Quando la cornice vale quanto il dipinto: Tenebre di Elia Gonella

Chi segue la pagina Facebook di Tremila Battute avrà magari notato che fra le mie letture sono presenti parecchie raccolte di racconti. Questa scelta anacronistica (si sa che i racconti non vendono, e si sa da tanto di quel tempo che forse una scelta anacronistica non è: hanno mai venduto? È una tendenza che si autoalimenta? La gente vuole Forum o si abitua a quella merda?) deriva dal fatto che a) mi piace la forma breve b) scrivo racconti, e sapere come lo fanno gli altri è continua fonte d’ispirazione (o vergogna se lo fanno clamorosamente meglio di me) c) sono un bastian contrario culturale per natura e quindi, se una cosa non vende (per diceria o realtà dei fatti, come si è detto poco sopra), io cazzo mi ci affeziono ancora di più. Siamo su un blog dedicato principalmente alla musica che vive fuori dai principali media, no?

L’escamotage più facile, quando una cosa non vende, è quello di camuffarla per renderla più digeribile: coi racconti questo si traduce nel classico “tema portante della raccolta”, che se proprio non te la trasforma in un romanzo (cosa che, e non penso di scoperchiare un uovo di colombo, NNE ha fatto sia con A misura d’uomo di Roberto Camurri che con La parola magica di Anna Siccardi, libri che a parer mio sarebbero stati in piedi da soli anche senza forzare le connessioni fra i singoli racconti/capitoli) almeno ti dà l’idea che affronterai una lettura il più omogenea possibile. Da grande amante di David Foster Wallace (e chi frequenta questo blog da un po’ di tempo lo avrà di sicuro notato) e della sua raccolta La ragazza dai capelli strani mi chiedo sempre perché questo debba essere un valore aggiunto, visto che la varietà è proprio ciò che la rende grande; o anche perché si debba forzare sotto un cappello unico racconti che poi vanno dove pare e piace a chi li ha scritti, rischiando di ridurre (solo all’apparenza) la portata tematica ad esempio di un libro come Lingua nera di Rita Bullwinkel.

Se una regola assoluta non dovrebbe esistere per l’omologazione, allo stesso tempo non si deve richiedere varietà eccessiva a chi ha uno stile riconoscibile e sa già su quale tema e/o ambientazione vuole andare a incentrare le sue storie. Io non so se l’immagine delle sette torri destinate alla demolizione del quartiere Futura, simboli opprimenti del cielo cittadino, fosse già nella mente di Elia Gonella quando ha iniziato a scrivere i racconti che compongono Tenebre, edito nel 2018 da Las Vegas Edizioni, casa editrice che ha pubblicato anche i suoi romanzi (sotto lo psudonimo di Hector Luis Belial) Saxophone Street Blues, Making movies e Alla corte del Re Cremisi: di certo posso dire che la loro presenza, trait d’union fra le dieci storie che compongono la raccolta assieme all’ambientazione notturna, aiuta a rendere anche la città un personaggio, a calarci in un mondo nascosto dove ciò che accade sembra terribile e al tempo stesso ineluttabile.

Cercai qualcosa di cui parlare, ma cosa si può dire a uno sconosciuto? Cosa si può dire a qualcuno che ti conosce? La nostra stretta di mano si sciolse, e io seppi per certo che sarebbe stata l’ultima.

Lo scambio

La scrittura di Gonella è in completa simbiosi con l’ambientazione, una città da noir che potrebbe essere una novella Sin City se l’autore non la lasciasse sullo sfondo, concentrandosi prevalentemente su ciò che accade dentro ai suoi personaggi tormentati, esplorando gli angoli bui del loro animo e di ciò che di irrisolto si portano dentro. Passano fra le pagine una donna decisa a mettere ordine fra le cose del padre morto, un reduce di guerra a cui un’innovativa protesi permette di recuperare parzialmente la vista, un ragazzino cresciuto nel mito di un campione di boxe e altri personaggi costretti a confrontarsi con il loro passato, a farci i conti rendendosi conto che spesso quel conto è in perdita.

Sono misteri che non vogliono essere risolti queste dieci storie, pieni di enigmi di fronte ai quali i personaggi spesso si arrendono. Chi è Lara Segre, la donna che si esibisce dietro saracinesche chiuse in luoghi sempre diversi, autrice della misteriosa performance definita dai giornali “teatro dell’oscurità”? Chi spinge il protagonista di Come tutti gli altri a cancellare ogni traccia del suo passato, per l’ennesima volta, e perché? Anche il lettore viene avviluppato in questa coltre claustrofobica di oscurità e informazioni mancanti, vagando fra appartamenti fatiscenti in “un quartiere brutale che ospitava terroristi e pittori folli”, usando le parole dell’autore, angoli su cui si allunga sempre l’ombra di quelle sette torri di cemento, monoliti capaci di permeare l’atmosfera tanto da provocare un senso di vertigine anche quando, come succede in Fortunato al gioco, vengono tolte di mezzo da cariche di tritolo solo per ritornare di nuovo nel racconto successivo, facendo smarrire anche il legame con la temporalità degli eventi.

Pietro non avanzò di un altro passo, ma si piantò sulle gambe. Gli incontri di pugilato che aveva combattuto da giovane gli avevano insegnato almeno due cose. La prima: come incassare un colpo. Alla sua età non era rapido, ma aveva tempra; sul lungo termine avrebbe avuto ragione su qualunque ragazzo. C’erano però avversari – questa era la seconda lezione – contro cui combattere era impossibile, perché appartenevano ad altre categorie. Non c’è modo di abbattere un fantasma.

Gelo

La scrittura di Gonella riesce a creare mondi attraverso pochi dettagli, è essenziale nel definire gli spazi entro cui agiscono i suoi personaggi per poi concentrarsi sugli eventi e le angosce che vengono alla luce. Per le vie della città (e anche per le case in cui si svolgono gli unici due racconti “esterni”, Gelo e il conclusivo Dono di Natale) aleggia un velo soprannaturale, capace di legare due sconosciuti che si sentono solamente per scambi di vestiti usati (Lo scambio) o ammantare le opere di un pittore (L’ospite), un ulteriore tocco caratteristico che rende i racconti contenuti in Tenebre un’esperienza capace di risucchiare completamente il lettore. Andrés Neuman, in uno dei suoi dodecaloghi di uno scrittore di racconti, afferma che “l’estrema libertà di un libro di racconti risiede nella possibilità di ricominciare da zero ogni volta. Pretenderne l’unità, sarebbe come chiudere con un lucchetto il laboratorio”: concordo in pieno con lui ma è altrettanto bello vedere come, quando quell’unità è un tratto autoriale, la varietà ne esce rafforzata anziché limitata.

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Racconto in musica 76: Souvenir (boygenius – Souvenir)

Buona notte delle streghe! Siete pronti a festeggiare Halloween? Siete pronti a farvi trascinare in un vortice di paura e goliardia secondo dinamiche che abbiamo assorbito da una cultura che non c’entra niente con la nostra (ma che le ha mutuate da usanze celtiche, come mi hanno spiegato ieri in un interessante Ghost tour di Milano), un po’ come abbiamo fatto aspettando i regali di Babbo Coca-Cola? Tranquilli non farò un attacco al consumismo, non posso permettermelo dopo aver partecipato per anni a feste a tema vestendomi nelle maniere più sceme possibili (ricordo un Ash Williams con tanto di sega fatta col cartone e la catena di una bicicletta, squagliatasi grazie alla pioggia torrenziale beccata facendo la coda fuori dal locale, oppure l’amatissimo Babbo Nasale): non ho nemmeno la colonna sonora giusta da mettere, perché qui a Tremila Battute siamo alternativi e la musica l’ho lasciata scegliere a Gianluigi Bodi, che ci porta nel mondo delicato e soffuso delle boygenius.

Ma presentiamo innanzitutto Gianluigi. Nato a Jesolo nel 1975, si è laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Fin dal 2013 parla di libri nel suo blog Senzaudio, scrivendo recensioni e facendo interviste con un occhio di riguardo particolarmente alla piccola e media editoria, mentre è più recente la sua produzione letteraria, il che non gli ha impedito di raggiungere coi suoi racconti le principali riviste letterarie (online e non): potete leggerli su Crack, Cadillac, Il primo amore, Narrandom, Pastrengo, Rivista Blam, Grafemi, Altri Animali, Tuffi. Oltre ai suoi potete leggere anche i racconti delle due antologie che ha curato, Teorie e tecniche di indipendenza (uscito nel 2016 per Verbavolant) e Hotel Lagoverde, fresco di uscita in questo 2021 per LiberAria. Se non bastasse ho scoperto anche che Gianluigi è stato finalista per ben due volte a uno dei concorsi letterari più interessanti del panorama italiano, 8×8: se volete ampliare le vostre letture godetevi tutti i racconti finalisti delle edizioni 2018 e 2020. A portarlo su queste pagine è stata, ovviamente, la passione per la musica, un rapporto iniziato grazie alle cassette di suo padre e che ora prosegue facendosi portare dove Spotify vuole.

Le boygenius sono state per me una scoperta, perché ammetto di non aver mai sentito nominare Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus prima che Gianluigi mi proponesse il suo racconto. Giovanissime ma già affermate (otto album in tre, più una gran quantità di Ep e collaborazioni), tutte e tre gravitano nella scena indie-folk statunitense e ad unirle, oltre alla stima reciproca, è stata la frustrazione di sentirsi paragonate l’una all’altra semplicemente in quanto “donne che fanno musica”, senza che venissero riconosciute le differenze stilistiche dei loro rispettivi progetti. Alla denuncia di Dacus non hanno quindi fatto seguito risposte piccate delle altre due artiste (giusto per smentire un altro stereotipo sulla competizione femminile), bensì è stato l’inizio di una collaborazione che ha portato all’Ep omonimo del 2018: sei brani registrati in quattro giorni, un’idea completa e una bozza a testa portate in studio per iniziare poi a confrontarsi, suonare e completare il tutto facendosi forza a vicenda. Il nome del progetto è già una storia a sé stante: volutamente in minuscolo, boygenius è un modo ironico di far notare quanto agli uomini venga continuamente ripetuto, fin dall’infanzia, che le loro idee sono geniali e che i loro obiettivi andrebbero perseguiti a ogni costo, mentre alle donne, mutuando le parole di Bridgers, viene insegnato che dovrebbero ascoltare invece di parlare.

Il disco viene pubblicato dalla Matador, etichetta sotto cui escono già Baker e Dacus, ed è un successo di critica e pubblico: atmosfere soffuse ma che non disdegnano le distorsioni (soprattutto nei brani dove è Dacus la voce principale, Bite the hand e Salt in the wound), voci che si incastrano alla perfezione e testi profondi. Le boygenius partono in tour subito dopo la realizzazione dell’Ep, appaiono in programmi televisivi come Late Night with Seth Meyers e NPR Tiny Desk e collaborano svariate volte anche in seguito, sia nei loro progetti singoli che con altr* artist* (ad esempio Hayley Williams nella sua Roses/Lotus/Violet/Iris). Quando arriva la pandemia le tre danno ancora prova della sinergia che le unisce, riunendosi virtualmente per raccogliere 23000 dollari a favore di progetti sociali delle rispettive zone tramite la vendita di alcune versioni demo delle registrazioni dell’Ep su Bandcamp. Se ci sia un album all’orizzonte non è dato saperlo, nel frattempo il 2021 ha già visto l’uscita dei dischi di Baker (Little oblivions) e Dacus (Home video).

Souvenir è una canzone che si appoggia principalmente sulla voce dolente e la chitarra di Julien Baker, capace di tessere con parole e musica un’atmosfera notturna e avvolgente. Gianluigi ha mutuato alla perfezione tutte le sensazioni che dona l’ascolto nel suo racconto, ricamando la commovente storia di due fratelli attorno ai dettagli che emergono dal testo della canzone. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Souvenir, di Gianluigi Bodi

Nei miei incubi io muoio sempre. Addormentarmi accanto a qualcuno non è mai servito a niente. Ho riposto la speranza al di fuori di me come ci ha insegnato nostra madre, ma ho sbagliato.

“Pregate Gesù e succederanno cose belle”, ci diceva.

E io pregavo, con metodo, passione, insistenza, fino a che tutto si è dissolto, le parole hanno perso importanza, sono diventate una nenia insopportabile. Quando sei morto ho pensato che fosse colpa tua, che non ti fossi dedicato abbastanza a Dio.

“Non abbiamo pregato abbastanza”, diceva nostra madre tra un singhiozzo e l’altro.

“Non hai pregato abbastanza”, diceva nostro padre con gli occhi arrossati e lo sguardo che voleva incenerirmi.

Perché avrei dovuto continuare quando era chiaro che nulla di ciò che ci avevano detto era vero?

Ed è in quel momento in cui ho iniziato ad aver incubi lunghi e complessi in cui, alla fine, finivo sempre per morire. Omicidio, suicidio, incidente, non faceva differenza. Tendevo la mano per cercare la tua nell’altro letto gemello ma tu non c’eri più, c’erano poche statuine impolverate e io ero solo al buio, indifeso. Piangevo, piano, per non farmi sentire, poi la luce si accendeva di colpo, la stanza si illuminava come fosse giorno e mio padre mi sovrastava con gli occhi assonnati, capace solo di parole perentorie e ruvide.

Nemmeno gli acchiappasogni hanno funzionato. Li ho appesi ovunque. Sopra il letto, da piccolo, anche sullo specchietto retrovisore, da grande. Non potevo sapere quando gli incubi si sarebbero avvicinati e sarebbero entrati nel mio cervello.

“Ti spaccherei la testa per vedere cosa c’è dentro” diceva mio padre quando capiva che non mi sarei riaddormentato.

Avrei voluto dirgli che forse ci avrebbe trovato qualcosa che non sarebbe piaciuta e nessuno dei due.​

Ho studiato medicina, ho pensato che se non potevo più salvare te allora avrei potuto salvare altri come te, altri così importanti da essere per sempre rimpianti. E ho lasciato la nostra casa, perché non potevo più stare con loro. Mi sono portato dietro gli acchiappasogni e qualche souvenir che avevamo comprato nelle nostre prime gite alle elementari. Mi sono trovato un appartamento vicino al cimitero per starti sempre vicino. Niente è servito. Nei miei incubi, ho continuato a morire. Nei miei risvegli ho continuato ad allungare la mano, trovando un piccolo Colosseo in gesso che dovrebbe cambiare colore con il cambiare del clima, ma che rimane sempre rosa.

Rimane sempre sé stesso, ho pensato. E pensando ho capito. Il sonno ci annienta; i miei incubi esigono che io muoia.

Ora sono appeso al ramo di un albero e dondolo come un acchiappasogni. Il cielo è sereno, l’aria immobile e penso che durante l’autopsia, forse, troveranno qualcosa per giustificarmi davanti ai nostri genitori.

Allungo la mano verso il vuoto sperando che, quando tutto quello che esiste svanirà, tu venga a trascinarmi dall’altra parte.

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Reazioni diverse alla pressione sociale: il nuovo album dei The Nuv e l’esordio dei KOKADAME

Ammetto che parlare di questi dischi in un unico articolo è un azzardo. Sono molte più le differenze che intercorrono fra le due band (storiche, linguistiche, di genere) che i punti in comune, ma il caso ha voluto che entrambi gli album mi siano stati sottoposti lo stesso giorno e che, analizzando i testi, trovassi un’insofferenza per lo stato delle cose che, per quanto propria a un fottio di gente al giorno d’oggi, mi è parso interessante analizzare nelle diverse letture che ne danno The Nuv e KOKADAME.

Un sorriso triste di fronte al capitalismo

I The Nuv sono un trio nato nel 2010 e che già l’anno seguente licenzia il primo disco, Top Model Super Fashion, cui segue nel 2014 The Nuv Sucks (No, Really). Dopo tour che li portano a girare anche all’estero (particolarmente in Belgio) Demis Maloy Tripodi (voce e chitarra), Dante Brin (basso) e Andrea Caristo (batteria) si prendono una lunga pausa, interrotta nel 2019 grazie a una data condivisa con la band italo-belga Romano Nervoso, amici di lunga data che danno la spinta necessaria a rientrare in studio nel periodo peggiore della storia recente. La vicenda ha un lieto fine e quel lieto fine è Belgian Hop[e], pubblicato il 23 ottobre 2021 con il sostegno dell’etichetta italiana Moquette Records e di quella belga Mottow Soundz.

Il terzo disco della band prosegue il percorso musicale interrotto sette anni prima, abbandonando parte dell’ossessività ritmica che caratterizzava The Nuv Sucks (No, Really) e lasciando maggiore sfogo ad arrangiamenti vari ma comunque permeati da distorsioni vicine allo stoner. C’è tanta energia e voglia di non prendersi troppo sul serio in Belgian Hop[e] e lo dimostra già l’iniziale Check out, un’introduzione classicamente rock’n’roll che tratteggia il trio milanese come perdigiorno intenti solo a bere e fumare canne, ma l’ironia dei testi si sposta già con la successiva The wolf of Green Street sulla mancanza di orizzonti che caratterizza i nostri tempi: cosa ci aspetta da sobri a parte l’essere anestetizzati da obiettivi già preconfezionati? I The Nuv ci portano da lì in avanti in una parata da circo dei peggiori aspetti del capitalismo, dal surriscaldamento globale che ancora snobbiamo (Red carpet) all’ossessione per il successo a qualsiasi costo (Gold digger) fino alle guerre per la pace (Pulp), dove viene stereotipata all’eccesso la figura del militare come macchina di morte solo parzialmente senziente.

Non ci sono soluzioni negli undici brani scritti dai The Nuv, solo una timida speranza che aleggia nella conclusiva Buena Suerte, canzone che potrebbe essere estrapolata da uno spaghetti western di Sergio Leone. L’ironia serve a smorzare la rabbia che esplode nella ruvida invettiva contro dio di Plasma, riff granitici che mostrano appieno la potenza sonora di una band che sa variare i toni ed esprimere anche empatia verso la nostra condizione emotivamente disastrata, come fa in Spillover (con la complicità dei Romano Nervoso): niente di nuovo sotto il sole, ma espresso con una personalità ben definita.

Non saremo mai come voi

Anche i KOKADAME si guardano intorno e vedono il marcio che li circonda, ma il loro sguardo è puntato verso bersagli precisi e più a portata di mano. La band si forma in Val Tidone nell’inverno 2021 intorno al nucleo centrale della punk band The Ammazzo, ansiosa di sfogare sugli strumenti l’energia repressa fra un lockdown e l’altro, allargandosi poi a cinque membri con gli ingressi di altri musicisti attivi da tempo nella zona. Quel che fanno Suor Fulgenzia, JJ Fortunella, Faccia d’angelo, Vi-King-O e lo Zingaro è punk senza fronzoli, ritornelli urlati in coro per aizzare il pubblico e farlo cantare, ballare e pogare: il loro primo Ep, Sarà l’aria della Val Tidone, nasce in completa autoproduzione, pubblicato sotto la propria neonata etichetta Bastione Records ad agosto di quest’anno.

I sei brani del disco mi hanno fatto tornare negli anni 90, con tutti i pro e i contro del caso. Il punk dei KOKADAME è un’esperienza sonora semplice ma catartica, se ne avverte forte l’entusiasmo e la voglia di divertirsi alla faccia di tutto e tutti, ma non lascia molto di più a chi ha già vissuto la scena di quegli anni. Ascoltare Ausiliario, la seconda traccia dell’Ep, porta con la mente a canzoni come Casellante delle Pornoriviste o Il vicino dei Punkreas, i vari accenni a serate alcoliche e canne in compagnia rimandano agli Skruigners di Non è un’assurdità: persino l’accenno a un ormai pensionato Bossi nell’iniziale Autobiografico arriva da quel periodo, e c’è quasi da avere nostalgia di quando la Lega Nord parlava tanto ma di voti ne vedeva meno di quanti ne veda ora. L’immaginario è quello del “noi vs. il mondo”, dove il mondo è quello che addita dall’alto di macchine costose e lavori “seri” chi non si adegua alla massa, ma questa narrazione suona semplicistica a più di vent’anni di distanza e in un periodo in cui ci si divide per variazioni minime dello stesso pensiero.

Ascoltare i KOKADAME aiuta a sciogliere le briglie e sfogarsi, ma a quarantadue anni non ho più l’età (momento Gigliola Cinquetti) per esaltarmi di fronte agli inni a fottermene di tutto annegando i malumori nella birra: tecnicamente ben realizzato, Sarà l’aria della Val Tidone è uno di quei dischi che probabilmente rende di più dal vivo, quando ci si può lasciar andare meglio che fra le quattro mura della propria casa.

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Racconto in musica 75: Panopticon (Iosonouncane – Prison)

Qualche mese fa ho svolto un corso online (quanti corsi online abbiamo frequentato? Alzi la mano chi lo ha fatto, così vi conto) sulla scrittura musicale, curioso di capire se ciò che faccio da metà della mia vita senza essere pagato lo faccio abbastanza bene da poter provare a farlo facendomi pagare (la frase che ho appena esposto poteva essere scritta in maniera molto più fruibile, ma adoro complicarvi e complicarmi la vita). La risposta al quesito sta tutta nel fatto che continuo a lavorare in fabbrica, anche se in realtà ha più a che fare col coraggio di chiudersi una porta alle spalle sperando che si apra un portone e di occupare il tempo libero scrivendo qualcosa per altri invece di occuparlo aprendo un blog, scrivendo racconti che ogni tanto qualche rivista pubblica e perdendo tempo in tante maniere appaganti per lo spirito ma non per l’ego schiavizzato dalla società della performance. Ma (tanto per cambiare) sto divagando.

Il corso in questione era tenuto da Giulia Cavaliere, firma abbastanza nota del panorama giornalistico musicale ed autrice per Minimum Fax del libro Romantic Italia (da cui viene tratto anche un podcast), in cui con invidiabile competenza analizza alcuni dischi della storia musicale italiana che hanno esplorato il tema dell’amore nelle sue diverse sfaccettature. Fra esercizi, consigli e suggerimenti c’è stato anche tempo per parlare in libertà, ad esempio di artist* che hanno fatto successo e che ci è capitato di incrociare/recensire in tempi non sospetti. Io potevo portare orgoglioso il nome dei Gazebo Penguins, lei poteva spendere un nome più grosso e che negli ultimi anni ha fatto un sacco di rumore: ovviamente è l’artista della settimana, Jacopo Incani, meglio conosciuto col moniker di Iosonouncane.

La carriera di Incani, in estrema sintesi, è legata al concetto di fare davvero e veramente il cazzo che gli pare. Non c’è, a mio avviso, una logica commerciale dietro al suo percorso artistico, il che non nega che una logica ci sia (ascoltatevi i suoi tre dischi in fila e noterete l’evoluzione) ma che è legata alla propria consapevolezza di ciò che vuoi dire e che senti di dover dire, al di là di quanto il pubblico lo possa apprezzare. Ammetto candidamente di aver scoperto Iosonouncane andando a ritroso, ascoltando l’ultimo disco Ira lungo la strada che mi porta a lavoro sotto la spinta del “non è che puoi fare sempre quello che non ascolta ciò di cui parlano tutti”: ci ho messo un po’ a entrarci in sintonia (abbastanza normale con un album che dura quasi due ore, ha una durata media dei brani oltre i cinque minuti e testi che mischiano arabo, spagnolo, inglese e francese), avevo pure mollato a un certo punto ma poi sono andato avanti ad ascoltare e mi si è aperta di fronte la meraviglia.

E pensare che tutto questo è partito nel 2010 con un disco totalmente diverso, quel La macarena su Roma in cui la musica gira attorno a loop più o meno stabili, la chitarra acustica compare spesso e volentieri e i testi sono quanto di più apparentemente esplicito, ironico e a volte cinico si possa trovare: anticipato nel 2008 da un Ep pubblicato gratuitamente su MySpace (sembra un’era geologica fa quando c’era MySpace, vero?), Primo pacchetto tematico gratuito, l’album viene pubblicato da quei gran fighi de La Famosa Etichetta Trovarobato (etichetta a cui resta fedele anche oggi che si sono palesate le major) e forse anche per questo, con riferimenti meno importanti di quelli che potete leggere su wikipedia, mi viene da definirlo un incrocio fra Caparezza e Musica Per Bambini. Incani usa la voce in maniera isterica, mette in scena un teatrino nazionalpopolare che non sa di già visto, incontra addirittura Antonio Gramsci in un call center (dove l’autore ha resistito stoicamente per due anni della sua vita): se ne accorgono al Premio Tenco, dove lo inseriscono fra i finalisti nella categoria Miglior opera prima, non vince e per cinque anni sparisce parzialmente dai radar, facendo cose (ad esempio curare le musiche di due spettacoli teatrali del duo Manitomotò) e vedendo gente (il cantautore Dino Fumaretto, con cui collabora per il disco Sono invecchiato di colpo e l’Ep Sotto assedio). Poi esce Die.

Il capitolo di mezzo della storia discografica di Iosonouncane non è il mio preferito, ma ricordo quanto il suo nome fosse sulla bocca di tutti ai tempi ed è già questo il miracolo: è un disco ostico (il che non gli ha impedito di essere candidato ancora al Tenco, stavolta per la categoria Album dell’anno), stratificato, con la voce molto meno protagonista e testi che girano attorno agli stessi elementi in maniera simile a mantra, di cui Incani rimarca in questa interessante intervista una valenza politica maggiore rispetto al precedente album. Passa solo un anno questa volta prima che esca qualcosa di nuovo, per la precisione uno split con i Verdena in cui Incani e il trio si coverizzano a vicenda due brani (ed è incredibile come Carne sembri scritta proprio per la band bergamasca), poi la storia è quella di oggi e parla di un disco che doveva uscire nel 2020, posticipato al 2021 (ma anticipato, a novembre 2020, da Novembre e la cover di Luigi Tenco Vedrai Vedrai, che non saranno poi compresi in Ira) e finalmente dato alle masse il 14 maggio di quest’anno: un disco che non sapevo di volere ed ora amo nel suo parlarmi direttamente alle emozioni, e che spero di vedere suonato integralmente dal vivo (così come è stato concepito) in una delle sette date programmate ad hoc per il 2022.

Prison è la settima traccia di Ira, ed è uno di quei brani che hanno il potere di farmi piangere. È una canzone perfetta nel suo incedere, persino quando cambia anima lo fa in un modo che sembra la naturale evoluzione del discorso: eleva lo spirito e poi te lo schiaccia a terra, piegato da una violenza sonora che è tutta nelle intenzioni più che nei suoni veri e propri e da una voce che accoltella. Ho legato a questa canzone discorsi sul Panopticon affrontati in un’incontro letterario su Michel Focault, immaginandomi un carcerato che si ritrova ad affrontare il percorso fisico e mentale verso la libertà (sono debitore, per la prima parte del racconto, anche di un’immagine tratta dal capitolo Inventario del libro La parola magica di Anna Siccardi, quel “liberante, liberante!” che i prigionieri urlano ad ogni scarcerazione) capendo presto che, come direbbe il protagonista di Old Boy, è finito solo in una prigione più grande. Questo è quanto, non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Panopticon

Mi sveglio all’alba come in un giorno qualsiasi. Attorno a me tutto dorme ancora. L’asteroide di silenzio attorno a cui gravito è un’illusione di pace, ho smesso di sorprendermene da tempo. Ci vuol poco prima che la prigione si risvegli.

Oggi il rumore dei catenacci suona per l’ora della mia liberazione. Due guardie aprono un varco nel ferro col mio nome sulle labbra e niente più. Le mani battono mentre passo di fianco alle celle sul cammino verso l’uscita. Ululano le voci. Ci vediamo presto, dicono. Mi festeggiano e mi deridono dietro le sbarre, uomini che posso vedere solo a strisce. Così era il mio mondo fino a un attimo fa.

Mi viene spinto in mano ciò che possiedo sulla terra, chiuso in una busta. Quel poco che è la mia vita sta tutto qua, ma è mio come niente lo è stato negli ultimi anni. Le guardie mi scortano senza un sorriso, indifferenti al mio destino. Hanno salutato e riaccolto le stesse persone troppe volte, gli addii non li commuovono più.

Oltre il cancello il cielo è grigio come il cortile dell’ora d’aria. Cammino a piccoli passi, non smetto di guardarlo nemmeno per un istante. È ampio e sconfinato come gli spazi che voglio abitare, luoghi in cui il mio sguardo si possa perdere all’infinito. Tornerò alla terra dei miei antenati, ricomincerò da lì, dimostrerò a me stesso che c’è ancora una vita da vivere.

Ho tutto il tempo del mondo.

Posso ancora essere chiunque io voglia.

Chiudo gli occhi e sogno.

Attraverso la strada mentre il semaforo è ancora rosso. Un clacson gravita su di sé la mia attenzione, mi costringe a vederli. La bocca dell’autista urla parole che non capisco. E tutto attorno a me, occhi e bocche.

Cammino in fretta dall’altra parte della strada, poi rallento. Mi stanno guardando, lo so. Non si esce davvero, mi hanno detto. Raddrizzo la schiena, fingo indifferenza. Il battito del cuore è troppo forte per ingannare le loro orecchie attente.

Sugli angoli dei muri che contengono le banche occhi bionici scrutano ogni mio passo, mi seguono, dicono di me al mondo qualcosa che non so, forse nuove colpe da affibbiarmi. Sono certo che mi seguano dalle finestre, dagli spazi bui dei vicoli in cui mi infilo per sparire, trovare una scorciatoia per sottrarmi alla verticalità che mi schiaccia, alla pesantezza di cui s’inquina l’aria negli spazi opprimenti a cui non c’è alternativa.

I parchi sono gravidi di alberi senzienti, la natura qui non è un alleato di cui mi possa fidare, le voci delle ombre alle mie spalle scandiscono ai cellulari dalle radio dai televisori sillabe che sembrano sempre più messaggi in codice che dicono tutto di ciò che sono stato ma perché, perché non mi lasciano il futuro, perché mi ancorano agli errori, agli orrori, eppure avevano promesso, hai pagato dicevano, perché ora non mi si staccano di dosso mai nemmeno per un momento neanche per un istante, perché non mi sento libero come dovrei essere perché?

La fuga è inutile. Il mondo è ancora a strisce, il mondo sarà per sempre a strisce, almeno per me.

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Partire dalle città per immaginare un futuro più sostenibile: Biodivercity di Elena Granata

Prendete un qualsiasi film ambientato in un futuro prossimo. Cercate di ricordare la città in cui si svolge la vicenda e rispondete a questa domanda: ci vorreste vivere? In nove casi su dieci (statistica assolutamente arbitraria) vi sarà venuta in mente qualche megalopoli post-apocalittica tutta verticalità e disparità sociale, inquinata, perennemente sporca e buia.

Le città del futuro nell’immaginario collettivo sono perlopiù lo specchio distorto delle peggiori attitudini del giorno d’oggi. D’altronde guardare le immagini della nebbia di smog durante le Olimpiadi 2008 basta a prefigurarsi un trend che può solo andare a peggiorare, anche perché quella nebbia non ha certo lasciato le strade di Pechino da allora: le proiezioni dicono che entro il 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, il che impone un ripensamento di queste stesse aree per andare incontro alla crisi climatica che stiamo affrontando.

E se questo cambiamento arrivasse proprio da quelli che sono apparentemente i punti deboli del sistema?

Quest’opera racconta la dimensione sperimentale, folle e creativa, il fuori programma, che evita accuratamente strade già percorse e modelli assodati. Ma anche l’adozione – ormai quasi trasgressiva – del semplice buonsenso, grazie al quale la creatività assume una dimensione quotidiana, radicata nei contesti locali e nelle esperienze minute, ma capace al contempo di raggiungere esiti straordinari e di avere ricadute planetarie.

Elena Granata, Biodivercity

Elena Granata è professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano, si occupa di progetti urbani e di cambiamenti sociali, imprese, città e ambiente. Ha una lunga carriera come autrice di saggi sulla sostenibilità del territorio e i cambiamenti delle città, e Biodivercity (edito nel 2019 da Giunti e Slow Food Editore) è l’ennesimo tassello di un percorso ideale che cerca di aprire la mente a un futuro in cui le istanze sociali e ambientali si possano sposare, magari accantonando l’aspetto economico o, ancora meglio, integrandolo attraverso scelte che non mettano per forza il profitto come prima necessità.

Ogni grande città, secondo l’autrice, è un ricettacolo di biodiversità. L’incontro fra persone di diverse nazioni aiuta a creare sinergia di esperienze, un motore creativo che può portare a ripensare gli spazi cittadini applicando a volte logiche che nella loro semplicità appaiono ingenue, altre utilizzando una certa quantità di pensiero laterale per vedere le opportunità più che i problemi. Granata mostra compiutamente come alcune realtà lo abbiano già fatto attraverso opere di urbanistica, progetti sociali, imprese virtuose e svariati altri modelli da prendere a esempio per ripensare le aree urbane, rendendole a misura d’uomo e rispettose del territorio.

Todmorden è una piccola cittadina, neppure quindicimila abitanti, nel nord dell’Inghilterra, raffinata e ben curata, immersa nella natura. Uno di quei luoghi in cui ti immagini che il tempo scorra abbastanza lento, senza grandi cambiamenti.

Oggi questa ordinaria cittadina è diventata un paese commestibile: frutta, verdura, erbe da cucina spuntano in ogni angolo. Non si tratta di veri e propri orti. Sono commestibili le aiuole spartitraffico, i bordi della ferrovia, i parcheggi della stazione, i cimiteri, le alzaie dei canali. Tutti quei piccoli e incolti frammenti verdi che comunemente si generano in città, spazi di risulta senza alcun valore, sono stati trasformati in frutteti, giardini officinali, orti coltivati.

Elena Granata, Biodivercity

Il giro del mondo organizzato dall’autrice parte da New York e dalla sua High Line, una ferrovia in disuso che da luogo di degrado è diventata un giardino sopraelevato lungo due chilometri, passando per le innovazioni urbanistiche di città dell’America latina come Medellín, Bogotá e Rio de Janeiro, le piazze che si allagano di Rotterdam per giungere a Milano, fra opere ad alta visibilità come il Bosco verticale e piccoli ma necessari angoli di socialità come il Giardino delle Culture. Attraverso questi e altri esempi Granata ci illustra come il punto di vista è fondamentale per cambiare una storia di degrado in una storia di successo: nessuno penserebbe di mettere dei mimi al posto dei vigili urbani in una città con un traffico caratterizzato da comportamenti scorretti, eppure il sindaco di Bogotá Antanas Mockus proprio in questo modo è riuscito, nei primi anni 2000, a dimezzare il numero di incidenti sulle strade.

Giardino delle Culture

Non solo urbanistica: ogni spettro della società è scandagliato, perché un utilizzo efficace del territorio e delle sue risorse è fondamentale per il futuro del nostro habitat. La panoramica di atteggiamenti virtuosi tocca progetti di inclusione sociale come quello di Riace (di cui speriamo l’ultimo capitolo non sia rappresentato dalla sentenza di condanna a tredici anni di carcere per il sindaco Domenico Lucano), startup come Slow/d che mettono in relazione designer e artigiani locali per creare oggetti d’arredo a chilometro zero, valorizzazione del cicloturismo (il progetto VenTo, una pista ciclabile che collegherà Venezia a Torino lungo il Po, ideato da Paolo Pileri e Alessandro Giacomel, cui va il maggior pregio di aver mantenuto un’impronta orgogliosamente pubblica senza appoggiarsi a investitori privati) e ristrutturazione del sistema educativo attraverso la costruzione di università in aree rurali sotto l’influenza dei narcotrafficanti (il Campus Utopia, nato nel 2010 nel dipartimento colombiano di Casanare) e l’apertura di biblioteche nelle favelas (come fece fra il 2004 e il 2007 il sindaco di Medellín Sergio Fajardo).

Il nuovo capitalismo si è infatti accorto che senza attivare le motivazioni e i simboli più profondi dell’umano le persone non donano liberamente la loro parte migliore. Così chiedono molto, (quasi) tutto ai loro neo-assunti, chiedono un impegno di tempo, priorità, passioni, emozioni, che non può essere giustificato ricorrendo al solo registro del contratto e del (pur molto) denaro.

Luigino Bruni, Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto

In Biodivercity vengono analizzati anche i problemi, da città che si dotano di un’architettura “ostile e difensiva”, utilizzando le parole di Granata, come è stato ben esplicitato dal recente caso delle barriere di sicurezza davanti alla Basilica di Santo Spirito a Firenze, al rischio di spersonalizzazione operato in alcuni contesti lavorativi, fra aziende che cercano di monopolizzare la vita dei propri dipendenti e il pericolo, di recente fattosi più attuale, del controllo continuo (con conseguente ansia da performance) attraverso lo smart working. La pandemia non ha certo aiutato, come analizza la stessa autrice in questa conferenza online, ma guardandoci attorno possiamo cercare di notare il bello e l’inaspettato, facendone tesoro: a Milano mi accorgo di spazi urbani che hanno recepito l’esempio del Giardino delle Culture (a sua volta rinato grazie a una nuova associazione), installando ad esempio tavoli da ping pong in Piazza Sicilia, sento parlare sempre più spesso di iniziative per combattere gli sprechi alimentari o per sviluppare una filiera del cibo locale in opposizione alla grande distribuzione (come fanno ad esempio gli Alveari di quartiere), vedo orti comuni spuntare in varie zone della città, entro in contatto con comitati di solidarietà reciproca come lo Spazio di Mutuo Soccorso, che in periodo di lockdown organizzava anche staffette per portare cibo ai più bisognosi.

Un futuro privo delle megalopoli immaginate da Philip K. Dick o William Gibson parte anche da questi piccoli gesti, e un libro come Biodivercity può aiutarci a riconoscerli e magari anche a creare nuove possibilità di sviluppo. Il libro di Granata ha il pregio di stimolare all’azione, evitando di fomentare allarmismi ambientali che, per quanto reali e pressanti, finiscono col bloccare la nostra spinta propositiva: una lettura sicuramente utile per chi vuole rapportarsi allo spazio urbano con uno sguardo nuovo e consapevole.

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Racconto in musica 74: La promessa (Guignol – La promessa)

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui avevo smesso di scrivere recensioni. Lo avevo fatto perché mi sembrava di girare un po’ in tondo, occupandomi della mia piccola nicchia (una rubrica di recensioni brevissime chiamata Sonic Sushi Bar, mangiata da internet quando il dominio non è stato rinnovato) senza trovare molti stimoli al di fuori…anche perché il sito per cui scrivevo era diventato ormai specializzato quasi unicamente in indie-folk, e io dell’indie-folk sapevo poco o nulla ed avevo da poco scoperto generi molto più rumorosi e cupi. Venne una proposta dal vegetante-ma-non-ancora-morto StorDisco a togliermi da quell’impasse e donarmi un po’ di varietà sonora, facendomi anche entrare in contatto con un ufficio stampa che negli anni mi fece conoscere un sacco di artisti già apparsi in queste pagine (tipo Emiliano Mazzoni e i Moostroo). Rimasi in contatto per molto tempo con Luca Barachetti, musicista a sua volta (godetevi qualche lancinante frammento sonoro dei purtroppo disciolti Bancale), e fra i vari dischi che ricevetti da lui e i suoi colleghi di Macramè ce ne furono (indovina indovinello) anche un paio della band della settimana: è così che ho scoperto i Guignol.

Per il racconto della settimana devo invece ringraziare Alessio Barettini, che già mi aveva mandato testi interessanti su canzoni di Bob Dylan e dei Procol Harum ma io, cagacazzo che non sono altro, ho approfittato della sua generosità piazzandogli lì qualche suggestione musicale che lui ha prontamente trasformato in parole (e che significa pure che lo ritroverete presto su queste pagine). Torinese di 45 anni, insegna da diverso tempo Storia e Letteratura e in casa si divide fra l’amore per la sua compagna, per i due figli e quello per i libri, dai quali trae eterna ispirazione per scrivere, insegnare, discutere e fotografare. I suoi scrittori preferiti sono quelli che vanno in direzione verticale, capaci di farci riflettere, subire e darci la forza per rialzarci, smarrendoci fra le pagine per poi ricominciare. A portarlo verso Tremila Battute è stata anche la sua passione per la musica, particolarmente quella indipendente e il rock classico dei decenni ’70 e ’90: ha una venerazione per David Bowie, possiede una Fender Mustang e, come tutti noi, non vede l’ora che si possa andare a vedere un concerto come dio comanda.

I Guignol sono invece da diversi anni un’eccellenza milanese, precisamente dal 1999, anno in cui Pierfrancesco Adduce (voce e autore di tutti i testi, nonché negli anni a chitarra acustica, elettrica e armonica) inizia a mescolare suggestioni sonore con il chitarrista Alberto De Marinis e il batterista Andrea Dicò: il risultato della commistione è il primo Ep della band, Sirene, pubblicato nel 2003 da Toast Records, cui seguirà nel 2005 il primo omonimo album (uscito per Lilium/Venus). Negli anni la formazione cambierà spesso, mantenendo il solo Adduce come deus ex machina di un progetto che sfornerà altri sette album e un Ep, portando sempre più a maturazione un suono fatto di blues, cantautorato, folk e un pizzico di furia distorsiva che sa di punk. Nei loro album (licenziati da Una risata… Ci seppellirà del 2010 dall’etichetta Atelier Sonique) si alternano collaborazioni (Cesare Basile, Amaury Cambuzat) e omaggi (cantautori come Luigi Tenco e Piero Ciampi, ma anche il poeta e attivista politico lucano Rocco Scotellaro e svariati scrittori come Luciano Bianciardi, Dino Buzzati e Italo Calvino), delineando un mondo di influenze che si rispecchia soprattutto nei testi, fiore all’occhiello dei Guignol: Adduce sa narrare le storie dei disadattati e degli ultimi con partecipazione, tracciare l’arco di una resistenza all’alienazione della società contemporanea con parole che scavano nell’animo ma capaci di lasciar spazio ad una risata liberatoria, ironiche senza mai perdere d’intensità. Ho avuto la fortuna di scoprirli a partire da Abile labile del 2016 e di seguirli poi lungo il percorso che li ha portati all’uscita di Porteremo gli stessi panni (2018) e Luna piena e guardrail (2020), vedendoli anche dal vivo in una sola occasione: contando che abito nella loro stessa città vedrò di bissare il 4 novembre, quando saranno al Rock’n’Roll, voi mantenete gli occhi aperti per il loro passaggio consultando questa sezione del loro sito.

La promessa è un brano dedicato a (e ispirato da) Luciano Bianciardi, un racconto di amore e soprattutto odio per una Milano che, a partire dal Pirellone, sembra disumanizzarsi al ritmo con cui spuntano grattacieli sulla sua superficie. Alessio ripropone nel suo breve testo la stessa disillusione, colta nell’incedere di una figura che cammina lungo le strade, i muri e i fiumi di una città che si è mangiata tutti i suoi sogni: potete leggerne il percorso subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

La promessa, di Alessio Barettini

Passeggiare, quando non si ha niente da fare, tra le strade, tra i chiaroscuri di grigio, lungo i muri, lungo i fiumi e i parapetti, accanto alle ore che camminano con me. Vagabondare, lento, come dandy parigino, oltrepassare i miei doveri, voltarsi per cambiargli il segno, infine vederli nel loro ambiguo vestito di ricatto e di imbarazzo.

Ieri te ne parlavo come di un pezzo mio, come se io e quel dovere, quello spazio, quel palazzo fossimo insieme, fossimo in qualche modo d’accordo, una cosa sola, a ben guardare impari.

Adesso cerco quel trattino, quel ponticello sorprendentemente resistente, ma non ci vedo che un vuoto, a separare il suo segreto grido di conquista dal mio palese senso di ribrezzo.

Così le cose si mostrano, quando da luminose che erano svelano un volto secondario che fa orrore, che divora ogni cosa.

Così questo mondo ci regala sogni che svaniscono prima del risveglio.

Così i miei sogni di una rivoluzione svaniscono dentro l’alito di un mondo onnivoro e ingordo.

Così cammino ancora, lungo il tempo che cambia forma e mantiene la sostanza di un mondo che non cambia. E la speranza trova spazio solo quando mi fermo in un parco, mi siedo su una panchina a fumare, incurante di tutto quello che non ho avuto mai, a guardare qualche bella passante, a sognare dietro la sua scia come faceva Baudelaire.

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Human/, ovvero la letteratura fantastica oltre il binarismo di genere

Un paio di settimane fa ho dedicato un articolo a quella splendida esperienza che è stata Firenze RiVista, una tre giorni di chiacchiere, incontri e, last but not least, acquisto compulsivo di libri. Fra i volumi acquistati c’è stato anche quello su cui era incentrata la prima presentazione del venerdì, un’antologia edita da Moscabianca Edizioni che definire “di genere” è quanto di più giusto e sbagliato si possa fare: i dodici autori della raccolta Human/, abbracciando ogni derivazione della letteratura fantastica, hanno infatti cercato di dare una propria interpretazione della fluidità dei corpi, ambientando le proprie storie fra passato, presente e futuro.

Corpi ibridi, mutanti e fluidi nell’universo del possibile

La scelta della frase qui sopra non è casuale: è infatti quella utilizzata dalla casa editrice e dalla curatrice Diletta Crudeli (scrittrice, redattrice per L’eco del nulla e fondatrice della rivista Spore) come sottotitolo, ed esprime perfettamente l’intento di questa antologia. In un periodo in cui le rivendicazioni paritarie della comunità LGBTIQ+ fanno molto rumore ma, a conti fatti, ottengono meno di quel che dovrebbero (e il fatto che il Ddl Zan non sia stato ancora approvato è un segnale bello forte), Human/ si pone come un salto più lungo e abbraccia ogni idea di mutazione scaturita dall’immaginazione degli autori, sia essa l’ibridazione con creature aliene, naturali, meccaniche o semplicemente il punto d’arrivo di una maturazione interiore. Ogni racconto affronta l’argomento in maniera personale, utilizzando prevalentemente il linguaggio della fantascienza ma mischiandola col fantasy, una goccia di cyberpunk, qualche dose di surrealismo e venature horror che non stonano, a volte il tutto nello stesso racconto.

Non farò un’apologia della scrittura fantastica, ma del mutamento, dei mostri e degli esseri alieni. Vorrei convincervi che quello che sta oltre l’umano, oltre la linea che separa Human/ da un’altra realtà, è un corteo di creature infinite e possibili.

Dalla postfazione di Diletta Crudeli

La varietà è uno dei fiori all’occhiello di questa antologia. Narrazioni ancorate alla nostra realtà in maniera più stretta (soprattutto in Nutrirla di Francesca Mattei e Paura di nuotare di Simone Giraudi) o fissate in un luogo preciso (la Torino brulicante di creature fatate in Key-code di Erica Gigat, il Giappone feudale in Il Re Demone del Sesto Cielo di Andrea Cassini) si affiancano a visioni future della Terra in cui è più o meno difficile riscontrare le vestigia della nostra civiltà: a volte sono problematiche che ben conosciamo a emergere (la desertificazione e il ruolo marginale della donna in Sorelle d’Acqua di Michela Lazzaroni, l’innalzamento degli oceani nel claustrofobico Acquarium di Lucia Perrucci), in alcuni casi è esplicitato il periodo di riferimento (il 2051 in cui Alice Bassi ambienta Il giardino del diavolo), mentre sono le strutture sociali a renderci vagamente familiari la Meditazione Obbligatoria di Carlo Benedetti e il classismo che si annida in Alien Brain di Elena Giorgiana Mirabelli e in Venere di nylon di Linda De Santi. Protagonist* sono individui che ricercano la metamorfosi, che sono costretti ad affrontarla per sopravvivere o per liberarsi dal giogo della società, a volte vi incappano persino involontariamente: quello che emerge è sempre una nuova forma del possibile, spesso non definibile secondo i nostri criteri morali ma completa anche nella sofferenza.

Il piccante stimola i recettori del dolore. Sudiamo. Eppure, ogni anno si coltivano sempre più peperoncini, selezionando specie che contengono dosi via via più esplosive di capsaicina. Il motivo è semplice: ogni volta che il cervello percepisce la capsaicina, secerne endorfine e ci regala una scarica euforica di piacere. Sarebbe tutto normale, se anche gli altri animali fossero sensibili a questa sostanza. Ma non è così. Gli unici siamo noi che, tronfi della nostra superiorità, crediamo di non essere manipolati da nessuno, mentre continuiamo ad aiutare i peperoncini a moltiplicarsi sul pianeta.

Alice Bassi, Il giardino del diavolo

Oltre che per temi e ambientazioni Human/ si contraddistingue anche per la varietà stilistica. Conoscevo già la scrittura di Francesca Mattei grazie alla lettura della sua prima raccolta Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, ho avuto anche la fortuna di frequentare un corso di scrittura con Michela Lazzaroni prima che lei ottenesse svariati riconoscimenti fra cui la vittoria del Premio Urania Short 2020, ma in tutte le storie raccolte in questa antologia ho trovato sensibilità e personalità ben definite. Sarà anche la passione per il personaggio di Oda Nobunaga (figura realmente esistita, di cui sono venuto a conoscenza grazie all’anime Drifters) ad avermi fatto appassionare all’incrocio fra fantasia e realtà storica orchestrato da Andrea Cassini, ma il suo modo di far rivivere quell’epoca e di dipingerne il lato umano e demoniaco del protagonista è da narratore consumato: c’è pane per i propri denti anche per chi cerca vene oniriche, strutture ingegnose (in particolare il lento dipanarsi degli eventi nel racconto di Alice Bassi che apre l’antologia), storie edificanti e anche un po’ di ironia. In fondo all’articolo troverete una selezione dei miei preferiti, se avrete voglia di segnalarmi i vostri una volta letti mi farà solo piacere.

Per un po’ nessuno disse nulla. Anche se la storia di Burattino ci aveva avvicinati, restavo comunque la bambina con la gamba debole, oltre che la bambina senza padre e forse tra un po’ anche senza fratello. Qualcuno a cui non far troppo notare che i problemi della sua famiglia sono sotto agli occhi di tutti. Ero strana, come Burattino. E, proprio come lui, avevo intorno persone con le facce perplesse, indecise se provare per me più pena o repulsione.

Linda De Santi, Venere di nylon

Moscabianca Edizioni prosegue la sua ammirevole opera di formazione di una comunità aperta di scrittori e scrittrici del fantastico in Italia, avviata con un numero già consistente di antologie, dandoci inoltre modo di riflettere su quali siano i confini entro i quali la natura, umana e non, esprime le proprie possibilità. I racconti di Human/ non abbondano di facili buonismi, dimostrando quanto la buona letteratura fantastica sa aprirci porte verso l’ignoto e, contemporaneamente, far luce sull’inconsistenza dei nostri pregiudizi.

Racconti migliori: Alice Bassi, Il giardino del diavolo; Michela Lazzaroni, Sorelle d’Acqua; Francesca Mattei, Nutrirla; Andrea Cassini, Il Re Demone del Sesto Cielo; Elena Giorgiana Mirabelli, Alien Brain; Linda De Santi, Venere di nylon.

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Racconto in musica 73: Mappamondo (Morso – Glamour suicide)

Questo potrebbe essere uno degli articoli introduttivi più brevi che io abbia mai scritto da quando ho aperto Tremila Battute, un periodo in cui ancora mi contenevo e limitavo le informazioni sulla musica che faceva da sfondo ai racconti (sbagliando) e non sbrodolavo lessicalmente parlando dei cazzi miei come faccio di solito (e qui dovreste dirmi voi se sono insopportabile o meno). Via dunque con le veloci presentazioni, veloci perché sia la band della settimana che lo scrittore ospite sono facce note e altamente apprezzate in questo blog: i Morso e Stefano Tarquini.

Di Stefano ho già detto tutto altre volte: musicista (andatevi ad ascoltare i suoi Palkoscenico al Neon), sul web ha già pubblicato svariati racconti mentre all’interno di Tremila Battute potreste aver già letto questo, o magari questo. La poesia è l’altra sua grande passione e da questo ambito arriva la più grossa novità che lo riguarda, perché Stefano in questi mesi ha fatto cose ben più importanti che donare i propri testi a questo blog, ovvero pubblicare una raccolta di poesie per Transeuropa Edizioni: si intitola I giorni furiosi, potete trovarla qui e vi invitiamo caldamente a leggerla.

Dei Morso invece avevo già parlato in un articolo di marzo 2020, dopo aver intercettato per caso (e con un certo ritardo) il loro primo disco Lo zen e l’arte del rigetto (uscito per le etichette Dischi Bervisti e Cave Canem DIY). Originari delle provincie di Varese e Milano, formatisi da un’idea di Davide (chitarra) e Guido (voce) a cui si sono uniti presto il batterista Matteo e il bassista Silvano, i Morso hanno perseguito alla perfezione l’obiettivo di creare una musica senza briglie, furente, liberatoria e soprattutto genuina. Nelle undici tracce del loro esordio il punk hardcore a rotta di collo si mischia con le più svariate influenze, frutto delle esperienze parallele in altre band (Guido e Silvano fanno parte del gruppo folk-punk Uncle Bard & The Dirty Bastards, Matteo e Davide hanno suonato nei Kingfisher e quest’ultimo è tuttora chitarrista dei Bushi) e di una sana voglia di sfogare con urla e rasoiate sonore tutta l’energia che hanno in corpo. Appena prima che tutta la musica live si fermasse causa pandemia si sono esibiti al Circolo Gagarin di Busto Arsizio con Fatty Fatty Bombo e gli indescrivibili OvO (la foto che trovate in testa all’articolo l’ho rubata dal loro profilo Facebook e riguarda proprio quell’esibizione), non vedo l’ora che ricapiti per andare a vederli e, santiddio, magari pogare pure.

Stefano col suo racconto ha creato uno spin-off del brano Glamour suicide, settima traccia di Lo zen e l’arte del rigetto, una canzone in cui l’insofferenza per una relazione sbagliata si sfoga su entrambi i componenti della coppia perché in fondo “l’unico sbaglio è stato insistere”. Il racconto esplora il dopo, quel che rimane alla fine di un cambiamento lento e inevitabile: vi lascio il piacere di scoprire da soli le immagini evocate dalla penna (tastiera?) di Stefano, a me non resta che augurarvi as usual buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Mappamondo, di Stefano Tarquini

Tu e il tuo cielo perfettamente diviso in due, maledettamente colma di nuvole una parte e sfacciatamente vuota l’altra. Tu e la tua mania di organizzare le cose secondo uno stupido codice binario, che non è zero e uno, ma è maniacale, è possedere, possedere e mettere in ordine, come volevi fare con me. Con i miei ricordi che volevi fossero i tuoi, con il mio passato con cui hai organizzato il tuo futuro, la tua persona mancante, la donna che non eri.

Svegliati finalmente nella mia parte di letto e rotola nella tua, dove se allunghi la mano puoi accendere una luce a caso, puoi alzare la serranda elettrica spingendo il tasto, puoi ricaricare il telefono e le tue ossa magre. Puoi pensare ad alta voce perché io non ci sono, puoi parlare da sola e preparare i tuoi bei discorsi spacca cuore, prevedendo ogni risposta, ogni reazione, così da essere pronta, così da sentirti meno sola, meno in colpa.

Ti alzi solo per rimettere le sedie al loro posto, sotto il tavolino che ho montato io, che mi hai fatto spostare quindici volte, sotto la finestra, meglio sotto il quadro, accanto il piccolo armadietto con i pacchi di caffè e le scatole di ceci. Le forchette al loro posto. I ricordi al loro posto.

Dove ti poggiavi quando volevi fare l’amore, muovendo il culo per farmi eccitare. Quando mimavi passi di un tango improbabile per farmi ridere, mettendo la s alla fine di ogni parola. Quando apparecchiavi con uno straccio pulito al posto della tovaglia e cenavamo con mezzo chilo di variegato all’amarena, immortalandoci dentro polaroid da attaccare alla vetrata della cucina.

Dove hai scordato i mie occhi. Le mie attenzioni sotto il cuscino a scacchi del divano letto. I miei baci tra i libri di Baricco e Camilleri che non ho mai voluto leggere. Le mie carezze tra le bottiglie di Amarone che stanno prendendo polvere, come i nostri modi di dire che sono solo nostri. Le poesie che ho scritto per te tra i flyer di vecchi film in bianco e nero di cui ho scordato i titoli e gli attori che li hanno interpretati.

E le trecento bottiglie vuote di Campari, con cui volevi fare un lampadario a forma di mondo, il mondo che è sempre un po’ più vuoto, sistemate per bene dentro scatole di cartone dell’azienda in cui lavori. Un giorno mi chiamerai per aiutarti a metterle in macchina o a portarle alle campane per il vetro e buttarle via.

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Fare le cose con cura: Le Mondane e il loro nuovo disco Taddeo

Come molte persone nate e cresciute in provincia e, al contempo, appassionate di musica, mi è capitato di fare il giochino del “chi ce l’ha fatta?” Chi dalla nostra ridente zona (in cui ridono soprattutto le zanzare che ci assaltano a sciami in estate) è riuscito a FARCELA, dove il farcela significa che se parlate dell’artista in questione a qualcuno quello capisce di cosa state parlando? A me vengono in mente solo tre nomi associabili musicalmente alla provincia di Novara e che abbiano avuto (o abbiano tuttora) un certo peso mediatico:

Lena Biolcati, vincitrice del Festival di Castrocaro e del Festival di Sanremo (sezione Nuove proposte) nel 1986, di Galliate: la quota “mia mamma dovrebbe sapere chi è”;

Big Fish, dj e produttore discografico, pure lui di Galliate: ho odiato i Sottotono con tutto il cuore e a un Mtv Day mi sono unito assieme ai miei amici ad un gruppo di haters che li hanno fischiati tutto il tempo (non ne vado orgoglioso, soprattutto del momento in cui qualcuno gli ha tirato dei sassi), quindi va da sé che questa è la quota “tutti sanno chi è, ma non è che me ne vanti”;

Bugo, cantautore partito da Cerano (che è poi il mio paesello natio) e scoperto dal benemerito Bruno Dorella, passato per il Centro Sociale Cavalcavia di Novara e per il Leoncavallo (dove lo vidi chiudere un concerto cantando Hasta la schiena siempre arrampicato su un’impalcatura) per poi approdare non si sa come né perché al Festival di Sanremo: lo amo anche solo per averci regalato perle di genuina follia come questa o, andando ancora più indietro, questa.

E Novara è tutta qui? No, c’è un sottobosco musicale che però sembra sempre più sotto e fatica ad emergere, come spesso capita quando ti ritrovi in un territorio dove scarseggiano i locali dove suonare (e a noi va già di culo che siamo vicini a Milano, ricordo i meravigliosi Dondolaluva che si ritrovavano sperduti sul Monte Amiata). Ci resta da esultare quando gruppi come i Ku.Da fanno il pieno di consensi ai bootcamp di X-Factor, ammesso che non partano i commenti invidiosi, che al paesello poi ci si incattivisce per niente. Anche per questo, quando incappo casualmente in qualche gruppo novarese, mi vien voglia di parlarne, e con i Le Mondane è andata proprio così.

Le Mondane sono un gruppo formato nel 2014 da Luca Borin (voce e chitarra) e Daniele Radaelli (chitarre, cajon, ukulele, mandolino e cori), contraddistinto da un approccio musicale fra il pop e il folk. Nel 2018 sfornano il loro primo disco, I giorni della marmotta (uscito per Alka Record Label), caratterizzato da testi interessanti e da una buona varietà limitata, però, da una parte ritmica ridotta all’osso: forse consci di questo Borin e Radaelli nel 2019 hanno assoldato il batterista e percussionista Manuel Mormina, con il quale hanno registrato sempre per la stessa etichetta il nuovo disco Taddeo (coadiuvati in sede di registrazione dal basso di Massimo Erbetta e dalle tastiere di Andrea Lentullo).

Taddeo è un disco che amplifica lo spettro sonoro della band, pur rimanendo all’interno di un pop-folk che a volte tende più da una parte e a volte più dall’altra, mantenendo rispetto al passato una cura dei testi decisamente apprezzabile. L’inizio con Tremo è fin troppo soft, ma già la successiva Ciaomiaobao setta su un altro livello il ritmo: Borin gioca con le parole in maniera coinvolgente, gli strumenti creano un sottofondo musicale che si lascia apprezzare per la sua varietà e il piede comincia a tenere il ritmo in maniera naturale. Da qui in avanti Taddeo è un alternarsi di momenti tranquilli e tracce in cui i suoni si fanno più vigorosi, caratterizzate da arrangiamenti ricercati ma senza sfociare nell’ostentazione su cui si appoggia la voce calda ed espressiva di Borin, uno degli elementi più validi della produzione.

Senza mai sfociare pienamente nel rock Le Mondane piazzano comunque alcuni brani caratterizzati da un crescendo d’intensità ottimamente orchestrato, ad esempio in Quello sguardo e soprattutto in Per deridere l’aurora, mentre convincono meno brani più semplici come la title track: seguendo la storia di Taddeo si percepisce un po’ l’abuso della figura della persona semplice e genuina che dovrebbe fungere da esempio per la società odierna, accompagnato musicalmente da sonorità fra le più folkeggianti (passatemi questo orrendo termine) dell’intero disco. È proprio con questa canzone però che mi si è affacciata alla mente una domanda: quanto sono influenzato dalla mia disillusione nel giudicare brani come questo?

La title track e Un regno, canzone che in crescendo di tonalità illustra l’apertura verso gli altri (“non puoi fermare quel che sta arrivando, niente può farlo”, recitano nei ritornelli) con chiari riferimenti all’immigrazione ma con esempi prettamente nostrani (perché c’è sempre stato qualcuno di scomodo, dai “rascon” ai “terroni” fino ad andare sempre più a sud o ad est, a seconda delle “mode” del momento), mostrano un candore d’animo che oggi siamo abituati ad associare all’ingenuità, un modo d’essere che non ci conviene nell’era della disillusione e dell’ironia a tutti i costi. Le Mondane non si fanno problemi a mostrarsi così, nudi e crudi, e se anche abbracciano la durezza (ad esempio nella semicover di Compagna Teresa de Il Teatro degli Orrori, rielaborata in maniera molto personale col titolo Come volevi tu) lo fanno con la speranza di un domani migliore e con la consapevolezza di poter essere troppo avanti coi tempi. Lo dimostrano con l’ultimo brano, Questa moda di essere stronzi, con la predizione più che l’auguro di un futuro in cui essere incattiviti e competitivi (“questa storia che è dei più forti”) non sia più necessario per farsi strada nella società: non c’è l’innocenza di chi non ha capito come vanno le cose in questo testo, ma la consapevolezza di chi vuole cambiarle prima che peggiorino ulteriormente.

Taddeo è un disco che non rivoluziona il mondo della musica, ma che porta avanti con coerenza e dignità una propria poetica precisa. L’ingresso della batteria dona agli arrangiamenti uno spessore e una varietà ritmica molto maggiore rispetto al passato, anche all’interno degli stessi brani, mentre la voce e i testi di Borin si confermano un elemento di spicco. Farsi coinvolgere dalle storie che Le Mondane raccontano è un modo per lasciarsi cullare da melodie apparentemente semplici e per ragionare su concetti molto meno ingenui di quel che siamo portati a credere: come dicono gli Eugenio in Via Di Gioia in questa interessante intervista “Sicuramente l’ironia che abbiamo usato spesso è efficace, ma ci siamo resi conto che può fare anche dei danni. Abbiamo creduto fosse un’arma vincente, perché fa presa nel breve periodo, ma se non è supportata nel modo giusto rimane superficiale e può sfociare nel sarcasmo, o peggio nel nichilismo“, abbracciamo quindi il nostro lato innocente prima che sia troppo tardi.

E daidaidai, scena musicale novarese!

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Racconto in musica 72: Minuti e rimbalzi (Maria Antonietta – Abbracci)

Per approfondire la musica di qualche determinat* artista la cosa più semplice è andarl* a vedere dal vivo. Sento già il coro degli “e grazie al cazzo, in sto periodo ce lo dici?”, però se una cosa era vera prima non è che non lo è pure oggi e forse, piano piano, qualcosa sta ritornando verso la normalità. Non tutto eh, perché ieri ero a Legnano a vedermi un concerto di Rootical Foundation e Africa Unite e me lo sono dovuto vedere dal circolo lì vicino (per fortuna aveva una comoda gradinata di fianco al palco) a causa del fatto che…un mio amico aveva un cane, e i cani non potevano entrare. Neanche al guinzaglio. In uno spazio completamente all’aperto. No so se ci fossero ragioni di contagio, sicurezza nazionale o se al sindaco di Legnano stiano semplicemente sul cazzo i cani, ma speriamo che firmino presto una legge che, oltre ad ampliare le capienze, ci permetta anche di portare i cani, stare in piedi a ballare e magari pure a pogare (NEL PIENO RISPETTO DELLE REGOLE DI DISTANZIAMENTO SOC…ah no, nel pogo non si può rispettarle).

Comunque. L’artista di questa settimana io la conoscevo più di nome che di fatto, poche note di qualche canzone sentita per caso e mai per volontà propria, poi è capitato con l’Associazione ASAP di dare una mano agli amici di Laroom (una delle poche realtà che cerca di portare musica fresca e nuova in quel di Vigevano, provincia di Pavia) per la parte logistica di un concerto, e quel concerto era di Maria Antonietta. Quelle poche note sentite per caso si sono trasformate in un’esperienza coinvolgente, intima (Laroom ha una piccola saletta in cui è possibile vedersi il concerto fianco a fianco con chi suona) e che ha gettato nuova luce su un’artista poliedrica che avevo fin lì ingiustamente ignorato.

Dietro al moniker di Maria Antonietta si nasconde Letizia Cesarini, pesarese appassionata di talmente tante cose da farmi sentire uno che dorme tutto il giorno: sul suo sito dichiara amore per il regno animale, quello vegetale, gli studi di genere, l’arte medievale, la poesia e la teologia, tutti ambiti che, in una maniera o nell’altra, riescono a intersecarsi nella sua musica. La sua carriera comincia nel 2010, quando autopubblica il primo disco solista Marie Antoinette wants to suck your young blood: cantato in inglese, grezzo e scarno, passa da momenti acustici a brevi episodi elettrici sempre e comunque caratterizzati da un’urgenza punk che la fa sembrare uno strano incrocio fra la prima Carmen Consoli e i Pixies. Fra una canzone dedicata a Giovanna D’Arco e una in cui celebra Sylvia Plath la futura Maria Antonietta (che qui ancora utilizza il suo nome d’arte in francese) inizia a sviluppare la propria poetica, affrontando anche temi forti come l’anoressia in I want to be thin. In seguito scrive il racconto Santa Caterina al Sinai per il libro-compilation Cosa volete sentire – Compilation di racconti di cantautori italiani (edito da Minimum Fax) e milita anche nel duo shoegaze Young Wrists, formato nel 2009 con Alberto Bandolini, un’esperienza che lascia però spazio nel 2012 alla sola carriera solista: in quell’anno pubblica il suo primo disco ufficiale in italiano, l’omonimo Maria Antonietta, prodotto da Dario Brunori e uscito per l’etichetta Picicca Dischi. In un turbine di relazioni che non sono mai come le si vorrebbe, spaesamento esistenziale e riferimenti biblici Cesarini spara fuori dodici tracce che ci mettono un niente a calamitare l’interesse: se ne accorge KeepOn, l’Associazione di categoria dei Live Club che la premia come miglior rivelazione live dell’anno, se ne accorge soprattutto La Tempesta, la storica etichetta fondata da Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti, con cui inizia la collaborazione a partire dal singolo Animali del 2013, preludio al secondo album della cantautrice. Dopo aver partecipato al progetto artistico dal vivo Hai paura del buio?, organizzato da Manuel Agnelli, e aver girato l’Italia con Marco e Giovanni Imparato (il primo voce, bassista e tastierista dei Dadamatto, il secondo voce e chitarrista dei Chewingum e attivo da solista con il moniker Colombre), entra in studio proprio con i due fratelli per realizzare Sassi (2014, La Tempesta), un disco dai cui testi emerge una donna più consapevole e decisa, capace di perdonare perché è più difficile farle male (“e se Cristo è così buono anche io avrò pietà”, “io sono le ossa che non puoi spezzare più”, recita in due momenti diversi di Ossa). Nel periodo che segue l’uscita del disco la cantautrice infila uno Split con i Chewingum (Maria Antonietta loves Chewingum) e un tour che conta più di cento date e tocca anche l’Europa, poi Cesarini si prende il suo tempo e diversifica: redige una tesi sulle pratiche sommerse della creatività femminile con cui si laurea in Storia dell’Arte, scrive una canzone per i Tre Allegri Ragazzi Morti (E invece niente), tiene una serie di reading sulle sue poetesse del cuore (la già omaggiata Sylvia Plath, ma anche Dickinson, Cvetaeva, Campo…) e si occupa delle musiche per una nuova versione dello spettacolo teatrale Tutto casa, letto e chiesa di Dario Fo e Franca Rame per la regia di Sandro Mabellini. Solo nel 2018 esce il suo finora ultimo disco, Deluderti, cui seguono nuovi progetti più inerenti alla scrittura: nel 2019 Rizzoli pubblica la sua raccolta di racconti e poesie Sette ragazze imperdonabili, dedicato alle sue maestre di una vita (oltre alle già citate precedentemente anche Pozzi, Hillesum e D’Arco) e che trasforma anche in un nuovo reading musicale. A febbraio 2020 Cesarini si toglie anche la soddisfazione di calcare il palco di Sanremo, chiamata da Levante insieme a Francesca Michielin per interpretare una versione tutta al femminile di Si può dare di più.

La traccia che ho scelto da cui trarre un racconto è Abbracci, secondo brano dell’album Sassi. La canzone danza fra la melodia e urgenza dello sfogo, narrando un cambiamento che, al pari della musica, è sospeso fra dolcezza e violenza: ho provato a farmi suggestionare dal ritmo per scrivere lo sfogo di una donna che rievoca una relazione ormai passata, quasi cancellata dalla memoria e ad un passo dall’essere seppellita metaforicamente (o forse no?) sotto una montagna di sassi. Potete leggere questa storia subito dopo il brano, come al solito vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Minuti e rimbalzi

Ricordo i momenti in riva al fiume a lanciar sassi sul pelo dell’acqua, a contare i rimbalzi in lontananza e per ogni rimbalzo in più aggiungevamo un minuto agli abbracci con cui ci stringevamo tanto forte da farci male, mozzare il respiro e tutte quante quelle sensazioni che descrivi quando hai gli occhi a forma di cuore e vorresti rimangiarti dopo, quando l’incanto finisce e il respiro avresti voluto tenertelo dentro insieme alle parole sprecate rincorrendo un’emozione che, come diceva quella cantante che ascoltavi sempre, era davvero da poco.

Tornando indietro i sassi li lancerei per lapidarti e farti fare la stessa fine dell’adultera, anche se le corna almeno quelle me le hai risparmiate e al massimo dovrei aspirare alla crocifissione con quel look da Gesù Cristo che sfoggiavi e rimarcavi quando, in tredici a tavola, la battuta sull’ultima cena non te la facevi mai mancare. Eri brillante e brillavi ai miei occhi come il riverbero del sole sull’acqua al momento di tornare a casa dal nostro luogo segreto, più leggeri noi per l’amore che ci univa e più pesante il letto del fiume che ci malediva.

Da quando sei sparito ho cominciato a staccare dalla memoria piccoli pezzi di te, il volto che avevi si è trasformato in una maschera da manichino che potrei rimontare come voglio, facendoti più bello per vantarmi con le amiche oppure brutto, orrendo, per farmi consolare da un nuovo amante. Avrei forse potuto farlo anche allora, dimenticarti solo con uno sforzo d’immaginazione, ma il tempo, se conta, conta solo nel suo aggiungere giorni su giorni di nuove abitudini, convinzioni e facce che ti ritrovi a guardare al risveglio e che sbiadiranno anche quelle se il sistema di emozioni che unisce due persone crolla, per un motivo o per l’altro.

Cos’era più importante allora, i sassi da cui derivavano gli abbracci o gli abbracci per cui lanciavamo i sassi? Era necessario che mi facessi del male o è solo una narrazione cristologica se ora che mi sento migliore mi viene da ringraziarti, messia dei momenti persi per sempre nello scarico del cesso? Migliore in cosa poi non lo so, nemmeno so perché mi torni in mente coi tuoi tratti sbiaditi dalla mia cancellazione selettiva. Forse non è tempo per le risposte e non lo sarà mai se smetterà d’importarmi delle domande, perciò addio ultimo ricordo di noi due: il tempo per pensare oggi lo occupo pensando solo a me.

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