Racconto in musica 37: Se si potesse andare oltre (Offlaga Disco Pax – Venti minuti)

La linea che ho tenuto fino a questo momento nel blog è stata (quasi sempre) coerente: prendere ispirazione da (o associare a) un musicista o una band del panorama musicale indipendente per ogni racconto, di modo che poteste scoprire musica nuova e, chissà, andare anche ai loro concerti. Quest’ultima opzione non sarà possibile con la band di cui sto per parlarvi, ma quando ho letto il racconto che mi ha inviato Arianna Cislacchi il collegamento mi è venuto automatico e, sebbene il gruppo in questione si sia sciolto, per me è un piacere e un dovere parlarne a quelli (spero pochi) che ancora non li dovessero conoscere: sto parlando degli Offlaga Disco Pax.

Iniziamo presentando però Arianna Cislacchi, alla cui penna (che è un modo di dire più romantico de “alla cui tastiera”) si deve il racconto della settimana. Ventinovenne, è nata ad Albenga ma vive a Torino fin dai tempi dell’Università, dove ha conseguito la Laurea in Scienze dell’educazione. Lavora come educatrice in una scuola, nel tempo libero suona il pianoforte, dipinge e, ovviamente, scrive. I suoi racconti sono apparsi su molte riviste letterarie: Spore rivista, Voce del verbo, Narrandom, Cedro mag., Il fuco, Mirino, e altri appariranno presto su Malgrado le mosche e sul sito del Museo archivi storici di Sinnai. Potete trovare un suo scritto anche all’interno della raccolta Racconti dal Piemonte 2020, edita da Historica Edizioni.

Che dire invece degli Offlaga Disco Pax? Negli ultimi vent’anni sono stati una delle band che più è riuscita a crearsi un’anima originale e riconoscibile, pur partendo da elementi (la new wave musicalmente, lo spoken word vocalmente) già esistenti ma ricombinati in una maniera estremamente personale. Merito soprattutto dei testi di Max Collini, che con le sue storie di vita vissuta ha creato un micromondo in cui è palese la sensazione di sconfitta di un movimento sentitissimo, quello socialista, ma rendendo possibile allo stesso tempo riderci e piangerci sopra: in un mio improvvisato viaggio in bicicletta da Novara a Roma feci sosta a Reggio Emilia solo per vagare fra i luoghi che facevano da sfondo ai suoi testi, dall’ex sede del Partito alla Via Fontanelli dove abitava “Malboro senza R“, dalla Via Guarsico dove suonarono i Police allo stadio della Reggiana…e tanti altri ne avrei visitati se non avessi avuto le gambe a pezzi e i colli bolognesi ancora da affrontare. Su tutte le storie narrate da Max nei tre album usciti fra il 2003 e il 2013 (Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione), Bachelite e Gioco di società, più i due Ep Onomastica Odp 147 e Prototipo Casio Odp 151) si appoggiano le tessiture sonore create da Enrico Fontanelli (basso e tastiere) e Daniele Carretti (chitarra e basso), spesso minimali e capaci di ricreare in maniera perfetta l’atmosfera adatta, che sia quella di un processo ad una nota serial killer o la parabola di riscatto sociale di un gamberetto in via d’estinzione. La storia musicale degli Offlaga si ferma nel 2014 e nel modo peggiore, a causa della morte per malattia di Enrico Fontanelli (a cui l’anno scorso è stata dedicata una mostra delle sue opere grafiche a Reggio Emilia), quella di Max e Daniele continua: il primo con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò ha fondato già dal 2013 il duo Spartiti (oltre a girare l’Italia col suo spettacolo Max Collini legge l’indie, approdato quest’estate anche nella fantastica cornice del Labirinto della Masone), il secondo col suo progetto solista Felpa.

Venti minuti, traccia conclusiva dell’album Bachelite, è una delle canzoni più emozionanti degli Offlaga Disco Pax. Parla dello strano rapporto che si crea fra Max e un ex commilitone del padre morto, col quale ad ogni Natale si rinnova lo strano rituale di una telefonata dalla quale emerge un ritratto del genitore inedito per il figlio. Il telefono, gli scherzi della memoria e il rapporto con il padre sono al centro anche del testo di Arianna, motivo che mi ha spinto, forse un po’ forzatamente, a compiere l’associazione: le sensazioni che ho provato ascoltando la canzone e leggendo il racconto sono però simili, e spero che anche voi riusciate a provarle. Trovate come al solito la canzone qui di seguito e il racconto poco più sotto, a me non resta che rinnovarvi i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Se si potesse andare oltre, di Arianna Cislacchi

Ecco che ci risiamo.

Sono le quattro e il telefono, puntualmente, squilla. Rimango supino, con le dita che tentano di afferrarlo. Fuori è ancora buio. Per una volta mi piacerebbe non rispondere. Vorrei fregarmene, farlo arrabbiare, schiumare, preoccupare, che gli venisse un’ulcera, insomma. Ma poi, puntualmente, alzo la cornetta e rispondo con il tono più paziente possibile.

«Pronto, chi parla?»

«Giorgio, sei sveglio?»

«… No».

«Ah. E come fai a rispondermi se non sei sveglio?»

«…»

«Giorgio, che fai?»

«Nulla. Dormo. O almeno, ci sto provando».

«Perché?»

«Perché sono le quattro del mattino e santo cielo, dovresti dormire anche tu».

«Ma io non ho sonno».

«Va bene. Che c’è questa volta?»

«Perché dici questa volta?»

«Perché… Niente, lascia stare. Piuttosto, tutto bene? È successo qualcosa?»

«La mamma non è ancora tornata. Secondo te devo telefonarle?»

«Papà, la mamma…»

«Che giorno è oggi Giorgio?»

«Il 28 settembre».

«Ah, giusto. La mamma aveva il turno di notte oggi?»

«Papà, ascolta…»

«Scusami Giorgio se ti ho disturbato. So che ti svegli presto per andare a lavoro. È che tua madre mi fa sempre preoccupare quando lavora all’ospedale di notte. Ho sempre odiato i turni notturni».

«Non ti preoccupare papà. Vedrai che la mamma arriverà da un momento all’altro».

«Sì, lo credo anche io. Allora buonanotte».

«Buonanotte».

«Giorgio?»

Chiudo gli occhi e sospiro.

«…Sì?»

«La mamma sta bene, vero?»

«…Sì, papà. Stai tranquillo. La mamma sta benone».

Mio padre riaggancia e io fisso il vuoto. Stringo la cornetta contro l’orecchio; sono stanco. E sfinito. Tutto, mi sfinisce.

Con oggi sono quindici anni, quindici lunghissimi anni. Rimango sotto le coperte, pensieroso, con il corpo in tensione; mi sembra di respirare male. La stanza si fa improvvisamente stretta e angusta.

Ogni notte mio padre mi telefona alla stessa ora. Ogni giorno, per lui, è un ripetersi degli eventi. È convinto che lavori ancora nel mio vecchio ufficio, che sia scapolo e viva nel minuscolo appartamento al fondo della strada. E che mia madre sia in ritardo da lavoro.

La settimana dopo lo raggiungo in struttura. Quando entro le infermiere mi accompagnano gentilmente nella sua stanza e ci lasciano soli. Eccolo lì: seduto vicino alla finestra, con le mani appoggiate al vetro. È tutto un fremito, appena mi vede.

«Giorgio! Che ci fai qui?»

«Ho preso un permesso».

Mio padre non risponde. Torna a spiare i giardini di fronte alla sua camera. Più lo guardo, più mi sembra un bambino sperduto.

«Sto aspettando che torni tua madre».

«Papà, ascoltami ti prego, ora basta…»

«Odio quando fa i turni di notte. Mi manca sempre, quando non è a casa».

«Papà…»

Per un momento, mio padre mi getta uno sguardo lucido, come se avesse visto qualcosa di inaspettato. Come se si fosse svegliato da un lungo sogno.

«Giorgio… Che giorno è oggi?»

Sto per rispondere, ma una morsa mi stringe lo stomaco. Vedo mio padre sussultare. Mi strofino gli occhi per trattenere le lacrime, e mi chino vicino a lui per abbracciarlo.

«Il 28 settembre, papà. E mamma sta benone».

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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