Qualche domanda sulla scrittura, parte sei: Stella Poli e Ferruccio Mazzanti

Tremila Battute ha compiuto cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno 2026 ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio le pagine FacebookInstagram per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo sesto appuntamento abbiamo contattato Stella Poli e Ferruccio Mazzanti, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: quiquiquiqui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

SP – Da tanto, forse da sempre, non suonasse un po’ retorico. Era la mia cosa preferita a scuola. Mia madre fino a qualche anno fa ha tenuto appeso al muro di quella che è stata la mia stanza una sorta di pergamena colorata, vinta con un racconto a un concorso di scrittura per ragazzi, quando avevo sette-otto anni.

FM – Quando mi hanno insegnato a scrivere, ho iniziato fin da subito a metter giù su carta qualcosa che io allora chiamavo poesia. Ovviamente erano delle orribili accozzaglie di cliché e concatenamenti di parole assurde, però ci mettevo il cuore. C’era una ragazza per cui avevo una cotta incredibile, si chiamava Olivia. Trovai il coraggio di darle questo foglio di carta tutto stropicciato su cui avevo sudato tanto. Lei lo lesse, si alzò dal banco e senza neanche guardarmi lo accartocciò e lo buttò nel cestino, poi andò da suo fratello maggiore che, durante la ricreazione, mi prese a pedate. Stavo lì per terra a prendere calci nello stomaco, con Olivia che mi guardava in silenzio e il fratello che mi chiedeva se mi ero finalmente convinto a smettere di scrivere quelle porcherie. A ogni mio no era un’altra pedata. Non so quale malattia mentale affligga i miei poveri neuroni, ma da quel momento capii che sarei diventato uno scrittore.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

SP – Tante volte non lo so nemmeno ora, se sono brava a. Ogni tanto, quando mi piaccio rileggendomi, sono contenta. Temo che, sentirsi bravi, da un lato aiuti, ma possa anche rovinare. Anche se, quando mi ha chiamata Marchetti, del premio Calvino, e poi, dopo la finale, quando arrivavano pareri positivi dagli editori che avevano richiesto il manoscritto in lettura, quello che sarebbe stato il mio romanzo d’esordio, La gioia avvenire, lì, forse, mi è sembrato che acquistasse più realtà, il mio tentativo di scrivere.

FM – Non ho mai pensato sono bravo a fare questa cosa, però quando giocavo a pallanuoto non mi arrendevo mai. Il mio allenatore una volta ci spiegò un esercizio: dovevamo difendere la palla e non perderla mai. Io presi stupidamente alla lettera le sue indicazioni, così, quando lanciò la palla in acqua, la afferrai e usai tutto il mio corpo per non farla cadere nelle mani degli altri, tendendola protetta con le braccia e le gambe sulla pancia, come se fossi stato una sovraccoperta di carne, ruotando in tutte le direzioni sulla superficie dell’acqua tale e quale a un ruzzolamerda sulla spiaggia, detto anche più elegantemente scarabeo stercorario. Ero pronto a morire pur di eseguire l’ordine che mi era stato impartito: non mollare mai la palla. I miei compagni mi picchiarono, mi affogarono, mi gridarono offese di ogni tipo (ti stupro la sorella, coglione, figlio di puttana, sotto la doccia ti inculo, bastardo). L’allenatore, che era in acqua con noi, mi disse mollala in tutti i modi, mi sputò addirittura in faccia, ma io non lasciai la presa finché non disse che l’allenamento era finito. A quel punto calò un silenzio inutile e assurdo in tutta la piscina e io scagliai la palla in rete stupidamente soddisfatto. Nessuno si azzardò più a offendermi, anche se mi guardavano come un povero pazzo. Lì ho capito che quando mi metto in testa una cosa sono molto bravo a portarla a termine anche col rischio di venir odiato da chiunque e di mancare completamente il punto. Col tempo ho imparato ad ammorbidirmi un po’ e adesso prima di rischiare la vita ascolto cosa hanno da dirmi gli altri.

Hai un metodo di scrittura?

SP – No, ma in generale temo di essere poco metodica nel fare molte cose. Provo a non scrivere subito, appena mi vengono barlumi di idee, per non “bruciarle”. Provo a tenermele in testa e vedere se si addensano delle associazioni mentali. Mi piacciono, ad esempio, i racconti con due fili, anche di generi diversi, che si intrecciano, in cui un testo fa da cartina tornasole, quasi commento, dell’altro, ma in maniera non esplicita, anzi.

FM – Quando ho iniziato l’università mi sono messo in testa di scrivere un romanzo, che adesso per fortuna sta dentro a un cassetto. Lo diedi ad alcuni miei amici con un sorriso tronfio come se avessi compiuto un miracolo. Il romanzo, ça va sans dire, era tanto appassionato quanto un pastrocchio linguistico assurdo. Era tutto in prima persona anche se non si trattava di una autobiografia. Era più un romanzo simbolista fatto con spunti realisti sulla mia esistenza. Uno dei miei amici che lo aveva letto venne da me e mi disse: è una cosa volgare usare continuamente la parola IO. Per me fu una lezione di metodo molto importante.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

SP – Sì, molte volte. Ma penso che, tutto sommato, vada bene così, con le urgenze e le secche. Non abbiamo sempre cose rilevanti da dire: tanto vale non dirle, allora.

FM – Una volta ero molto triste. Mi ero innamorato di una donna, che però si era rivelata una persona (diciamo così) non adatta a me. Ero triste e me ne stavo da solo in casa a piagnucolare sui miei errori. A un certo punto venne a trovarmi una mia amica, una di quelle vecchie amiche che sanno tutto di te e che gli basta annusare l’aria per sapere il vento che tira nella tua anima. Mi guardò e mi disse: le hai detto tutto quello che dovevi dirle? Le risposi che le parole mi si erano ingarbugliate nel tumulto delle emozioni, ma che ci avevo provato, anche se non ci ero riuscito e volevo riparlarle e rispiegarle il mio punto di vista, che però ormai non sapevo più quale fosse, per cui forse sarei finito a dire cose a caso, senza direzione alcuna, perché io l’amavo e era proprio questo il problema, che l’amore mi rendeva muto nei momenti importanti della mia vita. Allora la mia amica mi diede un bacio sulla fronte e mi portò a ubriacarmi. Quella notte piansi tutto quello che dovevo piangere, ma il giorno dopo stavo meglio. Per me il blocco dello scrittore funziona un po’ così.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

SP – No, non ce l’ho. Direi diversi, alcuni, a posteriori, giusti.

FM – Quando andavo al Liceo molti miei amici tenevano il conto delle ragazze con cui erano stati. Era una pratica orribile, anche perché le ragazze non avevano neppure un nome, erano solo dei numeri. Sembrava più una gara per dimostrare ai propri amici maschi quanto fossero bravi e belli e importanti e via dicendo. Le ragazze erano dei premi da esporre nella vetrina del riconoscimento sociale. A un certo punto uno di questi miei amici si innamorò di una ragazza. Gli chiedemmo: ma che numero è lei? Lui rispose in modo lapidario: la matematica non è fatta per queste cose. Mi sembrò un’affermazione bellissima e così decisi che tutte le volte in cui il mio cuore sarebbe stato coinvolto, io non avrei contato.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

SP – Ah, una marea. Dostoevskji, Melville, Natalia Ginzburg, Milorad Pavić, Fenoglio, Marguerite Duras…
Ma menomale, pure.

FM – Quando ancora giocavo a calcio, c’era un mio amico/compagno che aveva più o meno il mio ruolo. Io ero una seconda punta che poteva fare anche la prima, lui invece una prima pura. All’inizio ci calpestavamo i piedi e lui, che era (incredibile a dirsi) più competitivo di me, provava del rancore nei miei confronti, un rancore eccessivo ma non cattivo, era più agonistico che altro. Per questo motivo ci mettevano sempre in squadre diverse. Tendenzialmente facevo più goal di lui, cosa che esacerbava la sua competitività nei miei confronti, anche se io ero meno continuo. Una volta facemmo un viaggio insieme. Andammo in Turchia. Iniziamo a giocare con dei ragazzi di Istanbul. Erano fisicamente più prestanti e cattivi di noi, così io e lui ci alleammo facendo una caterva di goal. Da quel momento in poi io ho iniziato a credere nella collaborazione, non nella competizione.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

SP – Spero i prossimi!

FM – Quando scrissi il mio primo romanzo, di cui ho parlato anche sopra, uno di quei miei amici che si era preso l’onere di leggermi, una volta che aveva finito mi chiese di compiere un rituale: bruciare il libro. Andammo su una collina poco fuori città. Era freddo. Il sole tramontava. Avevamo due accendini, così che quando uno si riscaldava troppo potevamo usare quello ancora freddo. Avevamo delle birre e brindammo nel gelido inverno. Strappammo una pagina dopo l’altra dandole fuoco. Fu forse la cosa più liberatoria che abbia mai fatto per quanto riguarda la scrittura.

Stella Poli è assegnista di ricerca per L’Università di Milano Bicocca. Suoi racconti sono usciti su varie riviste, fra cui malgrado le mosche, Nuova Techne, rivistablam, L’Inquieto, ‘tina, inutile, narrandom, Squadernauti. Il suo romanzo d’esordio, La gioia avvenire (Mondadori, 2023) è stato finalista al Premio Calvino, al premio Pop, al premio Fondazione Megamark e al premio Edoardo Kihlgren.

Ferruccio Mazzanti si è dimesso tante volte, altrettante è stato licenziato. È stato stipendiato con pacche sulle spalle, parole, bonifici e tanto altro. Laureato in Filosofia, ha lavorato come fattorino, baby.sitter, commesso, cameriere, barista, bigliettaio, maschera, guardia notturna, autista, parcheggiatore, scaricatore, sondaggista, copywriter, tuttofare e tanti altri impieghi non specializzati. Nel 2014 ha cofondato la rivista «In fuga dalla bocciofila», nel 2020 ha esordito con Timidi messaggi per ragazze cifrate (Wojtek). M.C., il suo secondo romanzo, è uscito sempre per Wojtek nel 2025.

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Racconto in musica 219: Trema (Maruja – The invisible man)

Chissà dove andremo a finire. Quante volte avete sentito questa frase, sentendo i commenti a un qualsiasi fatto di cronaca? Ora potrei tirare fuori la solita storia del papiro egizio in cui l’autore si lamentava della deriva morale e individualista dei suoi tempi (2000 a.C., all’incirca), rimarcare che si stava meglio quando si stava peggio solo perché noi non c’eravamo o ci siamo dimenticat* delle difficoltà che abbiamo affrontato, ma al di là dell’ipotetica (e sicuramente fallace) classifica dei momenti storici migliori in cui vivere devo ammettere che questo non sembra uno di quelli. La guerra in Ucraina, il massacro perpetuo a Gaza, le manovre indecifrabili di Trump, il regime liberticida in Iran, e se vogliamo scavare ancora un po’ e farci venire più angoscia ci sono le guerre civili in Sudan e Myanmar, il primato per condanne a morte dell’Arabia Saudita…

Ma siamo qui a parlare di musica, e magari anche a cercare di gettare un po’ di ottimismo a manciate che chissà, magari cresce, uuuuuh guarda come viene su bene! E così l’interrogativo “chissà dove andremo a finire” io me lo gioco pensando ai Maruja e alla loro musica in continua mutazione.

Storia strana quella della band di Manchester, nata nel 2014 ma arrivata solo nel 2025 al suo primo album ufficiale. Il nucleo iniziale ruota intorno a Harry Wilkinson (voce e chitarra) e Matt Buonaccorsi (basso), amici d’infanzia e compagni al College della città britannica, cui si uniscono il chitarrista Liam Laurence e “un batterista”, che se contiamo che ci suona insieme quattro anni fa veramente tristezza che non si sappia nemmeno il suo nome. Ciò che combinano fino al 2019 sono svariati Ep che disconoscono al momento dell’uscita di Laurence dalla band, causa divergenze creative, forse create anche dall’arrivo di un nuovo batterista (che stavolta un nome ce l’ha, Jacob Hayes) e dall’innesto del sax di Joe Carroll, un elemento che caratterizzerà pesantemente il corso musicale del quartetto.

Perché già, che fanno i Maruja? Se valutiamo Connla’s well, il secondo dei due Ep che sfornano fra il 2023 e il 2024 (il primo si intitola Knockarea, ma ammetto di dover ancora recuperarlo), la definizione è più o meno una cosa del tipo “jazznoisehiphoppostpunk”. Chiaro? Sono sicuro di no, ma le cinque tracce dell’Ep mostrano una band che al di là delle categorie sa benissimo cosa fare e come farlo: il drumming nervoso di Hayes, il basso cavernoso di Buonaccorsi, il sax infernale di Carroll creano un terreno melmoso su cui le liriche serrate di Wilkinson e le sue schitarrate noise si appoggiano con naturalezza, creando uno scenario da quadro di Bosch che si tramuta nella pastorale Arcadia quando si arriva all’ultimo brano del lotto, Resisting resistance, che mostra un lato della band che il seguente disco espanderà all’inverosimile.

The vault esce pochi mesi dopo Connla’s well, il 30 agosto 2024, e fa capire cosa significava quel brano di chiusura così differente dal resto. Basta già l’iniziale Breaking inertia a far capire che siamo su un altro pianeta, perché dura venticinque minuti in cui i Maruja giocano a fare, alla loro maniera, i Godspeed You! Black Emperor e cazzo, gli riesce bene. Sei brani per un’ora abbondante di musica, la messa in “bella” del massiccio lavoro passato in sala prove a jammare, qualcosa di completamente diverso e spiazzante eppure altrettanto piacevole che la band decide di regalare, mettendolo in ascolto gratuito sulla loro pagina Bandcamp e su YouTube, chiedendo un contributo volontario solo a chi se lo può permettere. Io sono già innamorato con questa dichiarazione d’intenti, per fortuna se ne innamora anche l’etichetta Music For Nations e arriva il momento del primo album “vero” dopo un decennio di attività. E che album.

Se avete come me la fissa delle classifiche di fine anno e siete appasionat* di rock, metal e affini è altamente improbabile che non vi sia capitato di vedere Pain to power dei Maruja nelle prime posizioni della classifica. Chissà dove andremo a finire, si diceva, e la band di Manchester ha finito per fare una sintesi del loro approccio roboante e di quello atmosferico, creando un’opera incredibile che muta continuamente atmosfera, un mondo sonoro dove si incontrano paradiso e inferno. Look down on us ha delle parti di sax che farebbero invidia agli Zu più maligni e Wilkinson ci rappa sopra con la foga di uno la cui vita dipende da quelle parole, Break the tension fa esattamente quello che propone il titolo, ma nella furia primigenia si aprono improvvisi squarci di poesia come Saoirse e la quasi esclusivamente strumentale Zaytoun. È un esempio rarissimo di equilibrio degli opposti, ben esemplificato dal modo in cui inizia (Bloodsport, serrata e con uno dei bassi più sporchi della storia) e finisce (Reconcile, nove minuti di malinconia jazzata), che trova la sintesi nella già citata Look down on us, che fa tutto e di più e se non la si inserisce almeno nella top ten delle migliori canzoni uscite nel 2025 io non so cosa ci debba stare dentro. Me li sarei potuti vedere anche dal vivo, passati in Santeria a Milano se non erro a novembre 2024, ma ho passato la mano perché era di sabato e non volevo gravare la mia compagna dell’ennesimo ascolto estremo dopo un periodo in cui l’avevo già messa a dura prova (grazie amore per sopportare i miei gusti strambi): tornano sul luogo del delitto il 13 aprile e porco cazzo, i biglietti sono già sold out, ma mi sono messo in lista d’attesa e incrocio le dita.

The invisible man è la seconda traccia di Connla’s well, un viaggio musicale mutevole in cui le immagini evocate dal testo di Wilkinson cercano di evocare lo stress mentale provato durante la pandemia da lui quanto dalle persone amate che gli stavano intorno. Non mi sono ispirato direttamente alle parole o alla musica per questo racconto, quanto alla frase “andrà tutto bene” che ci ripetevamo in quel periodo storico e che forse dovremmo ricordare più spesso: nella storia di un lui e una lei che si conoscono durante un evento inspiegabile ho messo la speranza di un segno, di una risposta netta a ogni dubbio, che è un po’ quel che spesso ci manda avanti e a cui forse dovremmo imparare a non aggrapparci. Trovate il racconto più in basso, dopo il brano e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Trema


Il primo a tremare è una nuova edizione dell’Ulisse di Joyce. Lui sta leggendo da un libro la frase Quasi tutti i messicani hanno paura delle donne, lei sta curiosando nello scaffale della saggistica, gli altri sono sparpagliati per la libreria. Dopo Joyce cadono in ordine sparso volumi celebri e meno celebri, qualcuno colpisce le persone e tutti urlano o pensano È il terremoto, è il terremoto. Lei si protegge la testa con le mani, accucciata, lui è vicino e si appoggia allo scaffale per farle scudo col corpo. Dura tutto neanche un minuto, fuori da lì non è successo nulla. Sono tutti scossi a parte la ragazza che sta dietro la cassa, pensa ai libri da mettere in ordine e poi, con un fugace sorriso, ai giornalisti che la intervisteranno.

Lui e lei vanno a bere qualcosa insieme. Lui propone un tè, lei preferisce un cocktail anche se sono solo le tre del pomeriggio. Parlano di quello che è successo, di cosa potrebbe averlo causato, lei parla di magia e lui di un film degli anni 80, o forse fine 70, non ricorda bene. Passano la serata insieme, bevono ancora, decidono di rivedersi e forse è l’amore a convincerli, forse è il trauma condiviso, forse l’alcool. Un mese dopo lui dorme da lei per la prima volta, e c’è già stata una notte in motel.

Iniziano a conoscersi, a capirsi meglio, poi a non capirsi. Lui è riservato, sul divano nelle serate passate insieme regnano presto i silenzi: teme sempre di risultare goffo e dire la cosa sbagliata, e lei è stanca di sacrificare argomenti all’altare della conversazione. Hanno gusti simili ma non così sovrapponibili in termini di divertimento, di vacanze, di piani per il futuro: il sesso è ok, ma ok può bastare e non può bastare. Tornano ogni tanto alla libreria dove si sono incontrati la prima volta, aspettandosi che succeda ancora qualcosa, ma non succede niente. Una domenica pomeriggio parlano a lungo, senza recriminazioni reciproche. Si lasciano ripromettendosi di rimanere amici, senza crederci e sperando di risultare credibili.

Si incontrano di nuovo qualche mese dopo, fuori il clima è glaciale. Non hanno smesso di frequentare la libreria, così come gli altri avventori di quella giornata: è la prima volta che si ritrovano tutti, anche la commessa che sfodera la stessa smorfia annoiata. Ognuno vede negli occhi degli altri una sorta di attesa, qualcuno si avvicina alla porta e resta lì con la mano a mezz’aria, lui e lei si guardano intorno e poi si fissano, a lungo. Restano tutti col fiato sospeso per qualche minuto, anche la commessa si accorge che c’è qualcosa di strano. I libri restano al loro posto.

Lei esce senza che lui se ne accorga, mentre compra il libro che sfogliava quel giorno. Cerca un senso a quanto successo fra quelle parole, ma non lo trova. Si vedono ancora, sempre alla libreria, tenendo in qualche modo fede a una promessa a cui non credevano. Un giorno un libro cade di schianto mentre parlano, ma era solo in equilibrio precario. Ridono, anche se qualcosa gli fa venire voglia di piangere.

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Un film molto sudcoreano, pure troppo? No other choice di Park Chan-wook

Nell’anno di grazia 2003, come molti appassionati di cinema, anche io sono stato travolto dall’onda del cinema coreano, che nello specifico per lungo tempo ha significato semplicemente i film di Park Chan-wook. Iniziai ovviamente da Old boy, recuperando pure il fumetto giapponese da cui era ispirato (fun fact, ad ogni nuovo adattamento si allunga il periodo di detenzione del protagonista: dieci anni nel fumetto, quindici nel film coreano, venti nel remake quantomeno discutibile di Spike Lee), seguii tutta la trilogia della vendetta, recuperai nei meandri di internet il misconosciuto e bizzarro I’m a cyborg, but it’s ok e mi fermai solo dopo l’esordio statunitense del regista, quello Stoker che invece di aprire a Park le porte del cinema che conta gliele chiuse in faccia, tanto che il successivo Mademoiselle, nonostante il plauso della critica, in Italia venne distribuito poco, male o addirittura per niente. Io nel frattempo scoprivo altri registi, mi innamoravo anche in questo caso come molti dell’asso pigliatutto Bong Joon-ho, ma quel pezzetto di cuore per chi mi aveva fatto scoprire un angolo di mondo (cinematografico) che non conoscevo non ha mai smesso di battere. Poi è arrivato Decision to leave (ne abbiamo parlato qui), e l’amore è ritornato quello dei tempi d’oro.

Nel frattempo, come accennato, non me ne sono stato con le mani in mano e gli occhi fermi verso occidente, ma grazie anche ai preziosi cineforum di Alessandro Lonardo (di cui consiglio il canale YouTube) ho allargato le mie visioni, scoprendo grazie a lui Lee Chang-dong e in autonomia quel Na Hong-jin a cui abbiamo dedicato un articolo pochi mesi fa (in estate arriverà il suo nuovo film Hope, teniamolo d’occhio), ma non solo. Complice un viaggio da pianificare (e poi effettuato) nella penisola sudcoreana, e non accontentandomi dell’altalenante Squid game, la mia intenzione di capire il popolo di quella terra tanto distante attraverso cinema e televisione mi ha spinto da una parte verso film che esplorassero temi sensibili (come la rivolta di Gwangju, soffocata nel sangue nel maggio 1980 e raccontata molto bene nella pellicola A taxi driver e nel romanzo Atti umani di Han Kang, entrambi consigliati), dall’altra verso alcuni k-drama che vanno dal buono (Quando la vita ti dà mandarini) alla soap opera (La regina delle lacrime). Ma, vi starete chiedendo, tutto questa premessa che c’entra con No other choice, l’ultima fatica di Park Chan-wook? Apparentemente niente, in realtà molto.

Un uomo e la sua determinazione

No other choice è l’adattamento del romanzo The ax di Donald Westlake (già portato al cinema da Costa-Gavras nei primi anni duemila col titolo Cacciatore di teste, e proprio al regista greco naturalizzato francese è dedicata la pellicola), ed è uno di quei progetti della vita a cui spesso i registi si affezionano per motivi non sempre spiegabili. Park ci pensava da almeno un decennio e avrebbe voluto girarlo negli Stati Uniti, ma il voltagabbana di Hollywood dopo il già citato Stoker (che non gli ha impedito di girare con una produzione made in USA la serie Il simpatizzante) lo ha portato infine ad adattare al contesto sudcoreano una storia emblematica sulle storture del capitalismo: quella di Man-soo (interpretato da Lee Byung-hun, star del cinema sudcoreano che ha già bazzicato anche Hollywood, da noi noto principalmente per il sopracitato Squid game ma da loro uno che praticamente vince un premio ogni volta che recita in un film), responsabile in un’azienda che produce carta tagliato dall’oggi al domani a seguito dell’acquisizione della stessa da parte di una società statunitense, che trovandosi in difficoltà nella ricerca di un nuovo impiego all’interno della stessa filiera decide, a un certo punto, che il modo migliore per farsi assumere sia eliminare fisicamente i “rivali” più accreditati per soffiargli il posto. Una storia dai risvolti drammatici perfetta per le mani di Park, che nel suo sviluppo assume spesso toni comici che possono risultare spiazzanti per chi conosce poco il cinema sudcoreano, ma che lo risultano meno se avete visto anche solo la famosa scena di Parasite in cui c’è la canzone di Gianni Morandi (in No other choice c’è una scena molto simile). Eppure.

Eppure qualcosa non mi è tornato. Forse mi aspettavo altro dopo Decision to leave (che comunque non mancava di scarti di tono piuttosto bruschi, tipo la breve svolta pulp a due terzi della pellicola), sicuramente ho alzato le aspettative a mille dopo gli entusiastici commenti della stampa a seguito della partecipazione al Festival di Venezia, ma l’ascesa (sociale) e discesa (morale) di Man-soo non mi hanno convinto appieno, e al di là della consueta eleganza formale (c’è un’inquadratura col mare da una parte e la strada dall’altra che per me vale da sola il prezzo del biglietto) è proprio l’equilibrio fra il tragico e l’assurdo che ho trovato troppo sbilanciato verso il secondo. Ma in fondo Park è sudcoreano, e questo è forse il suo film più sudcoreano di tutti.

Un uomo e la sua determinazione a far ridere (Extreme Job)

Intendiamoci: due settimane in Corea, qualche film non mainstream e tre k-drama in croce non mi rendono un esperto, ma ho fatto un po’ di compiti a casa e prima di prendere l’aereo per Seoul mi sono chiesto “come sono davvero i gusti del pubblico in Corea del Sud”? Perché noi possiamo vantarci dell’Oscar a Sorrentino, dei successi all’estero di Guadagnino, ma poi chi incassa di più al botteghino è Checco Zalone e forse forse il gusto del pubblico andrebbe centrato lì e non sul cinema d’autore. Per dire: Parasite non è nemmeno nella top ten dei film più visti nella penisola, e dei quattro registi che considero più noti da noi (oltre ai già citati Park, Bong e Lee merita sicuramente una menzione lo scomparso Kim Ki-duk) nessuno rientra in quei dieci posti. E sapete quale film si piazza al secondo posto? Extreme job (vi risparmio il titolo originale), una commedia poliziesca su un gruppo scalcagnato di investigator* che nel tentativo di arrestare una banda di spacciatori finisce a gestire un ristorante di pollo fritto, recitazione costantemente sopra le righe e assurdità assortite. Mi sono visto anche The roundup (decimo posto, inaspettatamente presente su RaiPlay), capitolo numero n di una serie di buddy movie che pur con una componente d’azione massiccia e una violenza molto cruda (soprattutto per il tipo di operazione) propende sempre per il lato commedia. Abbiamo questa visione dei sudcoreani come ossessionati dalla vendetta, ma sembra che gli piaccia almeno altrettanto ridere e questo viene fuori anche in un prodotto lontanissimo come La regina delle lacrime, dove a momenti di una drammaticità esagerata si alternano gag da slapstick comedy.

Un uomo e la sua determinazione a essere troppo carino quando è ubriaco (La regina delle lacrime)

Park questo evidentemente lo sa bene, e così vediamo la vita perfetta di Man-soo (illustrata da un inizio didascalico che prefigura già il disastro) crollare pezzo per pezzo, ridendo di lui più che provando empatia per la sua situazione. Man-soo è un killer inesperto, questo è ovvio, ma la sua goffaggine in certi momenti è da commedia pura, così come le reazioni di coloro che gli girano intorno: il regista non si fa sfuggire nemmeno l’occasione di sbeffeggiare la polizia, rappresentata da due ispettori che sembrano in gamba almeno fino a che non devono unire i puntini, una caratteristica che sembra unire tutti i registi della penisola neanche fosse sport nazionale.

Il pericoloso e discutibile percorso di Man-soo verso il successo cambia anche il mondo attorno a lui. Il pacifico pater familias che ci viene presentato nelle prime scene in realtà così perfetto non è, e non c’entra solo la sua morale compromessa: il suo rapporto con la moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e i figli Si-one e Ri-one viene approfondito man mano che Man-soo procede col suo piano, sia nelle conseguenze che questo comporta all’interno del menage familiare (come ogni buon percorso di formazione anche Man-soo acquisisce sicurezza quando miete successi, facendolo diventare lentamente uno stereotipo della virilità patriarcale) sia disseppellendo dal passato fantasmi che forse il protagonista pensava di essersi lasciato indietro grazie ai successi materiali. Purtroppo anche questa interessante analisi della famiglia nucleare sudcoreana viene disturbata da troppe svolte, dettagli poco utili (la sottotrama del lavoro di Mi-ri, mollata lì e utile quasi solo a certificare la gelosia fra le caratteristiche del largamente perfettibile Man-soo) che distraggono aggiungendo troppa carne al fuoco a una storia che forse vuole affermare qualcosa di più profondo del classico “homo omini lupus”, ma che finisce per farlo in maniera troppo confusa.

Un uomo e il capitalismo

Sono rimasto quindi deluso da Park? È No other choice l’approdo del regista al cinema commerciale? No, perché la già menzionata cura formale è pur sempre una gioia per gli occhi e il regista sudcoreano riesce comunque a piazzare dei colpi allo stomaco quando meno te li aspetti, ma mi è rimasta l’impressione di un giocattolo perfetto che sacrifica all’altare degli incastri l’emotività, tanto che il dramma condivisibile della precarietà in un mondo del lavoro spietato e disumanizzante (emblematico il modo in cui viene trattato Man-soo nel bagno di un’azienda, degno delle umiliazioni peggiori di Fantozzi) l’ho provato solo guardando gli occhi di uno dei rivali del protagonista, il Si-jo interpretato da Cha Seung-won, riciclatosi come venditore di scarpe e straziante nella sua accettazione passiva di una realtà diversa. È proprio questo momento melodrammatico a essere per me il centro nevralgico del film, più di un finale che esprime in maniera visivamente egregia ma fin troppo didascalica il parere di Park sulla società capitalistica (contro cui se la prende parzialmente anche il mondo dei k-drama, che trova spazio per la crisi economica causata da speculazioni finanziarie del 1997 sia in Quando la vita ti dà mandarini che nel più leggero Venticinque e ventuno), e forse rappresenta anche una giustificazione per il tono del film al di là di qualsiasi teoria dilettantistica su ciò che il pubblico sudcoreano chiede e che Park possa essere o meno disposto a concedere: la reazione aggressiva di Man-soo al torto subito, volta a riottenere i suoi privilegi invece che a rovesciare il sistema, forse non può essere raccontata che come una farsa, lasciando scampoli di dramma solo a chi scompare fra i subdoli ingranaggi della macchina capitalistica.

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Racconto in musica 218: BOOM! (Maxïmo Park – Apply some pressure)

Quale deve essere lo scopo ultimo di una rivista letteraria? Perché ok i racconti, ok la forma, ok i temi, ma penso ci possa e ci debba essere qualcosa oltre queste precondizioni iniziali. Cosa di preciso? Ecco, questa è una domanda a cui è più difficile rispondere, ed è uno dei motivi per cui quando definisco Tremila Battute una rivista letteraria ci piazzo sempre un “aspirante” davanti. Perché qui spacciamo buona musica, ma non so se è uno scopo abbastanza alto; ragioniamo un poco sul sociale, ma una rivoluzione non partirà certo da queste schermate; ospitiamo tant* autor*, ma non abbiamo un’idea chiara di letteratura verso cui puntare. Però, in questo mare (stagno?) di idee confuse su ciò che dovremmo o potremmo essere, resta un punto d’orgoglio quando riesci a interessare e coinvolgere autor* dalla penna (tastiera?) riconoscibile, quell* che se ti capita di leggere un loro nuovo racconto a distanza di tempo capisci subito chi lo ha scritto: Isabella Ballarini è una di loro (una di loro, una di loro…) e siamo felicissimi che abbia accettato la nostra proposta di collaborazione, portando in dote la musica dei Maxïmo Park.

Iniziamo ovviamente da Isabella, goriziana classe 1977 che si definisce ironica, eclettica e sempre sorridente, una descrizione che si abbina bene anche ai suoi gusti artistici. Adora in generale la musica “difficile” (virgolette sue), ma con una predilezione per Elio e Le Storie Tese, mentre sul fronte cinematografico passa con leggerezza dagli spaghetti western di Sergio Leone alla comicità surreale di Maccio Capatonda, sempre alla ricerca di qualcosa di bizzarro, creativo e originale. Scrive da diversi anni e un nutrito gruppetto di riviste ha avuto modo di accogliere le sue storie, spesso surreali ma in una maniera personale e difficilmente spiegabile a parole: andate quindi a leggerle subito su L’Irrequieto, Sulla Quarta Corda, Quaerere, L’Equivoco, CrunchEd. Spaghetti Writers, Pastrengo, Nazione Indiana e Piegàmi.

Come per ogni band ormai in attività da un ventennio abbondante parlare dei Maxïmo Park (che devono il loro nome al Maxïmo Gomez Park, che a seconda che guardiate la pagina wikipedia inglese o italiana passa dall’essere un parco di Little Havana a Miami a un ritrovo di rivoluzionari a l’Havana, Cuba) è un compito arduo. È facile finire nel fare una lista di dischi (otto per la precisione) e traguardi, un racconto pieno di dati ma vuoto di pathos. E quale pathos posso mettere in fondo io, che della band nata a Newcastle nel 2000 ho ascoltato per la prima volta un disco questa settimana, e nemmeno A certain trigger (2005), l’esordio pubblicato dalla Warp che ci vide lungo nel mettere sotto contratto un gruppo che fino a poco prima sembrava sul punto di sciogliersi e ha resistito grazie all’innesto di un cantante, Paul Smith, che fuori da ogni previsione si è rivelato non solo all’altezza del compito, ma pure un animale da palco? Non so, forse posso partire da Garlasco.

No, aspettate, parlare di Garlasco non significa per forza cronaca nera. La ridente cittadina del pavese, di cui penso di non avere mai visto il centro, ospitava anni fa una discoteca piuttosto grossa (Le Rotonde, ricordo di esserci stato trascinato una volta a una serata revival e per fortuna ho dimenticato tutto il resto) e, molto meno noto, un piccolo club che aveva colto, a inizi anni 2000, lo spirito del tempo, o almeno uno spirito del tempo: lo Zoe a Milano puntava sul nu metal, Pepe a Garlasco invece faceva ballare la gente con l’indie, e io mi ritrovavo spesso ad agitarmi fra questi due poli opposti senza essere un cultore di nessuno dei due generi. Come in tutti i luoghi simili nati o cresciuti in quel periodo il dj set tendeva alla lunga ad adagiarsi su ciò che la gente già conosceva, portando in poco più di un decennio alla loro morte per autoconsunzione e mancanza di ricambio generazionale, e i Maxïmo Park non mancavano mai: passava sempre immancabilmente Apply some pressure, che non mi faceva impazzire come The dark of the matinee dei Franz Ferdinand ma non era nemmeno Banquet dei Bloc Party, che mi sembravano dei fighetti secondi solo ai Libertines e da quel pregiudizio ammetto di non essermi mai spostato. Da quelle serate moderatamente alcoliche che facevano sembrare i Kaiser Chiefs la band del futuro, o forse tutte quelle band inglesi o al massimo newyorkesi (ciao Strokes, forse vi avrei amato di più se non avessero messo sempre Last nite) le band del futuro, oggi è rimasto poco: molte non sono più in attività, altre non sono più rilevanti, i Maxïmo Park non sono più sotto Warp e dopo un breve passaggio in una delle varie branche semi-indipendenti di una major (la V2, per l’album The national health del 2012) si sono creati la propria etichetta Daylighting e sono andati avanti a fare le loro cose, con una formazione piuttosto stabile (ne fanno parte sicuramente ancora i membri fondatori Duncan Lloyd e Tom English), un sound più allargato e, nonostante la morbidezza che gli anni spesso porta, capace ancora di qualche scatto di nervosismo. Da quegli anni a Garlasco, dove vedevamo da lontano la formula indie traslare da “indipendente” a “nuovo aggiornamento del brit rock”, sono uscito con simpatie musicali minimamente giustificate e antipatie musicali totalmente ingiustificate, e se dovessi dividere tutte le band ascoltate allora per forza in buoni e cattivi probabilmente i Maxïmo Park finirebbero fra i secondi: a distanza di anni però è bello farci pace, ritornare a un periodo della mia vita non per forza migliore (anzi, se è solo quella parte a venirmi in mente un motivo ci sarà) e di cui loro hanno fatto parte solo per una canzone, incistatamisi (uuuuuuhhhh, che parola complicata!) in testa abbastanza da ricordarli ma non abbastanza da cominciare a non sopportarli, ed è stato bello scoprire che i loro inizi sono stati scalcagnati come quelli di mille altre band che nelle vicinanze di Garlasco suonavano e negli anni si sono poi sciolte. Insomma, sarò sentimentale ma ai Maxïmo Park ora gli voglio bene, e nonostante presumo (spero) che il loro conto in banca sia molto più consistente di quello di qualsiasi musicista indi(e)pendente del pavese considero un po’ ogni loro membro come uno di noi. Uno di noi, uno di noi, uno di noi…

Guarda il caso è proprio Apply some pressure che Isabella ha scelto come ispirazione per il proprio racconto, ma la storia non si svolge a Garlasco bensì in un luogo innominato dove, all’improvviso, un luna park arriva a sconvolgere la vita inquadrata e perfettamente stabile del protagonista. Per scoprire in quale maniera Isabella è riuscita a mutuare il ritmo, il testo e il video della canzone in un racconto non vi resta che andare più in basso, subito dopo il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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BOOM!, di Isabella Ballarini

S.A. si sveglia ogni mattina con il mal di testa. Da un mese.
Niente postumi della sbornia, o eccesso di spinelli, no: S.A. non beve, non fuma, non fa un cazzo. Non esce mai dalle linee della sua vita perfetta. È fatto di pace, lui, terrorizzato dall’idea che il mondo guardi nella sua coscienza e ci trovi qualcosa di brutto.
Eppure la testa gli fa male e S.A. non riesce a capire il perché.
Casa, lavoro, qualche cena. Una corsa la domenica mattina. Un film la sera.
Questo è tutto quello che fa. Dovrebbe stare bene, no? E invece le tempie gli vanno in frantumi.
S.A. si appoggia ai mobili per non cadere a terra. Si lamenta. Si riempie di aspirine e fastidio.
Fosse matto, darebbe la colpa al Luna Park.


Quello è arrivato in città da un mese esatto. Si è piazzato nella strada in cui S.A. abita, là, nello slargo più ampio. Ha iniziato a sparare luci e musica da ogni giostra.
S.A. ci passa accanto con nervosismo: i tendoni sbiaditi lo irritano, i fari colorati gli colpiscono gli occhi. Accelera il passo per allontanarsi in fretta, ma il dolore è un chiodo nel cervello.
S.A. vorrebbe sbattere la testa contro il muro, ma non ne ha il coraggio: ha paura di farsi male.
Ha paura di tutto, S.A.: dei vicini, delle voci, della gente. Gli hanno insegnato a divertirsi senza ridere, a piangere senza lacrime. E lui obbedisce, cazzo, eccome se obbedisce.
Invece il Luna Park parla. Una voce oscura esce dalle giostre. Entra nei pensieri. Fa sanguinare i ricordi. Vieni da me, dice. S.A. fa finta di non sentirla. E lo scheletro appeso alla casa stregata sorride, come se dietro alle ossa di gomma ci fosse un’anima. S.A. chiude le imposte: gli hanno detto che lo spirito non esiste e lui ci crede. Ma i giorni passano e tutto peggiora.
Dolore, voci, stomaco che si ribalta. S.A. tiene la testa fra le mani, urla. Tira calci al divano con tutta la forza che ha. È convinto che prima o poi il suo rigore verrà premiato. Invece il cervello fa click. Finalmente.


S.A. esce di casa. Corre là, verso le giostre. Ha la bava alla bocca, vuole spaccare tutto.
Entra nel Luna Park. Mondo strambo, deforme, matto, oscuro. S.A. non ha paura: è fuori di testa, adesso. Ride. Il naso inizia a sanguinare. I capelli sono spettinati, la giacca gronda sudore e fili scuciti. S.A. vorrebbe prendere a calci tutto ma non lo fa. Si diverte, anzi, come mai gli era capitato. La vita lo prende alla gola e stringe forte. Il sangue macchia la camicia bianca, la pressione esplode.
S.A. si butta tra le braccia della notte. Almeno per una volta, almeno per quella sera.
Si risveglia nel letto la mattina seguente. Il dolore alla testa non c’è più, la voce è andata via.
È scomparso pure il Luna Park: sparito nel silenzio, come un ladro, come uno spirito.
In molti giurano di non averlo mai visto. Non è mai esistito. Niente tende, niente giostre. Nello slargo ampio non c’è più nulla, nemmeno una testimonianza del suo passaggio.
In terra rimangono solo il vento e una carta di caramella.

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Racconto in musica 217: Vieni in una grotta (Anna Castiglia- Le chiese sono chiuse)

Arriva sempre il giorno in cui, per scelta o per necessità, ci si ritrova a rompere una tradizione, ma quel giorno non è oggi e Tremila Battute si appresta, senza un valido motivo a giustificare la scelta se non la consuetudine consumistico/religiosa, a festeggiare in Natale con un racconto ad hoc. Siccome però anche nel rispetto di tradizioni dal significato ormai sfumato come il compleanno di Gesù si può trovare qualcosa di utile, approfittiamo della ricorrenza per rispettare una promessa fatta qualche mese fa, ovvero di parlare della musica di Anna Castiglia.

Classe 1998, cresciuta in una famiglia piena d’arte (padre comico e speaker, madre attrice teatrale e sorella gemella artista circense), Castiglia l’ho scoperta da poco e non tramite la partecipazione a X Factor, evento che le ha dato sicuramente un boost di visibilità, bensì attraverso la partecipazione a un talk all’interno dell’edizione 2025 de Il tempo delle donne, dove rappresentava la nuova leva cantautorale “al femminile” insieme a Emma Nolde (di cui abbiamo parlato già due volte) e Anna Carol. Da quella chiacchierata e dai due brani suonati per l’occasione è nato l’interesse verso la sua musica, raccolta nella sua quasi totalità nel disco del 2024 Mi piace (pubblicato in collaborazione fra l’agenzia di booking OTR Live e ADA Music Live, la branca del gruppo Warner con un occhio aperto sul panorama indipendente), ma il percorso che l’ha portata a quelle dodici canzoni è lungo e pieno di spostamenti.

Catania, Torino e Milano sono le tappe attraverso cui la musica e la carriera di Castiglia si sono evolute, passando (come spiega in questa intervista) dalle cover nei locali nella città siciliana al salto definitivo nell’industria musicale, passando per la gavetta cantautorale nel capoluogo torinese, dove l’offerta di spazi per gli artisti emergenti si è coniugata allo studio: diplomatasi in canto, danza e recitazione alla Gipsy Musical Academy, dal 2020 inizia a far parlare di sé attraverso la selezione nel progetto di mentorship organizzato dal Reset Festival di Torino (fra l* artist* coinvolti c’era anche Eugenio Cesaro, frontman degli Eugenio In Via Di Gioia che qui conosciamo bene), esperienza seguita lo stesso anno dall’apertura al concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti allo sPAZIO 211 del capoluogo torinese. Il 2021 le dà soddisfazioni personali importanti come la vittoria del premio Nuovoimaie organizzato dal CPM di Milano, attraverso cui gira l’Italia in tour, e la selezione fra l* finalist* del Premio Lunezia a Roma, ma nello stesso anno dimostra di essere attentissima anche alla dimensione collettiva e sociale.

Canta Fino A Dieci è il collettivo transfemminista che Castiglia fonda insieme a Irene Buselli, Rossana De Pace, Valeria Rossi (in arte Cheriach Re) e Francesca Siano (in arte Francamente) con l’obiettivo di creare un ambiente di sorellanza e cooperazione e l’ambizione di ottenere l’equità di genere nel mondo della musica, un impegno che Castiglia porta avanti collaborando (insieme a realtà come Equaly) a campagne più ampie come, virando sull’attualità recentissima, My Voice, My Choice, un’iniziativa popolare che chiede al Parlamento Europeo di prevedere un meccanismo finanziario fra gli stati membri che permetta a donne e persone con utero di accedere a un aborto sicuro e libero anche se nel loro paese resta illegale. Al fianco di altre artiste come la stessa Siano, Giorgieness e Giulia Mei la cantautrice ha promosso l’iniziativa indossando magliette ai concerti e in generale mettendoci la faccia, alimentando il passaparola che ha portato in questi giorni al passaggio alla Plenaria del Parlamento Europeo a larga maggioranza: la strada è ancora lunga, ma vale la pena di festeggiare quando se ne ha la possibilità.

Fra il 2021, anno di fondazione del collettivo, e oggi Castiglia si trasferisce a Milano, dove studia canto pop/rock al Conservatorio Giuseppe Verdi, si esibisce su numerosi palchi insieme alle compagne del collettivo (Apolide Festival, Eurovision Village), come apertura a concerti di numeros* artist* (Carmen Consoli, Max Gazzè, Michele Bravi fra l* altr*) e ovviamente in solo, passa le selezioni di X Factor col brano Ghali (che, ci tiene a specificare nell’intervista linkata piùin alto, non vuole essere un attacco alla musica trap) e arriva, nel 2024, alla pubblicazione del già citato primo disco Mi piace. E vogliamo parlarne un po’, visto che i passaggi della carriera fanno brodo ma a parlare dovrebbe essere la musica? Castiglia coniuga nei dodici brani un sapore cantautorale molto nineties e l’amore per il jazz, duetta con Ghemon in Whitman e passa al dialetto catanese in U mari, esprime delicatezza in brani come Gli stessi e Sale dentro per poi affilare la lingua e lanciarla spedita verso le strofe accelerate di Ghali e Le chiese sono chiuse: si accorgono della qualità del lavoro anche al Premio Tenco, dove Castiglia vince per la migliore opera prima, e forse per festeggiare o più semplicemente perché la musica è la sua vita la cantautrice si regala in questo 2025 due feat importanti, rileggendo Le chiese sono chiuse e U mari con l’aiuto rispettivamente de I Patagarri e dei Selton.

L’abbiamo già citata più volte, ma non poteva che essere Le chiese sono chiuse la canzone a cui ispirarci per questo Natale tremilabattutoso. La quarta traccia diMi piace ci getta nuovamente in un’ambientazione pandemica, fatta di chiese chiuse “finalmente frequentate tanto quanto i ristoranti, i teatri oppure i bar”, ma quel periodo da cui saremmo dovut* uscire migliori Castiglia riesce a tratteggiarlo con ironia contagiosa. Anche il protagonista del racconto si trova, come l’autrice del brano, a intessere un rapporto diretto con Gesù, anche a scapito di un mondo esterno che nel frattempo caracolla in avanti: potete scoprire le conseguenze di questo inconsueto rapporto più in basso, subito dopo il mio augurio di buon ascolto, buona lettura e, sperando che possiate approfittare di questo periodo per ricaricare le pile e che non sia fonte di ulteriore stress, buone feste.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Vieni in una grotta

Ho riabbracciato Gesù quando hanno chiuso anche le chiese, perché ho scoperto insieme a lui i vantaggi della frugalità. Di tutte le cose che avrebbero potuto mancarmi non avrei mai pensato alla religione, ma il Natale senza messa mi è sembrato molto più triste che senza cene coi colleghi, con gli amici e la compagnia di teatro, quelle per cui dovevo risparmiare un mese prima allungando il gin tonic con l’acqua fingendo di averne preso un altro. E dire che a messa non ci vado dalla cresima.

Gesù non mi chiedeva soldi in cambio del suo amore, mentre ogni altro rapporto sembrava essersi spento con le transazioni che lo alimentavano. Senza aperitivi a cementare i rapporti i colleghi erano solo insopportabili; senza alcol, ché anche quel gin tonic eterno in fondo bastava a rendermi brillo, le chiacchiere con gli amici sembravano banali; il teatro su zoom abbiamo provato a farlo, ma senza la spinta di quei venti euro al mese per l’affitto della sala da giustificare l’impegno è venuto meno. Gesù invece era gratis e non mi annoiava parlare con lui, né lui si annoiava di ascoltarmi, a differenza del prete che mi dava la penitenza mentre ero a metà degli atti impuri da confessare.

Quando le chiese hanno riaperto, insieme agli uffici, ai bar e ai teatri, ho scoperto che la fede e la reclusione aiutavano il mio morale e la mia capacità di arrivare a fine mese. Fuori dai quaranta metri quadri in cui avevo stipato la mia vita la gente sembrava azzannarsi a vicenda, dentro invece pregavo e facevo yoga perche, così mi ha detto Gesù, certe pratiche gliele hanno rubate gli orientali ma il copyright resta suo. Non dovevo più chiedere ai miei genitori prestiti per pagare l’affitto, non dovevo più spendere soldi per l’abbonamento al mezzi pubblici e, soprattutto, non dovevo più annacquare i gin tonic che mi concedevo come premio per la ritrovata forma fisica, ché lo yoga in casa rende più di una qualsiasi attività all’aperto. Quando ce n’è stato bisogno ho lottato con le unghie e con i denti per mantenere lo smart working, perché non avevo più fiducia nel mondo e il mio mondo era la fede: in qualcosa di semplice e controllabile, intimo e confortevole, a misura d’uomo.

Mentre io non cambiavo e scoprivo che coi soldi risparmiati potevo permettermi qualche sfizio, tipo il servizio delivery della spesa, il mondo intorno non smetteva di ruotare. Con Gesù continuavo a chiacchierare di tutto, tranne di ciò che succedeva fuori dalla porta. Poi le bollette hanno cominciato ad aumentare, e ho scoperto che da qualche parte c’era una guerra che ignoravo; al rinnovo l’affitto è aumentato, e ho scoperto che la zona dove abitavo era molto più chic di cinque anni prima; il mio lavoro si è fatto più tecnologico, e ho scoperto che potevo essere rimpiazzato da una IA. Mentre vedo sgretolarsi le mie sicurezze un altro Natale si avvicina, e quando chiedo a Gesù cosa devo fare lui ripete parole che non sentivo più dall’infanzia: vieni in una grotta, al freddo e al gelo. Quanto invidio la sua capacità di adattamento.

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Racconto in musica 216: La casa la pulirà Rosa (I Camillas – La canzone del pane)

Spesso (forse non così spesso) mi chiedo se queste lunghe premesse e gli articoli introduttivi non siano controproducenti. Essendo una (aspirante) rivista letteraria dovremmo occuparci solo dei racconti, lasciare spazio solo a loro e sradicare l’approfondimento musicale? Le persone che frequentano questo luogo virtuale sono interessat* alle mie chiacchiere, passano oltre o vengono respinte da esse? Si può veicolare la musica senza parlarne per così tanto spazio (in fondo agli inizi lo facevo, poi la mania del completismo…)? Quale che sia la risposta giusta, oggi è uno di quei giorni in cui il problema si risolve da sé perché lasciamo quasi tutto in mano a Matteo Aschedamini nel tornare a parlare de I Camillas.

Matteo è entrato da poco nella famiglia di Tremila Battute, ma ha già deciso di ritornare sul luogo del delitto. Classe 2004, laureando e appassionato tanto di narrativa quanto di poesia, lo abbiamo accolto con questo suo racconto ispirato dai Vintage Violence e siamo sicuri che lo rivedremo ancora da queste parti. Per l’occasione gli abbiamo chiesto anche di occuparsi di presentare l’ahinoi ormai disciolta band (noi lo avevamo già fatto), e lui è riuscito a trasmettere la passione per la musica de I Camillas senza sbrodolare alla nostra maniera.

“C’è qualcosa nella musica de I Camillas (Zagor/Mirko Bertuccioli, Ruben/Vittorio Ondedei, Michael/Enrico Liverani, Theodore/Daniel Gasperini) che sembra aprirsi e chiudersi intorno a noi come una porta girevole. Ti avvicini e swoosh, sei chiuso dentro, e intorno tutto prende a girare, un tizio ti prende per le spalle e ti fa la linguaccia. Il loro stile, giocoso e dal doppio modulo dolce-amaro, buffo-serio, crea mondi paralleli per chi li ascolta. La musica è canzonatoria, la voce narra, gli strumenti si riscoprono materiale da disegno, matite che tracciano le forme dei micro-spazi delle loro canzoni. Ogni brano è una stanza minuscola con una finestra aperta sul giardino. Un esempio lampante di questo modo di fare musica è La macchina motivazionale. Una sola parola ricorre e ricorre: “Dai!”.

E con il solo “Dai!” dicono tutto quello che devono dire: salgono, scendono, cadono, si rialzano. Non è raro sentirli fare versi (vedi Bisonte), spernacchiare, fare smorfie, ululare. Perché I Camillas con la musica ci giocano sempre, anche — e soprattutto — quando sono seri. Il gioco è parte della loro etica e della loro grammatica. Dal 2004, quando Zagor e Ruben hanno fondato il gruppo a Pesaro, I Camillas sono passati per Colorado e Italia’s Got Talent, hanno scritto libri e, soprattutto, hanno prodotto rituali poetici solo lontanamente etichettabili come concerti. Purtroppo, nel 2020 il gruppo ha perso la voce di Zagor, venuto a mancare durante la crisi del Covid-19. Ma non rattristiamoci troppo: come dicono I Camillas: Sanguinare non è una cosa proibita (Sbranato).

Un gruppo sciolto non è un gruppo finito, è un gruppo in uno stato fisico diverso. Il loro album di maggior successo, Le politiche del prato, evoca un ambiente quasi fiabesco, con uno stile che sembra sbucare da un’Alice nel Paese delle Meraviglie indie e sghemba. C’è quel senso di erba altissima, di oggetti parlanti, di lucciole intelligenti. È un mondo prativo, come se nei fili d’erba nascessero antenne. Questo racconto cerca di simulare La canzone del pane, e aprire sulla pagina anche solo un piccolo scorcio, per dare un’occhiata alla vita del prato, in mezzo all’erba alta.”

Da quel piccolo scorcio che Matteo apre si vede molta vita, perché il racconto che ha tratto dal testo evocativo ma stringato de La canzone del pane allarga molto l’obiettivo, tanto da lasciare incuriositi riguardo alle dinamiche del piccolo paesino in cui all’improvviso, una mattina, succede il finimondo. A voi il piacere di scoprire l’elemento scatenante del pandemonio, a me quello di augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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La casa la pulirà Rosa, di Matteo Aschedamini


Tre ore sul tetto volarono via insieme alle reggicalze che erano finite su di un tiglio e pendevano bianche ed inequivocabili.

Il Commissario L’Innamorata considerò tre volte l’ipotesi del suicidio. La prima come tesi, la seconda come antitesi, la terza come sintesi.

Marinello lo chiamò da sotto. “Commissario! È ancora là sopra?”

L’Innamorata rabbrividì. Dove si trovava?

Scese al piano di sotto. Marinello chiuse la porta della casa e chiese: “Signor Commissario, manderemo qualcuno a fare le pulizie non appena avrà confermato che non si sono portati via altro.”

“Altro! E che cazzo si dovevano portare via di altro?”

Marinello strinse come un asparago le braccia lungo i fianchi, e chiese ancora a bassissima voce, quasi impercettibilmente: “Le pulizie della casa?”

“La casa non la pulisce nessuno. La pulirà Rosa. Punto.”

“Ma…”

Il Commissario, boccheggiando, scese per strada. Tutto il paese si era attorcigliato come un pezzo di intestino intorno al cortile. I villani spiavano senza senso del pudore verso l’interno della casa. Le donne bisbigliavano in cerchio, facendosi con le mani portatrici di una verità e poi di un’altra ancora.

Il Commissario prese la parola. “Ora, chi ha rapito mia moglie”, disse tremando, “io per adesso non lo posso sapere…ma giuro su Dio, Dio che mi è testimone, che costui…”

Marinello, intuendo che il suo superiore stava per minacciare i civili, si scaraventò davanti alla platea e concluse: “…Ha le ore contate!”

L’Innamorata fece per riconquistare la parola, quando davanti ai suoi occhi vide un secondo presagio di morte: Camillo, il pazzo del paese, che camminava lungo la via con al guinzaglio una volpe.

“Camillo!”, berciò il Commissario, “Camillo lei deve lasciare andare quella povera bestia!”

Camillo non intendeva, e continuava a passeggiare, sorridendo.

“Camillo, non è autorizzato a portare in paese un animale selvatico! Mi ha capito?”

Camillo ancora non capiva; fermatosi per schivare una cacca depositata sul selciato, si chinò e diede una carezza alla volpe.

L’Innamorata divenne rosso. Gocce scendevano dalla sua fronte disegnando lunghe linee verticali. Marinello, per innocenza, non si avvide di ritirare al Commissario l’arma da fuoco. La folla reagì solo alla canna, nera e dura, che scivolava davanti ai loro occhi. Indietreggiarono tutti di un metro.

Dopo un gran botto, la volpe cominciò a guaire. Camillo afferrò l’animale e si mise a correre. Un altro colpo echeggiò nel vuoto. Il Commissario volò al suolo insieme a Marinello. La folla li assorbì.

Nessuno si curò di vedere come stava Camillo, tanto che quello era già sparito. Quando arrivò alla sua tana, lasciò libera la volpe. A passi ingarbugliati raggiunse il gabbione ed estrasse dal giubbotto un sacchetto di carta con un filone di pane bianco.

“Rosa?”, disse sollevando il tendone, “hai fame?”

Rosa non rispondeva.

“Starai certamente meglio, per adesso pensa a mangiare qualcosa. Ti ho portato del pane…”

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Favolisti spaventosi psichedelici: Fairyland codex dei Tropical Fuck Storm

Come finisce su Tremila Battute la musica di cui parliamo? Ci sono molti modi, come diceva una canzone degli Afterhours di parecchi anni fa, e il più comune passa per qualche promoter che mi invia in digitale le nuove uscite della settimana: fuori da lì, però, è anarchia pura. Solo quest’anno ho ascoltato doom messicano perché ho visto il nome della band su una maglietta a un festival, punk coreano mentre mi informavo sui locali di musica live di Seoul e synthwave tedesca perché la band era stata nominata nel commento alla recensione di un film action, e non sempre sono incontri fortunati. Quando poi arrivano le classifiche di fine anno, apriti cielo: le mie carenze d’attenzione mi fanno perdere un sacco di cose, così con gli ultimi giorni dell’anno partono recuperoni clamorosi, ovviamente (che per me significa nella maniera meno ovvia possibile) basati sul caso o sull’infatuazione momentanea, che nella stragrande maggioranza significa “il nome mi affascina”. È la stessa tattica con cui spesso faccio gli acquisti non ponderati al Fantacalcio, che so non essere la miglior formula del mondo ma oh, spesso il Fantacalcio lo vinco quindi per me funziona, e proprio per dimostrare che funziona oggi qui si parla dei Tropical Fuck Storm e del loro Fairyland codex (Fire Records), cominciato ad ascoltare perché… dai, come si fa a non dare una chance a un gruppo che si chiama TROPICAL FUCK STORM?

I TFS (acronimo comodo che utilizzano pure loro sulla pagina Bandcamp, quindi mi sento legittimato ad utilizzarlo) sono una band australiana di quattro elementi formata da Gareth Liddiard (chitarra e voce), Fiona Kitschin (basso e voce), Erica Dunn (chitarra, tastiere, synth e voce) e Lauren Hammel (batterie e programmazione), e fanno le cose matte. Ognun* di loro ha dei progetti musicali precedenti ai TFS e io mi immagino che la band sia nata dopo una sbronza collettiva in cui si è deciso di unirsi nel sacro nome delle cose matte, non per forza quelle più matte che vi possano venire in mente ma abbastanza matte da far drizzare le antenne a uno come me (anche se non penso di essere stato citato nella conversazione durante la sbronza collettiva). Per capire un po’ di che parliamo con questo loro quarto disco immaginate di shackerare un po’ di psichedelia sixties assortita, proprio quella dei figli dei fiori, suoni grossi abbastanza da ribaltarvi quando vogliono, una punta di Mars Volta e aggiungiamoci pure del blues, per poi condire il tutto con la voce di Liddiard che spesso sbraita come fosse un predicatore ubriaco e quelle di Kitschin e Dunn che passano dal melodioso all’isterico a seconda del brano. Pront* a buttare giù il beverone?

Io mi sono innamorato già alla prima canzone (avete mai ragionato su come sono cambiate le disposizioni dei brani nei dischi? Quando si vendevano e per ascoltarli te li dovevi prima comprare raramente la prima traccia diventava uno dei miei brani preferiti, adesso che ti devono tirare dentro subito mi capita spesso il contrario), perché Irukandji syndrome ha tutto: un giro di basso trascinante, un’atmosfera minacciosa senza essere apertamente cupa, chitarre che ululano quando devono, un assolo matto come e peggio di quelli spesso inopportuni di Omar Rodriguez Lopez (ma qui più che mai opportuno) e la voce di Liddiard che in una litania serrata mostra uno scenario degno di Escher, sui cui troneggia la medusa del titolo in versione sibilla gigante che ci lascia col messaggio “things won’t end so well for you”. C’è del lisergico in una partenza del genere, ma le dosi i TFS le gestiscono con parsimonia, permettendosi di andare all’eccesso solo con Dunning Kruger’s loser cruiser, dove davvero si salta su una versione sbilenca dello Yellow Submarine e ci si lascia trasportare a ritmo di marcetta fra liriche isteriche e suoni usciti da certe cose degli Animal Collective o dalla Dismaland di Banksy, dove il disagio che provi è mitigato dalla meraviglia.

E poi? Dopo una partenza al fulmicotone, bissata dal ritmo ossessivo intervallato da sfoghi chitarristici di Goon show, i TFS fanno la cosa meno ovvia: rallentano, quasi si fermano, poi accelerano, sterzano, rendono la scaletta dei brani una continua sorpresa e non sempre la sorpresa è piacevole (l’algida melodiosità di Stepping on a rake mi ha convinto solo a tratti, e fra quei tratti il momento sul finale in cui le distorsioni prendono il sopravvento), ma è già una sorpresa che ci sia tutta questa varietà. Prendi la title track, otto minuti di bucolica psichedelia sixties montati su un testo che comincia salmodiando la frase “Village in hell is waiting for you” e prosegue fra improvvise svisate allucinatorie; prendi Bloodsport, un incastro di strumenti che sembra orchestrato dai Butthole Surfers ma poi ti accorgi che è molto più organizzato di quanto sembra, che gli basta essere sé stessa dall’inizio alla fine senza bisogno di altri effetti speciali per catturarti e cavolo, ma quanto trascinano la voce di Dunn e il basso di Kitschin?; prendi Joe Meek will inherit the Earth, che butta nel calderone una versione TFS del trip-hop mischiandolo ai Doors mentre le tre voci, alternandosi, dipingono il solito quadro fosco e allucinato. Parliamone, davvero: è un disco che ha pure la copertina più azzeccata possibile per ciò che contiene, come si fa non volergli bene?

Non ricordo dove fosse Fairytale codex nella classifica di fine anno che ho letto, né quale magazine estero l’avesse stilata, né il novero completo dei dischi che ho ascoltato in questo 2025, ma prima ancora di arrivare alla pinkfloydiana (con extra furia compresa nel pacchetto) e conclusiva Moscovium avevo già deciso che per quanto mi riguarda quello dei Tropical Fuck Storm è uno dei dischi dell’anno. Se leggendo queste righe avete condiviso parte dell’entusiasmo il link al loro profilo Bandcamp lo trovate qui sopra, io intanto mi studio la loro discografia perché non è detto che quest* matt* australian* non ritornino presto da queste parti.

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Racconto in musica 215: Dammi un cuore (Campos – Dammi un cuore)

Ognun* di noi vive in una bolla, e se si vuole filosoficamente ridurre ai minimi termini la vita di una persona potremmo dire che questa è contraddistinta dalla costante lotta fra il tentativo di rompere questa bolla, aprendoci all’inaspettato, e di rimanerci aggrappat* con le unghie e con i denti, nutrendoci di consuetudine e nostalgia. Non voglio fare un’analisi sociologica (anche perché non ne ho i mezzi, per quello vi rimando alla newsletter Capibara di Gabriele Palumbo), ma attraverso questa banalizzazione possiamo interpretare anche le linee musicali su cui viaggia Tremila Battute, che si alimenta di artist* che ho scoperto anni fa, di nuovi ascolti basati sul grufolare in giro per il web alla ricerca di cose che allarghino e mettano alla prova la mia zona di comfort (tipo il noise pazzo alla giapponese) e, ovviamente, dei suggerimenti musicali di chi collabora a questo blog coi propri racconti. Questo equilibrio oggi pende verso l’interno, rimestando nella bolla, perché siamo addirittura alla parte due di un discorso già iniziato parlando qualche anno fa di Tommaso Tanzini e che riprende oggi disquisendo dei Campos, resident band alla cui musica si è ispirata Luana Ansaldi per il suo racconto.

Partiamo da Luana, trentaseienne sarda a cui al momento la disoccupazione, per fortuna o purtroppo, lascia il tempo di coltivare quella che assieme a lettura e disegno è la grande passione di una vita: la scrittura. La coltiva principalmente attraverso la pubblicazione di storie che spaziano fra la fan fiction e il fantasy sulla piattaforma Wattpad (la trovate con il profilo Antares1989), e a Tremila Battute ci è arrivata, riprendendo il tema della bolla, grazie alla curiosità di scoprire sempre nuov* artist* e, nel caso specifico, nuova musica. Sogna di diventare una scrittrice professionista e ci tiene ad augurare a chi come lei ha questo sogno nel cassetto di poterlo realizzare, e chi siamo noi per non unirci all’augurio?

Parte di questa storia, come detto, l’ho già raccontata, ma un recap è d’obbligo. Tutto inizia nel 2011 a Pisa, con l’incontro musicale fra Simone Bettin (voce e chitarra) e Davide Barbafiera (elettronica e percussioni), la cui idea di progetto basata sulla commistione di suoni sintetici e acustici resiste al corso degli anni e al trasferimento di Bettin a Berlino tramite lo sviluppo di alcune tracce a distanza. Qualcosa cambia nel 2014, e quel qualcosa è l’ingresso della bassista australiana Dhari Vij nella formazione, un innesto che dà ulteriore linfa vitale alla band e li porta alle prime esibizioni dal vivo nei club della capitale tedesca. È in questo momento che il gruppo sceglie definitivamente Campos come nome ufficiale rispetto alla prima scelta, Viva, che diventa comunque il titolo del primo disco: registrato nel corso del 2015 e masterizzato dal dj e producer tedesco Jan Driver, Viva esce nel 2017 per l’etichetta di Barbafiera Aloch Dischi. Io mi accorgo di loro allo storico (per me, sempre questione di bolle) festival A night like this proprio nel luglio di quell’anno, stregato dalla delicatezza e dall’energia delle loro canzoni, caratterizzate da ritmiche convulse che evocano i panorami dell’America del sud, mi compro il disco (che nella cover omaggia le divise del portiere messicano Jorge Campos, le cui gesta hanno ispirato il nome del gruppo) e mentre io me lo passo in heavy rotation nelle orecchie loro non rimangono per niente fermi.

Il tour di Viva porta un cambio di formazione, con l’avvicinamento al basso fra Vij e Tanzini (già fondatore dei Criminal Jokers con Bettin e autore di due album solisti prodotti da Barbafiera), un cambio di etichetta con l’ingresso nel roster della Woodworm e pure un cambio di idioma, dall’inglese all’italiano. Il 2018 non li vede subito attivi dal punto di vista discografico, bensì da quello cinematografico: Barbafiera prende parte nel ruolo di co-protagonista al film Il ragazzo più felice del mondo di Gipi, e l’intera band viene coinvolta tramite un piccolo ruolo e la presenza della loro Freezing come tema principale della pellicola. Neanche il tempo di godersi il tappeto rosso della Mostra del cinema di Venezia però che è già tempo di tornare ad imbracciare gli strumenti, perché il 9 novembre dello stesso anno esce Umani, vento e piante, un disco che forse per effetto del titolo trovo più bucolico, vicino al folk contaminato dei C+C= Maxigross, ma che non perde la sua forte connotazione ritmica, soprattutto in brani come Take me home e Madre moderna.

Nel 2019 i Campos partecipano al bando di Per chi crea, programma promosso dal Ministero dei Beni Culturali e gestito da SIAE che destina il 10% dei compensi per “copia privata” a supporto della creatività e della promozione culturale dei giovani under 35 residenti in Italia, risultando fra i meritevoli di un contributo per la registrazione del nuovo disco, Latlong, che esce sempre per Woodworm a fine 2020. L’equilibrio fra suoni elettronici e acustici resta pressoché invariato, così come il gusto folk che a volte produce brani più morbidi e minimali, che siano incentrati sul binomio chitarra-voce come Blu o su un efficace incastro fra chitarra, basso e lievi percussioni di Mano: da applausi il finale, che prima ammalia con le allegre note di Paradiso, poi piazza una ghost track dance-punk che sfoga in un paio di minuti scarsi tutta la voglia di pogare che non sapevamo avessero. L’anno dopo Barbafiera cura la direzione artistica dell’album La vita nuova, omaggio all’opera di Dante Alighieri prodotto da Woodworm in collaborazione con La Scuola Normale Superiore di Pisa in occasione del settecentenario della morte del poeta, e i Campos sono ovviamente della partita con la canzone A ciascun’alma presa e gentil core, poi nel 2022 il videoclip di Figlio del fiume, diretto da Erika Errante, viene candidato ai Videoclip Italia Awards: sono gli ultimi movimenti della carriera del trio, e se sui loro social tutto tace ci piace pensare che sia perché li snobbano a fronte di serate passate in sala prove, intenti a comporre le canzoni che comporranno il loro quarto disco.

Dammi un cuore è la decima e penultima traccia di Latlong, un brano con una sghemba componente ritmica rotolante che nei ritornelli, complice la componente elettronica, si apre in un’atmosfera ariosa e avvolgente. Luana, stimolata a trarre un racconto dalla canzone (possiamo considerarlo il primo racconto di Tremila Battute scritto su commissione?), è riuscita a coniugare benissimo il testo in una storia di integrazione dai riflessi fantasy: potete leggerlo subito dopo la canzone che lo ha ispirato, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Dammi un cuore, di Luana Ansaldi


Kael non ricordava la prima volta in cui aveva respirato.
Gli avevano sempre detto che il suo petto si muoveva “quasi” come quello di un umano, ma non abbastanza. Troppo lento, troppo silenzioso, come se l’aria non sapesse decidere se entrare o uscire, se tenerlo in vita o lasciarlo svanire.

Camminava scalzo tra gli alberi. Aria su aria, pietra su pietra.
I piedi gli bruciavano per il freddo, ma a lui piaceva. Era una sensazione chiara, concreta e reale.

«Dammi un cuore» mormorò alla foresta, come se essa potesse ascoltarlo. «Uno vero.»

Aveva provato a immaginare come fosse sentire le emozioni degli umani: il petto che si stringe, il calore che si arrampica sulla pelle, la rabbia che vibra.

Per lui quelle sensazioni erano soltanto ombre. Il mondo lo sfiorava, ma non lo attraversava davvero.

«Voglio la noia che non ho provato.»
Lo ripeteva spesso, da solo, ridendo piano.

Gli altri desideravano avventure, lui desiderava la normalità. Un pomeriggio senza paura, una conversazione senza segreti, un nome che non dovesse spiegare.

«Voglio le colpe che non ho scontato.»
Gli avevano insegnato che la sua sola esistenza era un errore, nato da due mondi che si odiavano. Ma dov’era la sua colpa, se ne portava il marchio addosso senza averlo scelto?

«Voglio il dolore che mi è mancato.»
Non quello fisico, quello lo sentiva fin troppo bene. Voleva il dolore umano, quello che cambia una persona, che la rende vera.
Il dolore che dà un senso.

«Voglio la vita che non ho vissuto.»
Quella frase gli tornava in mente ogni volta che vedeva gli altri ragazzi ridere nelle piazze delle città umane, o i giovani mostri che si allenavano sotto la luna.
Quella era vita, lui invece era… un intervallo.

Spostò le dita sulla pelle del braccio, seguendo le vene sottili, troppo chiare per essere umane, troppo fragili per essere mostruose.
«Per tornare a respirare» disse piano come un voto, «non credere di potermi migliorare.»


Kael camminò a lungo, fino al limitare della foresta. Oltre gli alberi vide per la prima volta la luce del fuoco del summit in lontananza.
Umani e mostri riuniti nello stesso luogo. Qualcosa di impossibile. Qualcosa che bruciava come un segno nel cielo: forse lì dentro c’era qualcuno che sapeva cosa significasse essere divisi in due.

I suoi piedi si mossero da soli, non poteva più tornare indietro. Forse qualcuno dentro quel luogo avrebbe potuto dargli ciò che cercava da una vita: un cuore che battesse per davvero.

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Racconto in musica 214: Indietro (Kaada – How to construct a time machine)

Nelle ultime settimane mi è capitato di andare spesso al cinema, complice un’infornata di film interessanti che non ho recuperato nemmeno interamente causa distribuzione ballerina (mi manca perlomeno Together apparso solo in qualche multisala in periferia, per non parlare del Kinghiano The long walk misteriosamente mai uscito nella data prevista nonostante l’internet giuri tuttora di sì). Fra questi ero particolarmente curioso di vedere The smashing machine, il tentativo di Dwaine “The Rock” Johnson di diventare un attore vero che non fa solo fumettoni dalle trame tutte simili, innanzitutto perché dietro all’operazione c’era uno dei fratelli Safdie (Benny), autori di quella bomba di Diamanti grezzi che, se non vi fosse capitato di vederlo, fiondatevi subito a recuperarlo. La faccio breve: The smashing machine non è male, The Rock merita il plauso per la sua prova attoriale, ma al film in generale manca qualcosa nel coinvolgere lo spettatore nelle vicende di Mark Kerr, il lottatore di MMA sulla cui vita è basata la pellicola. Ben più soddisfazione ho ricevuto da The ugly stepsister, rivisitazione della favola di Cenerentola ad opera della regista norvegese Emilie Blichfeldt, in cui suggestioni body horror (non aspettatevi però il The substance sbandierato in promozione) si mischiano a riflessioni sul ruolo della donna non banali, il tutto condotto con tono irriverente e un gran senso del ritmo.

Ma perché inizio questo articolo parlando di cinema? Perché i fratelli Safdie storicamente si sono avvalsi nelle loro (ancora poche) opere delle musiche di Oneohtrix Point Never, sperimentatore elettronico molto interessante che però in The smashing machine era assente (sarà con l’altro fratello Safdie, Josh, nell’imminente Marty supreme), mentre quel tocco allo stesso tempo molto presente ma funzionale al racconto, nonostante l’elettronica mal si dovrebbe sposare con un’ambientazione ottocentesca, l’ho trovato in The ugly stepsister a opera di Kaada, il protagonista della settimana qui sulle schermate di Tremila Battute.

Ma da dove spunta e cosa fa John Erik Kaada? Classe 1975, il giovane John Erik si forma al piano, impara a suonare il suo primo synth a dieci anni e prima dei venti fa già parte di una band acid-avant garde jazz, i Cloroform, che ammetto essere l’unica parte della sua carriera che non ho recuperato nelle ultime due settimane. Con i Cloroform (composti da lui al pianoforte, Øyvind Storesund al basso e Børge Fjordheim alla batteria) pubblica tre album fra il 1998 e il 2000, e per mantenere la scansione di un disco all’anno nel 2001 esce una versione remixata dell’ultimo album, Do the crawl, ad opera dello stesso Kaada: Scrawl, pubblicato come (quasi) tutti gli album della band dalla Kaada Records, è uno dei due dischi con cui inizia la carriera solista del poliedrico e stakanovista compositore, che nello stesso anno pubblica anche Thank for giving me your valuable time inizialmente sotto EMI. Facciamo un minimo di recap perché già qua si rischia di fare casino: Kaada ha venticinque anni, una band jazz, ha pubblicato un disco di remix, il suo primo album solista mischia elettronica e sample di musica anni 50/60 e  ha pure iniziato a lavorare come compositore di colonne sonore. Voi cosa facevate a venticinque anni?

Nel secondo quarto di secolo della sua vita Kaada non si ferma e anzi allarga, rilancia, tanto che per ripercorrere ciò che ha fatto ci vorrebbe lo stesso tempo. Kaada al jazz e alla musica elettronica aggiunge la musica classica, mischia tutto e sforna altri sette dischi, spaziando dall’intimistico al magniloquente senza perdere un gusto pop che riemerge soprattutto in And if in a thousand years, ultima prova discografica uscita nel 2023 per l’etichetta Mirakel; coi Cloroform prosegue a spron battuto fino al 2007, poi forse capisce anche lui che non può fare tutto (o fa molto altro sotto traccia) e la band si prende una pausa fino al 2016, anno dal quale riprende la produzione con i dischi Grrr (Kaada Records) e Overtredelse (2021, Mirakel); nei primi anni duemila attira l’attenzione di un altro sperimentatore matto che risponde al nome di Mike Patton, che oltre a ripubblicare sotto la sua Ipecac il primo disco solista di Kaada e altri suoi album successivi ci collabora due volte, facendo uscire a nome di entrambi Romances (2004) e Bacteria cult (2016), in cui l’atmosfera onirica creata dagli strumenti (spesso autocostruiti, giusto per aggiungere complessità al tutto) dell’uno si sposa con le sperimentazioni vocali dell’altro; e poi le colonne sonore, che spaziano fra i generi (non vi viene la curiosità di vedere la serie norvegese ZonbieLars, incentrata su un undicenne mezzo zombie? A me sì) e arrivano fino a quel The ugly stepsister da cui siamo partiti, in cui Kaada sfodera un inaspettato amore per i synth anni 80 e li rende l’accompagnamento musicale perfetto di una vicenda che si svolge uno o due secoli prima che siano inventati. Lo so, vi abbiamo dato dato un botto di informazioni in pochissimo spazio e probabilmente vi abbiamo stordito: per capire meglio non vi resta che ascoltare, andando sul suo profilo Bandcamp, dove troverete una parte di tutto ciò che ha realizzato negli anni.

How to construct a time machine è la quarta traccia di And if in a thousand years, un brano delicato che con una grana più lo-fi avrebbe potuto benissimo passare per una delle bucoliche sperimentazioni retrofuturiste dei Boards of Canada. Il racconto che troverete sotto non nasce ispirato dalla canzone, ma l’ho scritto ben prima di conoscere la musica di Kaada: mi è sembrato però che l’atmosfera del brano si adattasse perfettamente a una storia in cui l’invenzione della macchina del tempo viene trattata con sufficienza, per cui non mi resta che lasciarvi valutare se questo matrimonio s’aveva da fare o meno augurandovi, as usual, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Abbiamo inventato la macchina del tempo. Si può solo andare nel passato di cinque secondi, ma è comunque un risultato. Non è da tutti invertire le regole dello spazio e del tempo.

È grandioso, ho esclamato quando abbiamo verificato l’esperimento.

Meglio che un palo nel culo, ha commentato il mio collega. Difetta di entusiasmo, forse crede debba reagire così un vero scienziato.

Nemmeno la responsabile all’ufficio brevetti è rimasta impressionata. Ha consultato le carte, cincischiato con lo smartphone mentre spiegavo l’allaccio del sistema tramite un dispositivo non più grande di un orologio da polso.

Sì, ha detto, ma sono solo cinque secondi. Che cosa cambi in cinque secondi?

Le piccole cose, ho risposto. Una parola sgarbata, la frenata un attimo in ritardo, tutti quegli atti che quando ci pensi dici “vorrei non averlo fatto”.

Sì, ha detto, ma restano cinque secondi. Io quando rispondo male ci metto delle ore ad ammettere che avevo torto, e anche così faccio fatica a dirlo.

Ha ragione, ha detto il mio collega, che difetta anche di empatia nei miei confronti.

Io comunque lo brevetto, ho risposto. Poi mi sono pentito del mio tono piccato, ma ormai erano passati diversi minuti e stavo guidando verso casa.

È un disastro. Chiedi i fondi di qui, di là, tante strette di mano ma pochi soldi. Siamo riusciti a produrre qualche esemplare per il lancio, ma per la pubblicità necessaria ci siamo già indebitati.

Qui finiamo in galera, ha detto il mio collega, che almeno non mi ha lasciato solo sulla barca che affonda.

I commenti sono sempre gli stessi: troppi soldi per comprarlo, troppo breve lo spazio di tempo. Nel brainstorming per il lancio qualcuno ha proposto di utilizzarlo per tornare indietro subito dopo l’orgasmo, riprovandolo all’infinito.

Ha per caso un’opzione loop?, ha chiesto.

No, ho risposto, e poi temo che creerebbe dipendenza.

Manca un mese all’uscita. Nessuno crede che la gente lo utilizzerà, ma io sogno un mondo in cui le persone imparino dai propri errori, che siano in grado di reagire prontamente a un gesto di nervosismo. La mia è un’utopia di gentilezza, hanno detto al brainstorming, e la gentilezza non vende.

Possiamo sempre venderci il brevetto, ha detto il mio collega. Accanto a lui c’è uno dei nostri principali investitori, lo sguardo tagliente da squalo. Mi chiedo cosa potrebbe fare con la nostra tecnologia avendo più tempo per la ricerca, più fondi da investire. Più tempo verso cui ritornare.

Forse andare a fondo non sarà il più grosso dei nostri problemi.

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Alla ricerca di un’identità: Figli dei film di Gionata

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incrociare la strada dei Violacida, una piccola band di Lucca di cui seguii la carriera per un breve periodo. Il loro primo disco, Storie mancate (2013), mi sedimentò nelle orecchie piano piano fino a meritarsi il primo posto nella classifica di fine anno (una cosa divertente che non faccio più, a parte quando me lo chiede Alessandro Busi), e l’anno successivo, complice un passaggio a Milano per il MiAmi quando ancora aveva un costo accettabile, riuscii a organizzargli una data in quel di Vigevano. Passò un po’ di tempo, arrivò il 2016 e con lui La migliore età, nuovo disco della band che vedeva un cambio nella formazione iniziale e che mi piacque un poco meno, il che non mi impedì di riuscire a organizzargli un altro concerto, stavolta a Novara. Ho il vago ricordo di aver saputo che i Violacida si sarebbero sciolti proprio quella sera, ma la mia memoria è una merda e potrei essermi sognato tutto (potrei confondermi coi meritevoli Dondolaluva, che mi annunciarono la dipartita della band quando li intervistai mentre giravo l’Italia in bicicletta): quel che è certo è che questo scioglimento avvenne, ed essendomi affezionato a quel loro sound tanto semplice quanto coinvolgente che mischiava pop, suggestioni sixties e indie rock mi misi a seguire da lontano le avventure sonore dei membri della band che continuarono a fare musica. Antonio Ciulla ad esempio, autore di tre album di cui uno, Album dei ricordi, creato durante la pandemia con i contributi audio di svariat* amic*; e poi Gionata Rossi, che dei Violacida era la new entry, il cui terzo disco Figli dei film esce in questo finale del 2025.

I dischi precedenti di Gionata li ho ascoltati, ma ammetto di averlo fatto abbastanza superficialmente: c’era un certo gusto per il lo-fi che avrebbe potuto farmeli apprezzare di più, ma ciò che mi arrivava alle orecchie come primo segnale era il sound retro-indie di cui ho imparato perlomeno a diffidare dopo che con quella formula Tommaso Paradiso ci ha fatto i big money. Quegli elementi sopravvivono nelle dieci canzoni di Figli dei film, ma ho trovato nel suo nuovo album una profondità maggiore, una gamma di suoni più ampia che potrei associare a una maturità artistica, un’identità definitiva raggiunta, se non fosse che A) quando mai l* artist* smettono di maturare? B) gli ascolti poco approfonditi di cui sopra mi impediscono di fare discorsi da saccente di stocazzo C) i testi mettono spesso al centro proprio la difficile ricerca di un’identità.

Non ci sono grandi rivelazioni nei testi del disco, ma sentimenti condivisibili da una buona fetta di trentenni come il buon Gionata e probabilmente anche da chi ha qualche anno in meno o in più: la mancanza di prospettive, la difficoltà nel capire i propri sentimenti, la nostalgia di un’età in cui ci sentivamo più liber* (senza magari nemmeno esserlo stat* davvero) e di un futuro che non si è mai concretizzato. Potremmo scomodare Mark Fisher ascoltando il testo de Il futuro è un ricordo lontano, ma non ci sono analisi sociologiche in queste canzoni bensì un punto di vista sempre personale e viscerale, addirittura banale in certi momenti (non avere soldi per la moda ma averli per sbronzarsi da Mc Donald’s, non certo il posto più economico dove bere una birra, ha senso solo per esigenze di rima) ma comunque capace di colpire nel segno. Voler “tornare a qualche anno fa/ quando c’era più tempo per perdere tempo” è un’esemplificazione perfetta della sindrome da Peter Pan, ma nella stessa Lavorare stanca Gionata capisce che la colpa più grande è pensare solo a sé stessi: su questo crinale fra la necessità di diventare davvero adulti e quella di non perdere per strada ciò che si era si gioca molto del disco, con l’autore che al bivio per capire cosa fare nella vita è diviso fra il volere tutto e il non volere niente (Ossessione) e quasi spera in una dissociazione che, permettendogli di guardarsi da fuori, gli dia modo di capire in che direzione andare (Lascia che sia). C’è spazio anche per l’amore, gioioso e vitale in Groviglio e ormai al termine in Burnout, ma i legami sono flebili e pure nella felicità si specifica che “non ci diremo mai ti amo” (e forse proprio quella viene intesa come una ricetta per la felicità): in fondo come si fa a legarsi veramente a qualcuno se si fa ancora fatica a conoscere sé stessi?

Se nei testi è la mancanza di una direzione a imperare, sul fronte musicale Gionata trova invece una linea coesa pur non sacrificando la varietà. Che a tirare le fila siano una linea di piano (Lavorare stanca), magari coadiuvata efficacemente dalla batteria (Lascia che sia, Buena sorte), oppure la chitarra tutta tonalità alte di Burnout (con un ritornello che si apre in maniera melodiosamente magnifica) poco importa, perché l’effetto finale è sempre piacevole, cantautorato indie che non inventa niente di nuovo (Lascia che sia nasce dall’idea di “italianizzare” Let it be dei Beatles, ma nel suo andamento da marcetta io ci vedo più gli Oasis di The importance of Being Idle) ma ha una sua personalità e riconoscibilità. Piazzare due lenti chitarra voce (Canzone di pioggia, l’elemento più lo-fi del gruppo, e Ossessione) prima della chiusura con la title track fa finire il disco in tono un po’ minore, pur non riuscendo a sminuire il lavoro compiuto tramite un’abbuffata di arrangiamenti semplici ma efficaci, in cui le linee di basso spiccano pur nella loro funzionalità e quando emergono gli archi (Buena sorte e la già stracitata Ossessione) lo fanno in maniera naturale.

Ciò che mi aveva colpito a suo tempo dei Violacida era la capacità di essere originali facendo cose semplici, una formula molto più complicata da trovare di quello che sembri: con Figli dei film Gionata riprende quel discorso interrotto, facendolo alla sua maniera e dimostrando che attraverso la musica si può trovare un’identità anche quando si ignora di averla.

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