo Rossi) che un anno dopo Cesare Cremonini gli copia spudoratamente, senza nemmeno fermarsi a controllare se questa tecnica era già stata utilizzata prima di bullarsi di essere stato il primo in Europa a realizzare un videoclip simile (caro Cesare, non è così). Negli anni seguenti Stefano Gilardi esce dalla band, sostituito prima da Matteo Canali (attivo in innumerevoli band, tra cui Mr. Kite, Ghost Mantra e Born by chance) e poi da Ivan Giudiceandrea, che assieme a Nicolò e Rocco registra nel 2018 il disco Senza Barrè, rilettura acustica di alcuni brani dei precedenti dischi a cui si aggiunge l’inedita Finale.

Natale lavavetri arriva dall’album Piccoli intrattenimenti musicali, e offre una visione diversa del classico immaginario natalizio, osservato dal fondo della scala sociale. Quello che non manca ai protagonisti della canzone è l’orgoglio necessario a prendersi una rivincita, ed è anche il motore della vicenda che troverete nel racconto: qui sotto trovate come al solito il brano, seguito dal racconto, Tremila Battute vi augura in questo modo buon ascolto, buona lettura e buone feste. Ci si sente a Gennaio!

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il regalo che aspettavi

Ci hai già incontrato tante volte. Laviamo i vetri della tua macchina quasi tutte le mattine, quando ce lo permetti invece di passare oltre con una smorfia sul volto. Non pretendiamo che ti ricordi di noi, ma un riconoscimento ce lo aspettiamo ormai da troppo tempo. Siamo rimasti in attesa a lungo, respirando i gas di scarico a bordo strada, rabbrividendo nei gelidi inverni di questa zona. Invidiamo il calore all’interno del tuo abitacolo, ma non il modo in cui ti sei procurato il lusso che ti circonda.

Casa tua dal parco sulla collina appare nitida e luminosa, un punto di riferimento per tutta la città. Ti immaginiamo comodamente seduto davanti a una tavola imbandita, mentre noi ci scaldiamo lo stomaco con birra sgasata e qualche superalcolico. Le panchine su cui dormiamo non hanno coperte linde e morbide come le tue, e per fare bei sogni alcuni di noi hanno bisogno dell’ago. Non conoscerai mai la storia delle persone che abbiamo incontrato qui, ma non possiamo fartene una colpa: nemmeno noi avremmo voluto, anche se ora che facciamo parte di questa folla di invisibili è molto più facile considerarli dei fratelli.

A Natale serve qualcuno con cui condividere gioie e dolori, anche per strada.

Per tanto tempo ci siamo fidati di te. Quando ci siamo ritrovati con una lettera di licenziamento al posto di una gratifica abbiamo pensato che tutto si sarebbe risolto. Pensavamo che non avessi altra scelta, ma mentre i nostri risparmi si azzeravano tu continuavi la tua vita come se non fosse successo niente, senza nemmeno scusarti per ciò che ci avevi fatto. Nella tua memoria sembrava non esserci spazio per noi.

Abbiamo deciso di aiutarti. Sappiamo che stasera rincaserai tardi, intento a brindare col sindaco e gli assessori. Sotto l’albero, insieme ai regali per i tuoi figli che qualcun altro ha comprato, troverai tutti i nostri nomi. Le abbiamo conservate gelosamente, le nostre ultime buste paga, e ora te ne facciamo dono: è passato un anno da quando le abbiamo ricevute, speriamo che vederle ti faccia ricordare cosa è veramente importante nella vita: la lealtà, il rispetto, la giustizia.

Siamo sicuri che capirai il messaggio. Ci fidiamo ancora, e ci addolorerebbe se tu pensassi che non sia così. Non prendere questa intrusione come una minaccia, volevamo solo farti sapere che ti siamo vicini. Siamo sicuri che farai la cosa giusta, per te e per noi.

Ti aspettiamo al solito incrocio. Non prendertela per il parabrezza sfondato, il prossimo lavaggio lo offriamo noi.

Con affetto

I tuoi ex dipendenti.

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Sono stato a Gorizia senza muovermi da Milano: cronaca dell’edizione online del Be Afraid Horror Fest

Sono normalmente abituato a guardare il bicchiere mezzo pieno, perciò anche nel mezzo di una pandemia cerco di trovare qualcosa di buono da salvare. Ognuno è costretto a scavare più o meno a fondo per trovare queste cose, soprattutto a seconda del piano in cui il famoso ascensore sociale si è bloccato per non ripartire più neanche a propulsione di bestemmie, ma tra le cose che il 2020 mi ha regalato, con un colpo di coda inaspettato, posso dire di annoverare anche la copertura completa di un festival cinematografico. Certo, non mi hanno inviato l’accredito stampa come si farebbe ai veri giornalisti (infatti non lo sono), non ero in sala a godermi le proiezioni su schermo (tutto il festival è stato ospitato su Mymovies, dal 18 al 23 dicembre), ma la possibilità di seguire il Be Afraid Horror Fest per parlarne su queste schermate è stata comunque una di quelle esperienze che ti fanno credere di aver fatto qualcosa di “professionale”. Se effettivamente lo sono stato, professionale, potrete scrivermelo nei commenti: dalla vostra risposta dipende il numero e la qualità delle richieste che potrò avanzare all’organizzazione (punto a essere ospitato in regime all inclusive allo Sheraton, ammesso che a Gorizia ci sia uno Sheraton), quando ritorneremo a una situazione normale che possa loro permettere di organizzare il festival così come lo avevano immaginato. Andiamo ora quindi con le proiezioni, in rigoroso ordine cronologico di apparizione, iniziando con

Sky Sharks (Marc Fehse, Germania 2020)

Trama – Nazisti supermutanti, frutto di un esperimento risalente alla seconda guerra mondiale, si risvegliano tra i ghiacci e cominciano ad assaltare aerei di linea cavalcando i loro cybersquali volanti: lo scienziato che ha collaborato a crearli li affronta insieme alle due figlie.

Il più grande pericolo, quando fai un mash-up di cliché horror (tipo pescando spudoratamente da Sharknado e Dead Snow, citando i primi due che mi vengono in mente), è di pensare che il film si scriva da sé. Marc Fehse fa esattamente questo: ha gli squali volanti, ha i nazi-zombi mutanti, ci infila tette a straforo per alzare la quota trash e di dare un senso alla trama, o anche solo di creare un po’ di pathos, se ne frega altamente. In compenso ci tiene a spiegare nel dettaglio il piano originario dei nazisti, cosa di cui avrei volentieri fatto a meno piuttosto che ritrovarmi con un combattimento finale che sembra una qualsiasi altra sequenza del film. Porte aperte all’ultimo per un sequel, non ne abbiamo veramente bisogno: speriamo che almeno per questo non sfruttino i soldi dei benintenzionati che lo hanno finanziato tramite Kickstarter.

Hail to the Deadites (Steve Villeneuve, Canada 2020)

Trama – La vita dei fan sfegatati della saga di Evil Dead, attraverso partecipazioni alle convention, collezioni private e interviste agli attori che hanno recitato nella saga.

Un documentario interessante, ma specificatamente indirizzato ai veri cultori della saga di Ash Williams. Villeneuve non ha molto interesse a creare una narrazione che coinvolga lo spettatore indifferente per portarlo nel vortice, cullandosi i suoi Deadites: dopo sette anni di riprese poteva forse puntare più in alto.

Fried Barry (Ryan Kruger, Sud Africa 2020)

Trama – Barry è un eroinomane attaccabrighe, con una famiglia che non aiuta e una predilezione solo per la prossima dose. Viene posseduto da un’entità aliena, che ritornando sulla terra come ospite nel suo corpo si ritroverà a vagare per gli angoli più luridi di Città del Capo.

Di certo il film di Kruger non è la miglior pubblicità per la città sudafricana. Barry, dopo essere stato posseduto in una sequenza allucinata ma girata con stile, comincia il suo viaggio con lo stupore del bambino di fronte a un negozio di giocattoli, solo che viene immerso in rave, trip allucinogeni, prostituzione, delinquenza e rapimenti di bambini. Visivamente azzeccato, con uno stile assolutamente sopra le righe fatto di accelerazioni e colorazioni esagerate (e di qualche dettaglio gore, come un rapporto sessuale che sfocia nel body horror), ma alla lunga la serie di scenette in cui Barry si trova coinvolto, spesso a livello della slapstick comedy, diventa pesante senza una narrazione convincente a supportarle. Plauso all’interpretazione di Gary Green, che al suo primo ruolo da protagonista si prende tutto il film sulle spalle e mostra un campionario interpretativo invidiabile: molto del fascino del film lo si deve a lui.

Victim of Love (Jesper Isaksen, Svezia 2020)

Trama – Un uomo torna nell’albergo in Europa dove ha passato l’ultima vacanza con la sua fidanzata, scomparsa al ritorno negli Stati Uniti. In cerca di indizi per ritrovarla, la sua indagine lo porterà a scoprire più di quel che voleva.

Il film di Isaksen è sbagliato, più o meno da qualunque punto lo si voglia esaminare. Ha una sceneggiatura basica che si capisce dove voglia andare a parare dopo neanche dieci minuti, un’estetica che cerca di essere originale usando a profusione i lens flare, una recitazione piatta e un ritmo lento e stanco. Forse voleva essere la versione horror di Memento (buchi nella memoria del protagonista, piantina con gli indizi in camera), peccato che l’indagine non inizi mai visto che il protagonista non fa altro che bere e drogarsi: si salva un po’ il comparto audio, ma arrivati alla conclusione pure il titolo del film vi apparirà sbagliato, almeno quanto un articolo di Vittorio Feltri sul caso Genovese.

The Columnist (Ivo van Aart, Olanda 2020)

Trama – Un’editorialista, esasperata dai continui attacchi da parte dei troll su internet, decide di passare all’azione e farla pagare ai suoi detrattori in maniera molto meno virtuale.

Una delle sorprese positive del festival. Il film di van Aart è un’ottima black comedy, ben recitata e con un ritmo che non cala mai. Il modo in cui la protagonista Femke inizia la sua vendetta è fin troppo spensierato ma la sceneggiatura riesce a mostrarci la sua discesa nella follia come un cammino graduale, volutamente esagerato ma che abbandona man mano i toni della commedia per farsi sempre più cupo. Una specie di versione femminista de Una cena quasi perfetta col discorso sulla libertà d’espressione al centro dell’indagine, ben sviscerato anche grazie al rapporto tra i protagonisti: la madre editorialista, la figlia addetta del giornale scolastico e l’amante della madre scrittore di horror.

To Freddy (Viljar Bøe, Norvegia 2020)

Trama – Cinque amici appena diplomati decidono di passare un ultimo weekend in campeggio prima di prendere ognuno la propria strada. Uno di loro, Freddy, ha però qualcosa da nascondere: una scatola contenente delle lettere che prevedono il futuro, in cui c’è scritto che uno dei suoi amici lo ucciderà.

Idea molto interessante, svolgimento così così. Bøe mette i suoi protagonisti (e sé stesso, è uno degli amici di Freddy) all’interno di un bosco, facendo capire fin dall’inizio che le cose degenereranno, ma per la stragrande maggioranza del tempo vediamo cinque amici che si sbronzano, litigano e, soprattutto, si annoiano a morte. Vien da chiedersi perché andare fin lì (senza tende, dettaglio di cui si accorgono solo una volta arrivati) per rompersi incredibilmente i coglioni, ma le loro motivazioni non sono supportate da recitazioni tendenti verso il minimo sindacale. Tanta noia dovrebbe perlomeno far risaltare i momenti di tensione, ma la verità è che si arriva stancamente al climax finale, dove il cerchio si chiude in maniera soddisfacente: peccato che non basti.

Diablo Rojo (Sol Moreno, Panama 2020)

Trama – Tragica notte per perdersi nei boschi di Chiriqui, tra demoni alati, congreghe di streghe e un popolo di cannibali.

Lo ammetto, il mio primo horror panamense me lo sono perso per strada. Quattro film domenicali erano troppi per star dietro a tutto, soprattutto nell’ultimo fine settimana di (semi)libertà: scusami Sol Moreno, sei stato la vittima sacrificale all’altare delle mie poche ore di sonno.

Get the Hell Out (Wang I.-Fan, Taiwan 2020)

Trama – Cosa può essere peggio di una sessione del parlamento di Taiwan, fra risse non solo verbali e gavettoni? Lo scatenarsi di un’epidemia di rabbia all’interno delle aule, con la gente infetta che si trasforma in velocissimi zombie assetati di carne umana: un’attivista e un membro del congresso innamorato di lei si uniranno per sventare la minaccia.

“Una versione sotto anfetamina e con gli zombie di Scott Pilgrim vs. The world“, così lo ha definito in maniera azzeccata Stanlio Kubrick su I 400 Calci, ed è una descrizione che mi sento di sottoscrivere. Il film di I.-Fan fa sembrare Fried Barry una pellicola in costume, ha il piede continuamente schiacciato sull’acceleratore ed è un profluvio di sangue che schizza, filtri colorati (pure nelle scene romantiche, che vengono opportunamente virate in rosa con tanto di musichetta zuccherosa) e qualunque cosa possa venire in mente a un folle permeato di estetica videoludica che gira gli scontri buttandosi in mezzo agli attori e facendo caciara quando può, cioè praticamente in ogni inquadratura. La prima mezz’ora è il preludio all’apocalisse, ed è comunque girata sopra le righe alla stessa maniera: lo spaesamento a volte assale, ma è divertente da morire.

Anonymous Animals (Baptiste Rouveure, Francia 2020)

Trama – Alcune persone vengono braccate e imprigionate da animali antropomorfi, i quali seguono modalità e scopi tipici degli esseri umani.

Un film dalle chiare intenzioni animaliste, che ribalta i rapporti di forza uomo-animale mantenendo inalterate le dinamiche. A dispetto della categoria “Torture” che gli viene affibbiata sul sito del festival il film di Rouvere non ha uno sguardo compiaciuto verso la violenza, che centellina anzi mostrando il meno possibile. La scelta, funzionale, di mantenerlo senza dialoghi aiuta alla creazione dell’atmosfera, veramente azzeccata, ma complice un montaggio che effettua troppi stacchi tra una vicenda e l’altra il ritmo ne risente. Credibile la recitazione, soprattutto quella di Thierry Marcos nei panni della persona trattata come un cane.

Monster Seafood Wars (Minoru Kawasaki, Giappone 2020)

Trama – Un calamaro, un polipo e un granchio, destinati come offerta a un tempio, vengono trafugati e mutati geneticamente in giganteschi mostri. Una task force speciale viene messa in piedi per sconfiggerli e salvare Tokyo dalla distruzione.

La quota Kaiju del festival viene occupata dal film di Kawasaki, in parte mockumentary e in toto rilettura ironica dei classici del genere. I “mostri” che invadono Tokyo sono carini e puccettosi quanto il pupazzone Godzilla di Godzilla contro i robot, e sono l’unica cosa che vale la visione: tra liti adolescenziali e quarti d’ora passati a elogiare il sapore dei mostri cucinati la pellicola si perde per strada, come una barzelletta divertente stiracchiata fino a renderla insopportabile.

Historia de lo Oculto (Cristian Ponce, Argentina 2020)

Trama – Il nucleo investigativo di un programma giornalistico, giunto all’ultima puntata a causa di ingerenze politiche, cerca di mostrare in diretta le prove di un complotto contro i cittadini ordito dal presidente in persona, avente a che fare con la stregoneria.

La vera sorpresa del festival, nonché uno dei migliori horror degli ultimi anni a mio parere. Ambientato nel 1987, Ponce fa del suo film un’inquietante e claustrofobica rilettura della vicenda dei figli perduti dei desaparacidos, guardando per temi ed estetica tanto a Essi vivono (il film è in bianco e nero) quanto a La svastica sul sole. Historia de lo oculto porta avanti la sua natura politica senza mai dimenticarsi di essere una pellicola di genere, infilandoci anche una pregevole sequenza psichedelica: per un film che punta moltissimo sui dialoghi, scritti a prova di bomba quanto la sceneggiatura, riuscire a tenere sul filo della tensione per tutta la durata è un doppio successo, merito anche di attori in parte ma soprattutto di un regista a cui auguro una lunga e prospera carriera.

The Brain that Wouldn’t Die (Derek Carl, USA 2020)

Trama – A seguito di un incidente d’auto uno scienziato folle, dedito a esperimenti poco ortodossi, decide di mantenere in vita la testa decapitata della fidanzata in attesa di trovarle un nuovo corpo. La ragazza, impotente, trova comunque il modo di ribellarsi al suo destino.

Remake di una pellicola del 1962, riportata in auge anche sotto forma di musical, il film di Carl estremizza la componente involontariamente comica dell’originale, rendendolo allo stesso tempo una parodia e un omaggio. Fedele all’estetica delle pellicole anni ’60, The brain that wouldn’t die intrattiene efficacemente con una recitazione volutamente macchiettistica e una trama strampalata: come per molti dei film trattati non ci si spaventa per niente, ma si ride di gusto.

Sleepless Beauty (Pavel Khvaleev, Russia 2020)

Trama – Un politico subisce un attentato in diretta televisiva, sopravvivendo all’agguato. In seguito, una giovane donna viene rapita dal suo appartamento e portata in un edificio abbandonato, dove sotto l’occhio di alcune persone collegate in streaming viene torturata per giorni, anche tramite la privazione del sonno.

Probabilmente la pellicola più horrorofica del lotto. Il film di Khvaleev fa sfoggio orgoglioso della sua appartenenza al sottogenere Torture, ma il senso di inquietudine si perde in una messa in scena che smorza la tensione e fa perdere quasi empatia con la sfortunata protagonista, costringendoci a farci semplici voyeur. Il legame fra la scena iniziale e il destino della protagonista, svelato solo nel finale, convince poco, molto efficaci in quanto a terrore sono invece le animazioni grafiche che la vittima è costretta a visionare durante la notte, una tortura virtuale che farebbe uscire di senno chiunque.

The Cyst (Tyler Russell, USA 2020)

Trama – Un dottore folle, specializzato nella rimozione di cisti, cerca di ottenere il brevetto per un avveniristico macchinario di sua invenzione. Pur di ottenerlo è disposto a tutto, anche causare involontariamente la creazione di una cisti mutante.

Ambientato negli anni 60, il film di Russell riprende l’estetica di quegli anni e testimonia di un fascino del passato molto in voga (trend ripreso anche da molti corti, che guardano invece perlopiù verso gli anni 80), pur con uno script originale a differenza di The brain that wouldn’t die. La pellicola è comunque piacevole, dura il giusto (poco più di un’ora), ha un buon ritmo e in alcuni punti riesce anche a creare tensione…una cosa da non dare per scontata quando il tuo mostro è una cisti gigante. Fra i pregi il cast, un piccolo gruppo di attori in palla tra cui compare in un piccolo ruolo anche Greg Sestero, attore nel cult movie The Room e autore del libro da cui James Franco ha realizzato la pellicola The Disaster Artist.

I corti

Parlare di tutti i corti in gara sarebbe improponibile, per cui mi limiterò a una veloce carrellata su quelli a mio parere più meritevoli.

  • Vestige, diretto dai francesi Pierre Marie Charbonnier e Simon Pierrat, che in soli due minuti riesce a creare la mitologia di una casa (e una macchina fotografica) infestata.
  • Mannequins, diretto dal russo Maksim Noginov, variazione sul genere “manichini inquietanti” con un sapiente uso delle luci.
  • Under the Lather, diretto dal francese Ollivier Briand, gusto anni 80 nel mettere insieme la classica storia della babysitter disattenta con quella di un bambino che fa un incontro molto particolare nella vasca da bagno.
  • The Zillas have a Picnic, diretto dal tedesco Christian Franz Schmidt, storia d’animazione in cui, come da titolo, la famigliola di Godzilla improvvisa un picnic CON Tokyo come buffet, litigando col kaiju vicino per il territorio.
  • Tooth Fairy, diretto dalla canadese Alice Bédard, non fosse altro che per l’estetica di una fatina dei denti veramente da incubi.
  • Brutal Reality, Inc., diretto dallo statunitense Erik Boccio, storia delirante su un musicista black metal che lotta per diventare agente immobiliare.
  • Dead End, diretto dall’inglese Jack Shillingford, bravissimo nell’unire un lupo mannaro (anche ben realizzato) e la microcriminalità in una narrazione breve ma che si chiude con un cerchio perfetto.
  • Eject, diretto dall’inglese David Yorke, sorta di miniepisodio di Black Mirror in cui una donna scopre di avere una porta USB nel braccio e abusa della “memoria aggiuntiva” messa a sua disposizione.
  • Grub, diretto dal francese Pierre Mazingarbe, spassosa storia sullo stile di Scappa – Get Out con i cannibali al posto dei razzisti.

Breve menzione anche per gli unici italiani in gara, i corti A Witch is Børn diretto da Otto e Fantasmagoria diretto da Riccardo Grippo, caratterizzati da estetiche lontane anni luce ma comunque originali: si spera portino il mondo dell’horror italiano un po’ più in là di quanto non abbia fatto lo scialbo Il legame.

I premi

Tenutasi in diretta facebook nel pomeriggio del 24 dicembre, la cerimonia di premiazione oltre ai vincitori finali ha annunciato vari premi speciali, che potete trovare elencati qui (vi anticipo solo che il mio favorito, Historia de lo oculto, si è portato a casa il premio Best Scare, ricevuto per il senso di inquietudine che pervade l’intera pellicola più che per un momento singolo). L’audience si è così espressa:

  • Best Lockdown Horror Short: Out-There, diretto dai giapponesi Shingo Taked e Shinsuke Fujioka
  • Best Horror Short: The Zillas have a Picnic
  • Best Horror Feature: Fried Barry

Per la giuria invece i vincitori sono stati:

  • Best Horror Short: Under the Lather
  • Best Horror Feature: Fried Barry
  • Honorable Mention: Get the Hell Out

Ed è tutto, diamoci appuntamento l’anno prossimo a Gorizia mentre io cerco di mettermi in contatto diretto con l’Argentina per chiedere a Cristian Ponce come ha fatto a creare quella figata incredibile di Historia de lo oculto!

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Racconto in musica 40: Il cappello (Weather Report – The pursuit of the woman with the feathered hat)

La pubblicazione di questo racconto non poteva arrivare nel momento migliore, ovvero subito dopo la sfida in cui si è decisa la composizione delle giovani proposte di Sanremo. Da qualche anno mi ha preso la curiosità di scoprire cosa cerca di propinarci la kermesse di musica nazionalpopolare più famosa d’Italia (complici visioni collettive prima riservate solo a quella discreta trashata dell’Eurovision), e mai come in seguito a questa visione è utile andare verso i classici per riprendersi un po’, visto che nel momento topico dell’ultima esclusione mi sono ritrovato nella classica situazione in cui devi scegliere tra la mamma e il papà…solo che in questo caso uno dei due ti picchia e l’altro abusa di te. Neanche l’indie ci salverà da Amadeus, per cui ben venga un salto nella storia della musica grazie al racconto di Enrico Redaelli basato su un brano degli Weather Report.

Enrico nasce in un imprecisato anno del ventesimo secolo, e dopo una formazione universitaria umanistica senza infamia e senza lode comincia a maturare velleità artistiche nel campo della scrittura, che lo portano a pubblicare nel 2010 la raccolta poetica La grande commedia umana (isole della vita) e due anni dopo il dittico teatrale Atti allo specchio . Come ogni buon aspirante scrittore dovrebbe fare si concentra anche sulla lettura, esplorando la narrativa in lungo e in largo. Che sia italiana o straniera, recente o meno, Enrico la passa al vaglio con attenzione clinica, tanto da finire a condividere la sua passione sulla web radio milanese Radio BlaBla Network: conduce infatti il programma Dantès – La trasmissione che non vuole avere fretta, dove si occupa di romanzi, racconti e letteratura varia, con un occhio attento anche verso esordienti e realtà indipendenti (ma con un blocco da superare verso Infinite jest di David Foster Wallace). La volontà di riprendere con la scrittura cova sotto le braci, tanto che lo ha portato a frequentare la scuola di scrittura Belleville di Milano: è lì che l’ho conosciuto, e sono felice di poter ospitare su queste pagine (schermate?) un grande conoscitore di letteratura e musica (in particolare ’70 e ’80), nonché un carissimo amico.

Possiamo considerare indipendente una band che usciva per un’etichetta che in Italia ha pubblicato il tanto odiato Gino Paoli? Certamente no, ma vicino a Natale siamo tutti più buoni e per gli Weather Report farò una doppia eccezione alla regola visto che sono pure sciolti da anni. Vale la pena però di ripercorrere almeno brevemente la carriera della band, formatasi attorno a un gruppo di musicisti che ruotava intorno all’immortale Miles Davis. Il pianista Joe Zawinul e il sassofonista Wayne Shorter ne sono stati l’anima stabile, affiancati negli anni (la band è stata attiva tra il 1970 e il 1986) da uno stuolo di musicisti impressionante, non ultimo quello che viene riconosciuto come uno dei migliori bassisti della storia, Jaco Pastorius, morto a soli 36 anni e da lì finito direttamente nell’olimpo dei musicisti tanto talentuosi quanto dannati. Gli Weather Report hanno segnato il mondo della sperimentazione musicale con il loro jazz fusion, pubblicando in carriera ben diciassette dischi tra album in studio e live: di questi vale la pena ricordare sicuramente su queste pagine il secondo, I sing the body electric del 1971, dove il synth fa la sua prima comparsa e il cui titolo riprende quello di un racconto di Ray Bradbury, a sua volta tratto da una composizione di Walt Whitman. Il disco probabilmente più famoso della band fu Heavy weather del 1977, grazie anche alla trascinante Birdland (che qui in Italia venne ripresa pure nella pubblicità dell’Amaro Ramazzotti), ma la carriera degli Weather Report durò altri dieci anni prima di interrompersi con This is this, album che vedeva la collaborazione in un paio di brani di un certo Carlos Santana (aneddoto a cazzo: ho visto una partita di baseball a San Francisco dieci anni fa, era la serata orgoglio latino e c’era ospite Santana che ha suonato…un campanaccio, probabilmente non lo pagavano abbastanza per imbracciare la chitarra). Generazioni di musicisti sono stati influenzate dalla musica degli Weather Report, probabilmente non quelli che fanno Trap ma non si può avere tutto dalla vita e, in fondo, il mondo è bello perché è vario (come rovinare un bel discorso con una sequela di frasi fatte, un applauso a me!).

The pursuit of the woman with the feathered hat proviene dall’ottavo album in studio degli Weather Report, Mr. Gone, e si contraddistingue per una rincorsa sonora cui il synth, soprattutto nella fase introduttiva, dona tratti vagamente misteriosi che ben si sposano con qualche influenza etnica. Enrico si è lasciato trascinare dalla parte più “mistery” della traccia, delineando una storia di inseguimenti e fughe in cui pathos e leggerezza vanno a braccetto in una commistione molto particolare. Potete leggere il racconto subito dopo il brano che ne fa da colonna sonora, tutto come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il cappello, di Enrico Redaelli

La donna si era nascosta dietro un impersonale portoncino in legno. Non sapeva chi fossero gli inseguitori, ma una cosa le era chiara: doveva fuggire.

Li aveva seminati, per il momento. Aveva il fiatone, non si era accorta di aver corso così tanto, né pensava di averne la forza. Le serviva una pausa per riprendersi e recuperare una certa lucidità mentale, sperando che quel nascondiglio, pur con la luce del giorno, la mantenesse celata per il tempo necessario.

In mano stringeva il suo cappello in vimini a larga tesa, tutto nero, con una strana piuma di color blu elettrico. Era il suo portafortuna, ma ora si trovava a dover compiere una scelta importante.

Nella fuga quel cappello voluminoso avrebbe potuto solo esserle d’impiccio. Per non parlare della piuma, quella l’avrebbero vista ad occhio nudo anche da Marte. Del resto non poteva pensare di rimanere lì in eterno, non sapeva nemmeno in quale punto della città fosse.

Nonostante fosse passato del tempo (quanto?) il sole sembrava ancora alto. Il timore del buio le diede comunque il coraggio per continuare la fuga, e di decidere le sorti del suo beneamato cappello.

Scorreva da quelle parti un’ansa dimenticata del fiume che tagliava in due la città. Fu proprio su quelle acque che decise di abbandonare il suo portafortuna. Dopo essersi sporta dal suo nascondiglio, con fare avveduto, lo depositò sulla superficie e vide che non affondava miseramente, sembrava anzi essere cullato da quello specchio d’acqua. Rimase a guardarlo mentre si allontanava, come una madre vede il figlio allontanarsi verso l’orizzonte.

Il cappello li avrebbe distratti, sperava. Il pensiero le diede fiducia: si inoltrò verso la città con meno paura, seguendo il corso del fiume.

Una volta ritrovato l’orientamento fece sosta in un bar, scegliendo un tavolino al riparo dai passanti. Da quel punto aveva una buona visuale, poteva controllare con pochi rischi e cercare di localizzare i suoi inseguitori.

Col cuore in gola vide un motoscafo della Polizia avvicinarsi a tutta birra. Si fermò lì vicino, e non credette ai propri occhi quando riconobbe i suoi inseguitori all’interno, in arresto. Non era un’illusione, dal suo angolo poteva distinguere comodamente quelle figure ostili fino a poco prima.

Era salva! Un’improvvisa leggerezza la colse, la voglia di correre a perdifiato, di gridare a squarciagola fino all’inverosimile, ma si contenne. Poteva tornare a casa, e per farlo prese un vaporetto a due piani, attraversando i canali della città. Al piano superiore, scoperto, scelse un posto centrale a prua, per godersi meglio la ritrovata libertà.

L’aria, il sole, il vento e quella sensazione di vittoria, tutte insieme, le regalarono anni di rinnovata giovinezza. All’attracco, mentre scendeva dalla passerella per tornare sulla terraferma, vide in una zona di acqua pulita un cappello piumato.

Chiese aiuto per recuperarlo e, magia delle magie, vide che era il suo cappello, nemmeno troppo rovinato.

Il suo portafortuna era salvo e, soprattutto, era salva lei.

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