Qualche domanda sulla scrittura, parte cinque: Mariana Branca e Luca Giommoni

Tremila Battute ha compiuto cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno 2026 ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio le pagine Facebook e Instagram per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo quinto appuntamento abbiamo contattato Mariana Branca e Luca Giommoni, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: qui, qui, qui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

MB – Da quando ho imparato a tenere la penna in mano, letteralmente. Lo so che suona autoreferenziale e magniloquente, ma ho scritto proprio subito, per esempio la mia maestra di italiano delle elementari ha mandato un racconto che avevo scritto, circa una balena nel lago di Como, a un concorso, non so quale, e ho vinto una sacco di libri di favole. Avevo otto anni. È che mia madre mi faceva vedere le sue foto di quando era ragazza che se ne andava di qua e di là a trovare zii in giro per l’Italia o a lavorare in qualche fabbrica in Germania, e io scrivevo storielle di lei e di balene e altri animali. 

LG – Da bambino inventavo storie a fumetti. Creavo dei veri e propri albi originali di Batman, l’Uomo Ragno, Dylan Dog e Nathan Never. Curavo tutto, dalla sceneggiatura ai disegni, dalla copertina alla quarta di copertina, dall’impaginazione alla rilegatura, fino alla vendita a parenti e amici di scuola.
La migliore cliente era mia zia.
Ho iniziato a scrivere intorno ai vent’anni, dopo una scommessa con una mia amica su chi avesse scritto un racconto preciso almeno quanto Arabia di Joyce.
Ho perso miseramente ma non ho più smesso di scrivere.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

MB – Mai, cioè non penso “sono brava”, ma all’improvviso, rileggo qualcosa che ho scritto e mi viene un colpo, il battito accelera, comincio a sudare là seduta sulla sedia o in metropolitana, mi viene un sorriso ebete sulla faccia e se c’è gente intorno spero che nessuno se ne accorga (del sorriso e del sudore).

LG – Ho sempre provato a non pensarci troppo, anche se non sempre ci riesco.
Tutte le mie pubblicazioni cartacee le tengo ben nascoste in un cassetto così da non incrociarle troppo, cadere in tentazione e dirmi: “Va be’, dopo tutto ce l’ho fatta”.
Per me scrivere è un modo per continuare a studiare e conoscere il mondo e, meno male, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Hai un metodo di scrittura?

MB – Magari. Ho amici che ci provano anche, a suggerirmi un “metodo”, ma alla fine sono sempre scombinata. Confido nel miracolo dell’avanzare dell’età che mi porti un po’ di ordine e metodo, appunto.

LG – Non so, se si tratta di un metodo è sicuramente sclerotico. Parte tutto da un’idea, un inizio o una fine, una frase. Il resto spunta poi su pezzetti di carta o del mio cervello, sulle note nel cellulare, su pagine di libri, su messaggi che mi auto invio. E all’improvviso per quel meraviglioso processo che mi piace pensare come una magica botta di culo tutto prende forma, a volte

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

MB – No, se non riesco a scrivere faccio altro, tanto chi mi corre dietro. Quando scrivo è per divertirmi, uno mica si può sentire bloccato a divertirsi? 

LG – Dopo la pubblicazione di un romanzo vivo sempre un periodo in cui penso se avrò ancora la fantasia necessaria, le energie, le aspettative, per scrivere qualcosa che mi diverta e che ritenga altrettanto interessante e originale da essere scritto.
Per ora quel periodo è sempre passato.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

MB – Ne ho ricevuti un bel po’, e resto lì a immaginare la scena dove io discuto con la persona che mi ha scartato per capire cosa non andava e perché, ma nella scena non si arriva mai al punto e quindi continuo a chiedermi “cosa ho sbagliato” per mesi e mesi. 

LG – No, come non ho una bacheca dei successi. Ho preso la mia bella quantità di rifiuti, alcuni più sofferti di altri, ma tutti mi hanno permesso di rallentare e chiedermi se volessi veramente fare sul serio.
Molte volte non c’è niente di meglio che ricevere una bella mail di rifiuto ben motivato. Bisogna sempre ringraziare chi si prende del tempo per dire No e per motivare il perché di quel No.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

MB – Io leggo molto poco, e quando leggo qualcosa che mi piace ringrazio l’universo che ha mandato in terra una tale sopraffina penna. Perciò penso solo: “Hey tu che hai scritto questa cosa: tivvibbi”.

LG – Scrivere è già un processo complicato, perché complicarlo ancora di più facendo dei paragoni? Credo che l’importante per uno scrittore o una scrittrice sia essere sufficientemente autocritici, avere qualcosa da raccontare e trovare una propria voce per farlo, un proprio stile, che sia credibile.
Per soddisfare la tua curiosità però ti direi molto spesso, quasi sempre, i primi che mi vengono in mente sono: Il buon soldato Sc’veik di Hasek, Le Città invisibili di Calvino, I detective selvaggi e 2666 di Bolano, Trilogia della città di K di Kristof,  McCarthy, ecco, con questi, mi sono trovato impotente.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

MB – Mi piacciono abbastanza tutti, cioè li ritengo dignitosi e gli voglio bene, anche se oggi li scriverei un po’ diversamente, aggiusterei questo e quello, li accorcerei, starei più attenta alla trama, etc. Non posso sceglierne uno perché i racconti io li penso viventi, e in ascolto, se ne cito uno invece che un altro magari si offendono, non sia mai.

LG – Non me la sento di fare preferenze, loro mi ascoltano e non posso veramente, quindi dirò un racconto che purtroppo non si trova più online, pubblicato dalla rivista La nuova carne. Sì chiama Il tuo bene ed è un racconto preciso almeno quanto Arabia.

Mariana Branca nasce in Irpinia, dove torna quando può, a fare delle lunghe passeggiate nei boschi. Fa lavori diversi che le piacciono più o meno, perciò scrive poco. Quando era piccola scriveva racconti che non faceva leggere a nessuno. Ha continuato a scrivere anche da grande e nel 2022 ha esordito con Non Nella Enne Non Nella A Ma Nella Esse, romanzo finalista della XXXIV edizione del Premio Calvino, pubblicato da Wojtek Edizioni. Ha scritto racconti per riviste come Eterna, Lo Spazio Letterario, Quaerere, Succede Oggi, Turchese, Birò Con L’Accento, Nazione Indiana, Sud, Micorrize e altre. Scrive ogni volta che può, lavori brutti permettendo.

Luca Giommoni (Cortona, 1985) cerca di lavorare il meno possibile, a volte ci riesce, altre volte scrive.
Ha pubblicato racconti in riviste cartacee e on-line, collabora con Confidenze e In fuga dalla bocciofila.
Ha pubblicato, con la casa editrice effequ, i romanzi: Il rosso e il blu – Una comune favola di migrazione e Nero – Il complotto dei complotti.

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Chiudi tutto: la narrazione dell’interiorità in Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan e La vita in pugno di Rita Bullwinkel

(foto di Sam J e Cottonbro Studio)

La citazione al contrario del famigerato tormentone di Duccio Patanè, lo svogliatissimo direttore della fotografia di Boris, non è altro che un artificio per fare quel gioco di cui spesso e volentieri abuso su queste pagine: l’accoppiamento di due o più opere che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra. Pur essendo entrambe narrazioni collettive infatti Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan (prima pubblicazione di STC Edizioni, la casa editrice creata nel 2024 dalla redazione di Super Tramps Club) e La vita in pugno di Rita Bullwinkel (uscito nell’agosto 2024 per Bollati Boringhieri) hanno struttura, stile e ambientazione molto diversi: quello che li unisce però, che è il motivo per cui siamo qui a parlarne insieme (a parte poter fare la citazione di cui sopra), è la capacità di narrare delle storie più attraverso i pensieri dei propri personaggi che attraverso le loro azioni.

Romanzo, raccolta di racconti o qualcosa di completamente diverso?

Nella postfazione a Il pop deve ancora venire Giulio Frangioni, una delle menti dietro ai vari progetti di STC (a cui va aggiunta anche la rivista cartacea Turchese), definisce l’opera prima di Bassan “romanzo a episodi”, motivando la sua scelta in questo modo: “c’è qualcosa nella sua capacità di raccogliere e intrecciare non solo l3 personagg3 che danno vita all’opera, ma le scene, i suoni, le immagini, c’è qualcosa per cui non può essere definito altrimenti che romanzo. Mi obbliga a riconoscerlo come tale”. Io, devo ammetterlo, fatico a considerarlo un romanzo, ma anche l’abusata formula del “romanzo di racconti” mal si adatta a Il pop deve ancora venire. Una semplice raccolta di racconti quindi, collegati attraverso personaggi che continuano ad apparire e scomparire in momenti diversi della loro vita? Raccolta di racconti sì, semplice invece direi proprio di no.

Uno stupro era il mio pensiero più frequente sin da quando l’avevo identificato come quella tra le paure che meritava un’osservazione particolare in virtù della sua accadibilità.

Di certo non mi era possibile dare per scontato una modalità di fronte alle altre. Mi ero fatta un’idea di quali configurazioni potessero essere più plausibili tenendo conto del mio stile di vita e delle mie frequentazioni, ma in fin dei conti, per non saper né leggere né scrivere, avevo continuato a immaginarne molteplici versioni.

Primaverilità

Mi ero segnato questo passaggio di Primaverilità, il racconto (capitolo?) più breve de Il pop deve ancora venire, perché manifesta in maniera esemplare il modo in cui Bassan riesce a giocare con i pensieri di suoi personaggi e ad architettare frasi complesse che riescono a scorrere comunque fluide, segno di un’abilità non comune. Di queste capacità narrative l’autrice fa largo uso, utilizzando la narrazione in tutte e tre le persone singolari, incastrando le varie vicende in modo da rendere al meglio le complessità di ogni personaggio (ora vittima, ora carnefice) e piazzando qua e là anche svariati “easter egg” che la postfazione svela solo in minima parte, abbastanza da farci dedurre la complessità di un’opera che, rimanendo anche solo sulla superficie, è prova di grande talento.

La mia carne, all’ultimo battito di palmi, è subito in piedi e si sta rivestendo. Lui si stranisce: «Di già? Non rimani a dormire. Non rimani mai».

«Vero».

«Perché?»

«Dormire e scopare sono pulsioni opposte».

«Dove l’hai sentita ‘sta cazzata?»

«È Kundera».

Mi guarda livido. La citazione di per sé sarebbe anche stata ai limiti del banale, ha tuttavia sortito l’effetto di farlo sentire ignorante. L’ho ferito, è una cosa che mi potevo risparmiare. Accenno una riconciliazione incerta, specifico che è stato involontario, e nel farlo mi avvicino. Al che lui si scosta, striscia il cuscino sotto la pancia, col respiro mima l’inizio del sonno. Fa ciao con la mano dietro la schiena.

«Sei un bambino», gli sussurro, senza cattiveria, dandogli un bacio sulla guancia libera.

Linea

Ma di cosa parla Il pop deve ancora venire? Di un gruppo di persone perlopiù irrisolte, delle loro relazioni, delle manie e fobie che li contraddistinguono, delle loro difficoltà nel restare al mondo e di come a volte la crudeltà verso l* altr* sia l’unico modo che trovano per riuscire a definirsi. È un giro in una giostra che gira continuamente nel tempo, in un modo talmente frenetico che non si può trovare un punto di ancoraggio da definire “presente”, rendendo pertanto impossibile parlare anche di passato e futuro: vediamo Biagio assistere a un suicidio e subito dopo siamo dentro la sua testa mentre, bambino, si appresta a una visita dal dentista; conosciamo Agata dall’immagine che ha di lei la ragazza con cui ha un appuntamento, per poi finire il libro con la storia della sua “iniziazione”; vedere un giovane Fabio aguzzino in Prole atta espiata stride con quello che eravamo portati a pensare di lui solo poche pagine prima, quando da amico responsabile sprona Guido ad affrontare la sua ex fiamma che si sta sposando, Sveva, la stessa che in Imparare una lingua fa da mentore su come si fa un pompino alla compagna Greta, che poi… o era prima?

Mettiamo pure il caso che, contro ogni previsione, estranea a me stessa, fossi riuscita a guardarti negli occhi e parlarti chiaramente, comunque non avrei ottenuto questo risultato. Non solo perché sono una sconosciuta, ma perché tu avresti di certo pensato che io volessi litigare, farti una scenata, chiamare la polizia o altro. A tua difesa, il contesto giustificava questa interpretazione: nella nostra corsa di cinque fermate ho provato più volte a sottrarre la mia schiena dalla pressione del tuo ventre e, soprattutto, a sottrarre il mio culo dal contatto con la tua erezione, mentre mi ruminavi sul lobo i tuoi come ti chiami? di dove sei? E i bella, bellissima (che esagerazione poi). Comunque, il sovraffollamento ha giocato contro di me e in tuo favore: ti è bastato far aderire più saldamente il tuo cazzo al mio solco intergluteo per non perdere l’incastro. Ti ho anche detto un paio di «Basta…» che però, come anticipavo, non erano che miagolii. Insomma, anche se ti avessi parlato, non mi avresti seguita.

Quindi ti ho preso per mano e a questo punto della trama ci siamo noi, io e te, una di fronte all’altro, a una fermata della linea B.

Primo amore

Questo è il punto in cui, di solito, mi riservo di parlare dei difetti, e Il pop deve ancora venire non ne è esente. Non è tanto che tutti i personaggi hanno una vita interiore decisamente complicata e feconda di pensieri, perché anzi Bassan riesce a (di)mostrare con naturalezza che avere il caos nel cervello è un problema piuttosto comune, quanto che i loro pensieri arzigogolati (fin troppo in alcuni punti di Amenti), quando ci vengono mostrati attraverso la prima persona singolare, tendono a essere esplicati con una padronanza di lessico che li fa assomigliare a tant* piccol* David Foster Wallace. E lo so che abuso nel citare il buon DFW, ma devo utilizzarlo ancora per parlare della sindrome del “guarda mamma senza mani”, quella per cui si fanno le cose complicate solo per il gusto di far vedere che si è capaci di farle, perché in queste poche righe potreste aver avuto l’impressione che l’esordio di Bassan sia uno di quei libri lì, con una bellissima idea di fondo ma che alla fine alimenta più l’ego di chi l’ha scritto che la mente di chi lo legge: e la risposta è no, Bassan ha talento e le piace mostrarlo, qualche volta si incarta nei ragionamenti e devi rileggere una frase per capirne bene il senso (capita molto raramente), ma chi ha la capacità di scrivere un racconto come Primo amore per me può guidare a testa in giù con un vestito da tigre indosso e io non avrò esitazioni nel salire a bordo. Salite anche voi.

P.S. Potremmo parlare a lungo anche del fatto che il libro di Bassan è accompagnato da un’Ep dei Tare, ascoltabile tramite QRCode stampato all’interno, in cui alle musiche della band si accompagnano frammenti dei racconti (capitoli?) letti da svariate voci (fra cui quella di Carlo Zulian dei Bruuno, che qui conosciamo bene), ma preferiamo lasciar parlare la musica, dilungandoci solo per fare un plauso a questo tipo di operazioni.

I pensieri feriscono più dei pugni?

Di Rita Bullwinkel abbiamo già parlato su queste pagine in merito a Lingua nera, una raccolta di racconti che ci aveva folgorato nel 2021 (anche se la sua uscita è del 2019). Allora la “materia di studio” di Bullwinkel erano i corpi, e si potrebbe supporre sia dal titolo del suo primo romanzo, La vita in pugno, che dall’ambientazione dello stesso, un torneo di pugilato di due giorni a cui partecipano le otto migliori pugili juniores degli Stati Uniti, che abbia continuato su quella strada: niente di più sbagliato, perché mentre le atlete si sfidano sul ring quello che interessa raccontare all’autrice non sono tanto i colpi che si scambiano, ma ciò che succede nelle loro teste.

La madre di Andi non sa nemmeno cosa sia la coppa Figlie d’America. Andi ha ritenuto che fosse troppo complicato spiegarlo al fratellino e alla madre. Loro sanno che combatte in una palestra locale, perlopiù con ragazzi, ma non sanno che è brava, abbastanza brava da aver battuto un centinaio di altre ragazze della regione per andare a combattere in uno Stato in cui non è mai entrata prima. Sbuffando come un toro Andi siede sullo sgabello di legno in attesa dell’inizio del secondo round. Non è mai stata brava negli sport di resistenza, nonostante tutti le abbiano sempre detto che il suo corpo sembra fatto apposta per quelli.

Nessuno può sapere in cosa è bravo un certo corpo a meno che non si trovi al suo interno.

L’andamento del romanzo è scandito dai match che si susseguono per due giorni nel Bob’s Boxing Palace di Reno, la “piccola Las Vegas” al confine fra Nevada e California, ma, a partire dalla descrizione del palazzetto anonimo e dimesso in cui si svolge, la Coppa Figlie d’America viene sistematicamente privata di tutta l’aura di importanza da Bullwinkel. Se il fulcro della cronaca sportiva, e di quella pugilistica in particolare, è quello di rendere la sfida molto più di un semplice incontro fra due individui, l’autrice qui sembra fare esattamente l’opposto: attraverso continui flash forward ci mostra il futuro delle atlete, e nessuno prevede dei guantoni nelle mani; il pubblico viene descritto come sparuto, distratto; i giudici sono tutto tranne che dei professionisti, e gli allenatori sono lì più per vacanza che perché credono nel valore delle loro pugili. Eppure, nonostante questo contesto sconfortante, La vita in pugno riesce ad appassionare attraverso il metodo meno scontato: facendoci entrare nella testa delle pugili, mostrandoci i loro pensieri e i loro ricordi fra un round e l’altro, fra un colpo andato a segno e un occhio nero da dover gestire.

Rachel aveva una teoria sugli altri esseri umani: le persone sono spaventate da ciò che per loro non ha senso ma che non possono, per quanto ci provino, evitare. Per questo motivo Rachel ha cercato di vivere la sua vita nel modo più spaventoso possibile, vestendosi da uomo e da animale. Aveva un cappello di procione alla Daniel Boone che indossava ovunque, e funzionava abbastanza bene. È sorprendente il potere che può dare un cappello strano.
E Kate Heffer era la persona ideale su cui applicare la logica del cappello strano. Kate Heffer aveva un sacro terrore dei cappelli strani. Rachel Doricko avrebbe voluto indossare il suo cappello strano adesso e girarlo in modo che la coda di procione fosse davanti e potesse mettersela in bocca e masticarne il cuoio marcio e sbrindellato mentre fissava Kate Heffer dall’altra parte di quel piccolo spazio che era il ring.

Invece di farci fomentare con la grandiosità del contesto, con l’epica della battaglia, Bullwinkel ci avviluppa in questa due giorni di pugni e sudore attraverso l’empatia con le atlete. Mentre la trama prosegue incontro dopo incontro – le eliminatorie il 14 luglio, le semifinali e la finale il 15 – noi impariamo a conoscere qualcosa dello stile di ognuna di loro, delle motivazioni, ma anche dei traumi irrisolti che si portano dietro e che magari stanno solo in un angolino del cervello, ma sono comunque parte integrante di ciò che le ha portate a confrontarsi su quel ring per giocarsi la possibilità di essere la pugile juniores più forte degli Stati Uniti. Anche in questo entrare continuamente nella testa delle atlete l’autrice gioca la carta dell’anti-climax, perché lo stile del romanzo è perlopiù freddo, espositivo: un continuo rimpallarsi di situazioni, il ricordo di un bambino morto in piscina alternato a un pugno andato a segno, la visione futura di una delle pugili che diventa organizzatrice di matrimoni alternata alla sua ambizione di recuperare un round di svantaggio. Dovrebbe funzionare sulla carta? No. Funziona? Sì.

Il brutto di essere sotto di un round contro una cugina più piccola che ha un labbro viola è che la situazione non convince nessuno. Izzy Lang è seduta dentro di sé in questo sesto round e assapora il brutto di essersi messa nella condizione di aver bisogno di una rimonta. Sente le spalle tremare. Izzy non riesce a capire se sta tremando, piangendo o è solo nervosa. L’orrendo labbro e gli occhi di Iggy sono incollati su di lei. Izzy è una pugile migliore e più abile. Izzy avanza spingendo Iggy contro la corda del ring e la colpisce così tante volte che il round finisce quasi nello stesso momento in cui è iniziato. In questo round Izzy mette a segno colpi alla testa, allo stomaco, alle braccia, al costato, e colpi che si incurvano verso l’alto e poi scendono come un coltello che si fa strada in un pezzo di formaggio.

Non so come possa essere recepito un libro del genere da qualcuno che pratica pugilato. Qualche anno fa ho scritto un racconto su un tennista, un flusso di coscienza in prima persona dei suoi pensieri strampalati mentre cerca di non buttare via l’ennesimo match a causa della sua proverbiale follia (avevo preso spunto da alcune mattate del da poco ritirato Fabio Fognini), e un amico che gioca a tennis lo ha trovato irreale, quasi fastidioso: un tennista, mi diceva, mentre gioca non ha tempo di fare tutti questi pensieri. Potrebbe essere un difetto del libro questo ingigantire il mondo interiore delle atlete, e a questo va aggiunto che la formula, innovativa e piacevole all’inizio, tende un po’ a mostrare la corda man mano che si prosegue la lettura: arrivati alla fine però non si può non voler bene a Artemis Victor, Andi Taylor, Kate Heffer, Rachel Doricko, Iggy Lang, Izzy Lang, Rose Mueller e Tanya Maw, eroine di una gara che nessuno ricorderà, nemmeno alcune di loro, ma protagoniste di un momento importante nonostante la sua banalissima normalità.

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Racconto in musica 210: Teschio (Sebadoh – Skull)

Io una volta ho ascoltato i Rancid su Radio Deejay. Più di una volta in realtà, e non escludo che al pomeriggio il dj Nikki li passi ancora adesso, molto probabilmente con la stessa canzone di allora: Time bomb. Erano gli albori della mia formazione musicale, ascoltavo la Rock Hit e, tramite il fascino per le classifiche che tuttora mi contraddistingue (e che forse è il motivo per cui l’algoritmo su Google continua a pensare che mi interessi qualunque lista compilata da Quentin Tarantino anche se non apro MAI quegli articoli), scoprivo generi che ho ascoltato per anni e in parte ascolto tuttora. Ai tempi non capivo l’eccezionalità del passaggio radiofonico di una band punk che normalmente viene tenuta lontana anni luce dall’airplay radiofonico, perché i Rancid non sono mai diventati famosi e rispettabili come Offspring e Green Day, ma se la sono giocata piuttosto nel campionato dei NOFX e dei Bad Religion, band dall’enorme successo internazionale che sulle radio commerciali venivano e vengono tuttora trattate come fenomeni di nicchia. E questa potrebbe essere comodamente un’introduzione su come si stava meglio prima, sul modo in cui il Sistema ci controlla attraverso la musica, su quanta era bella la musica di una volta… e invece a me Time bomb faceva cagare. Non l’ho mai sopportata lungo gli anni in cui veniva ficcata a forza in tutte le playlist delle discoteche rock, e ringrazio i Rancid per aver fatto canzoni molto migliori di quella. Nello stesso periodo in cui i Rancid mi si palesavano alle orecchie in quella che pensavo sarebbe stata la prima e ultima volta nella mia vita, però, c’era anche un’altra canzone che ha sedimentato in un angolino della mia testa, un brano che se non ricordo male arrivò addirittura al primo posto della Rock Hit (Time bomb stazionava stabilmente nelle parti basse nelle poche settimane di presenza) suonato da una band di cui persi le tracce subito: era Natural one dei Folk Implosion, e grazie al ritorno su queste schermate di Alessio Barettini scopro che dietro quella canzone c’era Lou Barlow, protagonista questa settimana coi suoi Sebadoh.

Di Alessio abbiamo raccontato ormai vita e miracoli, visto che di Tremila Battute è una colonna da anni (qui, qui, qui, qui e qui potete trovare i suoi racconti precedenti). Classe 1976, insegnante di Storia e Italiano in un liceo artistico, oltre a vari articoli e racconti online (ultimo questo su Nazione Indiana) ha pubblicato due libri, uno dedicato all’Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024) e l’altro al Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia (Arcana, 2025). Appassionato di musica da sempre, Alessio è il collaboratore ideale e non per niente con questo racconto diventa recordman di presenze su Tremila Battute: il guanto di sfida è lanciato, raccoglietelo!

Questo è uno di quei giorni in cui lascio il testimone per la presentazione della band, per cui non vi beccherete una delle mie immense sbrodolate ma sarà Alessio a parlarvi della carriera dei Sebadoh.

“Band seminale del mondo indie-rock, pionieri della bassa fedeltà, i Sebadoh si formano dalle parti di Boston nel 1986 grazie alle intuizioni di tre musicisti, due dei quali costituiranno la formazione base dell’attuale formazione, anche se l’ultimo lavoro in studio risale al lontano 2019.

I due genietti del lo-fi sono Lou Barlow, voce, chitarra, composizione, bassista della prima e dell’ultima ora di un’altra band centrale della scena di Boston, ovvero i Dinosaur Jr. di J Mascis, dai quali Lou si stacca per alcuni anni a causa di forti divergenze con il frontman, e Jason Lowenstein, musicista eclettico, bassista qui ma attivo musicalmente anche altrove.
Come lo stesso Barlow, che ha al suo attivo numerosi progetti: Sentridoh, Folk Implosion e diversi altri lavori solisti rigorosamente lo-fi.

La produzione dei Sebadoh è eclettica anche se non imponente, anche a causa delle varie collaborazioni dei suoi musicisti. I primi album, che risalgono alla fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 sono ruvidi, con costruzioni musicali brevi e incisive, con incursioni nel punk e nell’hard-core, in anni che li vedono spalleggiare i Firehose dal vivo. Ma la vena creativa di Barlow si espande ancora e già con Bakesale e Harmacy, i due album successivi, usciti nel ’94 e ’96, si trovano molte ballad accompagnate dalla calda voce di Lou, che già si era fatto notare con alcune perle negli album precedenti, canzoni come Brand New Love, Soul & Fire e Let Tomorrow Bee, che restano dei capisaldi della loro intera produzione. L’aspetto lo-fi rimane, pur facendosi più variabile, tendenza alla ricerca, questa, che sarà centrale anche in tutti gli altri lavori di Barlow. La band si scioglie dopo l’uscita di Sebadoh, per poi riunirsi diversi anni più tardi e dare alle stampe altri due lavori negli anni ’10.

Sebbene la band non abbia avuto particolare fortuna qui da noi (qualcuno li conosce soltanto perché un certo Kurt Cobain ha indossato le loro magliette in diverse occasioni), i Sebadoh restano centrali per la scena lo-fi. Le canzoni, alternativamente scritte da Barlow e Lowenstein, parlano spesso di amore, relazioni, ma anche droga, disagio giovanile, e a quest’ultimo proposito vale la pena di recuperare il film Kids, diretto da Larry Clark, vero e proprio cult con Barlow alla colonna sonora a firma Folk Implosion. Il singolo Natural One raggiunse un onorevole 29esimo posto nella classifica Billboard.”

Skull è la settima traccia di Bakesale, una canzone per cui la definizione perfetta è quella di uno dei commenti al video su YouTube: “quando la Sub Pop dominava il mondo e il college rock significava qualcosa”. La ruvida delicatezza della canzone e le immagini evocate dalla voce di Barlow sono state trasformate da Alessio in una storia dai contorni onirici, un breve viaggio nei ricordi che sa di percorso iniziatico. Potete farvi trasportare nella sua atmosfera sospesa subito dopo il brano che l’ha ispirata, e ovviamente è consigliato tenere le note stesse in sottofondo: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Teschio, di Alessio Barettini

Ritornare è sempre lasciare i propri panni odierni ed immettersi in quelli dell’investigatore dell’anima, meglio se appariscenti, così da ingannare i picchi della nostalgia con un trucco da fiera di paese. Camminare lentamente per il luogo reso unico dal tempo e dal destino, osservarne i contorni oggi più sfumati, è come immedesimarsi nel cacciatore pronto a veder apparire dalla polvere il tulpa dimenticato nella luce lunare che tutto livella.

Il passo morbido disegna un arabesco, il centro di controllo fa combaciare il tuo io di ieri con quello di oggi, scoprendo che le sagome non coincidono né coincideranno, che fra le due una fessura ha lasciato entrare muffa e storia. Proprio lì, fra il legno della crescita interiore e il cemento della memoria.

Proseguire nella tua ricerca personale, una volta datane per scontata la naturale contraddizione, è come immettersi nei panni del prestigiatore. Procedere con la tua camminata pura, fingere disinteresse per il dettaglio e quindi fermarsi davanti a esso in tacita resa, guardando dritto negli occhi la paura per accorgersi che coincide con la tua gioia più grande.

Infine, ricordare di pulirsi le scarpe prima di uscire.

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Racconto in musica 209: I tre giorni del cazzo (Manlio Maresca – A volte la vita è brutta ma prima o poi arriva sempre il momento peggiore)

Ci sono generi su cui le cose che ho da dire possono stare su un fazzoletto. Forse su tutti i generi le cose che ho da dire potrebbero stare su un fazzoletto, ma se te le cavi con la supercazzola puoi dare l’impressione di saperne di più e boh, vai a capire dove inizia la competenza e dove finisce la sindrome dell’impostore, che da metalmeccanico prestato alla critica musicale il confine mi è sembrato sempre troppo labile per aver voglia di capire dove andrebbe piazzato. Ma sul jazz davvero so poco e niente. Mi affascina e mi respinge al tempo stesso, esplorandolo in alcune sue varianti, dalla chitarra di Django Reinhardt nella prima metà del 900 ad album come The shape of jazz to come di Ornette Coleman, anno 1959, e A love supreme di John Coltrane, anno 1965, cui aggiungere rade frequentazioni con Miles Davis e con le cose pazze mischiate al grind di John Zorn (istigato in questo caso dall’inizio del film Funny games). Quindi se mi trovo a parlare di jazz quelli sono i riferimenti che posso usare, limitanti, limitatissimi, ma oggi sono qui a parlare di un musicista che fa jazz e che è pure incasellabile, almeno per la limitata conoscenza musicale che ho io del genere e della teoria musicale in generale, ma avevo promesso quasi un anno fa che avrei scritto un racconto su una canzone di Manlio Maresca e le promesse vanno mantenute, soprattutto quando le fai con sincera convinzione.

Classe 1977, Maresca (di cui potete ascoltare qualcosa qui, tanto per farvi un’idea della sua musica mentre io provo a spiegarla male) era un nome che era passato attraverso le mie orecchie anche prima di conoscerlo personalmente ma vai a capire quando, come, perché e se per caso legato ad altri folli della scena sperimentale romana come i Vonneumann. Sta di fatto che era un nome, appunto, non una musica, e la musica che mi sono trovato di fronte vedendolo esibirsi alla libreria El Topo di Roma (che vi consiglio caldamente di frequentare) è incatalogabile. Performance solista chitarristico/elettronica fondata su glitch e presumo sul fare esattamente quello che non ti aspetti quando non te lo aspetti, che è quello che ho poi scoperto essere più o meno il sunto dell’ultimo disco L’importanza inderogabile del mio rendez-vous (Record Y, 2023), è entrato di diritto nella top 5 dei concerti più strani della mia vita assieme a Xavier Iriondo che pesta le corde della chitarra con un batticarne mentre guarda con occhi a palla il pubblico, un tizio di cui purtroppo non so come recuperare il nome in un centro sociale nell’hinterland milanese che faceva musica elettronica in passamontagna con effetti e registratori a cassetta (e che a un certo punto è sceso anche a pogare fra il pubblico), il chitarrista himalaiano Tashi Dorji che spippola le corde per mezz’ora in apertura ai Godspeed You! Black Emperor e gli indonesiani Senyawa che fanno sperimentazione vocale su base di strumenti autocostruiti (e rimangono fuori le Hyper Gal, per dire). Maresca non è però solo questo, ma un jazzista dal curriculum lungo così (non aggiornato) che ha fondato un botto di progetti (con gli Andymusic ha esordito accompagnando Remo Remotti), esplorato a ogni disco approcci diversi, si è trasferito a Berlino per qualche anno e vai a capire se l’amore per l’elettronica strana gli è nato lì o se era qualcosa che sarebbe successo comunque perché in qualche direzione nuova la sua musica doveva andare. E io per descrivervela quella musica dovrei utilizzare i pochi ascolti del genere che ho, Ornette Coleman nello scambio fra fiati nei due dischi coi Manual For Errors (Hardcore chamber music del 2016, pubblicato da Jazz Engine, e Noisy games del 2020, pubblicato da Auand), Django come nume tutelare della sua fantasia chitarristica in Heavydance, l’album con gli Andymusic del 2014 (sempre Auand), ma che ci provo a fare che già Coleman usava due sax e non un sax e una tromba? E tutta la produzione musicale precedente, coi Neo e gli Squartet? Facciamo che fate voi, mi fido, una canzone la trovate qua sotto e il link per altre ce li avete: fatelo per me e anche per lui, che fra l’altro è una gran bella persona.

A volte la vita è brutta ma poi arriva sempre il momento peggiore è l’ultima traccia di Noisy games, sei minuti e mezzo di andamento mutevole, corse e rallentamenti, zoppichii e false incertezze che, se vogliamo appioppare una metafora che ben calza con il titolo della canzone, esemplificano perfettamente le difficoltà crescenti con cui ci troviamo ad avere a che fare nella vita… però con un gusto ironico e scoppiettante, che ti porta a sorridere anche quando sei nella merda fino al collo. Nel racconto che mi ha ispirato la canzone due persone parlano al bancone del bar, e una delle due non è messa benissimo: come ben esemplificato dalla famosa legge di Murphy però le cose possono anche andare peggio, e per scoprire come non vi resta che andare un po’ più in basso, subito dopo il link alla canzone e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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I tre giorni del cazzo

«…così inizio a tagliarle a metà, con le tenaglie, col capo che già mi guarda male perché lui diceva che me lo aveva detto che erano troppo grosse per entrare dove dovevano entrare, e cerco di fare in fretta mica che poi trova un altro motivo per darmi contro e non rinnovarmi il contratto. E indovina un po’?»

«Cosa?»

«Figa ti ho detto indovina, fai uno sforzo almeno».

«Boh. Ti ha detto che non andavano tagliate e che hai fatto di testa tua?»

«È venuto fuori che c’era una direzione in cui tagliarle. Che avevano un senso, e io mica ho guardato. Le ho mandate avanti, le hanno levigate e solo dopo si sono accorti che metà erano da buttare, e non avevamo neanche il materiale per rifarle».

Fa una pausa, beve un sorso di birra.

«E poi?»

«E poi?»

«Eh, e poi».

«E cosa vuoi che è successo? Ero lì da meno di un mese, l’ultima ruota del carro, e da ieri sul carro neanche ci sto più. Mi hanno contestato anche la perdita di tempo di chi le ha levigate, che però un’occhiata poteva darcela pure lui».

«Ma figa».

«E questo era due giorni fa. Non mi ha detto niente nessuno per il giorno dopo, così alla mattina timbro e tutto, poi dieci minuti neanche che ho iniziato arrivano e mi dicono che il contratto non è stato rinnovato, che c’è stato un problema di comunicazione fra me l’azienda e l’agenzia e blablabla e mi rimandano a casa. E indovina un po’?»

«Eeeeee cos’è un quiz? Cosa vuoi che ne so, t’è andata a fuoco la casa?»

«Magari. Doveva essere vuota, e invece quando entro sento dei rumori».

«C’hai trovato i ladri?»

«Ora ti sei preso bene col quiz eh? No, i rumori arrivavano dalla camera da letto. Risatine, sospiri, tutto quel campionario lì».

«Cristo».

«Già». Beve un sorso di birra. «Che poi erano sei mesi che scopavamo, ma sono comunque sei mesi buttati nel cesso. La sua roba invece l’ho buttata dalla finestra, dovevi esserci. Proprio quelle scene da film, secondo me qualcuno ha anche filmato e mi trovi sui social».

«Beh se l’è meritato». Avvicina il bicchiere per un brindisi. «Ora capisco perché c’avevi voglia di bere».

«Eh no». Scuote la testa. «Questo era ieri, e io ti ho chiamato oggi».

«E cosa è successo d’altro?»

«Sono andato dal dottore, ha detto che voleva vedermi». Indica con un cenno della testa il bicchiere. «Quella birra è analcolica».

«Noooooooo».

«Eh sì». Beve un sorso di birra. «Sono incinto».

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Sogno o son inquieto, o dell’importanza dell’atmosfera in BOHÈME di Kety Fusco

Qualche anno fa ho scritto un articolo in cui evidenziavo le caratteristiche di tre film horror, auspicando che fossero prese ad esempio per trovare nuovi modi di fare paura. In quel trittico figurava It follows, fra i primi esempi di quello che nei casi migliori possiamo chiamare “elevated horror” (al netto delle lamentele di chi pensa non ci sia niente da elevare) e nei casi peggiori “film in cui il mostro/la vicenda è una metafora gigante con qualche spavento attorno”, e nello stesso 2014 in cui usciva la pellicola del non più così fortunato David Robert Mitchell anche un altro film si era fatto notare parecchio: The babadook. Diretto dall’australiana Jennifer Kent (cui il buon successo di pubblico e critica non sono bastati a farsi distribuire in Italia il successivo The nightingale, ma hanno convinto Guillermo Del Toro ad affidarle la direzione di un episodio del suo Cabinet of curiosites),The babadook ha il pregio di costruire un’atmosfera inquietante partendo dal mondo delle favole per bambini, terreno non nuovo ma trasposto in maniera originale all’interno di un film che avrebbe potuto accontentarsi di portare avanti le sue tematiche elevate (il lutto, le difficoltà e le pulsioni di una madre single e quelle di un bambino che non ha mai conosciuto la figura paterna) senza costruirci sapientemente la tensione attorno. Il film mi è tornato in mente (e me lo sono rivisto giusto qualche giorno fa) dopo aver ascoltato BOHÈME, il nuovo disco di Kety Fusco uscito per A Tree In A Field Records il 19 settembre, che alla sua maniera riesce a ricreare in musica atmosfere simili.

Arpista e compositrice di fama internazionale, Fusco ha intuito il potenziale che il suo strumento poteva avere anche in territori inusuali: da qui nasce il connubio con un’elettronica ombrosa, coadiuvata da percussioni scarne e piccoli ma preziosi accorgimenti sonori (fate caso ai respiri trattenuti che puntellano gli stop and go di BLOW), su cui la sua arpa apre squarci di luce che rendono il tutto la perfetta colonna sonora per favole nere (o per le originali versioni di molte favole che conosciamo, in cui le scarpette di vetro prevedono amputazioni per chi prova ad indossarle senza averne la legittimità). Arriva presto anche il babau, incarnato dal vocione cavernoso della guest star Iggy Pop (uno che, dopo i Leatherette, dimostra di avere l’occhio lungo sul mondo della musica indipendente italiana) che in SHE pronuncia reiteratamente la stessa frase, accompagnato da un motivetto simil-Goblin su cui l’arpa spande luce senza dissipare completamente le tenebre. naima prima e Resistance poi trovano ognuna il proprio modo di mantenere intatta questa atmosfera onirica fra scricchiolii, tappeti di synth usati con parsimonia e, ovviamente, le corde dell’arpa, fulcro di una sperimentazione sonora mai fine a sé stessa, neanche quando Fusco la porta sott’acqua per registrare la breve traccia d’apertura Hi, this is Harp.

Karma e Nocturne abbandonano parzialmente la tessitura sonora fin lì esplorata, mantenendo un’atmosfera soffusa ma ammantandosi di suggestioni orientali non solo grazie al sitar che compare nella prima (suonato da Nicolas Rabeus, compositore di colonne sonore che coproduce il disco), prima che sia un’azzeccatissima Ninna nanna a chiudere il cerchio riportando la musica nel pieno territorio del sogno (su cui si appoggiano i delicati vocalizzi della madre dell’artista), questa volta privo di ombre. Non è però così che si conclude il disco, bensì con Für Therese, rivisitazione della celebre Per Elisa beethoveniana che cerca di dare voce a Therese, allieva del compositore cui pare fosse inizialmente dedicata. In questo brano Fusco porta ai limiti più estremi la commistione fra arpa e processazione elettronica, arrivando in alcuni punti a coniugare musica classica e dubstep senza che questo appaia eccessivo: la buona riuscita dell’esperimento non toglie però la sensazione che la canzone stoni con l’atmosfera generale del disco, e che rappresenti, pur con ottime intenzioni, un sentito omaggio più che qualcosa che sia stato concepito insieme al resto dell’album.

BOHÈME è un disco che migliora ascolto dopo ascolto, capace di svelare lentamente tutte le finezze di cui è disseminato pur nella semplicità della confezione. Non servono in fondo molti elementi per creare un buon album, ma la capacità di saperli usare: alla terza prova discografica Fusco dimostra grande maturità e una visione personale, creando un’opera che non è per tutt* ma ha le caratteristiche adatte ad affascinare molt*,

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Racconto in musica 208: Anna non conta (Heartworms – Smugglers adventure)

La cosa che mi è sempre piaciuta dell’andare ai festival musicali, grandi o piccoli che siano, è la possibilità di entrare in contatto con un sacco di bella musica che non sapevi esistesse. Il BBK di luglio a Bilbao non ha fatto eccezione, con la pioggia del venerdì che ci ha “costretti” pigiati come sardine a fare i conti con l’energia incredibile di quella sorta di clone nigeriano di James Brown che è Obongjayar, esibitosi sull’unico palco coperto, il tutto dopo aver già fatto il pieno di endorfine vedendo l* australian* Amyl And The Sniffers reggere con il loro punk e la presenza scenica della frontwoman Amy Taylor il confronto a breve distanza con i nordirlandesi Kneecap, i veri vincitori del festival, trio hip hop che fa della varietà musicale e (soprattutto) dell’impegno politico i propri cavalli di battaglia: meno male che il governo spagnolo, a differenza di quanto recentemente deciso da quello canadese, non gli ha precluso l’ingresso nel paese per supposti cori pro-Hamas, preferendo appoggiare le loro proteste sul palco e quelle di tant* altr* spagnol*, un paio di mesi più tardi, che hanno bloccato varie tappe della Vuelta schierandosi contro un team ciclistico dal chiaro intento “governoisraelianowashing”. Anche gli altri giorni hanno riservato sorprese, tipo passare per caso da un palco e ritrovarci gli stessi trevigiani con cui ci eravamo goduti il primo giorno l* English Teacher (ricordate? Ve ne avevamo parlato qui), conoscere dei loro amici sardi e seguire il consiglio di questi ultimi di fermarci ad ascoltare una band di cui non capiamo il nome e comprendiamo vagamente solo che fa post-punk o giù di lì: poi arriva sul palco Josephine Orme e gli Heartworms iniziano il percorso che li porta velocemente su Tremila Battute.

Mia “partner in crime” per ottenere questo risultato è Luigia Brandimarte, collaboratrice girovaga che dopo aver lasciato il suo bell’Abruzzo a diciotto anni per studiare Ingegneria Idraulica a Bologna ha seguito la rotta del nord, spostandosi a Milano per il dottorato, a Torino per il post-dottorato, a Delft per la ricerca e infine a Stoccolma per un posto da professoressa al Politecnico: più a nord di così le rimangono le isole Svalbard, ma dubita che la famiglia vorrebbe seguirla e pure le sue ossa pare non siano d’accordo. Mollata la corsa a causa della mancata collaborazione del ginocchio sinistro (forse il prodromo del movimento anti-Svalbard), Luigia ha ripiegato sulla scrittura per alleviare i lunghi inverni scandinavi: riviste come Wertheimer, PastrengoSmezziamo e Narrandom si sono accorte della sua abilità con le parole, e pure noi abbiamo ora la fortuna di ospitarla. Ambidestra, ha anche un fratello jazzista di cui vi invitiamo ad ascoltare la musica.

Di tutt’altro genere si occupa invece Orme, ventisettenne inglese che è il motore principale dietro al progetto Heartworms. Proveniente da una famiglia la cui composizione etnica è più unica che rara (origini pakistane e afghane da parte di padre, danesi e e cinesi da parte di madre), a quattordici anni viene data in affidamento e la musica da passione diventa obiettivo: studia al South Gloucestershire and Stroud College per diventare produttrice musicale, appassionandosi nel frattempo alla musica di grandi icone della musica dark – new wave – post punk (The Cure e Siouxsie And The Banshees in primis, ma il nome Heartworms lo prenderà da un disco del 2017 dei The Shins). A cambiarle la vita non è però il lavoro dietro le quinte, bensì il contatto tramite Instagram con il produttore Dan Carey (uno che dobbiamo ringraziare anche per gli Squid), che passa in breve tempo dal chiederle delle demo, incuriosito dal suo stile musicale, al metterla sotto contratto con la propria etichetta Speedy Wunderground nel 2022. Da lì tutto si muove velocemente: l’Ep A comforting notion nel 2023, i primi concerti al The Windmill di Brixton (comunque in apertura di gente del calibro di Black Country, New Road, per dire) che lasciano spazio ad esibizioni di supporto a The Kills e St. Vincent, poi nel febbraio 2025 il primo disco Glutton for punishment e il plauso della critica e degli addetti ai lavori, con tanto di tour che la porta, fra le varie tappe, al BBK di Bilbao a luglio e a Milano, dove arriverà fra meno di un mese sul palco dell’Arci Bellezza (e stavolta ho già i biglietti).

Ma fin qui è tutta aneddotica wikipeddiara, perché alla fine quel che conta è la musica, no? Nel caso di Orme/Heartworms però la questione è più profonda, perché nessuno obietta che Glutton for punishment sia un gran bel disco, oscuro il giusto e capace di variare la formula dark wave di base con la carica semi-industrial di Jacked o le suggestioni dance gotiche di Warplane, ma è tutto l’immaginario che sta dietro al progetto a renderlo ancor più meritevole di attenzione, un immaginario che sembra semplicemente virato in bianco e nero (come tutti i suoi video) e che riesce invece ad attraversare ogni scala di grigio. In fondo non saremmo qui a parlare di lei se non avesse catturato l’attenzione di me e del mio amico con la propria magnetica presenza scenica e la sua voce pazzesca, rimanendoci in testa per giorni e convincendoci a volerne di più: il 24 ottobre sapete dove trovarla, noi saremo lì davanti al palco.

Smugglers adventure è la penultima traccia di Glutton for punishment, un lungo canto di dolore e solitudine che riesce a far filtrare qualche inaspettato raggio di speranza. Ce n’è molta meno nella storia che ci racconta Luigia, con uno stile che fa delle ripetizioni il meccanismo per farci sentire ancora più intensamente ciò che prova Anna, quindicenne introversa lanciata in quel tritacarne che può essere la scuola durante l’adolescenza, soprattutto se trovi di fronte solo persone che ti fanno sentire sbagliat*: trovate il suo racconto poco più in basso, subito dopo la canzone a cui abbiamo deciso di associarlo, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Anna non conta, di Luigia Brandimarte

Anna ha quindici anni,

Anna ha una voglia viola sulla guancia,

Anna ha l’apparecchio ai denti,

Anna ha la schiena curva,

Anna ha i piedi a papera.

Laura ha quindici anni.

Anna arriva a scuola in bus, Anna arriva prima.

Anna siede vicino alla finestra, Anna siede sola.

Anna guarda fuori, Anna sa quando Laura arriva.

Laura arriva con Linda, Linda ha quindici anni.

Laura siede con Linda, Laura e Linda siedono al banco in fondo.

Laura parla con Linda, Linda parla con Laura, Laura non parla con Anna, Linda non parla con Anna.

Laura e Linda parlano di Anna ad Anna.

Annina la sfregiatina, Annina la gobbina, Annina la brufolina.

Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende 5 in latino, Laura prende 9 in latino, Linda prende 9 in latino.

Annina la ciuchina, Annina bocciatina, Annina la cacchina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo, tre: due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende appuntamento dall’oculista, Anna miope, Anna piange.

Annina la vecchina, Annina ciecatina, Annina quattrocchina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende coraggio, Anna parla con la Giunti, Anna mostra gli occhiali rotti.

Madre di Anna infermiera, padre di Laura notaio, 5 in latino, 9 in latino: un incidente, succede.

Annina codardina, Annina infamina, Annina spioncina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna non prende il bus.

Anna prende calci, Anna prende pugni, Anna prende paura. Anna non conta.

Anna non va a scuola.

Anna non va a scuola.

Anna torna a scuola.

Anna non parla, Anna non risponde, Anna non chiede.

Annina la mutina, Annina ha paurina, Annina sta zittina.

Anna prende.

Anna non conta.

Anna non va a scuola.

Anna non va a scuola.

Anna non conta.

Anna non prende.

Anna non.

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L’abilità di cogliere l’essenziale: Terra dei grandi numeri di Te-Ping Chen

Settembre, per chi ancora sottosta al rituale delle ferie fatte ad agosto, è il mese in cui la mente non si è ancora distaccata totalmente dalla vacanza. Non è una regola universale, soprattutto se la vacanza è stata una merda, ma perlopiù è così e io non faccio eccezione: dal viaggio di quest’anno in Corea del Sud però sono tornato con sensazioni diverse, inedite. All’inizio pensavo fosse delusione, mi era stata “venduta” un’immagine del paese da reel, guide online e offline e pure qualche film che non sempre corrispondeva alla realtà (e che spesso tendeva a omologare i coreani ai giapponesi: non è così, quindi non aspettatevi che per salire sulla metropolitana facciano code ordinate): questa mancanza di corrispondenza però l’ho avvertita anche nelle altre vacanze, e ripartendo da Seoul non avevo l’animo di chi pensa “finalmente torno a casa”, ma avevo in testa il classico “purtroppo”. Così ci ho ragionato un po’ e penso di aver trovato una motivazione più realistica alle sensazioni che provo ripensando a quei quindici giorni coreani: rispetto ad altri luoghi visitati negli anni pensavo che stavolta avrei capito di più del posto in cui ero, che quel tempo mi sarebbe bastato per andare oltre la superficie e trovare delle verità sui sudcoreani che non fossero solo la narrazione di un paese che ama il k-pop e che “vive nel 3000”. Ero un povero illuso, ora me ne rendo conto, e al massimo posso dire che guidano meglio di quel che si racconta e che i loro programmi tv sono invasi da gente che mangia, commenta ciò che sta mangiando, commenta mangiando altre cose o si esalta per qualcuno che sta cucinando… prima di mangiare quello che sta cucinando, ovviamente.

Con la stessa ansia di capire mi sono avvicinato alla lettura di Terra dei grandi numeri, la prima raccolta di racconti della scrittrice e giornalista statunitense Te-Ping Chen pubblicata dalla sempre benemerita Racconti Edizioni. Corrispondente da Hong Kong e Pechino del Wall Street Journal per anni, Chen ha portato la terra dei suoi avi anche all’interno della propria opera letteraria, ambientando quasi tutte le sue storie nella sterminata Cina. Speravo di trovare all’interno delle sue pagine qualcosa che andasse oltre gli stereotipi, che ampliasse la mia visione di una terra troppo grande per essere compressa nei pochi tratti utilizzati per definire più di un miliardo di persone, e con mio grande piacere le aspettative non sono state tradite.

Intorno a Zhu Feng, così sembrava, la gente non faceva che comprare case, azioni, proprietà; c’era un’intera generazione che aveva fatto i soldi e che si sentiva in obbligo di comprare beni per i figli e le cose insignificanti di prima non bastavano più: giri di giostra a bordo di personaggi dei cartoni animati che sparavano luci e si dondolavano avanti e indietro fuori dai supermercati; ghiaccioli al biancospino rivestiti di glassa al limone, una coccola invernale a buon mercato. Dovevano comprare perché avevano i soldi e perché era quello che facevano tutti; conducevano vite semplici e toccava ai figli occuparsi di ogni cosa. Inoltre, secondo il governo quella era «l’occasione di acquisto di una generazione intera»; era tutto in espansione,  nuovi appartamenti e nuove strade ovunque, la Cina era inarrestabile e nessuno voleva rimanere indietro.

Terra dei grandi numeri

Nei racconti di Chen ci sono tutti gli elementi, storici e sociali, che caratterizzano la narrazione della vita in Cina che arriva fino a noi, caratteristiche spesso contraddittorie che già da sole dovrebbero farci comprendere quanto quella realtà sia difficile da analizzare: la rigida censura e la pervasività delle proteste, il boom economico e la mancanza di prospettive di alcune fasce della popolazione, la politica del figlio unico e Piazza Tienanmen, la presenza continua dello stato e la corruzione delle alte sfere. L’abilità dell’autrice sta prima di tutto nella capacità di creare personaggi interessanti e multisfaccettati, uomini e donne che seguiamo con trasporto mentre le loro vicende si intersecano naturalmente con il quadro generale delle cose. Lulu, la sorella gemella della voce narrante nell’omonimo racconto, che da fulgida speranza per i propri genitori finisce per diventare attivista online; Xiaolei, giovane ragazza che ne Il brusio di Shangai si trasferisce dalla campagna alla grande metropoli senza trovare la svolta che si aspettava; Zhu Feng, ragazzo frustrato dalla condizione economica dei propri genitori che inizia a usare soldi non suoi per speculazioni finanziarie: tutt* loro sono figure tridimensionali e non macchiette utilizzate al solo scopo di illustrare una situazione, e anche i personaggi “minori” che gli girano intorno sono ben scritti e utili a creare un senso di immersione nelle vicende, anche quando queste lasciano il territorio della realtà.

Noi che avevamo provato il qiguo facevamo caso al sole che ci riscaldava gli arti, e il tintinnio del campanello di una bici ci parlava di aria mite, di vento primaverile, di possibilità. Sorridevamo di più, lasciavamo che i nostri sguardi s’incrociassero per strada. «Oggi ne ho mangiato uno che sapeva di quando faccio una bella battuta e tutti si mettono a ridere» se ne usciva Lao Sui. Le madri davano da mangiare ai loro bambini il frutto ridotto in purea e accorrevano tutti a vedere la sorpresa e la meraviglia che trasformavano quei faccini.

Il nuovo frutto

Già con La centralinista, secondo racconto della raccolta, Chen ci restituisce pochi dettagli di una distopia burocratica che lascia sapientemente sullo sfondo, concentrandosi sulla vicenda personale di una ragazza che viene rintracciata dal suo ex amore tossico, ma è in Il nuovo frutto e nel racconto conclusivo, Lo spirito di Gubeikou, che la fantasia dell’autrice viaggia a briglia più sciolta. Nonostante le due storie, quella dell’impatto di un frutto dalle proprietà eccezionali sugli abitanti di un piccolo quartiere e della permanenza sottoterra per giorni e giorni di un gruppo di passeger* in attesa di un convoglio della metropolitana che non arriva mai, siano quelle a più elevato carico di retorica, la dose di inventiva e la capacità di variare registro anche nel territorio del fantastico (la fiaba malinconica nel primo caso, l’assurdo kafkiano o meglio dürrenmattiano, prendendo a nume tutelare il racconto Il tunnel dello scrittore svizzero, nel secondo) rendono anche queste storie diversamente affascinanti, trascinandoci nei rapporti mutevoli che si sviluppano in due situazioni agli antipodi come atmosfera.

La penna di Chen risulta meno fluida nei racconti dove si ritrova a scavare maggiormente nell’intimità dei propri personaggi, chiudendoli in situazioni dal respiro meno ampio (ed è paradossale che in uno di questi, Un paese bellissimo, a fare da sfondo alla vicenda di una coppia etnicamente mista e dei non detti fra di loro sia lo sterminato paesaggio del Grand Canyon), ma seppur non perfettamente centrato anche la storia di un bizzarro e ansiogeno triangolo semiamoroso raccontata in On the street where you live riesce a farsi notare, non fosse altro che per dimostrare la sicurezza con cui l’autrice sperimenta atmosfere diverse (e per uno come me, che da sempre non vede la necessità di forzare una connessione fra i racconti di una raccolta, questa varietà è solo un pregio). Terra dei grandi numeri riesce a trasportare il lettore in un mondo che non è quello della cartolina esotica che siamo abituati a vedere, e nemmeno quello della cronaca internazionale con le sue minacce e le sue speculazioni: è semplicemente un mondo, più o meno reale a seconda delle storie, che solo chi ha osservato pazientemente la vita comune può riuscire a restituire; un mondo che, con la mia ansia da turista, io probabilmente faticherò sempre a cogliere.

Erano bloccati da due mesi quando la tv di stato inviò una troupe che avrebbe girato un servizio su di loro. spedendo i giornalisti a riprendere le partite di badminton e a intervistare i passeggeri. Le guardie li lasciarono passare con fare ossequioso mentre la capostazione, mai vista prima, monitorava il tutto indossando un badge scintillante e un tricorno nero.

I giornalisti si aggiravano tra la folla, scegliendo la storia migliore.

«A volte mi perdo d’animo, ma confido nelle autorità» affermò la donna sulla cinquantina con la permanente, con le labbra tremanti, nel video che quella sera fece il giro di tutti i telegiornali. «Insieme faremo ripartire quel treno!»

Quando la linea tornò allo studio, l’annunciatore annuì e dichiarò all’obiettivo della telecamera: «Lo spirito della stazione di Gubeikou è forte».

Il giorno dopo finirono in prima pagina, sotto il titolo LO SPIRITO DI GUBEIKOU.

Lo Spirito di Gubeikou

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Racconto in musica 207: Stop living so well (Emma Nolde – Dormi)

Se seguite Tremila Battute da abbastanza tempo vi sarete accort* che il tempismo non è il nostro forte (insieme a molte altre cose che stanno in cima al decalogo della buona comunicazione e/o pianificazione strategica). Scriviamo recensioni fuori tempo massimo, arriviamo troppo in anticipo a parlare di artist* rilevanti o clamorosamente in ritardo, e tutto perché quei cinque (cinquanta) (forse cinquecento) minuti che potremmo passare pensando a quando parlare di una determinata cosa finiamo il più delle volte a sprecarli gioiosamente (salvo poi pentircene subito dopo, perché non siamo immuni dall’ansia da performance). Questo articolo ne è un esempio, perché lo sto scrivendo di venerdì sera e lo completerò di sabato mattina, ma parla di un’artista che sabato pomeriggio sarà ospite di un talk a cui io sarò presente. Perché quindi non aspetto un po’ a scrivere questo articolo introduttivo al racconto di Luca Murano, che ci permette di (ri)parlare di Emma Nolde in quanto sua musa ispiratrice? Perché se no diventeremmo professionali accedendo ai big money, e noi i big money li schifiamo perché temiamo di essere troppo poco integerrimi per non finire cambiati dalla ricchezza.

Ma parliamo di cose serie ovvero di Luca, new entry nel magico mondo di Tremila Battute con cui inauguriamo una nuova stagione di racconti. Classe 1980, laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia, ha lavorato come redattore e correttore di bozze per Mondadori e attualmente vive e lavora fra Novara e Firenze (speriamo per lui, da modesti conoscitori di Novara, che lavori nella prima e viva nella seconda). Cura un blog fin dal lontano 2011, Vaicomesai, in cui oltre a recensioni di libri pubblica anche i propri racconti, apparsi in gran numero su svariate riviste della lit web: nella biografia che ci ha mandato per modestia cita solo quelli pubblicati su ‘tina, Topsy Kretts (con cui dialogheremo su musica, narrativa breve e attivismo a Firenze RiVista sabato 20 settembre alle 18:30, save the date), Malgrado Le Mosche e Pastrengo, ma a noi piace la completezza e vi invitiamo a recuperare anche gli altri, che potete trovare a questo link. Alcuni di questi, insieme a molti altri, sono apparsi nelle due raccolte di racconti che ha pubblicato, ovvero Pasta fatta in casa: sfoglie di racconti tirate a mano (Bookabook, 2018) e I vestiti che non metti più (Dialoghi Edizioni, 2021), ma la sua penna è al servizio anche del sito sportivo Around The Game. Giurato del Premio Letterario Zeno, dal 2024 collabora con la casa editrice BookTribu.

Che dire invece di Emma Nolde che già non abbiamo detto un paio di anni fa? Innanzitutto che a novembre 2024 ha fatto uscire il terzo disco in quattro anni, Nuovospaziotempo (Carosello Records), che è l’ennesima evoluzione di un percorso in cui riesce a far risultare sempre fresco il connubio fra la sua vena melodica, quella cantautorale e spunti urban che danno al tutto un alone di semplicità e consapevolezza, come se fosse la stessa che ha iniziato la carriera da pochi anni e allo stesso tempo la professionista che duetta con Niccolò Fabi reggendo benissimo il confronto. Poi potremmo aggiungere che tre mesi fa ha fatto uscire una nuova canzone, Indipendente, in cui canta delle difficoltà di una generazione, la sua, che avrà meno opportunità di quella dei propri genitori. L’avrei tanto voluta vedere dal vivo Nolde, tipo all’Arci Bellezza di Milano dove si è esibita due volte a cavallo fra il vecchio e il nuovo anno, ma entrambe le date sono andate sold out prima che me ne rendessi conto e al MiAmi, dove pure si è esibita, non ci sono andato neanche quest’anno: mi toccherà ritentarci la prossima volta, magari in una location ancora più grande se il suo nome, come ci auguravamo già due anni orsono, sarà arrivato ad educare le orecchie di un pubblico più mainstream. Intanto mi accontento di ascoltarla a Il tempo delle donne alla Triennale di Milano, dove parlerà in un talk dall’emblematico titolo Non ci sono donne in classifica, assieme alle cantautrici Anna Carol e Anna Castiglia di cui, è una promessa, prima o poi parleremo su queste schermate.

Dormi, quarta traccia dell’omonimo album uscito nel 2022, è l’unione perfetta fra la melodia e il flow che caratterizzano la voce autoriale di Nolde. La canzone è stata, per citare direttamente Luca, una delle “colonne sonore non richieste del mio autunno”, situazione che fa il paio con quella del protagonista del suo racconto, uno per cui calzerebbe a pennello la frase dei Vintage Violence “la crisi ci ha convinti che è normale andare a lavorare per pagarci la benzina per andare a lavorare” se non fosse che a lui lo stipendio basta giusto per pagarsi l’affitto, altro che benzina. Potete leggere delle sue disavventure fin troppo comuni andando un po’ più in basso, subito dopo la canzone che ha ispirato la sua storia: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica in pdf la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

Stop living so well, di Luca Murano

Passo il badge. 17:59. Un minuto in anticipo, ma tanto oggi non me la pagano la flessibilità. Né oggi né mai. Il caporeparto dice che siamo una squadra, ma poi ci divide come carne da scontare il lunedì alla Coop. Dice “dobbiamo fare sacrifici”. Sono dieci anni che io li faccio, e lui cambia SUV ogni estate.

A pranzo ho mangiato pasta fredda con tonno e zucchine. Mi è caduta una zucchina sulla scarpa, quella col buco. Fosse stata un’altra metafora non retta dal senso di colpa, me la sarei segnata su un taccuino come fanno gli scrittori veri.

Abito a Firenze in un bilocale di 27 metri quadri, lo chiamo tomba con angolo cottura. L’affitto? Millecento euro al mese, più spese. Lo stipendio? Millecento euro al mese, senza spese. Il trucco è respirare poco. In bagno ho solo un lavandino e un wc. Figuriamoci il bidet. Ogni sera vado a lavarmi da un amico diverso. Stasera non ho voglia però.

Prendo un kebab e due Ceres sotto casa e stop. Dopo cena chiamo la mia ex. Gaia sta a Berlino ora. Ha trovato lavoro in una galleria d’arte, mangia ramen veri e vive in un bilocale con una vasca da bagno. “Ma ti manca l’Italia?” le chiedo. Lei ride e dice: “Un po’, quando sento Emma Nolde in cuffia.”

Io Emma Nolde l’ho vista una volta sola. Un paio d’anni fa all’H2NO di Pistoia. Cantava ‘Respiro’, o forse era ‘Dormi’, e io pensavo che avevamo la stessa voce rotta: lei la usava per farsi sentire, io per chiedere proroghe all’affitto. Quando chiudo gli occhi — anche ora, mentre scrivo questo pensiero sulla carta del kebab — torno lì. Alla sua voce che dice: ho sempre avuto fretta. Sempre finto di avere pazienza.

Dura poco. Dai muri si solleva, puntuale, il solito baccano: il vicino, un dentista in pensione, ha comprato tutto il piano e l’ha affittato a una startup di neolaureati olandesi. Ogni sera pompano techno ambient a volume di rave e postano su Instagram foto del bidet di casa. Io gli lascio biglietti sotto la porta, tipo “Stop living so well”. Non mi cagano mai, tranne una volta: mi hanno offerto dell’erba.

Afferro il telefono e digito fuga sull’AI di Google. Mi propone un link Skyscanner. Milano-Tallinn solo andata, 70 euro. Controllo il saldo: 66,57 euro. Non demordo. Scendo e faccio in tempo a prendere l’ultima tramvia, quella delle 23.30 e mi faccio un bel giro. Per 1,70 euro mi sembra un accettabile compromesso.

Mentre salgo le scale penso che non ce la farò, a reggere. Forse sì. O forse no. Magari domani Emma canterà ancora, e io la sentirò dalla finestra della figlia del dentista. Magari urlerò “Grazie!”. O magari solo “Abbassa cazzo!”, dipende da quante Ceres avrò in corpo.

Per ora, apro la porta di casa. La luce non si accende. È saltata di nuovo, diocristo. Ci vedo lo stesso. Il buio, ormai, mi è familiare. È a lui che racconto i segreti. Quelli che non dico alla gente.

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Il nuovo numero cartaceo di Tremila Battute è arrivato

Avremmo potuto annunciare l’arrivo del nuovo numero cartaceo di Tremila Battute in molti modi. Avremmo potuto farlo in pompa magna, beandoci dei nostri cinque anni e mezzo di successi (?), mostrando la fatica che c’è dietro al mantenimento di un progetto e la soddisfazione (che in una narrazione del genere è sempre maggiore e oscura qualsiasi fatica) di vederlo crescere. Avremmo potuto anche puntare solo sulla fatica invece, che dalla regia mi dicono che pure Gipi si rompe i coglioni in molti momenti durante la lavorazione delle sue opere, e un approccio vittimista del genere avrebbe per forza tirato in ballo anche la parte che capisce che lamentarsi della fatica che costa tenere in piedi un blog/aspirante rivista letteraria che nessuno ti ha chiesto di aprire è davvero un first world problem: in pratica avremmo lanciato il sasso e ritirato la mano. Avremmo potuto parlare del senso di fare un cartaceo quando farlo uccide degli alberi (e il riscaldamento globale va preso seriamente), del fatto che rimanere solo sul digitale probabilmente li uccide lo stesso a causa delle distese di server che nascosti innalzano la temperatura del globo, avremmo potuto parlare di cosa vuol dire fare una rivista oggi, scrivere oggi, fare musica oggi e magari anche analizzare la situazione geopolitica internazionale a partire dagli investimenti di Daniel Ek in armamenti. Avremmo potuto darvi mille spunti e avremmo potuto farlo bene, benino, male o malissimo, a seconda di quale di questi approcci avessimo adottato.

Avremmo potuto farlo, invece abbiamo deciso di scrivere un’introduzione che parla di tutte le cose che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, che tanto all’interno del cartaceo c’è pure un’introduzione e probabilmente non abbiamo così tante cose intelligenti da dire.

Lasciamo parlare i racconti allora, il meglio del nostro meglio (ma quanto è brutto ogni volta fare selezione) di dodici mesi (salvo pause, che quella estiva ce la siamo presa luuuuuungaaaaaaaa) di Tremila Battute: trovate all’interno Annie Cecchetti, Franco Santucci, Edoardo Balacchi, Maria Rosaria De Santis, Achille Monteforte, Guendalina Bruni, Silvia Cocozza, Andrea Scagliarini e Cristina Pasqua, con le storie che hanno deciso di donarci e le suggestioni musicali che hanno guidato le loro penne (o tastiere che dir si voglia).

Speriamo di portare in giro qualche copia al di fuori di Milano (dove invece, dal 25 settembre, per una volta al mese ci trovate fino a fine anno al Circolo Masada), qualcosa si sta muovendo e di sicuro lo faremo dal 19 al 21 settembre a Firenze al Parco delle Murate, dove avremo un banchetto condiviso con piédimosca Edizioni a quella bellissima iniziativa che si chiama Firenze RiVista: vi aspettiamo lì e su uno dei palchi alle 18:30 di sabato 20, dove con Federico Riccardo di Topsy Kretts, la scrittrice Stella Poli, la nostra Maria Rosaria De Santis e la moderazione del giornalista musicale e scrittore Gabriele Merlini passeremo un’ora a parlare di come la musica e la narrativa breve possono farsi veicolo di protesta e consapevolezza. Nell’attesa, trovate il terzo numero di Tremila Battute (che per quelle cose strane che succedono nelle riviste è ovviamente il quarto) a questo link: leggete, condividete, supportate.

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Racconto in musica 206: La città verrà distrutta (Fuyumeku – Gabbiani)

E siamo ancora qua a parlare di musica strumentale. Eh già, come direbbe il buon (buon?) Vasco Rossi. Potrei farmi delle domande sul target di Tremila Battute, quali sono i gusti musicali di chi segue assiduamente questo piccolo blog/aspirante rivista letteraria, ma lo faccio già nell’introduzione al nuovo numero cartaceo (sta arrivando, e lo porteremo in anteprima a Firenze RiVista. Sì, ci torniamo, e sempre con l’ottima compagnia di piédimosca allo stand): diciamo solo che non mi aspetto che l* appassionat* di post-rock, post-metal, stoner psichedelico e qualunque altro genere che non prevede la voce come strumento abbiano questo sito come punto di riferimento, ma quanto possa dar fastidio che io invece, da appassionato, la musica strumentale ce la ficchi dentro spesso e volentieri (anche se non succedeva da un po’) non lo so. Reagite dicendo NOOOOO ANCORAAAAAA???? Reagite positivamente e vi andate ad ascoltare i nostri suggerimenti? C’è qualcun* che segue stabilmente questo blog perché spacciamo buona musica e non per pietà? Quante domande destinate a rimanere senza risposta, e che ovviamente non c’entrano se non marginalmente con i Fuyumeku, ovvero la resident band della settimana.

Ci sono band che scopri per suggerimento, tramite recensioni, per ascolto casuale o perché vieni a sapere che fanno più o meno quel tal genere che dopotutto ti interessa e dici dai, un ascolto glielo do. E poi ci sono quelle che ti capitano fra capo e collo mentre vai a vedere un altro concerto (nello specifico quello dei NYOS), tipo il duo basso-batteria composto da Riccardo Sberviglieri e Marco Zaccagni, che con diverso nome (Drops) incrociai live in quel bellissimo posto che avrò consigliato non so quante volte che è il Circolo Gagarin di Busto Arsizio (dove potete trovare Zaccagni anche al bancone, visto che del circolo fa parte). Ribattezzatesi più tardi come Fuyumeku (termine giapponese il cui significato è “sentire l’inverno che arriva”), iniziano a far musica nel 2020 dopo altre esperienze in comune portate avanti fin dal liceo, e quando arrivano ad esibirsi al Gagarin nel 2022 mi fanno esclamare “ma questi sono i Russian Circles“, il che può sembrare galvanizzante o sminuente a seconda delle orecchie che ascoltano l’esclamazione. Perché sì, le somiglianze sono evidenti, ma con una chitarra mancante quel tipo di atmosfere finisci a declinarle per forza in una maniera più personale, e i due lo dimostrano ampiamente nel loro primo disco omonimo, uscito a settembre 2024 per Vina Records.

Le similitudini col trio strumentale di Chicago stanno più che altro nelle atmosfere e in certi tipi di suono, le ravvisi nel modo di caricare che ha il riff di basso a metà di Gabbiani prima che torni la batteria a dargli man forte, nella morbidezza malinconica e cangiante di From desert, ma alla chitarra in meno nell’organico i Fuyumeku pongono rimedio con un uso intelligente ed efficace della loop station da parte di Sberviglieri, che il suo basso lo fa suonare come vuole, il che li porta giocoforza a concentrarsi sugli arrangiamenti più che sulla capacità di improvvisazione. I brani del duo sono un gioco di incastri, momenti di ascesa ininterrotta come l’iniziale Intro o condimenti sonori in continua mutazione sul giro di basso ossessivo (ma non cupo, anzi) e molto post punk di Preferita, a cui si affiancano momenti più psichedelici (i nove minuti di Elementi, in cui non mancano attimi di serrata ruvidezza) o di ariosa malinconia (Via Lattea). Otto brani che magari non fanno dell’innovazione la loro forza, ma che dimostrano quanto il duo sappia utilizzare i ferri del mestiere per creare qualcosa che ha una sua personalità: sono giovani, faranno di sicuro anche di meglio.

Gabbiani è la terza traccia del disco d’esordio (nonché quella che mi colpì di più già live tre anni orsono, come riscopro dalle pessime Instagram stories che faccio col mio smartphone scrauso), un brano animato da una batteria nervosa e varie linee di basso che in parte smorzano la tensione coi riverberi e più spesso la accentuano, facendo scivolare l’ascoltatore in un gorgo sonoro dove la luce entra solo a tratti. I gabbiani del titolo mi hanno ispirato un racconto che fa tesoro (spero) della lezione del magnifico film Take shelter, mostrando le inquietudini di un protagonista che osserva inerme le evoluzioni di uno stormo senza capire se considerarlo un presagio o un’allucinazione. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, vi auguro buon ascolto, buona lettura e, dovessi farmi prendere dalla pigrizia, anche buone vacanze estive per chi il capitalismo lascerà libero di farle.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La città verrà distrutta

Era uno spettacolo che lo lasciava estasiato, almeno finché non pensava al suo significato. Gabbiani, centinaia di gabbiani, forse migliaia, che volavano insieme compiendo evoluzioni e picchiate sulla superficie del mare. All’inizio erano solo una macchia indistinta all’orizzonte, una nuvola dalla forma mai vista. In quel momento avrebbe potuto ancora chiedere a qualcuno se riuscisse a vederla senza creare allarme, ma nell’ultimo mese quell’enorme stormo si era avvicinato sempre più a riva, le figure al suo interno finalmente riconoscibili. Volavano compiendo strane geometrie, una danza ogni giorno diversa. Era uno spettacolo che lasciava senza fiato. Presto aveva cominciato a terrorizzarlo.

Giornali e televisioni non ne parlavano. Nei bar che frequentava si parlava del caldo e delle amichevoli del calcio estivo. Sulle spiagge gremite le persone guardavano l’orizzonte senza notare nulla di strano, continuando a fare il bagno, a prendere il sole e a giocare a racchettoni come ogni estate. Sembrava che solo lui vedesse quel fenomeno, o che fosse l’unico a farci caso. Era sicuro che niente del genere fosse mai successo, ma cosa era meglio credere? Che fosse impazzito, o che fosse stato incredibilmente distratto per tutti i venticinque anni della sua vita?

Avrebbe voluto chiedere a qualche amico, ottenere una conferma o una smentita, ma continuava a rimandare. C’erano piccole cose successe negli anni che facevano di lui un elemento bizzarro: quel periodo in cui abbracciava gli alberi, il mese trascorso da solo nei boschi, stranezze che lo rendevano simpatico ma, lo sapeva, a un passo dal sembrare pericoloso. Un enorme stormo immaginario nei cieli cosa avrebbe fatto di lui, un messaggero o uno psicopatico? Lo capivano che c’era qualcosa che non andava, chiedevano spesso e lui sminuiva tirando in ballo l’amore, una ragazza con cui aveva avuto una storia brevissima e che ora usciva altrove. Lo stormo, intanto, continuava ad avvicinarsi.

Una mattina si svegliò ed era tutto cambiato. La città era in frantumi, centinaia di edifici crollati, sulle strade migliaia di piccoli buchi che entravano in profondità nel terreno e ne minavano la stabilità. Le persone urlavano e piangevano, c’era chi correva a dare una mano e chi vagava senza scopo, lo sguardo perso nel vuoto. Non riusciva a capire cosa fosse successo, la rete elettrica era saltata e nessuno aveva tempo per rispondere alle domande che poneva, mentre altre affollavano la sua mente. Avrei potuto fare qualcosa? Io sapevo, ma sapevo che cosa?

In spiaggia i servizi di soccorso avevano montato delle tende di emergenza. Sulla sabbia si aprivano crateri non più grandi di un pallone da calcio. Il cielo era limpido, niente all’orizzonte per chilometri. Avrebbe voluto confessare che era stato avvisato, ma che razza di avvertimento era? Dove erano finiti tutti i gabbiani? Perché erano stati attaccati, perché non avevano potuto prepararsi?

Forse non è vero, pensava. Forse non è vero, sperava.

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