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La parola magica di Anna Siccardi, un nuovo romanzo di racconti targato NNE

È strano parlare di un libro di cui si è vista la genesi, anche se molto parzialmente. Ho conosciuto infatti l’autrice de La parola magica, Anna Siccardi, frequentando la scuola Belleville di Milano, e ricordo di averla sentita parlare di un progetto legato ai dodici passi del programma di recupero degli Alcolisti Anonimi. Di quel periodo ricordo anche un suo piccolo racconto nato da un esercizio della scuola, la storia di un gruppo di bambini che organizza una corsa di lumache ai tempi del fascismo, delicato e inquietante al tempo stesso: uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a recuperare il libro a breve distanza dalla sua uscita.

Pur nella sua diversità di stile La parola magica mi ha ricordato A misura d’uomo di Roberto Camurri. Come in quel libro si intersecano le vite di vari personaggi, unite da fili sottili che diventano più evidenti man mano che si procede con la lettura, anche se in questo caso l’ambientazione è urbana (Milano al posto della “provincia cronica” di Fabbrico) e gli eventi si svolgono in un arco di tempo più limitato, escluso qualche flashback. Se l’esordio di Camurri è stato definito un romanzo in racconti mi sento di associare alla stessa categoria anche il libro della Siccardi, che conferma l’abilità della casa editrice NNE nello scovare nuovi talenti.

I protagonisti del romanzo hanno tutti qualche problema, piccolo o grande che sia, che hanno cercato di superare sprofondando a tempi alterni nelle dipendenze. Leo, che conosciamo nel primo racconto Minibar, ci è ancora invischiato completamente; Irene sta cercando faticosamente di uscirne con costose sedute dalla psicologa che non sembrano aiutarla; Anna se l’è lasciata indietro, ma il presente porta nuove sfide da affrontare, nello specifico un padre incarcerato a San Vittore. Incrociando i destini di questi e altri personaggi in maniera più o meno diretta, Anna Siccardi li accompagna verso l’accettazione di sé seguendo il percorso dei dodici passi citati in apertura, collegando ognuno di questi a uno dei capitoli del romanzo. Non tutti avranno il coraggio di affrontare apertamente i propri demoni, altri troveranno nuove compulsioni con sostituire quelle vecchie, ma il percorso li cambierà tutti profondamente.

Pur avendo una scrittura piacevole e scorrevole, abile nel tratteggiare le vicende senza dire più del necessario, ammetto di essere stato catturato completamente da La parola magica solo al quarto capitolo, Membrana. La vicenda di un impiegato delle pompe funebri, finito a fare quel lavoro per caso e che scopre di esserci in qualche maniera portato, e del suo incontro con due fratelli che hanno appena perso la madre è di una delicatezza rara.

“La membrana è un’apnea, una commozione cerebrale, anche chi si professa ateo si trova a parlare con il suo morto, a chiedergli di che colore vorrebbe le rose e da quale requiem vorrebbe essere accompagnato. E tu puoi sentirti un semplice burocrate, uno spazzino, ma io credo di essere anche qualcosa di più, come un prete prima del prete: lui accompagna il defunto a Dio, io sono l’ultimo tramite d’amore per chi resta.

Membrana

La parola magica è intriso di immagini che ti si stampano in testa, una selezione del reale che prende situazioni particolari descritte come se fossero normalissime e viceversa. È facile pensare al Carver di Cattedrale in Buio, quando Chiara si ritrova ad accompagnare un cieco al cinema, molto più difficile è non sfigurare di fronte a questo paragone: Anna Siccardi ci riesce, mantenendo una misura invidiabile fra ciò che è necessario dire e ciò che non lo è.

“Si chiese come mai i comandamenti fossero dieci e invece i passi fossero dodici. Qualcosa era sfuggito, evidentemente, al manuale d’istruzioni. I comandamenti mancanti avrebbero potuto essere Non rompere le cose che ami e Non anelare a ciò che non desideri. Gli parve di non aver fatto altro in vita sua: infrangere due comandamenti invisibili.

Soffio

Un esordio decisamente notevole, sorretto da personaggi credibili in cui è facile riconoscersi. La parola magica è un libro che parla più di sconfitte che di vittorie (un altro elemento comune a Carver), e non mi sentirei di consigliarlo a chi cerca l’happy ending a tutti i costi, ma grazie all’ironia di cui è costellato qua e là è possibile sorridere dei fallimenti dei protagonisti, che sono un po’ anche i nostri.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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