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Racconto in musica 18: L’ultima risata (Satoyama – Aral)

Scoprire nuove band da ascoltare è facilissimo e difficile allo stesso tempo. Di fronte alla sterminata scelta offerta dal web finisco spesso per soffrire della sindrome da Netflix, ovvero quella che mi porta a passare da un contenuto all’altro, indeciso su cosa vedere, fino a che non vedo niente perché ho passato tutto il tempo a cercare. Quando non rimango bloccato per decidere cosa ascoltare mi affido a recensioni su siti, post su facebook di amici appassionati, gruppi che hanno suonato con gruppi che già conosco: nel caso dei Satoyama sono arrivato alla fase “proviamo ad ascoltare i gruppi promossi nelle mail delle agenzie di booking” (la loro è Vertigo Concerti), e la scelta è stata ripagata ampiamente.

Attivi dal 2012, i Satoyama rappresentano un connubio musicale fra influenze molto diverse ma che riescono ad amalgamarsi alla perfezione. World music, progressive, tantissimo jazz, un mix che prende il giusto dal passato per rielaborarlo in chiave personale. Il primo disco Spicy green cube arriva nel 2015, dopo un’attività live già degna di nota soprattutto all’interno del panorama Jazz nazionale (e non solo), seguito da In Sweden del 2018 (con ospite all’interno il sax di Jonny Wartel) e Magic Forest nella primavera 2019. Per il tour di quest’ultimo album i Satoyama hanno unito l’amore per la musica a quello per l’ecologia creando il progetto Build a forest, consistente in un tour a in Russia spostandosi solo con la Transiberiana e compensando con finanziamenti dedicati all’ambiente le emissioni di CO2 dovute agli spostamenti: un motivo in più per apprezzarli.

Aral arriva direttamente dal loro ultimo album, e ascoltandola sono stato sbattuto direttamente in un fumoso jazz club di metà secolo: nella mia mente però si è affacciata sul palco non una band, ma uno stand up comedian, e la musica mi ha poi accompagnato verso la naturale evoluzione della sua scalcagnata storia. Se volete scoprirla trovate il racconto più in basso, dopo la splendida canzone che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

L’ultima risata

Ai tempi in cui stavo a est c’era un locale che frequentavo spesso. Il barista lo chiamavano Floyd il barbiere, non sapevo perché visto che non si chiamava Floyd e di certo non faceva il barbiere. Non era il tipo ciarliero che cerca di spingerti a berne un altro, se ne stava perlopiù in silenzio, ma sapeva ascoltare e quando parlava diceva le cose giuste al momento giusto. Ogni tanto improvvisavo uno spettacolo lì, senza cachet, anche se avrei potuto chiedere una bella cifra: come amante ero infedele, come amico inaffidabile, ci tenevo a dimostrare che a qualcuno almeno ci tenevo.

Come sempre quando la fortuna era dalla mia facevo di tutto per sprecarla. Frequentavo bische, bevevo troppo, cominciai a esagerare anche sul palco. Floyd mi teneva a freno, con un’occhiata mi faceva capire chi potevo colpire e chi no, ma una sera che mi ero fatto un Old Fashioned di troppo mi scagliai su un tipo che, giuro, sembrava un pinguino. Completo nero, naso adunco, superava i cento chili e camminava a piccoli passi. Lo torturai un po’, qualcosa sulla dieta a base di pesce e la moglie da trovare allo zoo, ma quando vidi lo sguardo di Floyd feci caso ai due scagnozzi al bancone: ci risiamo, mi dissi.

A fine spettacolo mi chiusi in camerino. Qualcuno se la prendeva sempre per le mie battute, ma desistevano quando Floyd gli allungava un bicchierino: stavolta temevo che l’alcool non sarebbe bastato. Avevo un sesto senso per i pericoli, devi svilupparlo se sbarchi il lunario parlando male degli altri su un palco, perché non si era attivato? Pensai di scappare, ma sapevo che essere pestato in un camerino è meglio che essere ammazzato in un vicolo. Per tenere la mente occupata feci su una sigaretta: la cartina nel palmo della mia mano tremava mentre la riempivo di tabacco.

Me l’ero appena messa in bocca quando sentii bussare. Era Floyd, per fortuna, ma la sua espressione mi fece capire che il pericolo non era scampato.

Parlò tanto per una volta. Disse che il pinguino era un pezzo grosso, uno a cui dovevo già dei soldi senza nemmeno saperlo, e per farla franca dovevo scucire il malloppo e fare i bagagli. Se dopo l’alba fossi stato ancora in giro di certo non avrei visto il tramonto.

Sospirai. Floyd mi aiutò a raccattare le mie cose, mi accompagnò alla stazione, mi allungò anche due bigliettoni: non avevo più niente in tasca. Fu lì, sui gradini di un bus diretto a sud, che gli chiesi perché lo chiamavano Floyd il barbiere.

Disse che lavorava per il pinguino, un tempo, e aveva dovuto far fuori un tipo. Volevano le prove, ma quello non aveva documenti e non poteva mica portarsi il cadavere appresso. Il tipo era famoso per il suo ciuffo, così portò quello. Il tipo si chiamava Floyd, il resto potevo intuirlo da solo.

Si avvicinò per sussurrarmi qualcosa. Se torni, mi disse, manderanno me. Abbi cura dei tuoi capelli.

Un buon amico, Floyd, di quelli che trovi una volta nella vita. Salii sul bus, mi accomodai, addormentandomi senza sapere che la mia fortuna finiva quella notte.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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