Tremila Battute ha compiuto cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno 2026 ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio le pagine Facebooke Instagram per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.
Per questo sesto appuntamento abbiamo contattato Stella Poli e Ferruccio Mazzanti, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: qui, qui, qui, qui e qui trovate le puntate precedenti.
Da quanto scrivi?
SP – Da tanto, forse da sempre, non suonasse un po’ retorico. Era la mia cosa preferita a scuola. Mia madre fino a qualche anno fa ha tenuto appeso al muro di quella che è stata la mia stanza una sorta di pergamena colorata, vinta con un racconto a un concorso di scrittura per ragazzi, quando avevo sette-otto anni.
FM – Quando mi hanno insegnato a scrivere, ho iniziato fin da subito a metter giù su carta qualcosa che io allora chiamavo poesia. Ovviamente erano delle orribili accozzaglie di cliché e concatenamenti di parole assurde, però ci mettevo il cuore. C’era una ragazza per cui avevo una cotta incredibile, si chiamava Olivia. Trovai il coraggio di darle questo foglio di carta tutto stropicciato su cui avevo sudato tanto. Lei lo lesse, si alzò dal banco e senza neanche guardarmi lo accartocciò e lo buttò nel cestino, poi andò da suo fratello maggiore che, durante la ricreazione, mi prese a pedate. Stavo lì per terra a prendere calci nello stomaco, con Olivia che mi guardava in silenzio e il fratello che mi chiedeva se mi ero finalmente convinto a smettere di scrivere quelle porcherie. A ogni mio no era un’altra pedata. Non so quale malattia mentale affligga i miei poveri neuroni, ma da quel momento capii che sarei diventato uno scrittore.
Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?
SP – Tante volte non lo so nemmeno ora, se sono brava a. Ogni tanto, quando mi piaccio rileggendomi, sono contenta. Temo che, sentirsi bravi, da un lato aiuti, ma possa anche rovinare. Anche se, quando mi ha chiamata Marchetti, del premio Calvino, e poi, dopo la finale, quando arrivavano pareri positivi dagli editori che avevano richiesto il manoscritto in lettura, quello che sarebbe stato il mio romanzo d’esordio, La gioia avvenire, lì, forse, mi è sembrato che acquistasse più realtà, il mio tentativo di scrivere.
FM – Non ho mai pensato sono bravo a fare questa cosa, però quando giocavo a pallanuoto non mi arrendevo mai. Il mio allenatore una volta ci spiegò un esercizio: dovevamo difendere la palla e non perderla mai. Io presi stupidamente alla lettera le sue indicazioni, così, quando lanciò la palla in acqua, la afferrai e usai tutto il mio corpo per non farla cadere nelle mani degli altri, tendendola protetta con le braccia e le gambe sulla pancia, come se fossi stato una sovraccoperta di carne, ruotando in tutte le direzioni sulla superficie dell’acqua tale e quale a un ruzzolamerda sulla spiaggia, detto anche più elegantemente scarabeo stercorario. Ero pronto a morire pur di eseguire l’ordine che mi era stato impartito: non mollare mai la palla. I miei compagni mi picchiarono, mi affogarono, mi gridarono offese di ogni tipo (ti stupro la sorella, coglione, figlio di puttana, sotto la doccia ti inculo, bastardo). L’allenatore, che era in acqua con noi, mi disse mollala in tutti i modi, mi sputò addirittura in faccia, ma io non lasciai la presa finché non disse che l’allenamento era finito. A quel punto calò un silenzio inutile e assurdo in tutta la piscina e io scagliai la palla in rete stupidamente soddisfatto. Nessuno si azzardò più a offendermi, anche se mi guardavano come un povero pazzo. Lì ho capito che quando mi metto in testa una cosa sono molto bravo a portarla a termine anche col rischio di venir odiato da chiunque e di mancare completamente il punto. Col tempo ho imparato ad ammorbidirmi un po’ e adesso prima di rischiare la vita ascolto cosa hanno da dirmi gli altri.
Hai un metodo di scrittura?
SP – No, ma in generale temo di essere poco metodica nel fare molte cose. Provo a non scrivere subito, appena mi vengono barlumi di idee, per non “bruciarle”. Provo a tenermele in testa e vedere se si addensano delle associazioni mentali. Mi piacciono, ad esempio, i racconti con due fili, anche di generi diversi, che si intrecciano, in cui un testo fa da cartina tornasole, quasi commento, dell’altro, ma in maniera non esplicita, anzi.
FM – Quando ho iniziato l’università mi sono messo in testa di scrivere un romanzo, che adesso per fortuna sta dentro a un cassetto. Lo diedi ad alcuni miei amici con un sorriso tronfio come se avessi compiuto un miracolo. Il romanzo, ça va sans dire, era tanto appassionato quanto un pastrocchio linguistico assurdo. Era tutto in prima persona anche se non si trattava di una autobiografia. Era più un romanzo simbolista fatto con spunti realisti sulla mia esistenza. Uno dei miei amici che lo aveva letto venne da me e mi disse: è una cosa volgare usare continuamente la parola IO. Per me fu una lezione di metodo molto importante.
Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?
SP – Sì, molte volte. Ma penso che, tutto sommato, vada bene così, con le urgenze e le secche. Non abbiamo sempre cose rilevanti da dire: tanto vale non dirle, allora.
FM – Una volta ero molto triste. Mi ero innamorato di una donna, che però si era rivelata una persona (diciamo così) non adatta a me. Ero triste e me ne stavo da solo in casa a piagnucolare sui miei errori. A un certo punto venne a trovarmi una mia amica, una di quelle vecchie amiche che sanno tutto di te e che gli basta annusare l’aria per sapere il vento che tira nella tua anima. Mi guardò e mi disse: le hai detto tutto quello che dovevi dirle? Le risposi che le parole mi si erano ingarbugliate nel tumulto delle emozioni, ma che ci avevo provato, anche se non ci ero riuscito e volevo riparlarle e rispiegarle il mio punto di vista, che però ormai non sapevo più quale fosse, per cui forse sarei finito a dire cose a caso, senza direzione alcuna, perché io l’amavo e era proprio questo il problema, che l’amore mi rendeva muto nei momenti importanti della mia vita. Allora la mia amica mi diede un bacio sulla fronte e mi portò a ubriacarmi. Quella notte piansi tutto quello che dovevo piangere, ma il giorno dopo stavo meglio. Per me il blocco dello scrittore funziona un po’ così.
Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?
SP – No, non ce l’ho. Direi diversi, alcuni, a posteriori, giusti.
FM – Quando andavo al Liceo molti miei amici tenevano il conto delle ragazze con cui erano stati. Era una pratica orribile, anche perché le ragazze non avevano neppure un nome, erano solo dei numeri. Sembrava più una gara per dimostrare ai propri amici maschi quanto fossero bravi e belli e importanti e via dicendo. Le ragazze erano dei premi da esporre nella vetrina del riconoscimento sociale. A un certo punto uno di questi miei amici si innamorò di una ragazza. Gli chiedemmo: ma che numero è lei? Lui rispose in modo lapidario: la matematica non è fatta per queste cose. Mi sembrò un’affermazione bellissima e così decisi che tutte le volte in cui il mio cuore sarebbe stato coinvolto, io non avrei contato.
Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?
SP – Ah, una marea. Dostoevskji, Melville, Natalia Ginzburg, Milorad Pavić, Fenoglio, Marguerite Duras…
Ma menomale, pure.
FM – Quando ancora giocavo a calcio, c’era un mio amico/compagno che aveva più o meno il mio ruolo. Io ero una seconda punta che poteva fare anche la prima, lui invece una prima pura. All’inizio ci calpestavamo i piedi e lui, che era (incredibile a dirsi) più competitivo di me, provava del rancore nei miei confronti, un rancore eccessivo ma non cattivo, era più agonistico che altro. Per questo motivo ci mettevano sempre in squadre diverse. Tendenzialmente facevo più goal di lui, cosa che esacerbava la sua competitività nei miei confronti, anche se io ero meno continuo. Una volta facemmo un viaggio insieme. Andammo in Turchia. Iniziamo a giocare con dei ragazzi di Istanbul. Erano fisicamente più prestanti e cattivi di noi, così io e lui ci alleammo facendo una caterva di goal. Da quel momento in poi io ho iniziato a credere nella collaborazione, non nella competizione.
Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?
SP – Spero i prossimi!
FM – Quando scrissi il mio primo romanzo, di cui ho parlato anche sopra, uno di quei miei amici che si era preso l’onere di leggermi, una volta che aveva finito mi chiese di compiere un rituale: bruciare il libro. Andammo su una collina poco fuori città. Era freddo. Il sole tramontava. Avevamo due accendini, così che quando uno si riscaldava troppo potevamo usare quello ancora freddo. Avevamo delle birre e brindammo nel gelido inverno. Strappammo una pagina dopo l’altra dandole fuoco. Fu forse la cosa più liberatoria che abbia mai fatto per quanto riguarda la scrittura.
Stella Poli è assegnista di ricerca per L’Università di Milano Bicocca. Suoi racconti sono usciti su varie riviste, fra cui malgrado le mosche, Nuova Techne, rivistablam, L’Inquieto, ‘tina, inutile, narrandom, Squadernauti. Il suo romanzo d’esordio, La gioia avvenire (Mondadori, 2023) è stato finalista al Premio Calvino, al premio Pop, al premio Fondazione Megamark e al premio Edoardo Kihlgren.
Ferruccio Mazzanti si è dimesso tante volte, altrettante è stato licenziato. È stato stipendiato con pacche sulle spalle, parole, bonifici e tanto altro. Laureato in Filosofia, ha lavorato come fattorino, baby.sitter, commesso, cameriere, barista, bigliettaio, maschera, guardia notturna, autista, parcheggiatore, scaricatore, sondaggista, copywriter, tuttofare e tanti altri impieghi non specializzati. Nel 2014 ha cofondato la rivista «In fuga dalla bocciofila», nel 2020 ha esordito con Timidi messaggi per ragazze cifrate (Wojtek). M.C., il suo secondo romanzo, è uscito sempre per Wojtek nel 2025.
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