Racconto in musica 222: Memoria (Oh Petroleum – What’ve dug this hole for?)

Quante volte rispondiamo “dopo me lo vado a cercare” quando qualcuno ci consiglia un libro, un film o una canzone? E quante di queste volte ci scordiamo del suggerimento subito dopo, a volte perché non ci interessa davvero e altre volte anche in buona fede, perché la memoria trattiene quel che trattiene e non sempre riusciamo a capire come funziona? Io ho sviluppato un metodo non efficacissimo, ma utile alla bisogna: schede di google costantemente aperte. Mi hai consigliato un libro? Sta lì in mezzo, da qualche parte, devo solo andare a cercare. Un film? Idem. Solo che le schede si accumulano, son più di cento, alcune stanno lì inerti da anni e dentro c’è di tutto, forse ancora i locali coreani dove si suona dal vivo. Però ogni tanto scavo, recupero, e se si tratta di musica questo recupero può essere graduale, continuo, sedimenta pian piano e alla fine quatta quatta quella musica arriva fino qua, partendo da qualche parola scambiata con Maurizio Vierucci una sera al Circolo Masada di Milano e arrivando a queste righe che dedico al suo progetto musicale Oh Petroleum.

Troverete poco su Oh Petroleum vagando sullo stesso google, giusto l’essenziale: la sua pagina Bandcamp, i suoi profili social, un paio di interviste e qualche bio scarna da cui emergono un passato da batterista e un progetto precedente, Creme, al cui unico disco aveva partecipato anche Cristina Donà. Brindisino, artista a tutto tondo i cui interessi vanno dalla videoarte alle colonne sonore, in fondo di Vierucci non ci serve sapere molto per godere della sua musica, scarna ed essenziale come le informazioni che si trovano sul progetto. Cinque dischi pubblicati dal 2011 a oggi, i primi due recuperabili sul suo canale YouTube (l’esordio omonimo e Memory of mine memory to be del 2012) e gli altri sulla propria pagina Bandcamp (The script was about the enemy del 2018, Beast del 2022 e Nine days del 2024), tutti rigorosamente autoprodotti, tutti pregni di un’atmosfera sospesa fatta di blues maledetto e folk apocalittico.

Ma che vuol dire poi la formula qui sopra? Blues maledetto? Folk APOCALITTICO? Eppure è calzante, perché il mondo mai definito che Vierucci crea con le sue parole sembra fuori dal tempo, forse condannato od ormai prossimo alla fine, le cui ultime vestigia vengono cantate con una voce allo stesso tempo profonda e acuta, un po’ Hank Williams e molto Anohni Hegarty, accompagnata quasi unicamente da una chitarra che attraverso la ripetizione delle note ci avvolge come un mantra. Cupo e affascinante, il panorama etereo evocato nei dischi di Oh Petroleum ricorda un po’ quello di Mount Eerie, violento eppure ammantato di un’aura di sacralità decadente (A piece of the mystic, da The script was about the enemy), fatto di vite tragiche appena tratteggiate (Punches and kicks, da Beast) e di immagini legate fra loro a mostrare un quadro indefinito in cui perdersi (Wild boars, da Nine days), indefinito come quel nome così evocativo, Oh Petroleum, che in una vecchia intervista definisce “solo un’immagine romantica, il cui significato reale in effetti ha valore solo per due persone a questo mondo”. Cosa aggiungere a questa descrizione che non sia di troppo? La musica di Vierucci va ascoltata, vissuta, bisogna entrarci lasciandosi trasportare e scoprendo da sé un mondo altro che può essere respingente oppure avvolgente, ma di certo impossibile da ignorare.

Non ho scritto un racconto nuovo basandomi sul testo di What’ve dug this hole for?, sesta traccia dell’album Beast, ma ne ho associato uno vecchio alle immagini che Vierucci crea con il suo testo, intriso di nostalgia, decadenza e la sensazione strisciante che il mondo che conoscevamo non sia più. Anche nella mia storia il vecchio mondo non è più, i contorni di quello nuovo sono indefiniti, e la buca evocata nel titolo continua ad essere scavata giorno dopo giorno in un loop infinito. Potete valutare se l’associazione ha un senso da sol* andando più in basso, mentre a me come al solito non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Memoria

Ogni giorno, nella casa in mezzo al lago, un ragazzo si sveglia e pensa che oggi sarà una bellissima giornata. Scende le scale, osserva le foto incorniciate: il diciottesimo compleanno, la laurea, la foto ricordo in un parco a tema. Si vede abbracciato a sua madre, mancata da poco, e si commuove un po’: passerà, pensa, col tempo passa tutto.

Ogni giorno entra in cucina e trova suo padre, seduto al tavolo. Si stupisce di quanto sia invecchiato, sembra aver preso dieci anni in una notte. Si preoccupa e gli chiede se va tutto bene. Hai una faccia che fa paura, gli dice.

Ogni giorno il padre si alza con un sospiro. Si reca nella stanza accanto, apre il lucchetto di un cassone metallico e tira fuori un’arma, poi torna in cucina e uccide suo figlio. Lo fa senza passione, non sente nemmeno le urla. Usa armi sempre diverse per non soccombere alla noia, spesso armi bianche perché ogni proiettile è un rischio, una volta ha rimbalzato contro una maniglia e per poco non ci rimaneva secco. E poi la sua mira è peggiorata, la vista non è più quella di una volta.

Scarica il cadavere nel bruciatore in giardino, come ogni giorno. All’inizio li seppelliva in terra, ma lo spazio è finito presto: i suoi esperimenti si sono rivelati più complicati del previsto.

Ogni giorno, finito di smaltire la salma, il padre scende nel bunker adibito a laboratorio. Osserva i corpi nelle vasche di coltura, alcuni poco più che embrioni, altri in piena adolescenza. Estrae il più avanzato, lo porta in casa e lo prepara al risveglio: gli spiegherà cos’è successo, ciò che ha fatto, risponderà a ogni domanda. Il giorno seguente, aspetterà al tavolo della cucina per vedere se la mente di suo figlio è riuscita a immagazzinare nuovi ricordi.

Il padre va a letto presto, ogni giorno più stanco. Di notte fa un sogno, sempre lo stesso: vede suo figlio risvegliarsi e andare in camera del padre, trovandolo morto nel sonno, lo vede disperarsi e cercare di chiamare qualcuno all’esterno, ma le linee non funzionano. Lo vede ripetere gli stessi gesti ogni giorno, in un loop infinito, ma quando si sveglia il ricordo dell’incubo si fa confuso.

Al piano di sopra sente un movimento. Suo figlio si è alzato.

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Sanremo, la musica indipendente e quella insopprimibile voglia di vedere l* propr* artist* preferit* “farcela”

Inizio questo articolo in un lunedì mattina libero dal lavoro, ad ormai due settimane dall’unica manifestazione musicale del paese che viene chiamata “kermesse”, e lo premetto subito: non so dove andrò a parare. Se volete leggere la migliore analisi del Festival di Sanremo dal punto di vista del dietro le quinte (niente gossip, ma cifre e magheggi discografici) andate qui, all’interno del Cerchio Perfetto del nostro amico Lorenzo Santangeli, se invece volete inseguire il bianconiglio col rischio di girare in tondo e non ricavarne niente (ma incontrando sul percorso un sacco di link a nostri vecchi racconti) seguitemi in questo viaggio che ha come prima fermata la musica di Emma Nolde.

Certo, ci sono ovviamente i Jalisse, ma a noi attira di più l’attenzione il nome di Venerus

Qui a Tremila Battute vogliamo molto bene a Nolde, tanto che abbiamo dedicato alle sue canzoni ben due racconti. Quando abbiamo visto il suo nome nella lista qui sopra ci è un po’ pianto il cuore, quando è emerso assieme a quelli di Marta Del Grandi e Anna Castiglia durante una conferenza stampa in cui Carlo Conti è stato incalzato sulla sua direzione artistica evidentemente patriarcale (si può dire che la scelta è prettamente musicale solo se non porti canzoni come quelle di Eddie Brock o Tredici Pietro, per fare solo due nomi a caso) ci siamo giustamente infervorati, quando nella puntata del podcast su Sanremo del Post realizzata prima dell’inizio della gara il giornalista Stefano Vizio ha elencato i nomi di Baustelle, Motta, Giorgio Poi, Any Other e Cristina Donà per un ipotetico Festival che porti DAVVERO della bella musica un po’ gli occhi ci si sono modellati a cuoricino. Però poi ci siamo chiesti: perché?

Negli anni al Festival di Sanremo sono passat* tant* artist* che apprezziamo e fanno/facevano parte del panorama musicale indipendente, sempre da outsider, raramente con successo, a volte con esiti disastrosi. Facciamo qualche nome? Andando più o meno in ordine, dal 2000 in poi: Subsonica (quello stesso anno fra l* giovani partecipava anche il buon Moltheni), Bluvertigo (due volte!), Afterhours, Marlene Kuntz, Marta Sui Tubi, Lo Stato Sociale (che ai tempi odiai abbastanza), Zen CircusBugoEugenio In Via Di Gioia (fra l* giovani), Coma_Cose, Colapesce/Di Martino, Giovanni Truppi e, in questa edizione, il duo Maria Antonietta/Colombre, che siccome fanno coppia anche nella vita li hanno subito etichettati come cosplayer dei Coma_Cose, con buona pace della carriera pre Festival, e le Bambole Di Pezza, che ricordo come stella non certo più brillante del panorama punk del varesotto. E da questo calcolo ho lasciato volutamente fuori gente come i Negramaro e i Pinguini Tattici Nucleari, che dal basso provengono (i Pinguini hanno suonato alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, per dire) ma ci hanno messo poco a fare il giro e diventare, per me medesimo, nemici del popolo e di tutto ciò che considero buona musica, ma che sono quelli che davvero “ce l’hanno fatta”: riempiono o riempivano gli stadi, li riconoscerebbe anche mia madre se fosse ancora viva, le radio ci vanno a braccetto e flirtano con le grandi star della musica italiana, tipo il boss della Costa Toscana Max Pezzali. L* altr*? Quelli a cui la partecipazione al Festival ha reso di più sono forse i Subsonica, che erano già belli lanciati ma a cui Tutti i miei sbagli (che ai tempi ho odiato, rivalutandola poi visto quel che passa il convento) ha dato ulteriore spinta, mentre trovo ininfluente se non dannosa la scelta per chiunque altr* appaia in quella lista, almeno a lungo andare. Voglio dire, se sei Cristiano Godano e ti intervistano a Radio Deejay, ignorando che suoni da una vita la chitarra sul palco, pensi che qualcuno che non parla di musica di mestiere e che non bazzica i luoghi oscuri della musica italiana riconoscerà mai il tuo nome? Voglio dire, se pure io ho dimenticato che i Bloody Beetroots sono arrivati secondi con Raphael Gualazzi, di cosa stiamo parlando?

Ciao Max, cantaci quella sulla Costa Concordia!

Bisogna riconoscere poi che non tutt* quest* artist* sono facilmente adattabil* al contesto sanremese, tant’e che della già citata Tutti i miei sbagli trovai forzato l’innesto di archi che è il minimo sindacale richiesto ad una canzone sanremese per giustificare la presenza di un’orchestra. Colapesce e Di Martino, due carriere fortunate che si uniscono e ne formano una che vince al Superenalotto, erano forse quelli che dovevano cambiare meno per convincere, al pari di altri esponenti del cantautorato indie passati dalla Liguria con ottimi risultati (Brunori Sas e Lucio Corsi, mi aspetto prima o poi anche Dente), giicandosi benissimo le loro carte senza snaturarsi troppo, ma la maggior parte delle band diventa più leggera delle loro cose migliori (al pari di molti rappr/trapper che arrivano all’Ariston e perdono sia le rime serrate che la carica, aridatece Rancore) e certi cantautori sghembi o non vengono capiti o si adattano fuori tempo massimo a un contesto che non è mai stato loro (penso a Truppi nel primo caso e a Bugo nel secondo, e fra l’altro il mio conterraneo ceranese nel frattempo si è pure ritirato). Ricordo che la canzone degli Zen Circus l’ho trovata interessante ma non abbastanza da andarmela a cercare volontariamente, ricordo che dei Marta Sui Tubi mi piaceva più quella che non ha superato la tagliola iniziale (formula inventata per due o tre anni e subito abbandonata) e di quella dei Marlene non ricordo una nota che sia una, e sono gruppi (soprattutto gli ultimi due) per cui ho avuto un certo trasporto negli anni: non ricordavo nemmeno che nell’anno della partecipazione degli Afterhours, con una Il paese è reale più apprezzabile per il progetto che ci stava dietro che per la canzone in sé, vinse Marco Carta salvandoci da un’accoppiata del male formata da Povia (con Luca era gay!!!) e Sal Da Vinci, ma a volte sei tu che mangi l’orso e a volte è l’orso che mangia te e quest’anno ci è toccata Per sempre sì, col suo bel bagaglio di cristianesimo e romanticismo tanto esasperato quanto problematico.

Certo, per sempre sì, ma ti sembra il momento storico migliore per dire “la vita che senza te non vale niente, non ha più senso vivere”?

Quindi l* artist* che Tremila Battute supporta a Sanremo ottengono poco e concedono anche poco, almeno alle nostre orecchie, e nonostante questa consapevolezza ogni volta ci guida l’animo degli inguaribili ottimisti che sperano in una rivoluzione dal basso che non avviene mai. E se poi anche avvenisse, se un qualunque genere di nicchia venisse portato alla kermesse e ottenesse successo e strali, poi cosa succede? Siamo pur sempre nel mondo in cui i biglietti dei concerti sono sproporzionati, all’interno di un sistema che spinge l* artist* a fare il passo più lungo della gamba (di solito all’interno di uno stadio), e se le rose non fioriscono nemmeno nei piccoli e grandi club (riporto solo un sentito dire, ma pare che i già citati Baustelle non abbiano esattamente riempito il loro primo Forum di Assago) la pressione perlomeno è minore: se poi la notorietà ti costringe a scappare velocemente dentro un furgone coi vetri oscurati appena finito di esibirti (Nina Zilli durante la serata finale del Festival, vista coi miei occhi subito dopo un qualche evento promozionale a corollario della manifestazione canora) meglio essere meno conosciut* e un poco meno stressat*, anche se devi fare un altro lavoro per mantenerti tipo Steve Albini o Pierpaolo Capovilla, sempre che per quest’ultimo non arrivi il cinema a permettergli di smettere di fare il cameriere.

Ora che abbiamo messo giù un sacco di motivazioni per sperare che nella manifestazione sonora più ingiustamente famosa d’Italia la musica indie smetta di entrarci e lasci spazio a, che so, la musica demenziale (bene o male quello slot anni fa era coperto da gente come Francesco Salvi e Federico Salvatore, poi sono arrivati Elio E Le Storie Tese e hanno cambiato le carte in tavola), smetteremo quindi di gasarci quando qualche artista di cui abbiamo narrato le gesta qui dentro verrà invitato sul palco dell’Ariston? Probabilmente no, forse perché siamo troppo poco integralisti o semplicemente dei sognatori incalliti, che sperano sempre che le band non si ammoscino con l’avanzare dell’età e che prima o poi anche nel luogo dei sentimenti urlati con tutto il trasporto possibile ci possa essere spazio abbondante per qualcosa di diverso, magari pure per (eresia!) la musica strumentale. È pur sempre il Festival della canzone italiana, mica dell* cantanti, no? E allora, in attesa che Stefano De Martino ci porti gli Zu, vi lasciamo con queste riflessioni a casaccio da mettere da parte o buttare nel bidone dell’umido, intanto si è fatto giovedì sera e tutto va… uhm… bene?

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La musica immaginata: Ancient impulses of a paranoid idol di The Future Sound Of Koyaanis Naqoy

Ci sono dischi che non vanno solo ascoltati, vanno vissuti. Questo è uno di quelli.

Mi spiego meglio: Ancient impulses of a paranoid idol è difficile, se non impossibile, da valutare nella categoria bello/non bello, va ascoltato attraverso la lente del riuscito/non riuscito. Gioca una partita a sé i cui paletti sono fissati entro i limiti dell’elettronica minimale e atmosferica di Koyaanis Naqoy (al secolo Andrea Doro), condita da una buona dose di psichedelia e una ancora più robusta di spirito noise, e la batteria jazzata/jammata e spesso ipnotica di Antonio Vessa, una guida giustamente affidabile solo fino a un certo punto che crea riferimenti ritmici a cui ancorarci nel viaggio manco fosse il batterista di Birdman. Il connubio nasce con una chiara predisposizione all’inprovvisazione, e non per niente Ancient impulses of a paranoid idol è stato registrato interamente dal vivo, come in una lunga jam che, come tutte le jam, ha un solo rischio: di fare qualcosa che finisce per piacere più a chi lo fa che a chi ascolta.

I The Future Sound Of Koyaanis Naqoy danno alle loro canzoni dei titoli elaborati il che, almeno a uno come me, scatena la fantasia. Deriva anche da questo la delusione che ho provato con la prima traccia Open the door, your uncle is there to greet you, che crea una cappa piuttosto oppressiva a rendere impossibile immaginare un’incontro piacevole con questo zio venuto apposta a salutarci, ma non riesce a svilupparla nella sua relativa brevità (quattro muniti, il brano più corto del lotto) e si chiude con una colata noise ad asfaltare tutto senza che se ne riesca a percepire l’utilità. Intuivo latente il rischio dell’innamoramento per il suono particolare ma disturbante e We believe in Werner Herzog non ha dissipato quei timori, perché nonostante una struttura che cambia d’atmosfera all’incirca a metà brano io dentro quei pattern di batteria e quel cesellamento elettronico che si parlano solo fino a un certo punto non riuscivo a perdermi. Se fossi abbastanza esperto del cinema di Herzog mi azzarderei a dire che non ci sento il regista austriaco lì all’interno, ma il concetto è quello. Poi succede qualcosa.

Basta un piccolo dettaglio a volte per creare un mondo, e i rintocchi liquidi che punteggiano armonicamente il magma etereo di Under the pressure of giada’s eyes assolvono pienamente a questo compito. Con un titolo del genere mi sarei immaginato un’atmosfera da noir, gli occhi di una femme fatale da stereotipo ad incombere sull’ascoltatore, invece veniamo dolcemente cullati sul fondo dell’oceano alla ricerca di un tesoro sommerso, magari un idolo nei cui occhi finiamo per trovare qualcosa che non ci riempie di meraviglia ma di tensione, di pari passo con l’oscuramento sonoro che lentamente ci avvolge. Un dettaglio diverso ma simile nella funzione, ovvero un’acciottolio percussivo che dà un tocco di gotico alla bisogna, funge da innesco per immaginare davvero mostri in agguato in Look mom, the blue monsters are coming, ma c’è meno carne al fuoco e il brano si spegne un po’ senza risolversi chiudendo senza pocchi un disco che poco prima aveva mostrato orizzonti molto più interessanti.

È infatti il quarto e penultimo brano del disco, I flatten myself like a biscuit, one day, on tuesday, a rappresentare il punto più interessante del percorso. Sorta di viaggio fantasmatico condotto dallo spettro dei Boards of Canada più introspettivi e cadenzato da un drumming ancestrale e tambureggiante, la canzone riesce a mantenere alta l’attenzione per dieci minuti cambiando quasi solo minimi dettagli, intrisa di un’atmosfera sospesa dalla quale emergiamo placidi in un futuro postindustriale meno oppressivo di quanto sarebbe plausibile immaginare, forse perché nel frattempo la nostra coscienza si è appiattita come un biscotto o anche di più, spaghettificati e in tensione assoluta verso un buco nero che ci trascina con sé. Serve un po’ di astrazione per godere al meglio di un disco come Ancient impulses of a paranoid idol, o forse basta avere un amore spassionato per il loro sound molto ma molto particolare: io ho deciso di viaggiare e, quando le coordinate si sono allineate al mio sentire, mi sono goduto parecchio il panorama.

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Racconto in musica 221: Figlio dell’Africa (CarroBestiame – Figlio dell’Africa)

Qui a Tremila Battute siamo molto interessati a una lettura politica della realtà. Dall’uso del linguaggio all’analisi di eventi di cronaca, rimestando nel vicino quanto nell’estremamente lontano (se non avete mai pensato di potervi appassionare alla politica vietnamita ascoltate questa puntata del podcast Altri Orienti e ricredetevi), ogni evento può spingerci a capire un po’ meglio in che direzione va il mondo e se quella direzione andrebbe corretta o meno. Eppure non parliamo così spesso di grandi temi, preferiamo perlopiù farlo per interposta persona: attraverso le parole di Mark Fisher ad esempio, facendoci spiegare da Elena Granata come potrebbe essere una città più sostenibile, da Agnese Codignola come potremmo mangiare (eticamente) meglio o da Andrea Staid come abitare gli spazi in una maniera diversa. Ci siamo anche fatti spiegare dalle pagine del libro di Dipo Faloyin che L’Africa non è un paese e ammetto che, attraverso questa lettura, ho qualche remore riguardo all’idea di intitolare una canzone Figlio dell’Africa, così, generico, senza riferimenti: al netto dell’approssimazione però è chiaro, nel testo della canzone dei CarroBestiame, l’intento di sensibilizzare sul tema della migrazione e delle terribili condizioni in cui questa avviene, e se poi il racconto che Federica Partenzi ha tratto da quella canzone si rivela teso e privo di retorica che vuoi fare se non pubblicarlo? E allora eccoci qui.

Partiamo da Federica quindi, folignate doc che nella cittadina umbra è nata, cresciuta e dieci anni fa ha realizzato, mollando il precedente lavoro di programmatrice, il sogno di qualunque buon* frequentator* di Tremila Battute: aprire un locale di musica dal vivo (lei non ci ha scritto il nome, ma vi suggeriamo che potreste trovarla dietro il bancone del SoundBBQ). Proprio fra i tavoli e il bancone è nato il suo amore per la scrittura, portato avanti inizialmente per divertire l* amic* ed evolutosi in varie direzioni, dall’horror psicologico alla fantascienza passando per il racconto queer, esplorando storie di corpi, identità e potere per interrogare la società contemporanea. Coi suoi testi ha ottenuto il terzo posto nel concorso THS.project ed è stata finalista al Premio Omphalos 2025, mentre se volete toccare con mano la sua scrittura potete fiondarvi sull’ultimo numero di Enne2, leggere l’antologia Zona marginale disponibile gratuitamente sul sito di Cohibeo (trovate il suo racconto firmato col moniker Harleythequeer, che è lo stesso con cui potete trovarla sui social) o attendere l’avvio del progetto di mentorship Absolute Beginners ideato dall*amic* di Topsy Kretts, per cui Federica è stata selezionata come autrice inaugurale.

Anche i CarroBestiame vengono da Foligno, e il loro cammino musicale inizia più o meno nello stesso periodo in cui nasce il SoundBBQ: 2016, inizialmente in trio chitarra-voce-violino e con l’ambizione di portare ovunque ci sia una presa di corrente un repertorio composto da cantautorato, folk e musica irlandese. Fin qui potrebbe essere la classica storia di una cover band qualsiasi, ma qualcosa cambia nel 2019 con l’ingresso di basso e batteria nella formazione (se non metto i nomi dei musicisti è perché i potenti mezzi di Tremila Battute non mi hanno portato a trovarli, e visto che loro stessi non li scrivono sul loro sito ufficiale rispettiamo la privacy) e la progressiva stesura di brani inediti, che porta i CarroBestiame a registrare le prime tracce nel 2021 e ad esordire col primo singolo, Lunga vita al becco (uscito tramite Formica Dischi e (R)esisto), nella primavera del 2023. Storia di Bastiano, caprone poco produttivo che riesce a sfuggire alla macellazione, la canzone indica già la vena musicale principale da cui attinge la band: folk multietnico con testi che parlano di riscatto e situazioni tragicomiche, un po’ Modena City Ramblers e un po’ Vallanzaska nel loro personale intento di divertire e fare anche un po’ pensare.

Il 2023 è anche l’anno in cui la band si aggiudica lo European Celtic Contest di Montelago, benzina utile in un motore già rodato da più di cento concerti per arrivare alla pubblicazione del primo disco, In fondo al lago, pubblicato nel 2024 per Black Dingo Productions. Già la title track, storia di una creatura figlia di una sirena e un drago che si ritrova ovviamente ad essere cacciata dalla popolazione locale, setta il tono delle storie che i CarroBestiame raccontano nelle otto tracce dell’album: vite di persone fuori dai riflettori, con le loro ipocrisie (il poliziotto di Profumo di ciliege) e le loro abitudini (La festa del santo), esposte con partecipazione e ironia in modo da ridere del mondo senza farsene beffa. Lo stesso canovaccio viene ripercorso l’anno successivo con l’Ep Venivo dal letame, cinque nuove tracce in cui la band trova il modo di espandere il proprio immaginario sia rimanendo nel territorio del farsesco (Una cena a casa mia) che facendosi più seria con la già citata Figlio dell’Africa, brano che a chiudere un cerchio ideale vede la partecipazione di Dudu Morandi e Fry Moneti dei Modena City Ramblers. Sempre attivi sul palco, dove negli anni hanno aperto a gente come Giorgio Canali, Pierpaolo Capovilla, Davide Van De Sfroos e Folkstone, prossimamente li potrete trovare il quel di Firenze il 31 maggio e sul sito ufficiale potete rimanere aggiornati sui loro spostamenti in lungo e in largo per l’Italia.

Il brano che Federica ha scelto come ispirazione sceglie la carta dell’empatia e della commozione per tirarci dentro, narrando la storia di Marlo attraverso il suo tragico epilogo nel Mar Mediterraneo. Un approccio sicuramente utile in un momento storico in cui il governo continua a dar battaglia alle ONG attive nel soccorso dei migranti, infischiandosene delle sentenze che riescono a dare torto a queste politiche solo dopo mesi, eppure mi ha colpito molto di più lo scarto che si realizza nel racconto: una storia tesa di realtà quotidiana, priva di retorica e di punti di appiglio certi, quasi un noir metropolitano in pochissime battute che del fenomeno migratorio mette a fuoco la macchina burocratico/criminale che la sfrutta e si concentra sul fratello di Marlo, costretto ad alimentare come può un sogno fragile come le navi che LE STESSE GUARDIE COSTIERE LIBICHE E TUNISINE CHE DESTRA E SINISTRA FINANZIANO DA ANNI mettono in mare fregandosene delle persone a bordo. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, buon ascolto e buona lettura.

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Figlio dell’Africa, di Federica Partenzi


Nella penombra l’uomo fuma, dietro la scrivania. Prende il telefono e lo appoggia davanti a Karim. Solleva la cornetta.
«È mezzanotte», sentenzia.
Karim fruga nelle tasche dei Levis ed estrae un foglietto sgualcito. Con l’indice compone il numero, sussurrando ogni cifra.
«Pronto, fratello sei tu?»
«Karim, sono ancora sulla spiaggia.»
Karim fissa l’uomo nella penombra. «Quando partite?»
«Tra qualche ora.»
Karim fa un cenno all’uomo. «I soldi sono arrivati?»
«Certo fratello!»
L’uomo afferra il telefono.
«Chiamami quando sbarchi in Italia.»
«Posso portare la stratocaster?» Marlo ride. «Andrò a suonare in America!»
Una goccia di sudore cade sulle Adidas immacolate di Karim.
L’uomo dietro la scrivania interrompe la chiamata e si volta a fumare. Fissa il mare coperto da nuvole livide di pioggia.
Karim china il capo ed esce.

La luce del giorno inonda l’ingresso del magazzino. La serranda si alza, Karim esce dietro il gruppo di uomini.
«Hai un bel carico da vendere,» avvisa l’uomo con la camicia bianca. Dalla tasca estrae l’accendino e si accende una sigaretta.
«Tra un mese avrai i soldi.»
«Tuo fratello?» L’uomo con la sigaretta sorride, mostrando i denti gialli tutti uguali.
«Un ritardo di un paio di giorni.»
«Hai un mese, con o senza tuo fratello.» L’uomo getta ai piedi di Karim la sigaretta accesa che sporca di cenere le sneaker Prada. Poi, scortato dai due uomini con gli occhiali scuri, se ne va.
«Vedrai non ti deluderò!» grida Karim, salutando.
L’uomo di spalle si ferma per un attimo. «Non siamo amici.»
Sale in macchina. Le gomme fischiano sinistre sull’asfalto.
«Merda», bisbiglia Karim. Calcia una lattina che vola contro la serranda.

Karim aspetta, appoggiato al muro. Un ragazzo si avvicina, allunga la mano, Karim gliela stringe furtivo. Il ragazzo sorride. «Tuo fratello è scappato in America?» Karim prende i soldi, grugnisce incomprensibile.

Karim estrae dalla tasca dei jeans l’Iphone. La scritta “Marlo Bro” illumina il viso di Karim. Sfiora l’icona, una nuova chiamata. Trattiene il respiro: “Chiamata Terminata”. Bestemmia, poi cerca il contatto della spiaggia. Lo sfiora, il tono della chiamata è libero.
«Volete comprare un biglietto?» risponde una voce metallica.
«Qui non è arrivato nessuno», sbotta Karim.
«Noi garantiamo solo la partenza.»

Scorre avanti e indietro il feed: Mare poco mosso; nessun barcone in difficoltà; nessuno sbarco. Karim fissa la luna, poi china il capo e torna a cercare sui gruppi telegram. Con la mano sulla fronte, biascica: «Non può essersi dileguato.»


Sotto l’indice che trema, c’è il numero di Marlo. Accanto al nome, il numero di chiamate. Lo sfiora ancora. Il tono è ritmico, regolare. Lento.
Afferra il cellulare. «Marlo, dove sei finito?»
«Marlo? Non c’è nessun Marlo.»

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Racconto in musica 220: In ritardo (TUM – So long)

Ho dedicato molte introduzioni alle regole non scritte di questa aspirante rivista letteraria, spesso quando queste regole le trasgredivo per i più disparati motivi. Una di queste non ho mai dovuto scriverla perché è personale, riguarda solo me e il monito che mi ero fatto di non scrivere mai di band o artist* che conosco personalmente, dove con “personalmente” intendo una vicinanza che esula dal contesto puramente musicale (conosco e apprezzo come persone svariat* musicist* con cui però, vuoi perché la vita non ci concede il tempo di frequentare tutte le persone che vorremmo, i rapporti si limitano perlopiù alle chiacchiere dopo un concerto). Perché? Una questione di etica probabilmente, la mancanza di una distanza che ti faccia valutare oggettivamente la musica, oltre a una sorta di vergogna nel parlare di chi potrebbe dirmi davanti a una birra “ma che cazzo hai scritto”? Oggi però faccio un’eccezione, perché da tempo pensavo di scrivere un racconto ispirato a una canzone di Tommaso Vecchio detto TUM e quel momento è arrivato.

Il legame con Tum è di quelli belli stretti e ingarbugliati, pure che non ci si vede così spesso nonostante la comune cittadinanza (acquisita) milanese. Ci siamo conosciuti  attraverso un comune amico il cui nome, Diego Ghidotti, va menzionato anche solo perché è la persona che ci ha in momenti diversi avvicinato alla scrittura musicale su Indie-Zone, il nostro rapporto è cresciuto attraverso la comune militanza in quella redazione minuscola di scappati di casa che i dischi se non li ricevevano li scaricavano, si è alimentato di musica e minchiate (il forum di Indie-Zone sembrava nato solo per quello, e ci scrivevamo tipo in sei o sette) e pure adesso continua così (fun fact già citato qua e là negli anni: la protoforma di Tremila Battute nasce su Indie-Zone con la rubrica Musica Aumentata, di cui trovate qui testimonianza). Suonavamo anche entrambi, ma mentre io penavo con le mie band per esibirmi anche al di fuori di Piemonte e Lombardia (con scarsi risultati) lui la musica mi sembrava più interessato ad ascoltarla che a farla: lo ricordo fan sfegatato dei Kech, band che ha avuto meno fortuna di quella che avrebbe meritato (ascoltatevi qualcosa di loro e datemi ragione), ma quando il gruppo si scioglie per (se non ricordo male) trasferimento oltre oceano di cantante e un chitarrista non passa molto tempo che buona parte dei membri virino verso l’indie-folk e tornino in pista con un nuovo progetto. Nascono i Pocket Chestnut, e alla voce c’è proprio Tum.

“I POCKET CHESTNUT guardano dal basso il talento folk dei Bright Eyes e ripercorrono a loro modo le autostrade che hanno portato alle stelle Eels, Wilco e Calexico, fermandosi di tanto in tanto per ricordare il mai troppo compianto Mark Linkous (Sparklehorse). Hanno suonato oltre duecento concerti,aprendo le date italiane di Adam Green, Poliça, Tamaryn, Gang Of Four e moltissimi altri.” Questa è la descrizione che potete trovare sulla loro pagina Bandcamp, ma le parole non sono la musica e la musica non sono i concerti. Le castagne tascabili hanno girato l’Italia da Lu Monferrato (quanto manchi Repubblica Indipendente di Lu) all’Ypsigrock di Castelbuono in Sicilia, portando i sentimenti agrodolci della loro musica nelle orecchie degli spettatori e un’allegria contagiosa sul palco: ricordo Tum donare castagne e orsetti gommosi al pubblico, suonare un sacco di strumenti improbabili che a ogni concerto aumentavano di numero (ed erano a disposizione di chi li volesse utilizzare nel brano di chiusura), accompagnato/sostenuto/esaltato da una band che nella prima formazione vedeva i già citati transfughi dei Kech Pol (chitarra), Ema (basso) e Teddy (batteria). Due Ep (uno omonimo perso nei meandri dell’internet e Outness del 2011) e due album (Bedroom Rock’n’roll, 2010, e Big sky, empty road, 2014) nell’arco di otto anni, tanti concerti di cui alcuni condivisi (ho un vago ricordo, forse fallace, di una data in comune alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, mentre ho la sicurezza di un concerto in Brianza a cui i miei Duranoia arrivarono in ritardo al soundcheck perché un vecchietto col pandino ci tamponò in tangenziale sostenendo che, con noi fermi in coda, avessimo fatto retro andandogli addosso), molte storie da raccontare (la scomparsa della rana Geena, pupazzo che dal 2009 accompagna la band in giro per l’Italia e scompare a Eboli nel 2014, vista l’ultima volta nelle mani di un bambino biondo), qualche cambio di formazione (Ema si trasferisce a Berlino dopo l’Ep Outness, Teddy a un certo punto lascia il mondo della musica) e poi il silenzio, che non dura però molto.

Take-off and landing, pubblicato sotto Moquette Records e Stereo Beach Party il 16 gennaio 2020, è uno degli svariati dischi usciti nel momento sbagliato, ovvero quando il Covid ha chiuso ogni possibilità di suonare dal vivo (ora invece i luoghi dove suonare vengono monopolizzati da Live Nation, evviva!), ma fa più strano se si pensa che l’album è composto da brani scritti in viaggio e che del viaggio fanno il loro motore narrativo: la musica mantiene l’impianto indie-folk, ma quando le chitarre elettriche si prendono la scena come nell’iniziale darKer è impossibile non trovare influenze dell’alternative/indie rock dei nineties. Complice la congiuntura globale pandemica non ricordo quando ho visto la prima volta Tum esibirsi nel suo nuovo progetto solista, ma so di averlo ascoltato in molte formazioni diverse: in solo con ukulele e chitarra ad accompagnare la voce, in duo con un corno a fargli da contraltare, in band completa basso-chitarra-batteria e boh, probabilmente dimentico anche altro, distratto dalla sua presenza scenica delicata e coinvolgente, gli occhi sempre semichiusi che però sembrano magicamente vedere tutto benissimo. Il suo nuovo disco The dark side of minigolf è appena uscito, l’ho già visto portato dal vivo al Detune di Milano e se volete anche voi provare l’ebrezza di un suo live non vi resta che andare il 7 marzo al Base di Palazzolo sull’Oglio.

So long è la seconda traccia di Take-off and landing, un brano in cui il contrasto fra l’ukulele e la ruvidezza della voce di Tum dal vivo riesce sempre a coinvolgermi ed emozionarmi. Complici il testo e l’immagine associata al brano sulla sua pagina Bandcamp il racconto scaturito da quelle note ha un’ambientazione ben precisa ma non esplicitata (no, non Niscemi, anche se certi dettagli potrebbero lasciarlo pensare), il resto è farina del mio sacco che vi invito a leggere con il brano in sottofondo: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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In ritardo


La colonna di tufo si erge miserevole al centro della vallata erosa dal tempo. È uno spettacolo notevole, un’anomalia del paesaggio che, senza quella, apparirebbe solamente interessante. La natura ha però solo una parte di merito: senza le case in bilico verso la rovina, l’uomo non rischierebbe che qualcuno andasse a sbattere continuamente contro di lui.

Si aspettava decisamente di più. Gli mette tristezza il paesaggio. Tristezza e rabbia. Ha aspettato così tanto tempo prima di decidersi a visitare questo posto, ha macinato così tanti chilometri per arrivarci. Ora si accorge che non doveva fidarsi di quel parere tanto entusiasta: lei, dopotutto, era entusiasta di tutto.

L’ostello in cui passa la notte è pieno di ragazzi e ragazze che parlano una lingua diversa dalla sua. Scambia qualche aneddoto di viaggio con due spagnoli che stanno facendo un’antica via a piedi, una via che passa lontano da lì ma, dicono, quel paesaggio valeva la deviazione. Continuano la conversazione davanti a una birra, poi a un’altra finché la terza si trova a berla da solo, sentendosi osservato anche se sa che a nessuno interessa qualcosa di uno che beve da solo al bancone. Si distrae pensando a come faccia la Spagna a non avere niente di meglio da vedere che quel pezzo di tufo in rovina, contando che di aridità ne hanno da vendere.

Quando si alza per pagare si sente intontito e più arzillo, fa per pagare ma scopre che gli spagnoli hanno pagato anche per lui. Esce più felice di quanto non sia mai stato dal suo arrivo, poi si chiede se la terza birra l’hanno pagata loro o se doveva pagarla lui, vorrebbe tornare indietro a chiedere ma gli viene un po’ di paranoia e teme che in quel momento lo guarderanno tutti, stavolta davvero. Lascia perdere e cerca di convincersi che non gliene frega niente, che la ragazza che c’era alla cassa poteva anche svegliarsi, fosse la prima birra che scrocca, ma quella felicità ormai se n’è andata e fare il cinico non lo aiuta a farla tornare. Già che c’è va a sfogarsi davanti a quella colonna del cazzo, ci arriva come in trance ma non può dire che non sapeva dove stesse andando, che i piedi ce l’hanno portato da soli, perché non tutte le strade portano a Roma ma in questo paesotto tutte le strade portano lì e lui non è così ubriaco da scambiare una direzione con l’altra.

Non è solo nemmeno adesso, una piccola folla si è radunata per godersi lo spettacolo della luna alle spalle di quel disastro in corso d’opera. Pensa che quella sia una luna cattiva, uno di quei pensieri che può venirti solo dopo esserti fatto tre medie di tripel belga, ma mentre la rabbia che ha provato poche ore prima scema sente che più che cattiva è triste, come lui, come gli spagnoli che non hanno niente di più bello da vedere al loro paese, come la cassiera quando si accorgerà dell’ammanco, ammesso che l’ammanco esista.

Tutti tristi, tranne lei. Su una cosa aveva ragione: ha aspettato troppo per vedere questo posto.

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Modi diversi d’intendere il cantautorato nei nuovi dischi di AKA5HA e Olivia xx

Ebbene sì, questo è l’ennesimo articolo in cui prendo due dischi e cerco di giustificare, nell’introduzione, per quale motivo ne parlo insieme. Ascoltati uno in fila all’altro infatti Rifiorirai, l’album di AKA5HA uscito a novembre per l”etichetta Tanca (legata alla benemerita Trovarobato), e Fuori di me, secondo disco di Olivia xx uscito a fine gennaio con produzione della label Musa Factory, non hanno niente in comune, nemmeno l’anno di uscita. Sono rimasto però colpito da entrambi per il fatto che, pur prendendo il concetto di cantautorato da angolazioni completamente diverse, riescono ad essere facilmente incasellabili a un ascolto distratto e molto meno approfondendo, scavando un po’ e cercando di andare al cuore della loro musica.

Quando un padrino ingombrante non ti oscura ma ti esalta

Quello di AKA5HA (al secolo Matteo Castaldini) è il caso emblematico di un artista di cui puoi sentire una canzone, vedere chi l’ha prodotta e pensare di aver capito già tutto. Dopotutto da quando IOSONOUNCANE ha cominciato a far uscire non solo i suoi (splendidi) dischi ma anche, tramite l’etichetta Tanca, quelli di altr* artist*, si è creato un piccolo movimento che, dalla Sardegna a Bologna, tiene insieme la musica elettronica e un cantautorato spurio, giocato più sulle atmosfere che sui testi. Castaldini, a differenza del caleidoscopio di lingue mixato dal compare Incani e da Daniela Pes (prima artista che, con il suo Spira, ha mostrato che un certo modo di fare musica poteva non essere esclusiva di IOSONOUNCANE), canta in italiano, ma per il resto gli elementi che compongono Rifiorirai sono quelli che ben conosciamo: atmosfere che vanno dal cupo all’onirico, suoni acustici che si fondono o cozzano improvvisamente con ritmi elettronici, il senso di stare affrontando un viaggio musicale che non sai bene dove ti porterà nonostante resti sempre coerente con sé stesso. Fino a quando la formula può essere replicata prima che emergano delle copie senz’anima? Non lo so, ma ad oggi funziona ancora.

Quello di AKA5HA non è il disco di uno che, trovato il modo di associarsi alla gallina dalle uova d’oro del mondo (indipendente) musicale, punta sull’usato sicuro e ci mette il minimo indispensabile per poter dire “è farina del mio sacco”. Innanzitutto non è uno sprovveduto, ma un classe 1996 con una carriera da produttore urban e già un disco alle spalle (Incanto e disperazione, recupererò), forse non abbastanza per sentirsi arrivato ma abbastanza per essersi creato un gusto e una sensibilità. E se è vero che bastano poco più di quaranta secondi dell’iniziale Inverno ’96 per veder filtrare il fantasma elettronico dei dischi passati di Incani è anche vero che, in quei quaranta secondi precedenti, la voce delicata di Castaldini e la sua chitarra arpeggiata ci hanno già portato in un mondo tutto da esplorare, fatto di immagini bucoliche e sentimenti malinconici.

Rifiorirai vive del continuo movimento fra la creazione di un’atmosfera e il momento in cui la spezzerà, ma non sempre questo accade e, soprattutto, non succede mai a caso. Prendiamo D’infanzia, uno dei momenti più elettronici del disco, in cui tutto è soffuso e quando Castaldini, accompagnato dal piano, canta “Amica mia vola qui/ c’è un riparo per noi due”, poco dopo aver annunciato che se ne andrà senza nemmeno sapere dove, siamo già avvinti senza sapere che ci investirà con un movimento musicale solo lievemente sfumato l’atmosfera di un club berlinese, tutto lame di luce miste a oscurità, da cui riemergeremo solo per un ultimo frammento di testo in cui la nostalgia farà calare il sipario. Che gli vuoi dire a uno che fa una cosa così? Ma certo, qui ci sono gli effetti speciali, e pure in Magia, che col suo incedere fra sali e scendi gioca continuamente al rialzo e alla fine inserisce nella mischia pure i fiati, ma non si vive solo di contrasti e non si fa un gran disco senza dimostrare di essere a proprio agio anche con la semplicità (o con ciò che “appare” semplice): ecco che allora Nell’aria ci porta leggerezza e luce reggendosi quasi esclusivamente su un giro di chitarra e sulla voce, quest’ultima sapientemente usata per tutto Rifiorirai in un profluvio di doppie voci, effetti vari e pure dell’autotune, che non sembra mai messo lì perché oh, siamo (eravamo) nel 2025, ci sta, ma perché è la scelta giusta in quel determinato contesto.

Ci sarebbe da parlare a lungo di ogni singolo brano, di una poetica dei testi che riesce davvero a dipingere un mondo interiore vivido e non banale, della conclusione con Rondine che riesce a portarci gradualmente verso l’apocalisse che non sapevamo di volere, ma ogni parola aggiuntiva rischia di spezzare l’incanto che potrete provare mettendovi all’ascolto. Incani ha sicuramente tracciato una strada e sviluppato un suono personale di cui si trovano tracce piuttosto marcate nei dischi prodotti, ma la sua qualità più grande penso sia quella di aver scovato gente come Pes e Castaldini e aver tirato fuori quello che loro avevano da dire: finché sotto Tanca ci finiscono artist* del genere potremo continuare ad ascoltare all’infinito dischi che sembrano assomigliarsi solo finché restiamo a guardarne la superficie.

Lampi di talento in una formula fin troppo varia

Basta ascoltare Maniaca ipocondriaca, la prima traccia del nuovo disco di Olivia xx (al secolo Arianna Silveri) per ritrovarci in atmosfere completamente diverse. Il campionato in cui gioca la giovane cantautrice viterbese di origine e ternana d’adozione è quello del cantautorato pop, tendente a volte verso le ballad e in altri momenti pregno di un piglio elettronico divertente e divertito. Se con la prima traccia del disco di AKA5HA si poteva puntare il dito come nel famoso meme di Di Caprio solo conoscendo il contesto sonoro di provenienza, qui ammetto di aver puntato il dito io e aver pensato “Donatella Rettore“. L’andamento iniziale, il cantato e il testo ironico mi hanno portato quelle vibrazioni, e non sono bastati un ritornello più grintoso e un finale elettronico ben architettato a togliermi l’impressione che qui non c’era pane per i miei denti, anche se un po’ è così ma non completamente.

Fuori di me è un disco che punta molto sulla varietà, perché basta scavallare il primo brano per ritrovarsi già in un’altra atmosfera: piano e voce in primo piano, una storia d’amore finita da elaborare perdendo il sonno, Luce prima del suono cavalca un refrain già sentito mille volte che Silveri riesce però a rendere, se non originale, sicuramente personale. Voce grintosa che ricorda Giorgieness (riferimento indipendente) o Noemi (riferimento major, con la quale ha anche condiviso il palco), lungo le otto tracce dell’album Olivia xx alterna continuamente atmosfera, divertendosi col ritmo danzereccio e percussivo della title track (dove si lancia efficacemente nella seconda strofa in un flow velocissimo che avrei voluto sentire anche altrove) e il citazionismo pop di Scotto (probabilmente involontario, ma io nelle strofe ci sento Veramente di Mario Venuti e nel ritornello qualcosa che non riesco a inquadrare ma vicino ai ritornelli da stadio degli ultimi Coldplay) ma lasciando ampio spazio a momenti più intimi, fra una Quelle come me musicalmente troppo blanda ma con qualche bella intuizione nel testo (“Non trattarmi come se io avessi diec’anni/ ne ho solo nove”) e una Lontano da me che ne sembra la copia sbiadita. Non granché dipinto così, vero? Eppure.

Eppure Silveri il pop lo sa fare, sa scrivere canzoni che ti entrano in testa rimanendo lì per giorni e che, soprattutto, non mi fanno vergognare se mi ritrovo a canticchiarle sotto la doccia. Vale per la già citata Luce prima del suono, vale ancora di più per Io sono questa, che pur non inventando niente mostra come una formula semplice semplice (strofa leggera, pre-chorus che lancia un ritornello dove la voce getta il cuore oltre l’ostacolo) possa essere resa efficace e farti venire la foga anche se normalmente il pop lo eviti come la peste. Tutti vanno in centro chiude in un diminuendo di toni, malinconica con gli archi a dar manforte e a tratti, tramite una breve parentesi pianistica, sbarazzina, forse non il brano che rimane più impresso ma probabilmente quello scritto meglio. Non sono nessuno per dare consigli ad un’artista che, nella sua pur giovane carriera (il primo album XX è del 2022), ha già collaborato con Fiorella Mannoia, ma mi azzardo comunque a dire che, se il talento c’è, forse sarebbe espresso meglio senza cercare di sfogarlo in mille direzioni diverse: le tre canzoni citate in quest’ultimo paragrafo son un buon punto di partenza, ma sono sicuro che Silveri sa fare anche di meglio.

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Qualche domanda sulla scrittura, parte sei: Stella Poli e Ferruccio Mazzanti

Tremila Battute ha compiuto cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno 2026 ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio le pagine FacebookInstagram per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo sesto appuntamento abbiamo contattato Stella Poli e Ferruccio Mazzanti, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: quiquiquiqui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

SP – Da tanto, forse da sempre, non suonasse un po’ retorico. Era la mia cosa preferita a scuola. Mia madre fino a qualche anno fa ha tenuto appeso al muro di quella che è stata la mia stanza una sorta di pergamena colorata, vinta con un racconto a un concorso di scrittura per ragazzi, quando avevo sette-otto anni.

FM – Quando mi hanno insegnato a scrivere, ho iniziato fin da subito a metter giù su carta qualcosa che io allora chiamavo poesia. Ovviamente erano delle orribili accozzaglie di cliché e concatenamenti di parole assurde, però ci mettevo il cuore. C’era una ragazza per cui avevo una cotta incredibile, si chiamava Olivia. Trovai il coraggio di darle questo foglio di carta tutto stropicciato su cui avevo sudato tanto. Lei lo lesse, si alzò dal banco e senza neanche guardarmi lo accartocciò e lo buttò nel cestino, poi andò da suo fratello maggiore che, durante la ricreazione, mi prese a pedate. Stavo lì per terra a prendere calci nello stomaco, con Olivia che mi guardava in silenzio e il fratello che mi chiedeva se mi ero finalmente convinto a smettere di scrivere quelle porcherie. A ogni mio no era un’altra pedata. Non so quale malattia mentale affligga i miei poveri neuroni, ma da quel momento capii che sarei diventato uno scrittore.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

SP – Tante volte non lo so nemmeno ora, se sono brava a. Ogni tanto, quando mi piaccio rileggendomi, sono contenta. Temo che, sentirsi bravi, da un lato aiuti, ma possa anche rovinare. Anche se, quando mi ha chiamata Marchetti, del premio Calvino, e poi, dopo la finale, quando arrivavano pareri positivi dagli editori che avevano richiesto il manoscritto in lettura, quello che sarebbe stato il mio romanzo d’esordio, La gioia avvenire, lì, forse, mi è sembrato che acquistasse più realtà, il mio tentativo di scrivere.

FM – Non ho mai pensato sono bravo a fare questa cosa, però quando giocavo a pallanuoto non mi arrendevo mai. Il mio allenatore una volta ci spiegò un esercizio: dovevamo difendere la palla e non perderla mai. Io presi stupidamente alla lettera le sue indicazioni, così, quando lanciò la palla in acqua, la afferrai e usai tutto il mio corpo per non farla cadere nelle mani degli altri, tendendola protetta con le braccia e le gambe sulla pancia, come se fossi stato una sovraccoperta di carne, ruotando in tutte le direzioni sulla superficie dell’acqua tale e quale a un ruzzolamerda sulla spiaggia, detto anche più elegantemente scarabeo stercorario. Ero pronto a morire pur di eseguire l’ordine che mi era stato impartito: non mollare mai la palla. I miei compagni mi picchiarono, mi affogarono, mi gridarono offese di ogni tipo (ti stupro la sorella, coglione, figlio di puttana, sotto la doccia ti inculo, bastardo). L’allenatore, che era in acqua con noi, mi disse mollala in tutti i modi, mi sputò addirittura in faccia, ma io non lasciai la presa finché non disse che l’allenamento era finito. A quel punto calò un silenzio inutile e assurdo in tutta la piscina e io scagliai la palla in rete stupidamente soddisfatto. Nessuno si azzardò più a offendermi, anche se mi guardavano come un povero pazzo. Lì ho capito che quando mi metto in testa una cosa sono molto bravo a portarla a termine anche col rischio di venir odiato da chiunque e di mancare completamente il punto. Col tempo ho imparato ad ammorbidirmi un po’ e adesso prima di rischiare la vita ascolto cosa hanno da dirmi gli altri.

Hai un metodo di scrittura?

SP – No, ma in generale temo di essere poco metodica nel fare molte cose. Provo a non scrivere subito, appena mi vengono barlumi di idee, per non “bruciarle”. Provo a tenermele in testa e vedere se si addensano delle associazioni mentali. Mi piacciono, ad esempio, i racconti con due fili, anche di generi diversi, che si intrecciano, in cui un testo fa da cartina tornasole, quasi commento, dell’altro, ma in maniera non esplicita, anzi.

FM – Quando ho iniziato l’università mi sono messo in testa di scrivere un romanzo, che adesso per fortuna sta dentro a un cassetto. Lo diedi ad alcuni miei amici con un sorriso tronfio come se avessi compiuto un miracolo. Il romanzo, ça va sans dire, era tanto appassionato quanto un pastrocchio linguistico assurdo. Era tutto in prima persona anche se non si trattava di una autobiografia. Era più un romanzo simbolista fatto con spunti realisti sulla mia esistenza. Uno dei miei amici che lo aveva letto venne da me e mi disse: è una cosa volgare usare continuamente la parola IO. Per me fu una lezione di metodo molto importante.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

SP – Sì, molte volte. Ma penso che, tutto sommato, vada bene così, con le urgenze e le secche. Non abbiamo sempre cose rilevanti da dire: tanto vale non dirle, allora.

FM – Una volta ero molto triste. Mi ero innamorato di una donna, che però si era rivelata una persona (diciamo così) non adatta a me. Ero triste e me ne stavo da solo in casa a piagnucolare sui miei errori. A un certo punto venne a trovarmi una mia amica, una di quelle vecchie amiche che sanno tutto di te e che gli basta annusare l’aria per sapere il vento che tira nella tua anima. Mi guardò e mi disse: le hai detto tutto quello che dovevi dirle? Le risposi che le parole mi si erano ingarbugliate nel tumulto delle emozioni, ma che ci avevo provato, anche se non ci ero riuscito e volevo riparlarle e rispiegarle il mio punto di vista, che però ormai non sapevo più quale fosse, per cui forse sarei finito a dire cose a caso, senza direzione alcuna, perché io l’amavo e era proprio questo il problema, che l’amore mi rendeva muto nei momenti importanti della mia vita. Allora la mia amica mi diede un bacio sulla fronte e mi portò a ubriacarmi. Quella notte piansi tutto quello che dovevo piangere, ma il giorno dopo stavo meglio. Per me il blocco dello scrittore funziona un po’ così.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

SP – No, non ce l’ho. Direi diversi, alcuni, a posteriori, giusti.

FM – Quando andavo al Liceo molti miei amici tenevano il conto delle ragazze con cui erano stati. Era una pratica orribile, anche perché le ragazze non avevano neppure un nome, erano solo dei numeri. Sembrava più una gara per dimostrare ai propri amici maschi quanto fossero bravi e belli e importanti e via dicendo. Le ragazze erano dei premi da esporre nella vetrina del riconoscimento sociale. A un certo punto uno di questi miei amici si innamorò di una ragazza. Gli chiedemmo: ma che numero è lei? Lui rispose in modo lapidario: la matematica non è fatta per queste cose. Mi sembrò un’affermazione bellissima e così decisi che tutte le volte in cui il mio cuore sarebbe stato coinvolto, io non avrei contato.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

SP – Ah, una marea. Dostoevskji, Melville, Natalia Ginzburg, Milorad Pavić, Fenoglio, Marguerite Duras…
Ma menomale, pure.

FM – Quando ancora giocavo a calcio, c’era un mio amico/compagno che aveva più o meno il mio ruolo. Io ero una seconda punta che poteva fare anche la prima, lui invece una prima pura. All’inizio ci calpestavamo i piedi e lui, che era (incredibile a dirsi) più competitivo di me, provava del rancore nei miei confronti, un rancore eccessivo ma non cattivo, era più agonistico che altro. Per questo motivo ci mettevano sempre in squadre diverse. Tendenzialmente facevo più goal di lui, cosa che esacerbava la sua competitività nei miei confronti, anche se io ero meno continuo. Una volta facemmo un viaggio insieme. Andammo in Turchia. Iniziamo a giocare con dei ragazzi di Istanbul. Erano fisicamente più prestanti e cattivi di noi, così io e lui ci alleammo facendo una caterva di goal. Da quel momento in poi io ho iniziato a credere nella collaborazione, non nella competizione.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

SP – Spero i prossimi!

FM – Quando scrissi il mio primo romanzo, di cui ho parlato anche sopra, uno di quei miei amici che si era preso l’onere di leggermi, una volta che aveva finito mi chiese di compiere un rituale: bruciare il libro. Andammo su una collina poco fuori città. Era freddo. Il sole tramontava. Avevamo due accendini, così che quando uno si riscaldava troppo potevamo usare quello ancora freddo. Avevamo delle birre e brindammo nel gelido inverno. Strappammo una pagina dopo l’altra dandole fuoco. Fu forse la cosa più liberatoria che abbia mai fatto per quanto riguarda la scrittura.

Stella Poli è assegnista di ricerca per L’Università di Milano Bicocca. Suoi racconti sono usciti su varie riviste, fra cui malgrado le mosche, Nuova Techne, rivistablam, L’Inquieto, ‘tina, inutile, narrandom, Squadernauti. Il suo romanzo d’esordio, La gioia avvenire (Mondadori, 2023) è stato finalista al Premio Calvino, al premio Pop, al premio Fondazione Megamark e al premio Edoardo Kihlgren.

Ferruccio Mazzanti si è dimesso tante volte, altrettante è stato licenziato. È stato stipendiato con pacche sulle spalle, parole, bonifici e tanto altro. Laureato in Filosofia, ha lavorato come fattorino, baby.sitter, commesso, cameriere, barista, bigliettaio, maschera, guardia notturna, autista, parcheggiatore, scaricatore, sondaggista, copywriter, tuttofare e tanti altri impieghi non specializzati. Nel 2014 ha cofondato la rivista «In fuga dalla bocciofila», nel 2020 ha esordito con Timidi messaggi per ragazze cifrate (Wojtek). M.C., il suo secondo romanzo, è uscito sempre per Wojtek nel 2025.

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Racconto in musica 219: Trema (Maruja – The invisible man)

Chissà dove andremo a finire. Quante volte avete sentito questa frase, sentendo i commenti a un qualsiasi fatto di cronaca? Ora potrei tirare fuori la solita storia del papiro egizio in cui l’autore si lamentava della deriva morale e individualista dei suoi tempi (2000 a.C., all’incirca), rimarcare che si stava meglio quando si stava peggio solo perché noi non c’eravamo o ci siamo dimenticat* delle difficoltà che abbiamo affrontato, ma al di là dell’ipotetica (e sicuramente fallace) classifica dei momenti storici migliori in cui vivere devo ammettere che questo non sembra uno di quelli. La guerra in Ucraina, il massacro perpetuo a Gaza, le manovre indecifrabili di Trump, il regime liberticida in Iran, e se vogliamo scavare ancora un po’ e farci venire più angoscia ci sono le guerre civili in Sudan e Myanmar, il primato per condanne a morte dell’Arabia Saudita…

Ma siamo qui a parlare di musica, e magari anche a cercare di gettare un po’ di ottimismo a manciate che chissà, magari cresce, uuuuuh guarda come viene su bene! E così l’interrogativo “chissà dove andremo a finire” io me lo gioco pensando ai Maruja e alla loro musica in continua mutazione.

Storia strana quella della band di Manchester, nata nel 2014 ma arrivata solo nel 2025 al suo primo album ufficiale. Il nucleo iniziale ruota intorno a Harry Wilkinson (voce e chitarra) e Matt Buonaccorsi (basso), amici d’infanzia e compagni al College della città britannica, cui si uniscono il chitarrista Liam Laurence e “un batterista”, che se contiamo che ci suona insieme quattro anni fa veramente tristezza che non si sappia nemmeno il suo nome. Ciò che combinano fino al 2019 sono svariati Ep che disconoscono al momento dell’uscita di Laurence dalla band, causa divergenze creative, forse create anche dall’arrivo di un nuovo batterista (che stavolta un nome ce l’ha, Jacob Hayes) e dall’innesto del sax di Joe Carroll, un elemento che caratterizzerà pesantemente il corso musicale del quartetto.

Perché già, che fanno i Maruja? Se valutiamo Connla’s well, il secondo dei due Ep che sfornano fra il 2023 e il 2024 (il primo si intitola Knockarea, ma ammetto di dover ancora recuperarlo), la definizione è più o meno una cosa del tipo “jazznoisehiphoppostpunk”. Chiaro? Sono sicuro di no, ma le cinque tracce dell’Ep mostrano una band che al di là delle categorie sa benissimo cosa fare e come farlo: il drumming nervoso di Hayes, il basso cavernoso di Buonaccorsi, il sax infernale di Carroll creano un terreno melmoso su cui le liriche serrate di Wilkinson e le sue schitarrate noise si appoggiano con naturalezza, creando uno scenario da quadro di Bosch che si tramuta nella pastorale Arcadia quando si arriva all’ultimo brano del lotto, Resisting resistance, che mostra un lato della band che il seguente disco espanderà all’inverosimile.

The vault esce pochi mesi dopo Connla’s well, il 30 agosto 2024, e fa capire cosa significava quel brano di chiusura così differente dal resto. Basta già l’iniziale Breaking inertia a far capire che siamo su un altro pianeta, perché dura venticinque minuti in cui i Maruja giocano a fare, alla loro maniera, i Godspeed You! Black Emperor e cazzo, gli riesce bene. Sei brani per un’ora abbondante di musica, la messa in “bella” del massiccio lavoro passato in sala prove a jammare, qualcosa di completamente diverso e spiazzante eppure altrettanto piacevole che la band decide di regalare, mettendolo in ascolto gratuito sulla loro pagina Bandcamp e su YouTube, chiedendo un contributo volontario solo a chi se lo può permettere. Io sono già innamorato con questa dichiarazione d’intenti, per fortuna se ne innamora anche l’etichetta Music For Nations e arriva il momento del primo album “vero” dopo un decennio di attività. E che album.

Se avete come me la fissa delle classifiche di fine anno e siete appasionat* di rock, metal e affini è altamente improbabile che non vi sia capitato di vedere Pain to power dei Maruja nelle prime posizioni della classifica. Chissà dove andremo a finire, si diceva, e la band di Manchester ha finito per fare una sintesi del loro approccio roboante e di quello atmosferico, creando un’opera incredibile che muta continuamente atmosfera, un mondo sonoro dove si incontrano paradiso e inferno. Look down on us ha delle parti di sax che farebbero invidia agli Zu più maligni e Wilkinson ci rappa sopra con la foga di uno la cui vita dipende da quelle parole, Break the tension fa esattamente quello che propone il titolo, ma nella furia primigenia si aprono improvvisi squarci di poesia come Saoirse e la quasi esclusivamente strumentale Zaytoun. È un esempio rarissimo di equilibrio degli opposti, ben esemplificato dal modo in cui inizia (Bloodsport, serrata e con uno dei bassi più sporchi della storia) e finisce (Reconcile, nove minuti di malinconia jazzata), che trova la sintesi nella già citata Look down on us, che fa tutto e di più e se non la si inserisce almeno nella top ten delle migliori canzoni uscite nel 2025 io non so cosa ci debba stare dentro. Me li sarei potuti vedere anche dal vivo, passati in Santeria a Milano se non erro a novembre 2024, ma ho passato la mano perché era di sabato e non volevo gravare la mia compagna dell’ennesimo ascolto estremo dopo un periodo in cui l’avevo già messa a dura prova (grazie amore per sopportare i miei gusti strambi): tornano sul luogo del delitto il 13 aprile e porco cazzo, i biglietti sono già sold out, ma mi sono messo in lista d’attesa e incrocio le dita.

The invisible man è la seconda traccia di Connla’s well, un viaggio musicale mutevole in cui le immagini evocate dal testo di Wilkinson cercano di evocare lo stress mentale provato durante la pandemia da lui quanto dalle persone amate che gli stavano intorno. Non mi sono ispirato direttamente alle parole o alla musica per questo racconto, quanto alla frase “andrà tutto bene” che ci ripetevamo in quel periodo storico e che forse dovremmo ricordare più spesso: nella storia di un lui e una lei che si conoscono durante un evento inspiegabile ho messo la speranza di un segno, di una risposta netta a ogni dubbio, che è un po’ quel che spesso ci manda avanti e a cui forse dovremmo imparare a non aggrapparci. Trovate il racconto più in basso, dopo il brano e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Trema


Il primo a tremare è una nuova edizione dell’Ulisse di Joyce. Lui sta leggendo da un libro la frase Quasi tutti i messicani hanno paura delle donne, lei sta curiosando nello scaffale della saggistica, gli altri sono sparpagliati per la libreria. Dopo Joyce cadono in ordine sparso volumi celebri e meno celebri, qualcuno colpisce le persone e tutti urlano o pensano È il terremoto, è il terremoto. Lei si protegge la testa con le mani, accucciata, lui è vicino e si appoggia allo scaffale per farle scudo col corpo. Dura tutto neanche un minuto, fuori da lì non è successo nulla. Sono tutti scossi a parte la ragazza che sta dietro la cassa, pensa ai libri da mettere in ordine e poi, con un fugace sorriso, ai giornalisti che la intervisteranno.

Lui e lei vanno a bere qualcosa insieme. Lui propone un tè, lei preferisce un cocktail anche se sono solo le tre del pomeriggio. Parlano di quello che è successo, di cosa potrebbe averlo causato, lei parla di magia e lui di un film degli anni 80, o forse fine 70, non ricorda bene. Passano la serata insieme, bevono ancora, decidono di rivedersi e forse è l’amore a convincerli, forse è il trauma condiviso, forse l’alcool. Un mese dopo lui dorme da lei per la prima volta, e c’è già stata una notte in motel.

Iniziano a conoscersi, a capirsi meglio, poi a non capirsi. Lui è riservato, sul divano nelle serate passate insieme regnano presto i silenzi: teme sempre di risultare goffo e dire la cosa sbagliata, e lei è stanca di sacrificare argomenti all’altare della conversazione. Hanno gusti simili ma non così sovrapponibili in termini di divertimento, di vacanze, di piani per il futuro: il sesso è ok, ma ok può bastare e non può bastare. Tornano ogni tanto alla libreria dove si sono incontrati la prima volta, aspettandosi che succeda ancora qualcosa, ma non succede niente. Una domenica pomeriggio parlano a lungo, senza recriminazioni reciproche. Si lasciano ripromettendosi di rimanere amici, senza crederci e sperando di risultare credibili.

Si incontrano di nuovo qualche mese dopo, fuori il clima è glaciale. Non hanno smesso di frequentare la libreria, così come gli altri avventori di quella giornata: è la prima volta che si ritrovano tutti, anche la commessa che sfodera la stessa smorfia annoiata. Ognuno vede negli occhi degli altri una sorta di attesa, qualcuno si avvicina alla porta e resta lì con la mano a mezz’aria, lui e lei si guardano intorno e poi si fissano, a lungo. Restano tutti col fiato sospeso per qualche minuto, anche la commessa si accorge che c’è qualcosa di strano. I libri restano al loro posto.

Lei esce senza che lui se ne accorga, mentre compra il libro che sfogliava quel giorno. Cerca un senso a quanto successo fra quelle parole, ma non lo trova. Si vedono ancora, sempre alla libreria, tenendo in qualche modo fede a una promessa a cui non credevano. Un giorno un libro cade di schianto mentre parlano, ma era solo in equilibrio precario. Ridono, anche se qualcosa gli fa venire voglia di piangere.

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Un film molto sudcoreano, pure troppo? No other choice di Park Chan-wook

Nell’anno di grazia 2003, come molti appassionati di cinema, anche io sono stato travolto dall’onda del cinema coreano, che nello specifico per lungo tempo ha significato semplicemente i film di Park Chan-wook. Iniziai ovviamente da Old boy, recuperando pure il fumetto giapponese da cui era ispirato (fun fact, ad ogni nuovo adattamento si allunga il periodo di detenzione del protagonista: dieci anni nel fumetto, quindici nel film coreano, venti nel remake quantomeno discutibile di Spike Lee), seguii tutta la trilogia della vendetta, recuperai nei meandri di internet il misconosciuto e bizzarro I’m a cyborg, but it’s ok e mi fermai solo dopo l’esordio statunitense del regista, quello Stoker che invece di aprire a Park le porte del cinema che conta gliele chiuse in faccia, tanto che il successivo Mademoiselle, nonostante il plauso della critica, in Italia venne distribuito poco, male o addirittura per niente. Io nel frattempo scoprivo altri registi, mi innamoravo anche in questo caso come molti dell’asso pigliatutto Bong Joon-ho, ma quel pezzetto di cuore per chi mi aveva fatto scoprire un angolo di mondo (cinematografico) che non conoscevo non ha mai smesso di battere. Poi è arrivato Decision to leave (ne abbiamo parlato qui), e l’amore è ritornato quello dei tempi d’oro.

Nel frattempo, come accennato, non me ne sono stato con le mani in mano e gli occhi fermi verso occidente, ma grazie anche ai preziosi cineforum di Alessandro Lonardo (di cui consiglio il canale YouTube) ho allargato le mie visioni, scoprendo grazie a lui Lee Chang-dong e in autonomia quel Na Hong-jin a cui abbiamo dedicato un articolo pochi mesi fa (in estate arriverà il suo nuovo film Hope, teniamolo d’occhio), ma non solo. Complice un viaggio da pianificare (e poi effettuato) nella penisola sudcoreana, e non accontentandomi dell’altalenante Squid game, la mia intenzione di capire il popolo di quella terra tanto distante attraverso cinema e televisione mi ha spinto da una parte verso film che esplorassero temi sensibili (come la rivolta di Gwangju, soffocata nel sangue nel maggio 1980 e raccontata molto bene nella pellicola A taxi driver e nel romanzo Atti umani di Han Kang, entrambi consigliati), dall’altra verso alcuni k-drama che vanno dal buono (Quando la vita ti dà mandarini) alla soap opera (La regina delle lacrime). Ma, vi starete chiedendo, tutto questa premessa che c’entra con No other choice, l’ultima fatica di Park Chan-wook? Apparentemente niente, in realtà molto.

Un uomo e la sua determinazione

No other choice è l’adattamento del romanzo The ax di Donald Westlake (già portato al cinema da Costa-Gavras nei primi anni duemila col titolo Cacciatore di teste, e proprio al regista greco naturalizzato francese è dedicata la pellicola), ed è uno di quei progetti della vita a cui spesso i registi si affezionano per motivi non sempre spiegabili. Park ci pensava da almeno un decennio e avrebbe voluto girarlo negli Stati Uniti, ma il voltagabbana di Hollywood dopo il già citato Stoker (che non gli ha impedito di girare con una produzione made in USA la serie Il simpatizzante) lo ha portato infine ad adattare al contesto sudcoreano una storia emblematica sulle storture del capitalismo: quella di Man-soo (interpretato da Lee Byung-hun, star del cinema sudcoreano che ha già bazzicato anche Hollywood, da noi noto principalmente per il sopracitato Squid game ma da loro uno che praticamente vince un premio ogni volta che recita in un film), responsabile in un’azienda che produce carta tagliato dall’oggi al domani a seguito dell’acquisizione della stessa da parte di una società statunitense, che trovandosi in difficoltà nella ricerca di un nuovo impiego all’interno della stessa filiera decide, a un certo punto, che il modo migliore per farsi assumere sia eliminare fisicamente i “rivali” più accreditati per soffiargli il posto. Una storia dai risvolti drammatici perfetta per le mani di Park, che nel suo sviluppo assume spesso toni comici che possono risultare spiazzanti per chi conosce poco il cinema sudcoreano, ma che lo risultano meno se avete visto anche solo la famosa scena di Parasite in cui c’è la canzone di Gianni Morandi (in No other choice c’è una scena molto simile). Eppure.

Eppure qualcosa non mi è tornato. Forse mi aspettavo altro dopo Decision to leave (che comunque non mancava di scarti di tono piuttosto bruschi, tipo la breve svolta pulp a due terzi della pellicola), sicuramente ho alzato le aspettative a mille dopo gli entusiastici commenti della stampa a seguito della partecipazione al Festival di Venezia, ma l’ascesa (sociale) e discesa (morale) di Man-soo non mi hanno convinto appieno, e al di là della consueta eleganza formale (c’è un’inquadratura col mare da una parte e la strada dall’altra che per me vale da sola il prezzo del biglietto) è proprio l’equilibrio fra il tragico e l’assurdo che ho trovato troppo sbilanciato verso il secondo. Ma in fondo Park è sudcoreano, e questo è forse il suo film più sudcoreano di tutti.

Un uomo e la sua determinazione a far ridere (Extreme Job)

Intendiamoci: due settimane in Corea, qualche film non mainstream e tre k-drama in croce non mi rendono un esperto, ma ho fatto un po’ di compiti a casa e prima di prendere l’aereo per Seoul mi sono chiesto “come sono davvero i gusti del pubblico in Corea del Sud”? Perché noi possiamo vantarci dell’Oscar a Sorrentino, dei successi all’estero di Guadagnino, ma poi chi incassa di più al botteghino è Checco Zalone e forse forse il gusto del pubblico andrebbe centrato lì e non sul cinema d’autore. Per dire: Parasite non è nemmeno nella top ten dei film più visti nella penisola, e dei quattro registi che considero più noti da noi (oltre ai già citati Park, Bong e Lee merita sicuramente una menzione lo scomparso Kim Ki-duk) nessuno rientra in quei dieci posti. E sapete quale film si piazza al secondo posto? Extreme job (vi risparmio il titolo originale), una commedia poliziesca su un gruppo scalcagnato di investigator* che nel tentativo di arrestare una banda di spacciatori finisce a gestire un ristorante di pollo fritto, recitazione costantemente sopra le righe e assurdità assortite. Mi sono visto anche The roundup (decimo posto, inaspettatamente presente su RaiPlay), capitolo numero n di una serie di buddy movie che pur con una componente d’azione massiccia e una violenza molto cruda (soprattutto per il tipo di operazione) propende sempre per il lato commedia. Abbiamo questa visione dei sudcoreani come ossessionati dalla vendetta, ma sembra che gli piaccia almeno altrettanto ridere e questo viene fuori anche in un prodotto lontanissimo come La regina delle lacrime, dove a momenti di una drammaticità esagerata si alternano gag da slapstick comedy.

Un uomo e la sua determinazione a essere troppo carino quando è ubriaco (La regina delle lacrime)

Park questo evidentemente lo sa bene, e così vediamo la vita perfetta di Man-soo (illustrata da un inizio didascalico che prefigura già il disastro) crollare pezzo per pezzo, ridendo di lui più che provando empatia per la sua situazione. Man-soo è un killer inesperto, questo è ovvio, ma la sua goffaggine in certi momenti è da commedia pura, così come le reazioni di coloro che gli girano intorno: il regista non si fa sfuggire nemmeno l’occasione di sbeffeggiare la polizia, rappresentata da due ispettori che sembrano in gamba almeno fino a che non devono unire i puntini, una caratteristica che sembra unire tutti i registi della penisola neanche fosse sport nazionale.

Il pericoloso e discutibile percorso di Man-soo verso il successo cambia anche il mondo attorno a lui. Il pacifico pater familias che ci viene presentato nelle prime scene in realtà così perfetto non è, e non c’entra solo la sua morale compromessa: il suo rapporto con la moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e i figli Si-one e Ri-one viene approfondito man mano che Man-soo procede col suo piano, sia nelle conseguenze che questo comporta all’interno del menage familiare (come ogni buon percorso di formazione anche Man-soo acquisisce sicurezza quando miete successi, facendolo diventare lentamente uno stereotipo della virilità patriarcale) sia disseppellendo dal passato fantasmi che forse il protagonista pensava di essersi lasciato indietro grazie ai successi materiali. Purtroppo anche questa interessante analisi della famiglia nucleare sudcoreana viene disturbata da troppe svolte, dettagli poco utili (la sottotrama del lavoro di Mi-ri, mollata lì e utile quasi solo a certificare la gelosia fra le caratteristiche del largamente perfettibile Man-soo) che distraggono aggiungendo troppa carne al fuoco a una storia che forse vuole affermare qualcosa di più profondo del classico “homo omini lupus”, ma che finisce per farlo in maniera troppo confusa.

Un uomo e il capitalismo

Sono rimasto quindi deluso da Park? È No other choice l’approdo del regista al cinema commerciale? No, perché la già menzionata cura formale è pur sempre una gioia per gli occhi e il regista sudcoreano riesce comunque a piazzare dei colpi allo stomaco quando meno te li aspetti, ma mi è rimasta l’impressione di un giocattolo perfetto che sacrifica all’altare degli incastri l’emotività, tanto che il dramma condivisibile della precarietà in un mondo del lavoro spietato e disumanizzante (emblematico il modo in cui viene trattato Man-soo nel bagno di un’azienda, degno delle umiliazioni peggiori di Fantozzi) l’ho provato solo guardando gli occhi di uno dei rivali del protagonista, il Si-jo interpretato da Cha Seung-won, riciclatosi come venditore di scarpe e straziante nella sua accettazione passiva di una realtà diversa. È proprio questo momento melodrammatico a essere per me il centro nevralgico del film, più di un finale che esprime in maniera visivamente egregia ma fin troppo didascalica il parere di Park sulla società capitalistica (contro cui se la prende parzialmente anche il mondo dei k-drama, che trova spazio per la crisi economica causata da speculazioni finanziarie del 1997 sia in Quando la vita ti dà mandarini che nel più leggero Venticinque e ventuno), e forse rappresenta anche una giustificazione per il tono del film al di là di qualsiasi teoria dilettantistica su ciò che il pubblico sudcoreano chiede e che Park possa essere o meno disposto a concedere: la reazione aggressiva di Man-soo al torto subito, volta a riottenere i suoi privilegi invece che a rovesciare il sistema, forse non può essere raccontata che come una farsa, lasciando scampoli di dramma solo a chi scompare fra i subdoli ingranaggi della macchina capitalistica.

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Racconto in musica 218: BOOM! (Maxïmo Park – Apply some pressure)

Quale deve essere lo scopo ultimo di una rivista letteraria? Perché ok i racconti, ok la forma, ok i temi, ma penso ci possa e ci debba essere qualcosa oltre queste precondizioni iniziali. Cosa di preciso? Ecco, questa è una domanda a cui è più difficile rispondere, ed è uno dei motivi per cui quando definisco Tremila Battute una rivista letteraria ci piazzo sempre un “aspirante” davanti. Perché qui spacciamo buona musica, ma non so se è uno scopo abbastanza alto; ragioniamo un poco sul sociale, ma una rivoluzione non partirà certo da queste schermate; ospitiamo tant* autor*, ma non abbiamo un’idea chiara di letteratura verso cui puntare. Però, in questo mare (stagno?) di idee confuse su ciò che dovremmo o potremmo essere, resta un punto d’orgoglio quando riesci a interessare e coinvolgere autor* dalla penna (tastiera?) riconoscibile, quell* che se ti capita di leggere un loro nuovo racconto a distanza di tempo capisci subito chi lo ha scritto: Isabella Ballarini è una di loro (una di loro, una di loro…) e siamo felicissimi che abbia accettato la nostra proposta di collaborazione, portando in dote la musica dei Maxïmo Park.

Iniziamo ovviamente da Isabella, goriziana classe 1977 che si definisce ironica, eclettica e sempre sorridente, una descrizione che si abbina bene anche ai suoi gusti artistici. Adora in generale la musica “difficile” (virgolette sue), ma con una predilezione per Elio e Le Storie Tese, mentre sul fronte cinematografico passa con leggerezza dagli spaghetti western di Sergio Leone alla comicità surreale di Maccio Capatonda, sempre alla ricerca di qualcosa di bizzarro, creativo e originale. Scrive da diversi anni e un nutrito gruppetto di riviste ha avuto modo di accogliere le sue storie, spesso surreali ma in una maniera personale e difficilmente spiegabile a parole: andate quindi a leggerle subito su L’Irrequieto, Sulla Quarta Corda, Quaerere, L’Equivoco, CrunchEd. Spaghetti Writers, Pastrengo, Nazione Indiana e Piegàmi.

Come per ogni band ormai in attività da un ventennio abbondante parlare dei Maxïmo Park (che devono il loro nome al Maxïmo Gomez Park, che a seconda che guardiate la pagina wikipedia inglese o italiana passa dall’essere un parco di Little Havana a Miami a un ritrovo di rivoluzionari a l’Havana, Cuba) è un compito arduo. È facile finire nel fare una lista di dischi (otto per la precisione) e traguardi, un racconto pieno di dati ma vuoto di pathos. E quale pathos posso mettere in fondo io, che della band nata a Newcastle nel 2000 ho ascoltato per la prima volta un disco questa settimana, e nemmeno A certain trigger (2005), l’esordio pubblicato dalla Warp che ci vide lungo nel mettere sotto contratto un gruppo che fino a poco prima sembrava sul punto di sciogliersi e ha resistito grazie all’innesto di un cantante, Paul Smith, che fuori da ogni previsione si è rivelato non solo all’altezza del compito, ma pure un animale da palco? Non so, forse posso partire da Garlasco.

No, aspettate, parlare di Garlasco non significa per forza cronaca nera. La ridente cittadina del pavese, di cui penso di non avere mai visto il centro, ospitava anni fa una discoteca piuttosto grossa (Le Rotonde, ricordo di esserci stato trascinato una volta a una serata revival e per fortuna ho dimenticato tutto il resto) e, molto meno noto, un piccolo club che aveva colto, a inizi anni 2000, lo spirito del tempo, o almeno uno spirito del tempo: lo Zoe a Milano puntava sul nu metal, Pepe a Garlasco invece faceva ballare la gente con l’indie, e io mi ritrovavo spesso ad agitarmi fra questi due poli opposti senza essere un cultore di nessuno dei due generi. Come in tutti i luoghi simili nati o cresciuti in quel periodo il dj set tendeva alla lunga ad adagiarsi su ciò che la gente già conosceva, portando in poco più di un decennio alla loro morte per autoconsunzione e mancanza di ricambio generazionale, e i Maxïmo Park non mancavano mai: passava sempre immancabilmente Apply some pressure, che non mi faceva impazzire come The dark of the matinee dei Franz Ferdinand ma non era nemmeno Banquet dei Bloc Party, che mi sembravano dei fighetti secondi solo ai Libertines e da quel pregiudizio ammetto di non essermi mai spostato. Da quelle serate moderatamente alcoliche che facevano sembrare i Kaiser Chiefs la band del futuro, o forse tutte quelle band inglesi o al massimo newyorkesi (ciao Strokes, forse vi avrei amato di più se non avessero messo sempre Last nite) le band del futuro, oggi è rimasto poco: molte non sono più in attività, altre non sono più rilevanti, i Maxïmo Park non sono più sotto Warp e dopo un breve passaggio in una delle varie branche semi-indipendenti di una major (la V2, per l’album The national health del 2012) si sono creati la propria etichetta Daylighting e sono andati avanti a fare le loro cose, con una formazione piuttosto stabile (ne fanno parte sicuramente ancora i membri fondatori Duncan Lloyd e Tom English), un sound più allargato e, nonostante la morbidezza che gli anni spesso porta, capace ancora di qualche scatto di nervosismo. Da quegli anni a Garlasco, dove vedevamo da lontano la formula indie traslare da “indipendente” a “nuovo aggiornamento del brit rock”, sono uscito con simpatie musicali minimamente giustificate e antipatie musicali totalmente ingiustificate, e se dovessi dividere tutte le band ascoltate allora per forza in buoni e cattivi probabilmente i Maxïmo Park finirebbero fra i secondi: a distanza di anni però è bello farci pace, ritornare a un periodo della mia vita non per forza migliore (anzi, se è solo quella parte a venirmi in mente un motivo ci sarà) e di cui loro hanno fatto parte solo per una canzone, incistatamisi (uuuuuuhhhh, che parola complicata!) in testa abbastanza da ricordarli ma non abbastanza da cominciare a non sopportarli, ed è stato bello scoprire che i loro inizi sono stati scalcagnati come quelli di mille altre band che nelle vicinanze di Garlasco suonavano e negli anni si sono poi sciolte. Insomma, sarò sentimentale ma ai Maxïmo Park ora gli voglio bene, e nonostante presumo (spero) che il loro conto in banca sia molto più consistente di quello di qualsiasi musicista indi(e)pendente del pavese considero un po’ ogni loro membro come uno di noi. Uno di noi, uno di noi, uno di noi…

Guarda il caso è proprio Apply some pressure che Isabella ha scelto come ispirazione per il proprio racconto, ma la storia non si svolge a Garlasco bensì in un luogo innominato dove, all’improvviso, un luna park arriva a sconvolgere la vita inquadrata e perfettamente stabile del protagonista. Per scoprire in quale maniera Isabella è riuscita a mutuare il ritmo, il testo e il video della canzone in un racconto non vi resta che andare più in basso, subito dopo il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.

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BOOM!, di Isabella Ballarini

S.A. si sveglia ogni mattina con il mal di testa. Da un mese.
Niente postumi della sbornia, o eccesso di spinelli, no: S.A. non beve, non fuma, non fa un cazzo. Non esce mai dalle linee della sua vita perfetta. È fatto di pace, lui, terrorizzato dall’idea che il mondo guardi nella sua coscienza e ci trovi qualcosa di brutto.
Eppure la testa gli fa male e S.A. non riesce a capire il perché.
Casa, lavoro, qualche cena. Una corsa la domenica mattina. Un film la sera.
Questo è tutto quello che fa. Dovrebbe stare bene, no? E invece le tempie gli vanno in frantumi.
S.A. si appoggia ai mobili per non cadere a terra. Si lamenta. Si riempie di aspirine e fastidio.
Fosse matto, darebbe la colpa al Luna Park.


Quello è arrivato in città da un mese esatto. Si è piazzato nella strada in cui S.A. abita, là, nello slargo più ampio. Ha iniziato a sparare luci e musica da ogni giostra.
S.A. ci passa accanto con nervosismo: i tendoni sbiaditi lo irritano, i fari colorati gli colpiscono gli occhi. Accelera il passo per allontanarsi in fretta, ma il dolore è un chiodo nel cervello.
S.A. vorrebbe sbattere la testa contro il muro, ma non ne ha il coraggio: ha paura di farsi male.
Ha paura di tutto, S.A.: dei vicini, delle voci, della gente. Gli hanno insegnato a divertirsi senza ridere, a piangere senza lacrime. E lui obbedisce, cazzo, eccome se obbedisce.
Invece il Luna Park parla. Una voce oscura esce dalle giostre. Entra nei pensieri. Fa sanguinare i ricordi. Vieni da me, dice. S.A. fa finta di non sentirla. E lo scheletro appeso alla casa stregata sorride, come se dietro alle ossa di gomma ci fosse un’anima. S.A. chiude le imposte: gli hanno detto che lo spirito non esiste e lui ci crede. Ma i giorni passano e tutto peggiora.
Dolore, voci, stomaco che si ribalta. S.A. tiene la testa fra le mani, urla. Tira calci al divano con tutta la forza che ha. È convinto che prima o poi il suo rigore verrà premiato. Invece il cervello fa click. Finalmente.


S.A. esce di casa. Corre là, verso le giostre. Ha la bava alla bocca, vuole spaccare tutto.
Entra nel Luna Park. Mondo strambo, deforme, matto, oscuro. S.A. non ha paura: è fuori di testa, adesso. Ride. Il naso inizia a sanguinare. I capelli sono spettinati, la giacca gronda sudore e fili scuciti. S.A. vorrebbe prendere a calci tutto ma non lo fa. Si diverte, anzi, come mai gli era capitato. La vita lo prende alla gola e stringe forte. Il sangue macchia la camicia bianca, la pressione esplode.
S.A. si butta tra le braccia della notte. Almeno per una volta, almeno per quella sera.
Si risveglia nel letto la mattina seguente. Il dolore alla testa non c’è più, la voce è andata via.
È scomparso pure il Luna Park: sparito nel silenzio, come un ladro, come uno spirito.
In molti giurano di non averlo mai visto. Non è mai esistito. Niente tende, niente giostre. Nello slargo ampio non c’è più nulla, nemmeno una testimonianza del suo passaggio.
In terra rimangono solo il vento e una carta di caramella.

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