Racconto in musica 168: Canto sotterraneo (Blonde Redhead – A cure)

Quando c’è un divorzio, si sa, raramente le cose vanno come dovrebbero andare: non ci si lascia grat* di quello che si è condiviso ma ci si dà battaglia, che sia per l’affidamento dei figl*, del cane o delle tazzine di caffè di cui a nessun* frega davvero qualcosa, ma il punto è diventato vincere a tutti i costi anche se così perdono tutt*. Se poi la coppia che scoppia è famosa può anche mantenere un rigoroso silenzio mediatico, ma saranno i media stessi ad alimentare questo gioco al massacro con illazioni, allusioni, controllo sistematico dei social media ed ipotesi derivanti da questo controllo mediatico.

Come? No, non sto parlando dei Ferragnez, ma di Dan Harmon e Justin Roiland, i creatori di quella che secondo me è una delle serie animate migliori degli ultimi anni: Rick and Morty. Non conosco bene la vicenda che ha portato alla loro separazione (potevi informarti, direte giustamente voi), ho appena letto le dichiarazioni rilasciate da Harmon nel novembre 2023 e scopro che alla base della rottura ci sono anche vicende ben più problematiche di quel che pensavo (tipo che Roiland possa aver usato il suo ascendente su fan adolescenti per adescarl*, accuse archiviate secondo l’articolo che ho letto ma che fanno comunque venire un brivido lungo la schiena), ma quello su cui vorrei concentrarmi è altro: la settima stagione della serie. Ne ho letto peste e corna prima ancora che uscisse, articoli che senza che si fosse ancora visto qualcosa titolavano “la peggior stagione di sempre”, pure dopo la release (come dicono quell* che hanno studiato inglese) pessime critiche (di cui ho letto solo i titoli perché non volevo spoiler), tutto immagino perché cazzo, si è rotta la coppia creativa alla base dello show, mica si aggiusterà così facilmente il tutto, no? E invece sì.

A me la settima stagione di Rick and Morty è piaciuta. Vi dirò, mi è piaciuta più di altre stagioni. Mi allargo ulteriormente: l’episodio That’s Amorte, in cui Morty scopre che i gustosissimi spaghetti con cui Rick rifocilla la famiglia sono estratti dai corpi delle persone suicidatesi su un altro pianeta, è uno degli episodi migliori dell’intera serie nonché una incredibile critica del capitalismo, del nostro riuscire a vivere con il macigno di scelte terribili se c’è qualcun* disposto a rassicurarci che va bene così e mille altre elucubrazioni mentali. Mi chiedo quanto la critica preventiva sia diventata critica a tutto tondo solo perché si è pensato che la serie non potesse essere più la stessa dopo il divorzio (creativo) della coppia che gli ha dato i natali, perché un episodio del genere a me ha ricordato uno degli altri migliori in assoluto, A Ricklantide, che a dispetto del titolo si svolge completamente nella Cittadella dei Rick (lo so, voi che non siete appassionat* non ci state capendo niente: facciamo che lo prendete come un consiglio a recuperare la serie, ok?) e riesce a toccare corde profondissime pur nella sua violenza splatterosa e sarcastica e nell’idiozia che ne contraddistingue lo stile.

Ma perché racconto tutto questo? Perché spreco tutte queste righe in un sabato mattina prepasquale invece di andare dritto al punto e guadagnare del tempo per, che so, farmi una passeggiata fintanto che c’è un raggio di sole o scaccolarmi nel letto mentre accarezzo il gatto? Perché nell’episodio A Ricklantide la splendida chiusura, come già in un altro episodio che non vi cito se no vi vien voglia di sopprimermi, è affidata all’intensa For the damaged coda dei Blonde Redhead, uno di quei brani che anche da solo è capace di farti lacrimare pesantemente e che associato alle immagini acuisce il magone: e guarda un po’, oggi parliamo proprio dei Blonde Redhead.

A permettermi di farlo è Matteo Quaglia, che prima di tutto ha accettato di scrivere per questo blog e poi ha accettato anche che il suo racconto fosse associato alla band in questione. Nato nel 1988 in un piccolo paese del nord-est italiano, fin da piccolo si appassiona ai libri e ancora oggi è un entusiasta lettore, il che lo costringe ad acquistare periodicamente nuovi scaffali (problema che conosco bene, visto che sto valutando di mettere delle librerie in un corridoio già stretto di suo). Dalla lettura alla scrittura il passo è breve, dallo scrivere allo scrivere bene invece di strada ce n’è molta di più da fare: Matteo l’abbiamo cercato e voluto proprio perché lo fa benissimo, e potete rendervene conto dalla qualità dei suoi racconti che, non per niente, sono stati pubblicati su una moltitudine di riviste come Nazione Indiana, l’inquieto, Bomarscé, Altri animali, Malgrado le mosche, inutile (questo potete ascoltarlo, e già che ci siete fatelo anche con questo), Rivista Blam, Pastrengo, Risme (sul numero 9), Narrandom, Crack, Clean… Che faccio, lascio? No, aggiungiamoci anche l’antologia 2021 de I racconti dello schioppettino, e chissà quanto d’altro c’è che i potenti mezzi di Tremila Battute (ci crede ancora qualcuno che sono potenti?) non sono riusciti a scovare. Seguitelo e leggetelo, ne vale la pena.

Vale la pena sicuramente anche di seguire la trentennale carriera dei Blonde Redhead, ma io sono un lavativo e li ho frequentati solo a spizzichi e bocconi, mangiando qualche canzone qua e là: insomma, ammetto di non essere un esperto ed è una di quelle cose difficili da ammettere quando stai per partire con una filippica sul “perché sono importanti e dovreste ascoltarli”. Facciamo che partiamo con una barzelletta, eh? Tipo quella dell’italiano che va in Belgio a vedere un gruppo gallese o in Giappone a vedere un gruppo thailandese, solo che stavolta io non c’entro niente ed è la storia di come due gemelli italiani, Amedeo e Simone Pace, incontrano due musiciste giapponesi, Kazu Makino e Maki Takahashi, negli Stati Uniti, precisamente a New York, nel 1993 (l’ho fatta pure semplice, perché i fratelli Pace a tredici anni erano emigrati dall’Italia al Canada). Questo incontro segna l’inizio della storia della band, che vede inizialmente Amedeo a chitarra e voce, Makino idem, Simone alla batteria e Takahashi al basso: con questa formazione i Blonde Redhead attirano l’attenzione di un tizio qualsiasi, ovvero Steve Shelley dei Sonic Youth, che decide di produrre il loro primo disco omonimo uscito nel 1995 per la Smells Like Records. Sarà l’unico disco registrato da Takahashi che poco dopo la pubblicazione lascia la band, sostituita per un breve periodo da Toko Yasuda prima che anch’essa dia forfait, nutrendo la lista di bassist* giapponesi (ricordiamo Hiro Yamamoto dei Soundgarden) a cui il successo fa decisamente schifo.

Da lì in avanti i due Pace e Makino formeranno un trio (quasi) indissolubile, capace di pubblicare nove dischi e tre Ep fino al 2017, anno in cui si prendono una pausa prima di tornare solo l’anno scorso con Sit down for dinner (Section1). Trent’anni di musica sono tanti e prevedono solitamente evoluzioni sonore, cambi di etichetta, momenti in cui la critica ti acclama e momenti in cui il pubblico storce un po’ il naso: i Blonde Redhead non si sono fatti mancare niente di tutto questo, passando dal mix di rasoiate sonore, sussurri e urla (quando vuole Makino sembra posseduta da uno o più demoni) e raffinatezza retrò dei primi album a un’evoluzione ancora più particolare e barocca, sancita dal passaggio alla Touch & Go Records con il disco Fake can be just as good (1997) e portata alla perfezione, a mio modesto parere, con il clamoroso Melody of certain damaged lemons (2000), quello che contiene For the damaged coda (che ho scoperto essere anche nella colonna sonora di L’ultimo bacio) e altri splendidi brani che inquietano e affascinano al tempo stesso. Dal seguente Misery is a butterfly (2004) il trio passa sotto la britannica 4AD, iniziando una graduale mutazione del proprio sound verso territori più morbidi e shoegaze, riuscendo comunque a ottenere il plauso di una critica che si fa però più freddina man mano che gli album virano verso il pop, l’elettronica e la melodia davanti alle abrasioni. La fase 4AD si interrompe nel 2010, anno di Penny Sparkle, poi un veloce passaggio alla Kobalt Records per Barragán (2014) e il lungo silenzio (che permette a Makino di pubblicare un album solista nel 2019, Adult baby), interrotto nel 2023 con Sit down for dinner. L’ultimo (in ordine di tempo eh) disco dei Blonde Redhead è una sorpresa positiva per tutt*, non cerca di tornare alle asperità del passato ma è vario, profondo, morbido senza per questo essere accomodante: la band lo ha scritto prendendo spunto da una frase contenuta nel libro L’anno del pensiero magico di Joan Didion (La vita cambia velocemente. La vita cambia in un istante. Ti siedi a cena e la vita come la conosci finisce), chiudendo così un parallelo letterario/musicale iniziato intitolando il secondo disco La mia vita violenta (ispirato, il titolo come l’album, dal libro Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini) e che li rende la band perfetta per un sito come il nostro.

A cure è l’ottava traccia di Melody of certain damaged lemons, una canzone che parla in modo elusivo e poco chiaro di problematiche relazionali (le stesse che non hanno impedito ad Amedeo Pace e Kazu Makino di sposarsi, a seguito di una relazione iniziata nei primi anni di carriera) unendo le voci di Makino e Pace in un’atmosfera che oserei definire, con buona pace di Freud, “perturbante”. Sia il testo che la musica hanno convinto me e Matteo che unire il suo racconto e la canzone era cosa buona e giusta, perché come il miglior Cortázar (ma anche, paradossalmente, come il miglior Carver) la sua storia unisce sentimento e mistero, il tutto mentre qualcun* suona il citofono nel pieno della notte e la coppia protagonista si chiede se andare a rispondere o meno. Se volete sapere se lo faranno o meno (e DOVETE volerlo sapere) trovate il racconto più in basso, subito dopo la canzone a cui lo abbiamo associato: a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e toh, anche buona resurrezione di Gesù (anche se non siete credenti, vale sempre la pena di approfittare di una festività).

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Canto sotterraneo, di Matteo Quaglia

Ci svegliammo nello strascico della notte. Il citofono squillò una seconda volta, poi una terza. Non si era trattato di un sogno; del resto, a quell’ora, ciò che si doveva sognare lo si era già sognato, non restava che rotolarsi nelle lenzuola di qualche incubo dissotterrato dalle macerie del giorno precedente. Ma quello non era un incubo, o per lo meno non si era ancora manifestato come tale.

Hai sentito anche tu, chiese Anna. Feci sì con la testa. Un altro squillo, più prolungato, quasi il dito che premeva il citofono fosse sprofondato nel muro. Anna allungò il braccio e prese l’iPhone. Disse qualcosa a proposito dell’ora, o forse me lo immaginai soltanto, perché non risposi. Attendemmo in un silenzio perfetto fino allo squillo seguente, seguito da un altro squillo ancora. Secondo te chi è, chiese Anna. Risposi che non ne avevo idea, ma chiunque fosse non aveva alcuna intenzione di darsi per vinto.

Forse è un ospite giunto fuori orario, disse. Anna era solita esprimersi in questo modo. Non li chiamava clienti, bensì ospiti. Non diceva arrivato, ma giunto. Tirai su con il naso. Forse se ci rimettiamo a dormire la finiscono, disse. Forse, concessi. Però non credo sia un cliente. Ci sono degli orari precisi per il check-in. Non puoi arrivare quando vuoi.

Anna si lasciò cascare sul cuscino. Il fatto è che siamo rimasti solo noi, qui, disse. Per qualche secondo sembrò riflettere su ciò che aveva appena detto. Altri tre squilli, seguiti da un quarto. Chiamiamo i tipi della Guest house, disse. La guardai. Teneva gli occhi chiusi, o meglio, spremuti. E cosa gli diciamo, chiesi. Diciamo che c’è qualcuno che sta suonando, no, disse lei. Non credo sia un cliente, risposi. Telefonò lo stesso, ma nessuno rispose. Ci furono altri trilli, che riempirono i dieci minuti successivi. Io e Anna restammo immobili, quasi desiderassimo di non essere visti da uno spettro. Perché non la smettono, chiese. Cioè, non lo vedono che non risponde nessuno. Le domandai perché parlasse al plurale. Magari a suonare era solo una persona, qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Dissi così e me ne pentii subito. Anna sgranò gli occhi e disse che se c’era qualcuno in difficoltà, avremmo dovuto fare qualcosa. Disse chiamo la polizia. Risposi che non mi sembrava il caso. La polizia si occupa di faccende serie. Giù in strada, qualcuno iniziò a urlare. O meglio: a parlare a voce troppo alta. Mi alzai e aprii la finestra, poco, come volessi evitare alle zanzare di entrare. Non si vede niente, dissi. Forse dovremmo rispondere al citofono, disse. Forse, concessi. Ma se apriamo la camera e qualcuno è fuori in attesa di scivolare nella stanza, dissi. Anna disse smettila. Chiusi la finestra e mi sdraiai. Poi le parlai del racconto di Cortázar in cui due fratelli cedono via via lo spazio di casa loro a degli estranei oscuri. E dopo cosa succede, chiese.

Dissi vado a rispondere. Anna mi seguì. Prese la mia mano. Quando, infine, riuscii a portare la cornetta all’orecchio, era mattina.

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Dritti alla meta per la strada meno battuta: il punk fra passato e presente di Couchgagzzz e Boban

Nonostante ascolti punk da quasi trent’anni, non saprei minimamente tratteggiare una storia del genere. Comincerei dai Sex Pistols e probabilmente sbaglierei, ché di sicuro c’è stato qualcosa prima che i bene informati conoscono e di cui sanno spiegare l’evoluzione, le scissioni, gli stili, e non immaginatevi questi bene informati in giacca e cravatta ma come qualcuno che verrà a pogare con voi (magari in giacca e cravatta). Io sono cresciuto con l’hardcore melodico, andando a ritroso dai Green Day ai NOFX e anche a gruppi meno noti (in Italia almeno), e con quella corrente non ben definita che veniva catalogata come “flower punk”, realtà mutevole e vagamente disimpegnata che tiene insieme band come Punkreas, Derozer, Pornoriviste… L’elenco è sterminato, e tante di quelle band sono ancora attive senza mai essere state ampiamente rilevanti a livello nazionale, nel senso che penso che nessuno di loro campi di musica (ricordo che uno se non entrambi i fratelli Carruozzo dei Persiana Jones lavorava alle poste, e doveva prendere ferie per andare in tour). Non ho mai scavato seriamente più indietro di quel periodo fra fine anni 80 e inizi anni 2000, e pure dopo non è che sia migliorato sto granché come esploratore visto che mi sono accorto dell’enorme scena emocore nostrana con anni di ritardo. Sarà che sono innamorato di troppi generi per seguirne bene uno solo, sarà che probabilmente non potrò mai ritenermi esperto di niente per quel che riguarda la musica: qualunque sia la motivazione ho sempre la sindrome dell’impostore se devo parlare di qualcosa che mi ricorda il passato del punk, perché ho solo una sensazione e pochi riferimenti confusi a supportare la mia tesi.

Oggi, però, è il giorno in cui provo a spiegare perché i baresi Couchgagzzz e i milanesi Boban mi sembrano prendere spunto da cose che nel punk sono già state fatte, senza la pretesa di innovare ma riuscendo a gestire quelle influenze in maniera personale e meno ovvia di quanto si possa pensare. Sotto coi primi allora, e speriamo in bene.

I duri del Road House

Prendo spunto totalmente a sproposito dal recente remake de Il duro del Road House per introdurre i Couchgagzzz, poker di musicisti baresi (JJ batteria e voce, BB basso e voce, Garko chitarra e voce e Snafu synth e voce) che si definiscono “ossessionati da steroidi e sport”, passioni che hanno cercato di trasformare in musica attraverso quello che loro definiscono un incrocio di “budget rock dopato” e “synth punk”, debitore della scena rock’n’roll australiana (che non fingerò nemmeno di conoscere). Con questa descrizione io mi aspettavo qualcosa di derivativo e stortuccio tipo i Viagra Boys (foss’anche solo perché hanno fatto una canzone che si chiama Sports), ma le cose non stanno proprio così.

GOSPORTS!!!, pubblicato l’8 marzo dall’etichetta Ciqala Records, finge di tirarti dentro con l’entusiasmo di chi vuole bersene un paio prima di andare sugli spalti a tifare per il Manchester United (squadra per cui professano una fede smisurata, inneggiandola nei ritornelli dell’iniziale United), solo che sbaglia locale dove andare a bere e il paio diventa almeno quattro o cinque. I Couchgazzz ti trasportano dentro un locale dall’atmosfera ignorante con la band punkabilly sul palco e il pubblico che lancia birre in bottiglia contro la rete protettiva, ti aspetti vadano giù dritti come quella birra ma chissà perché a te l’hanno data nel boccale e solo al primo sorso ti accorgi di aver ordinato per sbaglio un palombaro e – hey! – che cazzo c’è dentro quel bicchierino, il veleno? Vanno giù in tutt’altra maniera, veloci ma sguscianti, sterzano spesso e volentieri e lo fanno donandoti sempre la voglia di saltare.

Mentre JJ alla batteria suona come se la sua vita dipendesse da quanto riesce a pestare cassa e rullante nella maniera più dritta e potente possibile gli strumenti e la voce gli saltano in groppa e improvvisano un garage punk lisergico e ironico, creano un mondo strambo in cui anche i Digimon rientrano nell’alveo dello sport e in cui gli steroidi ti portano a pogare forte e veloce nei ritornelli hardcore di Burak won ma ti lasciano anche degli strani effetti collaterali, tipo portarti in territori più psichedelici con semplici ed efficaci assoli riverberati di chitarra come quello della title track. Si sente in tutte le otto tracce del disco che ai Couchgagzzz piace un sacco divertirsi e far divertire, anche quando iniziano più compatti e marziali come in The wheel at the finish line finiscono per piazzarti ritornelli che non vedi l’ora di cantare ubriaco sotto il palco: il pregio è che riescono a farlo in una maniera molto meno immediata di quanto ci si aspetterebbe a un ascolto distratto, complicando e giocando ad allargare lo spettro pur non diminuendo mai il tiro.

Nel loro caso sono i suoni a darmi un sentore di passato, riverberi ovunque che ovattato il giusto senza sminuire l’impatto. Forse potevano osare di più col synth per dare particolarità alla miscela, ma lo strumento resta seppellito sotto gli altri (si percepisce più chiaramente in alcuni punti di Bad holes) e fa sbiadire l’etichetta “synth punk” autoaffibbiata. Non per forza un male visto che la ricetta funziona e coinvolge comunque: li vedrei bene in apertura ad un festival come il Bay Fest di Bellaria, farebbero saltare un sacco di gente.

Punk e cantautorato

Sarebbe troppo facile ridurre le influenze sonore alla base di  Quater dei Boban citando i CCCP, ma è innegabile che il mix immaginifico e musicale della band di Ferretti e soci abbia avuto il suo impatto sul duo milanese, giunto al secondo disco dopo anni di silenzio (l’esordio .fm, autoprodotto al pari di questo, è datato 2015). Lo ammettono loro stessi nella bio su Bandcamp, e come se non bastasse lo urla Christian Bobo Boniardi (voce e polistrumentista della band, che si alterna a quadi tutti gli strumenti con il sodale Ringo) in Voglio ascoltare i CCCP, palesando una fratellanza ideale che non sfocia però nello scimmiottamento: i Boban hanno infatti altre frecce al proprio arco, e le otto tracce di Quater riescono a sfoderarne parecchie.

Il cantautorato innanzitutto, quello di Jannacci per propria ammissione (ulteriore legame con la milanesità, già esplicitato nel titolo in dialetto) e quello di De André, apertamente citato attraverso “l’operaio di Fabrizio con la bomba nella testa” di Il karma non pensa, uno dei brani migliori del lotto. C’è poi il post-punk nervoso di Milano Lagos, dove la chitarra ruzzola in un assolo sporco che apre a un inaspettato finale noise, efficace mix di generi che riesce molto meno a Plotoni, che nel tentativo di unire un cantautorato elettroacustico che sta a metà strada fra i Moostroo e gli Alice In Chains e un finale arpeggiato non trova metodo migliore che operare uno stacco netto, peccato veniale ma evidente perché, vista la durata del brano, ci sarebbe stato il tempo per architettare meglio la transizione.

Se nei Couchgagzzz vince la voglia di divertirsi senza pensieri nei Boban prevale il desiderio di rappresentare uno spaccato di realtà, non per forza politico ma comunque ancorato al sociale. Testi autobiografici narrati da un Boniardi che nell’iniziale Manchester si autodefinisce un vecchio punk, meno efficace quando si mette al centro del capannello con la chitarra acustica a ricordare i fasti di Van Basten e Zidane (la conclusiva Zizou) di quanto non lo sia mentre inveisce in Joker 74 con basso, chitarra e batteria a stargli dietro dritt* e incazzat*. Il meglio i Boban lo danno però unendo le due anime, sia quando il risultato è (apparentemente) più soft in Il karma non pensa che quando spingono un po’ di più come in Agosto (canzone in cui, al pari di Voglio ascoltare i CCCP e Plotoni, è ospite alla batteria Michele Mazzon). Registrato da Luca Ciffo della Fuzz Orchestra (di cui vi esorto ad ascoltare l’ultimo progetto, la superband Traum), Quater è un disco piacevolmente urticante, non pienamente centrato in tutte le sue anime ma capace di trasmettere le emozioni di un passato che può essere ancora presente.

Sono riuscito a dire quel che volevo dire? Non lo so, intanto però sono riuscito a mettere insieme due album che, unendo le canzoni iniziali, fanno proprio il nome del Manchester United idolatrato dai Couchgagzzz: peccato che io tifo il Werder Brema

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Racconto in musica 167: Condivisione (Il Buio – Prima noi)

Mentre scrivo queste righe sono a Fà la cosa giusta, la fiera del consumo etico e degli stili di vita sostenibili che si svolge a Mi.Co., la vecchia zona fieristica milanese. Sono venuto qui a trovare la mia compagna, che lavora per una fondazione che promuove la parità di genere (e quindi, in maniera inscindibile, anche il contrasto alla violenza di genere) tramite attività sul territorio e formazione aziendale, ma anche perché la sostenibilità è un tema a cui sono molto sensibile. Questa sera andrò al centro sociale Cox 18 alla festa di compleanno dell’etichetta To Lose La Track. Poteste vedermi in questo momento avreste l’impressione, probabilmente, di un mezzo hippy vestito da capo a piedi con abiti etnici, consapevole dalla punta dei piedi ai capelli di tutte le problematiche e disparità in giro per il mondo.

Ecco, non è così.

O almeno, non è esattamente così. Faccio del mio meglio, ma il mio meglio non è questo granché. Detto che ogni gesto utile è lodevole, pena finire in una narrazione che ci toglie la voglia di agire positivamente in qualsiasi contesto (come mi ha insegnato Elena Granata nel suo libro Biodivercity), quanto detto nel primo paragrafo mostra un’immagine di me edulcorata e ben lontana della realtà. Per dire: ieri (che per voi che leggerete è l’altroieri, giusto per complicare le cose) ho mangiato una quantità di sushi che non farà la felicità della fauna ittica ed è lontano dal consumo sostenibile di pesce. Per dire: abito a metà strada fra un centro sociale (Il cantiere) e Citylife, e sono stato un sacco di volte in più nel centro commerciale vicino a casa di Chiara Ferragni e Salvatore Aranzulla. Per dire: il mio attivismo si limita fondamentalmente a questo blog e alle donazioni mensili a qualche onlus, tutte cose che posso fare senza sporcarmi le mani di persona per una qualsiasi causa. Non sono la persona peggiore del mondo, ma ho grande stima di chiunque per una causa ci mette faccia, voce, corpo e tempo e verso di loro provo gratitudine e una legittima e sacrosanta sindrome dell’impostore: tutto questo per dire che, sebbene non li conosca personalmente, gli Il Buio lottano e resistono in una maniera da cui io sono distante anni luce.

La band composta da Emiliano Fassina (chitarra), Francesco Cattelan (voce), Andrea Grigolato (chitarra), Piero Pederzolli (batteria) e Alberto Zòrdan (basso) l’ho conosciuta grazie a una delle serate di Tutto il nostro sangue, organizzate al Bloom di Mezzago da Andrea Pezzotta dei Requiem for Paola P., ed è bastato un niente ad innamorarmi della loro carica urticante e dei loro testi intelligenti ed impegnati. Originari di Thiene in provincia di Vicenza, si formano a cavallo fra il 2008 e il 2009 e già nel 2010 pubblicano il primo Ep omonimo (e autoprodotto) di cinque brani: Il buio esplicita già il legame fra testi impegnati ed elaborati con una musica che coniuga velocità e profondità, impronta hardcore che si apre a incroci fra gli strumenti (che a me fanno pensare sempre agli At The Drive-In, ma ognuno ha i propri riferimenti) e, nell’ultima canzone C’è mancato un pelo, Georg Elser (Elser è colui che, nel 1939, ideò l’attentato a Hitler in una birreria di Monaco, fallito per pochi minuti), si aprono anche a una lunga coda strumentale malinconica. Questo loro lato, pur rimanendo entro limiti diversi dalla traccia conclusiva dell’Ep (lunga oltre otto minuti), viene ulteriormente esplorato nel primo disco ufficiale della band, L’oceano quieto. Autoprodotto nel 2013 con la propria Autunno Dischi (che partorirà di lì a breve anche Ramadama degli actionmen), L’oceano buio è un disco più sfaccettato in cui la voce emerge con tutte le sue qualità, urlando ancora il proprio dissenso ma aprendosi a toni più intimi perché, come dicono loro stessi in questa intervista di Michele “V4V Records” Montagano, “a volte si può risultare molto più violenti sussurrando una frase piuttosto che urlandola a squarciagola”. Nel primo disco (anticipato da un sette pollici pubblicato dall’etichetta CORPOC, in cui oltre al proprio brano Via della realtà, 7 coverizzano Inno generazionale di noi sfigati dell’amico bergamasco Caso) mostrano le divisioni nella società contemporanea ma partendo dall’individuo, perché se è vero che la colpevolizzazione del singolo è il modo in cui il sistema cerca di dividerci è altrettanto vero che, una volta presa coscienza di questo, restare fermi a guardare è una scelta e non una costrizione: possiamo far parte dei manifestanti o del “plotone d’esecuzione istruito con poco pane e troppa televisione” che sta dall’altra parte dello schermo (Da che parte state), possiamo essere uno dei mille Mario che ogni mese cambia cellulare e magari finisce per morire in fabbrica (Marionette), a noi la scelta.

Due anni dopo la band fa uscire il sette pollici Tre passi / Gregory Peck, poi un lungo silenzio di quattro anni che porta, nel 2019, alla pubblicazione sotto Black Candy di La città appesa. Il mix di riflessione ed energia è ulteriormente affinato in otto tracce che passano dalle rasoiate di Prima noi alle mutazioni sonore di Una coperta scura, sette minuti in cui la band illustra e approfondisce il concetto per cui “la storia è sempre una guerra alla memoria” e “le tragedie che viviamo sono lo scarto di un calcolo di consenso e contabilità”: su tutto il rapporto con una città generica in cui ognuno di noi può rivedere le storture della propria (nell’intervista linkata sopra lamentavano, già nel 2013, la distruzione sistematica in provincia di Vicenza di ogni parvenza culturale legata alla musica da parte del governo ventennale della Lega Nord), perché “una città che non sa accogliere non sa cambiare / rigenera i propri mostri e li lascia invecchiare” (La città appesa). A oggi non sono usciti nuovi dischi de Il Buio ma la band continua a lottare e resistere con noi: vi invitiamo a cercarli sui loro profili social per sapere quando verranno dalle vostre parti a scardinare le orecchie e stimolare le menti.

Ascoltando mentre andavo a lavorare Prima noi, la seconda traccia di La città appesa e la canzone che più mi si era impressa in testa dopo il loro live, ho fatto una di quelle classiche coniugazioni di idee storte che mi hanno portato a chiedermi: e se i fascisti venissero trattati come una specie in via d’estinzione, da proteggere e tutelare? Sono partito da lì per coniugare in tremila battute racconti di ultrà della Pro Patria che irrompono ai concerti punk per fare rissa, un pizzico di surreale e mille domande inespresse su dove sarei io nella scena che descrivo. Fra la folla che guarda male i frequentatori del Centro Integrato? Fra i più deboli che vogliono sentirsi forti e reagiscono ai soprusi? Non certo fra i fascisti, ma temo che resterei a guardare, indignandomi comodamente sotto le lenzuola. Pensate anche voi in quale parte vi ritrovereste, leggendo il racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Condivisione

Sono proprio come dicono. Io finora li avevo visti da lontano, da soli o in piccoli gruppetti, ma sabato ero al Centro Integrato e mentre c’era questa band che suonava ne è arrivato un branco ben nutrito.

Sembrano più grossi quando sono in tanti, dovresti vederli! Hanno cominciato subito a fare brutto e ad alcuni sono spuntati perfino attributi sessuali sulla fronte, il petto o i bicipiti. Hanno puntato delle prede fra quelli che non erano in mezzo al pogo, non i più deboli ma quelli fra i più deboli che volevano sentirsi forti. Sono meno stupidi di quanto possa sembrare, li ho visti mentre si avvicinavano: usano questa tattica di dare fastidio alle persone innocue, cercando la reazione e lo scontro, poi iniziano a martellare e cazzo, è Davide contro Golia ma ancora più falsato perché lo sai, al Centro Integrato le pietre non possono mica entrare.

Ovviamente è arrivata subito la polizia. Ci han fatto uscire fuori e si era radunata già una folla che berciava e sputava insulti, e ce l’aveva più con noi che con loro. Mica ho capito bene il perché, mi sa che è per questa storia che i fasci sono una minoranza da preservare, che non ne rimangono molti e vanno protetti, anche se in giro ne vedo sempre di più e sto discorso mica lo fanno, che so, con le zanzare. Sta di fatto che ne portano via un po’ per metterli in quelle riserve speciali con le gabbie, pochi però, e ne portano via molti di più dei nostri: non i più deboli, ma quelli fra i più deboli che volevano vendetta, urlavano di fare giustizia. Mi han detto che capita spesso e che per loro la rieducazione dura di più, perché i fasci tornano in strada molto più velocemente di quelli che stanno al Centro Integrato.

Io? No, a me non mi hanno toccato. Me ne stavo bene in disparte, che un conto è divertirsi insieme e un altro è finire a fare a botte. Anche la polizia l’ha capito che non c’entravo niente, e meno male che se no mi toccava chiamare Tusaichi e farci una figura di merda, che mica vuole che frequento certi posti. Ti dico, ci son rimasto di merda e non mi è piaciuto per un cazzo quello che è successo, ma ho ringraziato davvero di avere un letto comodo in cui tornare. Il giorno dopo ho messo il like a un post che denunciava il rastrellamento, magari nei prossimi giorni lo condivido anche.

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Racconto in musica 166: Costruire un porto (Paolo Benvegnù – Il mare verticale)

Settimana scorsa ero al Book Pride, la fiera dell’editoria indipendente di Milano, uno dei motivi per cui questo blog/aspirante rivista letteraria si è preso una settimana di pausa (insieme alla nostra ben nota e fallimentare propensione al superare il senso di colpa relativo al dover essere produttivi a tutti i costi). Fra parecchi giri per gli stand e vari talk molto interessanti che si sono succeduti mi è capitato di finire a vedere Umberto Maria Giardini (ricordate? Ne abbiamo parlato qui) che parlava dei libri della sua vita: fra le varie cose uscite nella conversazione con lo scrittore Marco Amerighi UMG ha anche fatto un elogio degli anni ’90 come un periodo unico da vivere, una sorta di nuovi anni ’60 in cui, dalle sue parole, tutto sembrava bello e splendente e pieno di speranza per il futuro.

Sarà, ma io in quel periodo ero perlopiù infognato nel grunge e nel post-grunge e di queste aspettative per un futuro luminoso non vedevo neanche il riflesso. Non lo vedevo neanche a livello cinematografico perché, per dire, la fantascienza ti proponeva perlopiù cose tipo Matrix e Strange days, che non è che fossero proprio utopie positive (detto che le utopie positive nella fantascienza si contano sulla punta delle dita) e condividevano un certo immaginario dark che fatico ad associare alla speranza. Certo era un periodo di sconvolgimenti, Internet era appena arrivato (da noi) e ci sembrava, quella sì, una promessa di libertà e scambio: inoltre Umberto Maria Giardini in quegli anni era agli inizi della propria carriera (nel 1999 pubblica il primo album Natura in replay, passando anche su Mtv), e vivere un certo periodo dal di dentro di una scena musicale in formazione ti dà sicuramente un’impressione diversa rispetto a vivere lo stesso periodo nella tua cameretta ad ascoltare la radio. Quella scena, che per un ascoltatore come me poteva abbracciare i C.S.I. passando per i Marlene Kuntz e gli Afterhours (giusto per citare quelli che a fine anni ’90 erano già affermati), aveva anche un lato cantautorale che io scoprii solo più avanti, nomi tipo Marco Parente, Andrea Chimenti, lo stesso UMG e anche un cantante e chitarrista che dal 1993 al 2000 ha suonato in una band che ha avuto meno riflettori puntati rispetto ad altre, ma che ricordo con affetto anche solo per quella manciata di canzoni che mi è passata attraverso le orecchie: la band erano gli Scisma e quel cantante e chitarrista, che tuttora è attivo come cantautore, è Paolo Benvegnù.

A permetterci di parlare di lui è Gabriele Bitossi, un altro piacevole ritorno sulle schermate di Tremila Battute. Gabriele negli anni ’90 ci è nato, a differenza di me, e a differenza di me nel mondo letterario si è già fatto strada, collaborando, dopo il diploma in Sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics, con Spaghetti Comics, Kleiner Flug, Coltello Comics, Radici e Future Fiction. Proprio quest’ultima casa editrice a Book Pride festeggiava il suo decennale di attività e ci sembrava giusto segnalarvi, fra le tante opere a cui ha dato il suo contributo, La nave verde, trasposizione a fumetti di un racconto di Francesco Verso (che di Future Fiction è anche editore) che Gabriele ha sceneggiato, Pietro Depalma ha illustrato, Cristina Tomasini ha colorato ed Erica Benvenuti ha letterato: ci sembra anche un buon modo per uscire dalla fantascienza cupa e disillusa con cui sono cresciuto consigliarvi una storia che tratta di migrazione con un afflato di speranza verso il futuro, e ci sembra cosa buona e giusta anche consigliarvi la lettura del primo racconto che Gabriele (che a ottobre 2023 si è anche laureato con lode in Italianistica a Pisa) ci ha donato, che potete trovare qui.

Ripercorrere un’intera carriera trentennale è un’impresa improba, soprattutto se la si è guardata da lontano. Quella di Paolo Benvegnù poi, milanese di nascita e fiorentino d’adozione, è talmente piena di svolte, collaborazioni, progetti intra ed extra musicali che raccapezzarcisi diventa ancora più complicato: sette album in studio dal 2004, anno di Piccoli fragilissimi film (Stoutmusic/Santeria) a oggi (È inutile parlare d’amore, pubblicato a inizio anno dall’etichetta Woodworm e comprendente duetti con Brunori Sas e Neri Marcorè) più un disco dal vivo e la doppietta Delle inutili premonizioni (2021, Black Candy), una sorta di Best of in cui rilegge in versione acustica i suoi brani, e Delle inutili premonizioni – Vol. 2 (2022, sempre per Black Candy), in cui omaggia invece con delle cover artisti new wave come New Order, Tears For Fears e Faust’O; uno studio di registrazione aperto a Prato in cui ha prodotto, fra gli altri, album di Perturbazione e Terje Nordgarden; collaborazioni a pioggia con David Riondino, Stefano Bollani, Mauro Pagani, Marina Rei, C.F.F. e il Nomade Venerabile, Marta Sui Tubi e Lettera 22, giusto per citarne alcuni fra noti e meno noti; progetti paralleli come Proiettili buoni con Marco Parente, il cui omonimo album esce nel 2008, e I racconti delle nebbie, duo letterario-musicale creato con lo scrittore ed autore Nicholas Ciuferri che pubblica un disco omonimo nel 2019 e si espande a quartetto poco dopo con l’ingresso dello sperimentatore elettronico Nicola Cappelletti e di Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz; brani suoi ricantati da altre, come Il mare verticale ripreso sia da Marina Rei che da Giusy Ferreri, È solo un sogno da Irene Grandi ed Io e te da Mina (che, va detto, ha sempre avuto un occhio di riguardo per la musica indipendente). E tutto questo senza parlare degli Scisma e, a ben vedere, senza aver ancora accennato alla sua musica.

Autore di un cantautorato intimo e intenso, rock nei suoni ma dilatato nelle atmosfere, Paolo Benvegnù è soprattutto un cantore dell’amore in tutte le sue forme, perlopiù malinconiche ma intrise di poesia. Non aspettatevi però qualcosa di asettico e sentimentale perché Benvegnù riesce a toccare anche corde morbose e oscure, legate (volontariamente o involontariamente, che la storia del cantautorato è fatta anche di patriarcato introiettato) a dinamiche di possesso e non accettazione della fine: di certo raggela il testo di Quando passa lei, inserita nel suo disco d’esordio, con quel “e io non so perché la uccido” che riverbera di tutti i cosiddetti raptus di violenza dietro cui si nasconde il problema culturale che porta ai femminicidi; inquieta il rapporto simbiotico di La schiena, il “dove vai? Cosa fai? Con chi stai parlando? Cosa stai bevendo?” che esplicita un controllo e una dipendenza romanticizzata (ma non eliminata) dalla frase “è così che ogni goccia di me scava la tua schiena lentamente, con un ritmo costante/ è così che ogni goccia di te scava la mia schiena lentamente, con un ritmo costante”; ci spinge a pensare ai nostri rapporti Piccola pornografia urbana (ma quanto è bella l’immagine nella cover di Earth Hotel?), un amore intriso di manipolazione e rivalsa (“ed è per questo che io insisto per amarti/ ed è per questo che tu gioisci nell’usarmi”); e poi l’amore inteso in senso più largo, l’amore come unica salvezza di fronte ai mali del mondo, che sembra tanto banale come concetto finché non ascolti l’alternarsi di sublime e di terribile nelle strofe di Io e il mio amore, la canzone con cui Benvegnù ha partecipato alla compilation Il paese è reale promossa dagli Afterhours. C’è molto altro nella musica di Benvegnù, non certo solo questo, e molto altro anche da dire sul suo rapporto con l’amore: prendete queste righe come spunto e ascoltate, problematizzate, diffondete.

Il mare verticale è la prima traccia di Piccoli fragilissimi film, una canzone che parla di immobilità e rinascita, di momenti passati a lasciare che “le cose passino e si sfiorino/ perché non sono in grado di comprenderle” alternati ad attimi di vitalità figli dell’urgenza (“nuotare in un oceano congelato per sentire il cuore che ti esplode dentro il petto”) o destinati alla violenza (“bere il sangue del nemico solo per gustarne la diversità”). Il testo della canzone è parso a me e Gabriele un buon contraltare alle vicende di G., il protagonista del suo racconto, che al mare evocato da Benvegnù giunge solitario e affamato di libertà e ne ritorna cambiato: per quali motivi lo lascio scoprire a voi subito dopo la canzone che accompagna la vicenda, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Costruire un porto, di Gabriele Bitossi

Quella sera G. aveva sete di libertà, quindi uscì di casa e iniziò a camminare. Gli amici erano dietro ai primi amori, conditi da sbaciucchiamenti vista tramonto: lui, sempre indietro rispetto a loro, decise invece di cercare rifugio nella salsedine e nel tabacco.

Solo una volta arrivato al mare, pronto per la prima sigaretta della sua vita, si mise alla ricerca di un accendino.

Iniziò la perlustrazione delle viuzze che davano sul mare, senza trovarvi anima viva. L’unico locale aperto era un edificio enorme, diroccato, mai notato prima. Sbirciò all’interno e vide un semicerchio formato da un numero indefinibile di sedie occupate. Al centro, in piedi, c’era un uomo che stava declamando dei versi. Quando si mise a sedere una donna, prima seduta tra il pubblico, prese il suo posto. G. rimase in piedi ancora per qualche poesia, poi si avvicinò al semicerchio e si sedette sul pavimento, in contemplazione.

I versi che più lo colpirono li recitò un ragazzo che sembrava fuori contesto, anche in quel contesto già fuori di per sé. Ancora oggi ricorda quelle parole e le sussurra di notte all’ego per prendere sonno, consapevole del fatto che si sveglierà e affronterà un nuovo giorno.

“Bottiglie nel mare rivelano volontà.

Individui solitari, abbandonati,

umani come mosche bianche

racchiudono una stanza.

Formano il libro, seguono le navi.”

Dopo i versi del giovane poeta nessuno si alzò, forse per paura del confronto, forse per lasciarli riecheggiare il più a lungo possibile. Lasciarli respirare, lasciarli volare. G. attese ancora a lungo, anche dopo che le persone intorno a lui cominciarono a uscire: voleva ubriacarsi ancora, assaporare ogni istante.

Dopo qualche minuto le luci si spensero. Accese la torcia per ritrovare l’uscita e notò un accendino, abbandonato, vicino ai suoi piedi. Aprì il pacchetto, si infilò la sigaretta in bocca e tornò sui suoi passi. Tra il catrame e la nicotina, con la gola in fiamme, decise che la sera successiva sarebbe tornato in quel locale.

Da quella sera iniziò a fumare.

Da quella notte iniziò a scrivere poesie.

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Un Olocausto che non si vede: La zona d’interesse e Il figlio di Saul.

Se c’è un evento storico che, a distanza di decenni, continua ad essere ciclicamente riproposto al cinema (ma potete pure sostituire cinema con letteratura), questo è il piano di sterminio della popolazione ebraica e non solo operato dalle forze naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono mille sfaccettature attraverso cui è possibile raccontare quella vicenda, mille storie che si possono mettere in luce e che non riusciranno comunque ad essere risolutive: come si sia potuti arrivare fino a quel punto resta inspiegabile… O perlomeno ci conviene raccontarcela così, e sperare che nessuno ci chieda conto un giorno della Striscia di Gaza, del Sudan o di una delle altre tragedie che si consumano giornalmente dentro e fuori dai riflettori internazionali.

Per quanto ogni storia personale che non è ancora stata raccontata sia importante e degna di essere tramandata, vera o verosimile che sia, difficilmente sposterà la nostra opinione su chi siano l* buon* e l* cattiv*, perché quello è chiaro e ormai assodato per chiunque non sia un revisionista allucinato. Quello che resta difficile, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo cronologicamente dai fatti, è riuscire a esprimere la banalità del male Arendtiana, mostrarci la normalità dell’orrore e farci porre delle domande, cosa che non potrà mai ambire a fare, pur con tutte le buone intenzioni, L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio, che riesce solo a farci empatizzare con le vittime e, ben più pericoloso, costruire delle macchiette di fascisti che rischiano (e non penso fosse la sua intenzione) di risultare SIMPATICHE.

Ecco, in La zona d’interesse di Jonathan Glazer e Il figlio di Saul di László Nemes l* nazist* non vi potranno mai risultare simpatic*. I due film sono accomunati da almeno un paio di caratteristiche: una, esterna, è che il primo ha vinto pochi giorni fa l’Oscar come miglior film in lingua straniera, mentre l’altro ha vinto la statuetta nell’edizione 2016; la seconda, interna al film, è che entrambe le pellicole riescono a restituire l’orrore dell’Olocausto mostrando il meno possibile.

Il paradiso alle porte dell’inferno

Sembravano i figli dei fiori e invece…

La zona d’interesse è la storia di una famiglia che cerca di vivere e sopravvivere nonostante le difficoltà che comporta l’abitare in un paese in guerra, solo che è la famiglia Höss. Rudolf Höss (Christian Friedel), il patriarca, é il comandante di Auschwitz, e vive con moglie e figl* a ridosso del campo di concentramento: dentro quelle mura però non ci entreremo mai, guarderemo invece una famiglia felice che fa un picnic in mezzo a una pianura bucolica, li vedremo festeggiare il compleanno del padre nella curatissima villetta di famiglia, vedremo i figli giocare con la neve. Restare fuori da Auschwitz non significa però che la sua presenza non sia incombente, oppressiva, perché attorno e dietro e di lato ai colori accesissimi della vita perfetta degli Höss si piazzano la ciminiera del forno crematorio, il filo spinato delle mura, una melma grigiastra che invade le acque del fiume dove l* bambin* stanno facendo il bagno. Glazer mostra in piena luce un orrore fatto di disinteresse e superficialità, ma non ti impedisce per un attimo di ricordarti cosa sta succedendo più in là e lo fa con delle sberle visive in pieno volto e, soprattutto, col sonoro.

Contrasti

Per quanto Oppenheimer sia un film che fa un ottimo uso del comparto audio, nel caso di La zona d’interesse il sonoro è l’elemento fondamentale dell’esperienza e si è giustamente aggiudicato anche l’Oscar dedicato. Johnnie Burns e Tam Willers uniscono melodie dissonanti che si agitano in sottofondo (l’inizio è una schermata nera protratta fino allo sfinimento con una di queste musiche ad accompagnarla, così a lungo che pensavo ci fosse qualche problema con la pellicola del cinema: come chiarire subito il mood generale) a tutti i rumori che provengono dal campo: colpi di fucile, urla, cani che abbaiano e ringhiano, ordini urlati con voce stentorea. Tutto questo mentre l* bambin* giocano, la moglie Hedwig (Sandra Hüller, perfetta nella sua misera perfidia) prova i vestiti migliori appena recapitati dal campo e Rudolf, un padre amorevole seppur dal carattere un po’ schivo, discute della maniera più efficace di smaltire il carico nel nuovo forno commissionato a un paio di imprenditori. Il grado di distorsione rispetto all’esperienza al di là delle mura arriva al punto che Höss redarguisce via interfono i soldati per uno sconsiderato saccheggio dei fiori nei cespugli vicino alla sua casa: un annuncio fatto con solennità ridicola eppure coerente.

Sensibilità nazista

Il quadretto felice (mentre al di là del muro c’è la morte, parafrasando Boris) rischia di essere spezzato dal trasferimento di Rudolf, un cambio di scenario (le cui motivazioni non sono mai state chiarite, ma che potrebbe avere a che fare con una relazione clandestina del comandante con una prigioniera) a cui Hedwig reagisce in maniera isterica: andarsene da lì per lei significa lasciare il posto ideale in cui crescere dei figli, e a Rudolf non resta che adoperarsi per far rimanere la famiglia nella villetta trasferendosi solitario a Berlino. È qui che Glazer piazza un colpo da maestro, più di quando affascina con le sue inquadrature glaciali e al contempo bucoliche, più di quando usa riprese al negativo (e ancora una volta con un inquietante e azzeccatissimo commento sonoro) per mostrarci l’unico raggio di luce nell’intera vicenda, una ragazza polacca che nasconde in terra delle mele per i prigionieri: mostra Rudolph Höss, il gelido burocrate cui si deve l’ottimizzazione del processo di sterminio di milioni di persone, salutare tristemente il suo cavallo, e gira la scena in una maniera che ti porta ad empatizzare con lui. La zona d’interesse poteva essere un film visivamente stupendo ma freddo nella messa in scena, una sorta di variante basata su eventi storici del suo precedente film Under the skin, invece Glazer è riuscito nell’impresa di farci interessare alla vita della famiglia Höss in maniera non entomologica, partecipando delle loro vicende banali e dei loro drammi che sarebbero ridicoli se non avvenissero a così poca distanza dal dramma per eccellenza del ventesimo secolo: non so se il romanzo omonimo di Martin Amis (di cui ho letto solo Money, e lo consiglio vivamente) riuscisse a camminare lungo questo delicato equilibrio, ma anche fosse essere riusciti a ricrearlo è comunque un pregio che val bene un Oscar, con buona pace di Ceccherini e Ferilli.

L’inferno tutto intorno

Il nostro eroe?

Anche Il figlio di Saul è ambientato ad Auschwitz, ma in questo caso siamo all’interno delle mura e non ne usciremo (quasi) mai. A farci da guida al suo interno è Saul (Géza Röhrig, all’esordio come attore), un ebreo ungherese che lavora all’interno del campo come Sonderkommando, una delle persone costrette a collaborare al piano di sterminio dei nazisti prima di essere a loro volta fatte fuori: coinvolto suo malgrado in un tentativo di fuga di cui riusciamo a cogliere solo frammenti, Saul vi aderirà riluttante e imprevedibile con l’unico scopo di seppellire il corpo di un ragazzo che sostiene essere il proprio figlio, un’impresa impossibile cui si vota ossessivamente. Tutta la vicenda del film diretto e scritto (insieme a Clara Royer) da László Nemes gira intorno a queste due linee narrative, mostrando gli sforzi di Saul mentre con sguardo impenetrabile si muove all’interno del campo di concentramento alla ricerca ora di un rabbino, ora di un luogo adatto alla sepoltura, ora di un pacco il cui recupero gli viene affidato da Abraham (Levente Molnár), uno degli altri Sonderkommando coinvolti nella silenziosa ribellione.

Nascondere in piena vista

Diversamente da quanto accade in La zona d’interesse qui l’orrore è sempre al nostro fianco, e ci viene sbattuto in faccia fin da subito: Saul nei primi cinque minuti di film conduce i prigionieri di un convoglio appena giunto ad Auschwitz lungo la strada per le famigerate docce, li aiuta a svestirsi mentre la propaganda nazista cerca di convincerli che una volta lavati gli verrà assegnato un lavoro dignitoso, li conduce all’interno e viene costretto a restare vicino alle porte chiuse mentre le persone dall’altra parte muoiono. Il suo viso è una maschera indecifrabile e noi gli siamo sempre attaccati, perché Nemes ha la geniale idea di staccargli raramente la telecamera di dosso e di lasciare che tutto ciò che gli sta intorno resti fuori fuoco, confuso come il piano cui prende parte ma impossibile da ignorare perché Saul sposta cadaveri (corpi che i gerarchi nazisti chiamano distaccatamente “pezzi”, mutuando il gergo con cui in La zona d’interesse si parla di “carichi”), spala nel fiume la cenere dei corpi bruciati (la stessa cenere che, nella pellicola di Glazer, finisce per avvolgere il comandante Höss durante una tranquilla sessione di pesca), assiste ad esecuzioni sommarie e rasenta fosse comuni e roghi a cielo aperto. Il ritmo in IL figlio di Saul è incalzante e straniante perché nulla di ciò che succede ci viene spiegato chiaramente: non le motivazioni di Saul, un uomo la cui lucidità mentale è stata persa chissà quando, non il piano dei ribelli, di cui vediamo solo i frammenti in cui il protagonista viene coinvolto direttamente, nemmeno l’ambientazione e il preciso momento storico vengono esplicitati se non attraverso dettagli che possono essere colti con una certa conoscenza storica (è la fase in cui Höss, ritornato al comando del campo di concentramento nella primavera del 1944, sovrintende le operazioni di sterminio della comunità ebrea ungherese). Si viene sballottati di continuo da una parte all’altra, sempre in movimento e sempre con l’ansia che qualcosa possa andare storto perché lo sguardo che ci accompagna costantemente è quello di un eroe che non è tale, un uomo il cui istinto di sopravvivenza è una piccola fiammella che si sta velocemente esaurendo.

“Qui voglio lo stesso entusiasmo di prima”

Non è un film facile Il figlio di Saul, ti costringe a tenere alta l’attenzione per non essere travolto dal suo ritmo e allo stesso tempo opera continuamente per distoglierla, fornendo ai margini dell’inquadratura mille motivi per rimanere sconvolti. Come Glazer anche Nemes non ha bisogno di esprimere giudizi morali con la sua pellicola, gli basta mostrare la realtà dei fatti per quella che è, fingendo di edulcorarla solo per farla esplodere con ancora più potenza: vediamo tutto anche se non lo vediamo bene o, nel caso di La zona d’interesse, non lo vediamo affatto, ed è già fin troppo anche se, probabilmente, non sarà mai abbastanza.

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Racconto in musica 165: Invano (Squid – If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away)

Ci sono così tant* artist* in Italia e nel mondo che ripetermi mi sembra un peccato. Capita, sia chiaro, che una band che ho recensito mi incuriosisca a tal punto che dopo una recensione si becchi anche un racconto dedicato (vedi alla voce I Fasti, che stanno per tornare con un nuovo disco, o ZiDima, ad esempio, per non parlare di Edda a cui abbiamo dedicato ben due racconti), ma dentro mi sento sempre parzialmente in colpa per aver “tolto spazio” a qualcun*. Quando però ascolti un disco e ti vengono abbastanza idee non per uno ma per almeno tre racconti è impossibile resistere alla tentazione di ritornare sul pezzo: così, a distanza di poche settimane dalla recensione tardiva del loro secondo disco, eccomi a parlarvi nuovamente degli Squid.

La band formata da Ollie Judge (voce e batteria), Louis Borlase (chitarra, basso, cori), Arthur Leadbetter (tastiere, archi e percussioni) e Anton Pearson (chitarra, basso, percussioni, cori) si forma a Brighton nel 2016, all’interno di una scena in cui le jam sono all’ordine del giorno (come spiega Borlase in questa intervista per Rolling Stone) e i confini fra i generi sfumano in contaminazioni continue. Da qualche parte l* giornalist* musicali ti devono inserire però (mi ci metto pure io), e ascrivere al post-punk il primo singolo Perfect teeth è fin troppo facile: la voce riverberata, il groove del basso, l’atmosfera un po’ decadente… Ma si intuisce dell’altro, c’è pure qualcosa di blues nell’aria e resta la sensazione che da quei quattro ci si possa aspettare molto, il che è facile da dire per uno che la loro carriera l’ha ripercorsa a ritroso ma tant’è, non posso azzerare il mio cervello. Passa un anno e arriva il primo Ep LINO, pubblicato dall’etichetta Bear on a bicycle (che temo sia stata vittima del fatidico 2020 visto che l’ultimo disco da loro pubblicato risale al 2018), tre brani in cui i suoni si dilatano parecchio, il post-punk viene relegato in un angolo della traccia Liquid light e il resto ha più a che fare con il post-rock, l’ambient e pure qualcosa di folk: è qui che inizia la collaborazione con Laurie Nankivell (basso, ottoni e percussioni), che assieme al trombonista Keith McGowan partecipa alle registrazioni e ritorna, in seguito, anche per il secondo Ep della band, Town centre, pubblicato dall’etichetta Speedy Wunderground nel 2019 e mostra il lato degli Squid più improntato al groove, merito forse della collaborazione con il produttore Dan Carey (già al lavoro con Black Midi, Fontaines D.C. e Black Country, New Road) che li accompagna anche verso il grande salto, ovvero il contratto con la Warp Records.

Con Nankivell ormai in pianta stabile nella formazione e Carey in cabina di regia gli Squid arrivano alla registrazione del primo disco nel 2020, periodo in cui come tutt* hanno avuto a che fare con lockdown vari: impossibilitati a girare l’Europa in tour come da piani originari, band e produttore si rinchiudono in studio e sfornano Bright green fields nel maggio 2021, portando a maturazione buona parte delle suggestioni che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Quando ho scoperto la band di questo disco avevo ascoltato solo qualche brano, alcuni nemmeno fino alla fine, dicendo che non mi aveva preparato a quanto avrebbero fatto in seguito, ma non avevo ancora ascoltato fino alla fine due dei brani più clamorosi: Narrator, terza traccia e primo singolo estratto, è un brano scanzonato che inizia lentamente a toglierti il terreno sotto i piedi, a mutare in qualcosa di inquieto mentre Judge si mette a ripetere e poi urlare come un mantra “I play my (part)” e sotto di lui iniziano vocalizzi sempre più presenti che poi esplodono in un finale in cui la voce di Martha Skye Murphy prende il sopravvento, alternando urla estatiche a grida da scream queen di un film horror (mettetela sotto contratto prima di subito) che terrorizzano e commuovono perché cazzo, sembra che la stiano davvero scannando; giusto il tempo di riprendersi e si viene catapultati nell’atmosfera ammiccante di Boy racers, groove e atmosfera da sbronza in un pub a cui ci si abitua giusto il tempo di veder spegnersi le luci, la voce alticcia di Judge che si riduce a sussurri robotici e i synth sotto che prendono spazio fino a provocare l’inferno in terra, decomponendo una melodia già di suo inquietante in continui rivoli di stonature sataniche. Bright green fields non è solo questo, è più dritto del seguente O monolith (2023, in cui abbandonano Carey e su cui non mi ripeto, rimandovi qui per le mie entusiastiche parole) ma mostra già tutte le derive e le inquietudini che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Non paghi di tutto quanto prodotto negli otto anni di carriera (ai due album e ai due Ep vanno aggiunti svariati singoli stand alone e pure due remix) a gennaio è uscita una loro nuova canzone, Fugue (bin song), fra maggio e giugno sono previste due loro concerti in Inghilterra (seguite il loro sito per aggiornamenti) e io non vedo l’ora che tornino in Italia per vedere come se la cava Judge a cantare e suonare la batteria in 7/8.

Nella mia recensione parlavo “male” di If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away, perché ritenevo il titolo dell’ultima traccia di O monolith così clamoroso che la canzone difficilmente poteva esserne all’altezza. Intendiamoci, il brano è comunque un gran pezzo, mutevole e con un basso trascinante che ti fa venire voglia di seguirlo da qui all’infinito, ma la storia che troverete più in basso è frutto dei viaggi che mi sono fatto pensando al titolo più che alla musica: nel racconto il toro diventa un cavallo, e quei tentativi di rimanere a galla finiscono per cambiare il punto di vista sulle cose di un ragazzo che, ormai adulto, non riesce come narratore ad essere all’altezza di ciò che ha vissuto. Se io sia stato all’altezza di questa continua negazione delle aspettative potete valutarlo da voi più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Invano

Una volta ha visto morire un cavallo. Ogni tanto lo racconta, se stuzzicato o perché si sente un po’ nostalgico, ma quella storia la butta via, ne sembra annoiato lui per primo. Nessuno pensa che sia questa gran cosa, veder morire un cavallo. Ma un cavallo che muore, muore. Un cavallo che annega, muore due volte.

È successo in vacanza nel deserto roccioso, dove il cielo gli era sembrato davvero più ampio come diceva chi c’era stato. Sotto quel cielo ci si illude di avere un senso, sopra quella terra la morte sembra poter arrivare solo se piena di pathos. Tutti si erano accalcati attorno alla signora a terra: nessuno l’aveva vista cadere, ma tutti l’avevano sentita urlare e poi non farlo più, quasi subito.

Intanto il cavallo cercava di scappare, si slanciava in alto per quanto glielo permettevano le briglie tirate. I soccorsi non erano ancora arrivati quando riuscì ad averla vinta, si liberò e corse verso l’acqua come se quella potesse essere davvero una via di fuga da qualunque minaccia, reale o presunta. Entrò veloce nel fiume e non ne uscì più.

Quando la signora venne portata via, diretta verso il suo futuro ignoto, il cavallo aveva già smesso da tempo di lottare.

Una volta ha visto morire un cavallo. Lo dice così, come se stesse parlando dell’acquisto di un nuovo mobile per la cucina. Non entra nei dettagli, nessuno glieli chiede. Eppure li ha ancora in mente i tentativi di restare a galla, gli occhi come spilli che rimbalzano da una parte all’altra, i muscoli tesi del cavallo e del padrone, che allunga le mani verso l’acqua anche se sa che non può raggiungerlo e che se anche ci riuscisse sarebbe comunque inutile. Solo lui guarda quella lotta e la disparità fra le due morti, quella potenziale della signora e l’altra ormai sicura, gli fa pensare che non c’è un vero motivo per cui agitarsi, niente per cui valga la pena lottare a quella maniera visto che tanto, prima o poi, si farà tutti la stessa fine. È il pensiero più profondo che gli sia mai capitato di fare.

Potrebbe parlare di questo, quando gli chiedono di raccontare e lui inizia dicendo che sì, una volta ha visto morire un cavallo: invece aggiunge poco e niente, ricomincia a bere parlando d’altro, dosa le energie e aspetta che qualcuno gli rubi la scena.

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Dieci variazioni sul tema: Bloom dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!

Negli anni le mie modalità di scelta sul cosa recensire o meno sono cambiate, prendendo forme variabili del caos che ho in testa: a metà anni duemila, quando i dischi arrivavano ancora in forma fisica e potevi farti affascinare da una cover, il mio criterio principale era visivo. Fu il metodo con cui scelsi in mezzo a una colonna di dischi Penguinvasion dei Gazebo Penguins, con quel suo cartello che intima di prestare attenzione ai pinguini e l’ufo sullo sfondo, e fu anche ciò che mi avvicinò, due anni più tardi, a Be yr own shit dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, con la grafica fumettosa e un connubio lisergico di colori… Ok ammetto che anche i nomi mi creavano delle aspettative, ma quella tigre dalla faccia blu ce l’avevo ancora in testa quando mi è arrivato il comunicato stampa relativo all’uscita di Bloom, il quarto album della band umbra che esce, oggi come allora, per la benemerita etichetta To Lose La Track (e in cassetta grazie a Coypu).

I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (che io pronuncio sempre scandendo i punti esclamativi) sono cambiati molto da allora. Ho riascoltato Be yr own shit proprio oggi, ritrovandovi l’atmosfera indie degli anni in cui imperversavano Bloc Party e Franz Ferdinand ma poca originalità se non verso la conclusione del disco, quando la band formata da Diego Masciotti (chitarra e voce), Giovanna Vedovati (basso) e Nicola Vedovati (batteria) tira fuori sonorità e arrangiamenti più obliqui e meno danzerecci che flirtano col post-punk. Non so cosa dissi nella mia recensione di allora ma oggi a quella band direi “insistete con questa linea”, e in parte l’hanno fatto perché col tempo il trio ha rallentato parecchio il ritmo guadagnando al contempo personalità e capacità espressiva: Bloom è il risultato di una mutazione lunga più di quindici anni, un album in cui il post-punk è predominante ma viene declinato sempre in forme nuove, agendo sulle sfumature.

Memory è un’introduzione soffice e malinconica al mondo sonoro dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! del 2024, un brano che avanza lento ma costante allargando sempre più lo spettro sonoro, introducendo con parsimonia distorsioni e incroci chitarristici per lanciarsi da metà brano in una lunga coda strumentale. Masciotti accompagna le note con una voce suadente e ultrariverberata che funziona anche quando l’atmosfera cambia e la sezione ritmica potenzia il volume di fuoco, contribuendo a dare all’andamento lento di Stones un’aria di inesorabilità, di marcia il cui ritmo è esattamente quello che deve essere. “Ti faccio entrare nel mio mondo solo se ho la certezza che mi capirai”, dice la band nel comunicato stampa, e in effetti l’effetto della loro musica è graduale: man mano che si procede nell’ascolto il tempo sembra dilatarsi e i brani farsi più lunghi di quel che sono, si entra dentro un’atmosfera rarefatta in cui le ombre accolgono invece di spaventare e i saltuari raggi di luce, come quelli che emergono nelle strofe melodiche di Blanket o nella conclusiva Melting forest, consolano più che scaldare.

La personalità della band si riconosce anche dal modo in cui riescono a creare un suono compatto, in cui ogni elemento è imprescindibile. Il muro creato dalle chitarre non copre mai la sezione ritmica e anzi si mette di buon grado anche al suo servizio, si veda Empty pool col basso sferragliante a trascinare lo stridere distorto delle sei corde e la batteria marziale a donare energia quando serve o Hands down, dove si possono trovare echi del noise lo-fi degli Wavves più maturi. Bloom riesce allo stesso tempo a suonare grezzo e a dimostrare una cura ineccepibile nei suoni, merito sicuramente del loro lavoro ma anche di Filippo Passamonti, che il disco l’ha registrato, mixato e masterizzato completamente in analogico al VDSS Recording Studio di Frosinone.

Certo non è tutto perfetto, e con il passare dei brani la formula della band lascia intravedere qualche segnale di deja-vu (deja-senti?): Dark toughts e In between condividono l’effetto sorpresa dei ritornelli che spezzano il ritmo ma la seconda esce sminuita dal confronto, Afterwards si trascina un po’ stancamente fino all’ipnotico rallentamento finale (la cui efficacia è mitigata da una troncatura troppo netta in conclusione) e anche Endless, ascoltata a sé stante e non nel pieno del trip confezionato dal trio, soffre di una ripetitività che mal giustifica i quasi sette minuti di durata. I brani di Bloom sono come dieci variazioni di un tema comune, e se quel tema non piace difficilmente ci si entrerà in sintonia… Ma se quel legame si crea, se ci si lascia andare e si segue la corrente, ecco che anche i difetti appariranno come peccati veniali e le ripetizioni avranno l’effetto di un mantra.

In tempi in cui il post-punk vive una seconda giovinezza (se non terza o quarta) i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! potrebbero sembrare intenzionati a cavalcare l’onda come fecero con l’indie britannico a inizio carriera, ma la band umbra con Bloom dimostra che il genere lo conosce, lo maneggia con consapevolezza e sa portarlo verso lidi personali ed avvolgenti: alla lunga il viaggio finisce per stancare, ma vale la pena lasciarsi andare per vedere dove ti portano queste dieci tracce.

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Racconto in musica 164: Laika (Verme – Lo squallore del tonno)

Per me la scoperta del punk è andata di pari passo con la scena del varesotto degli anni 90: Punkreas, Pornoriviste, P.A.Y., Skruigners, più un sacco di band che la storia ha dimenticato (Wild Onions, Drunkin’ Donuts e tutti gli incroci possibili con le parole punk e ska tipo i Punkina Skassata) o avrebbe fatto meglio a dimenticare (Moravagine, Peter Punk). Per il me ventenne che non aveva mai visto un centro sociale manco di striscio quello sembrava un mondo musicale di rara coesione e autenticità, perché andavi ai concerti e ci vedevi membri delle altre band, spesso suonavano insieme e, nel caso dei P.A.Y. in particolare, si sfottevano anche un po’ vicendevolmente: è anche stato un momento in cui le cose si sono conformate nella maniera giusta, seppur per un breve periodo, fra musicisti che facevano anche i deejay, passaggi televisivi su MTV (solo i Punkreas, anche se giuro di aver visto a tarda notte anche un video dei Crummy Stuff) e concerti in tutta Italia. Poi il vento è cambiato, i Punkreas hanno cominciato a fare anche le ballad (giuro che mi era arrivato un comunicato stampa che pubblicizzava fieramente questo orrore), i Pornoriviste hanno perseguito altri obiettivi singolarmente e a me il punk sembrava morto e sepolto… Se non fosse che c’era un’altra scena, in parte contigua e in parte successiva a quella del varesotto, che sottotraccia si faceva strada ed è apparsa sui miei radar solo molto, molto tardi. È la scena emo-punk dei vari Laghetto e Fine Before You Came, un movimento che non ho mai approfondito a dovere ma che tuttora resiste e lotta con noi, ed anzi ha influenzato l’odierno punk probabilmente più di quanto abbiano fatto le band del varesotto di ormai trenta e passa anni fa, una scena di cui per una manciata di anni hanno fatto parte anche i Verme, la resident band della settimana.

Ad offrirci il gancio per parlarne è il benemerito Alex Roggero, diventato ufficialmente recordman di contributi sul blog grazie a questo suo quinto racconto (potete trovare gli altri qui, qui, qua e quo). Intervistato a seguito di questo traguardo Alex ha affermato “sono davvero euforico, vado a farmi una birra”, e noi riportiamo volentieri questa sua dichiarazione, insieme alla notizia che ha terminato il suo secondo romanzo e ha già iniziato a spedirlo in giro: ricordandovi che il primo, Non farlo, potete trovarlo qui, interrompiamo il collegamento e passiamo a parlarvi di musica.

Qual è la definizione ideale di supergruppo? Per chi frequentava la scena emocore intorno al 2010 probabilmente i Verme erano LA risposta, ma non la risposta che si aspetta chi non bazzica l’underground. Jacopo Lietti (FBYC) alla voce, Violetta Merli (in quel periodo nelle Agatha e successivamente nei Minnie’s) al basso, Giacomo Zatti (Hot Gossip: ma quanto era bello il loro ultimo disco, Hopeless?) alla batteria e Tommaso (Dummo: oh scusate ma i potenti mezzi di Tremila Battute non sono riusciti a trovarne il cognome) alla chitarra formano la band nel 2009 e neanche il tempo di iniziare a suonare insieme che, come capita alla gente sgamata che sa come fare le cose, sono già in sala di registrazione, per la precisione il 21 dicembre 2009 al Mobsound, una giornata in cui ci tengono a precisare su Bandcamp “ha nevicato un bel po’ e noi indossavamo tutti scarpe di tela (il che mi rassicura sul fatto che non sono l’unico che d’inverno si veste come se l’inverno non esistesse): i primi quattro brani dei Verme vengono alla luce lì e dati in pasto alle masse neanche due settimane dopo, a inizio 2010, su cassetta oltretutto che adesso è un’usanza che sta prendendo un po’ piede (non la capisco granché, e sono abbastanza vecchio da averci avuto a che fare molto con le cassette) ma ai tempi boh, io ricordo solo una cassetta dei P.A.Y. e nient’altro. Suonano veloci i Verme di Un verme resta un verme, suonano diretti, cantano disagi comuni soffocati dentro o meglio li urlano, con la voce di Lietti che si fa spazio a fatica fra gli strumenti e si lamenta quasi arreso di “questa città che non mi vuole più forte, questa città che non mi vuole affatto” (Città), espone con frasi perentorie come “finché ti riempi le scarpe di piombo non riuscirò a portarti ovunque” problemi di benessere psicologico e relazionali che sono comuni a tant* ma che di solito nascondiamo sotto il tappeto.

“Il 17 luglio a Milano faceva un gran caldo eppure un manipolo di amici ha trovato il coraggio di uscire di casa e andare a fare dei cori alla Vasco Rossi. Per cui grazie. Senza di voi tutto questo farebbe cacare.” Il posto è lo stesso, il Mobsound, ma il clima è cambiato completamente, almeno quello atmosferico: in sala di registrazione invece è tutto uguale, c’è la stessa urgenza comunicativa, la stessa voglia di fare le cose velocemente ma fatte bene, dove bene non significa linde e pulite ma energiche, reali, necessarie. Vai verme vai esce il 30 luglio 2010, ancora su cassetta grazie all’etichetta Two Two Cats, ancora formato da soli quattro brani e ancora intriso di malessere quotidiano, quello che ti fa accorgere che “la gente muore e io sto attento a non accostare il nero al blu” (Figlio). Suonano in giro i Verme, non potrebbe essere altrimenti, suonano ovunque e anche in posti improbabili come un barettino a Varazze sul lungomare, testimonianza diretta di Andrea Vecchio che su Impatto Sonoro firma un articolo molto più esaustivo del mio perché lui quel periodo l’ha vissuto, era sotto il palco a gridare quei testi (e pare pure a gridarli sotto altri palchi, ma questa è un’altra faccenda). Salto a dicembre, un anno solo di distanza dal primo Ep, stessa catena produttiva: ancora il Mobsound, ancora Alessandro Caneva a registrarl* ma stavolta solo due brani compongono Bad verme, due brani dai titoli che sono tutto un programma come Va tutto malone e Va tutto marchette perché non cambia niente neanche nel loro disagio, nella loro energia nel cantarlo, nella loro voglia di non arrendersi.

Poi però la festa finisce poco dopo l’uscita di Vermica, il disco che condensa i tre Ep fin lì prodotti, poco dopo l’uscita dello Splittone paura con Do Nascimiento e Gazebo Penguins (che con Lietti avevano collaborato nella celeberrima Senza di te). Nel 2012 i Verme dicono basta, Tommaso (di cui ancora non ho trovato il cognome) sta per trasferirsi in Canada e sempre dall’esauriente articolo di Vecchio trovo questa dichiarazione: “quando abbiamo iniziato a essere presi troppo seriamente ci siamo un po’ spaventati. Abbiamo avuto paura di perdere la genuinità con cui il tutto era partito. Così ci siam sciolti. Che lo scherzo è bello quando dura poco. Questa raccolta contiene tutti i pezzi che abbiamo fatto e registrato tra il 2009 e il 2012. Sono stati anni divertenti. Ora basta però. Addio merde”. La raccolta è RIP, esce in vinile a fine 2017 per l’eccelsa To Lose La Track e mette la pietra tombale su un periodo che non si ripeterà perché, a scanso di equivoci, Lietti afferma che “le reunion non sono mai belle. Non mi piacerebbe nemmeno quella dei miei genitori”. Breve ma intenso, va bene così.

Lo squallore del tonno è il secondo brano dei Verme nello Splittone paura, nonché l’ultimo brano in assoluto della band. L* quattro membr* del supergruppo urlano per l’ultima volta il loro malessere quotidiano e lo fanno prendendo a emblema qualcosa di comune come una scatoletta di tonno, l’emblema del pasto veloce e ignorante per eccellenza che qui assume quasi un valore positivo perché “ci sono cose assai più squallide di mangiar tonno dalla scatoletta”: Lietti che urla “Dio ti prego credi in me” nel silenzio, sul finire del brano, un Dio in cui non crede e che a sua volta non crede in lui, è una delle cose più intense che l’emocore e il punk in generale ci abbiano regalato. Alex innaffia il tonno con della birra e porta quel disagio esistenziale sul bancone di un bar, col protagonista scorato che riflette sulla sua esistenza e su tutti i cani mandati nello spazio a morire per chissà quali traguardi: potete leggere i suoi pensieri subito dopo il brano che li ha ispirati, più in basso, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Laika, di Alex Roggero

Siamo quello che mangiamo, quindi, forse, siamo un po’ anche quello che beviamo.

Io, ad esempio, ora sto bevendo una birra buonissima. Una Zhulka del birrificio Muttnik, un birrificio che dà alle sue birre solo nomi di cani andati nello spazio.

Bellissimo.

Zhulka. Ryzhik. Strelka. Albina. Belka. Bolik. Leika. Damka.

E allora com’è che io oggi mi sento così uno schifo?

Forse devo berne un’altra.

“Scusa! Sì scusa, un’altra Zhulka.”

“Una che?”

“Una Zhulka!”

“Una Zhulka?”

“Sì cazzo, una Zhulka!”

“Uei, calmino eh.”

“Sì scusa, giornataccia.”

Mi infilo nelle orecchie le mie cuffiette. Mi viene istintivo farlo, forse per proteggermi. Penso siano le ultime cuffie rimaste sul mercato senza questi cazzo di “in-ear”. Ma come fa a piacere alla gente ‘sta cosa di avere un pezzo di gomma che gli penetra l’orecchio? Forse è un mezzo fetish. Non ne sono ancora sicuro, ma ogni volta che vado in un negozio e chiedo un paio di cuffie non “in-ear” mi sa che mi prendono per matto. Iniziano a parlarmi al rallentatore, come se avessi la 104.

Ma che cazzo.

Comunque oggi è proprio una di quelle giornate che vorresti solo finissero il prima possibile. Se siamo davvero quello che mangiamo probabilmente io, nel sonno, stanotte ho mangiato un bel tocco di merda.

C’è solo una cosa che mi può far tornare di buon umore in questo momento.

Metto su i Verme. Parte “Lo squallore del tonno”. Avrò sentito questa canzone almeno duemila volte, eppure mi fa sempre tornare il sorriso.

Oggi ho venduto la mia chitarra elettrica.

Ma che cazzo mi è saltato in mente.

Era bellissima.

Cazzo.

E per cosa l’ho venduta? Per pagare una rata di un appartamento in cui forse nemmeno voglio più vivere.

È vero, ci son cose assi più squallide di mangiar tonno dalla scatoletta.

Ma perché cazzo fa così schifo essere responsabili?

Penso a Bukowski e quella roba sull’arte di sprecare la vita.

Sto veramente buttando nel cesso la mia vita?

Penso a quei cani andati nello spazio. Saranno tornati vivi?

Penso a Leika. Che poi forse in realtà era Laika. Cosa avrà pensato mentre lasciava l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h?

Probabilmente che quella era davvero una gran bella giornata di merda.

Come ti capisco piccola Laika.

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A link to the (recent) past: i dischi di Broncos! e Palkosceniko Al Neon fra post-hardcore, crossover e non solo

Sono nato sul finire degli anni 70 e la mia formazione musicale, cioè la maggior parte del bagaglio che ha formato i miei gusti, si è sviluppata negli anni 90, perlopiù tramite il grunge e il punk. Ci sono però generi che hanno trovato la loro genesi in quel periodo con cui ho iniziato, per diversi motivi, a fare i conti ben più tardi: fra questi principalmente il post-hardcore e il crossover, che fino ai vent’anni per me si limitavano a qualche ascolto radiofonico (grazie Radio Lupo Solitario) di Jesus Lizard e Rage Against The Machine. Poi le cose sono cambiate, i miei orizzonti si sono allargati e quei generi hanno iniziato a ronzarmi nelle orecchie più spesso, cosa che tornano a fare con il disco d’esordio dei campani Broncos! e con il sesto disco dei laziali Palkosceniko Al Neon. C’è altro a unire questi dischi, a parte questo labile trait d’union con la mia gioventù? No, ma sto vizio di parlare di due o più cose ormai ci ha preso la mano e quindi tiè, oggi ve la beccate così.

Da Eboli con una certa furia

Non si definiscono post-hardcore i Broncos!, e magari quest’etichetta gli starà stretta o la troveranno fastidiosa, eppure fin dalla prima traccia Alfredo ho captato nella loro musica l’atmosfera che caratterizzava molti dischi che mi sono capitati fra le mani agli albori della mia (capitalisticamente fallimentare, visto che nessuno mi ha mai pagato per farlo) carriera nella “critica musicale”, dischi di band tipo i Sant’Antonio Stuntman, per citarne una di cui abbiamo parlato, che mischiavano in maniere strane e personali suggestioni che arrivavano dagli States e non solo. La chitarra tagliente di Emanuel Catalano, il basso cavernoso di Ferdinando Farro (anche alla voce) e la batteria nervosa di Andrea Schiappapietra creano un’amalgama sonora il cui fine ultimo è non metterti a proprio agio, men che meno se sei un elettore di Forza Italia visto che in Finally Berlusconi is dead pisciano idealmente sulla sua tomba.

I ritmi sconnessi e i suoni distorti e poco rassicuranti non sono le uniche armi in dotazione ai Broncos!, che alternano nelle varie tracce suggestioni rock’n’roll (particolarmente nei frenetici assoli di chitarra), post-punk (Full battery), punk (Humans, predators, a cui la voce di Alessandra Altieri, autrice anche della cover, dona ulteriore energia) e blues/stoner, come ben evidenziato dalla traccia finale I’m pro che, sebbene sia l’elemento meno assimilato all’interno del disco, risulta anche quello più convincente. Se le basi sono buone il risultato è però ancora grezzo: gli otto brani del disco hanno un loro sound caratteristico ma le influenze sono slegate, mettono in mostra delle capacità che non indicano chiaramente la direzione verso cui i Broncos! vogliono andare. Non aiutano una registrazione che lascia poco amalgamati strumenti e voce, con quest’ultima che fatica anche ad imprimere energia a testi che, nella loro esplicita sintesi, sarebbero apparsi più dirompenti con una foga maggiore.

Parlare, cantare e urlare, fra crossover ed emo

Anche il quinto disco dei Palkosceniko Al Neon non brilla per una registrazione limpida, suona tutto un po’ compresso e sebbene questo aiuti la coesione del disco rende anche più difficile notarne particolarità e asperità. A questo riesce comunque a mettere una grossa pezza l’esperienza, perché la band romana ha sviluppato nel tempo un suo mix fra crossover della prima ora, italiano e non (non so perché ma mi fa venire in mente gli ormai dimenticati PWR, per quanto questi ultimi cantassero in inglese), con suggestioni punk che spaziano dall’hardcore dei brani più tirati a momenti emo, non meno potenti, che li accomunano agli ZiDima (e anche di loro avevamo parlato, più di una volta). È in particolare la voce a rappresentare il legame più diretto con la band lombarda grazie alla versatilità espressiva di Stefano Tarquini, che qui a Tremila Battute abbiamo conosciuto in veste di narratore dato che ha collaborato più e più volte con i suoi racconti in musica: dall’Intro alla conclusiva Il giorno solo, momenti di recitazione in musica che mettono in evidenza la qualità dei testi, Tarquini alterna il rapcore di Disaccordo e Ortiche allo spoken word delle strofe di Alpaka, mischiando sapientemente i registri e non negandosi le urla, ad esempio in Subbuteo e Rondine.

Pur passando per vari cambi di formazione in più di quindici anni di carriera la macchina musicale dei Palkosceniko Al Neon è ben oliata, e servono pochi ascolti per essere avvolti e rapiti dalla loro grinta. C’è chi apprezzerà maggiormente i riff crossover di Disaccordo, che puntano alla compattezza sonora sacrificando l’originalità, chi si farà catturare dagli stop and go della breve Diamante, chi si farà trascinare dalla cadenza lenta e ipnotica di Il mio nome per arrivare poi tutti insieme a sfogarsi con la frenetica Ortiche, sicuramente uno dei momenti migliori insieme all’azzeccatissima cover di Bianchezza di Pierangelo Bertoli, in cui l’anticlericalismo del cantautore emiliano si sposa efficacemente con l’impronta hardcore data dalla band romana al brano. Per pochi secondi non mira a innovare il mondo della musica, ma nei tredici brani che lo compongono i Palkosceniko Al Neon condensano energia e poesia, malinconia e rabbia, dimostrando che la semplicità può essere un’ottima arma se sai come renderla efficace con suoni e parole.

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Racconto in musica 163: La Via Romana (Remo Remotti – Roma addio)

Ma lo sapete che sono passati quattro anni da quando è stato pubblicato il primo racconto su questo blog? Quattro anni tondi tondi! Come dite? Quattro non è un numero tondo? Ma qui a Tremila Battute siamo per dare dignità a ogni numero, e sorvoliamo anche sul fatto che oggi è l’11 di febbraio, mentre il racconto dedicato agli Unoauno (che stanno per tornare, vi invitiamo a tenerli d’occhio e a recuperare la loro discografia) era uscito il 9 febbraio. Quanto erano corte le introduzioni che facevamo allora? Ci sono parse presto incomplete, ma quante ore di sonno perse il sabato o la domenica mattina a sbrodolare come sto facendo ora… Che poi basterebbe almeno limitare la supercazzola ma vabbè, ormai va così. Per festeggiare questo traguardo di cui ci saremo già dimenticati domani è tornato a trovarci un graditissimo ospite, Marco Volpe, e la sua suggestione musicale è di quelle molto particolari e apparentemente lontane dal nostro canone di artist* brav* che fanno la fame: parleremo infatti di Remo Remotti, cantautore e attore romano scomparso nel giugno del 2015.

Veder tornare l* collaborator* è sempre un piacere, ancora di più se te l* sei andat* a cercare. Di Marco avevo letto racconti qua e là e il suo modo di narrare mi aveva colpito molto, lo avevo contattato e il suo primo contributo alla causa (che trovate qui) aveva confermato tutte le mie impressioni positive. Nato a Roma nel 1980 ma residente in Inghilterra, dove lavora come ricercatore informatico (note biografiche che rientrano parzialmente nella storia che leggerete più in basso), i suoi racconti potete trovarli principalmente su Narrandom, bellissima rivista a cui collabora come editor e chi vi invitiamo a seguire e supportare.

Il mio primo ricordo di Remo Remotti non ha a che fare con la pittura, suo primo amore nel mondo dell’arte fin dagli anni cinquanta/sessanta. Non ha nemmeno a che fare col cinema, nonostante la lunghissima carriera che l’ha portato a essere volto noto in pellicole di, fra l* altr*, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Cinzia TH Torrini e Nanni Loy (di cui è stato cognato), oltre a commettere peccati per cui possiamo perdonarlo come comparsate ne I Cesaroni e Un medico in famiglia (ma pure ne L’ispettore Derrick). Ha a che fare invece con la musica, ma non la sua bensì quella degli Elettrofandango, band trevigiana che nell’album del 2009 In quanto già peccato lo coinvolge e rende possibile un momento artisticamente altissimo come questa Confessioni di un vecchio sporcaccione, che ad una musica dinoccolata e malata unisce la sua voce roca che, citando la recensione del disco pubblicata da RockIt, “sputa carnalità”.

La carriera musicale di Remotti era allora attiva e già variegata, aperta alle collaborazioni come dev’essere quella di un’artista che non si fa problemi a provare qualcosa di nuovo e legata a doppio filo alla sua produzione poetica, piena di alto e soprattutto di basso come si addice a uno che, citando la citazione (giusto per essere ancora più contorti) in calce a questa recensione del suo primo disco Canottiere (come tutti pubblicato dall’etichetta ConcertOne), si definiva “di professione pittore e scultore, per me lo scrivere è un modo di concentrarmi. Nel tempo libero vado a puttane”. Non si trova molto linguaggio inclusivo ascoltando la sua discografia (sono ironico, non posso aspettarmelo dalla Presidente del Consiglio, figuriamoci se faccio una crociata contro Remotti che ai tempi era già intorno agli ottant’anni), composta da quattro album usciti fra il 2005 e il 2010 più un disco con il jazzista Antonello Salis, ma già nel 1998 aveva inciso il brano Me ne vado da Roma con la band elettronica Recycle, ha ospitato nella compilation Remo! i producer Hardage e Ominostanco, i Perturbazione l’hanno omaggiato di una cover e insomma, il suo mondo popolare e intrinsecamente romano è riuscito a contaminarlo di suoni e suggestioni molto più ampie di quanto si potrebbe prevedere dall’autore di Te puzza la F. Pezzo importante del teatro canzone romano, divisivo e fiero di esserlo, Remotti è morto nel 2015 a solo un anno di distanza dai festeggiamenti per i suoi novant’anni, celebrati con la mostra delle sue opere intitolata “Ho rubato la marmellata”, titolo calzante per un’artista che nella sua carriera certamente non si è mai preso troppo sul serio e a cui Davide Toffolo nel 2021 ha dedicato il suo volume a fumetti L’ultimo vecchio sulla terra.

Roma addio è il racconto di una città e delle sue storture, intriso di rabbia e allo stesso tempo di malinconia perché si ama un luogo anche per i suoi difetti nonostante sia difficile ammetterlo (e non per niente Remotti a Roma, dopo aver viaggiato a lungo fra Perù e Germania, ci è ritornato definitivamente nel 1971). Marco a questa base sovrappone i suoi ricordi e parla anche lui di un’emigrazione, per motivi diversi da quelli che hanno spinto Remotti ad andar via o spingevano, citando la canzone, i giovani verso oriente negli anni 70, ma mantenendo inalterati la malinconia e l’affetto per il luogo in cui si è lasciato un pezzo di cuore: potete leggere il suo racconto subito dopo il brano che l’ha ispirato, più in basso, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buon lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La Via Romana, di Marco Volpe

Io sono stato bambino negli anni ’80 in un paese dalle parti di Roma. Se eri bambino, a quei tempi e in quei luoghi, quello che facevi era giocare a pallone per strada. Non c’era molto di più, ma almeno un’altra cosa sì: c’erano le nonne. E quelle nonne, il pallone e la strada li accettavano pure, a patto che stessimo attenti, non facessimo danni, non andassimo lontano. Il limite, almeno per nonna mia, era la Via Romana. Non vi fate male, non rompete niente, non andate sulla Via Romana.

Nel mio immaginario di bambino degli anni ’80, la Via Romana era una specie di Far West in cui giravano mostri con le ruote che mettevano sotto i bambini. Io potevo avventurarmi fino a lì solo se c’era mio fratello più grande, e comunque senza pallone, e comunque dovevamo guardare a destra e sinistra quando attraversavamo. La Via Romana. Il fatto è che in paese arrivava la Tiburtina, che era una strada consolare costruita dagli antichi romani. Ma per nonna, in base a non so bene quale figura retorica, via romana aveva finito per significare ogni strada buona, asfaltata, di quelle dove trafficavano le macchine.

Poi il tempo è passato, in qualche maniera siamo usciti vivi dall’infanzia e le nonne, una dopo l’altra, se ne sono andate. Anche io e i miei coetanei, a modo nostro, abbiamo fatto la stessa cosa: a un certo punto il paese non ci è bastato più, abbiamo imboccato la prima via romana che abbiamo trovato e siamo partiti. Forse ci sentivamo pure coraggiosi mentre lo facevamo, perché doveva esserci rimasto ficcato in testa che quello che attraversavamo era il Far West. Da allora, è stato tutto un gironzolare strano, che è somigliato a un guardarsi intorno più che a un arrivare da qualche parte. Abbiamo continuato a dirci che un giorno saremmo tornati indietro, a casa – non abbiamo mai smesso di chiamarla casa –, appena possibile, alla tappa successiva, non c’era dubbio, e invece abbiamo finito per allontanarci ancora, a ogni tappa di più, come appresso a un navigatore rotto.

Ormai vivo in Inghilterra da sei anni. Ho trovato un lavoro, mi sono sposato, ho un figlio che gioca a pallone sui campi d’erba sintetica. Una cosa che mi piace di qui è che, quando attraversi la strada, una scritta sull’asfalto ti dice se devi guardare a destra o a sinistra. Nei casi più complicati, ti dice addirittura di guardare both ways. Per me, che devo ancora abituarmi al fatto che si guida contromano, la cosa è utilissima. E però, allo stesso tempo, mi fa sorridere questa viabilità inglese che si comporta tale e quale a nonna mia quarant’anni fa. Così ogni volta che attraverso, e guardo a destra o a sinistra o both ways, m’arriva dentro un pezzetto di nostalgia. Se è vero che ogni strada porta a Roma, allora ogni strada è via romana e aveva ragione nonna. Non serve mica il navigatore. Si tratta solo di salutare tutti, fare i bagagli, fare attenzione, e convincersi che il coraggio sta dalla parte opposta di dove pensavamo noi.

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