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Piccoli istanti di musicale bellezza

Quando ho aperto questo blog avevo le idee abbastanza chiare: i racconti dovevano essere il vero motore del progetto, gli articoli la mia opportunità di dire quel che mi pareva su cosa mi pareva. Da questo punto di vista l’articolo di oggi rappresenta proprio il classico divertissement fine a sé stesso, nient’altro che un modo di condividere brevi momenti di musica che mi hanno emozionato negli anni e che sono riusciti a stamparsi nella mia memoria. Non solo canzoni, ma attimi specifici all’interno delle stesse, tanto che ve li segnalerò secondo per secondo.

Kyuss – 50 Million year trip (Downside up)

I Kyuss furono una scoperta fondamentale intorno ai vent’anni. Rappresentavano il lato oscuro (almeno per me) della musica alternative anni 90, quella che a Cerano, in provincia di Novara, a differenza del grunge non riusciva ad arrivare: lo stoner faceva meno notizia, non passava in televisione (almeno non agli orari in cui la guardavo io) ed ero troppo sfigato per conoscere gente con gusti così raffinati. Blues for the red sun, il loro secondo album, mise a fuoco il suono di Josh Homme e soci, una miscela granitica gonfia di frequenze basse (aneddoto che i più sgamati conosceranno : Homme registrò la sua chitarra con un amplificatore da basso) che in questo brano è ben rappresentata. Io voglio però farvi concentrare sui secondi che vanno da 5:04 a 5:11, quando una chitarra solo lievemente distorta fa capolino solitaria: quel suono mi ha sempre fatto impazzire, e avrei tanto voluto ricrearlo con la mia chitarra…se solo non fossi stato così incostante nel mio approccio alla sei corde.

Mudhoney – Sweet young thing ain’t sweet no more

Eccola, la Seattle del grunge, nella sua versione che ha fatto meno soldi. I Mudhoney sono stati fra i primi a far parte della scena, a firmare per la Sub Pop, eppure il grande pubblico se li è filati solo di striscio. Alfieri del fuzz, tanto che il loro primo album si chiama Superfuzz Bigmuff (altro aneddoto per le masse: sono due effetti di chitarra, e questo probabilmente lo sapete, il primo dei quali pare fosse stato vinto da Mark Arm in una scommessa con Kurt Cobain), seppur ammorbiditi ancora oggi vivono e lottano con noi a suon di accordi grezzi e acidi. Come quello che potete sentire all’inizio di questo pezzo, una bella introduzione nel mondo della band che ha capito come sopravvivere al grunge e vivere felice.

Red Fang – Wires

Torniamo allo stoner, ma senza lasciare i suoni acidi. I Red Fang stanno sempre nel North West, precisamente a Portland, e oltre che per i suoni grossi e corposi si fanno notare per una propensione ai video folli seconda forse solo ai Foo Fighters. Wires da questo punto di vista è il meglio che vi possa capitare di vedere se avete un minimo di senso dell’umorismo, e se andate a sentire l’intervallo fra 1:34 e 1:48 sentirete un po’ di fragranti note di chitarra intrise di amorevole distorsione.

Russian Circles – Harper Lewis

Sempre Stati Uniti (stavolta Chicago) ma diverso genere. I Russian Circles di qui sono già passati, fanno un bel post-rock strumentale e con l’album Station, seppure non ancora ai loro massimi livelli, riescono a mettere in fila alcune canzoni degne di nota: su tutte Harper Lewis, caratterizzata da una struttura mutevole perfettamente orchestrata che la rende per me uno dei pezzi migliori della band. Posizionatevi fra 1:42 e 1:54 per sentire un suono di basso che sta lì sotto tranquillo, a far da tappezzeria, ma che a me fa impazzire con la sua presenza malevola (ok, prendete quest’ultimo termine con le pinze). Poi ascoltate tutto il brano da capo, più volte se possibile.

Zu – Ostia

Arrivo finalmente in Italia, atterrando in quel di Roma. Gli Zu, eccellenza capitolina nel campo della musica sperimentale (jazz-core basso/batteria/sax inizialmente, per poi esplorare negli ultimi anni sonorità sempre più ampie), sono riusciti a crearsi negli anni un grosso seguito e ad attirare l’attenzione di un certo Mike Patton (uno che ci vede lungo, dato che ha da poco collaborato con gli Zeus! in un album tributo ai The Cramps) che, nel 2009, fece uscire il loro Carboniferous per la Ipecac Recordings. La traccia d’apertura è proprio Ostia, un brano dall’energia pazzesca che mi manda in visibilio quando, fra 3:29 e 3:39, Massimo Pupillo si prende la scena e tira fuori dal suo basso dei suoni che fatico a capire come faccia a creare.

Morkobot – Ultramorth

L’Italia, nel bel mondo dell’underground, è terra di band dalle formazioni particolari: c’è chi fa a meno del basso e lo sostituisce con un’altra chitarra, come i Muschio o gli ultimi Valerian Swing, chi elimina gli strumenti a corde e fa metal coi fiati (Ottone Pesante) e chi, come i Morkobot, raddoppia invece la quota di bassi e piazza un lamierone fra i piatti della batteria. Ritengo Morbo il miglior album della loro carriera, e se devo pensare a un intervallo godurioso nella loro musica la prima cosa che mi viene in mente è quello fra 4:32 e 4:54 in Ultramorth, traccia d’apertura del disco: due bassi che dialogano su frequenze siderali, caciara ma con classe.

Bancale – Frontiera

Avrete già capito, arrivati a questo punto, che la carrellata di brani porta in luoghi strani. Nel caso dei Bancale il territorio è caratterizzato da ampi spazi, liriche recitate con enfasi da Luca Barachetti, radi accordi di chitarra e una batteria suonata in piedi (come ricordo da un loro live al Balla coi cinghiali, ultima edizione in quel di Bardineto). Particolari, probabilmente o li si ama o li si odia: ne ho parlato ad una ragazza alla nostra prima uscita insieme, stranamente è ancora la mia fidanzata e la amo anche per questo. Frontiera è il pezzo che dà il nome anche al loro unico (purtroppo) disco, e visto che la batteria finora non si è presa il suo spazio diamoglielo per tutto il finale del brano, o quasi: andate a 5:07 e cercate di rimanere fermi.

Johnny Mox – They told me to have Faith and all I got was the Sacred Dirt of my Empty Hands

Piccolo passo indietro. Quando scoprii i Kyuss il mio più grande sogno da musicista era (lo è tuttora) suonare in una situazione come questa, attorniato dai fan senza nessuna barriera fra chi suona e chi ascolta. Andai a vedere i Lightning Bolt al Leoncavallo solo per provare quella sensazione dall’altro lato della “barricata”, e invece suonarono sul palco: che delusione. Mi capitò invece di trovarmi in quella situazione al primo, storico Miodi al Circolo Magnolia di Segrate, con i Nurse Nurse Nurse: alla batteria c’era il reverendo Johnny Mox. Anni dopo, cambiato genere e messosi in proprio, diede alle masse l’album Obstinate sermons e nella prima traccia, dal titolo troppo lungo per riscriverlo per intero, in vari punti dimostra come si possa fare a meno di una batteria se si è abili nel beatbox: ascoltate fra 1:19 e 1:59 ad esempio.

Queens Of The Stone Age – In the fade

Josh Homme in questo articolo è particolarmente invadente, ma se i Qotsa finiscono qui dentro non è grazie a lui. Una delle collaborazioni più durature della band californiana infatti è quella con Mark Lanegan, nome di punta della scena alternativa statunitense (Screaming Trees, Mad Season, oltre alla sua band personale) nonché a mio parere la voce più bella del panorama musicale mondiale: ascoltate il suo roco splendore fra 1:05 e 1:13 di questa In the fade (tratta da quello che, diversamente dalla maggioranza, considero il loro album migliore, Rated R), pura emozione. Potessi cantare così sarei un uomo felice, ma temo ci vogliano troppe sigarette e whisky per mettermici sotto a quarant’anni passati.

Edda – Ragazza porno

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma nel caso di Mark Lanegan penso che la sua anima risieda in gola. Una cosa del genere posso arrivare a pensarla anche di Stefano Rampoldi, in arte Edda, pure se il suo modo di cantare è distante anni luce: sgraziato, ironico, ma incredibilmente intenso. Ragazza porno è una delle tracce più belle contenute in Stavolta come mi ammazzerai, e a renderla tale è il modo in cui Edda urla tutta la sua disperazione nel finale del brano: fossi in voi la ascolterei tutta, ma se proprio siete senza cuore e volete tutto e subito andate a 2:09 e preparatevi a soffrire.

Fuck Buttons – Stalker

È tardi, sono quasi le due di notte e io sto dimostrando a me stesso che si possono passare più di tre ore del proprio (scarso) tempo libero a scrivere di cose che, se va bene, guarderanno al massimo in dieci persone. Nella speranza di essere smentito passo e chiudo con una delle mie fisse degli ultimi anni, ovvero quei Fuck Buttons che ho già omaggiato qui. Se Slow Focus non è l’album definitivo della storia poco ci manca, e Stalker è solo uno dei tanti brani che meriterebbero la luce dei riflettori: dovendo però dare un po’ di spazio ai synth mi è sembrato giusto farlo con quella fantastica ascesa che si compie in una manciata di secondi da 6:36, il vertice dell’esplosione sonora del brano. Se siete arrivati fino a qui BRAVI! Come premio vi beccate il video con immagini dall’omonima pellicola del maestro russo Andrej Tarkovskij, film che vi consiglio seriamente di recuperare.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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