Racconto in musica 19: Di labbra schiuse e destini in comune (Valentina Dorme – Waterloo)

Non so quante volte in questa rubrica ho parlato di gruppi che ho scoperto vedendoli suonare dal vivo. Nel caso dei Valentina Dorme non è andata esattamente così: erano un nome conosciuto, qualche suono sentito distrattamente, uno dei gruppi di cui avevo sempre sentito parlare e di cui per motivi imperscrutabili (o per semplice mancanza di stimoli) non avevo mai approfondito la conoscenza. Nemmeno la sera che li vidi effettivamente dal vivo ero lì per loro bensì per il gruppo che apriva la serata, i meritevolissimi Intercity di cui avevo da poco recensito l’album Amur (qui uno dei video estratti, per darvi un’idea), ma appena partì A colpi d’ascia capii che non avrei finito la serata senza portarmi a casa un disco anche dei Valentina Dorme.

Formatisi a Treviso nel 1992 i Valentina Dorme passano per la pubblicazione di alcuni album autoprodotti e l’apparizione di un paio di loro brani all’interno di una compilation promossa dallo storico settimanale Il mucchio selvaggio prima di far uscire il primo disco “ufficiale”, Capelli rame. A credere in loro è la Fosbury Records, etichetta con cui dal 2002 al 2009 pubblicano altri due album (Il coraggio dei piuma nel 2005 e La carne nel 2009) prima di rilasciare per Lavorarestanca il loro, al momento, ultimo disco, La estinzione naturale di tutte le cose del 2015. I Valentina Dorme riescono a essere allo stesso tempo poetici e sfacciati, sognanti e tenebrosi, merito dei testi intrisi di letteratura (ho letto Thomas Bernhard grazie a loro) di Mario Pigozzo Favero e di musiche che passano in poco tempo dalla calma apparente all’assalto distorto, mai con violenza ma sempre con la consapevolezza di chi sa che quella è la via giusta da percorrere per scuotere gli animi. La estinzione naturale di tutte le cose lo considero fra i migliori dischi italiani di sempre, conosco a memoria i suoi brani e quando sono partito con questo blog avevo fisso in mente che Waterloo, la penultima traccia, avrebbe dovuto avere un suo racconto dedicato: ci ho messo più di tre mesi, ma finalmente l’idea giusta è arrivata.

C’era solo l’imbarazzo della scelta in realtà fra i loro brani da cui trarre ispirazione per una storia, ma la difficoltà di creare racconti basati su canzoni è che spesso ti ritrovi ad avere a che fare con artisti che hanno già detto tutto quel che c’era da dire (difficoltà già riscontrata prima coi Massimo Volume e con Giovanni Succi). Waterloo mi ha lasciato abbastanza spazio per potermi infilare e immaginare una stanza d’albergo, una coppia persa nei suoi rituali erotici e le conseguenze impreviste delle loro evoluzioni, e spero davvero di avergli reso giustizia. Qui sotto trovate il brano, più in basso il racconto, tutto come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto, e buona lettura.

Di labbra schiuse e destini in comune

Ti riconosco, nell’inquadratura, come nessun altro potrebbe fare. Percepisco il ritmo del tuo respiro, osservo la curva del tuo seno, sorrido di fronte all’ingenua oscenità con cui apri le cosce all’occhio della telecamera e a me, poco più in là, che già fremo.

Entro anche io nel quadro, trovandomi più vecchio e molle di quanto rammentassi: forse l’effetto di quella serata d’eccessi, portate esotiche, birra annacquata e luci rosse soffuse, forse solo il contrasto delle nostre età e delle nostre membra giunte. Mi vedo inginocchiarmi, come un devoto all’altare dei nostri venti anni di distanza, sfiorare col palmo il tuo neo sottopelle lungo la coscia, un marchio segreto che persino a occhi chiusi troverei ancora. Il tuo volto mi è escluso alla vista, altre le labbra che attendono la mia lingua.

Iniziai a scrivere, allora, parole irripetibili sulla figa aperta, i tuoi sospiri a far da eco ai miei peccati svelati senza vergogna. Oggi, sprofondato in poltrona, vedo solo una schiena pallida agitarsi e sento un suono, un ansimare frenetico, sempre più profondo. All’apice dell’estasi le tue gambe si stringono attorno alla testa che ti concede il piacere, la mia, che osservo distratto e non riconosco.

Sospendo la visione, deluso. Quei video maliziosi, riprese lascive in fine settimana erotici, eccitavano al pensiero più di quanto non facciano allo sguardo: immortalati in eterno siamo meno di quel che eravamo. Quella notte, prima del sonno, dicesti di amarmi, o forse lo sognai: ma da quel sogno non avrei voluto svegliarmi mai.

Lo feci, maldestramente, come ogni cosa da allora in poi. Accadde in un motel a est, l’ennesima fuga sensuale, durante la quale mi inginocchiai in una maniera molto più formale. Lì, sotto un quadro di Napoleone ritratto all’Isola d’Elba, ignaro come me delle sconfitte future, travisando ciò che avevamo ti paventai un futuro di vestiti bianchi e promesse durature.

Attesi, per quella che mi parve un’eternità, di fronte al tuo sguardo indecifrabile. Non mi servono immagini per ricordare i tuoi occhi, fissi nei miei tanto da spaventare, gelidi come quelli di chi è abituato a ponderare. Schiudesti con calma le labbra, bagnandole con la lingua, e senza che la risposta giusta ti potesse esser suggerita ti uscì di bocca la sillaba sbagliata: la nostra storia moriva, quasi prima d’esser nata.

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Viscere esposte e contorte: i racconti surreali di Amelia Gray

Il nome di Amelia Gray potrebbe non dire niente alla maggior parte delle persone, ma quasi sicuramente avrete sentito parlare delle serie televisive a cui ha lavorato: magari non Maniac, passata abbastanza sotto silenzio su Netflix nonostante Emma Stone e Jonah Hill nel cast, più probabilmente Mr. Robot, serie che ha lanciato Rami Malek e che si era creata un assiduo seguito. In realtà Gray ha una carriera come scrittrice abbastanza prolifica, con due romanzi e tre raccolte di racconti uscite dal 2009 a oggi, ma fino a qualche mese fa nessuno aveva pensato di portare le sue opere in Italia. Lo ha fatto la neonata casa editrice Pidgin, nel quadro di una linea editoriale che intende pubblicare libri “sopra le righe” (per farvi un’idea più chiara del concetto vi invito a visitare il loro sito, dove fra l’altro troverete anche le traduzioni di racconti di un paio di riviste estere e di una curata dalla stessa casa editrice, Split), e questo Viscere rientra pienamente nella categoria.

I racconti che compongono il libro fanno parte della cosiddetta flash fiction, storie brevi quando non brevissime (si va dalle quattordici pagine di Passaggio a occidente alle due di Quel che sentiva, Il cigno come metafora dell’amore, Un concorso e Viscere), e hanno tutte qualche elemento surreale e/o vagamente inquietante che le contraddistingue. Un piccolo elenco delle situazioni in cui vi troverete invischiati addentrandovi nelle trentasette storie partorite dalla mente di Gray comprendono: una donna costretta a vivere nei condotti di aerazione della casa di una coppia, una folla che distrugge il cimitero di cui si stava prendendo cura, una donna intrappolata in casa del vicino serial killer, un’evirazione durante l’atto sessuale, una coppia sconquassata che parla della gravidanza di lei mentre un Dunkin’ Donuts va a fuoco…e siamo solo a metà libro.

“Un tempo, la mia mente era infetta dalla strana e inebriante ambizione che avrei potuto in qualche modo migliorare il mondo vivendo in esso. La realtà del mondo rovinò questo ideale; o, piuttosto, la fantasia dell’ideale rovinò la sua realtà. Mi ci volle del tempo a riprendermi da questa verità. Alla fine scoprii che restare vicina a casa e seguire un programma di esercizio giornaliero era utile a ridurre lo stress. Fare i conti con la mia mancanza di reale utilità richiese una sorta di fisioterapia, come se stessi curando una caviglia slogata.”

Cuore della casa

In una interessante intervista apparsa su minima&moralia la narrativa di Amelia Gray viene paragonata fra gli altri a quella di Robert Coover, uno dei padri del postmoderno di cui avevo parlato in questo approfondimento sulla raccolta dei suoi racconti curata da NNE. Dei punti in comune sono ravvisabili, particolarmente nello stile vagamente fiabesco di racconti come La gente della baia, L’anno del serpente, Monumento e nell’ispirazione epica di Labirinto, ma penso che il paragone più spendibile riguardo alla prosa di Gray sia quello con Amy Hempel. Adorata da Chuck Palahniuk (che in effetti ha dei grossi debiti nei suoi confronti, stilistici più che strutturali), considerata una maestra del minimalismo, Hempel ha creato racconti permeati da una vena criptica, in cui gli obiettivi dei personaggi sono poco chiari (a volte nemmeno a loro) e il senso delle loro azioni sfuggente. Viscere è pieno di personaggi simili, senza una direzione, persi in situazioni strane da cui cercano di emergere con atti illogici che nella loro mente appaiono ovvi. Che tutto questo sia specchio dello straniamento di una società in cui gli individui faticano a trovare qualcosa che li accomuni sembra palese, ma c’è qualcos’altro dietro a questa lettura superficiale? Amelia Gray riesce, insomma, ad approfondire in maniera originale questa dialettica?

“«Dico che potresti anche darti un maggior valore. Dovresti considerare tutte le prospettive. La sua attenzione è un penny appoggiato su un monumento. Rivolgi le tue preghiere al monumento, non alla moneta».”

Passaggio a occidente

La mia risposta è no, o meglio non ne sono sicuro. Nella loro brevità le storie racchiuse in Viscere rappresentano istanti talmente rapidi da sfuggire alla logica comune, e non escludo che ci siano livelli di lettura che non sono riuscito a cogliere, ma nella mia esperienza di lettore quello che è rimasto sono principalmente immagini morbose e a volte gratuite, intrise in qualche momento (ad esempio in Sangue) di una umanità intima e delicata e condite da buone dosi di umorismo nero. Fra i paragoni che ho trovato con una breve ricerca online c’è anche quello con Cronenberg, ma il body horror di alcuni racconti (Maledizioni, con la presenza di due gemelli siamesi che riecheggia gli Inseparabili del regista canadese, La sera dell’appuntamento) sembra più un fine estetico che un mezzo per parlare d’altro. I racconti scorrono via meno veloci di quel che lascerebbe pensare la loro brevità, ma la digeribilità degli stessi dipende molto da quanto vi troviate affini con temi e prosa di Gray. Al netto di qualche episodio davvero originale (ho adorato L’uomo davanti) il mio consiglio è di sfogliare il libro, possibilmente nella vostra libreria indipendente vicino a casa, leggere qualche racconto e farvi una vostra idea: i primi assaggi possono essere veloci, ma potrebbero farvi venire voglia del pasto completo.

In conclusione ci tengo a fare un plauso alla casa editrice Pidgin, che oltre ad aver portato in Italia per la prima volta questa autrice (Viscere contiene racconti apparsi sul New Yorker, su Vice e su varie altre testate, per cui non stiamo parlando proprio dell’ultima arrivata) ha un piano ambizioso e chiaro riguardo a ciò che vuole proporre: è bello vedere quanto la passione per la letteratura possa portare alla nascita di nuove realtà, e che incontrino o meno i miei gusti è un fattore secondario finché l’obiettivo finale rimane la qualità.

Racconti preferiti: Nel momento, La gente della baia, Via da, Quel che sentiva, Labirinto, Sangue, L’uomo davanti.

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Racconto in musica 18: L’ultima risata (Satoyama – Aral)

Scoprire nuove band da ascoltare è facilissimo e difficile allo stesso tempo. Di fronte alla sterminata scelta offerta dal web finisco spesso per soffrire della sindrome da Netflix, ovvero quella che mi porta a passare da un contenuto all’altro, indeciso su cosa vedere, fino a che non vedo niente perché ho passato tutto il tempo a cercare. Quando non rimango bloccato per decidere cosa ascoltare mi affido a recensioni su siti, post su facebook di amici appassionati, gruppi che hanno suonato con gruppi che già conosco: nel caso dei Satoyama sono arrivato alla fase “proviamo ad ascoltare i gruppi promossi nelle mail delle agenzie di booking” (la loro è Vertigo Concerti), e la scelta è stata ripagata ampiamente.

Attivi dal 2012, i Satoyama rappresentano un connubio musicale fra influenze molto diverse ma che riescono ad amalgamarsi alla perfezione. World music, progressive, tantissimo jazz, un mix che prende il giusto dal passato per rielaborarlo in chiave personale. Il primo disco Spicy green cube arriva nel 2015, dopo un’attività live già degna di nota soprattutto all’interno del panorama Jazz nazionale (e non solo), seguito da In Sweden del 2018 (con ospite all’interno il sax di Jonny Wartel) e Magic Forest nella primavera 2019. Per il tour di quest’ultimo album i Satoyama hanno unito l’amore per la musica a quello per l’ecologia creando il progetto Build a forest, consistente in un tour a in Russia spostandosi solo con la Transiberiana e compensando con finanziamenti dedicati all’ambiente le emissioni di CO2 dovute agli spostamenti: un motivo in più per apprezzarli.

Aral arriva direttamente dal loro ultimo album, e ascoltandola sono stato sbattuto direttamente in un fumoso jazz club di metà secolo: nella mia mente però si è affacciata sul palco non una band, ma uno stand up comedian, e la musica mi ha poi accompagnato verso la naturale evoluzione della sua scalcagnata storia. Se volete scoprirla trovate il racconto più in basso, dopo la splendida canzone che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

L’ultima risata

Ai tempi in cui stavo a est c’era un locale che frequentavo spesso. Il barista lo chiamavano Floyd il barbiere, non sapevo perché visto che non si chiamava Floyd e di certo non faceva il barbiere. Non era il tipo ciarliero che cerca di spingerti a berne un altro, se ne stava perlopiù in silenzio, ma sapeva ascoltare e quando parlava diceva le cose giuste al momento giusto. Ogni tanto improvvisavo uno spettacolo lì, senza cachet, anche se avrei potuto chiedere una bella cifra: come amante ero infedele, come amico inaffidabile, ci tenevo a dimostrare che a qualcuno almeno ci tenevo.

Come sempre quando la fortuna era dalla mia facevo di tutto per sprecarla. Frequentavo bische, bevevo troppo, cominciai a esagerare anche sul palco. Floyd mi teneva a freno, con un’occhiata mi faceva capire chi potevo colpire e chi no, ma una sera che mi ero fatto un Old Fashioned di troppo mi scagliai su un tipo che, giuro, sembrava un pinguino. Completo nero, naso adunco, superava i cento chili e camminava a piccoli passi. Lo torturai un po’, qualcosa sulla dieta a base di pesce e la moglie da trovare allo zoo, ma quando vidi lo sguardo di Floyd feci caso ai due scagnozzi al bancone: ci risiamo, mi dissi.

A fine spettacolo mi chiusi in camerino. Qualcuno se la prendeva sempre per le mie battute, ma desistevano quando Floyd gli allungava un bicchierino: stavolta temevo che l’alcool non sarebbe bastato. Avevo un sesto senso per i pericoli, devi svilupparlo se sbarchi il lunario parlando male degli altri su un palco, perché non si era attivato? Pensai di scappare, ma sapevo che essere pestato in un camerino è meglio che essere ammazzato in un vicolo. Per tenere la mente occupata feci su una sigaretta: la cartina nel palmo della mia mano tremava mentre la riempivo di tabacco.

Me l’ero appena messa in bocca quando sentii bussare. Era Floyd, per fortuna, ma la sua espressione mi fece capire che il pericolo non era scampato.

Parlò tanto per una volta. Disse che il pinguino era un pezzo grosso, uno a cui dovevo già dei soldi senza nemmeno saperlo, e per farla franca dovevo scucire il malloppo e fare i bagagli. Se dopo l’alba fossi stato ancora in giro di certo non avrei visto il tramonto.

Sospirai. Floyd mi aiutò a raccattare le mie cose, mi accompagnò alla stazione, mi allungò anche due bigliettoni: non avevo più niente in tasca. Fu lì, sui gradini di un bus diretto a sud, che gli chiesi perché lo chiamavano Floyd il barbiere.

Disse che lavorava per il pinguino, un tempo, e aveva dovuto far fuori un tipo. Volevano le prove, ma quello non aveva documenti e non poteva mica portarsi il cadavere appresso. Il tipo era famoso per il suo ciuffo, così portò quello. Il tipo si chiamava Floyd, il resto potevo intuirlo da solo.

Si avvicinò per sussurrarmi qualcosa. Se torni, mi disse, manderanno me. Abbi cura dei tuoi capelli.

Un buon amico, Floyd, di quelli che trovi una volta nella vita. Salii sul bus, mi accomodai, addormentandomi senza sapere che la mia fortuna finiva quella notte.

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Piccoli istanti di musicale bellezza

Quando ho aperto questo blog avevo le idee abbastanza chiare: i racconti dovevano essere il vero motore del progetto, gli articoli la mia opportunità di dire quel che mi pareva su cosa mi pareva. Da questo punto di vista l’articolo di oggi rappresenta proprio il classico divertissement fine a sé stesso, nient’altro che un modo di condividere brevi momenti di musica che mi hanno emozionato negli anni e che sono riusciti a stamparsi nella mia memoria. Non solo canzoni, ma attimi specifici all’interno delle stesse, tanto che ve li segnalerò secondo per secondo.

Kyuss – 50 Million year trip (Downside up)

I Kyuss furono una scoperta fondamentale intorno ai vent’anni. Rappresentavano il lato oscuro (almeno per me) della musica alternative anni 90, quella che a Cerano, in provincia di Novara, a differenza del grunge non riusciva ad arrivare: lo stoner faceva meno notizia, non passava in televisione (almeno non agli orari in cui la guardavo io) ed ero troppo sfigato per conoscere gente con gusti così raffinati. Blues for the red sun, il loro secondo album, mise a fuoco il suono di Josh Homme e soci, una miscela granitica gonfia di frequenze basse (aneddoto che i più sgamati conosceranno : Homme registrò la sua chitarra con un amplificatore da basso) che in questo brano è ben rappresentata. Io voglio però farvi concentrare sui secondi che vanno da 5:04 a 5:11, quando una chitarra solo lievemente distorta fa capolino solitaria: quel suono mi ha sempre fatto impazzire, e avrei tanto voluto ricrearlo con la mia chitarra…se solo non fossi stato così incostante nel mio approccio alla sei corde.

Mudhoney – Sweet young thing ain’t sweet no more

Eccola, la Seattle del grunge, nella sua versione che ha fatto meno soldi. I Mudhoney sono stati fra i primi a far parte della scena, a firmare per la Sub Pop, eppure il grande pubblico se li è filati solo di striscio. Alfieri del fuzz, tanto che il loro primo album si chiama Superfuzz Bigmuff (altro aneddoto per le masse: sono due effetti di chitarra, e questo probabilmente lo sapete, il primo dei quali pare fosse stato vinto da Mark Arm in una scommessa con Kurt Cobain), seppur ammorbiditi ancora oggi vivono e lottano con noi a suon di accordi grezzi e acidi. Come quello che potete sentire all’inizio di questo pezzo, una bella introduzione nel mondo della band che ha capito come sopravvivere al grunge e vivere felice.

Red Fang – Wires

Torniamo allo stoner, ma senza lasciare i suoni acidi. I Red Fang stanno sempre nel North West, precisamente a Portland, e oltre che per i suoni grossi e corposi si fanno notare per una propensione ai video folli seconda forse solo ai Foo Fighters. Wires da questo punto di vista è il meglio che vi possa capitare di vedere se avete un minimo di senso dell’umorismo, e se andate a sentire l’intervallo fra 1:34 e 1:48 sentirete un po’ di fragranti note di chitarra intrise di amorevole distorsione.

Russian Circles – Harper Lewis

Sempre Stati Uniti (stavolta Chicago) ma diverso genere. I Russian Circles di qui sono già passati, fanno un bel post-rock strumentale e con l’album Station, seppure non ancora ai loro massimi livelli, riescono a mettere in fila alcune canzoni degne di nota: su tutte Harper Lewis, caratterizzata da una struttura mutevole perfettamente orchestrata che la rende per me uno dei pezzi migliori della band. Posizionatevi fra 1:42 e 1:54 per sentire un suono di basso che sta lì sotto tranquillo, a far da tappezzeria, ma che a me fa impazzire con la sua presenza malevola (ok, prendete quest’ultimo termine con le pinze). Poi ascoltate tutto il brano da capo, più volte se possibile.

Zu – Ostia

Arrivo finalmente in Italia, atterrando in quel di Roma. Gli Zu, eccellenza capitolina nel campo della musica sperimentale (jazz-core basso/batteria/sax inizialmente, per poi esplorare negli ultimi anni sonorità sempre più ampie), sono riusciti a crearsi negli anni un grosso seguito e ad attirare l’attenzione di un certo Mike Patton (uno che ci vede lungo, dato che ha da poco collaborato con gli Zeus! in un album tributo ai The Cramps) che, nel 2009, fece uscire il loro Carboniferous per la Ipecac Recordings. La traccia d’apertura è proprio Ostia, un brano dall’energia pazzesca che mi manda in visibilio quando, fra 3:29 e 3:39, Massimo Pupillo si prende la scena e tira fuori dal suo basso dei suoni che fatico a capire come faccia a creare.

Morkobot – Ultramorth

L’Italia, nel bel mondo dell’underground, è terra di band dalle formazioni particolari: c’è chi fa a meno del basso e lo sostituisce con un’altra chitarra, come i Muschio o gli ultimi Valerian Swing, chi elimina gli strumenti a corde e fa metal coi fiati (Ottone Pesante) e chi, come i Morkobot, raddoppia invece la quota di bassi e piazza un lamierone fra i piatti della batteria. Ritengo Morbo il miglior album della loro carriera, e se devo pensare a un intervallo godurioso nella loro musica la prima cosa che mi viene in mente è quello fra 4:32 e 4:54 in Ultramorth, traccia d’apertura del disco: due bassi che dialogano su frequenze siderali, caciara ma con classe.

Bancale – Frontiera

Avrete già capito, arrivati a questo punto, che la carrellata di brani porta in luoghi strani. Nel caso dei Bancale il territorio è caratterizzato da ampi spazi, liriche recitate con enfasi da Luca Barachetti, radi accordi di chitarra e una batteria suonata in piedi (come ricordo da un loro live al Balla coi cinghiali, ultima edizione in quel di Bardineto). Particolari, probabilmente o li si ama o li si odia: ne ho parlato ad una ragazza alla nostra prima uscita insieme, stranamente è ancora la mia fidanzata e la amo anche per questo. Frontiera è il pezzo che dà il nome anche al loro unico (purtroppo) disco, e visto che la batteria finora non si è presa il suo spazio diamoglielo per tutto il finale del brano, o quasi: andate a 5:07 e cercate di rimanere fermi.

Johnny Mox – They told me to have Faith and all I got was the Sacred Dirt of my Empty Hands

Piccolo passo indietro. Quando scoprii i Kyuss il mio più grande sogno da musicista era (lo è tuttora) suonare in una situazione come questa, attorniato dai fan senza nessuna barriera fra chi suona e chi ascolta. Andai a vedere i Lightning Bolt al Leoncavallo solo per provare quella sensazione dall’altro lato della “barricata”, e invece suonarono sul palco: che delusione. Mi capitò invece di trovarmi in quella situazione al primo, storico Miodi al Circolo Magnolia di Segrate, con i Nurse Nurse Nurse: alla batteria c’era il reverendo Johnny Mox. Anni dopo, cambiato genere e messosi in proprio, diede alle masse l’album Obstinate sermons e nella prima traccia, dal titolo troppo lungo per riscriverlo per intero, in vari punti dimostra come si possa fare a meno di una batteria se si è abili nel beatbox: ascoltate fra 1:19 e 1:59 ad esempio.

Queens Of The Stone Age – In the fade

Josh Homme in questo articolo è particolarmente invadente, ma se i Qotsa finiscono qui dentro non è grazie a lui. Una delle collaborazioni più durature della band californiana infatti è quella con Mark Lanegan, nome di punta della scena alternativa statunitense (Screaming Trees, Mad Season, oltre alla sua band personale) nonché a mio parere la voce più bella del panorama musicale mondiale: ascoltate il suo roco splendore fra 1:05 e 1:13 di questa In the fade (tratta da quello che, diversamente dalla maggioranza, considero il loro album migliore, Rated R), pura emozione. Potessi cantare così sarei un uomo felice, ma temo ci vogliano troppe sigarette e whisky per mettermici sotto a quarant’anni passati.

Edda – Ragazza porno

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma nel caso di Mark Lanegan penso che la sua anima risieda in gola. Una cosa del genere posso arrivare a pensarla anche di Stefano Rampoldi, in arte Edda, pure se il suo modo di cantare è distante anni luce: sgraziato, ironico, ma incredibilmente intenso. Ragazza porno è una delle tracce più belle contenute in Stavolta come mi ammazzerai, e a renderla tale è il modo in cui Edda urla tutta la sua disperazione nel finale del brano: fossi in voi la ascolterei tutta, ma se proprio siete senza cuore e volete tutto e subito andate a 2:09 e preparatevi a soffrire.

Fuck Buttons – Stalker

È tardi, sono quasi le due di notte e io sto dimostrando a me stesso che si possono passare più di tre ore del proprio (scarso) tempo libero a scrivere di cose che, se va bene, guarderanno al massimo in dieci persone. Nella speranza di essere smentito passo e chiudo con una delle mie fisse degli ultimi anni, ovvero quei Fuck Buttons che ho già omaggiato qui. Se Slow Focus non è l’album definitivo della storia poco ci manca, e Stalker è solo uno dei tanti brani che meriterebbero la luce dei riflettori: dovendo però dare un po’ di spazio ai synth mi è sembrato giusto farlo con quella fantastica ascesa che si compie in una manciata di secondi da 6:36, il vertice dell’esplosione sonora del brano. Se siete arrivati fino a qui BRAVI! Come premio vi beccate il video con immagini dall’omonima pellicola del maestro russo Andrej Tarkovskij, film che vi consiglio seriamente di recuperare.

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Racconto in musica 17: Spazio subdurale (Metz – Sink)

Per la seconda settimana consecutiva ho un’ospite all’interno della rubrica dedicata ai racconti ispirati da canzoni, e non potrei esserne più felice. Questa volta tocca a Riccardo Fumagalli, che di sé dice che “scrive da anni, ma se ne è accorto da poco”. Teenager di mezza età, mai uscito dagli anni 90, ha pubblicato racconti su  ‘tina ,  Grafemi ,  Pidgin  e  decomP. Con Enrico Prevedello organizza i Racconti del Bar Z , con base a Padova e scampagnate in altre librerie indipendenti d’Italia. Oltre che scrittore è un grande appassionato di musica, come ben testimonia la sua mini rubrica “ Risacche Sonore ” curata per La Balena Bianca, quindi gli lascio volentieri la parola per presentare il brano che ha ispirato il suo racconto.

“Ne è passato di tempo da quando Nigel Tufnel, nel meraviglioso mockumentary Spinal Tap, ci mostrava con orgoglio come la manopola del suo amplificatore arrivasse “up to eleven”, mettendo così a nudo la vana ossessione per il volume. Viene da domandarsi perché, quarant’anni più tardi, ha ancora senso ascoltare i Metz, una band che metterà a dura prova i vostri timpani.

Ha senso perché usare il volume non significa semplicemente alzare l’amplificatore a 11, ma significa saper gestire una forza enorme per veicolare un messaggio. I Metz, formazione a tre canadese, hanno dimostrato di saper controllare questo elemento fin dal loro omonimo album di esordio, uno schiaffo in faccia senza compromessi che già lasciava intendere che non si trattava di una fortunata uscita di un gruppo di ragazzi casinisti. In Strange Peace, l’album del 2017 che contiene Sink, i Metz raggiungono una notevole maturità nella composizione: oltre al loro caratteristico uso della ripetizione, che aggiunge una dimensione ipnotica ai loro suoni abrasivi, troviamo una componente melodica che rende il disco fresco e attuale senza mai scivolare verso il pop. Il volume è protagonista anche nella produzione: i suoni talvolta gracchianti lasciano intuire il livello di casino che ci dev’essere stato nello studio di registrazione, tale da superare il limite della strumentazione. Ci viene da pensare ai Big Black, o ai Nirvana di In Utero, e infatti il produttore è Steve Albini, il mago del caos, maestro nel rendere tutta la crudezza del live in studio. Questo pezzo, Sink, è il momento di pausa per le orecchie, la borraccia di gatorade in mezzo a una tirata di 36 minuti che potrebbe essere la perfetta colonna sonora di un mosh pit o di un attacco d’ansia. Ma non è una ballata, e l’effetto tregua è solo apparente: tolto il frastuono rimangono i droni sonori e le melodie ma non si perde in volume, a dimostrazione che per farsi sentire non è necessario alzare l’amplificatore al massimo.”

Il ritmo e la ripetizione ossessiva del brano trovano un perfetto rimando nelle atmosfere create da Riccardo nel suo racconto, che potrete leggere subito sotto al link. Al solito vi auguro buon ascolto, e buona lettura.

Spazio subdurale, di Riccardo Fumagalli

Alla fine non ha fatto male come pensavo. È durato così poco che il concetto di dolore è diventato obsoleto prima che il segnale potesse percorrere il breve tratto che mi ha separato dal passaggio della lama. 

Nasco per una seconda volta, un passaggio sconosciuto nel nostro ciclo di metamorfosi. Sono diventato un lepidottero che non potrà mai tornare indietro a raccontarlo. Non emergo alla luce ma sprofondo nel buio, anche se il concetto di buio non mi appartiene più. Era solo un segnale con cui gli occhi mi avvisavano dell’assenza di luce, ora i sensi hanno smesso di comunicare: si sono spenti, liberandomi dall’onere di elaborare l’inesauribile mole di informazioni che mi passavano senza sosta. L’unica sensazione residua è quella di poter controllare le dita delle mani, di poter ancora sentire il solletico ai piedi. Non avrei mai immaginato di percepire il mio corpo anche dopo la separazione da esso ma, d’altronde, tutto quello che conoscevo prima ora non ha alcun valore, devo ripensare tutto. Sono qualcosa di nuovo, un evaso dalla prigione che mi teneva in vita, mi libro senza restrizioni in un piano esistenziale sconosciuto dove il breve lasso di tempo del mondo che ho sempre conosciuto potrebbe durare per me – per il nuovo me – per sempre.

Non sono più asservito al processamento di dati, le mie sinapsi non devono più dedicarsi a far battere un cuore, muovere le gambe, azionare lo sfintere: ho smesso di essere al servizio di un corpo che ora non esiste più. Sono solo un veicolo gelatinoso di segnali elettrici che compongono la mia identità e, libero dalla zavorra, posso esplorare infinite dimensioni, reinventare il concetto di tempo.

Penso a dove può essere ora la testa che mi contiene, mi irrita che quel mondo inferiore e superato da un milione di anni possa ancora influire su di me. Riesco a percepire ogni connessione neuronale, le posso consapevolmente governare una ad una e vedo il frattale infinito dei reticoli informativi. Accedo a tutto, e creo possibilità esponenziali. Il film della vita l’ho visto e modificato così tante volte che non so nemmeno chi fosse la persona di cui sono stato un organo, e non mi importa. Resetto tutto, libero nuovi spazi e corro verso il muro epistemologico per infrangerlo.

Ma non ci riesco, perdo slancio. La materia che mi nutre è in balìa del passato, a ogni conteggio manca una molecola di ossigeno. Se solo potessi staccarmi, se solo potessi confidare il semplice segreto dell’eternità. Sto rallentando, vorrei stare qui per sempre, mi basterebbe anche solo galleggiare ma sento le dita che si muovono, il vecchio corpo mi trascina con sé.

E affondo.

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Idee per un nuovo cinema horror

In presentazione di uno dei racconti su questo blog mi ponevo una domanda: perché il cinema horror non sfrutta il giorno e la luce come ambientazione? Per quanto sia difficile creare tensione senza utilizzare i cliché tipici del genere (soprattutto il jump scare è ormai abusatissimo, e utilizzato pure nei trailer per truccare da spaventoso un film con ogni probabilità banale) ci sono film che, negli ultimi anni, sono riusciti a sfruttare una buona dose d’inventiva per dire qualcosa di nuovo. Me ne vengono in mente tre in particolare, forse non perfetti ma in grado di portare una ventata di originalità nel genere.

I tuoi incubi non spariranno all’alba: Midsommar di Ari Aster

Cosa potrà mai andare male in un posto così accogliente?

Qualche anno fa, durante una delle serate a base di film trash che organizzavamo fra amici, sono incappato in un piccolo gioiello di comicità involontaria che avrebbe fatto impazzire anche Ed Wood. Il film si chiama Il bosco 1, è un horror che fa il verso a La casa di Sam Raimi (se vi state chiedendo il perché dell’uno nel titolo sappiate che il regista, immotivatamente fiducioso, sperava di farne uno o più sequel) ma sbaglia più o meno tutto quello che si può sbagliare: movimenti di camera frenetici dopo i quali non succede niente, una trama a dir poco confusa, attori senza un briciolo di talento (la palma di migliore la vince a mani basse la poveretta che è stata costretta a recitare con un accento inglese ricalcato da quello delle imitazioni della Tatcher a Striscia la notizia) ed effetti speciali casalinghi lo rendono indimenticabile solo per chi, come me, riesce a entusiasmarsi di fronte alla bellezza dell’orrido. Perché ne parlo? Perché nel finale la protagonista, dopo essere sfuggita all’orrore del bosco (che ce l’ha messa tutta per farle avere salva la vita), arriva in una radura dove il sole la accoglie e lei ringrazia un fantomatico “signore della luce”: in un mondo giusto sarebbe finita direttamente in mezzo alla comunità di Midsommar.

Ari Aster, enfant prodige del cinema horror che già con Hereditary si era fatto parecchio notare (infilando anche lì delle scene che riuscivano a creare tensione senza bisogno delle ombre), con il suo secondo film ha deciso di alzare l’asticella e creare un horror che si svolge perlopiù alla luce del giorno. Trasportando in una comunità idilliaca in Svezia alcuni dei suoi feticci narrativi (famiglie problematiche in primis), Aster non cerca l’originalità tanto nella trama, perché sappiamo fin da subito che cinque giovani che si infilano in una festa pagana non potranno uscirne illesi, quanto nel modo in cui farla procedere. Midsommar si prende i suoi tempi, non ha fretta di mostrare ciò che la comunità sta preparando per i suoi festeggiamenti, ma quando lo fa il tutto accade con naturalezza e viene mostrato come se fosse una cosa normalissima…solo che di normale non c’è proprio niente.

Loro non se l’aspettavano

Personalmente ritengo che il ritmo del film rallenti troppo in alcuni momenti, ma va dato atto ad Aster di avere una visione globale in cui anche i difetti fanno parte dell’estetica con cui ha deciso di raccontare la storia che aveva in mente. Sdoganare l’orrore alla luce del sole è poi, ovviamente, il suo maggior merito, e aspetto di vedere chi raccoglierà la sfida.

Il male che ti raggiunge lentamente: It follows di David Robert Mitchell.

Non sai quando, ma ti raggiungerà

David Robert Mitchell non è un nome noto dell’horror, tanto che il suo esordio dietro la macchina da presa è stato con una commedia romantica mentre il suo ultimo film, Under the Silver Lake, è un neo noir, ma quando nel 2014 fece uscire It follows riuscì ad attrarre l’attenzione degli appassionati. Questo piccolo horror indipendente, caratterizzato da un’estetica anni ottanta nonostante sia ambientato ai giorni nostri, è infatti riuscito a sfruttare in maniera del tutto originale l’idea della forza malvagia che ossessiona i protagonisti.

La trama gira intorno a una sorta di maledizione che si trasmette sessualmente, come fosse una malattia venerea: chi ne viene infettato deve “disfarsene” alla stessa maniera, pena l’essere perseguitato da un’entità che assume forme sempre diverse e non si ferma di fronte a niente. Il concetto è abusato, ma l’idea interessante è quella di dipingere le figure che perseguitano la protagonista come persone qualunque, indistinguibili a una prima occhiata (ma hanno sempre qualcosa che non va), e soprattutto caratterizzate dalla lentezza. Con questa precisa scelta il regista riesce a creare un tipo diverso di tensione, perché non è tanto la pericolosità della forza sovrannaturale a permeare il film quanto la sua inesorabilità: sfuggire alle sue manifestazioni è relativamente semplice (spesso le apparizioni sono annunciate platealmente), ma doverlo fare per sempre logora mentalmente…e come ulteriore scherzetto la maledizione è anche retroattiva, ovvero torna a chi l’ha passata se la vittima successiva viene uccisa. Un incubo potenzialmente senza fine, come quelli che non svaniscono alla luce del sole.

Soffrire per un male superiore: Martyrs di Pascal Laugier.

Fino a qui tutto (relativamente) bene

Rispetto ai due casi precedenti Martyrs è un elemento anomalo. Uscito nel 2008, nel pieno di una riscoperta del genere horror in Francia iniziata con Alta tensione di Alexandre Aja, l’opera seconda di Pascal Laugier venne associato anche a una corrente cinematografica piuttosto controversa: il torture porn.

Termine coniato principalmente per film come Hostel e Saw – L’enigmista (ma applicato retroattivamente, scopro da una veloce ricerca, anche a film come Salò o le 120 giornate di Sodoma), il torture porn è un sottogenere del cinema horror caratterizzato dalla notevole brutalità e dalla presenza a vario titolo di elementi come mutilazioni, sadismo, nudità e tortura. Ma se Hostel usa un semplice pretesto per giustificare la sua violenza (ricchi che pagano per torturare la gente) e Saw, alzando un poco l’asticella, esplora una motivazione più profonda ma comunque personale per le azioni di Jigsaw, Martyrs fa ancora meglio e porta tutto su un piano ancora più alto.

Il film si apre con una ragazzina, Lucie, che fugge da un magazzino abbandonato, dopo essere stata costretta a subire delle torture. Diventata adulta, ma ancora traumatizzata dall’esperienza, cerca vendetta uccidendo tutti i membri di una famiglia che, stando alle sue ricerche, sono coloro che l’hanno segregata anni prima. La accompagna Anna, un’amica cresciuta con lei in orfanotrofio, che di fronte alle azioni di Lucie viene però attanagliata dai dubbi sulla sanità mentale della ragazza, sulla colpevolezza delle vittime e, soprattutto, sui motivi che hanno portato alle torture subite. Laugier non ha fretta di scoprire le proprie carte, mantenendo a lungo l’interrogativo riguardo a quanto le azioni di Lucie abbiano o meno senso, ma quando lo fa il film prende tutta un’altra piega. Senza fare spoiler, cosa che ho cercato di evitare lungo tutto il corso di questo articolo (ok, tranne che per Il bosco 1), posso solo dire che la posta in gioco si alza notevolmente, e la motivazione di tanta violenza diventa una questione universale: quanto è giustificabile il male se viene perpetrato per un “bene” superiore? La genialità di Martyrs, a mio parere, sta proprio qui, nel rendere l’efferatezza delle sue scelte funzionale al racconto e non usandola come mezzo sensazionalistico. Nota a margine: la Blumhouse, solitamente garanzia di buoni risultati a fronte di bassi budget (un esempio? Scappa – Get out), ha prodotto un remake del film nel 2015 che, come succede quasi sempre, non riesce a essere all’altezza dell’originale.

In maniere completamente diverse Midsommar, It follows e Martyrs rappresentano validi esempi di come elementi scenici (la luce), di ritmo (la lentezza) e di senso (la motivazione) possono essere usati per dire qualcosa di originale all’interno del cinema dell’orrore. E voi quali film pensate debbano assolutamente essere ricordati per carica innovativa negli ultimi anni? Segnalatemeli nei commenti, e ampliamo insieme la filmografia necessaria per un nuovo cinema horror.

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Racconto in musica 16: Al ghiaccio (Orville Peck – No glory in the west)

Da queste parti sono passati finora pochi ospiti, così ho pensato di andarmeli a cercare. Magari non lo sapete, ma esiste in Italia un ricco sottobosco di riviste letterarie validissime (se fate un salto qui potete trovare un sacco di informazioni utili) di cui ‘tina è un po’ la madrina. Fondata nel lontano 1996 dallo scrittore, editor e autore televisivo Matteo B. Bianchi, sulle pagine di questa rivista hanno scritto negli anni gente come Tiziano Scarpa, Paolo Nori e Roberto Camurri. È lì che ho trovato anche Riccardo D’Aquila.

Nato nel 1992 a Chieti, città dove risiede e che ama e odia in egual misura, Riccardo è cresciuto a pane e fumetti americani e preferisce film e romanzi in cui o si chiacchiera molto o per niente. È laureato in sociologia e criminologia, ma scrivere storie è l’unica cosa che gli interessa. Su ‘tina sono apparsi ben due suoi racconti, “Termini e condizioni” sul numero 33 e “Zia Dot” sul numero 34, molto diversi come tono ma accomunati dalla stessa cura nei dialoghi. Ho provato a contattarlo, e in poco tempo sono riuscito a coinvolgerlo nella sfida di condensare in un numero limitato di battute la sua prosa. Il racconto c’era già, una storia che parla di un certo tipo di solitudine, così malinconica e profonda da diventare preziosa e avvolgente, come un freddo abbraccio: mancava la canzone a cui abbinarlo, e lì la magia del caso ci ha messo lo zampino, trovando la collocazione ideale nell’ultima canzone di Orville Peck.

Attivo dal 2017, Orville Peck è una figura misteriosa vestita da cowboy che si nasconde dietro una maschera di latex dalle frange lunghe. Di lui si sa pochissimo: sconosciuta l’età, il vero nome, l’unica notizia certa è la sua omosessualità apertamente dichiarata, che gli sta permettendo di rovesciare il concetto di Lone Ranger virile e senza paura. Ha pubblicato due album di un country arioso e senza tempo, di cui il primo prodotto dalla beneamata Sub Pop che fin dai tempi del grunge vive e resiste con noi, e sia musicalmente che visivamente la sua No glory in the west e il racconto di Riccardo sembrano fatti l’una per l’altro: quando mi ha suggerito l’abbinamento non potevo che essere d’accordo.

Il titolo del racconto, Al ghiaccio, evoca sia il freddo che la parola abbraccio, gelo e calore che escono tanto dalle note quanto dalle parole. Sotto trovate, al solito, il video della canzone e il racconto, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Al ghiaccio, di Riccardo D’Aquila

Gli stivali spostavano la neve, mentre il vento gonfiava il pastrano. Fischi lontani andavano a morirgli nelle orecchie, arrivati dalle cime scolpite col silenzio.

Non sapeva quanta strada mancava né quanta se n’era lasciata alle spalle. Ogni scorcio gli pareva uguale e infinito, ma non aveva paura. Era come essere lì da sempre, stanco e infreddolito, senza nessuno.

Era solo.

Era quando lo capiva che ricordava cosa c’era stato, alla luce del camino, tra le trapunte cucite a mano. Loro, così stretti da sembrare fusi. Gli aveva preso la mano e se l’era portata alla guancia, baciandone il palmo, gli occhi nei suoi e poi chiusi, fino al mattino.

A quanti passi era quel tepore? Era davanti o dietro, all’inizio o alla fine del suo cammino? Non lo sapeva più. C’era stato, se c’era stato, o doveva ancora esserci, forse. Gli bastavano il ricordo e l’attesa, che non riusciva più a distinguere.

In quel momento lo tenevano vivo solo il gelo e il sapore del sangue nella gola. Era con quelli che riusciva a capire di esserci ancora, dal cappello allo sperone. Il resto era solo una fantasia nella sua testa.

Puntò lo sguardo dritto all’orizzonte e fece un altro passo in avanti. Vide il precipizio e la cresta bianca e blu, fino alla fine.

Tutto era così lontano.

Così lontano.

Eppure, ne fu sorpreso, andava bene.

Sì, andava bene lo stesso.

Anche il freddo, fosse solo per quel momento, lo sapeva scaldare.

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Musica e sport volume 1: Il ciclismo

Ammetto di aver pensato a un articolo sul rapporto fra musica e sport partendo da un pugno di canzoni, e con l’intenzione di limitare il discorso alla musica indipendente. Poi ho fatto l’errore di chiedere consiglio al riguardo ad amici e conoscenti su Facebook, la lista si è allungata a dismisura e a quel punto non me la sentivo di escludere tutte le canzoni che mi sono state suggerite. Il risultato sarà quindi una serie di articoli, divisi per sport (laddove almeno ce ne sia la possibilità), e si comincia con uno di quelli che più ha solleticato la fantasia degli artisti per la sua stessa natura “eroica”: il ciclismo.

I grandi del passato

I ciclisti che hanno fatto la storia hanno ovviamente stuzzicato la fantasia dei cantautori, e molti di loro non sono riusciti a fare a meno di dedicargli una canzone. Francesco De Gregori è stato il primo che mi è venuto in mente, visto che con la sua Il bandito e il campione ha celebrato non solo un grande atleta ma anche una storia curiosa e degna di un romanzo (che infatti è stato scritto), quella dell’amicizia fra Costante Girardengo ed il bandito Sante Pollastri. Non un’amicizia, ma una rivalità infiammò invece l’Italia nel dopoguerra, quella fra Gino Bartali e Fausto Coppi, immortalati da due diversi cantautori: Paolo Conte con Bartali, di cui è celebre il verso che paragona la china del suo naso alla tristezza di una salita, e Gino Paoli con Coppi. E visto che sono arrivato a citare il gran capo della SIAE all’interno di un blog che cerca di far conoscere la musica indipendente sento di dover fare ammenda pregandovi di cliccare su questo link.

La SIAE non vi passerà mai la borraccia

Altra grande rivalità è stata quella fra Felice Gimondi e Eddy Merckx, ben rappresentata nella canzone di Enrico Ruggeri Gimondi e il cannibale e, con vena più goliardica, da Elio e le storie tese: per quanto la fama di eterno secondo che Gimondi si è portato dietro sia stata poi giustamente ridimensionata, nella loro Sono felice gli Eelst rimarcano giustamente che “non è facile nella vita scoprire che c’è anche Eddy Merckx”, uno che era stato soprannominato “Il cannibale” non certo per caso.

Pantani, l’eroe moderno

Sarà per gli innegabili meriti sportivi, per la sua parabola tragica e per la sua ancora più tragica fine ma nessun ciclista ha ispirato canzoni negli ultimi anni quanto Marco Pantani. Ne hanno cantato gli Stadio (…e mi alzo sui pedali), gli ha dedicato la sua Uomo in fuga il cantautore Riccardo Maffoni, ma la canzone a cui sono più affezionato, per quanto la prenda larga, è M.P. nella B.G. (riferimento alla biglia gigante con l’effige di Pantani visibile nella storica sede di Mercatone Uno, chissà se almeno quella è sopravvissuta al fallimento della catena) di Giorgio Canali & Rossofuoco: nel testo di Canali il ciclista diventa un emblema degli sconfitti in un’Italia che ha già trovato qualcosa di diverso per cui esaltarsi, che sia Luna Rossa o le “due vetture rosse in testa”, un tributo senza patetismi ma con tanta energia.

Gli (ingiustamente) meno noti

La canzone di Canali è simbolo di un modo diverso di approcciarsi all’argomento che è emblematico della musica indipendente tutta. È da questo sottobosco che emergono alcune delle storie più curiose, come quella di Alfonsina Strada, tradotta in note dai Têtes de bois (autori di un intero album sul ciclismo, Goodbike) nella loro Alfonsina e la bici, unica donna a partecipare al Giro d’Italia (nel 1924, quando pur arrivando fuori tempo massimo fu tra i 33 che conclusero la corsa su 90 partecipanti) e pioniera della parificazione fra sport maschile e femminile. Epica ma semisconosciuta anche la storia di Johan Van Der Velde (l’uomo nella foto in apertura dell’articolo), ciclista olandese che gli Offlaga Disco Pax ricordano nella loro Tulipani, la canzone che mi ha dato l’idea per confezionare questi articoli: al Giro d’Italia 1988 fu protagonista di una fuga solitaria sul Gavia innevato, terminata con un principio di congelamento durante la discesa e l’arrivo con quarantasette minuti di ritardo. Vale la pena di ascoltare come Max Collini e soci raccontano questa vicenda, che potete ascoltare qui sotto.

In tema di discese chiudo citando la canzone dei Bepi & The Prismas, Falco Saoldèl, dedicata a un ciclista che di soddisfazioni se ne è tolte molte ma che gli annali ricordano meno di altri, Paolo Savoldelli. Vincitore di due giri d’Italia, buono scalatore ma soprattutto ottimo discesista, Savoldelli me lo ricorderò sempre recuperare tutti lanciandosi come un pazzo lungo i tornanti di montagna, motivo che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Falco” e lo ha fatto diventare uno dei miei miti sportivi.

La lista non è ovviamente esaustiva, se volete quindi segnalarmi altre canzoni siete liberi di commentare qui sotto. Al prossimo appuntamento, quando si parlerà di calcio e ci saranno ancora più canzoni da farvi sentire.

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Racconto in musica 15: Il circolo del ricordo (Fuck Buttons – Year of the dog)

Sono sempre alla ricerca del “next big thing” musicale, che nella mia accezione significa trovare qualcosa che mi piaccia e che suoni nuovo alle mie orecchie. Anni fa, recensendo dischi, finii per conoscere l’etichetta Supernatural Cat, facendomi una cultura sul genere Doom che mai prima di allora avevo frequentato. In tempi più recenti, stimolato dalla mia ignoranza in materia, ho cercato di approfondire il mondo della musica elettronica, con tanta curiosità e poche soddisfazioni: una di queste, incrociata per caso grazie a un post di facebook, è stata scoprire i Fuck Buttons.

Attivi musicalmente dal 2004, i Fuck Buttons (Andrew Hung e Benjamin John Power, quest’ultimo anche dietro al progetto Blanck Mass) arrivano all’esordio nel 2008 con Street Horrrsing, che già mostra i prodromi dell’atteggiamento musicale del duo: un incrocio fra post-rock (il produttore è John Cummings, chitarrista dei Mogwai), drone e, ovviamente, tanta elettronica. L’anno dopo è il turno di Tarot Sport, in cui scompare la voce e si presentano ritmiche tribaleggianti, ma è con Slow Focus del 2013 che secondo me viene raggiunto l’apice del loro percorso musicale. In Slow Focus c’è un atteggiamento che definirei “modulare” alla musica, un continuo gioco al rialzo in cui nessun elemento viene abbandonato ma viene aggiunto sempre qualcosa, fino a giungere a picchi di epicità che fanno venire i brividi: quando ascolto The red wing ho SEMPRE la pelle d’oca, anche a distanza di anni, e posso dire con certezza che canzone e album stanno comodamente nella mia top ten musicale.

Nonostante il mio amore viscerale per The red wing (ci ho scritto pure un post su facebook che sfiorava l’autoanalisi, per cui fatemi un favore e andatevela a sentire) la canzone che mi ha ispirato per questo racconto settimanale è un’altra. Year of the dog, seconda traccia di Slow Focus, è un brano ipnotico che, per usare le parole spese per l’album in questa azzeccatissima recensione trovata su Ondarock, ricorda l’eterno ritorno del tutto: a questo concetto mi sono ispirato per creare una storia che si svolge in un tempo brevissimo ma potenzialmente infinito, sullo sfondo di una parata del capodanno cinese. Come al solito vi auguro buon ascolto, e buona lettura.

Il circolo del ricordo

Li ripercorre, nel ricordo, anche dopo anni, e quegli istanti le si ripresentano nitidi, dilatandosi, i secondi che diventano minuti, come in slow motion, la testa del drago che si muove sinuosa, le fauci aperte, gli occhi neri come la pece, le spire del corpo che si contorcono, infilzate da pali di legno, i muscoli lucidi del ragazzo che ne sorregge un segmento, tende le braccia, inspira, espira, i capelli madidi che gli si schiacciano sulla fronte, il braccio di suo padre che si allunga, avvolto nella tela cerata, il dito che indica il balcone, la girandola appesa alla ringhiera che sputa serpentine di fuoco, illumina le mura di uno stinto beige, le facce della gente accalcata, sprizza scintille sulla folla protetta da un muro variopinto di ombrelli e impermeabili, le grida di festa, i rimbrotti di protesta, sempre più vicini, un movimento tellurico fra le persone, discontinuo, un uomo che scansa la calca, si fa largo a fatica, agita le braccia e rotea gli occhi, spalancati, dirige i propri passi verso il corteo, i suonatori di tamburo che si avvicinano, le bacchette che rullano, le pelli che fanno rimbalzare le gocce di pioggia, l’uomo che cade ai loro piedi, spinto dalla folla, disteso a terra, bagnato e sporco, alza gli occhi e trova le spire del drago, scaglie rosso fiammante, lucide, le guarda affascinato prima di voltarsi, seguire l’eco di un grido, un uomo vestito di nero fra i tamburi, il cappello calato sugli occhi, la mano che si alza, una pistola stretta in pugno e due colpi che esplodono, coperti dalle grida, dai tamburi, dai fuochi d’artificio e dalla pioggia che scroscia, tempesta il corpo dell’uomo che ancora a terra, gli occhi che iniziano a chiudersi, si volta, e stramazzando al suolo guarda lei, ritta sulle spalle del padre, che in quel giorno di festa, l’avvento dell’anno del cane, ha il suo primo incontro con la morte, la vede negli occhi dell’uomo, neri, negli occhi del drago, neri, la sente entrare nei suoi occhi, neri, colmi di lacrime che si confondono con la pioggia, e mentre l’assassino scompare, la folla si disperde, il corteo avanza ignaro, lei si chiede la motivazione di quell’atto violento, il senso di quegli attimi terribili, e non trovando una risposta li ripercorre, nel ricordo, anche dopo anni, e quegli istanti le si ripresentano nitidi…

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La colonna sonora della fragilità: Fiori recisi, il nuovo album de Il silenzio delle vergini

È un esperimento molto particolare e lodevole quello che fanno gli Il silenzio delle vergini nel loro terzo album, Fiori recisi: partendo da una base musicale che pesca principalmente dall’oscurità della new wave e dall’ariosità del post-rock, spruzzando il tutto di elettronica, la band costruisce un percorso in cui la voce di Cristina Tirella si limita a vocalizzi evocativi e le parole sono affidate a brani tratti da film. Una sorta di colonna sonora immaginaria di una storia unica composta da vari frammenti, che rinsalda la commistione di influenze che è alla base del progetto, nato nel 2016 e arrivato all’esordio l’anno seguente con l’album Colonne sonore per cyborg senza voce, ispirato fra le altre cose dall’anime Cyborg 009 di Shōtarō Ishinomori.

Il filo conduttore del disco sembra essere la fragilità, visto che il titolo esprime un concetto che la stessa band spiega: “siamo tutti dei piccoli fiori e nella vita abbiamo passato momenti che ci hanno recisi”. Gli inserti audio parlano di vite problematiche, come nel caso della title track dove l’esperienza di una ragazza vittima di cyberbullismo ci viene sbattuta in faccia dalla sua stessa voce o di Non ho più paura, la traccia di apertura, dove è la malattia a insinuarsi gradualmente, ma anche la tranquillità di certi momenti è relativa: l’atmosfera lieve di Cuore di farfalla include un frammento spensierato di Buon compleanno Mr. Grape, film in cui un giovane Leonardo di Caprio interpreta la parte di un ragazzo autistico, mentre Radici di paradiso nel suo breve inserto non può certo esplicitare completamente la parabola di caduta e redenzione del Leon di Luc Besson.

Facciamo un gioco

Musicalmente il disco è vario, con basso e batteria a creare il sottofondo e chitarra e tastiere a colorare il tutto, pur mantenendo quasi sempre una certa vena ansiogena di sottofondo. Fra episodi cupi ed elettronici come Necessità e sfoghi distorti trattenuti a stento fino a metà brano come Mental code passa una sottile linea di disagio, un effetto claustrofobico che permea anche le canzoni più ariose come Cenere, testo poetico adagiato su un tappeto elettronico che ricorda certe atmosfere di Vangelis. Quello che manca però è l’energia, anche laddove i suoni si fanno più muscolari.

i brani di Fiori recisi sono perlopiù indecisi fra la volontà di avere una forma canzone e la necessità di mettersi al servizio degli estratti audio, stazionando in un limbo che impedisce di dare una struttura coesa al lavoro. Non aiuta che gli estratti siano spesso confusi, disturbati o mantenuti a livello troppo basso, una scelta stilistica che amplifica l’effetto finale: quello di un collage sonoro ben architettato e suonato, pieno di influenze, ma così voglioso di andare da più parti contemporaneamente che alla fine non riesce a prendere una direzione precisa. Gambino è un esempio emblematico: ad una base sonora che pesca anche dall’industrial si aggiunge un monologo di Morgan Freeman tratto da Le ali della libertà, ma quando c’è la voce la musica si defila e al posto di uno spoken word ben amalgamato si ottiene un brano dove voce e musica collaborano solo saltuariamente.

Fiori recisi è un’occasione mancata, perché emergono dovunque tecnica e creatività. C’è il coraggio di sperimentare con le strutture ma non coi volumi, un’ispirazione originale ma confusa, la voglia di raccontare qualcosa che si scontra con quella di intessere tessuto sonori. Se gli Il silenzio delle vergini (nome dicotomico di per sé, visto che è l’unione di due film distanti fra di loro come Il silenzio degli innocenti e Il giardino delle vergini suicide) riusciranno a dare ordine alla loro bulimia creativa si ritroveranno di sicuro con un disco molto migliore di questo, senza bisogno di strafare.

Potete farvi una vostra idea ascoltando l’album dal link qua sotto:

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