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Luci e ombre degli Watchmen di Damon Lindelof

È passato più di un anno da quando Watchmen, miniserie prodotta dalla HBO e ispirata alla leggendaria graphic novel di Alan Moore (che con ammirevole coerenza si è rifiutato di avvallare questo ennesimo adattamento di una sua opera creativa, come aveva già fatto con From hell, V per Vendetta, La leggenda degli uomini straordinari e il film dello stesso Watchmen) e Dave Gibbons, ha fatto la sua apparizione. Ambientata nello stesso universo narrativo, ma traslata nel nostro periodo storico, la serie aggiorna l’ucronia di Moore mantenendone lo spirito politico…ma di tutto questo avrete sicuramente sentito già parlare, visto che se l’argomento era di vostro interesse avrete già visto la serie e, magari, anche spulciato la Peteypedia, sorta di approfondimento “off screen” condotto dal personaggio di Dale Petey che da un lato ricalca i documenti presenti alla fine di ogni capitolo nella graphic novel originaria, e dall’altro ricorda quanto Damon Lindelof, l’autore della serie, ci stia sotto coi riferimenti ipertestuali fin dai tempi di Lost. Perché scriverne ora, quindi? Innanzitutto perché me la sono goduta solo ultimamente (ho aspettato che la mia fidanzata leggesse l’opera di Moore e Gibbons prima della visione), in seconda battuta perché…be’, è il mio blog, di essere sul pezzo me ne importa il dovuto e un’analisi della serie mi andava di farla. A qualcuno andrà mai di leggerla, soprattutto contando che c’è chi, come Fumettologica, ha fatto un’incredibile opera di analisi episodio per episodio? Solo la storia potrà dirlo, intanto iniziamo parlando di

La Storia nella storia

Inizia tutto da qui

Uno dei maggiori pregi che è stato riconosciuto a Watchmen è quello di aver mischiato, in linea con la fonte d’ispirazione, la trama che coinvolge i personaggi con gli eventi storici. Se la graphic novel spostava le lancette del tempo un poco più indietro rispetto al periodo di uscita, ambientando le vicende in un 1985 in piena guerra fredda rispetto alla fine del decennio che avrebbe visto, pochi mesi dopo l’inizio della pubblicazione, la caduta della cortina di ferro, la serie si concentra sulla nostra attualità, delineando una minaccia interna: i suprematisti bianchi del Settimo Cavalleria. Questa decisione dà modo non solo a Lindelof e soci di estremizzare ciò che stava accadendo già più di un anno fa (e che dopo l’assalto al congresso di inizio gennaio sembra quasi una premonizione), ma anche di integrare nel motore narrativo una vicenda oscura ai più, ovvero il massacro razziale di Tulsa: far luce su un episodio di razzismo talmente eclatante (il conto delle vittime non è mai stato accertato, anche a causa di stime ridotte al ribasso per ovvi motivi dalle autorità bianche, ma dovrebbe aggirarsi intorno alle 250-300), eppure rimasto taciuto per lungo tempo, rappresenta un ottimo modo di fare intrattenimento veicolando al contempo dei contenuti forti.

Meglio o peggio dei sostenitori di Trump?

Il mondo in cui si ritrovano ad agire Sorella Notte, Specchio e gli altri “agenti in costume” è allo stesso tempo più oppressivo e più liberale di quello attuale: da un lato i suprematisti bianchi si sono organizzati in una vera e propria associazione terroristica, cosa che per fortuna non è (ancora) successa negli USA; dall’altro uno dei loro atti più eclatanti, la “notte bianca” in cui hanno ucciso un gran numero di poliziotti (portando ad implementare il decreto che concede alle forze dell’ordine di agire in ogni senso sotto copertura, ironicamente varato da Joe Keene Jr., figlio del politico che mise fuorilegge gli Watchmen nel 1977), è stato perpetrato a causa della decisione del Presidente Robert Redford di concedere un risarcimento statale ai parenti delle vittime degli episodi di Tulsa, cosa che nella realtà invece non è mai avvenuta. Questa dicotomia investe la serie per tutta la sua durata, mischiando continuamente realtà e finzione (lo sceriffo Bass Reeves che il giovane Will guarda estasiato al cinema prima che Tulsa venga messa a ferro e fuoco, ad esempio, fu davvero il primo sceriffo nero a ovest del Mississippi nel 1838, e anche il volantino lanciato dalle truppe tedesche ai soldati statunitensi neri è un vero dettaglio storico) ma mostrando un’apertura alla speranza più netta di quanto non abbia fatto Moore.

Foto di gruppo con sfocature

L’idea di un Giustizia Mascherata nero, interpretazione libera ma non infedele di una possibilità narrativa lasciata aperta dalla graphic novel, è stata sfruttata in maniera egregia, e la storia di come Will Reeves sia diventato il primo eroe in costume dell’universo di Watchmen rappresenta anche il punto più alto della serie (l’episodio Questo essere straordinario, non per niente vincitore di ben tre Emmy). Quanto il tema del razzismo sia importante per la serie lo si evince anche in piccoli dettagli: nell’episodio Un’ammirazione quasi religiosa viene inquadrata più volte, nel Vietnam appena conquistato, una bandiera statunitense con le stelle disposte a cerchi concentrici, troppo simile al modello della prima versione del vessillo (utilizzata, al pari di quella sudista, dai Trumpisti che hanno assaltato il congresso) per essere casuale.

Musica maestri!

Il sonorico duo

Mi è bastato meno di un episodio per riconoscere la mano di Trent Reznor e Atticus Ross nelle musiche della serie. Il duo, rodatissimo e già al lavoro su svariate colonne sonore (per quella di The social network nel 2011 si sono portati a casa un Oscar), riesce a creare dei temi che riecheggiano di atmosfere anni ’80 ma suonano comunque attuali, una scelta che può apparire influenzata in tempi di nostalgia eighties ma che qui ha il suo senso nel tracciare una continuità fra i decenni che caratterizzano gli eventi principali dell’universo Watchmen. La direzione sonora è un fiore all’occhiello della serie anche per la scelta dei brani che fanno la loro apparizione lungo il corso degli episodi: le musiche non sono mai scelte a caso, anche se i rimandi non sono sempre facilmente intuibili (un plauso ancora a Andrea Fiamma di Fumettologica che è riuscito a cogliere nella canzone di Oklahoma! da cui proviene il titolo del primo episodio un riferimento all’impiccagione cui va incontro Judd Crawford).

Al di là dei riferimenti nascosti la colonna sonora spicca per qualità e varietà. Dagli anni ’80 di Beastie Boys e Devo al jazz, passando per musica classica e blues (con qualche scelta più ruffiana, come Living in America di James Brown utilizzata durante i festeggiamenti per la conquista del Vietnam) le musiche si abbinano perfettamente agli eventi, col plauso di una versione di Life on Mars di David Bowie che sì, è anch’essa abbastanza scontata quando uno dei personaggi è stato effettivamente sul pianeta rosso, ma risulta una cover ottimamente riuscita.

I personaggi, fra passato e presente

Chi sale e chi scende

Un elemento su cui Watchmen zoppica sono i personaggi, o meglio alcuni di loro. Funzionano molto bene la maggior parte di quelli nuovi, dall’Angela “Sorella Notte” Abar di Regina King al Wade “Specchio” Tillman di Tim Blake Nelson (una specie di “nuovo Rorschach“, rassomiglianza acuita dalla scena in cui Specchio mangia con la maschera che gli lascia libera solo la bocca, molto simile a una vignetta contenuta nella graphic novel), ma la faccia da schiaffi di James Wolk rende evidente fin da subito come il suo Joe Keene Jr. non possa essere lo stinco di santo che proclama di essere…o forse sono influenzato dal suo ruolo di pallista professionista in Mad Men.

Passaggi di consegne

Su quelli vecchi, invece, le mie perplessità aumentano esponenzialmente, andando a minare parte della credibilità della serie. Laurie “Spettro di seta” Blake, interpretata da Jean Smart, è la più credibile del lotto: ha avuto abbastanza esperienze negative coi supereroi da giustificare la sua scelta di operare per la cattura dei nuovi aspiranti giustizieri mascherati, è disillusa al punto giusto ma ancora indomita nello spirito. L’Adrian Veidt di Jeremy Irons è, al contrario, perlopiù una macchietta che demitizza completamente l’immagine di “uomo più intelligente del mondo” che l’Ozymandias di Moore si era costruito (e, in maniera controversa, guadagnato sul campo): tutto ciò che gli succede è funzionale a metterlo in ridicolo, dalla sua “autoreclusione” su Europa fino all’arresto farsesco nel finale, e anche il modo in cui annuncia la propria astinenza sessuale (campo lasciato aperto, al pari delle origini di Giustizia Mascherata, ma sfruttato decisamente peggio) lo relega da stratega sopraffino a spalla comica. Il Dr. Manhattan/Cal Abar di Yahya Abdul-Mateen II è una via di mezzo fra il trattamento operato coi due altri eroi mascherati del passato, dato che il modo in cui ragiona atemporalmente è mutuato alla perfezione, ma risulta poco credibile che un essere che ha lasciato dietro di sé (quasi) ogni retaggio umano si limiti a questa forma (mutuata da ricordi d’infanzia) quando deve ricreare la vita su un satellite lontano: la sua storia d’amore con Angela oscilla invece pericolosamente sul filo della credibilità (il Dr. Manhattan può ancora provare emozioni?), ma la difficoltà di ragionare come un essere che avrebbe anche potuto architettare tutto per la propria distruzione (o andarci incontro come a qualcosa di ineluttabile) lascia aperto il dibattito sui suoi affari di cuore.

Nel bene e nel male, come concludi fa la differenza

Buchi narrativi

E purtroppo Watchmen non lo fa nel migliore dei modi. Il piano di Lady Trieu di appropriarsi dei poteri del Dr. Manhattan è ambizioso, geniale e strategicamente perfetto (col dettaglio aggiuntivo di umiliare il padre, reo di non averla accettata né aiutata quando poteva farlo), ma il modo in cui viene smantellato non ha senso: un’opera fatta con un gozziliardo di dollari, creata per incamerare il potere di un Dio, viene distrutta da una pioggia di calamari ghiacciati che LASCIA IN VITA TUTTI GLI ALTRI? In una serie di dettagli che si incastrano alla perfezione questa caduta di tono è micidiale, una concessione all’happy ending e al classico finaleadeffettoconsalvezzachearrivaall’ultimosecondo che rovina sul più bello un discorso fin lì quasi a prova di bomba.

Stride anche un po’, in una serie così legata alle tematiche discriminatorie, che nel finale non si conceda a una donna di appropriarsi del potere che un uomo è riuscito a usare (più o meno) saggiamente. Lady Trieu poteva essere davvero il nuovo che avanza, una matriarca che porta un equilibrio diverso da quello a cui siamo abituati, ma tutti preferiscono concordare (tacitamente e non) con Adrian Veidt quando afferma che “ci vuole un egocentrico per riconoscerne un altro”: l’unico momento in cui gli danno ragione, insomma, è quando difende il patriarcato. I poteri passano comunque a una donna (Lindelof ha dichiarato apertamente che il finale aperto alla Inception è lì solo per bellezza, e non c’è dubbio che Angela abbia ereditato i poteri del Dr. Manhattan), ma con goffaggine e pudore eccessivi: Osterman ha come prima cosa imparato a ricrearsi, vogliamo davvero credere che Angela con quei poteri non riesca a capire se possa o meno camminare sull’acqua?

“Indovina almeno in quale mano è”

La serie mi aveva lasciato piccoli dubbi lungo tutti gli episodi, alcuni fugati offscreen (del diario di Rorscharch, che il Settimo Cavalleria ha eletto a propria bibbia, viene menzionata la pubblicazione ma non gli esiti sull’opinione pubblica: Peteypedia risolve la questione spiegando che la sua autenticità è sempre stata messa in dubbio, motivo per il quale solo i suprematisti bianchi conservano gelosamente, anche se resta confuso il perché, le prove del misfatto di Veidt), altri rimasti (il modo in cui Veidt annulla i ricordi del Dr. Manhattan avrebbe dovuto essere il Piano A per evitare che questi potesse fermarlo a Karnak nel 1985, ma come avrebbe fatto a utilizzarlo? E come ha fatto a scappare da Karnak la madre di Lady Trieu?), ma il modo in cui finisci una storia è essenziale per annullare o meno queste domande che continuano a risuonare nel cervello: purtroppo l’ultima puntata delude, conclude in maniera troppo mainstream le vicende e, pur non rovinando quanto di buono fatto, lascia quel retrogusto amaro di occasione mancata per rimanere davvero nell’immaginario collettivo anche dal punto di vista narrativo.

E se vi state ancora chiedendo che fine ha fatto Lube Man sappiate che Lindelof l’ha rivelato solo su Peteypedia

Damon Lindelof aveva annunciato che Watchmen sarebbe stata una serie autoconclusiva, su cui non avrebbe messo più mano ma lasciando aperta una porticina a eventuali sequel ad opera di qualcun altro. Che una seconda stagione arrivi o meno, magari con nuovi protagonisti e un altro punto di vista, una sola cosa è sicura: Alan Moore non sarà d’accordo.

“L’hai detto”

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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