Racconto in musica 39: L’extracomunitario (Duo Bucolico – Akulimifamukà (grandinerà di brutto))

Dopo essermi reimpossessato di questo spazio settimana scorsa oggi lascio le redini completamente, ritagliandomi un ruolo marginale. Per il racconto di questa settimana infatti è stato l’autore Luca Alessandrini a suggerirmi la band da associare, ovvero il Duo Bucolico, e io mi sono limitato a concordare con lui un brano della discografia che fosse affine alle tematiche affrontate. Conoscevo già di nome il gruppo formato da Antonio Ramberti e Daniele Maggioli, ma è stata una sorpresa scoprire che ho incrociato dal vivo una metà del duo: Ramberti infatti fa parte anche del progetto Slavi – Bravissime persone, capaci di far ridere e ballare tutti in quel paio di concerti tenuti a Novara in cui ho avuto la fortuna di essere tra il pubblico, e visto che la band ha appena fatto partire una campagna abbonamenti su Patreon io ve la butto lì, metti che vien voglia di approfondire la conoscenza e godervi il loro show. Ma ora andiamo con ordine e presentiamo i protagonisti di questa settimana.

Luca Alessandrini si definisce, con l’ironia che contraddistingue anche il suo testo, ex calciatore, ex edicolante ed ex bel ragazzo. Al momento lavora invece come tecnico di laboratorio analisi e, grazie all’insistenza della moglie, associa a questo impiego le mansioni di falegname, massaggiatore Shiatsu, intrecciatore di coroncine celtiche e martire in attesa di beatificazione. Vive in un borgo contadino sul fiume Conca, attorniato da un numero considerevole di polli, mucche e maiali, oltre che da una serie imprecisata di storie da raccontare. Dove trovi il tempo di raccoglierle e metterle su carta queste storie io non lo so, ma Luca ci riesce e pure in maniera proficua: ha pubblicato alcune poesie grazie alla partecipazione a concorsi letterari, vinto con il racconto Muri il concorso organizzato dalla rivista Bref Cubia e pubblicato suoi testi sulle raccolte di racconti È sempre tempo di eroi e Il ritorno del Re della casa editrice Il Cerchio. Luca è apparso anche su Rivista Blam e Il paradiso degli orchi, e presto altri suoi racconti arriveranno su Voce del verbo e SguardIndiretti.

Il Duo Bucolico si forma ufficialmente nel 2005, quando con questo nome Antonio Ramberti (tastiera e voce) e Daniele Maggioli (chitarra e voce) fanno il loro esordio presso una sagra di paese. Da lì i due cominciano subito a girare l’Italia con la propria musica, un percorso che li porterà nel 2008 a incidere con Cinedelic Records il primo album, Opere di cantautorato illogico, un disco che è anche una dichiarazione d’intenti: definiscono la loro musica infatti come “cantautorato illogico d’avanguardia”, un modo come un altro per definire quel mix fra canzone d’autore, ironia e sregolatezza che li contraddistingue. Il sodalizio tra il Duo e l’etichetta prosegue tuttora, e ha fruttato nel tempo altri sei album di cui l’ultimo, Random, uscito a marzo 2019. Molte le collaborazioni che hanno stretto nel tempo, fra cui quella col cantautore Giacomo Toni per il brano Il bevitore longevo (apparso nel disco Bucolicesimo del 2011, periodo nel quale si forma la Banda bucolica, orchestra che li accompagna saltuariamente in concerto) e quelle con Supermarket e i compianti Camillas, rispettivamente nei brani Senza te sto e Barbanera dell’album Cosmicomio, la cui cover è opera di Lorenzo Kruger dei Nobraino. Il suo meglio il Duo Bucolico lo dà nei concerti, caratterizzati da improvvisazione libera e un continuo contatto col pubblico, e dopo aver visto Antonio dal vivo non fatico a crederlo: appena questo periodo sarà passato diamoci appuntamento sotto a un palco, per scoprirli o goderseli nuovamente.

Il racconto che Luca mi ha inviato ha molti tratti in comune con la canzone Akulimifamukà (grandinerà di brutto), contenuta nell’album Colonnello Mustafà: sono entrambe storie di immigrazione e di gente troppo impegnata per dar loro attenzione, caratterizzate dal tono ironico ma da una sottile vena amara. Dagli spazi immensi dei territori dei nativi americani a quelli di Nigeria e Congo si stende quindi un filo che vi invito a seguire, ascoltando e leggendo: trovate tutto qui sotto, a me come al solito non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

L’extracomunitario, di Luca Alessandrini

L’extracomunitario è il nemico mortale del cumènda indaffarato che interseca la città a cavallo di Suv grossi come autoblindo. Il cuménda non si capacita di come si possa avere un colore talmente strano, vestirsi così male e scegliere di fare l’extracomunitario, con tutte i lavori che c’è nella vita…

L’extracomunitario, se spogliato dalle apparenze, assomiglia molto al nostro vicino – magari meno incazzato perché, mentre i piccoli guai fanno arrabbiare, le grandi tragedie fanno riflettere.

È parte di una marea umana crocifissa dal sole del sud del pianeta, che nessuno fermerà, perché fame e disperazione sono più forti della paura.

La razza dei cuménda l’ha conosciuta in passato, quando erano loro a invitarlo nei villaggi turistici dell’Alabama o della Virginia. Ai più fortunati organizzavano addirittura un posto un posto più esclusivo – Gran Riserva – ché tutto quello spazio – foreste, laghi, praterie e bisonti – era sprecato per così poca gente rimasta.

Di questi privilegiati ci resta solo questa breve testimonianza filmata.

Il vecchio curvo col naso adunco e le trecce grigie ricorda una befana abbronzata. Ha in testa una specie di fagiano morto e si è colorato la faccia coi carioca. Ma sembra lo stesso molto triste.

Una volta eravamo un grande popolo. Facevamo la lotta coi bisonti, e fumavano pipe birichine, piene di erba della pace. Non facevamo altro per tutto il giorno, solo mangiare, dormire, fare pacianga pacianga con le squaw e pregare Manitù – che poi era quello che facevano i preti bianchi che ci chiamavano selvaggi.

Si, ogni tanto tiravamo delle frecce. Ma piano…

Poi un giorno arriva l’uomo bianco e dice: “La terra che avete abitato fino a ora è mia.”

Allora abbiamo fatto la guerra – più per non pagar l’affitto arretrato che altro.

L’uomo bianco aveva uno strano modo di combattere, niente spettacolo, tutti in quadrato e mille scorrettezze. Tipo Trapattoni. Noi facevamo la zona pura e perdemmo.

Allora l’uomo bianco ci mise nelle riserve, per impedire che altri bianchi continuassero la stagione di caccia.

Ma ci ripensò: disse che anche la terra delle riserve era la sua e ci fece dividere in piccoli gruppi, lontani gli uni dagli altri.

Andammo nelle città dell’uomo bianco, solo che nessuno ci voleva, e ci dicevano: “Va a lavorà, terun!”

Così, uno ad uno, tutti i piccoli fuochi del grande spirito si spensero.

Sono rimasto solo io, Grande Orso Duracéll, e tra poco pure io me ne andrò.

Forse era questo che l’uomo bianco voleva: che tutti quelli diversi da lui se ne andassero da questa terra.

Per sempre.

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His house, quando la paura non viene (solo) dall’horror

Quando ho parlato di Lovecraft country (o meglio dello scrittore che le sta dietro) ho detto che la serie usciva in un anno di riscoperta dell’autore di Providence, ma la serie si ricollega anche ad un altro filone molto prolifico: quello che unisce l’horror alla critica sociale. Non è che sia esattamente una novità, basti pensare all’iconico La notte dei morti viventi di George A. Romero che risale addirittura al 1968, ma da qualche anno a questa parte c’è stata una riscoperta delle potenzialità del genere per fare luce su aspetti controversi della società. Se è difficile inquadrare chi sia stato il capostipite di questo rinnovato interesse (prendendola molto alla larga anche You’re next del 2011 parte da una dinamica di critica delle classi più abbienti, divertendosi molto nel farle letteralmente a pezzi) di certo grandi meriti vanno alla casa cinematografica Blumhouse, a cui si devono la saga di The purge, l’insolito sguardo femminista nel recentissimo remake de L’uomo invisibile diretto da Leigh Whannell e, soprattutto, la scoperta del talento di Jordan Peele, capace con Scappa – Get out di arrivare addirittura a vincere un Oscar (a fronte di quattro nomination) per la miglior sceneggiatura originale. Certo, io l’avrei dato a Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, ma non è questo il punto.

Col suo esordio alla regia Peele è riuscito a portare all’attenzione delle platee cinematografiche la condizione della comunità nera negli Stati Uniti in maniera originale, permettendosi di allargare il tiro col successivo Us ma ritornando sul tema proprio con Lovecraft country, serie che lo vede fra i produttori. La lezione è stata ben recepita anche da Netflix, che con His house si concentra, più che sulla questione razziale in sé, su una tematica di più ampio respiro che ci tocca molto da vicino: quella dei migranti.

Remi Weekes, regista e sceneggiatore, aveva alle sue spalle solo qualche cortometraggio (di cui uno finito nella miniserie a tema horror Fright bites, inedita in Italia per quanto mi risulta) prima di girare questo film, ma dimostra di avere già le idee chiare e un’ottima capacità di metterle in scena. Il film racconta la storia di Bol (Sope Dirisu) e Rial (Wurmi Mosaku, apparsa indovinate un po’ dove? In Lovecraft country!), una coppia sudanese riuscita ad arrivare in Inghilterra dopo uno dei terribili viaggi della speranza che, come capiamo fin dall’inizio, è finito in tragedia. Dopo aver passato mesi in un centro d’accoglienza i due riescono ad accedere ad un periodo di prova all’esterno, anticamera dello status di rifugiati politici, in cui rientra anche l’assegnazione di una casa. Il sogno di una nuova vita sembra realizzarsi, ma l’orrore è dietro l’angolo, o meglio dentro le stesse pareti che li ospitano: gli incubi cominciano a tormentare Bol, e la moglie Rial si convince che uno stregone li abbia maledetti.

Se c’è una cosa che riesce benissimo a His house, prima ancora di incutere paura nello spettatore, è quella di far capire con pochi dettagli cosa voglia dire essere emarginati. Non si può dire che il sistema di accoglienza, nella figura di Mark (Matt Smith), li tratti male, ma si capisce benissimo che da loro non si aspettano altro che grane: le spiegazioni eccessivamente dettagliate, lo stupore di fronte a qualunque loro capacità di comprensione e le continue raccomandazioni creano un disagio palpabile, soprattutto sapendo che le cose non potranno che peggiorare. Questa angoscia non ci abbandona mai, ed è forse acuita da scene più rilassate, come quella in cui Bol, cercando di integrarsi, si mette a cantare con alcuni tifosi in un pub un coro dedicato al calciatore Peter Crouch: quando racconta l’accaduto alla moglie lei gli dà del ragazzino, ma l’impressione che emerge dalla scena è quella della macchietta a cui viene “concessa” la simpatia dal gruppo proprio per il suo stare alle regole, senza andare troppo in là. Le esperienze che ha Rial nelle sue rare uscite sono peggiori, ma in generale la loro situazione sembra claustrofobica non tanto per quello che potrebbero fargli (la vicina, manifestamente ostile, non sembra comunque questo gran pericolo), quanto per il fatto che non è loro permesso nessun passo falso.

Quando l’orrore si insinua lentamente nella vita della coppia lo fa di pari passo con la loro condizione di rifugiati, in molteplici maniere. Lo stregone e ciò che evoca per tormentarli sembrano vivere all’interno delle pareti, in quella casa che dovrebbero mantenere in perfetto stato (se così si può dire di una stamberga fatiscente che però, gli viene ricordato più volte, è più grande degli appartamenti dove vivono gli impiegati dell’immigrazione) ma che finisce per essere vandalizzata con possibili ripercussioni sul loro permesso di soggiorno; le visioni si concentrano principalmente sulla figura della figlia, persa in mare durante il naufragio con cui si apre il film, come anche sui morti che si sono lasciati alle spalle in Sudan, portandoli a subire gli effetti della Sindrome del sopravvissuto; la maledizione convince Rial che non ci sia posto per loro lì, che dovrebbero andarsene e tornare da dove sono venuti.

È una lotta contro tutto e tutti quella che ingaggiano, persino contro loro stessi. In questo è molto efficace la scelta del regista di pescare dal folklore del loro paese d’origine ciò che li minaccia (una scelta condivisa con un altro horror targato Netflix, Il legame, che anche a causa di un Riccardo Scamarcio impagliato testimonia di quanto l’Italia sia ancora indietro nel genere), una presenza incombente che per Rial arriva quasi a essere familiare, l’ultimo legame con la terra che ha dovuto lasciare ma che, di fronte ad un nuovo paese che la rifiuta (emblematica è la scena in cui, chiedendo aiuto a dei ragazzi neri, si ritrova presa in giro e insultata), torna a rimpiangere, accusando anzi Bol di volersi umiliare per della gente che non merita il loro rispetto.

I rari momenti di pausa dall’orrore non fanno che proiettarli in dinamiche che potrebbero causar loro il ritorno in un orrore se possibile più tremendo, quello della guerra civile da cui sono sfuggiti a costo di enormi sacrifici. Quanto siano stati grandi questi sacrifici, e quanto terribili siano state le scelte che hanno preso durante la fuga, lo scopriremo solo alla fine, dopo aver più volte sobbalzato sulla sedia a causa delle notti passate nella casa.

Weekes sfrutta il buio per fare paura, ma per quanto la scelta sia classica il modo in cui lo fa riesce a essere personale e inquietante al punto giusto, sia per quello che mostra che per la tensione che riesce a creare quando invece lascia solo intuire che c’è qualcosa che non va. Ci sono i jump scare, le figure nascoste in secondo piano, ma questi trucchi del mestiere sono usati con metodo e sono sempre funzionali alla storia, senza diventare dei semplici mezzi per ricordarci ogni tanto che “ehi, è pur sempre un horror”. Al suo primo lungometraggio Remi Weekes piazza un colpo da maestro, un film che fa male e non cerca di edulcorare niente di ciò che mostra, reale o fantastico che sia. Non lancia accuse apertamente, mostra semplicemente una storia e lascia che sia lo spettatore a capire quanto possa essere terribile passare attraverso certe esperienze: quel che di solito fa il grande cinema.

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Racconto in musica 38: Un sacrificio (Zu – No pasa nada)

Se, quando pensate al concetto di successo musicale italiano all’estero, vi viene in mente Laura Pausini in tour in Sudamerica…siete sul blog sbagliato. Potreste trovarvi un po’ più a vostro agio fra queste schermate se vi vengono in mente i Lacuna Coil, ma ancora non ci siamo. La mia concezione di questo successo è quando i tuoi album escono per l’etichetta dei Neurosis, come capita agli Ufomammut, o come quando, ad esempio, Mike Patton suona insieme a te per svariati concerti, licenzia i tuoi album per la sua Ipecac Recordings, fai concerti un po’ in tutto il mondo e collabori con la crème de la crème della musica sperimentale, da Damo Suzuki ai Current 93: tutto questo, e molto altro, lo hanno fatto gli Zu.

Non ricordo esattamente quando ho sentito parlarne per la prima volta, ma fu all’uscita di Carboniferous nel 2009 che mi accorsi veramente di loro: tutto l’album è stato considerato un capolavoro, ma quella bordata sonora incredibile di Ostia basterebbe già da sola, tanto che me la misi come sveglia quando andai ad abitare da solo e, dopo un viaggio di 760 chilometri fra Novara e Roma in bicicletta, andai sul lido di Ostia solo per fare un video della spiaggia con in sottofondo la loro canzone (il video è uscito male e mi sentivo un cretino, ma cazzo che brano). Li ho visti solo tre volte dal vivo, la prima al geniale MiOdi al Circolo Magnolia di Milano, ma l’ultima mi è rimasta particolarmente impressa: suonavano all’edizione 2017 del Libera la festa, a Osio Sopra nella bergamasca (tenete d’occhio questo festival, per quando si potrà tornare a vedere concerti), e per varie ragioni non potei rimanere fino alla fine dell’esibizione, ma l’unico modo che trovai per andarmene fu letteralmente SCAPPARE tra un pezzo e l’altro perché la potenza che emanavano era tale che non riuscivo a muovermi mentre suonavano.

Ok, mi direte voi, ma dopo tutta sta premessa ci vuoi dire finalmente cosa fanno gli Zu? Fanno, o facevano, Jazz-Core, che è un termine riduttivo per definire la capacità di improvvisazione, furia e ricerca sonora che sta dietro alla carriera più che ventennale di Massimo Pupillo (basso), Luca Mai (sax) e Jacopo Battaglia (batteria), la base storica della band (Jacopo lascerà nel 2011 per poi tornare nel 2017). La loro musica è in evoluzione continua, dal primo album Bromio del 1999 (in cui figura anche Roy Paci) ai dischi più recenti in cui si è aggiunta la chitarra di Stefano Pilia ma sono i synth analogici ad aver preso il sopravvento (l’ultimo è Terminalia Amazonia del 2019), il tutto passando per migliaia di concerti, collaborazioni interne al gruppo e progetti paralleli (mi capitò di recensire gli Ardecore, supergruppo in cui militava tutta la band dedicato alla rivisitazione della musica tradizionale romana, come anche gli Udus di Luca Mai e un album ultrasperimentale di sonorizzazione di radiodrammi fantascientifici degli anni 60 con Massimo Pupillo, ma fra i vari altri progetti vale la pena ricordare Mombu, Bloody Beetroots, Dark Night Mother e i Pleiadees, protagonisti di uno degli ultimi concerti “elettrici” che sono riuscito a vedere). Capirete che riassumere in poche righe una carriera lunga sedici album, alcuni split, momenti di pausa (fra il 2011 e il 2014 la band fu sul punto di sciogliersi, salvo poi tornare con quelle bombe dell’ep Goodnight civilization e del disco Cortar todo) e collaborazioni a varie compilation è un’impresa impossibile, per cui prendetevi un attimo di tempo, andate qui e studiate, da bravi: questa è storia della musica italiana.

Il mio amore spassionato, all’interno della discografia sterminata degli Zu, lo conservo per il già citato Cortar todo, e non potevo che pescare da questo serbatoio per il racconto della settimana: No pasa nada è la traccia numero sette del disco, un terremoto sonoro in cui basso e batteria (qui suonata da Gabe Serbian dei Locust) creano una tensione maligna che si risolve nelle esplosioni apocalittiche del sax. Ispirato dal titolo e dai movimenti del brano ho cercato di creare qualcosa di oscuro e barocco, magniloquente a tratti, un percorso letterario che si inoltra NEL labirinto più iconico che ci sia e che già in partenza si inchina a chi, come Borges, gli ha reso onore in maniera certamente più originale: se sarò riuscito perlomeno a ricreare con le parole le sensazioni che dona la canzone potrete dirmelo voi, ascoltando e leggendo (magari insieme, è fortemente consigliato) più in basso. Buon ascolto, e buona lettura.

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Un sacrificio

Lenti emergono dal buio, avanzando con fatica, magri, pallidi e tremanti, rosse solo son le dita. Regge uno il lume in mano, rabbia impressa sul suo volto, l’altro gonfio di singhiozzi, segue pian con occhi folli. Tentan di fuggir la morte, un destino già segnato, ove si aspettavan gloria, li attendeva l’abominio.

E risuona all’improvviso il grido tonante della bestia, mortali! Chinatevi al suo cospetto e abbandonate la speranza. S’annuncia nel suo lamento oscuro la volontà del Dio, una brama di carne, sete di sangue, l’esigenza di ricever ciò che è suo di diritto!

Sgorgan lacrime e sospiri, improperi a fior di labbra, il più debole s’accascia, l’altro a forza lo trascina. Da pentirsi han, nel ricordo, della furia su un compagno, dello zelo ormai assurdo in quel dargli del blasfemo. Egli volle lasciar segni, quali mappa fra le svolte, ma il ritorno, condannaron, era torbida eresia.

Ma l’arrivo al centro dell’intrico non è beatitudine, niente nobiltà nell’agguato, improvviso, furioso, nel sangue che scorre a fiumi e nelle grida dei compagni sventrati, gli arti strappati da un mostro che rifugge il sacro, induce alla pazzia, blocca col terrore della sua presenza gli stolti che ancora sperano in un sacrificio giusto, un benevolo aldilà, ma quale Dio può concepire questo orrore, dare in pasto l’uomo ad una simil bestia? Non può finire con la resa il loro destino, non possono raggiunger tutti insieme quelle zampe, e per il duo che si lascia alle spalle il massacro ogni urlo reca echi diversi, per uno esortazioni alla fuga, per l’altro solo condanne di vigliaccheria.

E come orrore della mente ecco giungergli alle spalle la bestia ruggente, guardate! Il pelo è lordo delle viscere dei compagni, i suoi artigli bramano coloro che le son sfuggiti. Resta immobile il debole di fronte a quel terrore, al volere divino che ne reclama la morte, e all’avvicinarsi di zanne e bava solo riesce ad aprir bocca per urlare, costretto al dolore, alla morte, ad un supplizio senza fine!

Fugge ancora, da meschino, l’ormai solo ancora vivo, il compagno offerto in pegno per del tempo guadagnato. Corre cieco, urta i muri, senza lumi né premura, mentre intanto alle sue spalle sceman grida d’agonia. D’improvviso, par miraggio, un chiarore che s’insinua, torce appese attorno all’arco che delimita l’uscita. Causa fretta ed isteria, non s’accorge se non tardi del metallo che lo frena, della fin d’ogni speranza.

I cancelli sono chiusi, e la bestia già s’appresta.

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Distratta-Mente, l’esordio discografico della band Il pretesto

Strano percorso quello dei romani Il pretesto, visto che arrivano al primo full length a ben nove anni di distanza dalla formazione della band. Il tempo è servito per virare verso nuovi orizzonti musicali, cioè dal punk rock degli esordi a un electro-indie dai suoni più morbidi e curati, e la stessa realizzazione del disco è stata fatta senza eccessiva fretta, se si conta che il primo singolo Novembre è uscito poco più di due anni or sono: in questo arco di tempo il gruppo si è anche stabilizzato in una formazione a tre, formata dai fratelli Raffaele (voce e chitarra) e Stefano Doronzo (batteria), cui si aggiunge il bassista Alessio Luigi Dastoli. Il tempo occupato a lavorare sui pezzi ha sicuramente dato i suoi frutti, soprattutto dal lato produttivo, ma Distratta-Mente non è comunque esente da piccoli e grandi difetti.

Il disco viene presentato come un concept che ruota attorno alle problematiche della società odierna, ma i testi non presentano la profondità che mi sarei aspettato da questa premessa. Fin dall’iniziale Fiori di fenice gli Il pretesto danno più l’impressione di puntare sull’effetto scenico di certe frasi che sul costruire testi davvero impegnati: funziona poco anche la scelta di ricorrere spesso allo spoken word, variante vocale utilizzata con poca personalità e che finisce per sminuire anche un brano come Condanna, in cui l’atmosfera di disagio creata ad hoc dagli strumenti non viene adeguatamente supportata dalla voce.

Dal punto di vista musicale Distratta-Mente risulta piuttosto vario, con la chitarra che tesse spesso melodie funkeggianti e una sezione ritmica brava ad adeguare tono e ritmo a seconda dell’atmosfera dei brani. Gente distratta e Vorrei cambiare canale alla tua voce sono i momenti dell’album in cui si fa maggiormente uso dell’elettronica, e hanno un’aria indie modaiola che è l’anima che convince meno degli Il pretesto: fanno sicuramente meglio in Novembre, tutta costruita attorno a una linea melodica su cui gli strumenti si aggiungono poco alla volta (particolarmente efficace la chitarra, con arpeggi dai tratti vagamente noise), e nella conclusiva Eclissi, capace di unire nei ritornelli una linea vocale molto pop con suoni che, soprattutto nel finale, non disdegnano una certa aggressività. La varietà stilistica non sembra però ancora segno di un sound ben definito quanto di una ricerca sonora ancora in corso, come conferma anche la sterzata verso sonorità da alternative rock anni novanta della pur piacevole Magnum.

Solo sette brani per una mezz’ora scarsa di musica in questo Distratta-Mente, un’opera prima con evidenti sbavature ma anche qualche merito, fra cui vale la pena citare un lavoro di produzione e registrazione pulito e attento (solo i ritornelli di Gente distratta sembrano un po’ fuori fuoco, a causa di un’eccessiva compressione) e degli arrangiamenti capaci di qualche buon guizzo. Il disco esce per Alka Record Label, etichetta ferrarese attiva da quindici anni e con un nutrito e variegato roster di artisti.

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Racconto in musica 37: Se si potesse andare oltre (Offlaga Disco Pax – Venti minuti)

La linea che ho tenuto fino a questo momento nel blog è stata (quasi sempre) coerente: prendere ispirazione da (o associare a) un musicista o una band del panorama musicale indipendente per ogni racconto, di modo che poteste scoprire musica nuova e, chissà, andare anche ai loro concerti. Quest’ultima opzione non sarà possibile con la band di cui sto per parlarvi, ma quando ho letto il racconto che mi ha inviato Arianna Cislacchi il collegamento mi è venuto automatico e, sebbene il gruppo in questione si sia sciolto, per me è un piacere e un dovere parlarne a quelli (spero pochi) che ancora non li dovessero conoscere: sto parlando degli Offlaga Disco Pax.

Iniziamo presentando però Arianna Cislacchi, alla cui penna (che è un modo di dire più romantico de “alla cui tastiera”) si deve il racconto della settimana. Ventinovenne, è nata ad Albenga ma vive a Torino fin dai tempi dell’Università, dove ha conseguito la Laurea in Scienze dell’educazione. Lavora come educatrice in una scuola, nel tempo libero suona il pianoforte, dipinge e, ovviamente, scrive. I suoi racconti sono apparsi su molte riviste letterarie: Spore rivista, Voce del verbo, Narrandom, Cedro mag., Il fuco, Mirino, e altri appariranno presto su Malgrado le mosche e sul sito del Museo archivi storici di Sinnai. Potete trovare un suo scritto anche all’interno della raccolta Racconti dal Piemonte 2020, edita da Historica Edizioni.

Che dire invece degli Offlaga Disco Pax? Negli ultimi vent’anni sono stati una delle band che più è riuscita a crearsi un’anima originale e riconoscibile, pur partendo da elementi (la new wave musicalmente, lo spoken word vocalmente) già esistenti ma ricombinati in una maniera estremamente personale. Merito soprattutto dei testi di Max Collini, che con le sue storie di vita vissuta ha creato un micromondo in cui è palese la sensazione di sconfitta di un movimento sentitissimo, quello socialista, ma rendendo possibile allo stesso tempo riderci e piangerci sopra: in un mio improvvisato viaggio in bicicletta da Novara a Roma feci sosta a Reggio Emilia solo per vagare fra i luoghi che facevano da sfondo ai suoi testi, dall’ex sede del Partito alla Via Fontanelli dove abitava “Malboro senza R“, dalla Via Guarsico dove suonarono i Police allo stadio della Reggiana…e tanti altri ne avrei visitati se non avessi avuto le gambe a pezzi e i colli bolognesi ancora da affrontare. Su tutte le storie narrate da Max nei tre album usciti fra il 2003 e il 2013 (Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione), Bachelite e Gioco di società, più i due Ep Onomastica Odp 147 e Prototipo Casio Odp 151) si appoggiano le tessiture sonore create da Enrico Fontanelli (basso e tastiere) e Daniele Carretti (chitarra e basso), spesso minimali e capaci di ricreare in maniera perfetta l’atmosfera adatta, che sia quella di un processo ad una nota serial killer o la parabola di riscatto sociale di un gamberetto in via d’estinzione. La storia musicale degli Offlaga si ferma nel 2014 e nel modo peggiore, a causa della morte per malattia di Enrico Fontanelli (a cui l’anno scorso è stata dedicata una mostra delle sue opere grafiche a Reggio Emilia), quella di Max e Daniele continua: il primo con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò ha fondato già dal 2013 il duo Spartiti (oltre a girare l’Italia col suo spettacolo Max Collini legge l’indie, approdato quest’estate anche nella fantastica cornice del Labirinto della Masone), il secondo col suo progetto solista Felpa.

Venti minuti, traccia conclusiva dell’album Bachelite, è una delle canzoni più emozionanti degli Offlaga Disco Pax. Parla dello strano rapporto che si crea fra Max e un ex commilitone del padre morto, col quale ad ogni Natale si rinnova lo strano rituale di una telefonata dalla quale emerge un ritratto del genitore inedito per il figlio. Il telefono, gli scherzi della memoria e il rapporto con il padre sono al centro anche del testo di Arianna, motivo che mi ha spinto, forse un po’ forzatamente, a compiere l’associazione: le sensazioni che ho provato ascoltando la canzone e leggendo il racconto sono però simili, e spero che anche voi riusciate a provarle. Trovate come al solito la canzone qui di seguito e il racconto poco più sotto, a me non resta che rinnovarvi i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Se si potesse andare oltre, di Arianna Cislacchi

Ecco che ci risiamo.

Sono le quattro e il telefono, puntualmente, squilla. Rimango supino, con le dita che tentano di afferrarlo. Fuori è ancora buio. Per una volta mi piacerebbe non rispondere. Vorrei fregarmene, farlo arrabbiare, schiumare, preoccupare, che gli venisse un’ulcera, insomma. Ma poi, puntualmente, alzo la cornetta e rispondo con il tono più paziente possibile.

«Pronto, chi parla?»

«Giorgio, sei sveglio?»

«… No».

«Ah. E come fai a rispondermi se non sei sveglio?»

«…»

«Giorgio, che fai?»

«Nulla. Dormo. O almeno, ci sto provando».

«Perché?»

«Perché sono le quattro del mattino e santo cielo, dovresti dormire anche tu».

«Ma io non ho sonno».

«Va bene. Che c’è questa volta?»

«Perché dici questa volta?»

«Perché… Niente, lascia stare. Piuttosto, tutto bene? È successo qualcosa?»

«La mamma non è ancora tornata. Secondo te devo telefonarle?»

«Papà, la mamma…»

«Che giorno è oggi Giorgio?»

«Il 28 settembre».

«Ah, giusto. La mamma aveva il turno di notte oggi?»

«Papà, ascolta…»

«Scusami Giorgio se ti ho disturbato. So che ti svegli presto per andare a lavoro. È che tua madre mi fa sempre preoccupare quando lavora all’ospedale di notte. Ho sempre odiato i turni notturni».

«Non ti preoccupare papà. Vedrai che la mamma arriverà da un momento all’altro».

«Sì, lo credo anche io. Allora buonanotte».

«Buonanotte».

«Giorgio?»

Chiudo gli occhi e sospiro.

«…Sì?»

«La mamma sta bene, vero?»

«…Sì, papà. Stai tranquillo. La mamma sta benone».

Mio padre riaggancia e io fisso il vuoto. Stringo la cornetta contro l’orecchio; sono stanco. E sfinito. Tutto, mi sfinisce.

Con oggi sono quindici anni, quindici lunghissimi anni. Rimango sotto le coperte, pensieroso, con il corpo in tensione; mi sembra di respirare male. La stanza si fa improvvisamente stretta e angusta.

Ogni notte mio padre mi telefona alla stessa ora. Ogni giorno, per lui, è un ripetersi degli eventi. È convinto che lavori ancora nel mio vecchio ufficio, che sia scapolo e viva nel minuscolo appartamento al fondo della strada. E che mia madre sia in ritardo da lavoro.

La settimana dopo lo raggiungo in struttura. Quando entro le infermiere mi accompagnano gentilmente nella sua stanza e ci lasciano soli. Eccolo lì: seduto vicino alla finestra, con le mani appoggiate al vetro. È tutto un fremito, appena mi vede.

«Giorgio! Che ci fai qui?»

«Ho preso un permesso».

Mio padre non risponde. Torna a spiare i giardini di fronte alla sua camera. Più lo guardo, più mi sembra un bambino sperduto.

«Sto aspettando che torni tua madre».

«Papà, ascoltami ti prego, ora basta…»

«Odio quando fa i turni di notte. Mi manca sempre, quando non è a casa».

«Papà…»

Per un momento, mio padre mi getta uno sguardo lucido, come se avesse visto qualcosa di inaspettato. Come se si fosse svegliato da un lungo sogno.

«Giorgio… Che giorno è oggi?»

Sto per rispondere, ma una morsa mi stringe lo stomaco. Vedo mio padre sussultare. Mi strofino gli occhi per trattenere le lacrime, e mi chino vicino a lui per abbracciarlo.

«Il 28 settembre, papà. E mamma sta benone».

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Matt Ruff chi? Viaggio tra i libri dell’autore di Lovecraft Country

Non so voi, ma io mi sono messo subito a guardare i titoli dei libri alle sue spalle

È strano come il 2020 si sia ricordato tutto a un tratto di Howard Phillips Lovecraft. Non che l’autore di Providence sia mai stato dimenticato, essendo uno dei padrini dell’horror moderno il cui influsso non smetterà mai di influenzare nuove generazioni di artisti, ma che nello stesso anno vedano la luce progetti come il film Il colore venuto dallo spazio (di cui qui potete trovare un’interessante recensione), tratto da uno dei suoi racconti più riusciti, e la serie Lovecraft Country, molto liberamente ispirata alle sue storie, è quantomeno curioso. Ci mancava giusto quel Alle montagne della follia che Guillermo Del Toro ha inutilmente cercato di girare qualche anno addietro e avremmo fatto l’en plein di orrori cosmici.

In questo articolo però non parlerò di Lovecraft, ma utilizzerò la serie HBO come mezzo per parlare dell’altro scrittore che sta dietro alla sua realizzazione: per prendermi insomma la soddisfazione di dire che Matthew Theron Ruff, alla cui penna si deve l’esistenza della serie, io lo conoscevo prima di voi. Ecco quindi una carrellata dei suoi libri, che parte da

Acqua, luce e gas: la trilogia dei lavori pubblici

Luce e gas presenti all’appello

A voler ben guardare la carriera di Matt Ruff, nato nel 1965 a New York, inizia prima di questo libro, e precisamente con Fool on the hill, di cui le uniche informazioni in mio possesso sono che A) è ambientato nella Cornell University di Ithaca, NY, e B) è un cult il cui successo fra gli studenti della stessa università (frequentata anche dall’autore) si rinnova di anno in anno: in Italia però questo libro non è mai stato tradotto, e sulle sue effettive qualità vien qualche dubbio se sono passati undici anni prima che Ruff desse alle stampe la sua opera seconda.

Acqua, luce e gas invece in Italia ci è arrivato, grazie a Fanucci, e nonostante porti in calce sulla copertina gli elogi di Thomas Pynchon dal misterioso autore de L’arcobaleno della gravità (di cui ho odiato ogni singola pagina) prende solo la frenesia di inserire nella trama un numero innumerevole di personaggi e storie che confluiscono l’una nell’altra. Fra squali mutanti che si aggirano nelle fogne (l’inquietante Meisterbrau), imprenditori miliardari, pirati ecologici multietnici, la scrittrice filosofa Ayn Rand resuscitata come intelligenza artificiale e persino Walt Disney e J. Edgar Hoover (in vesti che preferisco non svelarvi) si dipana una trama che prende le fila dall’omicidio di un guru di Wall Street, per poi addentrarsi nel marcio di una società del futuro (il libro è ambientato nella New York del 2023) malata quanto e più della nostra e nelle sue sotterranee cospirazioni.

Ruff riesce con abilità a veicolare temi come classismo, razzismo ed ecologismo senza appesantire, divertendoci anzi con un tourbillon di eventi mentre lascia che questi temi attecchiscano. Una specie di variante statunitense del Terra! di Stefano Benni, con dosi più massicce di cinismo e citazionismo: consigliatissimo.

La casa delle anime

Padri putativi, parte uno

Sempre Fanucci nel 2000 porta in Italia La casa delle anime, vincitore del Washington State Book Award (il nostro nel frattempo si è trasferito a Seattle, dove vive tuttora). Il tema del libro è affascinante, quello della Sindrome da personalità multipla, patologia che il protagonista Andrew Gage riesce a tenere sotto controllo grazie all’aiuto costante di una psicologa. Come in una vera e propria casa all’interno della sua testa tutte le personalità di Andrew collaborano per rendergli (e rendersi) la vita meno complicata, trovando accordi sul modo di prendersi ognuna il proprio spazio “affacciandosi” al mondo esterno come da una finestra (o pulpito, come viene chiamato nel libro): ci sarà quindi il momento della giornata in cui la sua personalità fissata con la forma fisica si darà al training, quella appassionata d’arte si darà alla pittura e così via, il tutto gestito da una personalità fatta emergere appositamente per coadiuvare il tutto e rappresentare il “vero” Andrew Gage all’esterno.

Un libro come La casa delle anime non potrebbe probabilmente esistere senza Daniel Keyes e il suo Una stanza piena di gente, la vera storia di Billy Milligan e del lungo percorso che lo ha portato a veder riconosciuta ufficialmente la patologia legata allo sviluppo di personalità multiple. Come per Milligan nella realtà anche per l’immaginario Gage i primi problemi sono da ricondurre a ripetuti abusi subiti in tenera età, un trauma che egli condividerà con un’altra ragazza affetta dai suoi stessi problemi: Penny Driver però, diversamente da lui, è cosciente solo in parte della propria condizione, e la differenza di “metodo” con cui entrambi affrontano la vita sarà solo una delle cause scatenanti che porteranno Andrew e tutte le sue personalità a mettere in discussione l’equilibrio fin lì raggiunto, scendendo a patti anche coi lati oscuri della propria mente.

La casa delle anime affronta con tatto e sensibilità temi molto delicati, come la malattia mentale e gli abusi sui minori, uscendone vincente. Meno rutilante rispetto al libro precedente, in quest’opera Ruff non mette da parte comunque l’umorismo, evitando di scadere nel pietismo e regalando anzi pagine di divertimento che non stonano coi temi trattati.

Bad Monkeys

Doveva essere lì in mezzo. E ora vatti a ricordare a chi l’ho prestato…

Dopo il passaggio a un tema più serio probabilmente Ruff ha sentito l’esigenza di lanciarsi in qualcosa che rivaleggiasse con la Trilogia dei lavori pubblici in quanto a follia creativa, e Bad Monkeys (edito in Italia da Fazi) riesce ad essere all’altezza. Condensato in un minor numero di pagine e personaggi, ma con una carica inventiva enorme, il libro ci fa seguire le avventure di Jane Charlotte, arrestata per omicidio e interrogata in un commissariato di polizia riguardo al delitto. Ciò che rivela, mettendoci a parte di tutte le vicende che l’hanno condotta fino a lì, è il percorso che l’ha portata a entrare nell’organizzazione chiamata Bad Monkeys, il cui compito è liberare il mondo dalle persone “cattive”.

Col proseguire della trama impareremo di più sull’organizzazione, sui suoi metodi e su una serie di cospirazioni che coinvolgono direttamente Jane, aventi a che fare col suo passato e col rapimento del fratello, continuando a chiederci cosa ci possa essere di reale in quanto racconta: non vi fareste delle domande se qualcuno vi raccontasse di ricevere messaggi tramite le parole crociate, di avere come dotazione standard una pistola giocattolo che uccide causando attacchi di cuore e che il famigerato serial killer John Wayne Gacy faceva parte di una branca dell’associazione formata da letali clown?

Ruff ha dichiarato di aver preso ispirazione per il libro dalle opere di Philip K. Dick (il nome della protagonista è un omaggio alla gemella dello scrittore, Jane Charlotte Dick, morta a poche settimane dalla nascita) come anche da un episodio di South Park, e le influenze si sentono tanto nei continui ribaltamenti della trama quanto nelle esagerazioni grottesche infilate con grande divertimento. Una corsa continua, non priva di spunti per riflettere (il tema del male innanzitutto, su cui filosofi di varie epoche si sono spaccati la testa) ed efficace fino alla fine: Margot Robbie ne ha comprato i diritti nel 2016 per realizzare un film, di cui dovrebbe essere anche protagonista, non ci resta che sperare che il successo di Lovecraft Country la spinga a realizzarlo davvero.

False verità

Padri putativi, parte due

Se in Bad Monkeys il debito creativo con Dick non è così immediato, altrettanto non si può dire di False verità. Il libro, uscito nel 2012 nuovamente per Fanucci, parla dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ma…le torri si trovano a Baghdad, e sotto attacco sono gli Stati Uniti D’Arabia. Con un ribaltamento che grida fortissimo La svastica sul sole (uno dei più famosi libri di Dick, in cui la Germania nazista ha vinto la Seconda Guerra Mondiale), l’ucronia di Ruff condivide con la fonte d’ispirazione anche il dubbio che la realtà sia un’altra, quella di un mondo in cui gli USA sono il bene di cui parlano i terroristi, e il ritrovamento di una copia del New York Times non farà che complicare le cose per Mustafa, Samir e Amal, i tre poliziott* che dovranno indagare sul mistero per conto del Presidente della Lega Araba.

Alla stessa maniera di Acqua, luce e gas anche qui Ruff utilizza personaggi reali come motori delle vicende narrate, come un mefistofelico Saddam Hussein, Osama Bin Laden e l’ex Presidente USA Barack Obama, ma l’intreccio spionistico orchestrato nelle cinquecento pagine del libro risulta meno accattivante delle altre sue opere. Il ribaltamento è fin troppo netto (appaiono persino i “Green Desert” con la loro hit Arabian idiot), l’umorismo meno presente e si ha l’impressione generale che ci sia qualcosa di fuori fuoco, come se il compito fosse al di là della portata dell’autore. Di certo il Ruff meno convincente, buono per gli appassionati ma non la sua opera con cui consiglierei di iniziare ad un novizio.

Ricordo di essermi stupito vedendolo in vetrina in una libreria di catena a Novara, e di aver pensato “questo è il suo ultimo libro che vedo”. Non per la qualità (dovevo ancora leggerlo), ma per il fatto che un autore di cui avevo sempre fatto fatica a procurarmi i libri appariva all’improvviso sotto i riflettori: ho sentito puzza di “se questo libro non vende ‘sto autore lo molliamo”, e infatti Lovecraft Country ci è messo quattro anni più del necessario per essere tradotto e pubblicato, questa volta da Piemme, in una di quelle odiose edizioni che mettono in bella vista la locandina della serie. Nel frattempo Ruff ha sfornato un nuovo romanzo, 88 names, e ben vengano le copertine orribili e gli adattamenti televisivi se permetteranno al pubblico italiano di (ri)scoprire uno scrittore con tante frecce al proprio arco.

Ma ricordate, io lo conoscevo prima di voi.

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Racconto in musica 36: Serafino preposto al coraggio (Michele Gazich -L’angelo ubriaco)

Ho spesso parlato del mio obiettivo di far diventare questo blog un qualcosa di collettivo, una sorta di rivista online che si faccia allo stesso tempo promotrice di suoni alternativi alla massa. Il fatto che abbia scritto trenta dei trentacinque racconti finora usciti potrebbe essere segno che A) nessuno mi s’incula o B) bisogna dare tempo al tempo, e il mio inguaribile ottimismo è stato rinvigorito da alcuni invii spontanei negli ultimi giorni che mi danno modo di farmi un po’ da parte e prendere il ruolo di semplice “selezionatore musicale”: il racconto di questa settimana è infatti di Pietro Pancamo, un testo il cui contenuto angelico mi ha fatto quasi subito risuonare nella mente le note del cantautore e violinista Michele Gazich.

Pietro Pancamo è un poeta, novelliere ed editor professionista, la cui carriera è stracolma di progetti, collaborazioni e pubblicazioni. Incluso nell’antologia Poetando (Aliberti) curata da Maurizio Costanzo, Pietro ha poi pubblicato negli anni una breve raccolta di versi attraverso il blog Poesia della RAI e le sillogi poetiche Manto di vita, edita da LietoColle, e Il silenzio stonato (Edizioni Thyrus), con la quale ha vinto il premio Città di Torino ed è arrivato secondo al concorso letterario Trofeo Medusa Aurea, indetto dall’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma. Suoi testi sono apparsi su una quantità enorme di testate, da quotidiani nazionali (Corriere della sera, Repubblica, La stampa) a testate di settore (Carmilla, IF. Insolito & Fantastico, Il paradiso degli orchi, Cronache letterarie, finanche alla rivista Diogen di Sarajevo, fra le più importanti d’Europa). Ha fondato e diretto il portale culturale L(‘)abile traccia ed è stato direttore editoriale della rivista internazionale Niederngasse, caporedattore della sezione poetica dell’e-zine Progetto Babele e redattore del blog letterario Viadellebelledonne, oltre a condurre i programmi radiofonici The big world of poetry and fiction per l’emittente italofona di Madrid Radio Big World e Good mo(u)rning Italy! per l’ex piattaforma culturale di Hong Kong Beyond Thirty-Nine (fondata dal romanziere della Mursia Editore Angelo Paratico). Al momento lo potete trovare attivo come curatore della sezione poesia del mensile italo-olandese Il cofanetto magico e come conduttore della rubrica letteraria (Pod)cast away su Maratea Web Radio.

La prima volta che ho sentito il nome di Michele Gazich è stato in qualità di illustre ospite di questa bellissima canzone del duo sperimentale Barachetti/Ruggeri, a cui è seguito a breve termine l’ascolto del suo album La via del sale del 2016. La carriera di Gazich parte però da molto più lontano ed è stracolma di esperienze e collaborazioni, tanto che riuscire a condensarle in questo articolo è impensabile: basti dire che ha suonato in più di cinquanta album, partecipato a tour in Europa e negli USA con formazioni sinfoniche classiche, collaborato con cantautori e cantautrici italian* (Massimo Bubola, Massimo Priviero) e internazionali (Michelle Shocked, Mary Gauthier, Eric Andersen, Mark Olson), composto le musiche di scena per spettacoli teatrali (fra i tanti il suo sito menziona Il sogno del fuoco, in collaborazione col Piccolo Teatro di Milano, Elogio della follia e Un cantico), collaborato alla colonna sonora del film Le ragioni dell’aragosta di Sabina Guzzanti e realizzato un progetto legato ad Albert Camus (in collaborazione con Eric Andersen e col pittore Oliver Jordan) sfociato in varie esibizioni in giro per il mondo e nella realizzazione del disco Shadow and light of Albert Camus nel 2014. Questo e altro tutto al fianco di una carriera cantautoriale iniziata nel 2008 che ha portato finora alla realizzazione di ben otto dischi e un Ep (tutti usciti per l’etichetta FonoBisanzio e di cui i primi tre, ovvero Dieci canzoni di Michele Gazich, Dieci esercizi per volare e Il giorno che la rosa fiorì, realizzati col supporto della band La nave dei folli), l’ultimo dei quali si intitola Temuto come un grido, atteso come un canto ed è uscito nel 2018. Realizzato sull’isola di San Servolo a Venezia, l’album racconta la storia degli ebrei deportati dall’isola l’11 ottobre 1944, ribadendo la forte componente divulgativa di un cantautore che nei suoi dischi inserisce spesso dei fili conduttori, come quello della via del sale quale mezzo per ragionare sul presente nel già citato La via del sale.

Un altro dei temi cari a Gazich è quello degli angeli, tanto che nel 2015 ha eseguito presso il Santuario di Monte Sant’Angelo in Puglia un concerto, intitolato Chi vede l’Angelo? Musiche e parole pellegrine, dedicato a queste figure e in particolare incentrato su quella dell’Arcangelo Michele. Proprio per la loro presenza anche nel racconto di Pietro Pancamo, nonché per una certa vena aulica del testo e l’affine tema del canto, mi è venuto spontanea l’associazione con L’angelo ubriaco, contenuta nel disco live Verso Damasco: potete guardare al racconto come una specie di anticipazione di ciò che sarà il destino dell’angelo cantato da Gazich, o forse un suo sogno, ma spero che il connubio fra i due artisti vi risuoni come è capitato a me. Trovate il racconto subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Serafino preposto al coraggio, di Pietro Pancamo

Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti avevano la forza e il diritto di ascoltare.

Gli esami sono molti, però i miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!

Nel frattempo, grazie alle mie doti vocali, già occupo la carica di tenore-capo nella gerarchia lirica del Conservatorio: sono forse il più bravo tra gli allievi di “Esercitazione corale”. E poi, dirlo mi riempie di gioia, lavoro come assistente di un angelo cherubino che scende ogni giorno in Terra, posandosi delicato sulla quercia di un bosco dolce e campagnolo, per educare gli uccellini al canto. Li abitua a portare il cinguettio in maschera e a sorreggerlo con il diaframma; non tutti riescono subito, anzi nessuno: perciò hanno bisogno di me, “serafino preposto al coraggio” che deve esortarli a ignorare la delusione.

Mi capita, spesso, di calmare i picchi, tanto irascibili da abbandonarsi a voli isterici e rabbiosi, dopo un acuto sbagliato. Per sfogare il rammarico dell’errore, percuotono il becco addosso agli alberi, facendosi (io credo) un male diavolo!

Allora intervengo: abbraccio con la mano grande il loro corpicino scosso dai nervi, accarezzo piano la testolina invasata di furore e fischietto per loro qualche melodia celeste; così, lentamente, l’ira si placa.

Una lezione dura da mattina a sera e in fondo non è pesante: diverse pause concedono sollievo alla stanchezza. Io mi apparto, negli intervalli, su di un ramo nascosto e mi svago a pensare. Se un’aria d’opera comincia a formarsi nella mia immaginazione, la scrivo per appunti sulle foglie pentagrammate che gli uccelli usano a mo’ di spartito e, magari, cerco di farla somigliare a quelle dei compositori più illustri. No, non Rossini o Mozart, come ritengono gli uomini, bensì Giove, Saturno e Urano, come noi angeli sappiamo benissimo!

E lo sa anche l’invidiosissimo Satana: lui pure gradisce talvolta un giro nei boschi; sale dall’Inferno e va a rintanarsi nel buio intricato delle macchie più fitte. Nella tenebra contorta dei rami bassi, in quella notte artificiale, trova l’ispirazione per musiche blasfeme: con spirito malvagio architetta note sacrileghe, bestemmie sinfoniche, allucinazioni sonore da far eseguire alla sua orchestra d’orchi.

Però i concerti non sono mai un granché ed anzi, in Paradiso, gli angeli ironizzano inventando dialoghetti briosi. È facile sentirli scherzare: “Ho fatto una volata all’Inferno per assistere a un’esibizione dell’orchestra d’orchi.”, “Ah sì? E chi suonava? Il primo violino?”, “No, il primo venuto: sai, era una cosa improvvisata…”.

Sorrido fra me per le battute ingenue dei colleghi alati, mentre io e il Maestro cherubino salutiamo gli uccelli agitando le ali (è sera, per oggi la lezione è finita) e torniamo lassù, nel Conservatorio Astronomico, a riascoltar le stelle.

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Confronti improbabili: cosa ci dicono i finali de La regina degli scacchi e Bojack Horseman delle rispettive serie

So che è un’associazione difficile da fare, ma se ci si pensa un attimo di punti in comune fra Bojack Horseman, serie animata giunta da qualche mese alla conclusione dopo sei stagioni, e La regina degli scacchi, miniserie autoconclusiva di sette episodi, se ne possono trovare parecchi. Il più semplice e banale è il fatto che siano entrambe prodotte da Netflix, ma anche a livello di temi ci sono delle affinità: sia Bojack che Elizabeth Harmon, la scacchista interpretata da Anya Taylor-Joy, hanno un serio problema di dipendenze, per non parlare delle figure materne che ne hanno condizionato non poco la vita. Le storie dei due personaggi, cominciate in maniera simile, divergono però completamente analizzando il loro percorso e, soprattutto, il modo in cui le loro vicende finiscono, sintomatico dell’andamento delle due serie. Contando che sto per parlare di finali darò per scontate molte cose e, ovviamente, ci saranno spoiler, per cui se non volete rovinarvi l’esperienza tornate su queste pagine dopo averle recuperate.

La regina (incontrastata) degli scacchi

Se c’è una cosa che non è mai in dubbio, durante la visione de La regina degli scacchi, è che la protagonista riuscirà ad avere successo. La serie creata da Scott Frank e Allan Scott, pur girata con molto mestiere e abilità nell’orchestrare gli avvenimenti, fallisce proprio laddove dovrebbe essere più forte, cioè farci credere che la vittoria finale non sia scontata. Da quando Elizabeth mette la mano sugli scacchi la prima volta si contano ben poche partite in cui l’esito è veramente in bilico (la prima con il Benny Watts di Thomas Brodie-Sangster, e le prime due con il Vasily Borgov interpretato da Marcin Dorociński), guastando anche il realismo con cui le partite sono state simulate (fra i consulenti della serie compare il leggendario campione sovietico Garry Kasparov).

L’unico ostacolo fra Elizabeth e il successo è rappresentato da sé stessa, dalle sue dipendenze e dal fantasma della madre, una figura di cui sembra seguire profeticamente le orme in un percorso che porta verso la follia e la morte. Peccato che anche il lato autodistruttivo della protagonista sia in qualche maniera “annacquato”, lasciandocela vedere sì nel pieno di un processo di logoramento fisico e mentale (soprattutto dopo la seconda sconfitta con Borgov) ma negandoci l’esperienza della sua riabilitazione, che avviene sempre in maniera veloce e con pochissimi strascichi. Anche la sopra citata sconfitta con Borgov, quella che ci viene presentata con un flash forward proprio all’inizio della serie, serve solo a dimostrare che il cammino è in salita ma la posta in palio è assicurata: dopo una notte di bagordi come quella che ci viene fatta immaginare una persona normale faticherebbe a stare in piedi, figuriamoci giocare a scacchi, altro segno che le qualità della protagonista sono troppo sbilanciate per poter trovare un avversario degno di questo nome.

Le dipendenze e le nevrosi della protagonista vengono definitivamente sconfitte proprio prima dell’ultimo scontro, la sfida con Borgov nella sua Russia. Qui la serie perde secondo me il controllo dell’ambientazione, facendo reagire i personaggi in maniera poco realistica. Gli scacchisti russi ci vengono mostrati inizialmente come una squadra, giocatori che studiano e si allenano insieme, un particolare che Watts ci tiene a far notare a Elizabeth. Questo è storicamente vero, tanto che in alcuni campionati del mondo il loro fare squadra ha portato addirittura ad accuse di patteggiamenti fra i giocatori per favorire il migliore fra loro: fu il caso del Torneo dei candidati di Curaçao del 1962, dove Bobby Fischer (campione geniale dalla vita sregolata, probabile ispirazione per il personaggio di Elizabeth in quanto unico statunitense a laurearsi campione del mondo) accusò tutto il team russo di essersi accordato per patte veloci in modo da potersi concentrare meglio contro avversari non sovietici, favorendo la vittoria finale di Tigran Petrosjan.

Questo tipo di competizione scorretta non appare nella serie, e non sarebbe un problema se non fosse che la statunitense Elizabeth, in piena guerra fredda, non solo viene osannata dal pubblico (forse la novità di una donna che si fa strada in uno sport quasi esclusivamente maschile è più forte della sua appartenenza al nemico, facciamocela andare bene) e venerata dagli avversari subito dopo essere stati battuti (storicamente gli scacchisti non prendono così bene le sconfitte, anche escludendo dal novero il bizzoso Fischer), ma si permette anche di lasciare la scorta di un agente FBI preposto al suo accompagnamento (e fin lì incollato a lei come un francobollo) per farsi un giro da sola nella capitale del nemico, finendo a giocare con degli arzilli vecchietti russi sotto la neve dopo essersi laureata campionessa (grazie anche all’aiuto di tutti i suoi amici riuniti insieme che la chiamano la sera prima del grande scontro). Un finale esageratamente trionfale, evitabile, ma in fondo affine a quello che è stato il percorso della serie: come dicevo all’inizio, la vittoria di Elizabeth non è mai stata in discussione, tanto vale prendersi la libertà di farle violare protocolli di sicurezza fin lì ferrei che tanto la credibilità è già stata compromessa lungo la strada.

Bojack Horseman, il mezzo cavallo più amato\odiato d’America

C’è un punto, nella prima stagione di Bojack Horseman, in cui il protagonista si mette a leggere la biografia che ha commissionato a Diane Nguyen. In italiano il titolo del libro è stato tradotto letteralmente come “Un mezzo cavallo”, ma è molto più interessante andare a vedere cosa significa il titolo della versione inglese: One trick pony gioca infatti sulla natura equina del protagonista, ma soprattutto dice molto di lui, un’artista che ha saputo fare solo una cosa. Già dalla prima puntata in fondo Bojack ci viene presentato come un fallito, di successo certo ma ben lontano dalla fama che pensa di meritare (ottenuta con una sola sitcom all’attivo, Horsin’ around, il suo “one trick”), e tutta la serie non farà altro che seguire le sue vicissitudini alla ricerca dell’amore del pubblico, un obiettivo che pensa di meritare tanto quanto cerca di sabotarlo con atti di vero e proprio masochismo.

Mai serie è riuscita meglio a coniugare il divertimento col dramma più cupo. Iniziando a vedere Bojack Horseman ci si aspetta solo le risate, magari anche stupide e volgarotte, ma a fianco di queste emergono sempre di più situazioni che coinvolgono morte, depressione, dipendenza e chi più ne ha più ne metta. Variando il tono di puntata in puntata e mescolando sapientemente i comprimari, dal super ottimista Mr. Peanutbutter alla gatta in carriera Princess Carolyn fino all’ingenuo coinquilino Todd Chavez e alla ghostwriter complessata Diane Nguyen, il creatore della serie Raphael Bob-Waksberg va sempre più a fondo delle complessità di ogni personaggio e soprattutto di Bojack, un protagonista per cui non si sa se tifare o meno contando che distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino. Waksberg, in un fantastico episodio intitolato Stupido pezzo di merda, ci fa entrare letteralmente nella testa del cavallo, visto che per tutta la durata saremo accompagnati dai suoi pensieri mentre combina disastri a destra e a manca.

Se la freccia de La regina degli scacchi è perennemente direzionata verso l’alto, con qualche lieve o drastico calo a cui si associano altrettante repentine risalite, quella di Bojack Horseman è un saliscendi continuo, un alternarsi fra la speranza che il protagonista abbia finalmente il suo riscatto e quella che si inabissi completamente, smettendo almeno di infliggere (ed infliggersi) dolore. Ogni passo verso la redenzione porta sempre a un ritorno ai vecchi vizi, e quando anche Bojack ci mette dell’impegno sono le circostanze che sembrano congiurare contro di lui: arrivati agli ultimi episodi la freccia comincia a puntare inesorabilmente verso il basso, lasciandoci intravedere un finale amaro che, per alcuni, sarebbe stato quello ideale.

Non è andata però così. Contro ogni previsione Bojack si salva per un pelo dalla morte (l’ultima puntata si apre proprio con un’encefalogramma piatto, salvo farci poi vedere che a morire è il personaggio di Horsin’ around e non il cavallo in carne e ossa), negando a chi si aspettava un finale tragico la sua soddisfazione, mentre allo stesso tempo delude le aspettative anche di chi sperava in un finale positivo, visto che a Bojack viene inflitta una condanna a 14 mesi di carcere. Un finale che non soddisfa nessuno è esattamente quello più coerente per una serie del genere, che rifugge dal facile contentino verso chi esigeva una chiusura definitiva: nella vita reale non tutte le storie finiscono come dovrebbero, e che Bojack sopravviva nel mezzo del guado, ancora irrisolto, è quanto di più realistico ci sia. L’ultima inquadratura, dopo che Diane dice “qualche volta la vita fa schifo e poi continui a vivere”, è su lei e Bojack intenti a guardare le stelle, in evidente imbarazzo, senza più niente da dirsi: l’anticlimax definitivo, assolutamente perfetto.

La regina degli scacchi, tratta da un romanzo di Walter Tevis, è nata come miniserie ma potrebbe avere un seguito, frutto del successo ottenuto da pubblico e critica. Bojack Horseman, nonostante gli stessi strali, è stata chiusa da Netflix anche se gli sceneggiatori avevano idee per proseguire. Questo cosa ci dovrebbe insegnare? Date un finale ben definito alle vostre storie, possibilmente positivo…ma ricordate che non c’è miglior soddisfazione dell’avere successo remando contro ogni cliché.

Racconto in musica 35: La promessa di non avere confini (Malmö – Dai diari del giovane Jurij)

Milano, gennaio 2018: al Serraglio si svolgono le semifinali del concorso nazionale Sotto il cielo di Fred, e io sono lì A) perché suonano gli Eugenio in via di gioia, scoperti pochi mesi prima a quel fantastico festival che si chiama Balla coi cinghiali B) perché la finale di un concorso significa comunque ascoltare tanti gruppi che non conosco C) motivo principale, ho invitato a uscire una ragazza che frequenta con me un corso di scrittura. Sul palco, fra i vari gruppi che si alternano per un paio di pezzi a testa, ce n’è uno che mi rimane impresso per una personalità ben riconoscibile: suoni che passano con naturalezza dal delicato al muscolare, belle atmosfere e testi di un romanticismo magniloquente che riescono a non sembrare ridicoli nonostante frasi come “abbracciami mio candore/nessuna pietà/più forte da sanguinare/di felicità”. Il bilancio della serata è che mi dimentico di votare (pessimo) e mi becco un due di picche, ma il destino ha i suoi tempi e le sue trame: qualche giorno dopo scopro di avere in casa il disco dei Malmö, ovvero la band di cui sopra, da recensire (promosso a pieni voti), informandomi vedo che hanno passato il turno e, dopo mesi di tentativi a vuoto, riesco a mettermi insieme alla ragazza di quella sera. Come direbbero gli Offlaga Disco Pax quella sera vinsero quasi tutti, e il quasi è dovuto al fatto che il Serraglio è stato purtroppo tra le vittime illustri della pandemia.

I Malmö nascono nel casertano, nell’autunno del 2014, attorno ad alcune idee sonore di Davide Ruotolo (voce e chitarra), a cui si uniscono Vincenzo De Lucia (piano e chitarra), Marco Normando (basso e cori) e Vincenzo Del Vecchio (batteria e glockenspiel). La loro prima demo, Palloni aerostatici, arriva a breve, ed è accompagnata dalle illustrazioni di Vincenzo Del Vecchio, la cui presenza dietro al progetto grafico dei lavori della band rimarrà una costante. Iniziano a farsi le ossa nei live, riuscendo ad arrivare anche alle finali nazionali del MEI e aprendo per Fast animals and slow kids, Lo stato sociale e Be forest, finché nel 2016 avviene un incontro importante per la loro carriera: quello con Massimo De Vita, artisticamente noto come Blindur, che li accompagnerà lungo il percorso che porterà al primo album, Manifesto della chimica romantica, uscito a ottobre 2017. Sono già presenti qui i tratti che caratterizzano il loro sound, una sorta di post-rock piegato alle regole del pop senza che questo ne sminuisca l’impatto, un modo di concepire la musica personale che pervade anche questa cover di Rino Gaetano che potete trovare sul loro bandcamp. Squadra che vince non si cambia, così a gennaio 2020 con Blindur alla produzione, lo stesso Massimo De Vita e Paolo Alberta dietro alla registrazione e al mix e Birgir Birgisson (storico collaboratore dei Sigur Rós) al mastering viene realizzato Rotazione rivoluzione, secondo disco della band da cui di recente è stato estratto questo fantastico video, diretto da Kylie Hayashi e ispirato dai documentari Disney “Destinazione Luna”.

Quando ho ascoltato per la prima volta Dai diari del giovane Jurij, quarta traccia di Rotazione rivoluzione, mi si è subito stampata in testa l’immagine di Marina Abramovich e Ulay, compagni di vita e di arte per dodici anni, che decidono di separarsi con una performance: camminare dai punti opposti della Muraglia Cinese fino a incontrarsi a metà strada, per poi continuare ognuno con la propria vita. Quel “Arrivederci tra un miliardo di passi” con cui si apre la canzone mi ha dato l’ispirazione per una storia in cui il percorso è fondamentale e quel romanticismo magniloquente, di cui parlavo in apertura dell’articolo, cerca di esplodere al meglio delle potenzialità che sole Tremila battute possono avere. Trovate il racconto subito dopo il link, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Dai diari del giovane Jurij

Si piacquero fin dal primo sguardo, ma si incontrarono nel momento sbagliato: l’ultimo giorno di una vacanza al mare, al bancone di un locale a tarda notte, abbastanza brilli da parlarsi senza timidezze ma ancora troppo lucidi per non capire che quella notte non iniziava una relazione, bensì finivano le loro vecchie vite.

Lei era in viaggio con le amiche, un ultimo fine settimana di follie per festeggiare la laurea e prepararsi a un altro viaggio, più lontano, verso nuovi traguardi e una carriera da costruire. Per lui, appena uscito da una lunga relazione, il percorso da compiere era interiore: aveva guardato ciò che era diventato, ciò che pensava fosse giusto essere fino a poco prima, e non gli era piaciuto quel che aveva visto.

Non si scambiarono numeri di telefono, mail o il contatto su qualche social network, ma prima di separarsi al mattino si fecero una promessa: trovare il tempo, durante la loro ricerca di sé stessi e della strada giusta, di perdersi senza meta ogni giorno, darsi il tempo necessario allo scoprire qualcosa di nuovo prima dell’arrivo di una nuova alba.

Iniziarono così le loro peregrinazioni, fra strade affollate e boschi silenziosi, nazioni diverse e percorsi sempre nuovi, anche solo per andare o tornare da lavoro, guardando col naso all’insù per ignorare i confini tra realtà e fantasia. Scoprirono la bellezza degli androni dei palazzi, del sole riflesso sui vetri dei grattacieli, mangiarono cibi mai provati e conobbero persone con cui non avrebbero mai pensato di avere qualcosa in comune. Passarono anche dei guai, avventurandosi in vicoli da cui era meglio tenersi alla larga, sfidando condizioni atmosferiche avverse, dando fiducia a chi non la meritava.

La scoperta, il non accontentarsi, l’adrenalina che suscitava il nuovo, tutto questo divenne una droga per entrambi. La noiosa stabilità che qualcuno cercò di imporgli negli anni fu sempre vissuta come una costrizione, portando a rotture necessarie che non mancavano di lasciare un vuoto dentro. In quei momenti di tristezza e malinconia si pensavano, senza poter conoscere i rispettivi destini, né se la promessa era stata mantenuta.

Entrambi sentirono raccontare una storia, quella di un uomo e una donna che avevano condiviso vita e arte, lasciatisi per sempre dopo aver camminato per chilometri l’uno incontro all’altra. Speravano in qualcosa di simile per loro, ma all’inverso: dopo un lungo cammino su linee divergenti incontrarsi, finalmente, con qualcuno che avrebbe condiviso il percorso da lì all’eternità.

Aspettarono per anni quel momento, fra soddisfazioni e delusioni, scoprendo ogni giorno qualcosa di più del mondo e di loro stessi finché su una spiaggia lontana, col sole al tramonto e i riflessi della luce sulle onde ad abbagliarli, scorsero un’ombra lontana, in avvicinamento, e quando arrivarono a vedere chi c’era alla fine di tutti quei passi capirono che era il momento giusto per amare.

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