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Racconto in musica 45: Il condannato (Nitritono – Passo di Terre Nere)

Non sono mai stato esattamente un patito della montagna, ma mi è capitato qualche volta di andare a fare trekking e sono tornato sempre soddisfatto dall’esperienza. Rimango comunque un uomo da Pianura Padana, abituato a vedere le catene montuose da lontano nelle giornate di sole e che si lascia scoraggiare da quella distanza: un paio di volte mi è capitato però di avere un rapporto più diretto e intimo con le cime, dimostrando in entrambi i casi chiaramente quanto quello non sia il mio elemento.

La prima fu alle superiori, durante una gita all’Isola d’Elba con tanto di ascesa al Monte Capanne, l’unica attrazione del luogo che ricordi a fronte dell’autista del nostro pullmino che guidava a manetta, qualche stanza d’albergo vandalizzata e due professori che, si diceva, avessero trombato. L’ascesa al monte, tornando al punto, fu lenta e noiosa, nessuno per quel che ricordo era particolarmente voglioso di partecipare ma, perlomeno, ci era stata promessa la discesa in funivia: peccato che gli accordi cambiarono in corsa, e tornammo così come eravamo venuti contando solo sulle nostre gambe. Ora probabilmente non si lascerebbero degli adolescenti liberi di scendere per i sentieri senza nessuno a controllarli, ma erano gli anni novanta e si era tutti più ingenui, o forse ci si affidava molto di più alla selezione naturale (i tempi cambiarono già l’anno dopo, quando non ci fecero andare in gita in Sardegna perché avevano paura che qualcuno affogasse durante la traversata notturna col traghetto): io, che non ero esattamente il più in gamba del lotto, finii per ritrovarmi da solo, prendere la svolta sbagliata e camminare lungo un sentiero con un’inclinazione sempre più preoccupante man mano che avanzavo. Ormai timoroso sia di andare avanti che di tornare indietro non trovai di meglio da fare che arrampicarmi, prendendo come appigli degli arbusti che, non so come, ressero il mio peso, il tutto nella cieca fiducia che potessi trovare, al di sopra della mia testa, il sentiero giusto: se sono qui a raccontarlo è perché stranamente il mio senso dell’orientamento funzionò, riuscendo a riprendere la discesa in sicurezza invece di rotolare in un crepaccio.

La seconda me la andai a cercare, decidendo in totale autonomia di fare sei giorni zaino in spalla sui Monti Liguri, con tanto di tenda per dormire sotto le stelle. Di quell’esperienza ricordo in particolare tre cose: la prima notte passata sotto delle pale eoliche (alla faccia della natura selvaggia), durante la quale mi svegliai intimorito da uno sfregamento contro la tenda che io interpretai subito come “cinghiali” e invece risultò essere “fili d’erba mossi dal vento” (ma lo scoprii solo con la luce del sole); un sentiero segnalato che finiva in un prato fiorito invaso dalle api, che attraversai con la stessa logica usata anni prima sul Monte Capanne (“ci sarà modo di proseguire dopo il prato”, incredibilmente funzionò anche in quel caso) e dal quale uscii indenne e con la fobia delle punture risolta; gli scarponcini utilizzati, che non mettevo da almeno cinque anni e mi distrussero i piedi in maniera lenta e metodica, tanto che i sei giorni si ridussero a tre e per parecchio tempo camminai come sui carboni ardenti. Da allora nutro un grande rispetto per chi ne sa veramente di montagna, e ringrazio la mia fortuna per non aver fatto la fine di Chris McCandless (o Alex Supertramp che dir si voglia).

Perché tutto questo inutile preambolo? Perché, a differenza mia, la band di questa settimana è molto più legata alla montagna e, in generale, al cammino in solitaria: signore e signori vi presento i Nitritono.

Duo prevalentemente strumentale formato da Luca Lavernicocca (batteria) e “Sir” Siro Giri (chitarra), i Nitritono nascono influenzati da band come Zu, Melvins, Fantomas e Om, portando avanti dalla demo omonima uscita nel 2013 un discorso musicale che si è fatto sempre più personale, anche attraverso la scelta di un’accordatura molto bassa. Dopo un primo album (Panta Rei, 2017) e uno split coi conterranei Ruggine (band con cui hanno condiviso anche la sfortuna, subendo due furti a distanza di un anno nella sala prove comune), i Nitritono hanno pubblicato a novembre 2020 l’ultimo disco, Eremo. Influenzato tanto dalle montagne intorno a Cuneo quanto dal Cammino di Santiago (il Re di Pietra dell’omonima traccia ad esempio è il Monviso, mentre Hospitales è una delle tappe più faticose del Cammino Primitivo), il disco del duo si contraddistingue per atmosfere in cui l’oscurità è preponderante, pur lasciando spazio a sprazzi di luce (penso in particolare alla seconda traccia Samos) che rendono l’esperienza sonora varia e davvero unica. Sembra davvero di essere in cammino ascoltando i sei pezzi che lo compongono: è facile immaginarsi una faticosa ascesa in una giornata tempestosa nel lento procedere di Re di Pietra, il cui sfogo finale appare quello di chi è riuscito a raggiungere la cima e guarda trionfante il mondo sotto ai suoi piedi, o un percorso solitario nelle note malinconiche e grevi di Bric Costa Rossa (una delle due punte della Bisalta, monte dalla particolare conformazione a due punte che viene per questo definito “Montagna del Diavolo”). Con un drumming che in certi momenti accarezza anche il tribale (Hospitales) e una chitarra capace di momenti lisergici è facile essere trasportati in Eremo verso un percorso interiore (merito anche di brevi inserti vocali che, soprattutto in Re di Pietra, ricordano dei mantra), fatto di luoghi oscuri da affrontare come la Costa Da Morte (una delle zone marine più impervie della terra, dove fra Finisterre e Muxìa finisce il Cammino di Santiago) che dà il nome alla traccia finale, un ipnotico maelstrom che ricorda gli Ufomammut nella sua granitica psichedelia (merito anche della collaborazione con lo sperimentatore visuale e sonoro Petrolio) ma se ne distacca nel convulso e stridente finale. Il viaggio offerto da Eremo non si limita alle orecchie e all’interiorità, ma abbraccia ance gli occhi, visto che ogni copia del disco contiene una foto dei luoghi evocati dalle canzoni.

Nella mia analisi del disco ho volutamente lasciato fuori un brano, Passo delle Terre Nere, e avrete già intuito dal titolo di questo (lunghissimo, grazie per essere arrivati fin qui) articolo che è il brano che mi ha ispirato il racconto della settimana. Quando l’ho ascoltato la prima volta (grazie al link fornitomi da I dischi del Minollo, una delle cinque etichette che hanno curato l’uscita e che, tanto per cambiare, non sbaglia un colpo) sono stato colpito dall’atmosfera di disperazione che coglievo nelle sue note, ritrovandomi subito a pensare ad una fuga: l’ambientazione montana è stata frutto del titolo, mentre l’epoca in cui si svolge la vicenda è volutamente priva di connotazione, anche se è facile pensare alle due guerre mondiali. Vi lascio il piacere (spero) di scoprire di più da soli, leggendo il racconto subito dopo il link al brano, e vi auguro al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il condannato

Li sentii arrivare alle mie spalle, all’inizio semplici sussurri che si confondevano con il vento che mi soffiava in faccia, poi sempre più minacciosi, vicini, urla come catene per impedirmi di procedere oltre, verso l’ultimo declivio da superare per lasciare alle mie spalle l’orrore a cui loro mi richiamavano, desiderosi di vendetta, invidiosi del mio destino, e mentre il vento aumentava d’intensità e nel fango mi si inabissavano gli stivali potevo ormai sentirli alle mie spalle, aliti caldi a mitigare il gelo dell’inverno ma d’un tepore illusorio, pronti a trascinarmi nell’inferno in cui mi avevano preceduto e proprio quando ormai mi mancava un solo passo e già vedevo le luci della valle mi afferrarono coi loro artigli e non mi rimase che gridare, gridare tanto da sentire in gola il sapore del sangue, finché la bocca non mi venne chiusa dal puzzo pestilenziale della morte.

Mi svegliai con il mio grido ancora nelle orecchie, come ogni notte. Ci misi poco a riprendermi: quando l’incubo diventa un’abitudine non fa meno paura, ma l’angoscia passa in fretta. Mi alzai per guardare dalla finestra, in cerca di luci che potessero segnalare che qualcuno mi aveva sentito. Il buio del paese che mi ospitava ormai da anni era integro, la sonnolenta vita della piccola comunità proseguiva come al solito. Nemmeno la guerra era riuscita a scalfirla, complice un confine che aveva resistito alla follia dell’uomo e che era stato la mia salvezza.

Nessuno mi aveva chiesto il nome quando avevo disceso le montagne, avevano solo voluto sapere cosa ero bravo a fare. Da soldato divenni panettiere, le notti passate a scrutare il buio vennero sostituite da quelle accanto al forno. Mi concentrai sul mio futuro, ma il passato veniva a tormentarmi in quelle poche ore di sonno che mi concedevo.

Non avrei più pianto per loro, ma sapevo che non avrebbero smesso di chiamarmi per tutta la vita, loro, i commilitoni che avevo abbandonato, i feriti che gemevano alle mie spalle chiedendo aiuto mentre io fuggivo, con la vergogna sconfitta dalla paura e le gambe che prendevano forza ad ogni passo, alimentandosi di speranza e di oblio, l’oblio a cui ci avevano condannato ordinandoci di difendere un passo montano già perduto e a cui mi ero ribellato, quello in cui avevo sprofondato il mio senso del dovere a costo dell’orrore ogni notte, di lasciare due fratelli dietro di me, di non sentire mai più una madre di cui non avrei mai potuto richiedere il perdono. Che piangesse tre figli, considerandomi morto e non vigliacco.

Non sapevo a cosa andavo incontro allora, ma così sia. A quelli come me, che non sanno immaginare l’espiazione senza martirio, non resta che vivere la vita come una condanna.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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