Racconto in musica 9: Interno verde (Alt-J – Hunger of the pine)

Ogni racconto di questo blog nasce con una canzone come ispiratrice, ma per questa volta ho fatto un’eccezione. Pur prendendo parte dello spunto dall’immaginario creato dagli Alt-J nella loro Hunger of the pine, e dallo splendido video che la accompagna, la scintilla iniziale è stato il quadro che vedete qui sotto.

L’autore è Andrea Spinelli, e ha realizzato un progetto che mischia le arti ben prima di me. Da qualche anno fa il live painter, ovvero dipinge gli artisti mentre si esibiscono sul palco. Negli anni ne ha ritratti più di trecento, fra cui Afterhours, Marta Sui Tubi, Ex Otago, Daniele Silvestri e Iosonouncane. Col suo pennello ha partecipato a manifestazioni come il 68° Festival di Sanremo, il MEI 2016, il Concerto del Primo Maggio 2017 e il Primo Maggio Libero e Pensante 2018 di Taranto, ha firmato la locandina per la data di Madrid del tour europeo 2018 di Levante e molto, molto altro.

Gli Alt-J (o Δ) sono invece una band britannica che ha cominciato a far parlare di sé fin dal debutto An awesome wave, caratterizzandosi per un suono che prende tanto dall’indie rock quanto dal folk e dall’elettronica. Nonostante abbiano all’attivo solo tre album sono già un nome di punta nella scena rock internazionale, tanto che comparivano fra gli headliner del Mad Cool Festival di Madrid nel 2017 accanto a Foo Fighters, Green Day, Kings Of Leon, Foals e Wilco (e io c’ero). Hunger of the pine è tratta dal secondo album della band, This is all yours, uscito nel 2014.

Già da mesi pensavo di tirare fuori una storia da questo connubio di influenze, visto che mi si era stampata in testa da subito l’idea di una particolare simbiosi uomo-natura. Finalmente il parto è avvenuto, e sotto potrete leggere il risultato. Oltre al solito augurio di buon ascolto e buona lettura aggiungo quello di buona visione, dato che vi invito calorosamente a visitare i canali instagram, facebook e il sito di Andrea Spinelli per perdervi all’interno del suo mondo di suoni e colori.

Interno verde

Qualcuno mi ha detto che vestito così, di marrone e verde, sembro anch’io parte degli alberi e gli rispondo magari fosse così, magari, ma non mi credono.

Forse è perché ho una bella vita, ho una moglie e due figli che adoro, mi fanno sentire speciale, a me, che non è che sia poi così intelligente, davvero. Non so cos’avrei fatto senza di loro, davvero.

Il loro amore mi fa sentire in colpa quando di notte mi sveglio e piango e non so perché, dovrei essere felice, qui ho tutto non come quelli che vivono fuori città. Abitano in delle roulotte, li vedo sempre al market a comprare bottiglie di alcolici o a chiedere l’elemosina fuori dai negozi del centro. Loro sono quelli sfortunati, non io.

Non piango mai quando sono lassù. Mi arrampico lungo il tronco, assicuro l’imbragatura e do gas alla motosega, taglio i rami, li guardo cadere in basso e penso che almeno in qualcosa sono bravo, davvero. Sto facendo il mio lavoro, lo sto facendo bene.

Gli alberi non mi giudicano. Sento che c’è qualcosa di giusto in quello che faccio.

Vorrei sentirmi sempre così.

Non so perché ogni tanto arriva quel vuoto. Forse è perché mentre sono là in alto so che la terra non può spalancarsi e inghiottirmi, è un pensiero stupido lo so ma non sono bravo a trovare le risposte e continuo a svegliarmi la notte e a sentire che c’è qualcosa di terribile che si avvicina e che prima o poi mi prenderà.

Mi danno delle medicine, per stare meglio. Mi fanno venire sonno, se ne sono accorti anche a lavoro che quando le prendo poi mi arrampico più lentamente. Dicono che dovrei rimanere a terra, ma io dico cosa mi danno le medicine a fare se poi non posso fare quello che mi fa stare meglio? Ma mia moglie insiste tanto per farmele prendere, dice che posso sempre lavorare in ufficio e io la amo troppo e così certi giorni li passo seduto, alla scrivania, faccio cose che non capisco e poi guardo fuori gli alberi, così alti.

Voglio smetterla di avere i brividi, smetterla di sentirmi in colpa perché non voglio e non so spiegare che se anche tutto va bene io mi sento male. Ma così è peggio, muoio solo più lentamente.

Per questo quando un giorno mi lasciano salire e il tronco si apre io dico va bene così, non vi preoccupate, non piangete. Ora sarò davvero con gli alberi. Penso a mia moglie e ai miei figli, solo un attimo, spero che trovino le mie scuse sulla corteccia perché mi spiace andarmene così ma poi all’improvviso sono libero e non importa, non importa più niente.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

La parola magica di Anna Siccardi, un nuovo romanzo di racconti targato NNE

È strano parlare di un libro di cui si è vista la genesi, anche se molto parzialmente. Ho conosciuto infatti l’autrice de La parola magica, Anna Siccardi, frequentando la scuola Belleville di Milano, e ricordo di averla sentita parlare di un progetto legato ai dodici passi del programma di recupero degli Alcolisti Anonimi. Di quel periodo ricordo anche un suo piccolo racconto nato da un esercizio della scuola, la storia di un gruppo di bambini che organizza una corsa di lumache ai tempi del fascismo, delicato e inquietante al tempo stesso: uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a recuperare il libro a breve distanza dalla sua uscita.

Pur nella sua diversità di stile La parola magica mi ha ricordato A misura d’uomo di Roberto Camurri. Come in quel libro si intersecano le vite di vari personaggi, unite da fili sottili che diventano più evidenti man mano che si procede con la lettura, anche se in questo caso l’ambientazione è urbana (Milano al posto della “provincia cronica” di Fabbrico) e gli eventi si svolgono in un arco di tempo più limitato, escluso qualche flashback. Se l’esordio di Camurri è stato definito un romanzo in racconti mi sento di associare alla stessa categoria anche il libro della Siccardi, che conferma l’abilità della casa editrice NNE nello scovare nuovi talenti.

I protagonisti del romanzo hanno tutti qualche problema, piccolo o grande che sia, che hanno cercato di superare sprofondando a tempi alterni nelle dipendenze. Leo, che conosciamo nel primo racconto Minibar, ci è ancora invischiato completamente; Irene sta cercando faticosamente di uscirne con costose sedute dalla psicologa che non sembrano aiutarla; Anna se l’è lasciata indietro, ma il presente porta nuove sfide da affrontare, nello specifico un padre incarcerato a San Vittore. Incrociando i destini di questi e altri personaggi in maniera più o meno diretta, Anna Siccardi li accompagna verso l’accettazione di sé seguendo il percorso dei dodici passi citati in apertura, collegando ognuno di questi a uno dei capitoli del romanzo. Non tutti avranno il coraggio di affrontare apertamente i propri demoni, altri troveranno nuove compulsioni con sostituire quelle vecchie, ma il percorso li cambierà tutti profondamente.

Pur avendo una scrittura piacevole e scorrevole, abile nel tratteggiare le vicende senza dire più del necessario, ammetto di essere stato catturato completamente da La parola magica solo al quarto capitolo, Membrana. La vicenda di un impiegato delle pompe funebri, finito a fare quel lavoro per caso e che scopre di esserci in qualche maniera portato, e del suo incontro con due fratelli che hanno appena perso la madre è di una delicatezza rara.

“La membrana è un’apnea, una commozione cerebrale, anche chi si professa ateo si trova a parlare con il suo morto, a chiedergli di che colore vorrebbe le rose e da quale requiem vorrebbe essere accompagnato. E tu puoi sentirti un semplice burocrate, uno spazzino, ma io credo di essere anche qualcosa di più, come un prete prima del prete: lui accompagna il defunto a Dio, io sono l’ultimo tramite d’amore per chi resta.

Membrana

La parola magica è intriso di immagini che ti si stampano in testa, una selezione del reale che prende situazioni particolari descritte come se fossero normalissime e viceversa. È facile pensare al Carver di Cattedrale in Buio, quando Chiara si ritrova ad accompagnare un cieco al cinema, molto più difficile è non sfigurare di fronte a questo paragone: Anna Siccardi ci riesce, mantenendo una misura invidiabile fra ciò che è necessario dire e ciò che non lo è.

“Si chiese come mai i comandamenti fossero dieci e invece i passi fossero dodici. Qualcosa era sfuggito, evidentemente, al manuale d’istruzioni. I comandamenti mancanti avrebbero potuto essere Non rompere le cose che ami e Non anelare a ciò che non desideri. Gli parve di non aver fatto altro in vita sua: infrangere due comandamenti invisibili.

Soffio

Un esordio decisamente notevole, sorretto da personaggi credibili in cui è facile riconoscersi. La parola magica è un libro che parla più di sconfitte che di vittorie (un altro elemento comune a Carver), e non mi sentirei di consigliarlo a chi cerca l’happy ending a tutti i costi, ma grazie all’ironia di cui è costellato qua e là è possibile sorridere dei fallimenti dei protagonisti, che sono un po’ anche i nostri.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 8: Dark room (Baustelle – Dark room)

Una delle mie aspettative quando ho aperto questo blog era che non rimanesse una cosa solo mia. Avere un maggior numero di narratori coinvolti apre a nuovi stili, ascolti musicali diversi, un maggiore spettro di contaminazioni, oltre a far sì che di queste pagine non si alimenti solo il mio ego (sì, mettersi in mostra piace a tutti e io non faccio eccezione).

Sono contento che il primo ad aver accettato la sfida sia stato Roberto Conti, da anni coinvolto nel mondo musical-letterario grazie all’associazione novarese Asap – As Simple As Passion e fra gli organizzatori del festival Balla coi cinghiali di Vinadio. Il suo racconto Creme è comparso all’interno dell’antologia NO – Dieci racconti per un nuovo immaginario novarese, mentre dietro le quinte Roberto si occupa del concorso letterario Provincia Cronica, un nome che già anticipa l’ispirazione musicale alla base del suo racconto: i Baustelle.

Attivi fin dal 1997, consolidatisi negli anni attorno alle figure di Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, la band ha all’attivo otto album di cui l’ultimo, L’amore e la violenza, è uscito in due volumi fra il 2017 e il 2018. Dark Room è inserita all’interno di Amen, album del 2008 vincitore della Targa Tenco, uno dei picchi nella carriera di una band che ha avuto sempre la cura dei testi e degli arrangiamenti fra le priorità. Lascio la presentazione del racconto a Roberto, e al solito vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Nel racconto ho provato a ricreare la sensazione di angosciato disagio di chi si dedica, per solitudine più che per piacere, ad illusori rapporti sessuali “usa e getta”. Ho spinto molto sull’ansia che ho utilizzato come chiave per personalizzare il racconto, rispetto a quanto dice la canzone. Per i più attenti il testo narrativo, nella sua brevità, è farcito di citazioni musicali dei Massimo Volume, di Umberto Maria Giardini e naturalmente degli stessi Baustelle. Per essere fedele al testo della canzone (scritto oltre che da Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi anche da Francesca Genti) ho mantenuto indeterminato il sesso del protagonista, quindi credo possa essere interessante leggerlo due volte, immaginandolo di generi diversi.

Dark room, di Roberto Conti

Ho passato tre ore per scegliere i vestiti adatti, anche se so perfettamente che all’interno della stanza non si vedrà quasi nulla. Gli indumenti rappresenteranno al più un impedimento, se non sono facili da togliere.

Prima di uscire ho riordinato l’appartamento, meticolosamente, ho spruzzato lo spray disinfettante con candeggina su tutte le superfici e le ho pulite con il panno in microfibra. In Germania purtroppo non trovo i detergenti che utilizzo abitualmente a casa, e qualche germe potrebbe sopravvivere. Ho allineato i soprammobili e controllato le scarpe impilate nel Mackapär, elemento contenitore bianco 80×102 cm.

Venti minuti di fila ordinata e sono dentro: ho fatto gli esercizi per la respirazione, come mi ha consigliato la dottoressa Morelli; ho anche cercato con lo sguardo gli oggetti color blu di Prussia, fissandoli nella stanza; ho toccato texture diverse ed esercitato il tatto immedesimandomi nella consistenza della moquette che riveste le pareti. Agli esercizi che coinvolgono il gusto e l’olfatto provvederò più tardi, perché il mix di umori corporei e nitriti alchilici che fuoriescono da piccole boccette di vetro permea ampiamente l’aria, provocandomi nausea e un contestuale aumento dei battiti cardiaci.

Nella stanza come previsto non si vede nulla. Intuisco la presenza di una decina di persone. Ferme, in attesa di appagare le proprie cattive abitudini, senza nulla da nascondere qui dove le tenebre avvolgono tutto come un sole nero.

La musica è sconcertante, forse anche per questo non riesco a smettere di far tremare le gambe. Sarebbe comodo andarsene, ma è troppo presto e non posso certo fuggire via così.

La mente costruisce una barriera impenetrabile, come una catena che roteando blocca tutti coloro che vorrebbero entrare. Il corpo, almeno lui, cerca di essere più collaborativo, prodigandosi in slanci verso le vite altrui, utilizza il tartufo per fiutare la selvaggina pregiata, di pelo o di piuma, e schivare il sudore di maghrebino.

Lascio consumare il presente, l’ansia e gli onnipresenti vapori chimici mi anestetizzano. In questa camera oscura, dove per impressionare la pellicola servono percezioni e rituali, ti prendo la mano e prima di andare avanti tengo a dirti che non ti conosco, ma ti voglio bene.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

La rivincita del punk hardcore: Lo zen e l’arte del rigetto dei Morso

Ho un passato (e parzialmente anche un presente) da appassionato di punk. Ricordo i concerti di Pornoriviste, Punkreas, Derozer, Shandon e P.A.Y., per citare solo alcuni dei gruppi sopravvissuti negli anni, il pogo, le sudate. Non so se dopo quel periodo si sia spento qualcosa nel panorama punk italiano, ma un fermento come quello di inizi duemila non l’ho più visto: forse ero fortunato ad abitare vicino alla provincia di Varese, che è stata un epicentro di quella scena, forse sono stato disattento negli ultimi anni.

Un gruppo su tutti mi manca di quel periodo, fra quelli che hanno lasciato le scene: gli Skruigners. Diversamente da quello che è il percorso abituale di una band, ovvero ammorbidirsi con gli anni (vale sia ai piccoli che ai grandi livelli), gli Skruigners si sono sciolti dopo aver partorito il disco più cattivo della loro carriera, Niente dietro niente davanti. Canzoni brevissime, molte di poco più di un minuto se non meno, e l’acceleratore schiacciato a tavoletta dall’inizio alla fine.

Non ho ritrovato quell’energia nei progetti dei singoli membri (Discomostro per il batterista Carlame, Gli inutili per il cantante Ivan), e quel tipo di furia non l’ho trovata nemmeno altrove. Tutto questo fino a quando non ho scoperto una band che viene dalla stessa provincia (Busto Arsizio invece che Samarate, in questo caso) e che mi ha dimostrato come sia ancora possibile fare punk hardcore con la stessa attitudine. Ovviamente sono i Morso di cui parlo nel titolo.

Lo zen e l’arte del rigetto è il disco che cercavo da anni e che non riuscivo a trovare. Punk hardcore in italiano, testi arrabbiati al punto giusto e canzoni che si infilano come schegge sotto la pelle. La doppietta iniziale con Liberaci dal male e Nessuno e centomila è un manifesto programmatico, due minuti e quaranta in tutto che bastano e avanzano per dare una dimostrazione di forza e capacità stilistiche. I Morso infatti nelle undici tracce del disco riescono a essere potenti ma anche vari, con arrangiamenti non banali e cambi di tempo efficaci.

Pieno di istanti e Incline da questo punto di vista sono le tracce migliori, espressioni di urgenza e ricerca sonora come a loro tempo gli Skruigners fecero pescando a piene mani anche dalla furia del grind. Nel caso dei Morso sento influssi di band come i compianti Kaleidoscopic (che scopro essere stati coprodotti dalla stessa etichetta, Dischi Bervisti), un po’ di metal e tanta, tanta voglia di sperimentare. Qualche sbavatura qua e là c’è, ad esempio ne Il fine giustifica i mezzi la voce (efficace sia quando urla che quando si fa più morbida) sembra faticare a star dietro alla velocità del pezzo, ma nei venticinque minuti scarsi di musica è tanta l’adrenalina che scorre che alla fine ci si trova frastornati e contenti. Come dopo una bella pogata insomma, ma con meno lividi.

Oltre a essere musicalmente un gran disco (di cui parlo colpevolmente in ritardo visto che è uscito a inizi 2019) Lo zen e l’arte del rigetto ha anche una cover fantastica, ciliegina sulla torta per un esordio da ricordare e oltretutto in free download. Ascoltatelo, condividetelo, e quando questo periodo sarà alle spalle andate a comprare il loro disco a qualche live: ci vediamo sotto al palco.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 7: Se poi te ne vai (Giovanni Succi – Sipario)

L’ho rifatto, ho deciso di farmi del male una seconda volta. Dopo aver preso come ispirazione un pezzo dei Massimo Volume, con tutte le difficoltà di scrivere qualcosa su un brano che già diceva il necessario, stavolta la canzone su cui ho scritto un racconto è di Giovanni Succi.

Leader dei Madrigali Magri prima e dei Bachi da Pietra tuttora (con questi ultimi, giusto per chiudere il cerchio, ha anche registrato uno split assieme ai Masimo Volume), Succi è uno che ha dimostrato lungo tutta la carriera di saperci fare con le parole. Anni fa ho avuto la fortuna di intervistarlo, dopo un suo reading su Gozzano (qui un assaggio) ad Arona, scoprendo di quanti diversi progetti legati alla letteratura è stato protagonista. Negli anni l’ho visto incentrare spettacoli su Dante e Caproni, mi ha fatto scoprire Giorgio Manganelli (cosa per cui non smetterò mai di ringraziarlo) col suo progetto di “reading elettronico” La morte e ha trovato il tempo di registrare anche un album tributo a Paolo Conte, Lampi per macachi.

Di recente è uscito l’ultimo suo album da solista, Carne cruda a colazione, dove in veste cantautorale continua a fare ciò che gli esce meglio: giocare con le parole e creare mondi coi suoi testi. Avevo l’imbarazzo della scelta fra le canzoni da cui prendere ispirazione, ma in questo caso è stata più lei a scegliere me che il contrario. Sipario, contenuta nel precedente disco Con ghiaccio, ha evocato subito nella mia testa le immagini di un motel e di un ritorno: il difficile è stato dare una forma alle suggestioni, creare una storia (ne ho fatte almeno tre versioni, di cui una è diventata un racconto a sé stante) e cercare di adottare una prosa che fungesse da mio personale tributo al modo di scrivere dell’autore. Ecco perché dico che ho voluto farmi del male, da un confronto simile si parte già sconfitti.

Al solito qui sotto trovate il brano, seguito dal racconto. Sempre come al solito il consiglio è di andare ad approfondire, ascoltare tutto ciò che ha da offrire lo sterminato mondo musicale e letterario in cui è immerso Giovanni Succi e, quando si potrà, andare sotto a un palco ad ascoltarlo live. Buon ascolto, e buona lettura.

Se poi te ne vai

La camera è proprio come me l’aspetto, una topaia da dimenticare presto, da lasciare sull’asfalto col ricordo dei clienti, dei chilometri e degli astanti, peregrini tutti quanti, pronti a brindare in trattorie malconce che recano immancabile sulle porte la scritta “menu fisso dieci euro”, o forse nove se la fortuna gira per il giusto verso.

Abbandono per terra il mio fardello di scope aspiranti ultimo modello, sciccherie per signora ma anche per l’uomo moderno, sia mai che si discrimini, sia mai. La moquette è consunta, bruciature di sigarette qua e là, anche vicino al frigobar, su una cassapanca un televisore che definire vintage è un favore. Tubo catodico, immagine sgranata, l’antenna non prende che qualche televendita urlata che magari a notte fonda lascerà il posto a un po’ di porno, censurato ovvio ma ci si accontenta. O almeno l’idea è quella.

Nel bagno la muffa corrompe le pareti, del letto non voglio sapere dai pareri di qualche sito quali malattie potrei contrarre toccando lenzuola e cuscino. Mi faccio una doccia, di asciugamano ho il mio, abituato come sono alle sorprese preferisco evitarne di maligne per dio, ma mentre mi pettino e mi osservo allo specchio vedo un particolare che mi porta indietro nel tempo.

Poche parole, in una tremolante grafia. La riconosco, è la mia.

E ritorno ad anni fa, con una lei di cui ho scordato il nome ma che faceva rima con viole, in fuga con la macchina di papà e un foglio rosa inutile in caso di controllo, ma eravamo giovani e folli e li avremmo fatti l’indomani i conti, o forse non li avremmo fatti proprio, chissà. Indossava una maglietta fucsia con scritto “Bob Marley è morto da cretino”, perché per lei era anarchico andare contro ogni pensiero precostituito, ma come manifesto lo trovo lacunoso anche dopo aver letto da sbronzo un saggio su Bakunin troppo verboso.

Ai miei dissi che dormivo da un amico, mi sentivo un po’ cretino, non so se lei ebbe bisogno di dare un motivo. Ci fermammo in un motel ridicolmente vicino a casa, con l’eccitazione dei miei vent’anni scarsi e per lei la maggiore età ancora lontana, ci spogliammo, ci toccammo, poi fermi, per andare più in là avremmo avuto giorni, mesi, forse anni. Andando in bagno con le chiavi dell’auto lasciai un segno, per ricordarmi di quel luogo magico dove tutto stava acquistando un senso, la vita l’universo e tutto il resto.

Scrissi “sono stato qui”, niente di che, e la fuga finì il giorno dopo quando capii che non l’avevo mica io, il coraggio, per rubare la macchina dei miei e andare verso dove, non ci avevamo nemmeno pensato. Lei mi diede del codardo, aveva ragione, chissà se è ancora ribelle o come me tira a campare senza una buona motivazione.

Ma qualcosa posso farlo ora, per tenermi il ricordo di un bel posto e non di una camera sporca e vuota. Al mattino scrivo “anch’io”, sul soffitto ammuffito, e lascio a chi verrà il mio bagaglio da venditore intristito. Me ne vado leggero, felice, verso cosa si vedrà.

Certi posti son più belli, se poi te ne vai.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

L’indagine su una famiglia che si fa indagine sulla storia: Veniva da Mariupol di Natascha Wodin

Ho scoperto il libro di Natascha Wodin grazie al gruppo di lettura organizzato dalla “lettrice al contrario” Désireée Pedrinelli, incentrato sulle saghe famigliari (gli altri titoli, tutti consigliati, sono stati Il caos da cui veniamo di Tiffany McDaniel, La famiglia Karnowski di Israel J. Singer e Quando i padri camminavano nel vuoto di Piergianni Curti). Presentato come una ricerca delle proprie origini, nata quasi per caso navigando su un sito ucraino, Veniva da Mariupol diventa con l’avanzare delle pagine molto di più, andando a scavare nel profondo in vicende storiche di cui, in alcuni casi, si sa troppo poco.

Nata in Germania al termine della seconda guerra mondiale da genitori ucraini, vissuta l’infanzia in un clima di emarginazione, Natascha conserva pochi e confusi ricordi della sua famiglia. La madre, il suo unico legame con la terra d’origine, è morta suicida quando aveva soli dieci anni, e i tentativi di ricostruirne la storia sono sempre sfociati nel nulla. I dettagli impressi nella sua memoria (un’ascendenza italiana, uno zio cantante d’opera, una zia deportata) le sembrano ormai fantasie create da piccola per estraniarsi dalla realtà, come la bugia riservata ai compagni di scuola su una fantomatica discendenza nobiliare. Il suo mondo viene scosso nel profondo quando grazie all’aiuto di Konstantin, un ucraino di origini greche appassionato di ricerche storiche e di alberi genealogici (è riuscito a ricostruire il proprio fino al sedicesimo secolo), scopre che in realtà ciò che ricorda è molto più reale di quanto pensasse e si lega in maniera profonda con gli sconvolgimenti storici della Russia e dell’Europa intera.

Se la prima parte del libro si concentra sulle ricerche e i relativi progressi di Natascha (inframmezzati a speculazioni sulle reazioni della madre a quegli eventi che sta faticosamente mettendo in fila, la parte più debole del libro), che oltre ai suoi avi la portano a scoprire anche parenti ancora in vita di cui ignorava l’esistenza, è dalla seconda parte che il libro si fa più coinvolgente. Complice la scoperta del diario di sua zia, la sorella della madre data per dispersa in un campo di detenzione russo, abbiamo la possibilità di entrare direttamente negli orrori di cui è costellata la storia russa.

Veniva da Mariupol diventa da qui in avanti un’analisi dettagliata di drammi storici ignorati o di cui sapevo colpevolmente poco. La rivoluzione bolscevica e la sua ripercussione sulla nobiltà e sulla popolazione tutta, le epurazioni staliniane e gli esili nei campi di lavoro, le deportazioni tedesche nei campi di lavoro forzati e le morti qui avvenute, ancora parzialmente avvolte nel mistero, che ne hanno fatto un ricettacolo di vittime simile a quello dell’olocausto ebraico. La Storia con la S maiuscola si interseca con quella della famiglia Ivascenko, della città di Mariupol da cui proviene e dell’Ucraina tutta: la scoperta di un compagno di classe della zia parente stretto di uno dei capi della rivoluzione d’ottobre, Lev Trockij, è solo una delle tante sorprese che si trovano fra queste pagine.

Nel diario della zia sono gli orrori perpetrati in Russia, dalla guerra civile prima e dalla dittatura di Stalin in seguito, a porsi all’attenzione del lettore. Nelle ultime due parti del libro lo scenario si sposta invece in Germania, alla fine della guerra e nell’immediato dopoguerra, coi genitori di Natascha che arrivano nella Lipsia bombardata incessantemente dagli alleati per lavorare alla fabbricazione di armi in un’industria del gruppo Flick, nota per le sue disumane condizioni lavorative. Vengo così a conoscenza di un gerarca solo apparentemente minore, un nome che non è ricordato al pari di Hitler, Himmel o Göring ma che alla stessa stregua è stato condannato quale criminale di guerra: Fritz Sauckel, il generale plenipotenziario del lavoro, che sul finire della guerra porta ai massimi termini la politica di deportazione a fini lavorativi del Reich.

“Figlio di un impiegato delle poste francone e di una sarta, quest’uomo, che più tardi durante il processo di Norimberga verrà definito il «più grande e crudele schiavista dall’epoca dei faraoni», dà il via alla caccia all’uomo annunciando: «È giunta l’ora di liberarsi anche delle ultime scorie di becero umanitarismo». L’Ucraina è il suo terreno di caccia prediletto.

Veniva da Mariupol

La vita dei lavoratori forzati, orribile durante gli ultimi mesi della guerra, non migliora alla fine del conflitto mondiale. Stipati in campi per sfollati, a cui i genitori di Natascha riescono a sfuggire per cinque anni insediandosi in una rimessa con un’altra famiglia ucraina, le condizioni di vita di queste persone non migliorano di molto. Eppure per i russi potrebbe andare anche peggio: se da una parte quelli che riescono a rimanere in Germania sono sospettati dagli statunitensi di collaborazionismo coi nazisti, dall’altra ritornare in patria significa fare i conti col regime di Stalin.

“Agli occhi di Stalin gli ex lavoratori forzati sono traditori della patria, collaborazionisti che invece di opporsi si sono piegati allo sfruttamento del nemico mentre milioni di loro connazionali perdevano la vita per la difesa della causa sovietica.”…

…”Oltre alla povertà sperimentano l’isolamento più completo: frequentare quei redivivi dichiarati ufficialmente traditori fa paura. Le donne sono bollate come «puttane dei tedeschi».”

Veniva da Mariupol

Scritto con uno stile asciutto, che evita il più possibile i commenti a fatti che già si commentano da soli, Veniva da Mariupol è un libro che colpisce duramente. Chi pensa di trovarvi solamente la storia di una famiglia e delle sue vicissitudini è sulla strada sbagliata, perché Natascha Wodin ha avuto il grandissimo merito di anteporre alla storia delle sue origini, ciò che inizialmente le premeva e che per lungo tempo ha ignorato, quella di un lungo periodo storico fatto di eventi terribili che hanno segnato milioni di persone. Sua madre è stata una di quelle, e nel ripercorrere tutte le strazianti vicende di cui lei e i suoi famigliari sono stati testimoni Natascha può finalmente rendere giustizia alla sua memoria.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 6: Il tesoro sommerso (Sabbia – A spada tratta)

Come per molti altri gruppi di cui ho parlato, e di cui parlerò, anche i Sabbia li ho scoperti dal vivo. Ai tempi avevano pubblicato solo una canzone, Torno a piedi (scaricabile gratuitamente dal loro Bandcamp come tutta la discografia), ma le altre canzoni mi si erano già stampate in testa al primo ascolto. Un merito non da poco per una band che fa musica strumentale e cerca, con successo, di trapiantare le suggestioni desertiche dello stoner in provincia di Biella.

A soli quattro anni dalla pubblicazione di quella canzone i Sabbia hanno già fatto uscire due dischi, l’omonimo Sabbia e Kalijombre, e altri pezzi non ancora editi è possibile sentirli a ogni loro live (tipo quello con i Pleiadees a inizi gennaio al Cox 18 di Milano). Colonna sonora ideale per chi cerca atmosfere lisergiche e brani ariosi (loro si definiscono sulla pagina Facebook “un mix fra vecchi film porno dei seventies e colonne sonore di space movies”), hanno nel sax di Giacomo Petrocchi un ulteriore segno di riconoscibilità.

A spada tratta è il brano che chiude Kalijombre, una lenta ascesa verso le esplosioni sonore che si trovano a metà e fine brano. Fedele a questa struttura ho cercato di raccontare una storia di discese e risalite, prendendomi la libertà di ambientarla sul mare (e sotto) nonostante la band abbia il deserto nell’anima. Buon ascolto, e buona lettura.

Il tesoro sommerso

Tutto iniziò grazie all’amore di suo padre per il mare e ad una sfida, lanciata da un bambino più grande dai capelli rossi e i denti sporgenti. Allora era gracile, quella coltre blu gli faceva paura, ma quando l’altro gli disse che non sarebbe riuscito a rimanere più di un minuto sott’acqua lui riempì i polmoni, immerse la testa e iniziò a contare. Aveva già il fuoco nelle vene, anche se il suo destino era al freddo.

Suo padre riconobbe il talento, lui che il mare lo venerava per passione e non per ambizione. Seguì il figlio, lo aiutò a superare le sue paure, lo accompagnò sotto le onde e di lì giù, sempre più giù, lunghi anni di esercizio e fatica, l’aria che non basta mai e la frustrazione, la rabbia, la pacatezza del padre a mitigarla, la conquista di nuove profondità col cuore che batte lento mentre una bracciata alla volta, in verticale, con la luce che scompare e solo i pesci per compagnia può gridare

 VITTORIA! L’emozione più grande, una gioia che si scatena dal petto e giunge a ogni più recondita fibra del suo corpo, un’esaltazione trattenuta nella lenta risalita verso la luce del sole e altre luci, i flash dei fotografi, le copertine dei giornali e suo padre che lo guarda con una lacrima che scende dagli occhi. È la vittoria del figlio, sì, ma l’abbraccio che li unisce incorona entrambi.

Ma qualcosa si spegne. Il record superato da stimolo si fa ossessione, con la freddezza delle profondità il figlio lascia il padre per nuovi allenatori. Pretende sempre più, ottiene sempre meno. Non c’è ora chi accoglie i suoi sfoghi, e per mantenere l’immagine di sé che gli altri vogliono vedere implode dentro, gelo fuori e fuoco all’interno. Torna ad aver paura del mare, arriva a odiarlo. Infine lo abbandona, sconfitto.

Ed è allora che torna sui suoi passi, torna al padre, un vecchio senza rimpianti né biasimi da fare che lo accoglie, lo abbraccia, calma i suoi tremori, lo accompagna di fronte al mare e gli dice ecco, guarda, l’acqua non è né buona né malvagia, è uno specchio, ti rimanda quel che sei e quel che vuoi essere, vittoria e sconfitta sono termini che non gli appartengono e puoi liberartene se vuoi, abbandonali alla corrente, e al di sotto della sua superficie immergendosi ancora una volta il figlio senza più ambizioni e aspettative finalmente una bracciata alla volta si sente

LIBERO! Quel che del mare lo terrorizzava ora lo manda in estasi, quella vasta distesa che non potrà mai abbracciare per intero gli ricorda le infinite possibilità, la moltitudine di vie da percorrere, le correnti non lo trascineranno più e il suo fuoco riscalderà invece di bruciarlo, non c’è profondità eccessiva a frenarlo né cautela necessaria per non risalire velocemente a ringraziare l’insegnante di una vita, l’acqua cheta che ha eroso con pazienza l’insicurezza, l’inquietudine e l’insoddisfazione per portare alla superficie quel che conta:

la felicità è al di là di ogni possibile traguardo.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Altri modi di narrare una storia: What Remains Of Edith Finch e i walking simulator

Sono stato sempre affascinato dai modi interattivi con cui una storia può essere narrata. Da piccolo il mio amore per la letteratura è stato veicolato anche dai librogame, una sorta di libri interattivi in cui il giocatore-lettore aveva la possibilità di influenzare la trama operando in alcuni punti delle scelte (anche se, a onor del vero, nella stragrande maggioranza dei casi a cambiare era più il percorso che il finale vero e proprio). Anni dopo mi sono ritrovato a partecipare a sessioni di giochi di ruolo, sia da personaggio che da master, un altro modo affascinante per condividere storie e viverle in prima persona…se si tralasciano gli amici il cui unico interesse era tirare i dadi, uccidere qualcuno e addormentarsi nelle fasi in cui si sarebbe dovuto davvero interpretare il proprio personaggio.

I videogiochi sono stati un’altra passione coltivata negli anni, e ricordo con piacere molte trame (elemento per me spesso essenziale per godermi l’esperienza) e le sensazioni scaturite dall’esserne protagonista. Con gli anni la mia console casalinga (al momento una PS4) è stata sempre più utilizzata per guardare Netflix che non per giocare, ma un titolo ultimamente ha destato la mia attenzione tanto da convincermi a dedicargli un articolo, soprattutto in quanto esponente di una categoria che rappresenta per me il perfetto veicolo per attirare chi pensa ancora che l’ambiente videoludico sia inferiore rispetto al buon, vecchio libro: i walking simulator.

Videogioco o saga familiare?

La storia dei walking simulator inizia verso il 2008, quando lo studio indipendente The Chinese Room pubblica (inizialmente come mod per Half-life 2) un videogioco chiamato Dear Esther. L’interattività è ridotta ai minimi termini, tutto ciò che è richiesto al giocatore è di esplorare un’isola delle Ebridi mentre il protagonista della vicenda, e nostro alter ego all’interno del gioco, legge alcune lettere alla moglie e dipana man mano la serie di avvenimenti che l’hanno portato lì. Ancora oggi non si placano le polemiche fra chi considera Dear Esther un videogioco o meno, ma di successori spirituali ne sono spuntati a bizzeffe. The Stanley Parable, sviluppato più o meno nello stesso periodo sempre come mod per Half-life 2 da Davey Wreden, rappresenta uno degli esperimenti più curiosi all’interno del genere: nei panni di un dipendente che si ritrova improvvisamente solo nel suo ufficio, assillato da una voce che lo indirizza e parla di lui in terza persona, dobbiamo esplorare l’edificio in cui ci troviamo decidendo se seguire o meno le indicazioni date dal misterioso deus ex machina, in una esperienza meta-videoludica che si fa sempre più strana tanto più ci ribelliamo alle imposizioni della voce narrante.

Ci sono altre pietre miliari del genere, da Journey a Firewatch passando per The Vanishing Of Ethan Carter, e anche in Italia uno studio indipendente ha deciso di puntare su questo tipo di esperienza, raccontando in The Town Of Light la storia (ispirata a fatti realmente accaduti e basata su ampie ricerche) di una ex paziente del manicomio di Volterra che torna in quel luogo, ormai chiuso a seguito della legge Basaglia, per ricostruire quanto le è accaduto negli anni di internamento. Il titolo di cui voglio parlare è però un altro, e si chiama What Remains Of Edith Finch.

La casa, ambientazione e vera protagonista della vicenda

Nel corso del gioco indossiamo i panni di Edith Finch, una ragazza diciassettenne che torna nella bizzarra dimora di famiglia per mettere ordine nei misteri che avvolgono il suo albero genealogico. Esclusa una breve camminata iniziale all’aperto tutta la vicenda si svolge nella casa, dove attraverso una rete di passaggi segreti Edith avrà accesso alle stanze dei propri parenti deceduti negli anni, chiuse a chiave dalla madre per motivi mai spiegati.

Ogni camera, mantenuta inalterata nel tempo come veri e propri musei alla memoria, riflette gli interessi e il carattere dei suoi occupanti e, soprattutto, ne contiene i ricordi: che sia attraverso lettere, diari, blocchi di disegno o addirittura fumetti, Edith verrà a scoprirne le storie quasi sempre attraverso la loro voce.

Non mancano i momenti inquietanti

Man mano che si procede l’albero genealogico si completa, aiutandoci a far luce su tutti i misteri di cui la giovane protagonista non era mai stata messa a parte. Quasi fosse un romanzo interattivo possiamo sentire e leggere i pensieri della protagonista, con le parole che si formano davanti a noi mentre avanziamo, mentre la storia di ogni componente è narrata con uno stile sempre diverso, mantenendo come punto comune la vena surreale che circonda la fine di ogni parente estinto. Dal punto di vista grafico non si può che elogiare la fantasia con cui ogni storia è stata realizzata, ma questo sarebbe stato uno sforzo inutile senza una buona trama che ci convinca ad andare avanti.

Come raccontare una storia mentre fai volare un aquilone

Da questo punto di vista What Remains Of Edith Finch svolge perfettamente il suo compito. La strada è una sola, senza possibilità di errore (anche se, con uno spirito di esplorazione decisamente carente, è possibile perdere alcune stanze per strada), ma la curiosità di scoprire altro sulla famiglia della protagonista spinge ad andare avanti senza che ci sia mai un calo, affascinati e spesso commossi dalle vite delle fragili persone che hanno vissuto nella magione.

Vi sfido a rimanere indifferenti quando arriverete alla fine di questo episodio

Rispetto alla lettura di un libro il titolo sviluppato da Giant Sparrow vi occuperà sicuramente meno ore, ma per chi apprezza le belle storie è un’esperienza assolutamente consigliata: le vicende della ex bambina prodigio del cinema Barbara, del giovane operaio disintossicato Lewis, della matriarca Edie e tutte le altre che potrete scoprire nella vostra silenziosa esplorazione compongono un quadro che ha il respiro delle saghe familiari ben riuscite, costruito con poche parole che hanno il pregio di essere quelle giuste.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 5: L’essenziale (Massimo Volume – La ditta di acqua minerale)

I Massimo Volume non hanno bisogno di molte presentazioni. Band attiva sin dai primi anni 90, punto di riferimento della scena alternativa di quegli anni e fonte d’ispirazione per molti gruppi formatisi in seguito, si sono distinti nel mare magnum della musica italiana anche e soprattutto per il modo di cantare inconfondibile di Emidio Clementi, un parlato ipnotico il cui valore è amplificato da testi (sempre suoi) di rara bellezza. Hanno pubblicato quattro dischi prima di sciogliersi nel 2002, poi altri tre dopo la reunion nel 2008.

Il nuotatore, uscito poco più di un anno fa, è l’ultimo in ordine di tempo ed è l’ennesima conferma per la band bolognese, consolidatasi negli anni attorno allo stesso Clementi, al chitarrista Egle Sommacal e alla batterista Vittoria Burattini. Fra tutti i brani presenti sono rimasto particolarmente colpito dal secondo, La ditta di acqua minerale, tanto da affrontare (con buone probabilità di uscirne con le ossa rotte) la sfida di associare un racconto a una canzone che già di per sé dice tutto quel che c’è da dire, e di ciò che non dice non serve chiedere. Io ho provato ad andare temporalmente oltre, immaginando il protagonista della vicenda nella sua vita dopo la tragedia: il risultato lo potete leggere, come al solito, dopo il link della canzone. Buon ascolto, e buona lettura.

L’essenziale

Poteva andare molto peggio. Non so perché mi aspettavo un lavoro umiliante, tipo passare il giorno a fare fotocopie, a portare in giro faldoni pieni di documenti. Invece il lavoro è noioso, ma non pesante, e adesso per forza di cose ho meno responsabilità.

Mi sento più leggero.

Temevo il modo in cui mi avrebbero accolto i colleghi, ma sono gentili e disponibili. Scherziamo insieme davanti alla macchinetta del caffè, quando siamo in pausa, ridono alle mie battute e sono risate sincere. C’è una bella aria di cameratismo.

Ammetto di sentirmi in imbarazzo, a volte.

Sono stato moralmente deprecabile. Giocarsi la ditta a quel modo, con una moglie a casa, santa donna, e rischiando di far perdere il posto a tutti. Ma a loro questo sembra non pesare, i cambiamenti sono stati lievi dopo che mi hanno buttato fuori dalla mia azienda. Dopo che mi sono buttato fuori.

In fondo ero un buon principale, e a volte la gente non dimentica il bene che si è fatto. A volte succede.

Ho molto più tempo per me adesso. Faccio le mie otto ore, a volte qualche straordinario, e una volta arrivato a casa niente più pensieri. Passo le serate a casa parlando con mia moglie, santa donna che ha deciso di restarmi accanto nonostante tutto, non la sentivo ridere da chissà quanto tempo. Leggo molto, ogni tanto passo al bar, vedo qualche partita in tv con gli altri avventori.

Passano di lì anche quelli da cui mi sono lasciato rubare tutto, complici una donna di cuori ed un re di picche. Non ci salutiamo, giusto un cenno del capo per dimostrare di esserci riconosciuti, ma niente parole. Da queste parti funziona ancora così: tutti sanno, ma nessuno deve dirlo apertamente.

Li ringrazio. Lo ignorano, lo ignora mia moglie, a volte fingo d’ignorarlo anche io, ma dentro di me sono grato per tutto questo.

Ho passato una vita a rischiare, con l’ansia che mi svegliava nel cuore della notte. Al gioco andavo avanti finché non avevo recuperato tutto quello che avevo perso, fino a quando non ci avevo provato fino all’ultimo. Poi ricominciavo. Ma non vedevo davvero il fondo del baratro, credevo solamente di averlo scorto.

Così, quando tutto ciò che più temevo al mondo è successo, mi sono accorto che era meno peggio di quel che credessi. Che potevo smetterla di avere paura.

Ora ho meno cose, ma bastano. Non avrei mai creduto di poter pronunciare queste parole, ma sono felice. Forse il destino è nel nome, e io che porto quello di un apostolo, infarcito mio malgrado di morale e cristianità, non potevo che trovarmi ricco limitandomi all’essenziale.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Correlazioni curiose: lo strano caso di Benevolenza cosmica e 7

Fabio Bacà e Tristan Garcia

In letteratura, così come in qualunque altro mezzo per raccontare una storia, i tropi narrativi abbondano. Come spiega questo interessante articolo de Il Post i tropi narrativi “sono cose ricorrenti usate per semplicità, comodità e a volte pigrizia da chi pensa e racconta storie di ogni tipo”: possono essere la funzione di un personaggio, la motivazione che riunisce i protagonisti della storia o un evento improbabile che accade nel momento sbagliato, ce ne sono a bizzeffe e c’è persino un sito che si diverte a raccoglierli. Utilizzare questi espedienti è una pratica talmente comune che quasi non ci si fa caso, è più difficile invece che un’idea tutt’altro che abusata possa essere alla base di due opere diverse. Quando poi questa coincidenza si verifica in un lasso di tempo molto breve c’è di che esserne incuriositi.

È esattamente quello che mi è successo con due romanzi diversi per tema, tono, editore e persino nazionalità degli autori, ma che fanno entrambi riferimento ad un concetto, quello della reciprocità, in maniera straordinariamente simile.

Il primo di questi è Benevolenza cosmica, il libro d’esordio di Fabio Bacà uscito per Adelphi a marzo 2019. Il protagonista della storia, Kurt O’Reilly, è per qualche strano motivo “perseguitato” dalla fortuna: i tassisti non gli fanno pagare le corse, operazioni bancarie casuali lo arricchiscono oltre ogni logica, tutte le donne sembrano all’improvviso trovarlo attraente. Per un uomo che ha affidato la sua vita alle rigide leggi della statistica una simile situazione, che sarebbe il sogno di chiunque, diventa un incubo ad occhi aperti da cui cercare di uscire al più presto.

Il secondo è 7, romanzo del francese Tristan Garcia edito da NNE a maggio 2018. Composto da sei storie apparentemente sconnesse l’una dall’altra, più una settima a fare da lungo trait d’union finale (struttura simile a Nove gradi di libertà di David Mitchell), all’interno delle pagine si trovano situazioni surreali, come una droga che permette di rivivere il proprio sé passato, sette dedite all’adorazione di dei alieni e antichi rulli di legno che recano incise tutte le canzoni della storia.

Qual è il punto di connessione?

In Benevolenza cosmica al protagonista viene a un certo punto instillata la convinzione che tutta la sua fortuna possa essere dovuta alla presenza, da qualche parte nel mondo, di una persona afflitta da una sfortuna altrettanto persistente e tenace. Una sorta di sua controparte speculare insomma, legata a lui per ignoti motivi.

“Secondo le sue credenze religiose a un periodo così lungo e ininterrotto di prosperità doveva necessariamente corrispondere un periodo speculare di sfortuna a carico di uno specifico essere umano, legato karmicamente a lui in virtù di chissà quali precedenti incarnazioni.”

Benevolenza cosmica

In 7 questa idea è alla base della seconda storia del volume, Sanguine. La protagonista è una bellissima modella, soggetta ogni pochi mesi a dermatiti inspiegabili che scompaiono solo soggiornando nella catapecchia in cui è cresciuta, in uno sperduto paesino francese. Qui incontra un uomo totalmente sfigurato, ossessionato da lei e convinto che fra i loro aspetti esteriori vi sia un legame speculare.

“Lei è bella perché io sono brutto. La chiamano Visage perché io non ho più una faccia. Ha rubato la mia, si è presa la mia parte”.

Sanguine, 7

Eviterò di andare oltre, lasciandovi il piacere di scoprire se e come questi concetti avranno un impatto all’interno dei due libri. Per gusto personale ho apprezzato più il libro di Tristan Garcia, trovando in quello di Bacà un disequilibrio fra la prosa forbita di alcuni punti e il tono colloquiale di altri, ma il punto che mi premeva rimarcare era questa insolita comunanza di tematiche. Borges, nel suo racconto L’immortale, scriveva:

“Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea.”

Jorge Luis Borges, L’Aleph

Pensando alle sue parole non dovrebbe stupirmi la coincidenza, ma il bello della letteratura è anche questo: lasciarsi trasportare e creare fili invisibili fra le opere, persino quando gli autori ne sono all’oscuro.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora