Oltre a proporre musica che viaggia attraverso canali diversi da quelli mainstream (con qualche eccezione, tipo quello che ha chiamato un suo disco Mainstream), Tremila Battute da cinque anni si impegna (abbastanza) per portarvi in giro per il mondo. Perché è giusto esplorare la scena di casa nostra, è normale essere influenzat* dal mondo anglosassone, ma la curiosità di capire cosa fanno in altre parti del mondo è tanta. Così abbiamo esplorato la scena stoner danese, quella sperimentale norvegese, ci siamo fatti un’idea del rapporto fra musica e politica a Taiwan, siamo stati due volte in Islanda senza averci mai messo piede nella vita reale e due volte in Giappone andandoci invece davvero (e tornandone con una band post rock thailandese). E poi Olanda, Spagna, Canada, Lussemburgo, Australia, Corea del Sud, Finlandia… e di sicuro mi sono dimenticato qualche posto, anche se sono molti di più quelli che ci mancano (non siamo mai stati dai nostri vicini di casa, francesi, svizzeri, austriaci o sloveni che siano): oggi però spuntiamo un’altra casella, e vi portiamo in Nuova Zelanda con i The Verlaines.
Tour operator per l’occasione è Alessio Barettini, recordman di presenze in loco (assieme a Alex Roggero) e tornato a trovarci dopo un paio d’anni di assenza. E dire che sembrava ieri… forse perché poche settimane fa è passato a trovarci fisicamente a Milano, al Salotto Masada, presentando il suo Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024), cui ha fatto seguito da pochissimo l’uscita di Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia, resoconto del lascito dei beneamati C.S.I. pubblicato da Arcana. Classe 1976, torinese di nascita, nel capoluogo piemontese è rimasto a vivere e lavorare come insegnate di italiano e storia in un liceo artistico, approfondendo nel frattempo la passione per la scrittura: oltre che per noi (tipo qui, qui, qui e qui) Alessio infatti ha pubblicato racconti, articoli, recensioni e poesie per Historia Magistra, Carmilla On Line, Racconticon, Border Liber, Poesia del nostro tempo, Nazione Indiana, Lettera Zero, Malgrado Le Mosche, Super Tramps Club, Poesia Ultracontemporanea, multiperso e per l* amic* di Read And Play. Vi abbiamo dato abbastanza da leggere di suo? Già che ci siete ascoltate anche, perché fra i podcast di CaffèItaliaRadio che potete ascoltare su Spotify c’è anche una serie curata proprio da Alessio.
Ora seguitemi per un attimo in questo tortuoso cammino. 1992, California, esce Slanted and enchanted dei Pavement per la Matador Records, o almeno così credevo perché nei meandri dell’internet il disco viene segnalato come pubblicato anche per la Flying Nun Records e se c’è una cosa che ho capito occupandomi da anni di musica indipendente, anche di quella più mainstream, è che quando ti trovi di fronte a un problema di paternità discografica fai prima ad arrenderti che a risolverlo. In questo caso poi non è davvero così importante da risolvere, perché ci dà semplicemente modo di collegare una delle band indie rock di maggiore influenza nel panorama anni 90 con una (almeno per me) misconosciuta etichetta indipendente neozelandese, fiera spacciatrice del “Dunedin sound“, una scena formatasi nella città che le dà il nome e che influenzò gente come gli stessi Pavement e, secondo Wikipedia, persino Yo La Tengo e R.E.M.: e chi sono stati gli alfieri di quella scena se non i The Verlaines, formatisi nel lontano 1981 e a tutt’oggi ancora attivi?
Non saprei farvi un riassunto della carriera di probabilmente nessuna band con quarant’anni di carriera alle spalle, per cui non cercherò nemmeno di fingermi esperto del gruppo fondato da Graeme Downes, Craig Easton, Anita Pillai, Philip Higham e Greg Kerr, stabilizzatosi col tempo intorno al solo Downes e al suo modo di mischiare suggestioni psichedeliche, proto indie-rock e un gusto pop che rende le canzoni dei The Verlaines gioiosamente strambe e contagiose. Nove album, svariati cambi di formazione e alterni successi (per uno di quei casi strani della vita la loro musica travalicò le frontiere neozelandesi grazie alla partnership fra la Flying Nun e la storica Homestead prima e al passaggio alla losangelina Slash Records negli anni 90, ma il loro unico disco uscito per una major, Over the moon nel 1996 per la Columbia, venne distribuito solo in Nuova Zelanda) hanno contraddistinto la carriera di una band che nel suo sound mischia gli Smiths con le distorsioni lo-fi dell’alternative rock anni 90, la melodia semplice veicolata da chitarra e voce con gli inserti di fiati, organetto e svariati altri strumenti che, soprattutto negli ultimi dischi (Untimetely meditations del 2012 e Dunedin spleen del 2020), rende la loro musica sempre coinvolgente e vitale, anche quando Downes in Slow sad love song (Bird dog, 1987) parla del suicidio di un amico, perché in fondo quale modo migliore di esorcizzare la morte c’è se non attraverso la vitalità della musica?
La figura di Downes è ancora più affascinante se si guarda non solo all’artista che negli anni 90 fa tour negli Stati Uniti e in Europa e poco dopo smette di pubblicare per una decina d’anni (dopo il già citato Over the moon il ritorno avviene nel 2007 con Pot boiler, che segna anche la nuova partnership con la Flying Nun), ma anche alla persona che influenza le nuove generazioni tramite il suo lavoro di professore nel dipartimento di musica, teatro e arti performative nell’Università di Otago e attraverso programmi radiofonici in cui la sua sterminata conoscenza viene utilizzata per parlare tanto di Debussy quanto dei Nirvana e di Billie Eilish: anche senza averlo mai conosciuto spiace sapere che un cancro lo ha convinto a ritirarsi a vita privata nel tardo 2020, perciò gli facciamo tanti auguri affinché la sua carriera multiforme, iniziata con l’Ep condiviso con altre tre band Dunedin double nel 1981 e comprensiva anche di un album solista (Hammers and anvils, pubblicato nel 2001 proprio dalla Matador da cui siamo partiti), possa continuare ancora.
Death and the maiden è un singolo pubblicato nel 1983 ed è considerata la canzone più famosa dei The Verlaines, coverizzata (altro esempio di corsi e ricorsi storici) da Stephen Malkmus dei Pavement nel 2002 per una compilation celebrativa della Flying Nun. Brano importantissimo nella loro carriera (le prime parole del testo danno il nome a una delle due antologie in cui è compresa, You’re just too obscure for me del 2003), è anche esemplificativo della passione per le arti in genere di Downes, visto che oltre a citare il Paul Verlaine che alla band dà il nome fa lo stesso con il dipinto di Edward Munch che invece dà il nome alla canzone: dalla relazione complicata che fa dire a Downes “you’ll only end up like Rimbaud/ get shot by Verlaine” Alessio ha tratto la storia di una relazione altrettanto complicata che coinvolge il protagonista, studente universitario tutt’altro che all’apice della popolarità costretto a sorbirsi monologhi interminabili su Baudelaire, giusto per chiudere il trittico di poeti maledetti, da parte di una ragazza che risulterà essere molto più strana di quanto sembri. Potete leggere questo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, visto che con questo arriviamo a un’altra cifra tonda, buon duecentesimo raccontiversario a noi!
P.s. mentre scriviamo queste parole è venerdì 25 aprile: non vi possiamo esortare a festeggiare con sobrietà questa importantissima ricorrenza, solo augurarci che abbiate sfilato in manifestazione con la libertà assoluta che questo governo di estrema destra cerca in tutti i modi di limitare.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Death and the maiden, di Alessio Barettini
Ai tempi dell’università uscivo con una ragazza talmente strana che, per la prima volta nella mia vita, faceva sentire meno strano me. Ero uno di quei tipi che non amano farsi notare, o almeno non sempre, uno come tanti altri che amano l’arte, la letteratura, il cinema: insomma, quel genere di cose che non piacciono a tutti e che molti deridono. Io amavo quello che studiavo, e già solo questo mi rendeva bizzarro agli occhi della maggior parte dei miei compagni di facoltà, che studiavano tanto per fare qualcosa. A me importava, e su questa altalena di scoperte differenti e di autori che non avevo mai sentito nominare prima tessevo la trama della mia vita, evitando che questa diventasse una noia senza speranza. Oltretutto cercavo di non chiudermi su un unico autore.
La ragazza con cui uscivo invece era fissata solo con Baudelaire. Parlava sempre di lui, dopo dieci minuti di conversazione ce lo infilava, e dopo altri dieci minuti di conversazione capivi che ne sapeva così tanto da godere nel non farsi capire quando ne parlava. Dopo un po’ di tempo che ci frequentavamo le dissi che non era il caso di comportarsi così, che in fondo non esisteva solo Baudelaire. Mi chiese allora chi altri esistesse, io le risposi cose banali come la pioggia, le fotografie, ma anche altri artisti, tipo Rossini, Munch e… Paul Verlaine.
Non volevo intendere nulla di particolare scegliendo di risponderle in quella maniera, o inserendo un altro poeta maledetto nel novero di quelli che avrebbe potuto amare. Davvero, non volevo creare competizioni, non volevo offendere. Ma lei si offese comunque. DIsse che non capivo niente, che Verlaine non valeva nulla, e ricominciò a parlarmi a raffica di Baudelaire. La ascoltai finché ebbi forza, ma quando la misura fu colma le risposi che sarebbe stato meglio smetterla, che parlarmi così non serviva a nulla.
A quel punto la vidi compiere un gesto che restò per sempre impresso nella mia memoria. Eravamo a casa sua, da soli. Si alzò e aprì un cassetto, da cui estrasse una pistola. Non ricordo se la puntò contro di me o contro sé stessa, ero troppo spaventato: ricordo solo che riuscii a dirle, con la voce interrotta e le sillabe pesanti: “Non… Non fare come Verlaine!”
A quel punto proruppe in una risata diabolica, con la testa alzata, mentre io uscii da quella casa correndo più veloce che potevo. Aspettai una settimana prima di chiedere notizie di lei, ma nessuno ne sapeva nulla. A un certo punto smisi di cercarla. Non la rividi mai più.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!
Una opinione su "Racconto in musica 200: Death and the maiden (The Verlaines – Death and the maiden)"