Quante volte rispondiamo “dopo me lo vado a cercare” quando qualcuno ci consiglia un libro, un film o una canzone? E quante di queste volte ci scordiamo del suggerimento subito dopo, a volte perché non ci interessa davvero e altre volte anche in buona fede, perché la memoria trattiene quel che trattiene e non sempre riusciamo a capire come funziona? Io ho sviluppato un metodo non efficacissimo, ma utile alla bisogna: schede di google costantemente aperte. Mi hai consigliato un libro? Sta lì in mezzo, da qualche parte, devo solo andare a cercare. Un film? Idem. Solo che le schede si accumulano, son più di cento, alcune stanno lì inerti da anni e dentro c’è di tutto, forse ancora i locali coreani dove si suona dal vivo. Però ogni tanto scavo, recupero, e se si tratta di musica questo recupero può essere graduale, continuo, sedimenta pian piano e alla fine quatta quatta quella musica arriva fino qua, partendo da qualche parola scambiata con Maurizio Vierucci una sera al Circolo Masada di Milano e arrivando a queste righe che dedico al suo progetto musicale Oh Petroleum.
Troverete poco su Oh Petroleum vagando sullo stesso google, giusto l’essenziale: la sua pagina Bandcamp, i suoi profili social, un paio di interviste e qualche bio scarna da cui emergono un passato da batterista e un progetto precedente, Creme, al cui unico disco aveva partecipato anche Cristina Donà. Brindisino, artista a tutto tondo i cui interessi vanno dalla videoarte alle colonne sonore, in fondo di Vierucci non ci serve sapere molto per godere della sua musica, scarna ed essenziale come le informazioni che si trovano sul progetto. Cinque dischi pubblicati dal 2011 a oggi, i primi due recuperabili sul suo canale YouTube (l’esordio omonimo e Memory of mine memory to be del 2012) e gli altri sulla propria pagina Bandcamp (The script was about the enemy del 2018, Beast del 2022 e Nine days del 2024), tutti rigorosamente autoprodotti, tutti pregni di un’atmosfera sospesa fatta di blues maledetto e folk apocalittico.
Ma che vuol dire poi la formula qui sopra? Blues maledetto? Folk APOCALITTICO? Eppure è calzante, perché il mondo mai definito che Vierucci crea con le sue parole sembra fuori dal tempo, forse condannato od ormai prossimo alla fine, le cui ultime vestigia vengono cantate con una voce allo stesso tempo profonda e acuta, un po’ Hank Williams e molto Anohni Hegarty, accompagnata quasi unicamente da una chitarra che attraverso la ripetizione delle note ci avvolge come un mantra. Cupo e affascinante, il panorama etereo evocato nei dischi di Oh Petroleum ricorda un po’ quello di Mount Eerie, violento eppure ammantato di un’aura di sacralità decadente (A piece of the mystic, da The script was about the enemy), fatto di vite tragiche appena tratteggiate (Punches and kicks, da Beast) e di immagini legate fra loro a mostrare un quadro indefinito in cui perdersi (Wild boars, da Nine days), indefinito come quel nome così evocativo, Oh Petroleum, che in una vecchia intervista definisce “solo un’immagine romantica, il cui significato reale in effetti ha valore solo per due persone a questo mondo”. Cosa aggiungere a questa descrizione che non sia di troppo? La musica di Vierucci va ascoltata, vissuta, bisogna entrarci lasciandosi trasportare e scoprendo da sé un mondo altro che può essere respingente oppure avvolgente, ma di certo impossibile da ignorare.
Non ho scritto un racconto nuovo basandomi sul testo di What’ve dug this hole for?, sesta traccia dell’album Beast, ma ne ho associato uno vecchio alle immagini che Vierucci crea con il suo testo, intriso di nostalgia, decadenza e la sensazione strisciante che il mondo che conoscevamo non sia più. Anche nella mia storia il vecchio mondo non è più, i contorni di quello nuovo sono indefiniti, e la buca evocata nel titolo continua ad essere scavata giorno dopo giorno in un loop infinito. Potete valutare se l’associazione ha un senso da sol* andando più in basso, mentre a me come al solito non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Memoria
Ogni giorno, nella casa in mezzo al lago, un ragazzo si sveglia e pensa che oggi sarà una bellissima giornata. Scende le scale, osserva le foto incorniciate: il diciottesimo compleanno, la laurea, la foto ricordo in un parco a tema. Si vede abbracciato a sua madre, mancata da poco, e si commuove un po’: passerà, pensa, col tempo passa tutto.
Ogni giorno entra in cucina e trova suo padre, seduto al tavolo. Si stupisce di quanto sia invecchiato, sembra aver preso dieci anni in una notte. Si preoccupa e gli chiede se va tutto bene. Hai una faccia che fa paura, gli dice.
Ogni giorno il padre si alza con un sospiro. Si reca nella stanza accanto, apre il lucchetto di un cassone metallico e tira fuori un’arma, poi torna in cucina e uccide suo figlio. Lo fa senza passione, non sente nemmeno le urla. Usa armi sempre diverse per non soccombere alla noia, spesso armi bianche perché ogni proiettile è un rischio, una volta ha rimbalzato contro una maniglia e per poco non ci rimaneva secco. E poi la sua mira è peggiorata, la vista non è più quella di una volta.
Scarica il cadavere nel bruciatore in giardino, come ogni giorno. All’inizio li seppelliva in terra, ma lo spazio è finito presto: i suoi esperimenti si sono rivelati più complicati del previsto.
Ogni giorno, finito di smaltire la salma, il padre scende nel bunker adibito a laboratorio. Osserva i corpi nelle vasche di coltura, alcuni poco più che embrioni, altri in piena adolescenza. Estrae il più avanzato, lo porta in casa e lo prepara al risveglio: gli spiegherà cos’è successo, ciò che ha fatto, risponderà a ogni domanda. Il giorno seguente, aspetterà al tavolo della cucina per vedere se la mente di suo figlio è riuscita a immagazzinare nuovi ricordi.
Il padre va a letto presto, ogni giorno più stanco. Di notte fa un sogno, sempre lo stesso: vede suo figlio risvegliarsi e andare in camera del padre, trovandolo morto nel sonno, lo vede disperarsi e cercare di chiamare qualcuno all’esterno, ma le linee non funzionano. Lo vede ripetere gli stessi gesti ogni giorno, in un loop infinito, ma quando si sveglia il ricordo dell’incubo si fa confuso.
Al piano di sopra sente un movimento. Suo figlio si è alzato.
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