Racconto in musica 40: Il cappello (Weather Report – The pursuit of the woman with the feathered hat)

La pubblicazione di questo racconto non poteva arrivare nel momento migliore, ovvero subito dopo la sfida in cui si è decisa la composizione delle giovani proposte di Sanremo. Da qualche anno mi ha preso la curiosità di scoprire cosa cerca di propinarci la kermesse di musica nazionalpopolare più famosa d’Italia (complici visioni collettive prima riservate solo a quella discreta trashata dell’Eurovision), e mai come in seguito a questa visione è utile andare verso i classici per riprendersi un po’, visto che nel momento topico dell’ultima esclusione mi sono ritrovato nella classica situazione in cui devi scegliere tra la mamma e il papà…solo che in questo caso uno dei due ti picchia e l’altro abusa di te. Neanche l’indie ci salverà da Amadeus, per cui ben venga un salto nella storia della musica grazie al racconto di Enrico Redaelli basato su un brano degli Weather Report.

Enrico nasce in un imprecisato anno del ventesimo secolo, e dopo una formazione universitaria umanistica senza infamia e senza lode comincia a maturare velleità artistiche nel campo della scrittura, che lo portano a pubblicare nel 2010 la raccolta poetica La grande commedia umana (isole della vita) e due anni dopo il dittico teatrale Atti allo specchio . Come ogni buon aspirante scrittore dovrebbe fare si concentra anche sulla lettura, esplorando la narrativa in lungo e in largo. Che sia italiana o straniera, recente o meno, Enrico la passa al vaglio con attenzione clinica, tanto da finire a condividere la sua passione sulla web radio milanese Radio BlaBla Network: conduce infatti il programma Dantès – La trasmissione che non vuole avere fretta, dove si occupa di romanzi, racconti e letteratura varia, con un occhio attento anche verso esordienti e realtà indipendenti (ma con un blocco da superare verso Infinite jest di David Foster Wallace). La volontà di riprendere con la scrittura cova sotto le braci, tanto che lo ha portato a frequentare la scuola di scrittura Belleville di Milano: è lì che l’ho conosciuto, e sono felice di poter ospitare su queste pagine (schermate?) un grande conoscitore di letteratura e musica (in particolare ’70 e ’80), nonché un carissimo amico.

Possiamo considerare indipendente una band che usciva per un’etichetta che in Italia ha pubblicato il tanto odiato Gino Paoli? Certamente no, ma vicino a Natale siamo tutti più buoni e per gli Weather Report farò una doppia eccezione alla regola visto che sono pure sciolti da anni. Vale la pena però di ripercorrere almeno brevemente la carriera della band, formatasi attorno a un gruppo di musicisti che ruotava intorno all’immortale Miles Davis. Il pianista Joe Zawinul e il sassofonista Wayne Shorter ne sono stati l’anima stabile, affiancati negli anni (la band è stata attiva tra il 1970 e il 1986) da uno stuolo di musicisti impressionante, non ultimo quello che viene riconosciuto come uno dei migliori bassisti della storia, Jaco Pastorius, morto a soli 36 anni e da lì finito direttamente nell’olimpo dei musicisti tanto talentuosi quanto dannati. Gli Weather Report hanno segnato il mondo della sperimentazione musicale con il loro jazz fusion, pubblicando in carriera ben diciassette dischi tra album in studio e live: di questi vale la pena ricordare sicuramente su queste pagine il secondo, I sing the body electric del 1971, dove il synth fa la sua prima comparsa e il cui titolo riprende quello di un racconto di Ray Bradbury, a sua volta tratto da una composizione di Walt Whitman. Il disco probabilmente più famoso della band fu Heavy weather del 1977, grazie anche alla trascinante Birdland (che qui in Italia venne ripresa pure nella pubblicità dell’Amaro Ramazzotti), ma la carriera degli Weather Report durò altri dieci anni prima di interrompersi con This is this, album che vedeva la collaborazione in un paio di brani di un certo Carlos Santana (aneddoto a cazzo: ho visto una partita di baseball a San Francisco dieci anni fa, era la serata orgoglio latino e c’era ospite Santana che ha suonato…un campanaccio, probabilmente non lo pagavano abbastanza per imbracciare la chitarra). Generazioni di musicisti sono stati influenzate dalla musica degli Weather Report, probabilmente non quelli che fanno Trap ma non si può avere tutto dalla vita e, in fondo, il mondo è bello perché è vario (come rovinare un bel discorso con una sequela di frasi fatte, un applauso a me!).

The pursuit of the woman with the feathered hat proviene dall’ottavo album in studio degli Weather Report, Mr. Gone, e si contraddistingue per una rincorsa sonora cui il synth, soprattutto nella fase introduttiva, dona tratti vagamente misteriosi che ben si sposano con qualche influenza etnica. Enrico si è lasciato trascinare dalla parte più “mistery” della traccia, delineando una storia di inseguimenti e fughe in cui pathos e leggerezza vanno a braccetto in una commistione molto particolare. Potete leggere il racconto subito dopo il brano che ne fa da colonna sonora, tutto come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il cappello, di Enrico Redaelli

La donna si era nascosta dietro un impersonale portoncino in legno. Non sapeva chi fossero gli inseguitori, ma una cosa le era chiara: doveva fuggire.

Li aveva seminati, per il momento. Aveva il fiatone, non si era accorta di aver corso così tanto, né pensava di averne la forza. Le serviva una pausa per riprendersi e recuperare una certa lucidità mentale, sperando che quel nascondiglio, pur con la luce del giorno, la mantenesse celata per il tempo necessario.

In mano stringeva il suo cappello in vimini a larga tesa, tutto nero, con una strana piuma di color blu elettrico. Era il suo portafortuna, ma ora si trovava a dover compiere una scelta importante.

Nella fuga quel cappello voluminoso avrebbe potuto solo esserle d’impiccio. Per non parlare della piuma, quella l’avrebbero vista ad occhio nudo anche da Marte. Del resto non poteva pensare di rimanere lì in eterno, non sapeva nemmeno in quale punto della città fosse.

Nonostante fosse passato del tempo (quanto?) il sole sembrava ancora alto. Il timore del buio le diede comunque il coraggio per continuare la fuga, e di decidere le sorti del suo beneamato cappello.

Scorreva da quelle parti un’ansa dimenticata del fiume che tagliava in due la città. Fu proprio su quelle acque che decise di abbandonare il suo portafortuna. Dopo essersi sporta dal suo nascondiglio, con fare avveduto, lo depositò sulla superficie e vide che non affondava miseramente, sembrava anzi essere cullato da quello specchio d’acqua. Rimase a guardarlo mentre si allontanava, come una madre vede il figlio allontanarsi verso l’orizzonte.

Il cappello li avrebbe distratti, sperava. Il pensiero le diede fiducia: si inoltrò verso la città con meno paura, seguendo il corso del fiume.

Una volta ritrovato l’orientamento fece sosta in un bar, scegliendo un tavolino al riparo dai passanti. Da quel punto aveva una buona visuale, poteva controllare con pochi rischi e cercare di localizzare i suoi inseguitori.

Col cuore in gola vide un motoscafo della Polizia avvicinarsi a tutta birra. Si fermò lì vicino, e non credette ai propri occhi quando riconobbe i suoi inseguitori all’interno, in arresto. Non era un’illusione, dal suo angolo poteva distinguere comodamente quelle figure ostili fino a poco prima.

Era salva! Un’improvvisa leggerezza la colse, la voglia di correre a perdifiato, di gridare a squarciagola fino all’inverosimile, ma si contenne. Poteva tornare a casa, e per farlo prese un vaporetto a due piani, attraversando i canali della città. Al piano superiore, scoperto, scelse un posto centrale a prua, per godersi meglio la ritrovata libertà.

L’aria, il sole, il vento e quella sensazione di vittoria, tutte insieme, le regalarono anni di rinnovata giovinezza. All’attracco, mentre scendeva dalla passerella per tornare sulla terraferma, vide in una zona di acqua pulita un cappello piumato.

Chiese aiuto per recuperarlo e, magia delle magie, vide che era il suo cappello, nemmeno troppo rovinato.

Il suo portafortuna era salvo e, soprattutto, era salva lei.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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