Racconto in musica 39: L’extracomunitario (Duo Bucolico – Akulimifamukà (grandinerà di brutto))

Dopo essermi reimpossessato di questo spazio settimana scorsa oggi lascio le redini completamente, ritagliandomi un ruolo marginale. Per il racconto di questa settimana infatti è stato l’autore Luca Alessandrini a suggerirmi la band da associare, ovvero il Duo Bucolico, e io mi sono limitato a concordare con lui un brano della discografia che fosse affine alle tematiche affrontate. Conoscevo già di nome il gruppo formato da Antonio Ramberti e Daniele Maggioli, ma è stata una sorpresa scoprire che ho incrociato dal vivo una metà del duo: Ramberti infatti fa parte anche del progetto Slavi – Bravissime persone, capaci di far ridere e ballare tutti in quel paio di concerti tenuti a Novara in cui ho avuto la fortuna di essere tra il pubblico, e visto che la band ha appena fatto partire una campagna abbonamenti su Patreon io ve la butto lì, metti che vien voglia di approfondire la conoscenza e godervi il loro show. Ma ora andiamo con ordine e presentiamo i protagonisti di questa settimana.

Luca Alessandrini si definisce, con l’ironia che contraddistingue anche il suo testo, ex calciatore, ex edicolante ed ex bel ragazzo. Al momento lavora invece come tecnico di laboratorio analisi e, grazie all’insistenza della moglie, associa a questo impiego le mansioni di falegname, massaggiatore Shiatsu, intrecciatore di coroncine celtiche e martire in attesa di beatificazione. Vive in un borgo contadino sul fiume Conca, attorniato da un numero considerevole di polli, mucche e maiali, oltre che da una serie imprecisata di storie da raccontare. Dove trovi il tempo di raccoglierle e metterle su carta queste storie io non lo so, ma Luca ci riesce e pure in maniera proficua: ha pubblicato alcune poesie grazie alla partecipazione a concorsi letterari, vinto con il racconto Muri il concorso organizzato dalla rivista Bref Cubia e pubblicato suoi testi sulle raccolte di racconti È sempre tempo di eroi e Il ritorno del Re della casa editrice Il Cerchio. Luca è apparso anche su Rivista Blam e Il paradiso degli orchi, e presto altri suoi racconti arriveranno su Voce del verbo e SguardIndiretti.

Il Duo Bucolico si forma ufficialmente nel 2005, quando con questo nome Antonio Ramberti (tastiera e voce) e Daniele Maggioli (chitarra e voce) fanno il loro esordio presso una sagra di paese. Da lì i due cominciano subito a girare l’Italia con la propria musica, un percorso che li porterà nel 2008 a incidere con Cinedelic Records il primo album, Opere di cantautorato illogico, un disco che è anche una dichiarazione d’intenti: definiscono la loro musica infatti come “cantautorato illogico d’avanguardia”, un modo come un altro per definire quel mix fra canzone d’autore, ironia e sregolatezza che li contraddistingue. Il sodalizio tra il Duo e l’etichetta prosegue tuttora, e ha fruttato nel tempo altri sei album di cui l’ultimo, Random, uscito a marzo 2019. Molte le collaborazioni che hanno stretto nel tempo, fra cui quella col cantautore Giacomo Toni per il brano Il bevitore longevo (apparso nel disco Bucolicesimo del 2011, periodo nel quale si forma la Banda bucolica, orchestra che li accompagna saltuariamente in concerto) e quelle con Supermarket e i compianti Camillas, rispettivamente nei brani Senza te sto e Barbanera dell’album Cosmicomio, la cui cover è opera di Lorenzo Kruger dei Nobraino. Il suo meglio il Duo Bucolico lo dà nei concerti, caratterizzati da improvvisazione libera e un continuo contatto col pubblico, e dopo aver visto Antonio dal vivo non fatico a crederlo: appena questo periodo sarà passato diamoci appuntamento sotto a un palco, per scoprirli o goderseli nuovamente.

Il racconto che Luca mi ha inviato ha molti tratti in comune con la canzone Akulimifamukà (grandinerà di brutto), contenuta nell’album Colonnello Mustafà: sono entrambe storie di immigrazione e di gente troppo impegnata per dar loro attenzione, caratterizzate dal tono ironico ma da una sottile vena amara. Dagli spazi immensi dei territori dei nativi americani a quelli di Nigeria e Congo si stende quindi un filo che vi invito a seguire, ascoltando e leggendo: trovate tutto qui sotto, a me come al solito non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

L’extracomunitario, di Luca Alessandrini

L’extracomunitario è il nemico mortale del cumènda indaffarato che interseca la città a cavallo di Suv grossi come autoblindo. Il cuménda non si capacita di come si possa avere un colore talmente strano, vestirsi così male e scegliere di fare l’extracomunitario, con tutte i lavori che c’è nella vita…

L’extracomunitario, se spogliato dalle apparenze, assomiglia molto al nostro vicino – magari meno incazzato perché, mentre i piccoli guai fanno arrabbiare, le grandi tragedie fanno riflettere.

È parte di una marea umana crocifissa dal sole del sud del pianeta, che nessuno fermerà, perché fame e disperazione sono più forti della paura.

La razza dei cuménda l’ha conosciuta in passato, quando erano loro a invitarlo nei villaggi turistici dell’Alabama o della Virginia. Ai più fortunati organizzavano addirittura un posto un posto più esclusivo – Gran Riserva – ché tutto quello spazio – foreste, laghi, praterie e bisonti – era sprecato per così poca gente rimasta.

Di questi privilegiati ci resta solo questa breve testimonianza filmata.

Il vecchio curvo col naso adunco e le trecce grigie ricorda una befana abbronzata. Ha in testa una specie di fagiano morto e si è colorato la faccia coi carioca. Ma sembra lo stesso molto triste.

Una volta eravamo un grande popolo. Facevamo la lotta coi bisonti, e fumavano pipe birichine, piene di erba della pace. Non facevamo altro per tutto il giorno, solo mangiare, dormire, fare pacianga pacianga con le squaw e pregare Manitù – che poi era quello che facevano i preti bianchi che ci chiamavano selvaggi.

Si, ogni tanto tiravamo delle frecce. Ma piano…

Poi un giorno arriva l’uomo bianco e dice: “La terra che avete abitato fino a ora è mia.”

Allora abbiamo fatto la guerra – più per non pagar l’affitto arretrato che altro.

L’uomo bianco aveva uno strano modo di combattere, niente spettacolo, tutti in quadrato e mille scorrettezze. Tipo Trapattoni. Noi facevamo la zona pura e perdemmo.

Allora l’uomo bianco ci mise nelle riserve, per impedire che altri bianchi continuassero la stagione di caccia.

Ma ci ripensò: disse che anche la terra delle riserve era la sua e ci fece dividere in piccoli gruppi, lontani gli uni dagli altri.

Andammo nelle città dell’uomo bianco, solo che nessuno ci voleva, e ci dicevano: “Va a lavorà, terun!”

Così, uno ad uno, tutti i piccoli fuochi del grande spirito si spensero.

Sono rimasto solo io, Grande Orso Duracéll, e tra poco pure io me ne andrò.

Forse era questo che l’uomo bianco voleva: che tutti quelli diversi da lui se ne andassero da questa terra.

Per sempre.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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