Racconto in musica 47: Fenditure (Devendra Banhart – Rats)

Qualche settimana fa ho scritto un articolo in cui esploravo alcune riviste letterarie, accomunate dal farsi portavoce della cosiddetta flash fiction, citando un racconto per ognuna di esse. Per presentare Sguardindiretti ne scelsi uno dal numero 22 della rivista, Double fantasy, la storia di un adolescente in preda ai primi turbamenti sessuali fra scioperi a scuola, sortite in un cinema porno e i mugolii di Yoko Ono. Sono felice che l’autore di quel racconto, Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco, abbia deciso di contribuire con un suo testo a questo blog, associandolo ad una canzone del bizzarro folk singer Devendra Banhart.

Nato a Catania il secolo scorso, Giuseppe Fabrizio Ernesto sfoggia tre nomi e, a suo dire, altrettante personalità. Firenze è la sua città di adozione, la scrittura una passione che coltiva con ottimi riscontri: oltre a Sguardindiretti, con cui collabora di frequente, suoi racconti sono apparsi su Pastrengo, Voce del verbo, Rivista Blam, Spazinclusi e Grande Kalma. Ha inoltre scritto alcuni testi saggistici e divulgativi sull’alimentazione etica per la casa editrice Infinito edizioni, fra cui Sowa Rigpa (in collaborazione con il cantautore Franco Battiato) e Il pasto gentile.

Di Devendra Banhart, come di molti altri artisti trattati in questa rubrica, è impossibile dire tutto quel che ci sarebbe da dire in un breve articolo (lo hanno fatto più approfonditamente su Ondarock, da dove ho tratto molte delle informazioni). Nato nel 1981 a Houston ma trasferitosi in seguito al divorzio dei genitori con la madre in Venezuela, Devendra cresce in un ambiente in cui “si rischiava la pelle anche soltanto a uscire di casa” ma grazie al quale impara lo spagnolo, lingua che utilizzerà molto nel corso della sua carriera. Questa comincia per caso in California, dove era approdato in seguito al secondo matrimonio della madre, ed è frutto dell’incontro a un suo concerto con Siobhán Duffy, fidanzata di Michael Gira, cantante degli Swans e fondatore dell’etichetta discografica Young God: Siobhán è colpita da quell’eccentrico folk singer, tanto da comprarne una cassetta e farla ascoltare a Michael, il quale non ci mette molto a farlo entrare nel suo roster e licenziare il suo primo album nel 2002. Oh me ho my…the way the day goes by the sun is getting dogs are dreaming lovesongs of the Christmas spirit è il lunghissimo titolo del suo esordio (se si esclude The Charles C. Leary, uscito pochi mesi prima per l’etichetta francese Hinah), in cui convivono il folk arcaico degli anni trenta e il songwriting lo-fi e sbilenco di Daniel Johnston in canzoni che Banhart stesso anni più tardi definirà come “frammenti di una seduta dallo psicanalista”. Voce vibrante e acuta, influenze hippie e un amore spassionato per la psichedelia e per la natura, Devendra Banhart ha pubblicato negli anni nove album (di cui due, Rejoicing in the hands e Niño rojo, pubblicati a pochi mesi di distanza nel 2004), collabora frequentemente con la band Vetiver, il cui leader Andy Cabic è parte integrante del gruppo che lo accompagna dal vivo (un nucleo stabile di artisti che si dà un nome diverso ogni quando gli pare, solo nel tour statunitense del 2007 si sono chiamati Spiritual boner, Brain taint, Celestial pesto, Octopus attack, The fat boys, Sorry we’re not pancakes e, infine, Sorry, we’re pancackes), ha esposto alcune sue opere pittoriche al MOMA di San Francisco (tutte le cover degli album sono sue), è apparso nel film Nick & Norah – Tutto accadde in una notte e, per gli amanti del gossip, ha avuto una relazione con Natalie Portman (apparsa nel video della sua canzone Carmensita) ed è sposato con la fotografa serba Ana Kras, a cui ha chiesto la mano la prima volta che l’ha vista. Col tempo Banhart ha perso parte della sua follia creativa, diventando più hipster che hippie, ma questo non gli ha impedito di registrare l’ultimo album Ma in quattro lingue (portoghese, giapponese, inglese e spagnolo), scelta di certo estrosa: nato dalle riflessioni sulla genitorialità, il disco affronta il discorso dal punto di vista materno, una scelta in fondo coerente per un artista che ha sempre dichiarato di ispirarsi a modelli femminili, prima fra tutte l’icona folk inglese Vashti Bunyan con cui ha collaborato fin dagli inizi della carriera.

Rats proviene dal disco del 2009 What will we be che certificò il passaggio di Banhart ad una major (la Warner, dopo che già aveva abbandonato la Young God per accasarsi alla XL Recordings per cui uscivano anche i White Stripes), ed è un brano in cui le influenze più elettriche della psichedelia sixties si palesano pienamente. Giuseppe permea il suo racconto di un’atmosfera ambigua, più perversa di quella sensuale evocata dal folk singer statunitense ma accomunata ad essa da un finale a sorpresa, in cui i topi del titolo hanno un ruolo fondamentale. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Fenditure, di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

Il collega si è cambiato il camice raggrinzito: è un segno. Lo sento incespicare sullo sgabello, nonostante conosca a memoria quello spazio: è impaziente.

«Tony, tutto bene?»

«Sì, sì» borbotta.

Mi attardo a rimettere in ordine i macchinari della terapia fisica ed ecco finalmente il suono basso e omogeneo delle ruote spinte sul linoleum, si fermano nel suo box. Sbircio dalla fenditura tra le due lastre di cartongesso che formano la parete divisoria dei nostri loculi lavorativi, da qui ho la stessa visuale del visitatore difronte alla Lezione di Anatomia del dottor Tulpl. Lei mi ricorda la Klara di Heidi, ma più vecchia e appassita. Prima i soliti convenevoli, poi la culona brasiliana con decisione la trasferisce dalla carrozzina al lettino, le toglie scarpe e pantaloni e la sistema in modo simmetrico come su un letto operatorio.

«Ci vediamo tra 45 minuti». Saluta ed esce.

Metto a fuoco e avvio. Tony deglutisce, gira le mani tozze e unte sull’addome fermo, poi dalla caviglia sinistra inizia il linfodrenaggio: lento sale sulle gambe lunghe e atoniche. L’odore dolciastro dell’unguento arriva fino a qui. Dopo 15 minuti passa al lato destro e sicuro che non ci sia nessuno dice:

«Oggi è il terzo trattamento del terzo ciclo.»

«Sì. Dammi un guanto.»

A tentoni ne afferra uno dalla scatola che cade a terra. Resta immobile e ascolta, solo silenzio. Lei indossa il guanto di polietilene. Lui, con una certa difficoltà, le toglie la mutanda assorbente. Scosta le cosce, una per volta, di pochi centimetri, giusto lo spazio per introdurre la sua mano destra unta. Faccio una zoomata sulle dita che perlustrano ardenti la vagina insensibile della vizza Klara. Con la sinistra si abbassa la cerniera e tira fuori il pene eretto, sposto il primo piano sulla mano inguantata di lei che inizia a masturbarlo, mentre guarda le doghe metalliche del controsoffitto. Spero di tirarci parecchi soldi, i video amatoriali vanno forte tra quei pervertiti.

Ma guarda come ansima il ciechino.

Metto a fuoco la nuca china sul sesso di lei, speriamo non si giri altrimenti mi tocca tagliare la scena. Annusa estasiato, mentre tutte le dita si muovono come vermi nella carne putrefatta. Lo scricchiolio del legno del lettino è una colonna sonora perfetta. C’è però qualcosa di strano, uno scalpiccio metallico arriva dal soffitto. Lei agita le braccia, pare una sirena che nuota, poi urla:

«Aiuto, aiuto ci sono i topi sul soffitto, che schifo.»

«Dove sono non li vedo» grida lui.

Cazzo no! Premo stop e vado ad aprire il soffietto. Non fingo stupore nel vederlo con l’uccello moscio fuori dalla patta e le macchie di saliva cremosa ai bordi delle labbra. Lei mi guarda a bocca aperta, non si capisce se voglia mettersi a piangere o urlare. È ancora senza mutande. Senza dire nulla gliele rimetto e la copro con un telo. Alzo gli occhi e vedo il muso di due topi, annusano l’aria e guardano indagatori: mi vergogno ed esco. Sono fuori orario.

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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